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9 ottobre 2017

La censura avanza: YouTube tappa la bocca ad Antonio Rinaldi. E' gravissimo!

di Marcello Foa.

Qualcuno nei giorni scorsi ha accolto con incredulità la notizia del disegno di legge voluto dal piccolo Grande Fratello Paolo Gentiloni per imporre la sorveglianza di massa sul web – da oggi lo Stato italiano monitorerà per 6 anni tutta la vostra attività sul web, incluse le chat! – e la censura, impedendo ai singoli utenti di accedere a siti scomodi (leggi qui e qui). Il pretesto è quello della violazione del copyright, che in internet significa poter censurare praticamente qualunque sito. Basterà che appaia una foto scaricata dai motori di ricerca e non autorizzata per venire “bannati”.
Lo ripeto da settimane: il disegno, a livello internazionale, è di mettere a tacere le voci davvero libere e, soprattutto, quelle che promuovono idee contrarie al mainstream. Ad esempio quelle di chi si oppone all’euro.
L’opera di normalizzazione avanza rapidamente. In Francia nei giorni scorsi hanno chiuso il blog di un economista del calibro di Jacques Sapir, colpevole di essere troppo eretico, di smontare da tempo i falsi miti della moneta unica e di non essere allineato all’establishment, men che meno al piccolo Napoleone Emmanuel Macron.
Ora vengo a scoprire che You Tube ha chiuso il canale video di Scenarieconomici.it , il sito di Antonio Rinaldi, un altro esponente del fronte no euro. La colpa? Misteriosa. Nella notifica ricevuta da Rinaldi si parla di “ripetute e gravi violazioni delle regole della community” ma non si precisa quali. Come un vero Grande Fratello, YouTube decide di censurare un canale, vestendo al contempo i panni dell’inquisitore e del giudice. Già perché a vagliare il ricorso presentato da Rinaldi è stata la stessa YouTube, respingendolo ovviamente.
Io non posso che esprimere la mia totale, indignata solidarietà ad Antonio Rinaldi, rilevando con rabbia il silenzio dei giornalisti, che non hanno scritto nulla sul disegno di legge Gentiloni e nemmeno sulla censura a Rinaldi. In un caso e nell’altro, siamo stati Claudio Messora (qui l’intervista di Byoblu a Rinaldi) ed io a urlare la nostra indignazione. In perfetta solitudine mediatica.
I miei due post contro il gravissimo disegno di legge del finto buonista Gentiloni sono stati letti in poche ore da oltre 100 mila persone. Numeri impressionanti per un blog. Incoraggianti. Ma quel che sta avvenendo è gravissimo. Chi sarà il prossimo a venire censurato?
La battaglia di Antonio Rinaldi, di Alberto Bagnai, di Claudio Messora, di Enrica Perrucchietti, di Pino Cabras,  degli anticonformisti de Gli Occhi della Guerra,  mia e di altri pensatori liberidi qualunque orientamento politico, continuerà; cambiando piattaforme e canali all’occorrenza.
Ma mai come ora abbiamo bisogno di voi. Unite le vostre voci al nostro dissenso!  Dimostrate che siamo tanti, tantissimi e che non vi lascerete intimidire!
Difendete, come noi e con noi, la libertà e la democrazia!
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26 settembre 2016

La guerra, Giovanna Botteri e i collegamenti mancanti


di Pino Cabras.
da Megachip.



Tg3 del 25 settembre, l'ennesimo servizio di Giovanna Botteri. Alla giornalista del Tg3 viene riservato un ruolo bizzarro: essere di fatto non la corrispondente da New York, ma dal Resto del Mondo, comunque via New York. 

Quel che accade nel pianeta appare o scompare nelle sue cronache secondo il suo arbitrio (o secondo l'arbitrio di chi le passa le carte nella sua sede). 

Fare o non fare certi collegamenti fra i diversi fatti conferisce alla giornalista un potere enorme: i fatti esistono anche senza di lei, ma la conoscenza dei fatti e i loro collegamenti reciproci esistono solo se lei li racconta. E lei non li racconta. Riferisce solo un punto di vista, quello della CIA, l’organizzazione più attenta alla qualità del giornalismo occidentale.

Ieri parlava di Aleppo. In questi giorni c’è un’offensiva del governo siriano per liberare la seconda città della Siria dalla morsa delle formazioni jihadiste alleate delle potenze NATO, che per lunghi anni l’hanno parzialmente occupata e per il resto assediata. I tanti morti di questa battaglia sono solo gli ultimi di una vicenda pluriennale, su cui Botteri ha taciuto. La corrispondente non entra nemmeno nei labirinti della vicenda. Per lei, come per tutti gli sponsor delle formazioni jihadiste, i russi hanno “rotto la tregua” e stanno compiendo niente meno che un “genocidio”. 

Non sto a ricordare che la tregua l’ha rotta l’attacco aereo statunitense di Deir ez-Zor (che ha massacrato la guarnigione siriana che resisteva all'ISIS e si è accompagnato a una puntualissima offensiva della stessa ISIS, e su cui Botteri non ha detto né ai né bai). Né sto a ricordare quanto si abusi della parola genocidio per patrocinare la propaganda di una parte in guerra e ‘hitlerizzare’ il nemico (un trucco criminale che funziona sempre).

Attiro invece l’attenzione sul collegamento che Giovanna Botteri – colpevolmente – non fa né oserà mai fare. Mentre le grandi potenze occidentali stigmatizzano le perdite di vittime civili in Siria e le attribuiscono ad Assad e a Putin, in questi giorni quelle stesse potenze battono ogni record nel fornire armi di ogni tipo all’Arabia Saudita, cioè il principale finanziatore e fornitore di ISIS e simili. È quella stessa Arabia Saudita che sta anche bombardando selvaggiamente la popolazione civile dello Yemen, proprio in queste ore, come fa da due anni in qua. Da quando il premio Nobel della pace Barack Obama è alla Casa Bianca, gli USA hanno dato all’Arabia Saudita la bellezza di 115 miliardi in armamenti, cui si aggiungono le forniture di bombe sardo-tedesche che partono dall’aeroporto a 10 km da casa mia.
 Decine di migliaia di morti e milioni di senzatetto non scandalizzano le potenze che aiutano i massacratori. E perciò non scandalizzano Giovanna Botteri, che non ne parla, impedendo a milioni di persone di avere una visione completa del quadro. 

Fino a prova contraria, lo stipendio a Giovanna Botteri lo paghiamo noi, non la CIA. E allora, perché ci propone soltanto il punto di vista della CIA?
Mi dicono che faccio domande ingenue. Ma preferirei che le sue veline venissero lette direttamente da un funzionario della CIA. Disintermediare per risparmiare.


5 dicembre 2015

Gli sponsor dell'ISIS oscurano la TV Al Manar

di Pino Cabras.
da Megachip.



Ora tocca alla TV libanese Al Manar, subire un durissimo colpo che viene da chi protegge l'ISIS-Daesh. L'emittente di Hezbollah, il movimento di resistenza sciita che negli ultimi mesi ha inflitto numerose sconfitte sul campo ai miliziani di Daesh e di Al-Nusra, è stata oscurata dalla piattaforma satellitare della Lega Araba, Arabsat, che ha sede in Arabia Saudita e trasmette canali di venti paesi arabi. L'interruzione è avvenuta senza preavviso e senza spiegazioni, violando clamorosamente i contratti. Gli sponsor dell'ISIS giocano ormai a carte scoperte e non rispettano più nessuna regola, né contrattuale, né legale-costituzionale, né militare: non vogliono fra i piedi un giornalismo che li ostacoli. Si assiste a una vera accelerazione negli ultimi mesi (specie in Turchia, ma non solo): censure, interventi squadristici contro le redazioni, carcere per i direttori dei giornali, canali TV fatti chiudere a forza, centinaia di cronisti licenziati. Qualche giornalista muore in circostanze controverse, e sempre dopo minacce di morte.
Quasi nessuno in Occidente conosce la vicenda della giovane Serena Shim, dell'iraniana Press TV, morta un anno fa in uno strano incidente dopo essere stata accusata dai servizi di sicurezza turchi di essere una spia e minacciata di morte, a seguito di un suo servizio che denunciava la collusione del governo turco con l'ISIS. In particolare, aveva osato svelare il caso degli autocarri carichi di combattenti dell'ISIS che oltrepassano il confine tra Turchia e Siria, spesso con le insegne di organizzazioni non governative o dell'ONU.

In Occidente l'unico caso che sta iniziando a bucare l'indifferenza riguarda due giornalisti, Can Dündar, direttore del quotidiano di Istanbul Cumhuriyet, e il capo-redattore del suo ufficio di Ankara, Erdem Gül, entrambi in prigione dal 26 novembre. Anche per loro l'accusa è spionaggio e terrorismo. Avevano semplicemente pubblicato le prove che dimostravano che i servizi segreti turchi consegnano tante armi ai gruppi islamisti in Siria. Eppure, a parte qualche appello, la massa che diceva "Je suis Charlie Hebdo" ora non dice nulla. Così come difficilmente dirà qualcosa sul caso di Al Manar.

Perché dunque questa accelerazione? Il fatto è che l'intervento militare russo in Siria ha messo a nudo tutte le ipocrisie occidentali e mediorientali sulla questione ISIS: i suoi tanti sponsor non possono più nascondersi, e perciò reagiscono cercando di silenziare le testate che non controllano.

È in questo quadro che ora le petro-monarchie vogliono chiudere la bocca ad Al Manar. Ci aveva provato già Israele, nel 2006: durante l'invasione del Libano l'aviazione israeliana colpì ripetutamente con missili la sede della TV a Beirut. L'attacco del 16 luglio distrusse l'edificio di Al Manar, ma l'interruzione durò appena dieci secondi: la redazione si era preparata a trasmettere in emergenza da località sconosciute e gli israeliani non potevano far nulla per controllare la piattaforma satellitare ArabSat. Solo che ora ci pensano direttamente i piranhas di Riad.

Ai dirigenti sauditi non stavano piacendo i continui reportage di Al Manar dallo Yemen, il paese che da mesi subisce l'aggressione di Arabia Saudita, Qatar e altri paesi loro clienti e alleati: i continui bombardamenti hanno già causato migliaia di morti civili, centinaia di migliaia di sfollati, e dieci milioni di persone senza più acqua potabile (metà della popolazione yemenita). Si tratta di una catastrofe originata da veri e propri crimini di guerra, alimentati da un'enorme quantità di bombe che proviene anche dall'Italia. La redazione di Al Manar non solo mette in prima serata questa guerra orrenda, ma è capofila di una federazione di decine di canali mediorientali (anche dello Yemen) che stanno formando sul campo centinaia di videoreporter in grado di confezionare eccellenti servizi, spesso girati con un semplice telefonino.
Tuttavia, la quasi totalità dei cittadini occidentali non sa nulla di queste guerre né di questo giornalismo. I padroni della comunicazione europei, per esempio, nel 2012 cacciarono dalla piattaforma Eutelsat i canali satellitari iraniani, senza che i giornalisti e i politici europei trovassero nulla da obiettare. La Francia aveva proibito Al Manar già nel 2004, assimilando la redazione a un gruppo terroristico e accusandola di antisemitismo. Altri paesi europei seguirono.
Già prima ad Al Manar era stato precluso il sistema statunitense Intelsat.

Rimaneva Arabsat, attraverso cui Al Manar ha raggiunto ogni giorno un pubblico pan-arabo di decine di milioni di telespettatori, ponendosi come la più combattiva comunicazione anti-ISIS esistente. In un mondo normale sarebbero i primi alleati di chi volesse davvero estirpare Daesh. Invece l'Europa li ha censurati da tempo, mentre ora - improvvisamente - li censura il sistema di alleanze che copre l'ISIS.

Chi ha a cuore la libertà di parola deve capire ora la gravità di questo fatto, che ricade anche sull'Occidente. Negli ultimi dieci anni si erano formati nuovi equilibri nell'informazione globale. Vari paesi hanno proposto con forza una propria visione autonoma in contrasto al flusso informativo dominato dalle potenze anglosassoni. Le emittenti emergenti (la libanese Al Manar, l'iraniana Press TV, la russa RT, la venezuelana Telesur, ecc.) hanno partecipato con un punto di vista certo "di parte". Ma per l'appunto grazie a questa parzialità, mostrano al mondo interessi "altri", e conquistano un nuovo pubblico, ormai stufo dell'informazione prodotta dalla fabbrica dei media nostrana, al netto degli ingenui che pensano che la CNN e altri giganti mediatici siano "neutrali".

Se queste voci "altre" non useranno un sistema autonomo di trasmissione, cioè se non trasmetteranno con propri satelliti, rimarranno sempre vulnerabili rispetto a chi combatte la guerra da un'altra parte della barricata e può decidere di spegnerli da un momento all'altro. Questo discorso vale anche per i canali russi, che sono già entrati nel mirino della NATO e dei suoi maggiordomi. Si parla ormai apertamente di misure per bloccare l'informazione proveniente da un mondo considerato nemico. Qui, nell'Occidente che presume ancora di essere il luogo del "libero" confronto delle idee.
Un imperdibile "manuale" sull'argomento lo ha scritto Roberto Quaglia, converrà padroneggiarlo.

Siamo appena agli inizi di una dittatura che usa la lotta all'ISIS per giustificare restrizioni alla libertà e censure, ma che poi usa queste restrizioni e censure a danno di chi combatte davvero l'ISIS. Sembra un paradosso, ma è il ritratto del doppiogiochismo che sta affossando le democrazie.
Basterebbe poco, con un certo clima di allarme bellico, per "erdoganizzare" e "saudizzare" anche il sistema europeo, che ormai è sempre più istituzionalmente pronto a questa pericolosa mutazione.

Dobbiamo capire da subito che il punto di vista altrui è la garanzia del punto di vista nostro. Difendere Al Manar ed esigere che la TV non sia oscurata è una questione che ci riguarda da vicino.


14 febbraio 2015

Nessun mondo multipolare se i media sono unipolari

di Roberto Quaglia.
da Megachip.


TEHERAN - Il grande interrogativo della geopolitica globale di oggi è se il mondo andrà verso un mondo unipolare a tempo indeterminato dominato dagli Stati Uniti (ciò che con orgoglio – o con arroganza − gli americani chiamano Full Spectrum Dominance, "dominio sull'intero spettro") o se invece si muoverà verso un mondo multipolare in cui coesistono diversi centri di potere.

Dal punto di vista economico il mondo è già multipolare, essendo la quota statunitense del prodotto mondiale lordo di appena circa il 18 per cento (dati 2013) e in costante diminuzione. Allora come mai gli USA sono ancora così dominanti a livello globale? La ragione non è il suo gigantesco budget militare, dal momento che non si può realisticamente bombardare tutto il mondo.

Il primo strumento magico che gli Stati Uniti usano per dominare il mondo è il loro dollaro. La parola "magico" è qui licenza non poetica: il dollaro è effettivamente una creatura magica, in quanto la Federal Reserve può crearlo in quantità illimitate dentro i computer, e tuttavia il mondo lo considera come qualcosa di prezioso, pensando comunque ai petrodollari. Il che rende un compito facile per gli Stati Uniti finanziare con miliardi di dollari le “rivoluzioni colorate” e altre sovversioni in tutto il globo, praticamente a costo zero. Questo è un problema grave che ogni mondo che cerca la multipolarità dovrebbe affrontare.
L'altra super-arma degli Stati Uniti è il loro dominio folle dei mezzi d’informazione, qualcosa di molto vicino all’egemonia assoluta, la cui dimensione è fuori dall'immaginazione della maggior parte degli analisti.
Hollywood è la più straordinaria macchina della propaganda mai vista in questo mondo. Hollywood trasmette in miliardi di cervelli di tutto il mondo i canoni hollywoodiani per la comprensione della realtà, che includono − ma non solo − il modo di pensare, di comportarsi, di vestirsi, cosa mangiare e bere, fino a come esprimere il dissenso. Sì, Hollywood è perfino in grado di istruirci su come esattamente esprimere il nostro dissenso verso lo stile di vita americano. Solo per citare un esempio (ma ce ne sono molti), i dissidenti occidentali spesso citano il film “Matrix” [1999] per riferirsi a un’invisibile rete di controllo sulle nostre vite, ma anche Matrix fa parte della stessa matrice, se posso metterla in chiave umoristica. Ecco la confezione hollywoodiana del processo di comprensione che viviamo in un mondo ingannevole: utilizzando allegorie, simboli e metafore prodotti negli Stati Uniti, facciamo comunque pienamente parte del loro sistema e quindi contribuiamo a rendere questo reale.


Gli Stati Uniti hanno anche il controllo dell’informazione mainstream a livello mondiale, essendo la CIA infiltrata nella maggior parte dei più importanti network. Il giornalista tedesco Udo Ulfkotte, che ha lavorato per la Frankfurter Allgemeine Zeitung, uno dei principali quotidiani tedeschi, nel suo libro bestseller Gekaufte Journalisten [“Giornalisti venduti”] ha recentemente confessato di essere stato pagato per anni dalla CIA per manipolare le notizie, e che questo è del tutto normale nei media tedeschi. Possiamo tranquillamente ritenere che ciò sia molto comune anche in altri paesi. Questo controllo globale sui mezzi d’informazione permette agli Stati Uniti di dominare la guerra della percezione in tale misura da rendergli possibile trasformare facilmente il bianco in nero agli occhi del pubblico. È incredibile come i media europei sotto il controllo americano abbiano potuto distorcere i fatti durante le recenti crisi in Ucraina: la giunta filonazista di Kiev, salita al potere con un colpo di Stato, è stata capace di bombardare e uccidere i propri cittadini per mesi, mentre i media occidentali la raffigurano sempre come la parte buona e Putin è descritto come il nuovo Hitler senza nessun motivo realmente fondato.

Per capire fino a che punto il dominio delle informazioni è di per sé sufficiente a plasmare una realtà effettiva, ricordiamo questa citazione del 2004 attribuita a Karl Rove, all'epoca consulente senior di George W. Bush: 
«Noi siamo un impero e quando agiamo creiamo la nostra realtà; così, mentre voi studiate quella realtà – con tutto l’equilibrio di cui siete capaci – noi agiamo di nuovo, creando altre nuove realtà che voi potete anche studiare, ed è così che le cose si gestiscono: noi siamo i protagonisti della storia... e a voi, a tutti voi, sarà solamente consentito di studiare ciò che noi facciamo.»
E se tutto questo non bastasse, la maggior parte delle informazioni che circolano oggi nel mondo è elaborata da computer con sistemi operativi americani (Microsoft e Apple), mentre le persone − compresi coloro che si oppongono agli Stati Uniti − comunicano fra loro attraverso Facebook, Gmail e altri canali controllati dalla CIA.
È proprio questo pressoché totale monopolio dell’informazione che fa la vera differenza. Così, anche se l’importanza economica americana ha subìto un netto declino negli ultimi decenni, la sua influenza sul piano dell’informazione è paradossalmente cresciuta. 
Perciò i paesi che oggi guardano a un vero e proprio mondo multipolare dovrebbero rivedere le loro priorità e iniziare a competere seriamente sul campo dell’informazione, piuttosto che concentrarsi solo su questioni economiche.

Oggi il potere è solo una questione di percezione, e gli Stati Uniti sono ancora gli impareggiabili maestri di questo gioco. Non avremo nessun mondo veramente multipolare fino a quando altri giocatori con competenze analoghe non entreranno in gioco.

Ci sono già alcuni casi di servizi di news non allineati con gli Stati Uniti di qualità eccellente e con l'ambizione di un’audience globale, fra i quali i più notevoli sono Russia Today e l’iraniana Press TV, ma questo è ancora poco o niente in confronto al costante tsunami di informazioni audiovisive filoamericane che dilaga in tutto il mondo 24 ore su 24. Russia Today sta progettando di allestire anche canali in francese e tedesco: questo è un passo in avanti, ma ancora lontano dall'essere sufficiente.
Gli USA non sono davvero preoccupati dai paesi che li sorpassano nei propri interessi, però cominciano a innervosirsi se questi paesi utilizzano valute diverse dal dollaro per i loro commerci e letteralmente impazziscono quando sullo scacchiere dell’informazione appaiono importanti network non allineati
Il che suona abbastanza strano, dato che la libertà di stampa è un punto centrale della moderna mitologia americana, ma ogni fonte di informazione non allineata con gli Stati Uniti mette appunto in pericolo il loro monopolio della realtà. Questo è il motivo per cui hanno bisogno di demonizzare i concorrenti e di etichettarli come antiamericani o peggio. 
Tuttavia, spesso i giornalisti o gli editori non allineati sono semplicemente una realtà non americana, non necessariamente antiamericana; ma agli occhi degli egemonisti americani tutte le informazioni non-americane sono per definizione antiamericane, dal momento che la compattezza del loro impero si fonda soprattutto sul loro monopolio della realtà percepita. Ricordate la citazione di Karl Rove.

Così, i paesi non allineati con gli USA che veramente aspirano a un mondo multipolare non hanno altra scelta se non quella di imparare dal loro avversario e agire di conseguenza. Al di là della creazione di un proprio news network all’avanguardia, essi dovrebbero anche cominciare a fornire un sostegno concreto all’informazione indipendente nei paesi in cui le notizie sono attualmente controllate dagli Stati Uniti. Giornalisti indipendenti, scrittori e ricercatori dei paesi occidentali oggi stanno facendo il loro lavoro solo per passione civile, spesso non pagati e al costo di pubbliche derisioni, emarginazione sociale e sacrifici economici. Diffamati nelle loro patrie e senza nessun aiuto da parte dei paesi che presumibilmente mirano a sottrarsi al giogo statunitense: questo non è un buon inizio per la fine della Full Spectrum Dominance degli Stati Uniti.
Non c’è e non ci sarà mai un mondo realmente multipolare senza una gamma veramente multipolare di punti di vista sulla scena. Un impero postmoderno è più che altro una condizione mentale: se questa condizione rimarrà unipolare, il mondo resterà tale.



Traduzione per Megachip a cura di Emilio Marco Piano.

30 luglio 2014

Piccola storia di un blitz palestinese

di Pino Cabras.
da Megachip.

Vi mostriamo una scena drammatica, il video dell'incursione delle Brigate Ezzedin al-Qassam nella base militare israeliana di Nahal Oz, dove gli uomini del braccio armato di Hamas hanno ucciso dieci soldati.


La sequenza - una sortita-lampo che scorre in meno di quattro minuti - è stata pubblicata in inglese su Facebook, accompagnata da frasi bellicose e irridenti, le stesse che corredano da sempre la crudele epifania di ogni battaglia vinta da un gruppo di umani in armi con l'annientamento di un gruppo di nemici altrettanto umani.
Si vedono gli atletici combattenti palestinesi uscire da un tunnel scavato fin oltre il confine di Gaza, a pochi passi da una piccola guarnigione con la stella di David, una delle tante che punteggiano l'orribile Muro israeliano. In pochi minuti il manipolo – grazie a un effetto sorpresa da manuale – riesce a sopraffare i giovani militari dell'IDF. Si vedono le azioni, si sentono gli spari, la lotta corpo a corpo con gli israeliani in svantaggio. L'arma alla quale viene dato il compito più importante non è tuttavia un mitra o una pistola: è la videocamera del telefonino, tenuta con mano salda per tutta la scena. Sarà quell'arma ad essere poi usata per spargere un senso di possibile ribellione fra gli umiliati di Gaza. Nell'ambito di una Storia più grande e più tragica, che i vincitori raccontano a modo loro, viene inserito il sottotesto di una piccola storia, anch'essa scritta da vincitori. Provvisori, come tutti.
Non manca il trofeo: i mitra nuovi di zecca sottratti al potente nemico occupante. Sono inquadrati anche i numeri di matricola. Tutto è documentato dai miliziani palestinesi. Quel tunnel che li riporta a casa (se una gliene sarà rimasta), costruito sicuramente con grande dispendio di energie per quella unica sortita, sarà certamente distrutto dalle bombe dell'esercito israeliano, che lo localizzeranno anche grazie al video. I rapporti di forza materiali non saranno rovesciati da questa azione.
Ma la scena deve far riflettere tutti coloro che hanno la condanna facile per la resistenza armata palestinese, e che non riescono a vedere nemmeno le stragi decise da Netanyahu. Nessuna soluzione militare potrà superare quella resistenza.

Fonte: https://www.facebook.com/photo.php?v=1508400706044488&set=vb.1395636543987572&ty 



11 dicembre 2013

Festival della Storia 2013

Si svolge al Teatro Electra di Piazza Pichi a Iglesias la rassegna "Festival della Storia 2013 - VII Edizione" (12/13dicembre 2013) ideata dall'Associazione Figli d'Arte Medas e dedicata quest'anno al concetto di identità in chiave storica, antropologica ed economica.



LA PRIMA GIORNATA Il programma della prima giornata al Teatro Electra prevede due conferenze (ore 10:30 per le scuole, ore 17 per il pubblico) sul tema Convenzioni Reali e Virtuali - Dialoghi sul Mondo delle Immagini. Animeranno il dibattito gli interventi di Francesco Bachis, antropologo e borsista di ricerca all'Università di Cagliari, Pino Cabras, condirettore del sito www.megachip.info, Carmelo Masala, medico specialista in neurologia, Donatella Petretto ricercatrice di psicologia clinica nell'ateneo cagliaritano, e Antonio Maria Pusceddu, antropologo che collabora con l'Università di Cagliari.
Coordina i lavori il giornalista Massimiliano Messina.

La giornata si chiude alle 20 sul palco del teatro di Piazza Pichi con lo spettacolo Canne al Vento di Grazia Deledda, prodotto dall'Associazione Figli d'Arte Medas e interpretato da Gianluca Medas con l'accompagnamento musicale della chitarra di Andrea Congia e delle voci del Tenore Grazia Deledda di Nuoro. Pubblicato nel 1913, Canne al Vento narra il destino di tre sorelle, ormai nel pieno dei loro anni, che vedono sfiorire la giovinezza e con essa le loro proprietà. Un impervio e pesante viaggio attraverso la fragilità umana offerto da Grazia Deledda attraverso la storia della famiglia Pintor di Galte.

LA SECONDA GIORNATA
La rassegna si conclude venerdì 13 dicembre. Il programma della seconda giornata prevede due conferenze dal titolo Monete e Identità - Dialoghi sulla Pluralità delle Economie (ore 10:30 per le scuole, ore 17 per il pubblico) e lo spettacolo Il Codice della Vendetta Barbaricina di Antonio Pigliaru (ore 20).

IL FESTIVAL
Ideato e diretto da Gianluca Medas, prodotto e organizzato dall'Associazione Figli d'Arte Medas, il Festival della Storia nasce con la volontà di avvicinare il pubblico alle tematiche storiche e scientifiche, senza banalizzare i contenuti ma veicolando quest'ultimi anche attraverso le attività di spettacolo.

8 giugno 2013

Barack Obush e lo spionaggio totale

di Pino Cabras - da Megachip.
Giornali e siti di tutto il mondo riprendono divertiti la prima pagina dell'Huffington Post, che cavalca lo scandalo sullo spionaggio di massa e spara un titolo cubitale: GEORGE W. OBAMA. Più sotto al titolone dell HuffPost, ecco un'illustrazione: un morphing fra la faccia di Bush e quella di Barack. Mi suona tutto così familiare, avendo io scritto nel 2011, assieme a Giulietto Chiesa, un libro intitolato "Barack Obush".

L'edizione russa, intitolata «Global'naja Matrica» (ossia "La Matrix globale", titolo quanto mai attuale), ha in copertina proprio il morphing fra i due ultimi presidenti USA. Come spesso accade, i grandi media arrivano sulle cose con un ritardo di anni.

Nel frattempo, gli scettici a targhe alterne ci avevano inondato di richieste: le prove, le prove di quel che dite!
Se raccontavamo in rete quel che ora è ovunque, orde di troll non volevano concederci un centimetro, ci inondavano di provocazioni, frasi irritanti, insulti, squadrismo elettronico, "character assassination", diversioni fuori tema o semplicemente senza senso, con l'obiettivo di intralciare la comunicazione, denigrarci.
Per loro eravamo i «complottisti» (il neologismo-truffa del nuovo secolo). Non capivano (o non volevano capire) che non inseguivamo complotti, ma descrivevamo un modo di funzionare del potere: sempre più opaco, menzognero, segreto, sempre più lontano dalle divisioni tradizionali dei poteri, e sempre più condizionato da strutture incentrate sull'uso massiccio e spregiudicato delle telecomunicazioni.
Nel libro abbiamo descritto così questo fenomeno:
«Sullo sfondo del Patriot Act, la legge liberticida votata da Bush e ri-votata senza tentennamenti da Obama, si è dunque formata un'enorme rete parallela, che agisce in nome della sicurezza. Strutture non trasparenti, semi-private ma coperte da strati di legittimazione (e ingenti fondi) pubblici, sono diventate via via più importanti, costose e letteralmente "incontrollabili".
L'11 settembre 2001, questa entità esisteva già nel corpo degli apparati USA. Fu quel giorno che decise di diventare una metastasi. Obama non ha nemmeno provato a cambiarla.
Chissà in che modo l'attuale inquilino della Casa Bianca interpreta la frase che pronunciò Benjamin Franklin agli albori della storia degli Stati Uniti: "Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza"».
La risposta al nostro interrogativo è arrivata adesso: il presidente democratico dichiara che in nome della «sicurezza» tutto quel sistema è legittimo.

Obama rivendica un sistema che legge le e-mail di tutti in tutto il mondo, sa cosa spendiamo e dove, classifica i nostri gusti individuali, carpisce tutti i segreti industriali, sa a chi telefoniamo, quali amici abbiamo, e molto, moltissimo altro ancora, nella vita di tutti i cittadini, tutte le organizzazioni, tutti gli apparati.

Nessun potere totalitario nella storia ha mai avuto accesso a una simile completezza di profili individuali né ha mai potuto agire altrettanto a fondo dentro gli uffici, fino ad avervi degli occhi per vedere tutto, quando voleva: con le webcam attivate segretamente, con la lettura diretta dei nostri documenti e delle nostre schermate.

Di fronte a una simile dichiarazione di guerra alle Costituzioni e alle sovranità di tutto il mondo ci si aspetterebbe qualche reazione, almeno per non guadagnarsi la lucidissima invettiva di Franklin: non meritare «né la libertà né la sicurezza». 
Al momento c'è solo qualche debole reazione degli eurocrati, come quella del commissario agli affari interni Cecilia Malmstroem: «Siamo naturalmente preoccupati per le possibili conseguenze sulla privacy dei cittadini europei, ma è presto per trarre delle conclusioni», ha affermato la Malmstroem. Questo sì che è 'sopire e troncare'. E ha promesso: «Contatteremo la nostra controparte americana per avere ulteriori informazioni». Se questo scambio transatlantico sarà tempestivo come nel caso dei dati interbancari, staremo freschi.

Manco a dirlo, sinora, politici italiani non pervenuti.
Figuriamoci se Enrico Bilderberg Letta dirà qualcosa. E neanche Gianroberto Casaleggio, se è per questo, lui che prevede in futuro una guerra mondiale in cui le dittature orientali "orwelliane" saranno sconfitte dall'occidente di Google. Sì, Google, ossia una delle entità più orwellianamente compromesse con il sistema, come appare nello scandalo di questi giorni. Qualche aggiustamento di prospettiva servirà anche dalle parti dell'opposizione.
In ogni caso l'Imperatore è nudo, e quindi i silenzi, le politiche sbagliate e le distrazioni saranno messi a dura prova. La retorica obamiana è a pezzi. Nemmeno l'Italia potrà fare finta di nulla.

Obama ha realizzato delle discontinuità nella narrazione del potere rispetto al predecessore, e a molti ingenui questo potrà ancora bastare. Ma Obama è in realtà un continuatore dello Stato profondo, che i presidenti non osano cambiare. 
Quel grumo oscuro, impersonale e potente, viene semplicemente assecondato nelle sue evoluzioni (anche quando le evoluzioni agiscono come crescite tumorali negli equilibri dei poteri). Oggi il presidente va al servizio dello Stato profondo - apparati, comitati d'affari, complesso militare industriale, reti di spionaggio - dando sempre più volume agli apparati "securitari".
Il capitolo finale di Barack Obush è dedicato proprio alla descrizione delle cause di questa continuità, che resistono anche alla diversa stoffa degli interpreti sulla scena del potere, perfino quando a un buono a nulla capace di tutto come George W. Bush succede un presidente cool che si becca il Nobel per la Pace "a prescindere".
Preso dai discorsi su Google, ho digitato "Barack Obush", e fra le prime voci in lista trovo una recensione negativa che mi era sfuggita, apparsa nel 2011 su Giornalettismo e opera di un tizio, tale John B., che non si era nemmeno preso la briga di leggere il libro, incorrendo così nell'incidente più squallido che possa capitare a un recensore.

No, non parlo dei suoi misteriosi cenni a «nostalgici sognatori di quella rivoluzione delle masse operaie che non si è mai concretizzata», che devono essere una scopiazzatura di un freschissimo discorso di Mario Scelba, e tralascio anche altri passaggi che dimostrano che il recensore ha "letto" il libro con la tecnica di lettura veloce di Woody Allen, quando questi diceva di aver divorato Guerra e Pace in sette minuti ("Parlava di certi russi").
Il centro dello squallore è la lezioncina che John B. ci impartisce: «Nessun uomo al mondo può andare alla presidenza degli Stati Uniti e cambiare in pochi anni la rotta inerziale di una simile massa. Si possono fare aggiusti di traiettoria, si possono fare piccoli spostamenti per bilanciare meglio e diversamente i pesi, niente più.» Se avesse letto il libro, era esattamente quel che spiegavamo. Ma per John B. la lettura di ciò che si recensisce è un optional. In tedesco i parolai a vuoto come lui li definiscono Sprachpedanten.

Comunque il recensor precox di Giornalettismo non è l'unico Sprachpedant a piede libero. Potremo scommettere che legioni di giureconsulti improvvisati proveranno a giustificare l'ingiustificabile, e ci vorranno insegnare che tutta la libertà che perdiamo è per il nostro bene, nell'era di Barack Obush.
Potremo provare a resistere alle loro menzogne discutendone in una mailing list, o in una teleconferenza, salutando nel mentre i robot delle agenzie di spionaggio americane in ascolto come un tempo si salutava il maresciallo delle rudimentali stazioni di ascolto analogiche.


7 giugno 2013

Spionaggio totale USA su Google, FB, Yahoo, ecc.


Adatt. da IRIB.

Lo scandalo Verizon si allarga rapidamente, fino a diventare una valanga in grado di minacciare l'amministrazione di Barack Obama.
Lo scandalo va oltre il pur clamoroso scoop del quotidiano britannico The Guardian. Al centro, sempre l’agenzia per la sicurezza nazionale  NSA (National Security Agency) e l'FBI, le quali  hanno l’accesso e il controllo diretto dei server di nove società internet Usa, le più importanti: Le massime centrali dello spionaggio USA possono ottenere a piacimento video, audio e foto che permettano di tracciare passo per passo e nome per nome i movimenti delle persone e i loro contatti. La rivelazione è del Washington Post, che mostra il programma Prism, un sistema che dal 2007 costituirebbe una delle fonti primarie della NSA. Le società coinvolte sono Microsoft, Yahoo!, Google, Facebook, PalTalk, Aol, Skype, Youtube e Apple. La risposta alla domanda chiave contenuta nell’articolo del Guardian, che ha rivelato milioni di telefonate  tracciate indiscriminatamente dalla National Security Agency, se cioè Verizon non fosse l'unico fornitore di servizi di telecomunicazioni ad essere stato oggetto di obblighi di sorveglianza totale, è dunque arrivata subito. Tutte le società web che dominano il mercato mondiale sono interamente controllate.
Il Washington Post ha deciso, sull’onda dello scoop del Guardian, di scoprire anche il suo scoop:  la prova dell’esistenza di un altro programma segreto, nome in codice Prism, che ricalca «quello controverso voluto dal presidente George W. Bush a seguito degli attentati dell’11 settembre». Il primo partner del programma, già a maggio 2007, fu Microsoft.
Per consentire l’accesso ai loro server da parte delle autorità governative e per acquisire l'immunità nei confronti di eventuali azioni legali, le grandi corporation coinvolte ricevono disposizioni dal Procuratore Generale (equiparabile per certi versi al nostro Ministro della giustizia) e dal direttore nazionale dell'intelligence.
L’editorialista del New York Times Peter Baker si pronuncia con durezza in merito alla vicenda scoperchiata dal Guardian, e il comitato editoriale del quotidiano newyorchese la definisce un «abuso di potere che richiede vere spiegazioni», e aggiunge che «l'amministrazione Obama ha perso ogni credibilità». Il giornale, che normalmente si esprime in favore delle politiche dell'attuale amministrazione, in questo caso l’attacca perché il governo USA avrebbe risposto «con le stesse banalità che ha usato ogni volta che il presidente Obama è stato sorpreso a eccedere nell'uso dei suoi poteri».




Spionaggio di massa in USA: la traduzione completa


L’articolo del Guardian sullo spionaggio di massa a carico di milioni di americani. Siamo dentro un salto di paradigma nella società bersagliata dai pianificatori dell’11/9.

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La NSA raccoglie le registrazioni telefoniche di milioni di persone al giorno, rivela un’ordinanza giudiziaria.

Esclusiva: Un ordinanza giudiziaria top secret che obbliga la Verizon a consegnare tutti i dati sulle telefonate dimostra la dimensione raggiunta dal sistema di sorveglianza interna sotto l’amministrazione Obama.


di Glenn Greenwald.

La National Security Agency sta attualmente raccogliendo le registrazioni telefoniche di milioni di clienti statunitensi di Verizon, uno dei maggiori fornitori di telecomunicazioni americani, come risulta da un ordinanza giudiziaria top secret emessa ad aprile.
L’ordinanza, una copia della quale è stata ottenuta dal Guardian, dispone che Verizon fornisca alla NSA su una “base continuativa e giornaliera” le informazioni su tutte lechiamate telefoniche nei propri sistemi, sia all’interno degli USA, sia tra Stati Uniti e altri paesi.
Il documento mostra per la prima volta che sotto l’amministrazione Obama le registrazioni delle comunicazioni di milioni di cittadini americani vengono raccolte indiscriminatamente e in massa: ossia a prescindere dal fatto che essi siano sospettati o meno di alcun misfatto.
La struttura segreta della Foreign Intelligence Surveillance Court (che opera in base alla legge FISA, Foreign Intelligence Surveillance Act, che regola la sorveglianza sullo spionaggio straniero, NdT) ha fornito l’ordinanza all’FBI il 25 aprile, dotando il governo di un’autorizzazione illimitata volta a ottenere i dati per uno specifico periodo di tre mesi fino al 19 luglio.
Secondo i termini dell’ordinanza quadro, vanno consegnati i numeri di entrambe le parti di una telefonata, così come i dati di localizzazione, la durata della chiamata, gli identificatori unici, e il tempo e la durata di tutte le chiamate. I contenuti in sé della conversazione non sono inclusi.
È probabile che questa divulgazione riaccenda lunghe discussioni negli USA in merito alla corretta estensione dei poteri di spionaggio interno in capo alle autorità di governo.
Sotto l’amministrazione Bush, i funzionari delle agenzie di sicurezza avevano rivelato ai giornalisti la raccolta su larga scala dei dati sulle telefonate da parte della NSA, ma questa è la prima volta che dei documenti importanti e coperti da clausole di massima riservatezza abbiano rivelato la continuazione della pratica su vasta scala durante il mandato del presidente Obama.
La natura illimitata delle registrazioni consegnate alla NSA è estremamente insolita. Le ordinanze giudiziarie emanate in base alla legge FISA di solito disciplinano la produzione di documenti relativi a un nome specifico e mirato che sia sospettato di essere un agente di un gruppo terroristico o di uno stato estero, o di una lista circoscritta di obiettivi elencati nome per nome.

The Guardian ha contattato la National Security Agency, la Casa Bianca e il Dipartimento di Giustizia per chiedere un commento prima della pubblicazione, mercoledì. Tutti si sono rifiutati di rispondere. Alle agenzie è stata offerta anche la possibilità di sollevare specifiche questioni di sicurezza per quanto riguarda la pubblicazione del provvedimento giudiziario.
L’ordinanza giudiziaria vieta espressamente a Verizon di divulgare al pubblico sia l’esistenza della richiesta dell’FBI in merito alle registrazioni dei propri clienti, sia della stessa ordinanza.
«Non abbiamo commenti da fare», ha dichiarato Ed McFadden, un portavoce della Verizon che opera a Washington.
L’ordinanza, firmata dal giudice Roger Vinson, costringe Verizon a produrre per la NSA copie elettroniche di «tutte le registrazioni dei dettagli delle chiamate o “metadati telefonici”creati da Verizon per le comunicazioni tra gli Stati Uniti e l’estero» o «interamente all’interno degli Stati Uniti, incluse le telefonate locali».
L’ordinanza impone a Verizon di «continuare la produzione delle copie quotidianamente d’ora in poi, nel corso della durata di questa ordinanza». Si precisa che le registrazioni da produrre comprendono «informazioni di identificazione della sessione», come ad esempio «il numero del chiamante e del destinatario», la durata di ogni telefonata, numeri di carta telefonica, identificazione della linea, numero IMSI (International Mobile Subscriber Identity, ossia “identità internazionale di utente di telefonia mobile”, NdT), nonché «esaustive informazioni sull’instradamento e la commutazione della comunicazione».
Queste informazioni sono classificate come “metadati”, o informazioni transazionali, anziché comunicazioni, e quindi non necessitano di singoli mandati per accedere a esse. Il documento specifica inoltre che tali “metadati” non si limitano agli elementi sopra menzionati. Una sentenza giudiziale del 2005 ha stabilito che i dati sull’ubicazione della cella - il più vicino ripetitore cui un telefono fosse collegato – costituivano ugualmente dati transazionali, e quindi rientrerebbero virtualmente nell’ambito di applicazione del provvedimento.
Mentre l’ordinanza stessa non include né i contenuti dei messaggi né le informazioni personali dell’utente di un particolare numero di cellulare, la loro collezione permetterebbe alla NSA di costruire facilmente un quadro completo di chi è stato contattato da un qualsiasi individuo, come e quando, e perfino da dove, in modo retrospettivo.
Non si sa se Verizon sia l’unico fornitore di telefonia cellulare ad essere stato oggetto di una simile ordinanza, anche se degli articoli precedenti facevano ritenere che la NSA abbia raccolto registrazioni di dati da cellulari da tutte le principali reti di telefonia mobile. Risulta inoltre poco chiaro dal documento trapelato se l’ordinanza di tre mesi sia stata una tantum, o se fosse invece l’ultima di una serie di ordinanze analoghe.
Questa ordinanza giudiziaria sembra ora spiegare i numerosi e criptici avvertimenti pubblici pronunciati da due senatori USA, Ron Wyden e Mark Udall, circa la portata delle attività di sorveglianza dell’amministrazione Obama.
Per circa due anni, i due democratici hanno spesso rumorosamente avvisato l’opinione pubblica sul fatto che il governo degli Stati Uniti si affida a «interpretazioni giuridiche segrete» per arrogarsi poteri di sorveglianza così ampi che il pubblico americano rimarrebbe “stordito” se sapesse quale tipo di spionaggio interno si stia conducendo.
Poiché tali attività sono secretate, ai due senatori, entrambi membri della commissione del Senato sui servizi segreti, è stato impedito di specificare quali fossero i programmi di sorveglianza nazionali che trovavano così allarmanti. Ma le informazioni che essi sono stati in grado di rivelare nei loro avvertimenti pubblici ricalcano perfettamente sia la specifica legge citata dall’ordinanza giudiziaria del 25 aprile, sia la vasta portata della raccolta dati da essa autorizzata.
Julian Sanchez, un esperto di sorveglianza presso il Cato Institute, ha spiegato:
«Abbiamo sicuramente visto il governo estendere sempre di più i limiti della ‘rilevanza’ che giustifichi la raccolta di un gran numero di dati tutti insieme - tutti posizionati a uno o due gradi di separazione da un obiettivo - ma passare indiscriminatamente l’aspirapolvere su tutti i metadati sarebbe uno straordinario ripudio di ogni pretesa di sospetto vincolato o individualizzato».
L’ordinanza di aprile richiesta da FBI e NSA fa esattamente questo.
La norma cui esplicitamente fa riferimento l’ordinanza è la clausola dei cosiddetti “business records” del Patriot Act, 50 USC sezione 1861. Questa è la norma che Wyden e Udall hanno ripetutamente citato quando mettevano in guardia l’opinione pubblica rispetto a quella che ritenevano fosse l’interpretazione estrema della legge adottata dall’amministrazione Obama al fine di gestire un’eccessiva sorveglianza interna.
In una lettera da loro inviata l’anno scorso al procuratore generale Eric Holder, rimarcavano che «vi è ora un notevole divario tra ciò che la maggior parte degli americani pensa che la legge consenta e ciò che il governo segretamente pretende che la legge consenta.»
«Noi crediamo», aggiungevano, «che la maggior parte degli americani rimarrebbe stordita nell’apprendere i dettagli sul modo in cui queste interpretazioni giudiziarie segrete hanno dato lettura» delle norme sui “business records” del Patriot Act.
I difensori della privacy hanno da tempo avvertito che il consentire al governo di raccogliere e conservare senza limiti i “metadati” è una forma altamente invasiva della sorveglianza delle attività di comunicazione dei cittadini. Tali registrazioni consentono al governo di conoscere l’identità di ogni persona con la quale un individuo comunichi elettronicamente, per quanto tempo parli con essa, e la loro rispettiva posizione geografica al momento della comunicazione.
Tali metadati sono proprio ciò che il governo degli Stati Uniti ha cercato a lungo di ottenere per scoprire la rete di associazioni di un individuo e i suoi modelli di comunicazione. La richiesta di una raccolta di massa di tutte le registrazioni telefoniche nazionali della Verizon indica che l’agenzia sta dando continuità a una qualche variante del programma di raccolta dati iniziato dall’amministrazione Bush all’indomani degli attentati dell’11/9.
La NSA, in quanto facente parte di un programma segretamente autorizzato dal presidente Bush il 4 ottobre 2001, ha attivato un piano di raccolta di massa di registrazioni dei dati in ambito nazionale per la telefonia, internet e la posta elettronica. Un enorme scalpore esplose nel 2006, quando il quotidiano USA Today riferì che la NSA stava «segretamente raccogliendo i dati sulle telefonate di decine di milioni di americani, utilizzando i dati forniti da AT & T, Verizon e BellSouth» e stava «utilizzando i dati per analizzare gli schemi delle telefonate nel tentativo di rilevare delle attività terroristiche». Fino ad ora, non vi era stata alcuna indicazione sul fatto che l’amministrazione Obama stesse applicando un programma simile.
Questi eventi recenti sono un chiaro segnale di quanto profondamente la missione della NSA si sia trasformata da quella di agenzia dedicata esclusivamente alla raccolta di dati di intelligence esteri, a quella di una che si concentra sempre di più sulle comunicazioni nazionali. Un addetto trentenne della NSA, William Binney, si è dimesso dalla agenzia poco tempo dopo l’11/9 per protestare contro il concentrarsi dell’agenzia sulle attività in ambito nazionale.
A metà degli anni settanta il Congresso, per la prima volta, studiò le attività di sorveglianza del governo degli Stati Uniti. A quel tempo, il mandato della NSA era di non rivolgere mai il suo apparato di sorveglianza verso l’interno.
A conclusione di tale indagine, Frank Church, il senatore democratico dell’Idaho che aveva presieduto la commissione d’inchiesta, ammonì: 
«Il potenziale della NSA in qualsiasi momento potrebbe essere riconvertito verso il popolo americano, e a nessun americano rimarrebbe alcuna privacy, tanta e tale è la capacità di monitorare tutto: conversazioni telefoniche, telegrammi, qualsiasi cosa».


Ulteriori elementi del reportage a cura di Ewen MacAskill e Spencer Ackerman.


Traduzione a cura di Pino Cabras.
Link su Megachip: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=77243&typeb=0&Loid=315&Spionaggio-di-massa-in-USA-traduzione-completa.