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2 settembre 2016

11/9 - QUINDICESIMO ANNIVERSARIO


di Giulietto Chiesa.
da Megachip.


Il prossimo 11 settembre coinciderà con il 15-esimo anniversario del più grande attentato terroristico della storia. Si sono spesi ettolitri d’inchiostro per argomentare sul tema: chi lo ha fatto? Quali erano gli obiettivi politici che i suoi organizzatori perseguivano?

È una disputa che non si può riproporre qui. Chi scrive ha sostenuto da sempre che i diciannove presunti “dirottatori”, guidati da Osama bin Laden, non avrebbero potuto, in ogni caso, realizzare un tale piano. Ci sono prove in abbondanza che nell’operazione intervennero forze potenti che avevano legami con diversi servizi segreti, a cominciare da settori della CIA e dell’FBI, per arrivare fino all’ISI pakistano, ai servizi segreti sauditi e a quelli, sicuramente coinvolti, del Mossad israeliano.

Il lavoro della “9/11 Commission” (cioè la “versione ufficiale”) non regge di fronte a una sterminata quantità di contestazioni, mosse da ricercatori e giornalisti indipendenti di tutto il mondo. Chi volesse sincerarsene può consultare il sito Consensus911.org, dove molte di queste contestazioni e incongruenze sono state esaminate in questi anni da un gruppo di specialisti di cui anch’io faccio parte. Quella Commissione — come adesso sappiamo ufficialmente dopo le rivelazioni dell’ex senatore democratico Bill Graham (che fu presidente della Commissione del Congresso che per prima indago sull’11/9) e di numerosi senatori e deputati americani — rifiutò di esaminare documenti e prove di quelle oscure manovre che precedettero l’attentato. Le 28 pagine del primo rapporto, recentemente desecretate, rivelano e documentano inequivocabilmente, che il governo saudita aiutò e finanziò i “capri espiatori” a installarsi negli Stati Uniti. E questo fatto, da solo (senza tenere conto che FBI e CIA erano — e tutto ciò è stato provato— al corrente della preparazione dell’attentato), dimostra che la 9/11 Commission fornì una versione falsa dell’intera vicenda, per coprire i veri responsabili.
A questa falsificazione — già provata — se ne possono aggiungere decine. Quanto basta per concludere che ci furono interessi potenti, all’interno dell’élite americana e dei circoli dirigenti occidentali, per coprire i veri protagonisti dell’attentato.  Basti pensare che il presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, Ferdinando Imposimato, ha dichiarato, e scritto, in diverse interviste, che esistono ormai indizi più che sufficienti per incriminare, di concorso in strage, di fronte a un corte internazionale, l’Amministrazione americana di George W. Bush e Dick Cheney. Sfortunatamente una tale corte esiste, ma non è abilitata a processare l’Amministrazione americana.


Il fatto è che — altro indizio importante — tutto il mainstream mediatico occidentale ha coperto in tutti questi 15 anni una versione ufficiale totalmente falsa, fino al ridicolo, impedendo l’emergere della verità. Gli ideatori e organizzatori dell’attentato, i loro amici e sodali, avevano ed hanno il controllo quasi totale della comunicazione mondiale, e dunque hanno potuto giovarsi della completa ignoranza dei fatti in cui centinaia di milioni di persone sono state confinate.

Il problema è dunque, al tempo stesso politico e comunicativo. Ed è questione cruciale risolverlo prima che sia troppo tardi. Gli organizzatori dell’11/9 sono ancora non solo a “piede libero”, ma sono tuttora in grado di creare danni, irreparabili, alla pace mondiale. Si deve ricordare che essi sono dei vincitori: la potenza della loro azione ha modificato drammaticamente la storia del pianeta. Dopo l’11/9 ha preso inizio una serie di guerre sanguinose (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria) e di mutamenti del sistema delle regole internazionali: tutti motivati con la necessità di combattere il “nuovo nemico” dell’Occidente, l’Islam fondamentalista.

La guerra al terrorismo internazionale, che prese inizio fin da quella data, è in corso da quindici anni. Ma, paradossalmente, non solo non sembra produrre risultati tangibili, ma sta estendendo il caos e il disordine in tutte le direzioni.  A prima vista la situazione attuale sembra dimostrare che l’Impero americano — il più potente e armato di tutto il mondo, coadiuvato dalle armate dell’Occidente inquadrate nella NATO — non sia in grado di fermare il nuovo nemico, artificialmente evocato mediante “il più grande spettacolo del mondo”, cui assistettero in diretta televisiva, live, circa 3 miliardi di persone. 

Non credo che questa impressione di sconfitta sia giusta. Piuttosto gli sviluppi cui stiamo assistendo sembrano delineare una situazione di caos globale, che corrisponde agl’interessi degli stessi inventori della “guerra al terrorismo internazionale”. Si tratta di un “caos organizzato”, il cui scopo principale è quello di nascondere ai popoli dell’Occidente, ormai terrorizzati, che l’origine della crisi mondiale è tutta interna all’Occidente. Essa deriva direttamente dal fatto che il sistema bancario mondiale, creato dalla globalizzazione e che, a sua volta, ha sorretto la globalizzazione, non è più in condizione di resistere a lungo senza esplodere in una crisi mondiale di proporzioni cento volte superiori a quelle che portarono alla crisi del 1929.

Il “terrorismo islamico”, che si sta trasformando, giorno dopo giorno, in una “guerra irregolare” diffusa (secondo la definizione datane da Vladimir Putin) equivale a una grande “distrazione di massa”, per disorientare l’opinione pubblica mondiale, ma consente anche agli Stati Uniti di sfruttare terroristi e gruppi radicali estremisti per i propri scopi di parte. Lo prova a dismisura la teoria — inventata per l’occasione proprio dalle fonti ufficiali occidentali per mascherare  il proprio sostegno al terrorismo nel corso della guerra contro la Siria — dei “terroristi moderati”, contrapposti ai “terroristi cattivi”. Teoria che si è spinta fino a far considerare come potenziali alleati, nel tentato abbattimento del regime di Bashar al-Assad, dei raggruppamenti affiliati ad Al-Qa’ida.  Guarda caso, proprio la stessa Al Qa’ida cui 15 anni fa venne attribuita la paternità del grande attentato contro il World Trade Center e il Pentagono.

Dopo la crisi del 2008, innescata dal crollo di Lehman Brothers, nessuna ricetta dei centri del potere finanziario globale è stata in grado di rimettere in moto la macchina finanziaria mondiale. Il denaro è stato moltiplicato in forme vertiginose, attraverso il quantitative easing praticato da tutte le banche centrali dell’Occidente.  Ma la macchina globale non riesce a ripartire. Al contrario, tutte le previsioni (che vengono tenute accuratamente nascoste al grande pubblico degl’investitori) dicono che, da qui al 2020-2025, la crescita del PIL globale si avvicinerà al punto zero, segnando la fine delle illusioni di crescita economica che sono state sparse a piene mani, contro l’evidenza dei fatti, negli ultimi dieci anni.

Il problema richiede una soluzione politica rapida, essendo quella economico-finanziaria al momento impossibile. L’esplosione sistemica avverrà in un periodo di tempo indeterminato, relativamente procrastinabile, ma non superiore al decennio. Questo spiega la fretta (e anche i segnali di panico) con cui l’Occidente sta cercando di mescolare le carte e di destabilizzare il mondo cancellando tutto il sistema di regole che aveva resistito durante la guerra fredda.
Si ripete così lo scenario che precedette l’11 Settembre del 2001. Qualche anno prima, nel 1998, il gruppo di neo-con guidato da Paul Wolfowitz, aveva predisposto il “Progetto per il Nuovo Secolo Americano” (PNAC, Project for the New American Century). Il titolo era già indicativo della follia dei suoi creatori: proporsi di imporre un altro secolo dominato dall’America, in un pianeta che si avviava a contare oltre 7 miliardi di esseri umani, nel quale esistono ormai giganti come la Cina e l’India, era equivalente a una dichiarazione di guerra contro il resto del mondo. Gli autori neo-con erano perfettamente consapevoli della violenza che un tale progetto avrebbe richiesto per essere realizzato. Sapevano — e lo scrissero — che la Cina, al 2017, sarebbe divenuta un concorrente oggettivo e non controllabile con il quale fare i conti. Rovesciando le parti, la definirono una “minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. E si prepararono a rafforzare un differenziale militare strategico che sarebbe dovuto essere incolmabile, per sempre, per ogni Stato o gruppo di Stati che avesse tentato anche soltanto di avvicinarsi alla potenza dell’Impero.

Essi, già allora, erano consapevoli della fragilità dell’immenso inganno finanziario su cui si reggeva il dollaro. E, infatti, i primi segni di recessione apparvero proprio nel 2001. Nello stesso tempo si trattava di imporre un cambio psicologico nella popolazione americana (e in quella di tutto l’Occidente, Europa inclusa) che, ignara di tutto e all’inseguimento della carota consumistica, mantenuta dal mainstream a poca distanza dal suo naso, non era disposta a farsi trascinare in nessuna avventura. Bisognava dunque creare qualche cosa di straordinario, di tremendo; qualcosa di “simile a una Nuova Pearl Harbor”, affinché le masse percepissero un pericolo smisurato e incombente, potenzialmente distruttore della loro sicurezza e del loro benessere. 
Un tale pericolo esterno non esisteva alla fine del secolo XX. La Russia — così pensavano, e questo fu il loro errore più grande — era già stata tolta dal gioco, conquistata, colonizzata culturalmente e politicamente. Non c’era più il “nemico rosso” che aveva angosciato l’élite americana nel corso della guerra fredda. Dunque la Russia non poteva essere inclusa nel novero dei concorrenti. Il Muro di Berlino era caduto. Come scrisse sarcasticamente Gore Vidal, «quando i russi ci hanno colpiti alle spalle abbandonando il loro impero nel 1991, siamo rimasti con molte idee errate su di noi e, quel ch’è peggio, sul resto del mondo»[1] .

Il pericolo bisognava dunque crearlo artificialmente. E così fecero. Potrà sembrare strano, ma lo dissero e lo scrissero apertamente. Basti ricordare cosa pensava, nel 1997, Zbignew Brzezinski: «Bisogna considerare che l’America sta diventando sempre di più una società multiculturale e, in quanto tale, può essere più difficile creare il consenso su questioni di politica estera, tranne che in presenza di una minaccia nemica enorme, direttamente percepita a livello di massa».[2]
La previsione di una Cina al di fuori del loro controllo era giusta. Ma occorreva subito un “nuovo nemico”. L’Islam venne cucinato per le mense di tutto il mondo come “quel” nemico. George W. Bush e il suo ministro della Difesa, Donald Rumsfeld gridarono ai microfoni e alle telecamere del mainstream che «stava cominciando una guerra che sarebbe durata un’intera generazione» (Rumsfeld disse “cinquant’anni”).

I primi quindici di questi “cinquant’anni” li abbiamo già visti e vissuti. È evidente anche ai ciechi che la situazione mondiale sta degenerando. Ma l’Occidente si rifiuta di prendere atto del mutamento dei rapporti di forza planetari.
Soprattutto insopportabile, per i circoli dirigenti americani, è la constatazione che la Russia è riapparsa sulla scena come protagonista. Nella previsione dei neo-con sbagliata era l’idea che la Russia fosse stata messa definitivamente fuori gioco. E questo errore di calcolo rendeva problematico tutto il resto del loro piano. Pensavano che, tolta di mezzo la Russia, ci sarebbe stato abbastanza tempo per reinventarsi la Cina come nuovo impero del Male, al posto della Russia. Ma si rivelò sbagliata anche la previsione che, una volta inventata la “nuova Pearl Harbor”, i sette miliardi di abitanti della Terra si sarebbero messi in fila per comprare tutto il comprabile nei supermercati predisposti per loro.  Sbagliata anche l’idea che sarebbe bastato creare denaro dal nulla per sistemare ogni cosa.

La sommatoria di questi errori e di questi successi consentì all’Impero di reggere — tra una nuova guerra e l’altra — per sei anni. Il settimo fu il 2008, e ci vollero dieci trilioni di dollari, inventati in tutta fretta dalla Federal Reserve di Alan Greenspan, per salvare dalla bancarotta tutte le banche dell’Occidente. E — come abbiamo già ricordato — gli ultimi otto anni sono stati il regno del caos.
Ecco perché l’Impero si trova di nuovo nella necessità di compattare il proprio sistema di alleanze, esattamente come fece attraverso l’attentato terroristico dell’11/9.  Nel 2008 lo stratagemma fu la destabilizzazione dei “piccoli nemici”. Affidato a Barack Obama, che lo realizzò mediante una moltiplicazione di rivoluzioni colorate e, soprattutto con l’uso delle “primavere arabe” per fare piazza pulita di regimi ormai scomodi, o inutili, nel Medio Oriente. E si deve riconoscere che questa operazione strategica ha funzionato, ma solo nel senso di incrementare la destabilizzazione globale.

Ma la presenza della Russia, tornata ad essere potenza mondiale, ha costretto i neo-con a cambiare strategia, e a tornare sul luogo del delitto. Di nuovo la fretta ha fatto capolino.
La crisi incombe e, a est, ci sono ora due “nemici”, Russia e Cina. Non solo il grande, ma unico, “Paese del Centro”. Solo così si spiega il colpo di Stato in Ucraina, l’abbattimento di Janukovic con le squadre naziste e ultranazionaliste russofobe da lungo tempo preparate e istruite con l’aiuto della Polonia e delle Repubbliche baltiche. 
La trappola, ben preparata, doveva costringere la Russia a un intervento diretto a sostegno dei russi di Ucraina, sottoposti a una vera e propria pulizia etnica di nuovo tipo. Vladimir Putin non è cascato nella trappola e i russi di Ucraina — non tutti ma una parte decisiva — hanno trovato la forza di difendersi. La Crimea ha scelto di “tornare in patria”. 

Ma il risultato è stato in gran parte raggiunto dall’Impero. L’Europa si è schierata a fianco agli Stati Uniti, sono scattate le sanzioni, l’ondata russofobica ha investito tutto l’Occidente e lo ha compattato attorno a Washington. La Russia e Putin sono il vero “nemico da battere”.
Come? Hillary Clinton dovrà risolvere il problema.
Lo scontro diretto è in preparazione. Ma non tutti a Washington sono così suicidi da pensare di attuarlo. Si preparano alla guerra, ma pensano che anche la Russia di Putin potranno metterla in ginocchio, come fecero con l’URSS di Mikhail Gorbaciov. È una scommessa che potrebbero perdere.  E l’Europa è in pieno subbuglio. Potrebbe rompersi prima l’Europa.
E anche l’Impero è diviso al suo interno. Donald Trump difficilmente vincerà le elezioni, ma è un segnale che la fiducia dello stesso popolo americano nelle sue élites è ormai logorata. Si può applicare all’America il detto latino: “omne regnum in se ipse divisum desolabitur” (ogni regno, quando è diviso al suo interno, finisce per crollare).



NOTE


[2] Il corsivo è dell’autore di queste righe.

28 luglio 2014

Come l'FBI organizza i terroristi

di Pino Cabras.

da Megachip.

C’è una clamorosa notizia, appena divulgata in questo caldo luglio 2014 dall'informazione mainstream, che dimostra quanto traviante sia la definizione di “complottista”, usata per screditare chi fa normale giornalismo d'inchiesta. La notizia, per chi la voleva vedere, c'era già cinque anni fa, ed è semplice e terribile: gran parte degli attentati terroristici sul suolo USA sono indotti dalla stessa organizzazione che li dovrebbe combattere: l’FBI.
Noi quella notizia l’avevamo voluta vedere già nel 2009, quando pubblicammo – tra gli altri - un articolo intitolato «Retroscena di un falso attentato» (leggete più avanti e confrontate).
A quel tempo, invece, la Rai e la Repubblica ripetevano le veline dell'FBI: fanno così molto spesso, senza correggersi mai, o facendolo solo molti anni dopo, quando chi voleva raggiungere un certo effetto lo ha già raggiunto. Così, le notizie che possono smentire l’allarme gridato spariscono. Rimane invece la prima impressione dell’allarme, quando la notizia urlata e falsa si deposita nella coscienza di lettori e spettatori. Ed è per colpa di questa informazione - che si è preoccupata solo di aizzare (quando glielo ordinavano), o di sopire e troncare (quando faceva comodo) - che ogni giorno ci è stato rubato un pezzo di libertà, di sovranità, e infine imposto lo spionaggio totalitario della NSA.
Non stiamo parlando di un generico sottofondo di notizie: si tratta dei modi con cui si è lanciato un allarme sicurezza permanente che ha fatto da base giuridica e premessa politica delle guerre di aggressione intraprese dal 2001 in poi, nonché delle leggi che hanno consentito lo spionaggio onnipervasivo e reintrodotto gli arresti extralegali e la tortura.
In questo quadro emerge chiaramente che il terrorismo in USA è un’interminabile catena di azioni false flag (sotto falsa bandiera), in cui gli attori hanno sempre il fiato sul collo dell’FBI, che li manipola per i propri fini. Era così già dal primo attentato alle Torri gemelle di New York, nel 1993, fu così per una parte dei soggetti implicati nei mega-attentati dell’11 settembre 2001, è stato così per Mutanda Bomber e per la maratona di Boston.
L’indagine di Human Rights Watch sarebbe già sufficiente da sola per dire che questo è un metodo di governo e che il cosiddetto terrorismo è in prevalenza una forma di manipolazione di massa coperta da entità statali e usata con l’accordo dei pochi proprietari della quasi totalità dei grandi organi di informazione che sono adibiti a organizzare l’isteria collettiva a comando.
La realtà è tuttavia con ogni probabilità ancora più vasta e incancrenita, tanto che l’indagine sarebbe da estendere anche oltre gli USA (pensiamo agli attentati di Londra del 2005), oltre l’FBI (pensiamo al terrorismo internazionale segnato e finanziato da un intreccio di servizi segreti di vari paesi), e oltre i piccoli episodi (pensiamo anche all’11 settembre e all’allarme antrace del 2001).

Vi proponiamo di seguito sia il pezzo di RaiNews di oggi sia il pezzo pubblicato da Megachip nel 2009. In coda troverete anche i link ad altri articoli che aiuteranno a comprendere la portata della notizia. Buona lettura.


Human Rights Watch denuncia:

"Fbi pagava musulmani per attentati"

Secondo un'indagine su 27 processi e 215 interviste, l'agenzia di intelligence interna americana "ha creato dei terroristi sollecitando i loro obiettivi ad agire e compiere atti di terrorismo"



da RAINews.it  – 22 luglio 2014.



Musulmani incoraggiati per compiere atti di terrorismo. A volte anche retribuiti. A denunciare l'operato dell'Fbi, la polizia federale americana è una ong statunitense, Human Rights Watch.In un rapporto pubblicato in rete, l'organizzazione accusa l'Fbi di aver violato la legge e di non aver perseguito le reali minacce (qui la versione pdf scaricabile, in inglese).



Con la collaborazione dell'Istituto per i diritti umani dell'Università della Colombia, Human Rights Watch ha esaminato 27 casi di indagini che sono passate attraverso un processo, intervistando 215 persone, incluse quelle accusate o condannate per atti di terrorismo.

«In molti casi il governo, usando i suoi informatori, ha sviluppato falsi complotti terroristici, persuadendo e in alcuni casi facendo pressione su individui, per farli partecipare e fornire risorse per attentati», scrive Hrw. Per l'organizzazione, metà dei casi esaminati fa parte di operazioni portate avanti con l'inganno e nel 30% dei casi un agente sotto copertura ha giocato un ruolo attivo nel complotto.






«Agli americani è stato detto che il loro governo veglia sulla loro sicurezza prevenendo e perseguendo il terrorismo all'interno degli Stati Uniti», ha detto Andrea Prasow, vice direttore di HRW a Washington. «Ma se si osserva da vicino si scopre che molte di queste persone non avrebbero mai commesso crimini se non fossero stati incoraggiati da agenti federali, a volte anche pagati».



Secondo Hrw, l'FBI spesso individua soggetti vulnerabili, con problemi mentali o dalla scarsa intelligenza, come Rezwan Ferdaus, un 27enne condannato a 17 anni di carcere perché accusato di voler attaccare il Pentagono e il Congresso con piccoli droni carichi di esplosivo, in un falso complotto organizzato dagli stessi agenti americani.



Il ministro della Giustizia, Eric Holder, cui l'Fbi risponde, ha difeso l'operato dei 'federali' e delle loro "operazioni sotto copertura".








Retroscena di un falso attentato

"Attentato sventato a New York", strombazzavano i media il 20.05.2009. La notizia ha meritato titoloni e tanti commenti, ma finora si è indagato poco. Così scopriamo che...



di Pino Cabras – Megachip, 27 maggio 2009.


"Attentato sventato a New York", strombazzavano i media il 20 maggio 2009. La notizia ha meritato titoloni e tanti commenti che hanno riempito le "breaking news" e qualche paginone, ma finora si è indagato poco.

Per la maggior parte dei media è scattato il riflesso di chi dice "non abbassiamo la guardia". E Dick Cheney, l'anima nera della precedente amministrazione USA, ne ha approfittato per l'ennesima tirata contro chi vuole smantellare il sistema da lui messo in piedi. Ma cosa è successo davvero a New York? Un'analisi appena più approfondita rivela sorprese clamorose.

Le vicende di "attentati sventati" degli ultimi anni mostrano in comune il ruolo ambiguo dei servizi di sicurezza.

Non fa eccezione l'ultimo caso newyorchese.

Scopriamo che i quattro «terroristi islamici» hanno una biografia da sfigati ricattabili, delinquenti abituali statunitensi di facile manipolabilità, e dal profilo jihadista improbabile. Il loro ordigno al plastico disposto dinnanzi a una sinagoga non è esploso, era "inerte". Gli era stato fornito da un quinto elemento, un agente dell'FBI infiltratosi con la promessa di fornire un kit del perfetto terrorista che comprendeva anche un falso missile (per abbattere un aereo). Le mosse erano seguite passo dopo passo, di fatto governate, da molti mesi, in sinergia con altre agenzie federali.

Un importante elemento di raccordo fra i quattro e l'FBI era il cinquantaduenne pakistano Shahed Hussain, diventato informatore dell'agenzia federale dopo che nel 2002 era stato incriminato per banali reati legati a questioni d'immigrazione, e reso così prono ai ricatti. Hussein si presentava ai quattro con molta disponibilità di denaro e con promesse di procurare armi e ordigni speciali.
Ma il pezzo grosso dell'FBI è un altro. Risponde al nome di Robert Fuller. È un agente che ricompare in diverse vicende controverse, sin dalle circostanze legate agli eventi dell'11 settembre 2001.
Fuller nell'agosto del 2001 ebbe l'incarico di rintracciare e arrestare due persone molto sospette, Khalid al-Mindhar e Nawaf al-Hamzi. La segnalazione era giunta dalla CIA il 23 agosto dopo che i due erano giunti sul suolo USA. Qualche settimana ancora, e i loro nomi sarebbero stati ricompresi nella lista dei presunti dirottatori dell'11/9. La ricerca di Fuller fu talmente svogliata, che finanche la Commissione sull'11/9 ebbe a menzionarne l'indolente inefficacia.

Fuller riappare in cronaca nel novembre 2004. A Washington, sul marciapiede davanti alla Casa Bianca, un uomo si dà fuoco. È lo yemenita Mohamed Alanssi. Sopravvive con il trenta per cento del corpo coperto di ustioni. Nel frattempo emerge un documento di suo pugno nel quale spiega in qualche modo l'insano gesto. È una lettera per Robert Fuller, eccolo lì di nuovo, il quale lo aveva reclutato come informatore. Alanssi scrive di voler vedere la sua famiglia in Yemen prima di dover testimoniare in un tribunale USA su spinta di Fuller perché si dice certo che, dopo quella deposizione, la sua famiglia e lui stesso moriranno. Al «Washington Post» rivela: «Ho fatto un grosso errore a collaborare con l'FBI. L'FBI ha distrutto la vita mia e della mia famiglia, intanto che mi prometteva l'ottenimento della cittadinanza e di pagarmi 100 mila dollari». La somma fu erogata, ma Alanssi non acquisì la cittadinanza USA. La moneta di scambio era una testimonianza a carico di svariati imputati islamici.

Robert Fuller lo rivediamo in Afghanistan, all'aeroporto di Bagram, dove interroga - con i metodi disumani consentiti in questi anni di torture e pressioni - un quattordicenne afghano, Omar Khadr, orbo di un occhio dopo il combattimento in cui è stato catturato. A Khadr sono mostrate diverse foto di presunti guerriglieri, e gli viene chiesto un qualche riconoscimento. Fuller riesce a estorcere al giovane l'identificazione di un uomo canadese di origine mediorientale, Maher Arar, che a quel punto deve rispondere all'accusa di essere stato fra i guerriglieri afghani. Arar è arrestato sul suolo canadese e diventa uno dei tanti casi di «extraordinary rendition». Nell'incertezza giuridica sul grado di copertura sulle pratiche di tortura, Arar è consegnato alla Siria, dove ci sono meno esitazioni costituzionali sui supplizi di Stato (e questo è uno dei più stupefacenti casi di collaborazione fra paesi che altrimenti non si risparmiano atti ostili). Lì Arar viene torturato per mesi e mesi, come è avvenuto in tanti altri casi. Il ragazzo che lo ha accusato finisce intanto nel campo di Guantanamo, dove la commissione militare speciale lo processa nel gennaio 2009. Fuller è chiamato a testimoniare e l'agente FBI ribadisce che il riconoscimento di Arar è avvenuto sulla base di una foto. Il controesame del testimone spinge Fuller ad ammettere che all'inizio il riconoscimento non era stato così netto, anzi era proprio vago, e che solo una protratta «intensa pressione» aveva spinto Khadr a ricomporre in modo più assertivo il ricordo.

Peccato che nel frattempo gli inquirenti canadesi trovano le prove che il loro concittadino, proprio nel periodo in cui secondo Khadr e Fuller si trovava in Afghanistan, era invece in patria. Le autorità si rivolgono alla Siria per riavere Arar, evidentemente innocente. La sua storia viene raccontata dalla cronista Kerry Pither in un libro (Dark Days: The Story Of Four Canadians Tortured In The Name Of Fighting Terrorism).


E poi arriviamo all'ultima vicenda.

I quattro terroristi "islamici" fatti arrestare da Robert Fuller nel 2009 sono: James Cromtie, 44 anni, di cui 12 in prigione, un bugiardo patologico, un violento; David Williams, 28 anni, pluripregiudicato, il quale possiede una pistola da quando se ne compra una coi soldi datigli dall'FBI; Onta Williams, 32 anni, una vita dentro e fuori le prigioni; Laguerre Payen, 27 anni, pregiudicato, schizofrenico sottoposto a trattamento con psicofarmaci.

I quattro hanno incontrato questa caricatura di jihadismo soltanto perché un agente provocatore glielo ha proposto, con insistenze e azioni perseveranti, prospettando loro denaro e armi. Li ha messi insieme lui, insomma. L'allegra compagnia "islamista" non si priva di droghe, banchetti e sontuose bevute.


Il ritratto che emerge somiglia a quello di altri personaggi bizzarri che abbiamo imparato a riconoscere anche nelle cronache sulle deviazioni dei servizi segreti italiani nel corso degli anni, anche di recente, come nei casi di Mario Scaramella o Igor Marini. Sempre oltre il filo dell'impostura e della millanteria, questi soggetti compiono atti che si muovono macchiettisticamente lungo le frange esterne delle trame dei servizi segreti, con coperture, depistaggi, manovre che creano confusione, ma sempre disseminate di riconoscibili contatti con autorità governative. La commistione di vero e falso dei loro racconti e delle schede che li riguardano sembra indicare anche una loro strutturale indifferenza psicologica rispetto al confine tra verità e inganno. Basterebbe poco a smascherare le trame.

Tutta la vicenda dei quattro balordi di New York somiglia maledettamente a un sistema messo in piedi qualche anno fa nell'ambito della Guerra al Terrore. Un comitato di consulenti in seno al Pentagono, il Defense Science Board, nell'estate del 2002 ha proposto la creazione di una squadra di un centinaio di uomini, il P2OG (Proactive, Preemptive Operations Group, ossia Gruppo azioni attive e preventive), con il compito di eseguire missioni segrete miranti a 'stimolare reazioni' nei gruppi terroristici, spingendoli a commettere azioni violente che poi li metterebbero nelle condizioni di subire il 'contrattacco' delle forze statunitensi.


Il paradosso di una simile operazione è spinto fino a limiti estremi. Pare che il piano debba in qualche modo opporsi al terrorismo causandolo.

In base al documento prodotto presso il Dipartimento della Difesa statunitense, altre strategie comprendono il furto di denaro a delle cellule di terroristi o azioni di depistaggio attraverso comunicazioni false. Viene subito alla mente il caso del falso comunicato n. 7 delle Brigate Rosse durante il sequestro di Aldo Moro, nel lontano 1978, uno dei tanti depistaggi degli 'anni di piombo', quando erano in incubazione su scala limitata i metodi poi estesi alla globalizzazione della paura.

Gli atti precisi cui ricorrere per 'stimolare reazioni' nei gruppi terroristici non sono stati svelati, il tutto in ragione della riservatezza di fonti e contatti da non compromettere.

Un'organizzazione come questa è perfetta per creare confusione e depistaggi, quel genere di caos che si determina nel passaggio dall'«infiltrazione» alla «provocazione».

Il documento del Pentagono si spinge poi a spiegare che l'uso di questa tattica consentirebbe di considerare responsabili degli atti terroristici provocati quei paesi che ospitassero i terroristi, a quel punto considerati dei paesi a rischio sovranità.

Il grande giornalista investigativo Seymour Hersh, una mosca bianca fra la grande stampa, ha rivelato già all'inizio del 2005 che il P2OG è stato rimesso all'opera. Cosa svelava Hersh?

«Sotto il nuovo approccio di Rumsfeld, mi è stato riferito (da fonti interne ai servizi americani, ndr) che agenti militari USA sarebbero stati autorizzati all'estero a fingersi uomini d'affari stranieri corrotti, intenti a comprare pezzi di contrabbando che possano essere utilizzabili per sistemi d'armamento atomici. In certi casi, stando alle fonti del Pentagono, dei cittadini locali potrebbero essere reclutati per entrare a far parte di gruppi guerriglieri o terroristici. Ciò potrebbe comprendere l'organizzazione e l'esecuzione di operazioni di combattimento, o perfino attività terroristiche.»

Evidenziamo: «perfino attività terroristiche».

Anche il prossimo libro di Hersh, di imminente pubblicazione, sarà incentrato sull'esistenza di un mondo pseudo-terroristico e para-terroristico che ha pericolosi punti di contatto con strutture dotate di una qualche patina di legalità.

La recente vicenda di New York, così come le vicende degli attentati londinesi reali o sventati tra il 2005 e il 2007, e altri episodi ancora, sembrano indicare un metodo di lavoro molto consolidato, in grado di inquinare la scena pubblica con una paura indotta.


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Altri articoli correlati di cui consigliamo la lettura:
14/02/2008  - Cooperative Research, L'FBI sapeva, la Commissione sapeva, e nessuno scriveva.
19/02/2012 -  Miguel Martinez, Come produrre un terrorista.
05/05/2013 – Giulietto Chiesa, Boston: una prova generale?


18 luglio 2013

11/9: chi inventò le false telefonate dagli aerei?

di Giulietto Chiesa - da Il Fatto Quotidiano.


Come promesso ai lettori di questo blog, continuo a informarli sulla prosecuzione dei lavori del '9/11 Consensus Panel' del quale faccio parte (colgo l’occasione per informare anche che due nuovi membri si sono aggiunti al panel e si tratta di Jonathan Cole, ingegnere civile, e di Daniele Ganser, storico, direttore del SIPER (Swiss Institute for Peace and Energy Research), docente dell’Univesrità di San Gallo e dell’Università di Basilea) .

Questa volta il panel ha preso in esame la davvero straordinaria e singolare faccenda delle telefonate da tre dei quattro aerei che furono dirottati quella tragica mattina. 

L’accuratissima analisi dell’intera storia delle telefonate ha permesso al Panel di individuare ben 32 contraddizioni, alcune delle quali insormontabili, tra le versioni fornite dalle autorità (che infatti si sono ripetutamente contraddette) e le evidenze documentali raccolte.
Va ricordato qui che, per ben tre anni, dal 2001 al luglio del 2004, la storia delle telefonate cellulari in partenza dagli aerei dominò i racconti dei media americani e mondiali. Vennero pubblicati racconti e libri, migliaia di articoli. 
Quelle telefonate furono ritenute un fatto della realtà e date per scontate. Ci fu perfino un film, quello sul volo UA 93, interamente basato su alcune di quelle telefonate. Va detto subito che sia l’FBI che il famoso o famigerato ‘9/11 Commission Report del 2004 accettarono ufficialmente che da tre dei quattro aerei partirono telefonate dai cellulari
Poiché la credibilità del ‘9/11 Commission Report‘ dipende pesantemente da questa narrazione, è evidente che una zero credibilità delle telefonate è uguale alla zero credibilità del rapporto. 
Ed è esattamente questo che il Panel ha potuto acclarare.

Non c’è spazio qui per passare in rassegna tutte le meticolose ricostruzioni delle telefonate (Todd Beamer dal UA93; Barbara Olson dal AA77; Peter Hanson dal UA 175; Jeremy Glick dal UA93; Mark Bingham dal UA93, Renee May, hostess, dal AA77; Brian Sweeney dal UA175; Thomas E.Burnett, 4 telefonate, UA93; Sandra Bradshaw, hostess, dal UA93; Elizabeth Wainio dal UA93; Mario Britton dal UA93, in tutto 35 telefonate). Qui voglio solo soffermarmi su due personaggi-protagonisti di queste “telefonate”. 
Chi vorrà andare a verificare la fondatezza delle nostre conclusioni può consultare su http://www.consensus911.org.

Il primo fu Todd Beamer che, nella vulgata dei media, fu colui che pronunciò la famosa frase : “let’s roll”, il grido di battaglia che avrebbe innescato la rivolta dei passeggeri del volo UA93. Secondo la telefonista che raccolse la telefonata, Lisa Jefferson, Beamer le sembrò stranamente tranquillo, date le circostanze. Al punto che la Jefferson riferisce all’FBI di avere avuto il sospetto che si trattasse di una finta telefonata (crank call), dato il carattere “metodico e razionale” dell’interlocutore che “stava per morire”. La telefonata durò ben 13 minuti
Fatto singolare, perché in quelle condizioni, con un numero enorme di chiamate, i centralini sovraccarichi, molte linee saltavano. Ma, ancora più singolare – sempre dal racconto della Jefferson, intervistata dall’FBI – la linea telefonica rimase in funzione per 15 minuti dopo che l’aereo era precipitato. Ma sarebbe da aggiungere il non trascurabile dettaglio che Beamer parlò per 13 minuti con ben due diverse operatrici del centralino e, quando la Jefferson gli propose di collegarlo con la moglie Lisa, in attesa di partorire il terzo figlio in gennaio, rispose: “No, no, non voglio turbarla senza motivo”. 
Beamer aggiunse: “Voglio solo parlare con qualcuno per fare in modo che si sappia cosa sta accadendo”. Come non avesse parenti o amici con cui parlare.L’altra telefonista, Phyllis Johnson, non risulta che sia stata intervistata dall’FBI e, alla fine dei conti, non esiste nessun modo di confermare senza equivoci che la persona che parlò con entrambe fosse effettivamente Todd Beamer. La chiamata non fu registrata né dalle due operatrici, né dall’AOSC (Airfone Operations Surveillance Center). 
Che dire? Ce n’è quanto basta per un centinaio d’interrogativi
Ma ne aggiungiamo ancora uno, che a me pare perfino più decisivo dei precedenti. Il 29 settembre 2001 l’FBI ricevette una dettagliata registrazione dell’ufficio della Verizon (l’operatore telefonico del cellulare di Todd Beamer) , dalla quale risultò che quel cellulare fece 18 telefonate dopo (sottolineo: dopo) che l’aereo UA93 era caduto, cioè dopo le 10:03 di quella mattina. Come concludere? Resta solo l’ipotesi che il cellulare non fosse a bordo dell’UA93 insieme a Todd Beamer, oppure che l’aereo che precipitò in un campo della Pennsylvania non fosse il volo UA93.

Di fronte a questa serie di problemi irrisolvibili, l’FBI tira fuori (sotto giuramento questa volta) un’altra versione. Lo fa durante il processo a Zakharias Moussaoui, nel 2006, affermando che tutte le telefonate, tranne due, non erano state fatte da cellulari. Le due chiamate sarebbero state fatte simultaneamente dal volo UA93 alle ore 9:58, da due assistenti di volo, E.Felt e Cee Cee Lyle. Entrambe risulterebbero fatte da una delle toilettes di bordo, quando l’aereo si trovava a 5000 piedi di quota (circa 1500 metri), cioè a un’altezza compatibile con le possibilità tecniche di trasmissione esistenti nel 2001. 

Ma c’è un altro problema: nemmeno queste due telefonate furono fatte da cellulari
Nonostante un accurato studio di tutti i cellulari dei passeggeri e dell’equipaggio di quel volo, non si è trovata nei tabulati corrispondenti alcuna chiamata alle ore 9:58, né alcuna certificazione della durata delle chiamate, né traccia, di conseguenza dei numeri telefonici cui sarebbero state indirizzate. 
Conclusione: tutte le storie riferite a telefonate da cellulari a bordo degli aerei sono false, poiché quelle telefonate non sono mai esistite

E veniamo ora alle telefonate più clamorose (nel senso che fecero clamore in tutto il mondo, producendo enorme emozione): quelle di Barbara Olson, notissima commentatrice televisiva, da bordo del volo AA77. Secondo la testimonianza del marito, Theodore Olson (non si trascuri che egli era il Procuratore Generale degli Stati Uniti), Barbara lo chiamò due volte, circa mezz’ora prima che l’aereo si schiantasse sul Pentagono. Fu la CNN a dare per prima questa notizia. Ted Olson fu chiaro: la moglie lo chiamava da un cellulare.. 

Da notare che le telefonate della Olson sono le uniche fonti che parlano dell’armamento di cui disponevano i terroristi (tagliacarte) e dunque le rivelazioni di Ted Olson sono cruciali per la ricostruzione della vicenda. Tant’è vero che esse sono state un pilastro per l’intero resoconto ufficiale. Ted Olson cambiò versione, in seguito, ripetutamente. Ma resta agli atti che egli disse all’FBI che la prima chiamata durò “circa un minuto”. Al Larry King Show disse poi che la seconda chiamata durò “due, o tre, o quattro minuti”. 

Ci sono però almeno quattro gravi problemi che minacciano alla radice la storia raccontata da Ted Olson. Il primo viene dall’FBI che, nel 2004, inequivocabilmente dichiara: “Tutte le telefonate dal volo AA77 furono effettuate tramite il sistema telefonico di bordo”. Bugiardo Olson? 

Purtroppo anche l’FBI risulta bugiarda. Nel 2006 un funzionario della American Airlines dichiara (processo a Mousaoui) che “Nessun Boeing 757 aveva telefoni dietro i sedili prima del settembre 2001. I passeggeri del volo AA77 usarono i loro cellulari”. C’è un’altra conferma di questa affermazione, ed è nel manuale di servizio del Boeing 757, datato 28 gennaio 2001: “Il sistema telefonico per passeggeri è stato disattivato in base all’ordinanza Eco F0878”. Ci furono altre conferme dell’inesistenza di telefoni di bordo per passeggeri (vedi il sito http://Consensus911.org).

C’è il fatto, davvero impressionante, che non esistono dati che certifichino alcuna telefonata di Barbara Olson quella mattina: non alla compagnia telefonica; non al Dipartimento di Giustizia (dove si trovava il marito); non sui dati che registrarono i movimenti del suo cellulare. Infine un ultimo pasticcio inestricabile. Un rapporto dell’FBI (reso noto sempre durante il processo a Moussaoui, nel 2006) demolisce la storia di Ted Olson. Esso certifica che ci fu una sola chiamata proveniente da Barbara (non due) e che essa durò “zero secondi”. Cioè che non ci fu alcuna connessione. Cioè che non ci fu nessun racconto.

Tutto questo senza considerare l’implausibilità di tutta la scenografia, in cui 60 passeggeri, uno dei quali, Charles Burlingame, era un sollevatore di pesi, ex boxeur, che vengono spinti in fondo all’aereo da due dirottatori mingherlini (così risulta dal racconto di Ted Olson, che riferisce le parole della moglie), mentre gli altri due erano chiusi in cabina.
Conclusione: Ted Olson ha mentito? Non si può escludere che gli siano arrivate delle telefonate che potevano sembrare provenienti da Barbara Olson. Ma agli atti risulta con tutta evidenza che non potevano provenire da bordo del volo AA77
Dunque tutta la ricostruzione è fasulla. 
Qualcuno l’ha inventata. 
Se le telefonate ci furono non furono dagli aerei. Se non furono dagli aerei, allora chi le fece? E a che scopo le fecero? Quando chiediamo che ci sia un’inchiesta vera, in cui tutti i protagonisti ancora vivi siano chiamati a testimoniare sotto giuramento, a cominciare da Ted Olson, chiediamo l’ovvietà. Ma l’ovvio non fa parte della intera vicenda dell’11 settembre. Per questo andremo avanti nell’indagine.


Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/18/1109-chi-ha-inventato-le-false-telefonate-dagli-aerei/659337/.

Pubblicato anche su Megachip.

 

9 luglio 2013

Il web globale passa quasi tutto per i cavi NSA

da RT.
Segue intervista a Pino Cabras

Come rivelano alcuni nuovi documenti emersi, gli accordi stipulati tra agenti federali e società straniere hanno permesso al governo degli Stati Uniti di intercettare e interpretare facilmente una vasta fascia di dati di comunicazione trasmessi in tutto il mondo.
In una presentazione con slides della National Security Agency ottenuta da The Washington Post e attribuita alle rivelazioni del dissidente NSA Edward Snowden, il governo USA ha incoraggiato gli analisti ad attingere direttamente a tutta una gamma di cavi in fibra ottica sottomarini che funzionano da condutture per circa il 99 per cento del traffico mondiale telefonico e di internet.
Il resoconto, pubblicato da Craig Timberg e Ellen Nakashima del Post, spiega il modo in cui le slides della NSA fatte trapelare da Snowden rivelino un ulteriore programma di sorveglianza attivato in qualità di presunta misura antiterrorismo, ma al costo di mettere a rischio la privacy di milioni - se non miliardi - di persone.
Secondo l’articolo, il governo degli Stati Uniti inviò una squadra di avvocati presi dal guazzabuglio di sigle delle agenzie federali - inclusi il Federal Bureau of Investigation e i Dipartimenti della Difesa, della Giustizia e della Sicurezza Interna - per sovrintendere agli sforzi post-11/9 avrebbero garantito che più informazioni di intelligence disseminate in tutto il mondo potessero essere raccolte da agenti americani.
«I documenti mostrano che, tra i loro compiti, vi era quello di garantire che le richieste di sorveglianza ricevute venissero soddisfatte in modo rapido e riservato», hanno scritto i due giornalisti.
Tutto ciò, sostiene il Post, è stato adempiuto mantenendo «una cellula aziendale interna di cittadini americani con nulla osta del governo» tra le fila delle società estere che controllano i cavi a fibre ottiche che trasportano la maggior parte dei dati delle telecomunicazioni in tutto il mondo. Una di queste entità è stata l’asiatica Global Crossing, e gli USA si sono affrettati ad infiltrarsi nella lista dei suoi addetti poco dopo l'11/9.
Il Post scrive che il "Contratto di sicurezza di rete" stipulato tra Global Crossing e gli USA nel 2003 ha rappresentato il caso di uno dei primi grandi fornitori che diede agli USA il potere di attingere a queste grandi condutture delle telecomunicazioni, e nel decennio successivo ormai non si contano più quanti altri siano stati autorizzati. In quel caso e in altri, avvocati federali che collaboravano sotto il nome di "Team Telecom" hanno costretto i proprietari stranieri di questi cavi a conformarsi alle richieste americane di informazioni.
Nel caso del contratto di Global Crossing, gli USA ottennero che la ditta firmasse un accordo che garantiva che gli agenti segreti americani potessero richiamare l'azienda in modo da essere presso un suo "Centro di Operazioni di Rete" con sede in USA entro un tempo di appena 30 minuti per monitorare e raccogliere i dati
E sebbene esistano leggi concepite per fornire presunte salvaguardie in grado di proteggere la privacy degli americani, il Post sostiene che questo non ha fermato le agenzie americane dall’essere in grado di raccogliere comunque i dati.
«Dato che le persone in tutto il mondo chattano, navigano e inviano le immagini tramite i servizi online, gran parte delle informazioni fluisce entro il raggio d’azione alla portata tecnologica della sorveglianza USA. Anche se le leggi, le norme procedurali e le politiche interne limitano il modo in cui le informazioni possono essere raccolte e usate, i dati provenienti da miliardi di dispositivi fluiscono in tutto il mondo attraverso quelle strettoie di internet che gli Stati Uniti e i loro alleati sono in grado di monitorare», scrive il Post. Insieme al programma PRISM divulgato da Snowden il mese scorso, l’attingere a questi cavi offre agli Stati Uniti la possibilità di monitorare praticamente qualsiasi comunicazione che passi vicino agli Stati Uniti.

Il Post osserva che sia il PRISM sia il programma "a monte" che estrae i dati dai cavi sottomarini, intendono indirizzarsi soltanto alle comunicazioni in cui si ritenga che una parte stia al di fuori degli USA, ma le agenzie governative non sono disposte a dire quanti americani sono incidentalmente o inavvertitamente entrati nel raggio del radar della NSA. In precedenza, però, membri del Senato degli Stati Uniti hanno usato frasi come «profondamente costernati» per prevedere come gli americani avrebbero verosimilmente reagito se avessero conosciuto la piena estensione e la portata dei programmi di sorveglianza del loro paese.
Sulla scia delle rivelazioni di Snowden che sono iniziate a emergere lo scorso mese, la NSA, il presidente Barack Obama e la sua amministrazione hanno tutti quanti esaltato i programmi di sorveglianza, quali strumenti necessari nella guerra contro il terrorismo. La Casa Bianca sostiene che le pratiche sono legalmente autorizzate sia attraverso il Foreign Intelligence Surveillance Act sia tramite il Patriot Act post-9/11, ma continuano ad attirare le critiche da parte del pubblico e anche dai politici. Il trentenne Snowden è alla ricerca di asilo per evitare il processo negli Stati Uniti, dove è accusato ai sensi della vigente legge sullo spionaggio.





Intervista a Pino Cabras a Radio Italia dell'IRIB: Amici e nemici, tutti nel raggio dello spionaggio USA.

Qual è la verità sul Datagate? «Credo che la verità sia stata una volta tanto raccontata da una persona interna al sistema, cioè Edward Snowden, questo funzionario di una delle tante agenzie collegate allo spionaggio americano. E la verità è che il sistema spionistico elettronico statunitense ha un controllo pressoché totale sulle comunicazioni a livello mondiale, e quindi amici e nemici sono tutti nel suo raggio di azione…».


È disponibile attraverso il link sottostante l'audio integrale dell'intervista.

5 maggio 2013

Boston: una prova generale?

Le controverse e bizzarre versioni ufficiali e ufficiose dell'attentato di Boston, l'ombra dell'FBI sulle biografie degli attentatori, le esercitazioni di sicurezza (come sempre nei grandi attentati), le impressionanti lacune dei principali organi di informazione, una metropoli sotto assedio. Il massimo indiziato è ora muto, ma i media non stanno meglio.


di Giulietto Chiesa Megachip.

Il mainstream peggiora a vista d’occhio. E, tanto più peggiora, tanto meglio si vede in filigrana quando mente (anche se non è facile, di primo acchito, vedere quanto mente).  Peggiora ma non pare destinato, per il momento, a passare a miglior vita. Infatti viene sostenuto da possenti iniezioni di morfina, che lo rendono , se non più sano, quanto meno abbastanza arzillo.  Io, da modesto cronista, l’ho seguito con grande attenzione nelle sue circonvoluzioni: dalla narrazione che imbastì a proposito della fine dell’Unione Sovietica, all’esaltazione della figura di Boris Eltsin, dipinto a tinte pastello come il primo presidente democratico della nuova Russia, mentre era soltanto un Quisling ubriacone che la Russia la svendette, privatizzandola, tutta intera, con la modica spesa di 10 miliardi di dollari (sottolineo, dieci miliardi di dollari).
L’ho seguito, il mainstream durante gli eventi dell’11 settembre 2001, a volte perfino ammirato della sua spettacolare potenza. Non si poteva non restare affascinati dalla capacità planetaria con cui riuscì prima a raccontare che il colpevole era stato Osama bin Laden, insieme a 19 terroristi semi-analfabeti, naturalmente islamici, poi a chiudere bruscamente e per sempre (forse) la pagina, dimenticandola insieme ai prigionieri di Guantanamo. Che infatti sono ancora là a prendere il sole di Cuba senza essere stati gratificati nemmeno da un qualche modesto capo d’accusa, in compenso definiti sbrigativamente “nemici combattenti”, che solo Bush sapeva cosa volesse dire.
Ma questa è ormai storia. L’altro giorno ho parlato agli studenti del primo anno universitario in una facoltà del Veneto. La gran parte di loro nemmeno sapeva che c’era stato un 11 settembre 2001. A riprova del fatto che il mainstream – quanto a copertura (nel senso proprio di coprirli per impedire che si vedano) degli eventi reali - è più efficace di un monastero di clausura.
Quello che accade in questi giorni è dunque poca cosa rispetto a eventi di quella portata. Spiccioli, loose change, direbbero gli americani. Ma gustosi. Prendiamo per esempio le bombe di Boston. Ho seguito con pignoleria le cronache americane (di quelle italiane si poteva fare a meno essendo banalmente copiate da quelle), per accorgermi, con curiosità crescente, che la storia ufficiale, minuto per minuto, si allontanava dalla ragione per entrare nei meandri del più fitto mistero, poi della più banale confusione, per infine perdersi nella menzogna più spettacolare, del più trito grand guignol.
Il fatto che i due “terroristi” fossero stati individuati così in fretta parrebbe dimostrare grande efficienza dell’FBI di Boston. Se non fosse che, alcuni giorni dopo, emerge dal New York Times che i due daghestan-ceceni erano tutt’altro che sconosciuti allo stesso esimio Federal Bureau of Investigation. Il quale li teneva sotto controllo da ben due anni. Sapeva tutto di loro, li aveva già interrogati, aveva seguito con la massima cura il ritorno in patria di Tamerlan (una “patria” che gli era quasi sconosciuta visto che aveva passato tutta la sua giovinezza negli Stati Uniti, ma opportunamente riportata in primo piano, guarda caso, proprio, si può dire, alla vigilia dell’attentato).
Vengono alla mente i viaggi di Lee Harvey Oswald a Cuba e poi nell’allora Unione Sovietica. Fatti apposta, con largo anticipo, allo scopo trasparente (ma il mainstream non vede le cose trasparenti, vallo a spiegare a Vittorio Zucconi!) di preparare la tesi, subito poi abbandonata, che Oswald fosse stato inviato dal KGB a uccidere John Kennedy. Non ce ne fu bisogno perché si trovò presto Jack Ruby che fece fuori Oswald con due colpi di pistola di fronte alle telecamere americane. Per poi morire “di cancro”, a sua volta, prima che un processo potesse chiarire come mai aveva sparato a Oswald. Il quale ultimo, prima di spirare, si accorse – e lo disse – di essere stato un “capro espiatorio”.
Ma questa è una parentesi. Passano i giorni e non viene fuori una sola motivazione che avrebbe potuto spingere i due fratelli Tsarnaev, il giovane Dzhokar e il poco più anziano Tamerlan, a mettere le bombe. Mentre scrivo – e sono già trascorse due settimane abbondanti – ancora non c’è una motivazione, una rivendicazione, uno straccio d’idea in materia. Quello che conta è la loro “origine cecena”. Si sa, i ceceni sono cattivi e terroristi per doppia definizione: la seconda è che sono islamici. Uno dei due è stato ufficialmente ammazzato subito dopo l’attentato in un “conflitto a fuoco”, e dunque non parlerà più. L’altro, Dzhokar, è stato trovato ferito e non armato, ma pare che non potrà più parlare essendosi inflitto da solo una ferita ammutolente. Per lo meno così ha dichiarato il sindaco di Boston, Thomas M. Menino. In ogni caso, per evitare che possa un giorno dire cose sconvenienti, si sta ancora valutando l’opportunità di trattarlo come “potenziale nemico combattente” (guarda che fantasia!), in modo che possa essere interrogato al di fuori del sistema legale garantito (per ora) a tutti i cittadini, senza la presenza di un legale e senza essere stato avvertito - pensate ! – che egli potrebbe “involontariamente autoaccusarsi” (International Herald Tribune, 22 aprile 2013).
Nel frattempo dilagano sui giornali le ricostruzioni di tutti gli attentati effettuati dai ceceni in diverse città della Russia nel corso degli ultimi vent’anni. Pagine e pagine, ma non si riesce a capire cosa c’entri Beslan, o Mosca, con questa faccenda di Boston. Non ci si riesce perché nessuno riesce a trovare alcun nesso decente. Ma così si fanno i giornali e così si sparano le notizie in tv. Attentati molto sanguinosi, come sappiamo, ma servono a insinuare sottopelle l’idea – razzista - che da quelle parti è “logico” che nascano terroristi. Per altro il giovane Tsarnaev, seppure la famiglia sia di origine cecena, è nato in Daghestan e fu subito trasferito negli Stati Uniti, dove viveva da molti anni, piuttosto floridamente. E – riferiva uno dei suoi professori alla Darthmouth University of Massachusetts, il professor Bryan Glin Williams - ne sapeva così poco della sua “patria” che, richiesto di scriverne, andò a chiedere informazioni al proprio docente. Terrorista, dunque, ma anche ignorante. Al massimo si potrebbe concludere che ce l’avesse con i russi, che avevano deportato i ceceni in Asia Centrale, ai tempi di Stalin. E, dunque, se avesse voluto mettere bombe, sarebbe andato a Mosca. Dove, in ogni caso, non avrebbe potuto far saltare in aria altro che la tomba di Stalin. Tutto salvo mettere bombe a Boston: non si riesce a capire il perché.
Dovrebbe essere già chiaro fin d’ora che, in questa storia delle due bombe di Boston, ci sono troppe oscurità per essere bevuta tale e quale. Eppure mai che qualche giornalista, sia locale che nostrano, avanzi qualche sospetto. Tutti allineati e coperti. I buchi e le voragini di questa storia sono talmente evidenti che un normale professionista non può non accorgersene. Invece vengono allineate, per il colto e l’inclita, ondate di interrogativi sui possibili legami tra i fratelli Tsarnaev e la famosa, ma ormai in disuso, Al-Qa'ida. Solo Giovanna Botteri, ogni sera, tirava fuori questa tesi, caldeggiata dalla altrettanto famosa, e non per caso, ammiraglia televisiva mondiale detta CNN. Salvo poi riferire improvvisamente, una sera, agli assonnati telespettatori del TG3Notte, che la CNN si scusava pubblicamente per avere raccontato troppe frottole nei giorni precedenti. Frottole dovute alla fretta, naturalmente, raccontate in buona fede, niente malizia. E la Botteri ne approfittava, insieme al Mannoni sonnecchiante, per tessere le lodi della CNN, capace di emendarsi dei suoi errori. Vedi come funziona bene il mainstream? Dobbiamo inchinarci anche quando mente. Infatti mente con sincerità.
Tuttavia, nonostante le scuse e le rettifiche, le cose che non quadrano si moltiplicano. I due bombaroli daghestan-ceceni avrebbero appena massacrato un po’ di persone con pentole a pressione piene di esplosivo (pare) – non senza essere accuratamente fotografati, insieme, sul luogo del delitto; ed eccoli andarsene in giro per la città, trasformata in zona di guerra (e resterà in quelle condizioni per dieci giorni consecutivi anche dopo la liquidazione fisica del “commando ceceno”), fino ad ammazzare, senza apparente motivo, che non fosse quello di appropriarsi della sua pistola, un giovane poliziotto di guardia all’università, che se ne stava quietamente seduto nella sua auto di servizio. Ma non erano già armati? E, essendo ricercati da migliaia di agenti, non sarebbe stato più logico che se ne stessero rintanati da qualche parte? No. Sparacchiano e assaltano automobili. A un certo punto della serata, non si sa a che ora, un giovanotto (uno solo, e l’altro dov’è?) – che, tanto per far capire bene chi era, si dichiara subito come l’autore dell’attentato di poche ore prima - assalta un SUV e si fa portare in giro per Boston e dintorni. Il giovane esibisce una pistola, mostra al terrorizzato conducente che c’è un colpo in canna, si vanta delle sue gesta. Tutto questo lo sappiamo dalla “dichiarazione giurata” del conducente del SUV. Di cui però non viene rilasciato il nome e il cognome. Ma deve trattarsi di persona coraggiosa, poiché riesce a fuggire al suo rapitore durante la sosta in una stazione di servizio. Poi la sparatoria con i poliziotti, in cui Tamerlan viene ucciso, mentre Dzhokar riesce a fuggire.
Solo che emerge dal web un filmato in cui si vede benissimo un uomo completamente nudo che viene infilato a forza in una vettura della polizia. E’ notte, le immagini sono poche, ma i fari delle auto della polizia e le luci roteanti rosse e blu sono sufficienti a mostrare con nitidezza la scena. C’è anche, sul web, la dettagliata intervista di una televisione locale a un testimone oculare del fatto. Il giovanotto non risulta ferito. Si muove agevolmente, si copre le pudenda con le mani. E’ aitante, sicuramente giovane. Chi è? Perché è nudo? Possiamo ipotizzare che i poliziotti che l’hanno arrestato lo abbiano spogliato completamente per eliminare il timore che fosse imbottito di tritolo? Penso che sia un’ipotesi legittima. Forse hanno sbagliato persona? Forse. Ma la madre – cui il filmato viene immediatamente mostrato - da Makhachkalà grida: “E’ mio figlio, è Tamerlan!”. Inutile citare qui tutte le fonti. Basta andare su YouTube e se ne trovano a decine, l’una più sorprendente dell’altra. A riprova che fabbricare attentati diventa sempre più difficile, nonostante la sorpresa. Perché c’è sempre qualcuno che riprende le immagini, o che va ad analizzare le immagini fornite dalle tv del mainstream, e scopre un sacco di cose che gli operatori del mainstream, non informati preventivamente, hanno involontariamente mostrato.
Ahinoi! Qualcosa è andato storto. Se era Tamerlan, ed era vivo e nudo, allora non funziona più la tesi dello scontro a fuoco con la polizia in cui è stato ammazzato. Va bene, da qui non si può sapere niente e non possiamo concludere niente, sebbene il cuore di una mamma, come ci è noto da De Amicis e da De Filippi (Maria) , non sbagli mai. Tuttavia qualche giorno prima, del tutto inaspettatamente, si era aperta un’altra pista tipo Al-Qa'ida. Mentre tutti gli Stati Uniti erano in stato di allerta, in attesa di nuovi attentati dinamitardi (che non potevano più essere opera di Tamerlan, defunto, e di Dzhokar, muto) ecco apparire le lettere al ricino. Due per la precisione. Una addirittura inviata a Barack Obama, fermata dai sistemi di controllo esterni alla Casa Bianca, e l’altra al senatore Roger Wicker, repubblicano del Mississippi. Allora c’è una strategia di grandi dimensioni, e l’America è sotto attacco? Oppure era una variante di contorno, prevista per sviluppi di altro genere, come lo furono le lettere all’antrace che apparvero nei giorni successivi all’11 settembre 2001?
Si ricorda che le indagini a proposito di quelle lettere portarono, dopo qualche anno, alla scoperta che l’antrace era stato prodotto in un laboratorio militare statunitense e la faccenda finì con qualche incriminazione e qualche suicidio. Del ricino post Boston si sono invece perdute le tracce. Sebbene una considerazione elementare dovrebbe indurci obbligatoriamente alla conclusione che le lettere al ricino non potevano essere comunque il prodotto della furia assassina dei fratelli daghestan-ceceni, e, dunque, che c’era qualcun altro a tessere le fila. O, forse, si è trattato di una coincidenza, spettacolare come tutto il resto. Se non fosse che – le coincidenze si moltiplicano – sempre sul web si assiste a una girandola impressionante di testimonianze visuali che dimostrano come sul luogo degli attentati siano avvenuti eventi assai strani. Ci sono feriti che hanno perduto entrambe le gambe, maciullati dalle bombe, che restano vivi nonostante ferite che provocherebbero il dissanguamento e la morte in pochi minuti. Che vengono fotografati con grande dettaglio, con esibizione di monconi sanguinanti e scomposti, ma che risulterebbero poi reduci di guerra già regolarmente dotati di protesi. E’ il caso del colonnello Nick Vogt, (1° battaglione del 5° reggimento di fanteria, 1ª Brigata di combattimento d’urto, 25ª Divisione di fanteria) che perdette le gambe mentre era in combattimento a sud di Kandahar, Afghanistan. Il quale figurerebbe in molte fotografie professionali come mostruosamente maciullato dalla bomba. Che ci faceva Nick Vogt alla maratona di Boston? Cosa c’entrava tutto quel sangue rappreso, tutti quei filamenti di carne, attorno ai suoi moncherini da gran tempo cauterizzati? Ovviamente c’è chi giura che invece non è lui. Ma è lecito pretendere un’indagine che chiarisca i tanti punti controversi, come questo.
Si vedono (prima delle bombe) massicci personaggi che sembrano telefonare. Giubbotti neri, pantaloni beige, scarponi beige, con grossi zaini militari appesi alle spalle. Hanno l’aria di guardinghi poliziotti in borghese, ma quei grossi zaini neri non si spiegano con le funzioni di vigilanza (che poi, va detto, non ha funzionato affatto, come gli eventi hanno dimostrato). Ma probabilmente non erano là per vigilare. Risultano vestiti come i Navy Seal, ma non sono poliziotti, né militari. Hanno l’aria di una squadra di “contractors”, mercenari che stanno svolgendo “altre funzioni”. Se ne vedono ben cinque, tutti con la stessa divisa, e alcuni portano distintivi di una organizzazione che risponde al nome di Craft e che ha un motto davvero eloquente: “Despite what your mamma (sic!) told you… Violence does solve problems” (A differenza di ciò che ti ha detto la mamma… la violenza risolve i problemi). Dopo l’esplosione si vede un altro giovanotto che se la dà a gambe ad alta velocità e con destrezza, molto sano, molto atletico, con i pantaloni sbrindellati. Una telecamera lo insegue, e lo vede sparire tra la folla. Uno degli attentatori? Ma vi pare che l’attentatore se ne va a spasso a pochi metri (pantaloni sbrindellati) dalla bomba che ha appena piazzato?
In uno di questi filmati vengono ingranditi i due dispacci del Boston Globe che, uno dietro l’altro, raccontano la verità pochi minuti prima della tragedia. Ecco il primo: “Officials: there will be a controlled explosion opposite the library within one minute as part of bomb squad activities” (Funzionari: ci sarà tra un minuto una esplosione controllata di fronte alla biblioteca come parte delle attività di una squadra di artificeri). Ecco il secondo: “Breaking News: police will have controlled explosion on 600 block on Boylston Street” (Ultime notizie: la polizia effettuerà una esplosione controllata al n. 600 di Boylston Street). Ma, scusate, vi pare credibile che la polizia effettui “esplosioni controllate” nel bel mezzo di una manifestazione piena di gente?
Ho impiegato diverse ore a esaminare con cura decine di questi filmati. Alcuni sono palesemente “fake”, prodotti da dilettanti che si lanciano in analisi improbabili. Altri potrebbero essere prodotti “fake”, fatti apposta per creare confusione e screditare prodotti più seri. Altri sono prodotti opinabili, ma costituirebbero materiale importante in una inchiesta degna di questo nome. Infine ce ne sono parecchi che – come quelli appena citati (e sono solo alcuni nel gran mare) – forniscono le prove dell’inganno architettato a uso e consumo dei media che dovranno diffonderlo in giro per il mondo. Chi c’è dietro questa messa in scena? L’impressione del cronista è di trovarsi di fronte a una “rete canaglia” di terroristi, strettamente legata a settori chiave del mainstream americano
Ora non ci resta che aspettare che la sagacia dell’FBI, e della CIA, rimetta insieme i pezzi di questo puzzle insensato. Ma non riusciamo a sottrarci all’impressione che i poveretti Dzhokar e Tamerlan Tsarnaev siano da includere nella lunga lista dei “capri espiatori”. Quanto alle coincidenze esterne non sarà inutile ricordare che, proprio quel giorno dell’attentato di Boston, Barack Obama subì la sconfitta, nel Senato, del suo progetto di legge di limitazione delle vendite di armi ai cittadini americani. Magari non c’entra niente, ma io lo terrei presente. Soprattutto terrei presente il fatto che quello stesso 16 aprile il New York Times metteva in prima pagina un articolo, a firma Scott Shane, intitolato così: “US tortured detainees after 9/11, report says” (Gli Stati Uniti hanno torturato i prigionieri dopo l’11 settembre, così afferma un rapporto). Il rapporto, di 557 pagine, meritava la prima pagina, onore al merito del New York Times, essendo completamente bipartisan, firmato da due ex deputati con esperienze di governo: un repubblicano, Asa Hutchinson, e un democratico, James R. Jones. Sedici mesi di lavori, che presero avvio dopo che – scrive Scott Shane – “il Presidente Barack Obama decise nel 2009 di non sostenere la creazione di una commissione nazionale per indagare sui programmi antiterroristici del post 9/11, come invece aveva proposto di fare il senatore Patrick Leahy, democratico del Vermont, insieme ad altri. Obama disse allora che egli preferiva «guardare avanti e non indietro»”. Cioè coprì le gesta del suo predecessore, condividendone le responsabilità.
Come ha detto uno che di queste cose se ne intende (tant’è che fu chiamato ad aiutare Cossiga nei giorni del rapimento di Aldo Moro, tre volte nei centri vitali della sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America), Steve Pieczenick, è del tutto evidente quali titoli di giornali di tutto il mondo avrebbero potuto oscurare, relegandola nel dimenticatoio, il giorno dopo, una notizia di queste dimensioni, che metteva sotto accusa, direttamente, gli ultimi due presidenti degli Stati Uniti. Infatti proprio così si è verificato. Nessun giornale italiano mainstream ha riportato l’articolo del New York Times.
Ma c’è anche un’altra interpretazione possibile, che non contraddice affatto le appena citate. Due presunti terroristi daghestan- ceceni, subito catturati e messi in condizioni di non nuocere, sono stati sufficienti per mettere letteralmente in stato d’assedio, per una intera settimana, una grande città del Nord America. Gli abitanti di Boston e dintorni sono stati bloccati nelle loro case, le attività lavorative sono state fermate, la città è stata spenta e gettata nel panico. Ha tutta l’aria di una “prova generale” per qualche cosa che si sta preparando da tempo. Il programma dei 30 mila droni, destinati a pattugliare il cielo degli Stati Uniti, sembra stato pensato in questa chiave: non (solo) per abbattere i terroristi in ogni parte del mondo, ma per sorvegliare l’America in nome della sicurezza dei cittadini.

Nota.
Ecco alcuni dei link (tra i moltissimi disponibili) che ciascuno, avendo il tempo, potrà visionare per farsi un’idea delle cose che ho appena esposto:
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Fonte: http://www.megachip.info/finestre/zero-11-settembre/10204-boston-una-prova-generale.html
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