di Dmitry Orlov.
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30 luglio 2016
Il potere del "Niet"
Su questo pianeta è previsto che le
cose vadano così: negli Stati Uniti gli apparati del potere (pubblico e
privato) decidono quello che vogliono far fare al resto del mondo.
Comunicano i loro voleri attraverso canali ufficiali e non, attendendosi
una cooperazione automatica.
Se questa cooperazione non arriva
immediatamente, allora incominciano a fare pressioni, politiche,
finanziarie ed economiche.
Se anche queste, tuttavia, non producono
l’effetto desiderato, allora provano con un cambio di regime, ottenuto
con una rivoluzione colorata o un colpo di stato militare, oppure
organizzano e finanziano una rivolta che porta, nella nazione
recalcitrante, ad attacchi terroristici ed alla guerra civile.
Se tutto
questo ancora non ottiene l’effetto sperato, allora bombardano la
(suddetta) nazione fino a farla ritornare all’età dalla pietra.
Questo è
il modo in cui sono andate le cose negli anni ’90 e nel 2000, ma,
ultimamente, è emersa una nuova dinamica.
All’inizio era tutta incentrata sulla
Russia, ma, da allora, il fenomeno si è allargato in tutto il mondo e
sta per inglobare gli stessi Stati Uniti.
Funziona così: gli Stati Uniti
decidono che cosa vogliono far fare alla Russia e comunicano i loro
desideri, aspettandosi una cooperazione automatica.
La Russia dice
“Niet”.
Gli Stati Uniti passano attraverso tutte le fasi sopracitate,
esclusa la campagna di bombardamento, sconsigliata dalla deterrenza
nucleare russa.
La risposta rimane “Niet”.
Si potrebbe pensare che
qualche persona intelligente, all’interno della struttura di potere
statunitense, si faccia sentire e dica: “Basandoci sulle prove che
abbiamo, dare ordini alla Russia non funziona, cerchiamo di negoziare
con la Russia in buona fede, da pari a pari”. E allora tutti quanti si
darebbero una manata in fronte e direbbero, “Caspita! E’ fantastico!
Perché non ci abbiamo pensato?”. Invece, quella persona verrebbe
licenziata il giorno stesso perché, vedete, l’egemonia mondiale
americana non è negoziabile.
Quello che invece succede è che gli
Americani agiscono in modo confuso, si riorganizzano e provano di nuovo,
creando uno spettacolo veramente comico.
L’intero pasticcio riguardante Edward
Snowden è stato particolarmente divertente da osservare. Gli Stati Uniti
hanno richiesto la sua estradizione. I Russi hanno detto: “Niet, la
nostra costituzione lo proibisce”.
Allora, in modo esilarante, come
tutta risposta alcune voci in Occidente hanno chiesto che la Russia
cambiasse la sua costituzione! La risposta, che non richiede traduzione è
stata :“Ah,ah,ah,ah,ah!”
Meno divertente è l’impasse sulla Siria: gli
Americani hanno continuato a chiedere che la Russia si allineasse al
loro progetto di rovesciare Bashar Assad.
L'immutevole risposta dei
Russi è stata: “Niet, sono i Siriani che devono scegliere la loro
leadership, non la Russia e non gli Stati Uniti”.
Ogni volta che lo
sentono, gli Americani si grattano la testa e… ci riprovano.
John Kerry è
stato di recente a Mosca per una “maratona negoziale” con Putin e
Lavrov.
In alto c’è una foto di di Kerry che parla con Putin e Lavrov a
Mosca, più o meno una settimana fa, e le loro espressioni facciali non
sono difficili da leggere. C’è Kerry che dà le spalle alla macchina
fotografica, e che blatera come al solito. La faccia di Lavrov dice:
“Non ci posso credere, devo star seduto qui ad ascoltare di nuovo tutte
queste stupidaggini”. Quella di Putin dice: “Oh, il povero scemo, non
riesce a capire che gli diremo ‘niet’ un’altra volta”.
Kerry è ritornato
a casa con giusto un altro “Niet”.
Ciò che è peggio, è che ora stanno
unendosi al gioco anche altre nazioni.
Gli Americani hanno detto agli
inglesi esattamente come votare e gli Inglesi hanno detto “Niet” ed
hanno optato per il Brexit.
Gli Americani hanno detto agli Europei di
accettare quell’orrenda presa di potere delle corporations costituita
dal Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti
(TTIP), e i Francesi hanno detto “Niet, non passerà”.
Gli Stati Uniti
hanno poi organizzato un altro colpo di stato in Turchia per rimpiazzare
Erdogan con qualcuno che non cercasse di giocare pulito con la Russia e
i Turchi hanno detto “Niet” anche a quello.
Ed ora, orrore degli
orrori, c’è Donald Trump che dice “Niet” a tutta una serie di cose: alla NATO,
alla delocalizzazione dei posti di lavoro americani, al flusso
incontrollato dei migranti, alla globalizzazione, alle armi per i
nazisti ucraini, al libero commercio...
Non si può sottovalutare l’effetto
psicologico corrosivo del “Niet” sulla psiche egemonica americana.
Se è
previsto che tu pensi ed agisca come un egemone, ma poi a funzionare
sono solo le intenzioni, allora il risultato è una dissonanza cognitiva.
Se il tuo lavoro è quello di tiranneggiare le nazioni e le nazioni non
possono più essere tiranneggiate, allora il tuo lavoro diventa una
barzelletta e tu ti trasformi in un paziente psichiatrico.
La pazzia che
ne risulta si è rivelata di recente con un interessante sintomo: alcuni
dipendenti del Dipartimento di Stato americano hanno firmato una
lettera, diventata immediatamente di dominio pubblico, in cui si
chiedeva una campagna di bombardamenti nei confronti della Siria allo
scopo di rovesciare Bashar Assad. Questi sono dei diplomatici. La
diplomazia è l’arte di evitare le guerre attraverso la discussione. Dei
diplomatici che invocano una guerra non sono esattamente… diplomatici.
Potreste dire che sono dei diplomatici incompetenti, ma questo non è
sufficiente (la maggior parte dei diplomatici competenti ha lasciato il
servizio durante la seconda amministrazione Bush, molti di loro per il
disgusto di dover mentire sul razionale della guerra in Iraq).
La verità
è che sono dei malati, squilibrati e non diplomatici guerrafondai. Il
potere di una semplice parola russa è tale che hanno praticamente perso
il lume della ragione.
Ma non sarebbe corretto parlare solo del
Dipartimento di Stato. E’ l’intero corpo politico americano ad essere
stato infettato da un putrido miasma, che penetra in ogni cosa e rende
la vita miserabile.
Nonostante tutti i problemi, la maggior parte delle
cose, negli Stati Uniti è ancora gestibile, ma questa faccenda qui, il
venir meno della capacità di tiranneggiare il mondo intero, rovina
tutto. Siamo in piena estate, la nazione è sulla spiaggia. La stuoia è
sfilacciata e mangiata dalle tarme, l’ombrellone è pieno di buchi, le
bibite nella ghiacciaia sono piene di schifezze chimiche e le letture
estive sono annoianti… e poi, lì vicino, c’è una balena morta in
decomposizione che si chiama “Niet”. Basta questo a rovinare tutta
l’atmosfera!
Le teste parlanti dei media e dei
politici che appartengono alle istituzioni, a questo punto, si rendono
dolorosamente conto del problema e la loro prevedibile reazione è
incolpare della cosa quella che per loro sta all’origine di tutto: la
Russia, convenientemente personificata in Putin. “Se non voti per
Clinton stai votando per Putin” è una delle ultime metafore politiche
uscite. Un’altra è che Trump è un agente di Putin.
Ogni figura pubblica
che rifiuti di assumere una posizione filogovernativa è automaticamente
etichettata come “utile idiota di Putin”.
Per quel che valgono, queste
affermazioni sono ridicole.
Ma per esse c’è una spiegazione più
approfondita: ciò che le lega tutte insieme è il potere del “Niet”.
Un
voto per Sanders è un voto “Niet”: l’apparato democratico ha partorito
una candidata e ha detto alla gente di votare per lei e la maggior parte
dei giovani ha detto “Niet”.
La stessa cosa con Trump: la macchina
repubblicana ha tirato fuori i suoi Sette Nani e ha detto alla gente di
votare per uno qualsiasi di loro e, invece, la maggior parte della
classe operaia bianca e diseredata ha detto “Niet” e ha votato per
Biancaneve, l’outsider.
E’ un segno di speranza che la gente, in
tutto il mondo dominato da Washington, stia scoprendo il potere del
“Niet”.
Le istituzioni, viste dall’esterno, possono anche sembrare tutte
scintillanti, ma sotto la mano fresca di vernice a smalto si nasconde
uno scafo marcio, con l’acqua che entra da tutte le falle aperte. Un
“Niet” detto a voce abbastanza alta sarebbe probabilmente sufficiente
per farlo affondare, lasciando spazio a qualche cambiamento veramente
necessario. Quando questo accadrà, ricordatevi di ringraziare la Russia…
o, se preferite, Putin.
*****
Articolo di Dmitry Orlov pubblicato da Club Orlov il 26 luglio 2016
Tradotto in italiano da Mario per Sakeritalia.it e ClubOrlov
Fonte: Club Orlov
Versione italiana: http://sakeritalia.it/sfera-di-civilta-russa/il-potere-del-niet/.
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2 giugno 2016
Un allarme russo. (Appello contro il suicidio del mondo)
Noi qui
sotto firmatari siamo russi che vivono e lavorano negli USA. Stiamo assistendo
con crescente ansia a come le attuali politiche statunitensi e NATO ci stiano
portando verso una collisione pericolosissima con la Federazione Russa, così
come con la Cina.
Numerosi
rispettati patrioti americani, come Paul Craig Roberts, Stephen Cohen, Philip Giraldi, Ray McGovern
e molti altri hanno lanciato allarmi per il pericolo di un’incombente
Terza Guerra Mondiale. Ma la loro voce si è persa nel chiasso di mass media
zeppi di storie ingannevoli e inaccurate. Esse descrivono un’economia russa nel
caos e un esercito russo debole. Tutto senza prove.
Tuttavia
noi, conoscendo sia la storia russa sia lo stato attuale della società e delle
forze armate russe, non possiamo ingoiare quelle bugie. E ora riteniamo che sia
nostro dovere, in quanto russi che vivono negli USA, avvertire il popolo
americano che gli viene mentito e che noi dobbiamo dirgli la verità.
E la verità
è semplicemente questa:
se ci fosse una guerra con la Russia, gli Stati
Uniti verrebbero con certezza distrutti e molti di noi infine morirebbero.
Facciamo un
passo indietro e guardiamo in un contesto storico cosa sta avvenendo. La Russia ha sofferto moltissimo a causa
di invasioni straniere. Nella II
Guerra Mondiale ha perso 22 milioni di persone. Erano in maggioranza civili
perché la nazione era stata invasa. E i
Russi hanno quindi giurato di non permettere mai più un disastro simile.
Ogni volta
che la Russia è stata invasa è uscita vittoriosa. Nel 1812 Napoleone invase la Russia e nel 1814 Parigi era sotto gli zoccoli
della cavalleria russa. Il 22 giugno del 1941 la Luftwaffe di Hitler bombardava Kiev e il 9 maggio
1945 le truppe sovietiche dilagavano per Berlino.
Ma le cose
sono cambiate da allora. Se Hitler attaccasse oggi la Russia, sarebbe bello che
morto in 20 o 30 minuti, il suo bunker ridotto a una massa di macerie
incandescenti per l’impatto di un missile supersonico da crociera Kalibr
lanciato da una piccola nave russa da qualche parte nel Baltico. L’abilità
operativa delle nuove forze armate russe è stata dimostrate nel modo più
persuasivo durante le recenti azioni contro l’ISIS, al-Nusra e altri gruppi
terroristici operanti in Siria e foraggiati dall’estero.
Molto tempo
fa la Russia avrebbe dovuto rispondere alle provocazioni combattendo battaglie
di terra sul proprio territorio e poi lanciando una contro-invasione. Ma ora
questo non è più necessario. Le nuove
armi russe permettono una rappresaglia istantanea, non rilevabile, impossibile
da fermare e assolutamente letale.
Così, se
domani dovesse scoppiare una guerra tra gli USA e la Russia è assolutamente
garantito che gli USA sarebbero devastati. Come minimo non ci sarebbero più una
rete elettrica, internet, benzina, gas; non ci sarebbero più autostrade,
trasporti aerei o navigazione basata su GPS. I centri finanziari sarebbero in
rovina. Il Governo, ad ogni livello, cesserebbe di funzionare. Le forze armate
statunitensi che stazionano per tutto il globo non sarebbero più rifornite. Nella
peggiore delle ipotesi, l’intera massa continentale degli USA sarebbe coperta
da uno strato di polvere radioattiva.
Non lo
diciamo perché siamo allarmisti ma perché in base a tutto ciò che conosciamo,
siamo noi stessi allarmati. Se attaccata, la Russia non cederebbe,
contrattaccherebbe e annichilirebbe totalmente gli Stati Uniti.
La leadership statunitense ha fatto tutto
ciò che poteva per spingere la situazione sull’orlo del disastro. Innanzitutto
la sua politica antirussa ha convinto la
leadership russa che fare concessioni o negoziare con l’Occidente è del tutto inutile.
È sempre
più evidente che l’Occidente sosterrà ogni individuo, movimento o governo
antirusso. Siano essi gli oligarchi russi evasori fiscali, criminali di guerra
ucraini imprigionati, terroristi wahhabiti in Cecenia sostenuti dai Sauditi o
dissacratrici punk di cattedrali a Mosca.
Ora che la NATO,
in violazione alle sue precedenti promesse, si è espansa fino ai confini russi,
con le forze statunitensi dispiegate negli stati baltici a un tiro di
artiglieria da San Pietroburgo, la seconda città della Russia, i Russi non
hanno più modo di ritirarsi anche se lo volessero.
Non attaccheranno, ma nemmeno cederanno o si
arrenderanno. La leadership russa gode del sostegno di più
dell’80% della popolazione. Il restante 20% pensa invece che essa sia troppo
morbida con gli sconfinamenti dell’Occidente. La Russia non attaccherà mai per
prima, ma contrattaccherà e così una provocazione o anche solo un semplice
errore potrebbe scatenare una sequenza di eventi che finirebbe con milioni di
americani morti e gli USA in rovina.
A
differenza di molti Americani che vedono la guerra come una vittoriosa ed
eccitante avventura in terre esotiche, i
Russi odiano la guerra e ne hanno paura. Ma sono anche pronti a combatterla, e
si stanno preparando da anni a farlo. E la loro preparazione è stata la più
efficace.
A
differenza degli USA che sperperano un numero pauroso di miliardi in dubbi
programmi di armamento a sovracosto, come il caccia multiruolo F-35, i Russi
sono estremamente parsimoniosi con i loro rubli per la difesa e li fanno
fruttare almeno 10 volte di più rispetto alla gonfiata industria della difesa
americana.
Mentre è
vero che l’economia russa ha sofferto a causa del ribasso del prezzo
dell’energia, è però ben lontana dall’essere nel caos e un ritorno alla
crescita è atteso per il prossimo anno. Il senatore John McCain una volta ha definito la Russia “una pompa di benzina
mascherata da nazione”. Bene, mentiva. Sì, la Russia è il più grande produttore
mondiale di petrolio e il secondo esportatore, ma è anche il più grande
esportatore al mondo di cereali e di tecnologia per l’energia atomica. Ha una società avanzata e sofisticata come
quella degli Stati Uniti. Le forze armate russe, sia convenzionali sia nucleari,
oggi sono pronte a combattere. E sono più che all’altezza degli USA e della NATO,
specialmente se una guerra dovesse scoppiare in un qualsiasi punto vicino ai
confini della Russia.
Ma una
simile battaglia sarebbe suicida da entrambi i lati. Crediamo fermamente che
una guerra convenzionale in Europa abbia una forte probabilità di diventare
nucleare molto rapidamente e che ogni attacco nucleare di USA/NATO alle forze
russe o al territorio russo automaticamente scatenerebbe un contrattacco
nucleare russo sul continente statunitense.
Al
contrario di affermazioni irresponsabili fatte da alcuni propagandisti
americani, i sistemi di missili
antibalistici statunitensi sono incapaci di proteggere il popolo americano
da un attacco nucleare russo. La Russia ha i mezzi per colpire bersagli negli USA con armi a lunga gittata, sia nucleari che convenzionali.
L’unica
ragione per cui gli USA e la Russia si trovano oggi in rotta di collisione
invece di sciogliere tensioni e cooperare su un largo spettro di problemi
internazionali, è il rifiuto ostinato della
leadership statunitense di accettare la Russia come un partner alla pari.
Washington
è determinata a essere il “leader mondiale” e la “nazione indispensabile”,
persino se la sua influenza diminuisce costantemente nella scia di disastri
militari e di politica estera come l’Iraq, la Libia, la Siria, lo Yemen e
l’Ucraina.
Una
continuata leadership globale americana è qualcosa che la Russia, la Cina e la
maggioranza delle altre nazioni non hanno intenzione di accettare.
Questa
graduale ma evidente perdita di potere e influenza ha fatto diventare isterica
la leadership statunitense. E tra l’isteria
e la pulsione suicida basta un passo.
I leader politici americani dovrebbero essere messi sotto osservazione per
istinti suicidi.
La prima e
più importante cosa che facciamo è quindi lanciare un appello ai comandanti delle Forze Armate Statunitensi perché
seguano l’esempio dell’ammiraglio William
Fallon che interrogato su una possibile guerra all’Iran replicò: “No, finché ci sono io”.
Sappiamo
che non siete dei suicidi e che non avete intenzione di morire per un’arroganza
imperiale che ha perso i contatti con la realtà.
Se
possibile, vi preghiamo di dire al vostro staff, ai vostri colleghi e,
specialmente, ai vostri superiori civili che una guerra con la Russia non
avverrà finché voi sarete in carica.
Se proprio
non potete, almeno mantenete voi questa promessa, e dovesse mai arrivare il
giorno in cui quell’ordine suicida verrà dato, rifiutatevi semplicemente di
eseguirlo, con la motivazione che è criminale. Ricordatevi che per il Tribunale di Norimberga «Iniziare una guerra di aggressione … non è solo un crimine
internazionale; è il supremo crimine internazionale che differisce dagli altri
crimini di guerra solo in quanto accumula in sé il male del tutto». Da
Norimberga in poi lo “stavo solo eseguendo gli ordini” non è più una difesa
valida. Per favore non diventate criminali di guerra.
Facciamo
anche appello al popolo americano perché
intraprenda azioni pacifiche ma decise per opporsi
a ogni esca provocatoria contro la
Russia da parte di qualsiasi politico o qualsiasi partito che legittimi e
sostenga una politica di inutile scontro con una superpotenza nucleare che è
capace di distruggere gli Stati Uniti in
un’ora.
Parlate,
rompete la barriera della propaganda dei mass media e fate che i vostri
compatrioti americani siano consapevoli dell’immenso pericolo di uno scontro
tra la Russia e gli USA.
Non c’è
nessuna ragione effettiva perché gli USA e la Russia si debbano considerare
avversari. Lo scontro attuale è interamente il risultato della visione estremista del movimento
neoconservatore i cui membri si sono infiltrati nel governo federale
statunitense e che considerano ogni nazione che rifiuta di obbedire ai loro
dettami un nemico da schiacciare.
Grazie ai
loro sforzi senza sosta, più di un milione di innocenti sono già morti nella ex
Jugoslavia, in Afghanistan, in Libia, in Iraq, Siria, Pakistan, Ucraina, Yemen,
Somalia e in molte altre nazioni - tutto per la loro insistenza maniacale che
gli USA devono essere un impero mondiale, non una nazione regolare e normale, e
che ogni leader nazionale deve inchinarsi a loro o essere spodestato.
In Russia
la forza irresistibile del movimento neocon
ha alla fine incontrato un oggetto inamovibile. Devono essere costretti a fare marcia indietro prima che
ci distruggano tutti.
Siamo
assolutamente e categoricamente certi che la Russia non attaccherà mai gli USA
o nessun membro della UE; che la Russia non ha interesse a ricreare l’Unione
Sovietica e che non c’è nessuna “minaccia russa” o “aggressione russa”. Molti
dei recenti successi economici russi hanno molto a che fare con lo scioglimento
delle vecchie dipendenze sovietiche, cosa che ha permesso di perseguire una
politica di “prima la Russia”.
Ma siamo
altrettanto certi che la Russia se attaccata, o anche solo minacciata di un
attacco, non recederà e la leadership russa non starà a guardare.
Con grande
tristezza e con cuore pesante onoreranno il dovere su cui hanno giurato e
scateneranno una barriera nucleare dalla quale gli Stati Uniti non si
riprenderanno mai più.
Anche se
tutta la leadership russa fosse uccisa da un first strike, la cosiddetta
“Mano Morta” (Dead Hand, cioè il sistema “Perimeter”) lancerebbe automaticamente
sufficienti bombe nucleari da cancellare gli USA dalla mappa politica.
Crediamo
che sia nostro dovere fare tutto ciò che possiamo per prevenire una simile
catastrofe.
Eugenia V
Gurevich, PhD
|
Dmitri
Orlov
|
The Saker (A. Raevsky)
|
Traduzione per Megachip a cura di
Piotr.
Nota del traduttore
Il sistema Perimeter
è un po’ come il famoso “Ordigno Fine Di Mondo” (Doomsday machine)
immaginato dal genio di Stanley Kubrick in “Il dottor Stranamore”.
L’esistenza di
questo sistema in epoca sovietica non venne reso pubblico. Ad esso si poteva
adattare perfettamente il dialogo surreale tra il dottor Stranamore e
l’ambasciatore sovietico:
Stranamore: «Perché?
Insomma, lo scopo dell’ordigno “Fine di mondo” è perduto se si tiene segreto.
Perché non lo avete detto al mondo, eh?»
Ambasciatore: «Doveva
essere annunciato a congresso di Partito, Lunedì. A Kisov piace fare sorprese!»
Riesumato nel
2009 e ammodernato nel 2011 prevede che in caso di attacco e di isolamento di Perimeter
dal resto del Paese (le due condizioni necessarie e sufficienti per armarlo),
sia lanciato un contrattacco nucleare automatico. Il sistema è in grado di
analizzare non solo la situazione militare mondiale ma anche quella politica.
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10 maggio 2016
La crisi europea, tra TTIP, UE e NATO
di Pino Cabras.
da Gli Occhi della Guerra.
Non c’è stato l’oceano di persone di Berlino di qualche settimana fa, ma la voce di migliaia di persone contro il TTIP si è sentita anche a Roma, nella bella manifestazione del 7 maggio 2016. La consapevolezza del pericolo rappresentato da questo trattato è cresciuta nel corso del tempo, anche grazie ai tanti articoli che sono stati pubblicati in proposito. Raccomando ad esempio lalettura di un articolo del 2014 di Pierluigi Fagan: Geopolitica dei trattati di libero asservimento, che descriveva in modo esatto la fine della “prima globalizzazione” e l’apertura di una fase del tutto nuova, che nessuno ancora sapeva raccontare.
250mila persone in piazza a Berlino per manifestare contro il Ttip
Ora, dopo la manifestazione, Fagan ci ricorda che il TTIP non è un trattato di libero scambio bensì “un contratto di accoppiamento strutturale per formattare un sistema che abbia gli Usa come centro di gravità: è propriamente un trattato geopolitico”.
All’Europa questo trattato semplicemente non conviene e infatti potrebbe non esser firmato prima della fine della presidenza Obama e con ciò, rimandato sine die.
Nel frattempo, certo, bisogna non abbassare la guardia, visto il livello paranoico di segreto che è stato imposto alla discussione del trattato, come è stato spiegato in dettaglio anche a La Gabbia. Mentre in altri paesi i governi stanno opponendo resistenza, in Italia la propensione di Matteo Renzi è quella di cedere su tutta la linea.
Cosa accadrà adesso? È il momento di immaginare qualche scenario, confrontandolo – come già implicava l’articolo di Fagan – con l’altro grande trattato geopolitico-economico che gli USA stanno modellando, il Partenariato Trans-Pacifico (TPP), una specie di cugino del TTIP. Cugino sì, ma non poi così somigliante.
Il TPP infatti è un trattato che lega stati “sovrani”, nella perfetta logica del cosiddetto “hub & spoke”: ove uno di questi Stati avesse la forza politica di sfilarsi dal trattato, il TPP sopravvivrebbe e potrebbe essere bilanciato dall’aggiungersi di altri Stati.
Il giornalista Simone Santini sottolinea che “la base giuridica del TTIP è diversa dal TPP, perché unirebbe USA e UE, e quest’ultima non è (ancora) uno Stato ma a sua volta un’organizzazione che si basa su un Trattato. Dunque, se il trattato UE dovesse rompersi, ecco che automaticamente anche il TTIP crollerebbe, azzerando tutto. Inoltre, dal punto di vista politico interno degli Stati aderenti alla UE, ai mal di pancia dei settori già euroscettici si assommerebbero quelli anti-TTIP, per cui prenderebbe grande slancio l’idea che UE+TTIP sono irriformabili e l’unica possibilità sarebbe la rottura”.
Chi si oppone a questo mostro transatlantico? A differenza che in passato, a muoversi non sono solo i cortei di manifestanti, ma ingenti forze economiche “nazionali”. Santini lo sottolinea: “Sembrerebbe che ai piani alti di qualche grattacielo americano si siano accorti di questo pericolo e che il TTIP ora basato sull’accordo USA-UE possa essere molto fragile. Le sollecitazioni che sta vivendo la UE (Brexit, Grexit, Schengen, ecc.) ma anche le stesse “fughe di notizie” del TTIPleaks, potrebbero, in parte, arrivare anche da quella direzione».
In effetti sull’Europa si addensa la tempesta perfetta e cresce ovunque la voglia di rompere la dittatura del regime europeo. Ogni crisi – in Gran Bretagna, in Grecia, in Spagna, più la grande crisi delle migrazioni – è la faccia di un prisma, il volume di una grande crisi europea nel suo insieme, dove nessuno osa più parlare, a parte Laura Boldrini, di “sogno europeo”.
Cosa implica, tutto questo? Per Santini c’è chi pensa ormai “che sarebbe meglio disarticolare prima la UE, e solo successivamente fare un trattato con alcuni Stati europei, quelli più affidabili, singolarmente, come nello schema del TPP”. Una sorta di versione “light” del TTIP. Alcuni rimarrebbero fuori, inizialmente, ma poi ne sarebbero fatalmente (tempo al tempo) attratti dentro. Insomma, come è accaduto con la Francia con NATO. Prima fuori, poi dentro.
In altre parole, ciò che anima il progetto contingente del TTIP è in realtà un progetto geopolitico di lungo periodo che eviterà di impiccarsi a una formula, se questa dovesse risultare impossibile, ma cercherà diverse vie per arrivare a blindare un’area geopolitica legata comunque agli USA. È un progetto che vuole formattare il sistema in tanti modi diversi tendenti allo stesso obiettivo.
Mentre si cerca la via giuridica per la “formattazione del sistema” dal lato dalla futuribile “NATO Economica”, vanno intanto avanti gli atti della NATO che c’è già, quella militare:
1) aumentano le pressioni per far aderire alla NATO anche Svezia e Finlandia, che oggi ne sono fuori;
2) aumenta la stretta militare nell’area baltica, dove si incrementano le esercitazioni militari e il tutto si salda a un incoraggiamento della “russofobia” nelle classi dirigenti, fino alla riabilitazione delle correnti naziste;
3) si utilizza la leva ucraina per alimentare la tensione e perpetuare il regime delle sanzioni europee antirusse provocando le contro-sanzioni antieuropee;
4) si fomentano nuove “rivoluzioni colorate” nell’area balcanica, per estendere i luoghi di separazione fra influenza russa e americana.
Ci limitiamo per ora a considerare la cortina di crisi sul suolo europeo e tralasciamo in questa occasione le crisi che si originano nel Medio Oriente – dove la NATO ha giocato ugualmente un ruolo perturbatore – nonostante anch’esse si proiettino sull’Europa.
Il risultato è che i focolai si ricompongono in un sistema di separazione artificiosa fra interessi europei e russi, che altrimenti sarebbero complementari e reciprocamente convenienti in termini di sicurezza militare, energetica ed economica.
Difficile che il TTIP sia firmato nel 2016, anno in cui si vota in USA. Nel 2017 si voterà in Francia, Nel 2018 in Italia e Germania. Nel 2019 si rinnoverà la Commissione europea. L’opzione di “comprare tempo” (temporeggiare, tirare a campare) a questo punto piacerà a molti. Qualcuno perciò si premunisce per il momento in cui i nodi verranno al pettine: la NATO-che-c’è-già sta creando una nuova cortina che circonda un sistema europeo in trasformazione-disgregazione. Chissà se il tempo che tutti compreranno basterà a far prevalere la trasformazione sulla disgregazione. In ogni caso, il volto dell’Europa sarà cambiato, sottoposto a una preponderanza del progetto militare. Inutile sottolineare i pericoli di guerra. Finché i popoli europei non si batteranno per la loro sovranità, questo pericolo incomberà, in aggiunta alle altre insicurezze economiche.
Pubblicato anche da Megachip.
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23 gennaio 2016
Occidente: i media al polonio
di Pino Cabras.
da Megachip.
Quando nel 2013 alcuni scienziati svizzeri trovarono livelli di Polonio-210 diciotto volte più elevati del normale nella salma, riesumata, del primo presidente dell'Autorità Palestinese, Yasser Arafat, la notizia non aprì le edizioni dei telegiornali occidentali come invece è stato ieri per il delitto della spia russa Aleksandr Litvinenko. Preferivano bacchettare chi osasse alludere a quelle potenti strutture che avrebbero potuto procurarsi un veleno così difficile da maneggiare. Allora no, non si doveva parlare di "avvelenamento di Stato".
Viceversa, tutti gli organi della NATO (ossia l'intero grande sistema informativo occidentale) sanno invece di dover per forza aprire le notizie con le accuse britanniche a Putin per l'omicidio Litvinenko (con la ridicola innovazione giuridica della responsabilità "probabile", che nei titoli diventa però certissima).
Nel terreno immenso delle notizie di rilevanza mondiale, i grandi media sanno a memoria quali piste battere e quali trascurare del tutto. La redazione è il dio che decide cosa devono sapere milioni di persone, quando innalza piccole notizie al rango di scoop planetario o invece sommerge le grandi notizie annacquandole a pagina 17 o tacendole del tutto.
Eppure proprio in questi giorni emergono notizie sempre più raccapriccianti sui bombardamenti della popolazione civile yemenita da parte dell'Arabia saudita. Pensate all'effetto devastante che avrebbero le foto dell'infanzia spezzata. Ma sulle prime pagine non se ne parla. Il dio redazionale decide che non contano nulla, e nessuno sarà ritenuto responsabile, nemmeno "probabile".
Tutto questo avviene nonostante abbiamo notizie certe sui tappeti rossi con cui David Cameron e i suoi colleghi in Europa e oltreoceano accolgono i piranhas della dinastia saudita.
Così come abbiamo notizie certe sulle bombe - di Cameron e italiane - vendute a Riad per dilaniare migliaia di bimbi in Yemen. Cause ed effetti passano sotto silenzio, e nessuna immagine è usata per scuotere le coscienze.
Dunque abboccate pure, giornalisti, alla lista delle notizie che fanno piacere al cerchio magico della NATO! Non abbiate schiena dritta! Bevetevi di tutto, e soprattutto, fatelo bere alle masse! Magari evitate di raccontare che in Ucraina i nazisti protetti dagli apparati repressivi dello Stato danno una caccia spietata e assassina agli oppositori più eminenti, uccidendoli senza che voi scriviate un solo rigo, nemmeno quando le vittime sono vostri famosi colleghi. Oppure continuate pure a nascondere la repressione selvaggia di Erdoğan sul giornalismo turco, non sia mai che la vostra narrazione atlantista ne risenta.
La notizia 'Made in UK' su Litvinenko aveva in realtà un'importanza molto più modesta: l'indagine per un omicidio che fu certo eclatante per le sue modalità non ha portato a prove certe e si è persa in un labirinto di sospetti, come accade a molti delitti di mafia e certi assassinii politici, quando purtroppo non si trovano dimostrazioni sufficienti.
Dunque: trasformare in una notizia mondiale e in un affare di Stato il caso Litvinenko (un vicolo cieco di illazioni del tutto carenti presso qualsiasi tribunale) è una precisa scelta politica, una chiara provocazione, sulla linea delle recenti provocazioni antirusse giocate con l'abbattimento di aerei civili e militari.
Tra sanzioni e isteria mediatica, si crea in tal modo un clima di guerra, mentre i riflessi di un pubblico continuamente aizzato alla russofobia allontaneranno milioni di europei dai loro interessi, per primo l'interesse a costruire un sistema di sicurezza comune con la Russia.
L'edizione del 22 gennaio di «la Repubblica» ha dedicato al caso addirittura le pagine 2, 3 e 4, cioè il blocco principale delle notizie, con tutti i tromboni russofobi in gran spolvero contro «lo Zar Oscuro». Mentre in prima pagina campeggia la fotonotizia della vedova che invoca sanzioni a Putin.
Possibile che in quelle quattro paginate non ci sia stato spazio per riportare cosa ne pensa un altro congiunto di Litvinenko, suo fratello Maksim? Il quale, mentre nel 2006 chiedeva indagini sul governo russo, oggi sostiene che Aleksandr sia stato ucciso da servizi occidentali perché era un agente doppiogiochista che in realtà raccoglieva informazioni presso russi residenti in Regno Unito, nemici di Mosca. E dice anche che la lettera del suo consanguineo che puntava il dito contro Putin era semplicemente un falso. Interessante, no?
Si badi bene, è quasi impossibile avere la più pallida idea di chi menta e chi no, ma chiediamoci: perché - se l'intento fosse davvero una genuina volontà di investigare - i giornali trascurano questo lato della vicenda, nascondendolo alla vista di un pubblico adulto e vaccinato che potrebbe giudicare autonomamente?
Il caso Litvinenko, come minimo, è molto controverso, per nulla lineare, maturato a ridosso di uno degli ambienti più torbidi del pianeta - la mafia russa di Londra - dove da anni si riscontra un alto tasso di delitti, tradimenti, doppiogiochismi intrecciati con le grandi partite della finanza e dei servizi segreti di tanti paesi. Una zona grigia che non consente il complottismo semplicistico delle redazioni ossessionate dalla Russia.
Eppure - come suggerisce il caso Arafat che richiamavamo all'inizio - nel mondo risulta che non sia solo la Russia a possedere veleni radioattivi.
Una nebbia così povera di fatti certi dovrebbe forse giustificare questo volume di fuoco usato contro un unico bersaglio, il Cattivissimo Putin? Certo, le 329 pagine del rapporto sul caso Litvinenko citano 186 volte il nome di Vladimir Putin (niente male in mancanza di prove), e una cinquantina di volte citano il nome di Anna Politkovskaya, la giornalista uccisa dieci anni fa e che da sempre deve scandire il rosario delle accuse a Putin, anche quando non c'entra con un'indagine.
Bastava a metterci in allarme un altro esempio recente: il caso doping negli sport olimpici. Anche lì, stessa procedura standard: tutti i media dell'Occidente - con perfetta sincronia totalitaria - aprono con pagine e pagine (le prime) sul "doping di Stato" russo e riportano persino false dichiarazioni di Putin, che nemmeno si curano di correggere. Poi nei giorni successivi si scopre che il doping riguardava molti altri paesi: notizia in taglio basso, quasi invisibile. Al pubblico rimane l'imprinting della prima notizia urlata.
Non si dimentichino nemmeno le notizie più assurde, diffuse pur di insudiciare con ogni mezzo la nomea di un leader nemico, come quella dello «sperma di Putin inviato via posta a ogni cittadina russa per fecondarsi». E si potrebbero fare molti altri esempi.
Emerge chiarissimo il meccanismo pavloviano stimolato dal sistema dei media NATO, teso a consolidare ogni giorno un'immagine stereotipata e negativa del potere russo, in un quadro che tace notizie che bucherebbero la bolla mediatica in cui siamo affondati.
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7 dicembre 2015
Raymond McGovern: “Restiamo Umani”
Pandora TV.
L'emozionante intervento tenuto da Ray McGovern al Parlamento Europeo il 1° dicembre 2015 all’interno del IX Forum Russo-Europeo.
McGovern è stato un analista della CIA dal 1963 al 1990 ed è tra i fondatori del gruppo dei “Veterani Professionisti dell’Intelligence per il Buon Senso”. Per anni ha preparato il briefing mattutino dell'intelligence per il Presidente USA.
In mezzo alle sue analisi originali e informate, sorprende tutti con una bellissima poesia in russo, che smuove il cuore dei presenti.
Da non perdere il modo in cui invita a lottare per la pace.
Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=5176.
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24 novembre 2015
Il trappolone turco sul filo della guerra mondiale
di Pino Cabras.
Durante
la guerra fredda la NATO non aveva mai abbattuto un aereo militare di Mosca.
Oggi la Turchia, paese NATO in mano a uno dei manovratori dell'ISIS, lo ha
fatto (nello spazio aereo siriano). È una gravissima provocazione che può trasformare la guerra siriana da
guerra NATO per procura a guerra NATO senza mediazioni, col rischio molto
concreto di far scattare quelle clausole dell'alleanza atlantica che ci trascinerebbero
tutti in un conflitto molto esteso e difficilmente controllabile. Sicuramente al figlio di Erdoğan, che gestisce il contrabbando di
petrolio dell'ISIS, non piaceva affatto che negli ultimi giorni i Sukhoi Su-24
gli avessero distrutto centinaia di autocisterne, azzerandogli di colpo un business che andava avanti da un anno e mezzo.
Abbatterne uno, a costo di una guerra mondiale, è la risposta del suo paparino,
per alzare la posta in gioco. Un bel trappolone per la Russia, che qualche
risposta dovrà dare, e per tutti gli alleati NATO, da invischiare nei calcoli
strategici di Erdoğan, uno dei grandi perturbatori del Vicino Oriente. E noi
dovremmo essere disposti a morire per le autocisterne che finanziano l'ISIS.
Come no?
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11 ottobre 2015
Perché l'Occidente non capisce più la Russia. Una lettura critica
di Mario Rimini.
da IL FOGLIO.
La Mosca preferita dagli Stati Uniti? Quella che non aveva politica estera e la cui identità nazionale era in crisi. La svolta di Vladimir Putin e il ruolo della Cecenia
Quando la Russia era amica degli Stati Uniti, Pavel Grachev era ministro della Difesa, dal 1992 al 1996. Erano gli anni della transizione post sovietica. Il Presidente Yeltsin e i suoi giovani riformatori traghettavano un paese lacero e miserabile verso un futuro di libertà stracciona, di occidentalismo predatorio, di privatizzazione da Far West.
Una Russia società aperta, che danzava ubriaca sulla fune sopra il baratro. E senza rete di salvataggio. Era, quella, la Russia degli americani. In nessun periodo storico fu Mosca più vezzeggiata, lusingata e accarezzata dall'affabile alleato transatlantico. Nel momento in cui rinunciò a qualunque politica estera, a qualunque sfera di influenza, all'interesse nazionale e alla geopolitica, i sorrisi della politica americana si sprecarono per anni, promettendo ai russi integrazione, sviluppo, benessere. E consegnando invece, tutt'al più, una copia vintage e involgarita delle luci di New York sulle cupole zariste e i condomini khruscioviani lungo la Moscova.
Pochi russi ammassavano fortune d'altri tempi sulle ceneri di una superpotenza in saldo. Una generazione di giovani vedeva scomparire l'istruzione, la sanità, la sicurezza di uno stipendio povero ma in grado di assicurare la spesa quotidiana e un tetto. Milioni di ragazze scoprivano che i loro corpi avevano un mercato, per le strade di Mosca invase dai turisti o nelle città d'Europa finalmente accessibili per una schiavitù diversa dalla solita, e più brutale. Gli orfanotrofi traboccavano di creature malnutrite rifiutate da famiglie scomparse e abbandonate da uno stato in bancarotta. La droga, il collasso dei servizi pubblici e l'anomia sociale mietevano un numero incalcolabile di giovani vittime ai quattro angoli di un impero arrugginito, venduto pezzo per pezzo come metallo di scarto sui mercati mondiali della corruzione e del malaffare. Mosca e San Pietroburgo, di notte, facevano paura. Crimine fuori controllo, omicidi spiccioli ed esecuzioni mafiose in grande stile terrorizzavano città senza più legge, dove la polizia sopravviveva grazie alle mazzette e all'estorsione e i malviventi regnavano come mai i Corleone e i Riina avrebbero potuto sognare nella loro terra. La Russia di Yeltsin non era più orso. Era semmai un elefante mutilato e sanguinante, cui bracconieri indigeni e stranieri somministravano stupefacenti per tenerlo in vita, mentre gli rubavano avorio, organi, e anima.
E poi c'era l'esercito. L'istituzione che aveva, sin dalla rivoluzione d'ottobre, rappresentato la gloria e la potenza, il vanto e l'orgoglio, il blasone e il sigillo della leadership mondiale della Russia dei Soviet. Non più Armata Rossa ma Russa, l'esercito era allora sotto la guida di Grachev. Una figura dimenticata ma preziosa, per capire la storia. Non la storia dei summit e delle dichiarazioni diplomatiche, no. La storia di uomini e donne, di carne e di sangue, di vita e di morte. La storia dei russi, contro la storia dei think tank e delle accademie e dei fondi monetari. Era il dicembre 1994 e Grachev aveva dichiarato con boria mediatica che l'esercito russo avrebbe potuto conquistare Grozny in 24 ore con un solo reggimento di paracadutisti. Perché oltre che dissanguata, derelitta e derubata, la Russia di Yeltsin era anche a un passo dalla disintegrazione. Regioni ribelli guidate da delinquenti e corrotti premevano per la secessione da un potere centrale che non aveva più potere, né centralità. E se il corpo rischiava la metastasi, il cancro da cui questo minacciava di diffondersi era la Cecenia. Dicono i pettegolezzi, che sono un po' anche cronaca, che Grachev avesse dato l'ordine di invadere Grozny di notte, ubriaco. E così la mattina di capodanno del 1995 la capitale caucasica fu svegliata dalle bombe e dai carri armati. Era la prima volta che l'Armata Russa combatteva. E fu un disastro che nemmeno gli analisti più cinici avrebbero previsto. Lungi dall'impiegare un solo battaglione di paracadutisti, Grachev riversò su Grozny tutto quello che aveva. Tank, artiglieria, aviazione. E lungi dall'ottenere la rapida vittoria che aveva promesso, si risvegliò dalla supposta sbronza con le notizie di una catastrofe nazionale. L'Armata rossa non solo aveva cambiato nome. Non esisteva neanche più.
C'era, al suo posto, l'esercito di Yeltsin. Della nuova Russia occidentale, prediletta discepola degli amici d'America. Un'armata brancaleone di ragazzini adolescenti strappati alle famiglie e scaraventati al fronte. Mezzi antiquati e colonne sbandate. Strategie militari da prima guerra mondiale. Se un simbolo della rovina materiale, morale e umana in cui la transizione benedetta dall'America aveva gettato la Russia esiste, questo e' senz'altro la campagna cecena di Pavel Grachev. D'altronde, l'Armata Russa era la stessa di cui filtravano notizie di soldati ridotti alla fame nelle basi dell'estremo Oriente, o venduti a San Pietroburgo come prostituti a ora per clienti facoltosi, o massacrati nei riti d'iniziazione sfuggiti a qualunque regola e disciplina, o suicidi in massa per sfuggire a violenze e soprusi impuniti. E così in Cecenia, dopo un bilancio di migliaia di soldati uccisi e fatti prigionieri, di una città rasa al suolo e di civili sterminati, il cancro non era stato nemmeno estirpato. E un anno dopo, i ribelli l'avrebbero riconquistata. Grachev perse la faccia. E la Russia con lui. Mentre le madri dei piccoli soldati usati come carne da cannone iniziarono le loro coraggiose manifestazioni pubbliche davanti ai lugubri ministeri moscoviti, che tanto le facevano assomigliare alle danze solitarie delle madri dei desaparecidos sudamericani. E sarebbe stata una ricerca disperata, straziante e inutile, perché dei figli soldati della Russia non v'erano notizie, ne' sepoltura, né nomi. Scomparsi nel nulla, saltati in aria nei carri sgangherati di Grachev, torturati nelle prigioni improvvisate dei mujaheddin ceceni. Inghiottiti dal drago di un paese allo sfacelo. Che però, allora, era il darling della Casa Bianca.
Per questo, oggi, non capiamo Putin. Perché ci rifiutiamo di vedere la storia degli uomini e ci soffermiamo invece sui paper delle accademie. Quelli che ci dicono che Putin è un fascista che sta distruggendo la Russia. Quelli che ci parlano di un paese prigioniero di una nuova tirannia. Quelli che dipingono la Crimea come una nuova Cecoslovacchia e l'Ucraina come la Polonia di Hitler. Quelli che sono, oggi, la copia speculare di ciò che condannano: Propaganda.
Perché la Russia non è più stracciona, e Putin lentamente l'ha cambiata. Ha ricostruito lo Stato.
Non è un modello di democrazia di Westminster, no di certo. Ma esiste, e fa qualcosa. Ha recuperato, legalmente e illegalmente, parte di quell'eredità che l'oligarchia mafiosa aveva comprato alla fiera dell'est, per due soldi. Ha curato i focolai tumorali che minacciavano la sopravvivenza della Federazione. Ha riparato i carri armati, e li ha svuotati degli adolescenti di leva, riempiendoli di soldati professionisti. Ha licenziato la leadership alcolista, e investito in ricerca e sviluppo. Ha riaperto le fabbriche del complesso militare industriale che non è certo la chiave del futuro, ma che è tutto ciò che la Russia aveva e da cui poteva ripartire. E quando il paese ha smesso di presentarsi ai summit internazionali scalzo e rattoppato per supplicare l'America e le sue istituzioni finanziarie di elargire un altro prestito ipotecando in cambio l'interesse nazionale, la Russia di Putin ne ha ripreso in mano il dossier. E ne ha rilette, una dopo l'altra, le pagine dimenticate.
La sorpresa della Crimea, per questo motivo, è tale solo per gli ipocriti, gli smemorati, e gli ingenui. La Crimea fu uno degli scogli più insidiosi su cui la transizione post sovietica rischio' di naufragare, già negli anni '90, quando per poco non scatenò
una guerra. In Crimea c'erano Sebastopoli e la flotta del Mar Nero. L'intera geopolitica zarista e poi sovietica aveva da sempre cercato lo sbocco verso il Mediterraneo, lo sanno anche i bambini delle medie. Non è certo un'invenzione di Putin. La Crimea è stata sempre la colonna portante dell'interesse nazionale russo. Non è Putin che ha stravolto la storia rivendicandola e riconquistandola. Era stata la debolezza e la disperazione degli anni di Yeltsin a far accettare obtorto collo a Mosca la rinuncia a una penisola che è insieme strategia e letteratura e icona e identità. La perdita della Crimea fu per i russi una dolorosa circostanza storica, mai una scelta coraggiosa.
L'aspro confronto tra Obama e Putin è tutto qui. L'elefante tramortito è ritornato orso. E rifiuta le sbarre della gabbia che la Nato nell'ultimo decennio gli ha costruito addosso, a dispetto delle dichiarazioni di amicizia e di rispetto.
livore di Obama ha così dipinto la Crimea come la prova della cattiveria di Putin, e l'Europa sbadata gli ha creduto. E ora che la Russia interviene su uno scacchiere mediorientale da cui mancava da vent'anni, la Casa Bianca si agita scomposta. Ma vent'anni di egemonia statunitense in Medio Oriente e Nord Africa cosa hanno prodotto? La farsa dell'Iraq e la sua tragedia umana. Lo Stato Islamico e il suo regno di barbarie. Il collasso della Siria e i milioni di profughi e la sua guerra senza sbocco. La fine della Libia.
Ed è solo l'inizio di un terremoto che l'America stessa ha scatenato, ma che le e' ormai sfuggito di mano.
Persino i paesi della regione lo sanno. E oggi iniziano a guardare a Putin più che a Obama, cui rimane la retorica da guerra fredda, l'uso spregiudicato delle sanzioni con la scusa dei diritti umani, e la scelta sconsiderata di perdere la Russia.
Putin è un personaggio complesso, ma non è il diavolo. Ha il merito di avere mantenuto la Russia nella storia, in un momento in cui era tutt'altro che scontato. Il giovane ignoto che si insediò sullo scranno degli Zar quando Yeltsin barcollò via con un ultimo brindisi, non verrà giudicato dalla storia per i pettegolezzi su come abbia passato il compleanno e sul costo dell'orologio che porta al polso, temi oggi prediletti da riviste un tempo autorevoli come Foreign Policy. Il verdetto è già scritto. E' nelle immagini che lo mostrano assieme al ministro della Difesa Shoigu nelle stanze dei bottoni del suo esercito, da cui la campagna siriana viene coordinata.
Sono passati solo due decenni, ma sembrano anni luce dalle gaffe di Yeltsin, e dalla disfatta cecena di Grachev. Se Obama non gradisce, non è per i diritti umani dei russi.
Washington ha approfittato della penosa transizione russa per arraffare quanto più spazio geopolitico ha potuto, in Europa, in Medio Oriente, nel Pacifico. E adesso che al Cremlino non siede più un ubriacone cardiopatico, e l'esercito non è più il soldatino di latta di Grachev, l'America, di colpo, ha deposto le lusinghe. E ha perso il sorriso. E minaccia di trascinarci, tutti, in uno scontro frontale con la Russia. Per i suoi interessi, e contro i nostri. Che sono quelli di un'Europa che non si fermi di colpo alla frontiera bielorussa.
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