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2 settembre 2016
11/9 - QUINDICESIMO ANNIVERSARIO
Il prossimo 11 settembre
coinciderà con il 15-esimo anniversario del più grande attentato terroristico
della storia. Si sono spesi ettolitri d’inchiostro per argomentare sul tema:
chi lo ha fatto? Quali erano gli obiettivi politici che i suoi organizzatori
perseguivano?
È una disputa che non si può riproporre qui. Chi scrive ha sostenuto da
sempre che i diciannove presunti “dirottatori”, guidati da Osama bin Laden, non
avrebbero potuto, in ogni caso, realizzare un tale piano. Ci sono prove in
abbondanza che nell’operazione intervennero forze potenti che avevano legami
con diversi servizi segreti, a cominciare da settori della CIA e dell’FBI, per arrivare fino all’ISI pakistano, ai servizi segreti sauditi e a quelli, sicuramente coinvolti, del Mossad israeliano.
Il lavoro della “9/11 Commission” (cioè la “versione
ufficiale”) non regge di fronte a una sterminata quantità di contestazioni,
mosse da ricercatori e giornalisti indipendenti di tutto il mondo. Chi volesse
sincerarsene può consultare il sito Consensus911.org,
dove molte di queste contestazioni e incongruenze sono state esaminate in questi
anni da un gruppo di specialisti di cui anch’io faccio parte. Quella
Commissione — come adesso sappiamo ufficialmente dopo le rivelazioni dell’ex
senatore democratico Bill Graham
(che fu presidente della Commissione del Congresso che per prima indago
sull’11/9) e di numerosi senatori e deputati americani — rifiutò di esaminare
documenti e prove di quelle oscure manovre che precedettero l’attentato. Le 28
pagine del primo rapporto, recentemente desecretate, rivelano e documentano
inequivocabilmente, che il governo saudita aiutò e finanziò i “capri espiatori”
a installarsi negli Stati Uniti. E questo fatto, da solo (senza tenere conto
che FBI e CIA erano — e tutto ciò è stato provato— al corrente della
preparazione dell’attentato), dimostra che la 9/11 Commission fornì una versione
falsa dell’intera vicenda, per coprire i veri responsabili.
A questa
falsificazione — già provata — se ne possono aggiungere decine. Quanto basta
per concludere che ci furono interessi potenti, all’interno dell’élite
americana e dei circoli dirigenti occidentali, per coprire i veri protagonisti
dell’attentato. Basti pensare che il presidente
onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, Ferdinando Imposimato, ha dichiarato, e scritto, in diverse
interviste, che esistono ormai indizi più che sufficienti per incriminare, di concorso in strage, di fronte a un corte internazionale,
l’Amministrazione americana di George W.
Bush e Dick Cheney. Sfortunatamente
una tale corte esiste, ma non è abilitata a processare l’Amministrazione
americana.
Il fatto è che — altro indizio importante — tutto il mainstream mediatico occidentale
ha coperto in tutti questi 15 anni una versione ufficiale totalmente falsa,
fino al ridicolo, impedendo l’emergere della verità. Gli ideatori e
organizzatori dell’attentato, i loro amici e sodali, avevano ed hanno il
controllo quasi totale della comunicazione mondiale, e dunque hanno potuto
giovarsi della completa ignoranza dei
fatti in cui centinaia di milioni di persone sono state confinate.
Il problema è
dunque, al tempo stesso politico e comunicativo. Ed è questione
cruciale risolverlo prima che sia troppo tardi. Gli organizzatori dell’11/9
sono ancora non solo a “piede libero”, ma sono tuttora in grado di creare danni,
irreparabili, alla pace mondiale. Si deve ricordare che essi sono dei
vincitori: la potenza della loro azione ha modificato drammaticamente la storia
del pianeta. Dopo l’11/9 ha preso inizio una serie di guerre sanguinose (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria) e di mutamenti del sistema delle regole
internazionali: tutti motivati con la necessità di combattere il “nuovo
nemico” dell’Occidente, l’Islam fondamentalista.
La guerra al terrorismo internazionale,
che prese inizio fin da quella data, è in corso da quindici anni. Ma,
paradossalmente, non solo non sembra produrre risultati tangibili, ma sta estendendo il caos e il disordine in
tutte le direzioni. A prima vista la
situazione attuale sembra dimostrare che l’Impero americano — il più potente e
armato di tutto il mondo, coadiuvato dalle armate dell’Occidente inquadrate
nella NATO — non sia in grado di fermare il nuovo nemico, artificialmente
evocato mediante “il più grande spettacolo del mondo”, cui assistettero in
diretta televisiva, live, circa 3
miliardi di persone.
Non credo che questa impressione di sconfitta sia giusta. Piuttosto gli
sviluppi cui stiamo assistendo sembrano delineare una situazione di caos globale, che corrisponde agl’interessi
degli stessi inventori della “guerra al terrorismo internazionale”. Si tratta
di un “caos organizzato”, il cui
scopo principale è quello di nascondere
ai popoli dell’Occidente, ormai terrorizzati, che l’origine della crisi
mondiale è tutta interna all’Occidente. Essa deriva direttamente dal fatto
che il sistema bancario mondiale, creato dalla globalizzazione e che, a sua
volta, ha sorretto la globalizzazione, non è più in condizione di resistere a lungo
senza esplodere in una crisi mondiale di proporzioni cento volte superiori a
quelle che portarono alla crisi del 1929.
Il “terrorismo islamico”, che si sta trasformando, giorno dopo giorno, in
una “guerra irregolare” diffusa (secondo
la definizione datane da Vladimir Putin)
equivale a una grande “distrazione di
massa”, per disorientare l’opinione pubblica mondiale, ma consente anche
agli Stati Uniti di sfruttare terroristi e gruppi radicali estremisti per i
propri scopi di parte. Lo prova a dismisura la teoria — inventata per
l’occasione proprio dalle fonti ufficiali occidentali per mascherare il proprio sostegno al terrorismo nel corso
della guerra contro la Siria — dei “terroristi
moderati”, contrapposti ai “terroristi cattivi”. Teoria che si è spinta
fino a far considerare come potenziali alleati, nel tentato abbattimento del
regime di Bashar al-Assad, dei raggruppamenti affiliati ad Al-Qa’ida. Guarda caso,
proprio la stessa Al Qa’ida cui 15 anni fa venne attribuita la paternità del
grande attentato contro il World Trade Center e il Pentagono.
Dopo la crisi del 2008, innescata dal crollo di Lehman Brothers, nessuna
ricetta dei centri del potere finanziario globale è stata in grado di rimettere
in moto la macchina finanziaria mondiale. Il denaro è stato moltiplicato in
forme vertiginose, attraverso il quantitative
easing praticato da tutte le banche centrali dell’Occidente. Ma la macchina globale non riesce a
ripartire. Al contrario, tutte le previsioni (che vengono tenute accuratamente nascoste
al grande pubblico degl’investitori) dicono che, da qui al 2020-2025, la crescita del PIL globale si avvicinerà
al punto zero, segnando la fine delle illusioni di crescita economica che
sono state sparse a piene mani, contro l’evidenza dei fatti, negli ultimi dieci
anni.
Il problema richiede una soluzione politica rapida, essendo quella
economico-finanziaria al momento impossibile. L’esplosione sistemica avverrà in un periodo di tempo indeterminato,
relativamente procrastinabile, ma non superiore al decennio. Questo spiega la
fretta (e anche i segnali di panico) con cui l’Occidente sta cercando di
mescolare le carte e di destabilizzare il mondo cancellando tutto il sistema di
regole che aveva resistito durante la guerra fredda.
Si ripete così lo scenario che precedette l’11 Settembre del 2001. Qualche
anno prima, nel 1998, il gruppo di neo-con
guidato da Paul Wolfowitz, aveva
predisposto il “Progetto per il Nuovo Secolo Americano” (PNAC, Project for the New American Century). Il titolo era già
indicativo della follia dei suoi creatori: proporsi di imporre un altro secolo
dominato dall’America, in un pianeta che si avviava a contare oltre 7 miliardi
di esseri umani, nel quale esistono ormai giganti come la Cina e l’India, era
equivalente a una dichiarazione di
guerra contro il resto del mondo. Gli autori neo-con erano perfettamente consapevoli della violenza che un tale
progetto avrebbe richiesto per essere realizzato. Sapevano — e lo scrissero —
che la Cina, al 2017, sarebbe
divenuta un concorrente oggettivo e non controllabile con il quale fare i
conti. Rovesciando le parti, la definirono una “minaccia per la sicurezza
nazionale degli Stati Uniti”. E si prepararono a rafforzare un differenziale militare strategico che
sarebbe dovuto essere incolmabile, per sempre, per ogni Stato o gruppo di Stati
che avesse tentato anche soltanto di avvicinarsi alla potenza dell’Impero.
Essi, già allora, erano consapevoli della fragilità dell’immenso inganno finanziario su cui si reggeva
il dollaro. E, infatti, i primi
segni di recessione apparvero proprio nel 2001. Nello stesso tempo si trattava
di imporre un cambio psicologico nella
popolazione americana (e in
quella di tutto l’Occidente, Europa inclusa) che, ignara di tutto e
all’inseguimento della carota consumistica, mantenuta dal mainstream a poca distanza dal suo naso, non era disposta a farsi
trascinare in nessuna avventura. Bisognava dunque creare qualche cosa di
straordinario, di tremendo; qualcosa di “simile a una Nuova Pearl Harbor”, affinché le masse percepissero un pericolo
smisurato e incombente, potenzialmente distruttore della loro sicurezza e del
loro benessere.
Un tale pericolo esterno non esisteva alla fine del secolo XX. La Russia — così pensavano, e questo fu il
loro errore più grande — era già stata tolta
dal gioco, conquistata, colonizzata culturalmente e politicamente. Non
c’era più il “nemico rosso” che aveva angosciato l’élite americana nel corso
della guerra fredda. Dunque la Russia non poteva essere inclusa nel novero dei
concorrenti. Il Muro di Berlino era caduto. Come scrisse sarcasticamente Gore Vidal, «quando i russi ci hanno
colpiti alle spalle abbandonando il loro impero nel 1991, siamo rimasti con
molte idee errate su di noi e, quel ch’è peggio, sul resto del mondo»[1] .
Il pericolo bisognava
dunque crearlo artificialmente. E così fecero. Potrà sembrare strano, ma lo
dissero e lo scrissero apertamente. Basti ricordare cosa pensava, nel 1997, Zbignew Brzezinski: «Bisogna
considerare che l’America sta diventando sempre di più una società
multiculturale e, in quanto tale, può essere più difficile creare il consenso
su questioni di politica estera, tranne
che in presenza di una minaccia nemica enorme, direttamente percepita a livello
di massa».[2]
La previsione di una Cina al di fuori del loro controllo era giusta. Ma
occorreva subito un “nuovo nemico”. L’Islam venne cucinato per le mense di
tutto il mondo come “quel” nemico. George W. Bush e il suo ministro della
Difesa, Donald Rumsfeld gridarono ai
microfoni e alle telecamere del mainstream
che «stava cominciando una guerra che sarebbe durata un’intera generazione»
(Rumsfeld disse “cinquant’anni”).
I primi quindici di questi “cinquant’anni” li abbiamo già visti e vissuti. È
evidente anche ai ciechi che la situazione mondiale sta degenerando. Ma l’Occidente si rifiuta di prendere atto del
mutamento dei rapporti di forza planetari.
Soprattutto insopportabile, per i circoli dirigenti americani, è la
constatazione che la Russia è riapparsa
sulla scena come protagonista. Nella previsione dei neo-con sbagliata era l’idea che la Russia fosse stata messa
definitivamente fuori gioco. E questo errore
di calcolo rendeva problematico tutto il resto del loro piano. Pensavano
che, tolta di mezzo la Russia, ci sarebbe stato abbastanza tempo per
reinventarsi la Cina come nuovo impero del Male, al posto della Russia. Ma si
rivelò sbagliata anche la previsione che, una volta inventata la “nuova Pearl
Harbor”, i sette miliardi di abitanti della Terra si sarebbero messi in fila
per comprare tutto il comprabile nei supermercati predisposti per loro. Sbagliata anche l’idea che sarebbe bastato
creare denaro dal nulla per sistemare ogni cosa.
La sommatoria di questi errori e di questi successi consentì all’Impero di
reggere — tra una nuova guerra e l’altra — per sei anni. Il settimo fu il 2008,
e ci vollero dieci trilioni di dollari, inventati in tutta fretta dalla Federal
Reserve di Alan Greenspan, per
salvare dalla bancarotta tutte le banche dell’Occidente. E — come abbiamo già
ricordato — gli ultimi otto anni sono
stati il regno del caos.
Ecco perché l’Impero si trova di nuovo nella necessità di compattare il proprio sistema di alleanze, esattamente
come fece attraverso l’attentato terroristico dell’11/9. Nel 2008 lo stratagemma fu la destabilizzazione dei “piccoli nemici”.
Affidato a Barack Obama, che lo realizzò
mediante una moltiplicazione di rivoluzioni
colorate e, soprattutto con l’uso delle “primavere arabe” per fare piazza pulita di regimi ormai scomodi, o
inutili, nel Medio Oriente. E si deve riconoscere che questa operazione
strategica ha funzionato, ma solo nel senso di incrementare la
destabilizzazione globale.
Ma la presenza della Russia, tornata ad essere potenza mondiale, ha
costretto i neo-con a cambiare strategia, e a tornare sul
luogo del delitto. Di nuovo la fretta ha
fatto capolino.
La crisi incombe e, a est, ci sono ora due
“nemici”, Russia e Cina. Non solo il grande, ma unico, “Paese del Centro”.
Solo così si spiega il colpo di Stato in
Ucraina, l’abbattimento di Janukovic con le squadre naziste e
ultranazionaliste russofobe da lungo tempo preparate e istruite con l’aiuto
della Polonia e delle Repubbliche baltiche.
La trappola, ben
preparata, doveva costringere la Russia a un intervento diretto a sostegno dei
russi di Ucraina, sottoposti a una vera e propria pulizia etnica di nuovo tipo.
Vladimir Putin non è cascato nella
trappola e i russi di Ucraina — non tutti ma una parte decisiva — hanno trovato
la forza di difendersi. La Crimea ha
scelto di “tornare in patria”.
Ma il risultato è stato in gran parte raggiunto dall’Impero. L’Europa si è
schierata a fianco agli Stati Uniti, sono scattate le sanzioni, l’ondata russofobica ha investito tutto
l’Occidente e lo ha compattato attorno a Washington. La Russia e Putin sono il
vero “nemico da battere”.
Come? Hillary Clinton dovrà
risolvere il problema.
Lo scontro
diretto è in preparazione. Ma non tutti a Washington sono così suicidi da pensare
di attuarlo. Si preparano alla guerra, ma pensano che anche la Russia di Putin potranno metterla in ginocchio, come fecero con
l’URSS di Mikhail Gorbaciov. È una scommessa che potrebbero perdere. E l’Europa è in pieno subbuglio. Potrebbe rompersi prima l’Europa.
E anche l’Impero è diviso al suo interno. Donald Trump difficilmente vincerà le elezioni, ma è un segnale che
la fiducia dello stesso popolo americano
nelle sue élites è ormai logorata. Si può applicare all’America il detto
latino: “omne regnum in se ipse divisum
desolabitur” (ogni regno, quando è diviso al suo interno, finisce per
crollare).
NOTE
[1] Gore Vidal, Le menzogne dell’Impero e altre tristi verità. Perché la «junta» petroliera Cheney-Bush vuole la guerra con l'Iraq e altri saggi, Fazi, 2002, Pag. 17.
[2] Il corsivo è dell’autore di queste righe.
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7 luglio 2016
Tony Blair a George W. Bush: 'Io sarò con te, in qualsiasi caso'
Sta tutto qui: 12 volumi, 2,6 milioni di
parole (quasi quattro volte e mezzo Guerra
e Pace), sette anni di lavoro, comprese le analisi di 150.000 documenti del
governo britannico.
Presieduta da Sir John Chilcot, un ex assiduo frequentatore della Whitehall, e
ufficialmente conosciuta come “the Iraq Inquiry” (“l’Inchiesta sull’Iraq”, ndt) questa indagine
proustiana presumibilmente esplora ogni anfratto della fase di
preparazione da parte del Regno Unito in vista dell’invasione e dell'occupazione
dell'Iraq, così come le sue conseguenze.
Andiamo al sodo. Questo non è affatto un
insabbiamento da parte dell’establishment britannico; è in realtà un documento molto
più forte di quanto molti analisti si aspettassero.
Le anticipazioni trapelate avevano lasciato
intendere che la colpa sarebbe stata ripartita fra pochissime figure
dell’apparato politico-militare e dell’intelligence del Regno Unito, e davvero si
dà il caso.
Le domande chiave sono note a tutti.
- Tony Blair ha mentito circa la necessità di andare in
guerra?
- La guerra era legale?
- La guerra ha reso -
come Blair a gran voce prometteva - la Gran Bretagna "più
sicura"?
- Che cosa ha promesso
Blair a George W. Bush?
- Ha mentito su quelle inesistenti armi di distruzione di massa?
- L’intelligence dell’MI6 è stata compromessa?
- I militari britannici non sono stati
capaci di resistere alle pressioni
di Blair?
Ci vorranno giorni per districarsi attraverso
l'intero rapporto. Ma basandoci sulla stessa dichiarazione iniziale di Chilcot, alcune conclusioni sono assolutamente drastiche.
Non
c'era "alcun bisogno" di
andare in guerra nel marzo 2003. Tutte le decisioni sono
state prese "sulla base di
informazioni e valutazioni viziate".
Il governo britannico non discusse le molte
possibili opzioni militari né le loro implicazioni.
Il governo britannico – in quale miraggio
da Alice nel paese delle meraviglie viveva? – credeva che l’amministrazione
post-invasione sarebbe stata guidata dall’ONU, mica controllata dai neocon del regime Cheney.
E poi c’è questa affermazione sbalorditiva:
Tony Blair "sopravvalutò la propria
capacità" di influenzare le decisioni USA in Iraq.
E ancora, l'ormai famoso memorandum Blair all’indirizzo
di Bush nel luglio del 2002, trascritto dalla relazione, ha reso tutto chiaro: "Io sarò con te, in qualsiasi caso".
Blair era un semplice gregario, non un pilota.
Il rapporto affresca ciò che può essere qualificato
solo come la scuola di intelligence dei
Tre Marmittoni. Particolarmente responsabili della débâcle sono Sir John
Scarlett, presidente del Joint Intelligence Committee,
che si basava essenzialmente sull’MI6; e poi il capo dell’MI6 sir Richard Dearlove. Non solo il loro
materiale di intelligence era difettoso; noi, da giornalisti indipendenti, sapevamo già dall’estate del 2002 (ho
passato un mese girando tutto l'Iraq nella primavera del 2002) che ovunque le armi
di distruzione di massa da trovare proprio non c'erano. Gli ispettori dell'ONU non telecomandati
dagli USA lo sapevano anche loro.
Così Blair non solo acquisì relazioni
d’intelligence dell’MI6 del tutto false, ma le espose al Parlamento britannico
con assoluta "certezza". Il
rapporto biasima l'intero apparato d’intelligence britannico per non aver cercato
di contenere Blair.
E c'è di peggio. Secondo il rapporto, il
governo britannico "rimproverava la
Francia per l’'impasse' all’ONU e dichiarava
che il governo del Regno Unito stava agendo per conto della comunità
internazionale al fine di 'sostenere l'autorità del Consiglio di Sicurezza'. In
assenza di una maggioranza a sostegno di un'azione militare, riteniamo che il
Regno Unito stesse in realtà minando l'autorità del Consiglio di Sicurezza
".
Non aspettatevi che una trama come questa sia
presentata nella prossima puntata della serie di James Bond.
Impegno per uccidere
un milione di persone
Niente di tutto questo è nuovo. Tutti noi -
che per tutto il 2002 e all'inizio del 2003 stavamo seguendo la rincorsa verso
l’inevitabile guerra in Iraq - sapevamo che Blair era il barboncino
della relazione speciale strategica,
necessario per conferire una patina di legittimità ai neocon del regime Cheney. Per quanto riguarda Blair, il rapporto
Chilcot rende ora chiaro che non gliene poteva fregare di meno del suo governo,
del Parlamento britannico né tantomeno del diritto internazionale. Il suo unico impegno di fedeltà ("Io sarò con te, in qualsiasi caso")
era quello nei confronti di George W.
Bush.
Il risultato, come pure sappiamo, va al di
là dello spaventoso. The Lancet, nel
2006, pubblicò la propria ricerca campione estesa - basata sui medici che
effettuavano indagini casa per casa in Iraq – che calcolava la strabiliante
cifra di 655.000 iracheni morti a causa della guerra.
Ancora più lancinante fu l’opera di un’organizzazione
basata in USA, Physicians
for Social Responsibility, (“medici per la responsabilità
sociale”, ndt), che nel 2105 giunse a
una cifra di 1 milione (5 per cento
della popolazione totale), che non includeva le morti tra i 3 milioni di
profughi.
Chilcot è stato attento a essere ponderato,
nell’affermare che "non siamo un
tribunale", a riprova del fatto che non disponeva di avvocati per
elaborare e redigere la relazione. Ma per quanto il rapporto non dichiari illegale
quella guerra, va poi a spingere a tavoletta, e apre alcune autostrade percorribili
da enormi problemi legali sulla via di
Tony Blair.
Ormai è più che evidente che il golpe interno laburista contro Jeremy
Corbyn è direttamente legato alla relazione Chilcot.
Corbyn - un attivista anti-guerra con un curriculum ineccepibile - disse l'anno
scorso che Blair avrebbe potuto affrontare un processo a L'Aia, qualora il
rapporto Chilcot lo avesse scoperto colpevole di aver lanciato una guerra
illegale. In veste di leader laburista, con piena immunità parlamentare, Corbyn sarebbe in grado di superare le
difese di Tony Blair, senza prestare il fianco all'intervento dell'esercito di
avvocati di cui dispone Blair.
Il golpe interno del Labour- orchestrato dai blairiani - avrebbe
dovuto raggiungere il culmine subito dopo il Brexit. Ecco come Blair avrebbe
scaraventato Corbyn sotto il bus. Rimosso dalla leadership, Corbyn sarebbe riuscito
a perseguire Blair soltanto nella veste di un qualsiasi peone del parlamento britannico. Così non avrebbe avuto abbastanza
forza.
Comunque ormai il momento propizio per fermare Corbyn è già trascorso. E
soprattutto, nei suoi dignitosi commenti in Parlamento sul rapporto, Corbyn ha
suggerito che la Camera dei Comuni dovrebbe agire contro Blair per averla traviata
nella rincorsa verso la guerra. Questo significa che Blair potrebbe essere
messo in stato d’accusa.
Tutte le
cose che Blair dirà a seguito del rapporto – ossia che la scissione fra
sunniti e sciiti in Iraq, uno dei fattori chiave dell’interminabile
carneficina, c’era già lì prima dell'invasione (falso, come ho visto con i miei
occhi nel 2002); che Iran e Al-Qa’ida hanno creato insicurezza in Iraq dopo
l'invasione (falso sull'Iran, mentre al-Qa’ida è stato effettivamente portato
in Iraq dal regime Cheney) – ebbene, queste cose saranno tutte, tutte quante, delle
bugie.
Allo stato attuale, Tony Blair
probabilmente eviterà un biglietto di
sola andata per l'Aia, ove dover subire un processo per i suoi crimini di guerra. Ma innumerevoli
persone in tutto il mondo possono sempre sognare una giustizia ironico-poetica: Blair il guerrafondaio britannico processato in un tribunale UE solo dopo il Brexit, poiché il ruolo
del Regno Unito di occupante da baraccone in Iraq si collega direttamente alla
fuga di una marea di persone che scappano dai jihadisti e configurano una crisi
dei rifugiati in Europa.
Versione italiana: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=126183&typeb=0&tony-blair-a-george-w-bush--io-saro-con-te-in-qualsiasi-caso-.
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.
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9 ottobre 2013
Obama il conservatore (e una cattura libica)
di Pino Cabras - da Megachip.
Non è per voler insistere a chiamarlo
Barack Obush, ma l'attuale inquilino della Casa Bianca, anche in
questi giorni, continua a fare gli stessi lavoretti del suo
predecessore: all'estero un clamoroso arresto extralegale in Libia, nonché
un nuovo attacco
militare in Somalia; mentre sul suolo americano si barcamena
restando prigioniero sia di un sistema finanziario che non vuole
cambiare (nemmeno quando si fermano
molti ingranaggi della spesa pubblica), sia di un sistema di
spionaggio elettronico che non smantellerà mai.
I media hanno dato poco risalto, in
questi giorni, alla "rendition" che si è consumata a Tripoli,
quando una squadra speciale delle forze armate USA ha catturato
Abu Anas al-Libi. Si tratta di un vecchio arnese
jihadista, una carriera passata a entrare e uscire dalle porte
girevoli di al-Qa'ida, a volte come alleato, a volte come apparente
nemico dell'Occidente, così come tutti gli ambigui ufficiali della
galassia terrorista. La storia di questo arresto extralegale ha una
coda. Pare che ben duecento marines siano stati spostati dalla Spagna a Sigonella, in Sicilia, a un tiro di drone dalla Libia,
pronti a intervenire contro brutte sorprese. I libici non l'hanno
infatti presa bene: persino in uno Stato fallito come la Libia del
dopo-Gheddafi pensano che non sia dignitoso dire sempre di sì a una
potenza straniera che cattura i propri cittadini calpestando norme
sovrane. In più, nel micidiale miscuglio di poteri armati che si
impasta dentro la polveriera libica, la componente dei tagliagole
qa'idisti è ben presente, instabile e difficilissima da maneggiare:
ha mangiato e mangia tuttora allo stesso tavolo degli altri poteri,
non si fa certo dare lo sfratto.
La presidenza USA si spinge entro un
percorso obbligato, Obama o non Obama. Non c'è spazio per
interpretazioni improvvisate del ruolo. E ad essere fino in fondo
onesti, la continuità di Obama non è solo con Bush, bensì con i
comportamenti medi di tanti suoi predecessori.
La differenza che si coglie oggi
rispetto al passato è che i vincoli sono molti più di prima, e non
tutti vengono dalla funzione del presidente in sé. Washington spia
tutti e spende in armi più degli altri messi insieme, ma è la
capitale di un impero acciaccato. Il dollaro non è più
quello di una volta, il mondo non ha un solo polo.
L'America di Obama si tiene stretta la
divisa del gendarme planetario, che indossa ormai perfino come
pigiama: e perciò ogni giorno lancia un drone in Pakistan, un missile in
Somalia, un altro drone in Yemen, così come manda agenti pagatori,
provocatori e addestratori sul campo in tanti altri scenari, Siria
inclusa. Ma qualcosa non gira. Obama era a un passo dall'attaccare
Damasco, ma ha dovuto retrocedere. E ora non ha molti bad boys
da esibire. Il jolly Bin Laden se l'è già sputtanato, rimaneva
qualche mezza calzetta come Al-Libi (che addirittura stava cercando
qualche impiego parastatale, altro che Califatto mondiale). Perfino
in Somalia il gendarme non si avventura nei brutti quartieri degli
al-Shabaab.
Le azioni imperiali di questi giorni
sembrano limitate manutenzioni. Sono piccoli blitz fatti per far
ricordare che la superpotenza c'è ancora. Il democrat Obama non ha
mai messo in discussione l'ideologia neocon del "manifest
destiny" dell'America. Il potere USA fa il suo mestiere perché
quello sa fare, ma sa che sta consumando in un vortice sempre più
drammatico le risorse future, sia nella finanza che nell'ambiente.
Wall Street è ancora il palo della
cuccagna finanziaria del pianeta, ma il prezzo per Washington è la
paralisi a un passo dal default.
L'industria energetica americana,
grazie a nuove tecnologie, ha di nuovo posto gli Stati Uniti in testa
alla produzione mondiale di gas e petrolio, con cui vuole assestare
alcuni colpi da KO agli altri grandi produttori di idrocarburi, ma il
prezzo - in questo caso - è una devastazione ambientale che avrà
effetto entro pochi anni. I pozzi di shale gas infatti durano poco,
Hanno la stessa logica irresponsabile dei derivati finanziari:
ottenere apparenti sicurezze subito, per rinviare al futuro gli
immancabili ed enormi problemi sottostanti.
Obama non solleva lo sguardo, intanto che ci
impone un presente dalla marcata impronta conservatrice.
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14 giugno 2013
Datagate, ovvero Barack O’Bush
di Giulietto Chiesa.
Disse Bertolt Brecht che, quando il fascismo fosse giunto in America, avrebbe assunto le fattezze della democrazia.
Profezia poetica che si sta avverando sotto i nostri occhi. Il paese che continua ad esserci ossessivamente rappresentato come la più progredita forma di democrazia, è quello stesso in cui i suoi un tempo cittadini (ora sudditi abitanti di Matrix) sono sorvegliati ad ogni istante dal Grande fratello Nsa che tutto sa e tutto può leggere e vedere.
Anche a noi tocca essere, qualche volta, profeti. Pino Cabras ed io, sul nostro libro “Barack Obush”, nella sua edizione in lingua russa, mettemmo in copertina un photoshop di Obama e Bush che mostrava la loro contiguità e continuità. Nei giorni scorsi l’Huffington Post, nella sua edizione americana, a due anni di distanza, ci ha copiato il photoshop. Confermando, per altro, il mio giudizio al momento dell’elezione del primo presidente di colore della storia americana: Obama come la più straordinaria operazione di maquillage di un imperatore dai tempi del faraone Tutankamen.
Il programma dei 30.000 droni varato da Barack Obush, per sorvegliare dall’alto tutta l’America (non per uccidere i terroristi), quello della mappatura del cervello umano, sempre promosso dal faraone democratico, dice che si sta andando a tappe forzate verso uno stato americano totalitario sotto tutti i parametri. E ciò avviene mentre Giovanna Botteri, sul Tg3, ogni sera, con occhi sognanti e parole estatiche, ci descrive le meraviglie della democrazia americana.
Obama fu eletto avendo promesso il ritiro dall’Afghanistan, ma ora scopriamo che questo ritiro non ci sarà mai più. In quel deserto dei tartari resterà un distaccamento permanente di almeno 10.000 uomini. L’Irak è un protettorato americano dove la guerra civile va avanti al ritmo di 50 morti per bomba. Si prepara l’offensiva militare della Nato contro la Siria. Obama dichiara di avere acconsentito alla “red line” tracciata da Netanyhau per l’Iran: così, quando decideranno Tel Aviv e Washington, partirà il bombardamento contro Teheran.
E tutto procede secondo i piani, anche la preparazione psicologica alla guerra. Un recente sondaggio, di pochi giorni fa, pubblicato sulla prima pagina del New York Times, promosso dallo stesso New York Times e dalla Cbs News, dice che il 60% degli americani sarebbe d’accordo di attaccare l’Iran se la linea rossa venisse oltrepassata. Ma la linea rossa la decide Israele e, dunque, l’Iran la sorpasserà anche se starà fermo come una statua di marmo. La maggioranza degli americani ha già subito il lavaggio del cervello e, dunque, applaudirà freneticamente.
Si tratta di vedere ora se anche l’Europa applaudirà. E questo dipende anche da noi, anche dagli italiani. Ora, in mezzo alla valanga di critiche e dileggio contro il Movimento 5 Stelle, io voglio distinguermi plaudendo alla dichiarazione fatta in Parlamento dal capogruppo di quel partito. Quando ha detto, chiaro e forte, che l’Italia non dovrà più partecipare e nessuna impresa militare fuori dai suoi confini. E’ una saggia proposta, per l’Italia e per l’Europa.
In mezzo al devoto e ossequioso silenzio di tutte le sinistre, di ogni tinteggiatura, solo il gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle si candida a far risorgere il movimento pacifista italiano, già demolito dal tradimento di tutte le sinistre. Dunque, almeno su questo punto qualificante, io sto con l’unica opposizione, senza se e senza ma. L’alternativa alla guerra è solo la pace. Il resto sono chiacchiere.
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/14/datagate-ovvero-barack-obush-2/626100/.
Pubblicato anche su: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=78113&typeb=0&Loid=315&Datagate-ovvero-Barack-O-Bush.
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USA
8 giugno 2013
Barack Obush e lo spionaggio totale
di Pino Cabras - da Megachip.
Nel frattempo, gli scettici a targhe alterne ci avevano inondato di richieste: le prove, le prove di quel che dite!
Obama rivendica un sistema che legge le e-mail di tutti in tutto il mondo, sa cosa spendiamo e dove, classifica i nostri gusti individuali, carpisce tutti i segreti industriali, sa a chi telefoniamo, quali amici abbiamo, e molto, moltissimo altro ancora, nella vita di tutti i cittadini, tutte le organizzazioni, tutti gli apparati.
Nessun potere totalitario nella storia ha mai avuto accesso a una simile completezza di profili individuali né ha mai potuto agire altrettanto a fondo dentro gli uffici, fino ad avervi degli occhi per vedere tutto, quando voleva: con le webcam attivate segretamente, con la lettura diretta dei nostri documenti e delle nostre schermate.
Di fronte a una simile dichiarazione di guerra alle Costituzioni e alle sovranità di tutto il mondo ci si aspetterebbe qualche reazione, almeno per non guadagnarsi la lucidissima invettiva di Franklin: non meritare «né la libertà né la sicurezza».
Al momento c'è solo qualche debole reazione degli eurocrati, come quella del commissario agli affari interni Cecilia Malmstroem: «Siamo naturalmente preoccupati per le possibili conseguenze sulla privacy dei cittadini europei, ma è presto per trarre delle conclusioni», ha affermato la Malmstroem. Questo sì che è 'sopire e troncare'. E ha promesso: «Contatteremo la nostra controparte americana per avere ulteriori informazioni». Se questo scambio transatlantico sarà tempestivo come nel caso dei dati interbancari, staremo freschi.
Manco a dirlo, sinora, politici italiani non pervenuti.
Obama ha realizzato delle discontinuità nella narrazione del potere rispetto al predecessore, e a molti ingenui questo potrà ancora bastare. Ma Obama è in realtà un continuatore dello Stato profondo, che i presidenti non osano cambiare.
Quel grumo oscuro, impersonale e potente, viene semplicemente assecondato nelle sue evoluzioni (anche quando le evoluzioni agiscono come crescite tumorali negli equilibri dei poteri). Oggi il presidente va al servizio dello Stato profondo - apparati, comitati d'affari, complesso militare industriale, reti di spionaggio - dando sempre più volume agli apparati "securitari".
No, non parlo dei suoi misteriosi cenni a «nostalgici sognatori di quella rivoluzione delle masse operaie che non si è mai concretizzata», che devono essere una scopiazzatura di un freschissimo discorso di Mario Scelba, e tralascio anche altri passaggi che dimostrano che il recensore ha "letto" il libro con la tecnica di lettura veloce di Woody Allen, quando questi diceva di aver divorato Guerra e Pace in sette minuti ("Parlava di certi russi").
Comunque il recensor precox di Giornalettismo non è l'unico Sprachpedant a piede libero. Potremo scommettere che legioni di giureconsulti improvvisati proveranno a giustificare l'ingiustificabile, e ci vorranno insegnare che tutta la libertà che perdiamo è per il nostro bene, nell'era di Barack Obush.
Giornali e siti di tutto il mondo riprendono divertiti la prima pagina dell'Huffington Post, che cavalca lo scandalo sullo spionaggio di massa e spara un titolo cubitale: GEORGE W. OBAMA. Più sotto al titolone dell HuffPost, ecco un'illustrazione: un morphing fra la faccia di Bush e quella
di Barack. Mi suona tutto così familiare, avendo io scritto nel 2011, assieme a
Giulietto Chiesa, un libro intitolato "Barack Obush".
L'edizione russa, intitolata «Global'naja Matrica» (ossia "La Matrix globale", titolo quanto mai attuale), ha in copertina proprio il morphing fra i due ultimi presidenti USA. Come spesso accade, i grandi media arrivano sulle cose con un ritardo di anni.
L'edizione russa, intitolata «Global'naja Matrica» (ossia "La Matrix globale", titolo quanto mai attuale), ha in copertina proprio il morphing fra i due ultimi presidenti USA. Come spesso accade, i grandi media arrivano sulle cose con un ritardo di anni.
Nel frattempo, gli scettici a targhe alterne ci avevano inondato di richieste: le prove, le prove di quel che dite!
Se raccontavamo in rete quel che ora è ovunque, orde di troll non
volevano concederci un centimetro, ci inondavano di provocazioni,
frasi irritanti, insulti, squadrismo elettronico, "character assassination", diversioni fuori tema o semplicemente
senza senso, con l'obiettivo di intralciare la comunicazione, denigrarci.
Per
loro eravamo i «complottisti» (il neologismo-truffa del nuovo secolo). Non
capivano (o non volevano capire) che non inseguivamo complotti, ma descrivevamo
un modo di funzionare del potere: sempre più opaco, menzognero, segreto, sempre
più lontano dalle divisioni tradizionali dei poteri, e sempre più condizionato
da strutture incentrate sull'uso massiccio e
spregiudicato delle telecomunicazioni.
Nel libro abbiamo descritto così questo
fenomeno:
«Sullo sfondo del Patriot Act, la legge liberticida votata da Bush e ri-votata senza tentennamenti da Obama, si è dunque formata un'enorme rete parallela, che agisce in nome della sicurezza. Strutture non trasparenti, semi-private ma coperte da strati di legittimazione (e ingenti fondi) pubblici, sono diventate via via più importanti, costose e letteralmente "incontrollabili".L'11 settembre 2001, questa entità esisteva già nel corpo degli apparati USA. Fu quel giorno che decise di diventare una metastasi. Obama non ha nemmeno provato a cambiarla.Chissà in che modo l'attuale inquilino della Casa Bianca interpreta la frase che pronunciò Benjamin Franklin agli albori della storia degli Stati Uniti: "Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza"».
La risposta al nostro
interrogativo è arrivata adesso: il presidente democratico dichiara che in nome
della «sicurezza» tutto quel sistema è legittimo.
Obama rivendica un sistema che legge le e-mail di tutti in tutto il mondo, sa cosa spendiamo e dove, classifica i nostri gusti individuali, carpisce tutti i segreti industriali, sa a chi telefoniamo, quali amici abbiamo, e molto, moltissimo altro ancora, nella vita di tutti i cittadini, tutte le organizzazioni, tutti gli apparati.
Nessun potere totalitario nella storia ha mai avuto accesso a una simile completezza di profili individuali né ha mai potuto agire altrettanto a fondo dentro gli uffici, fino ad avervi degli occhi per vedere tutto, quando voleva: con le webcam attivate segretamente, con la lettura diretta dei nostri documenti e delle nostre schermate.
Di fronte a una simile dichiarazione di guerra alle Costituzioni e alle sovranità di tutto il mondo ci si aspetterebbe qualche reazione, almeno per non guadagnarsi la lucidissima invettiva di Franklin: non meritare «né la libertà né la sicurezza».
Al momento c'è solo qualche debole reazione degli eurocrati, come quella del commissario agli affari interni Cecilia Malmstroem: «Siamo naturalmente preoccupati per le possibili conseguenze sulla privacy dei cittadini europei, ma è presto per trarre delle conclusioni», ha affermato la Malmstroem. Questo sì che è 'sopire e troncare'. E ha promesso: «Contatteremo la nostra controparte americana per avere ulteriori informazioni». Se questo scambio transatlantico sarà tempestivo come nel caso dei dati interbancari, staremo freschi.
Manco a dirlo, sinora, politici italiani non pervenuti.
Figuriamoci
se Enrico Bilderberg Letta dirà qualcosa. E neanche Gianroberto Casaleggio, se è per
questo, lui che prevede in futuro una guerra mondiale in cui le dittature
orientali "orwelliane" saranno sconfitte dall'occidente di Google. Sì, Google,
ossia una delle entità più orwellianamente compromesse con il sistema, come
appare nello scandalo di questi giorni. Qualche aggiustamento di prospettiva
servirà anche dalle parti dell'opposizione.
In ogni caso l'Imperatore è nudo,
e quindi i silenzi, le politiche sbagliate e le distrazioni saranno messi a
dura prova. La retorica obamiana è a pezzi. Nemmeno l'Italia potrà fare finta
di nulla.
Obama ha realizzato delle discontinuità nella narrazione del potere rispetto al predecessore, e a molti ingenui questo potrà ancora bastare. Ma Obama è in realtà un continuatore dello Stato profondo, che i presidenti non osano cambiare.
Quel grumo oscuro, impersonale e potente, viene semplicemente assecondato nelle sue evoluzioni (anche quando le evoluzioni agiscono come crescite tumorali negli equilibri dei poteri). Oggi il presidente va al servizio dello Stato profondo - apparati, comitati d'affari, complesso militare industriale, reti di spionaggio - dando sempre più volume agli apparati "securitari".
Il
capitolo finale di Barack Obush è
dedicato proprio alla descrizione delle cause di questa continuità, che
resistono anche alla diversa stoffa degli interpreti sulla scena del potere, perfino
quando a un buono a nulla capace di tutto come George W. Bush succede un
presidente cool che si becca il Nobel
per la Pace "a prescindere".
Preso dai discorsi su Google, ho
digitato "Barack Obush", e fra le prime voci in lista trovo una recensione negativa che mi era sfuggita, apparsa nel 2011 su Giornalettismo e opera di un tizio, tale John B., che non si era
nemmeno preso la briga di leggere il libro, incorrendo così nell'incidente più
squallido che possa capitare a un recensore.
No, non parlo dei suoi misteriosi cenni a «nostalgici sognatori di quella rivoluzione delle masse operaie che non si è mai concretizzata», che devono essere una scopiazzatura di un freschissimo discorso di Mario Scelba, e tralascio anche altri passaggi che dimostrano che il recensore ha "letto" il libro con la tecnica di lettura veloce di Woody Allen, quando questi diceva di aver divorato Guerra e Pace in sette minuti ("Parlava di certi russi").
Il
centro dello squallore è la
lezioncina che John B. ci impartisce: «Nessun uomo al mondo può andare
alla
presidenza degli Stati Uniti e cambiare in pochi anni la rotta inerziale
di una
simile massa. Si possono fare aggiusti di traiettoria, si possono fare
piccoli
spostamenti per bilanciare meglio e diversamente i pesi, niente più.» Se
avesse
letto il libro, era esattamente quel che spiegavamo. Ma per John B. la
lettura di ciò che si recensisce è un optional. In tedesco
i parolai a vuoto come lui li definiscono Sprachpedanten.
Comunque il recensor precox di Giornalettismo non è l'unico Sprachpedant a piede libero. Potremo scommettere che legioni di giureconsulti improvvisati proveranno a giustificare l'ingiustificabile, e ci vorranno insegnare che tutta la libertà che perdiamo è per il nostro bene, nell'era di Barack Obush.
Potremo provare a resistere alle
loro menzogne discutendone in una mailing list, o in una teleconferenza,
salutando nel mentre i robot delle agenzie di spionaggio americane in ascolto
come un tempo si salutava il maresciallo delle rudimentali stazioni di ascolto
analogiche.
7 giugno 2013
Spionaggio totale USA su Google, FB, Yahoo, ecc.
Adatt. da IRIB.
Lo scandalo Verizon si allarga rapidamente, fino a diventare una valanga in
grado di minacciare l'amministrazione di Barack Obama.
Lo scandalo
va oltre il pur clamoroso scoop del quotidiano britannico The Guardian.
Al centro, sempre l’agenzia per la sicurezza nazionale NSA (National Security Agency) e l'FBI, le
quali hanno l’accesso e il controllo diretto
dei server di nove società internet Usa, le più importanti: Le massime centrali
dello spionaggio USA possono ottenere a piacimento video, audio e foto che permettano
di tracciare passo per passo e nome per nome i movimenti delle persone e i loro
contatti. La rivelazione è del Washington Post, che mostra
il programma Prism, un sistema che
dal 2007 costituirebbe una delle fonti primarie della NSA. Le società coinvolte
sono Microsoft, Yahoo!, Google, Facebook, PalTalk, Aol, Skype, Youtube e Apple.
La risposta alla domanda chiave contenuta nell’articolo del Guardian, che ha rivelato milioni di
telefonate tracciate indiscriminatamente
dalla National Security Agency, se cioè Verizon non fosse l'unico fornitore di servizi
di telecomunicazioni ad essere stato oggetto di obblighi di sorveglianza
totale, è dunque arrivata subito. Tutte le società web che dominano il mercato
mondiale sono interamente controllate.
Il Washington Post ha deciso, sull’onda
dello scoop del Guardian, di scoprire anche il suo scoop: la prova dell’esistenza di un altro programma
segreto, nome in codice Prism, che ricalca «quello controverso voluto dal
presidente George W. Bush a seguito degli attentati dell’11 settembre». Il
primo partner del programma, già a maggio 2007, fu Microsoft.
Per consentire
l’accesso ai loro server da parte delle autorità governative e per acquisire
l'immunità nei confronti di eventuali azioni legali, le grandi corporation coinvolte
ricevono disposizioni dal Procuratore Generale (equiparabile per certi versi al nostro
Ministro della giustizia) e dal direttore nazionale dell'intelligence.
L’editorialista
del New York Times Peter Baker si pronuncia con durezza in merito alla vicenda scoperchiata dal Guardian, e il comitato editoriale del quotidiano newyorchese la definisce un «abuso di potere che richiede vere
spiegazioni», e aggiunge che «l'amministrazione Obama ha perso ogni credibilità».
Il giornale, che normalmente si esprime in favore delle politiche
dell'attuale amministrazione, in questo caso l’attacca perché il governo USA
avrebbe risposto «con le stesse banalità che ha usato ogni volta che il
presidente Obama è stato sorpreso a eccedere nell'uso dei suoi poteri».
Spionaggio di massa in USA: la traduzione completa
L’articolo del Guardian sullo
spionaggio di massa a carico di milioni di americani. Siamo dentro un salto di
paradigma nella società bersagliata dai pianificatori dell’11/9.
La NSA raccoglie le registrazioni telefoniche di
milioni di persone al giorno, rivela un’ordinanza giudiziaria.
Esclusiva: Un
ordinanza giudiziaria top secret che obbliga la Verizon a consegnare tutti i
dati sulle telefonate dimostra la dimensione raggiunta dal sistema di sorveglianza
interna sotto l’amministrazione Obama.
di Glenn Greenwald.
La National Security Agency sta attualmente raccogliendo le registrazioni telefoniche di milioni
di clienti statunitensi di Verizon, uno dei maggiori fornitori di
telecomunicazioni americani, come risulta da un ordinanza giudiziaria top
secret emessa ad aprile.
L’ordinanza,
una copia della quale è stata ottenuta dal Guardian,
dispone che Verizon fornisca alla NSA su una “base continuativa e giornaliera” le informazioni su tutte lechiamate telefoniche nei propri sistemi, sia all’interno degli USA, sia tra Stati Uniti e
altri paesi.
Il documento
mostra per la prima volta che sotto l’amministrazione Obama le registrazioni delle
comunicazioni di milioni di cittadini americani vengono raccolte
indiscriminatamente e in massa: ossia a prescindere dal fatto che essi siano
sospettati o meno di alcun misfatto.
La struttura
segreta della Foreign Intelligence Surveillance Court (che opera in base alla
legge FISA, Foreign
Intelligence Surveillance Act, che regola la sorveglianza sullo spionaggio straniero,
NdT) ha fornito l’ordinanza all’FBI il 25 aprile, dotando il governo di un’autorizzazione
illimitata volta a ottenere i dati per uno specifico periodo di tre mesi fino
al 19 luglio.
Secondo i
termini dell’ordinanza quadro, vanno consegnati i numeri di entrambe le parti
di una telefonata, così come i dati di localizzazione, la durata della chiamata,
gli identificatori unici, e il tempo e la durata di tutte le chiamate. I
contenuti in sé della conversazione non sono inclusi.
È probabile
che questa divulgazione riaccenda lunghe discussioni negli USA in merito alla
corretta estensione dei poteri di spionaggio
interno in capo alle autorità di governo.
Sotto l’amministrazione
Bush, i funzionari delle agenzie di sicurezza avevano rivelato ai giornalisti
la raccolta su larga scala dei dati sulle telefonate da parte della NSA, ma
questa è la prima volta che dei documenti importanti e coperti da clausole di
massima riservatezza abbiano rivelato la continuazione della pratica su vasta
scala durante il mandato del presidente Obama.
La natura
illimitata delle registrazioni consegnate alla NSA è estremamente insolita. Le
ordinanze giudiziarie emanate in base alla legge FISA di solito disciplinano la
produzione di documenti relativi a un nome specifico e mirato che sia
sospettato di essere un agente di un gruppo terroristico o di uno stato estero,
o di una lista circoscritta di obiettivi elencati nome per nome.
The Guardian ha contattato la National Security Agency, la Casa
Bianca e il Dipartimento di Giustizia per chiedere un commento prima della
pubblicazione, mercoledì. Tutti si sono rifiutati di rispondere. Alle agenzie è
stata offerta anche la possibilità di sollevare specifiche questioni di
sicurezza per quanto riguarda la pubblicazione del provvedimento giudiziario.
L’ordinanza giudiziaria
vieta espressamente a Verizon di divulgare al pubblico sia l’esistenza della
richiesta dell’FBI in merito alle registrazioni dei propri clienti, sia della
stessa ordinanza.
«Non abbiamo
commenti da fare», ha dichiarato Ed McFadden, un portavoce della Verizon che
opera a Washington.
L’ordinanza,
firmata dal giudice Roger Vinson,
costringe Verizon a produrre per la NSA copie elettroniche di «tutte le
registrazioni dei dettagli delle chiamate o “metadati telefonici”creati da
Verizon per le comunicazioni tra gli Stati Uniti e l’estero» o «interamente all’interno
degli Stati Uniti, incluse le telefonate locali».
L’ordinanza impone
a Verizon di «continuare la produzione delle copie quotidianamente d’ora in poi,
nel corso della durata di questa ordinanza». Si precisa che le registrazioni da
produrre comprendono «informazioni di identificazione della sessione», come ad
esempio «il numero del chiamante e del destinatario», la durata di ogni telefonata,
numeri di carta telefonica, identificazione della linea, numero IMSI (International
Mobile Subscriber Identity, ossia “identità internazionale di utente di
telefonia mobile”, NdT), nonché «esaustive informazioni sull’instradamento e la
commutazione della comunicazione».
Queste informazioni
sono classificate come “metadati”, o
informazioni transazionali, anziché comunicazioni, e quindi non necessitano di
singoli mandati per accedere a esse. Il documento specifica inoltre che tali “metadati”
non si limitano agli elementi sopra menzionati. Una sentenza giudiziale del 2005
ha stabilito che i dati sull’ubicazione della cella - il più vicino ripetitore
cui un telefono fosse collegato – costituivano ugualmente dati transazionali, e
quindi rientrerebbero virtualmente nell’ambito di applicazione del
provvedimento.
Mentre l’ordinanza
stessa non include né i contenuti dei messaggi né le informazioni personali dell’utente
di un particolare numero di cellulare, la loro collezione permetterebbe alla
NSA di costruire facilmente un quadro
completo di chi è stato contattato da un qualsiasi individuo, come e quando, e perfino
da dove, in modo retrospettivo.
Non si sa se
Verizon sia l’unico fornitore di telefonia cellulare ad essere stato oggetto di
una simile ordinanza, anche se degli articoli precedenti facevano ritenere che
la NSA abbia raccolto registrazioni di dati da cellulari da tutte le principali reti di telefonia
mobile. Risulta inoltre poco chiaro dal documento trapelato se l’ordinanza
di tre mesi sia stata una tantum, o se
fosse invece l’ultima di una serie di ordinanze analoghe.
Questa ordinanza
giudiziaria sembra ora spiegare i numerosi e criptici avvertimenti pubblici pronunciati
da due senatori USA, Ron Wyden e Mark Udall, circa la portata delle
attività di sorveglianza dell’amministrazione Obama.
Per circa
due anni, i due democratici hanno spesso rumorosamente avvisato l’opinione
pubblica sul fatto che il governo degli Stati Uniti si affida a «interpretazioni
giuridiche segrete» per arrogarsi poteri di sorveglianza così ampi che il pubblico americano rimarrebbe “stordito”
se sapesse quale tipo di spionaggio interno si stia conducendo.
Poiché tali
attività sono secretate, ai due senatori, entrambi membri della commissione del
Senato sui servizi segreti, è stato impedito di specificare quali fossero i
programmi di sorveglianza nazionali che trovavano così allarmanti. Ma le
informazioni che essi sono stati in grado di rivelare nei loro avvertimenti
pubblici ricalcano perfettamente sia la specifica legge citata dall’ordinanza
giudiziaria del 25 aprile, sia la vasta portata della raccolta dati da essa
autorizzata.
Julian Sanchez, un esperto di sorveglianza presso il Cato Institute, ha spiegato:
L’ordinanza di aprile richiesta da FBI e NSA fa esattamente questo.«Abbiamo sicuramente visto il governo estendere sempre di più i limiti della ‘rilevanza’ che giustifichi la raccolta di un gran numero di dati tutti insieme - tutti posizionati a uno o due gradi di separazione da un obiettivo - ma passare indiscriminatamente l’aspirapolvere su tutti i metadati sarebbe uno straordinario ripudio di ogni pretesa di sospetto vincolato o individualizzato».
La norma cui
esplicitamente fa riferimento l’ordinanza è la clausola dei cosiddetti “business
records” del Patriot Act,
50 USC sezione 1861. Questa è la norma che Wyden e Udall hanno ripetutamente
citato quando mettevano in guardia l’opinione pubblica rispetto a quella che ritenevano
fosse l’interpretazione estrema della
legge adottata dall’amministrazione Obama al fine di gestire un’eccessiva sorveglianza
interna.
In una
lettera da loro inviata l’anno scorso al procuratore generale Eric Holder, rimarcavano che «vi è ora
un notevole divario tra ciò che la maggior parte degli americani pensa che la legge consenta e ciò che il
governo segretamente pretende che la
legge consenta.»
«Noi
crediamo», aggiungevano, «che la maggior parte degli americani rimarrebbe
stordita nell’apprendere i dettagli sul modo in cui queste interpretazioni
giudiziarie segrete hanno dato lettura» delle norme sui “business records”
del Patriot Act.
I difensori
della privacy hanno da tempo avvertito che il consentire al governo di
raccogliere e conservare senza limiti i “metadati” è una forma altamente
invasiva della sorveglianza delle attività di comunicazione dei cittadini. Tali
registrazioni consentono al governo di conoscere l’identità di ogni persona con
la quale un individuo comunichi elettronicamente, per quanto tempo parli con
essa, e la loro rispettiva posizione geografica al momento della comunicazione.
Tali
metadati sono proprio ciò che il governo degli Stati Uniti ha cercato a lungo
di ottenere per scoprire la rete di associazioni di un individuo e i suoi modelli
di comunicazione. La richiesta di una raccolta di massa di tutte le
registrazioni telefoniche nazionali della Verizon indica che l’agenzia sta dando
continuità a una qualche variante del programma di raccolta dati iniziato dall’amministrazione
Bush all’indomani degli attentati dell’11/9.
La NSA, in
quanto facente parte di un programma segretamente autorizzato dal presidente
Bush il 4 ottobre 2001, ha attivato un piano di raccolta di massa di registrazioni
dei dati in ambito nazionale per la telefonia, internet e la posta elettronica.
Un enorme scalpore esplose nel 2006, quando il quotidiano USA Today riferì che la NSA stava «segretamente raccogliendo i dati
sulle telefonate di decine di milioni di americani, utilizzando i dati forniti
da AT & T, Verizon e BellSouth» e stava «utilizzando i dati per analizzare gli
schemi delle telefonate nel tentativo di rilevare delle attività terroristiche».
Fino ad ora, non vi era stata alcuna indicazione sul fatto che l’amministrazione
Obama stesse applicando un programma simile.
Questi
eventi recenti sono un chiaro segnale di quanto profondamente la missione della
NSA si sia trasformata da quella di agenzia dedicata esclusivamente alla
raccolta di dati di intelligence esteri, a quella di una che si concentra
sempre di più sulle comunicazioni nazionali. Un addetto trentenne della NSA,
William Binney, si è dimesso dalla agenzia poco tempo dopo l’11/9 per protestare
contro il concentrarsi dell’agenzia sulle attività in ambito nazionale.
A metà degli
anni settanta il Congresso, per la prima volta, studiò le attività di
sorveglianza del governo degli Stati Uniti. A quel tempo, il mandato della NSA era
di non rivolgere mai il suo apparato di sorveglianza verso l’interno.
A
conclusione di tale indagine, Frank Church, il senatore democratico dell’Idaho
che aveva presieduto la commissione d’inchiesta, ammonì:
«Il potenziale della NSA in qualsiasi momento potrebbe essere riconvertito verso il popolo americano, e a nessun americano rimarrebbe alcuna privacy, tanta e tale è la capacità di monitorare tutto: conversazioni telefoniche, telegrammi, qualsiasi cosa».
Ulteriori elementi del reportage a cura di Ewen
MacAskill e Spencer Ackerman.
Traduzione a cura di Pino Cabras.
Link su Megachip: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=77243&typeb=0&Loid=315&Spionaggio-di-massa-in-USA-traduzione-completa.
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