Il primo canale russo ha prodotto, trasmettendola in prima serata, un’inchiesta sull’11 settembre 2001.
Oltre a interviste a Giulietto Chiesa, Richard Gage e altri esperti sui mega-attentati di New York e Washington, il servizio mette in luce analisi e fatti nuovi.
Il ruolo delle esercitazioni militari e la costituzione di giganteschi fondi neri per centinaia di miliardi di dollari.
Il prossimo 11 settembre
coinciderà con il 15-esimo anniversario del più grande attentato terroristico
della storia. Si sono spesi ettolitri d’inchiostro per argomentare sul tema:
chi lo ha fatto? Quali erano gli obiettivi politici che i suoi organizzatori
perseguivano?
È una disputa che non si può riproporre qui. Chi scrive ha sostenuto da
sempre che i diciannove presunti “dirottatori”, guidati da Osama bin Laden, non
avrebbero potuto, in ogni caso, realizzare un tale piano. Ci sono prove in
abbondanza che nell’operazione intervennero forze potenti che avevano legami
con diversi servizi segreti, a cominciare da settori della CIA e dell’FBI, per arrivare fino all’ISI pakistano, ai servizi segreti sauditi e a quelli, sicuramente coinvolti, del Mossad israeliano.
Il lavoro della “9/11 Commission” (cioè la “versione
ufficiale”) non regge di fronte a una sterminata quantità di contestazioni,
mosse da ricercatori e giornalisti indipendenti di tutto il mondo. Chi volesse
sincerarsene può consultare il sito Consensus911.org,
dove molte di queste contestazioni e incongruenze sono state esaminate in questi
anni da un gruppo di specialisti di cui anch’io faccio parte. Quella
Commissione — come adesso sappiamo ufficialmente dopo le rivelazioni dell’ex
senatore democratico Bill Graham
(che fu presidente della Commissione del Congresso che per prima indago
sull’11/9) e di numerosi senatori e deputati americani — rifiutò di esaminare
documenti e prove di quelle oscure manovre che precedettero l’attentato. Le 28
pagine del primo rapporto, recentemente desecretate, rivelano e documentano
inequivocabilmente, che il governo saudita aiutò e finanziò i “capri espiatori”
a installarsi negli Stati Uniti. E questo fatto, da solo (senza tenere conto
che FBI e CIA erano — e tutto ciò è stato provato— al corrente della
preparazione dell’attentato), dimostra che la 9/11 Commission fornì una versione
falsa dell’intera vicenda, per coprire i veri responsabili.
A questa
falsificazione — già provata — se ne possono aggiungere decine. Quanto basta
per concludere che ci furono interessi potenti, all’interno dell’élite
americana e dei circoli dirigenti occidentali, per coprire i veri protagonisti
dell’attentato. Basti pensare che il presidente
onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, Ferdinando Imposimato, ha dichiarato, e scritto, in diverse
interviste, che esistono ormai indizi più che sufficienti per incriminare, di concorso in strage, di fronte a un corte internazionale,
l’Amministrazione americana di George W.
Bush e Dick Cheney. Sfortunatamente
una tale corte esiste, ma non è abilitata a processare l’Amministrazione
americana.
Il fatto è che — altro indizio importante — tutto il mainstream mediaticooccidentale
ha coperto in tutti questi 15 anni una versione ufficiale totalmente falsa,
fino al ridicolo, impedendo l’emergere della verità. Gli ideatori e
organizzatori dell’attentato, i loro amici e sodali, avevano ed hanno il
controllo quasi totale della comunicazione mondiale, e dunque hanno potuto
giovarsi della completa ignoranza dei
fatti in cui centinaia di milioni di persone sono state confinate.
Il problema è
dunque, al tempo stesso politico e comunicativo. Ed è questione
cruciale risolverlo prima che sia troppo tardi. Gli organizzatori dell’11/9
sono ancora non solo a “piede libero”, ma sono tuttora in grado di creare danni,
irreparabili, alla pace mondiale. Si deve ricordare che essi sono dei
vincitori: la potenza della loro azione ha modificato drammaticamente la storia
del pianeta. Dopo l’11/9 ha preso inizio una serie di guerre sanguinose (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria) e di mutamenti del sistema delle regole
internazionali: tutti motivati con la necessità di combattere il “nuovo
nemico” dell’Occidente, l’Islam fondamentalista.
La guerra al terrorismo internazionale,
che prese inizio fin da quella data, è in corso da quindici anni. Ma,
paradossalmente, non solo non sembra produrre risultati tangibili, ma sta estendendo il caos e il disordine in
tutte le direzioni. A prima vista la
situazione attuale sembra dimostrare che l’Impero americano — il più potente e
armato di tutto il mondo, coadiuvato dalle armate dell’Occidente inquadrate
nella NATO — non sia in grado di fermare il nuovo nemico, artificialmente
evocato mediante “il più grande spettacolo del mondo”, cui assistettero in
diretta televisiva, live, circa 3
miliardi di persone.
Non credo che questa impressione di sconfitta sia giusta. Piuttosto gli
sviluppi cui stiamo assistendo sembrano delineare una situazione di caos globale, che corrisponde agl’interessi
degli stessi inventori della “guerra al terrorismo internazionale”. Si tratta
di un “caos organizzato”, il cui
scopo principale è quello di nascondere
ai popoli dell’Occidente, ormai terrorizzati, che l’origine della crisi
mondiale è tutta interna all’Occidente. Essa deriva direttamente dal fatto
che il sistema bancario mondiale, creato dalla globalizzazione e che, a sua
volta, ha sorretto la globalizzazione, non è più in condizione di resistere a lungo
senza esplodere in una crisi mondiale di proporzioni cento volte superiori a
quelle che portarono alla crisi del 1929.
Il “terrorismo islamico”, che si sta trasformando, giorno dopo giorno, in
una “guerra irregolare” diffusa (secondo
la definizione datane da Vladimir Putin)
equivale a una grande “distrazione di
massa”, per disorientare l’opinione pubblica mondiale, ma consente anche
agli Stati Uniti di sfruttare terroristi e gruppi radicali estremisti per i
propri scopi di parte. Lo prova a dismisura la teoria — inventata per
l’occasione proprio dalle fonti ufficiali occidentali per mascherare il proprio sostegno al terrorismo nel corso
della guerra contro la Siria — dei “terroristi
moderati”, contrapposti ai “terroristi cattivi”. Teoria che si è spinta
fino a far considerare come potenziali alleati, nel tentato abbattimento del
regime di Bashar al-Assad, dei raggruppamenti affiliati ad Al-Qa’ida. Guarda caso,
proprio la stessa Al Qa’ida cui 15 anni fa venne attribuita la paternità del
grande attentato contro il World Trade Center e il Pentagono.
Dopo la crisi del 2008, innescata dal crollo di Lehman Brothers, nessuna
ricetta dei centri del potere finanziario globale è stata in grado di rimettere
in moto la macchina finanziaria mondiale. Il denaro è stato moltiplicato in
forme vertiginose, attraverso il quantitative
easing praticato da tutte le banche centrali dell’Occidente. Ma la macchina globale non riesce a
ripartire. Al contrario, tutte le previsioni (che vengono tenute accuratamente nascoste
al grande pubblico degl’investitori) dicono che, da qui al 2020-2025, la crescita del PIL globale si avvicinerà
al punto zero, segnando la fine delle illusioni di crescita economica che
sono state sparse a piene mani, contro l’evidenza dei fatti, negli ultimi dieci
anni.
Il problema richiede una soluzione politica rapida, essendo quella
economico-finanziaria al momento impossibile. L’esplosione sistemica avverrà in un periodo di tempo indeterminato,
relativamente procrastinabile, ma non superiore al decennio. Questo spiega la
fretta (e anche i segnali di panico) con cui l’Occidente sta cercando di
mescolare le carte e di destabilizzare il mondo cancellando tutto il sistema di
regole che aveva resistito durante la guerra fredda.
Si ripete così lo scenario che precedette l’11 Settembre del 2001. Qualche
anno prima, nel 1998, il gruppo di neo-con
guidato da Paul Wolfowitz, aveva
predisposto il “Progetto per il Nuovo Secolo Americano” (PNAC, Project for the New American Century). Il titolo era già
indicativo della follia dei suoi creatori: proporsi di imporre un altro secolo
dominato dall’America, in un pianeta che si avviava a contare oltre 7 miliardi
di esseri umani, nel quale esistono ormai giganti come la Cina e l’India, era
equivalente a una dichiarazione di
guerra contro il resto del mondo. Gli autori neo-con erano perfettamente consapevoli della violenza che un tale
progetto avrebbe richiesto per essere realizzato. Sapevano — e lo scrissero —
che la Cina, al 2017, sarebbe
divenuta un concorrente oggettivo e non controllabile con il quale fare i
conti. Rovesciando le parti, la definirono una “minaccia per la sicurezza
nazionale degli Stati Uniti”. E si prepararono a rafforzare un differenziale militare strategico che
sarebbe dovuto essere incolmabile, per sempre, per ogni Stato o gruppo di Stati
che avesse tentato anche soltanto di avvicinarsi alla potenza dell’Impero.
Essi, già allora, erano consapevoli della fragilità dell’immenso inganno finanziario su cui si reggeva
il dollaro. E, infatti, i primi
segni di recessione apparvero proprio nel 2001. Nello stesso tempo si trattava
di imporre un cambio psicologico nella
popolazione americana(e in
quella di tutto l’Occidente, Europa inclusa) che, ignara di tutto e
all’inseguimento della carota consumistica, mantenuta dal mainstream a poca distanza dal suo naso, non era disposta a farsi
trascinare in nessuna avventura. Bisognava dunque creare qualche cosa di
straordinario, di tremendo; qualcosa di “simile a una Nuova Pearl Harbor”, affinché le masse percepissero un pericolo
smisurato e incombente, potenzialmente distruttore della loro sicurezza e del
loro benessere.
Un tale pericolo esterno non esisteva alla fine del secolo XX. La Russia — così pensavano, e questo fu il
loro errore più grande — era già stata tolta
dal gioco, conquistata, colonizzata culturalmente e politicamente. Non
c’era più il “nemico rosso” che aveva angosciato l’élite americana nel corso
della guerra fredda. Dunque la Russia non poteva essere inclusa nel novero dei
concorrenti. Il Muro di Berlino era caduto. Come scrisse sarcasticamente Gore Vidal, «quando i russi ci hanno
colpiti alle spalle abbandonando il loro impero nel 1991, siamo rimasti con
molte idee errate su di noi e, quel ch’è peggio, sul resto del mondo»[1].
Il pericolo bisognava
dunque crearlo artificialmente. E così fecero. Potrà sembrare strano, ma lo
dissero e lo scrissero apertamente. Basti ricordare cosa pensava, nel 1997, Zbignew Brzezinski: «Bisogna
considerare che l’America sta diventando sempre di più una società
multiculturale e, in quanto tale, può essere più difficile creare il consenso
su questioni di politica estera, tranne
che in presenza di una minaccia nemica enorme, direttamente percepita a livello
di massa».[2]
La previsione di una Cina al di fuori del loro controllo era giusta. Ma
occorreva subito un “nuovo nemico”. L’Islam venne cucinato per le mense di
tutto il mondo come “quel” nemico. George W. Bush e il suo ministro della
Difesa, Donald Rumsfeld gridarono ai
microfoni e alle telecamere del mainstream
che «stava cominciando una guerra che sarebbe durata un’intera generazione»
(Rumsfeld disse “cinquant’anni”).
I primi quindici di questi “cinquant’anni” li abbiamo già visti e vissuti. È
evidente anche ai ciechi che la situazione mondiale sta degenerando. Ma l’Occidente si rifiuta di prendere atto del
mutamento dei rapporti di forza planetari.
Soprattutto insopportabile, per i circoli dirigenti americani, è la
constatazione che la Russia è riapparsa
sulla scena come protagonista. Nella previsione dei neo-con sbagliata era l’idea che la Russia fosse stata messa
definitivamente fuori gioco. E questo errore
di calcolo rendeva problematico tutto il resto del loro piano. Pensavano
che, tolta di mezzo la Russia, ci sarebbe stato abbastanza tempo per
reinventarsi la Cina come nuovo impero del Male, al posto della Russia. Ma si
rivelò sbagliata anche la previsione che, una volta inventata la “nuova Pearl
Harbor”, i sette miliardi di abitanti della Terra si sarebbero messi in fila
per comprare tutto il comprabile nei supermercati predisposti per loro. Sbagliata anche l’idea che sarebbe bastato
creare denaro dal nulla per sistemare ogni cosa.
La sommatoria di questi errori e di questi successi consentì all’Impero di
reggere — tra una nuova guerra e l’altra — per sei anni. Il settimo fu il 2008,
e ci vollero dieci trilioni di dollari, inventati in tutta fretta dalla Federal
Reserve di Alan Greenspan, per
salvare dalla bancarotta tutte le banche dell’Occidente. E — come abbiamo già
ricordato — gli ultimi otto anni sono
stati il regno del caos.
Ecco perché l’Impero si trova di nuovo nella necessità di compattare il proprio sistema di alleanze, esattamente
come fece attraverso l’attentato terroristico dell’11/9. Nel 2008 lo stratagemma fu la destabilizzazione dei “piccoli nemici”.
Affidato a Barack Obama, che lo realizzò
mediante una moltiplicazione di rivoluzioni
colorate e, soprattutto con l’uso delle “primavere arabe” per fare piazza pulita di regimi ormai scomodi, o
inutili, nel Medio Oriente. E si deve riconoscere che questa operazione
strategica ha funzionato, ma solo nel senso di incrementare la
destabilizzazione globale.
Ma la presenza della Russia, tornata ad essere potenza mondiale, ha
costretto i neo-con a cambiare strategia, e a tornare sul
luogo del delitto. Di nuovo la fretta ha
fatto capolino.
La crisi incombe e, a est, ci sono ora due
“nemici”, Russia e Cina. Non solo il grande, ma unico, “Paese del Centro”.
Solo così si spiega il colpo di Stato in
Ucraina, l’abbattimento di Janukovic con le squadre naziste e
ultranazionaliste russofobe da lungo tempo preparate e istruite con l’aiuto
della Polonia e delle Repubbliche baltiche.
La trappola, ben
preparata, doveva costringere la Russia a un intervento diretto a sostegno dei
russi di Ucraina, sottoposti a una vera e propria pulizia etnica di nuovo tipo.
Vladimir Putin non è cascato nella
trappola e i russi di Ucraina — non tutti ma una parte decisiva — hanno trovato
la forza di difendersi. La Crimea ha
scelto di “tornare in patria”.
Ma il risultato è stato in gran parte raggiunto dall’Impero. L’Europa si è
schierata a fianco agli Stati Uniti, sono scattate le sanzioni, l’ondata russofobica ha investito tutto
l’Occidente e lo ha compattato attorno a Washington. La Russia e Putin sono il
vero “nemico da battere”.
Come? Hillary Clinton dovrà
risolvere il problema.
Lo scontro
diretto è in preparazione. Ma non tutti a Washington sono così suicidi da pensare
di attuarlo. Si preparano alla guerra, ma pensano che anche la Russia di Putin potranno metterla in ginocchio, come fecero con
l’URSS di Mikhail Gorbaciov. È una scommessa che potrebbero perdere. E l’Europa è in pieno subbuglio. Potrebbe rompersi prima l’Europa.
E anche l’Impero è diviso al suo interno. Donald Trump difficilmente vincerà le elezioni, ma è un segnale che
la fiducia dello stesso popolo americano
nelle sue élites è ormai logorata. Si può applicare all’America il detto
latino: “omne regnum in se ipse divisum
desolabitur” (ogni regno, quando è diviso al suo interno, finisce per
crollare).
Sta tutto qui: 12 volumi, 2,6 milioni di
parole (quasi quattro volte e mezzo Guerra
e Pace), sette anni di lavoro, comprese le analisi di 150.000 documenti del
governo britannico.
Presieduta da Sir John Chilcot, un ex assiduo frequentatore della Whitehall, e
ufficialmente conosciuta come “the Iraq Inquiry”(“l’Inchiesta sull’Iraq”, ndt) questa indagine
proustiana presumibilmente esplora ogni anfratto della fase di
preparazione da parte del Regno Unito in vista dell’invasione e dell'occupazione
dell'Iraq, così come le sue conseguenze.
Andiamo al sodo. Questo non è affatto un
insabbiamento da parte dell’establishment britannico; è in realtà un documento molto
più forte di quanto molti analisti si aspettassero.
Le anticipazioni trapelate avevano lasciato
intendere che la colpa sarebbe stata ripartita fra pochissime figure
dell’apparato politico-militare e dell’intelligence del Regno Unito, e davvero si
dà il caso.
Le domande chiave sono note a tutti.
-Tony Blair ha mentito circa la necessità di andare in
guerra?
-La guerra era legale?
-La guerra ha reso -
come Blair a gran voce prometteva - la Gran Bretagna "più
sicura"?
-Che cosa ha promesso
Blair a George W. Bush?
-Ha mentito su quelle inesistenti armi di distruzione di massa?
-L’intelligence dell’MI6 è stata compromessa?
-I militari britannici non sono stati
capaci di resistere alle pressioni
di Blair?
Ci vorranno giorni per districarsi attraverso
l'intero rapporto. Ma basandoci sulla stessa dichiarazione iniziale di Chilcot, alcune conclusioni sono assolutamente drastiche.
Non
c'era "alcun bisogno" di
andare in guerra nel marzo 2003. Tutte le decisioni sono
state prese "sulla base di
informazioni e valutazioni viziate".
Il governo britannico non discusse le molte
possibili opzioni militari né le loro implicazioni.
Il governo britannico – in quale miraggio
da Alice nel paese delle meraviglie viveva? – credeva che l’amministrazione
post-invasione sarebbe stata guidata dall’ONU, mica controllata dai neocon del regime Cheney.
E poi c’è questa affermazione sbalorditiva:
Tony Blair "sopravvalutò la propria
capacità" di influenzare le decisioni USA in Iraq.
E ancora, l'ormai famoso memorandum Blair all’indirizzo
di Bush nel luglio del 2002, trascritto dalla relazione, ha reso tutto chiaro: "Io sarò con te, in qualsiasi caso".
Blair era un semplice gregario, non un pilota.
Il rapporto affresca ciò che può essere qualificato
solo come la scuola di intelligence dei
Tre Marmittoni. Particolarmente responsabili della débâcle sono Sir John
Scarlett, presidente del Joint Intelligence Committee,
che si basava essenzialmente sull’MI6; e poi il capo dell’MI6 sir Richard Dearlove. Non solo il loro
materiale di intelligence era difettoso; noi, da giornalisti indipendenti, sapevamo già dall’estate del 2002 (ho
passato un mese girando tutto l'Iraq nella primavera del 2002) che ovunque le armi
di distruzione di massa da trovare proprio non c'erano. Gli ispettori dell'ONU non telecomandati
dagli USA lo sapevano anche loro.
Così Blair non solo acquisì relazioni
d’intelligence dell’MI6 del tutto false, ma le espose al Parlamento britannico
con assoluta "certezza". Il
rapporto biasima l'intero apparato d’intelligence britannico per non aver cercato
di contenere Blair.
E c'è di peggio. Secondo il rapporto, il
governo britannico "rimproverava la
Francia per l’'impasse' all’ONU e dichiarava
che il governo del Regno Unito stava agendo per conto della comunità
internazionale al fine di 'sostenere l'autorità del Consiglio di Sicurezza'. In
assenza di una maggioranza a sostegno di un'azione militare, riteniamo che il
Regno Unito stesse in realtà minando l'autorità del Consiglio di Sicurezza
".
Non aspettatevi che una trama come questa sia
presentata nella prossima puntata della serie di James Bond.
Impegno per uccidere
un milione di persone
Niente di tutto questo è nuovo. Tutti noi -
che per tutto il 2002 e all'inizio del 2003 stavamo seguendo la rincorsa verso
l’inevitabile guerra in Iraq - sapevamo che Blair era ilbarboncino
della relazione speciale strategica,
necessario per conferire una patina di legittimità ai neocon del regime Cheney. Per quanto riguarda Blair, il rapporto
Chilcot rende ora chiaro che non gliene poteva fregare di meno del suo governo,
del Parlamento britannico né tantomeno del diritto internazionale. Il suo unico impegno di fedeltà ("Io sarò con te, in qualsiasi caso")
era quello nei confronti di George W.
Bush.
Il risultato, come pure sappiamo, va al di
là dello spaventoso. The Lancet, nel
2006, pubblicò la propria ricerca campione estesa - basata sui medici che
effettuavano indagini casa per casa in Iraq – che calcolava la strabiliante
cifra di 655.000iracheni morti a causa della guerra.
Ancora più lancinante fu l’opera di un’organizzazione
basata in USA, Physicians
for Social Responsibility, (“medici per la responsabilità
sociale”, ndt), che nel 2105 giunse a
una cifra di 1 milione (5 per cento
della popolazione totale), che non includeva le morti tra i 3 milioni di
profughi.
Chilcot è stato attento a essere ponderato,
nell’affermare che "non siamo un
tribunale", a riprova del fatto che non disponeva di avvocati per
elaborare e redigere la relazione. Ma per quanto il rapporto non dichiari illegale
quella guerra, va poi a spingere a tavoletta, e apre alcune autostrade percorribili
da enormi problemi legali sulla via di
Tony Blair.
Ormai è più che evidente che il golpe interno laburista contro Jeremy
Corbyn è direttamente legato alla relazione Chilcot.
Corbyn - un attivista anti-guerra con un curriculum ineccepibile - disse l'anno
scorso che Blair avrebbe potuto affrontare un processo a L'Aia, qualora il
rapporto Chilcot lo avesse scoperto colpevole di aver lanciato una guerra
illegale. In veste di leader laburista, con piena immunità parlamentare, Corbyn sarebbe in grado di superare le
difese di Tony Blair, senza prestare il fianco all'intervento dell'esercito di
avvocati di cui dispone Blair.
Il golpe interno del Labour- orchestratodai blairiani - avrebbe
dovuto raggiungere il culmine subito dopo il Brexit. Ecco come Blair avrebbe
scaraventato Corbyn sotto il bus. Rimosso dalla leadership, Corbyn sarebbe riuscito
a perseguire Blair soltanto nella veste di un qualsiasi peone del parlamento britannico. Così non avrebbe avuto abbastanza
forza.
Comunque ormai il momento propizio per fermare Corbyn è già trascorso. E
soprattutto, nei suoi dignitosi commenti in Parlamento sul rapporto, Corbyn ha
suggerito che la Camera dei Comuni dovrebbe agire contro Blair per averla traviata
nella rincorsa verso la guerra. Questo significa che Blair potrebbe essere
messo in stato d’accusa.
Tutte le
cose che Blair dirà a seguito del rapporto – ossia che la scissione fra
sunniti e sciiti in Iraq, uno dei fattori chiave dell’interminabile
carneficina, c’era già lì prima dell'invasione (falso, come ho visto con i miei
occhi nel 2002); che Iran e Al-Qa’ida hanno creato insicurezza in Iraq dopo
l'invasione (falso sull'Iran, mentre al-Qa’ida è stato effettivamente portato
in Iraq dal regime Cheney) – ebbene, queste cose saranno tutte, tutte quante, delle
bugie.
Allo stato attuale, Tony Blair
probabilmente eviterà un biglietto di
sola andata per l'Aia, ove dover subire un processo per i suoi crimini di guerra. Ma innumerevoli
persone in tutto il mondo possono sempre sognare una giustizia ironico-poetica: Blair il guerrafondaio britannico processato in un tribunaleUE solo dopo il Brexit, poiché il ruolo
del Regno Unito di occupante da baraccone in Iraq si collega direttamente alla
fuga di una marea di persone che scappano dai jihadisti e configurano una crisi
dei rifugiati in Europa.
La prima pagina del quotidiano Libero urla: “Questo è l’Islam!”, e
anche il Giornale strilla “Strage
islamica” con titolo cubitale. Una comunità variegata di un miliardo di esseri
umani viene così ridotta al formato dell’orrenda strage dello Charlie Hebdo. È come se in occasione
della strage compiuta il 22 luglio 2011 a Oslo da Anders Behring Breivik, che
si proclamava difensore dell’Occidente giudaico-cristiano, si fosse titolato
“Questo è il Cristianesimo!”, o “Strage cristiana”. Eppure, persino allora, gli
stessi giornali, e anche il Corriere della Sera, osarono
esordire con una fantomatica “pista islamica”. Prepariamoci dunque a un’ondata
di isteria che non vorrà sentire ragioni.
La Francia è stata uno dei principali
perturbatori del Mediterraneo e del Medio Oriente negli ultimi quattro anni, e
per i suoi scopi bellici ha usato ogni tipo di commistione con lo jihadismo.
Ricopio qui una frase usata nel 2013 da uno dei bersagli principali di Parigi, il presidentesiriano Bashar Al-Assad: «Hanno
forse capito che quelle guerre non hanno provocato altro che il caos e
l'instabilità in Medio Oriente e in altre regioni? A quei politici vorrei
spiegare che il terrorismo non è una carta vincente che si possa estrarre e
utilizzare in qualsiasi momento si voglia, per poi riporla in tasca come se
niente fosse. Il terrorismo, come uno scorpione, può pungerti inaspettatamente
in qualsiasi momento.»
Esiste ormai una sorta di legione di
avventurieri addestrati in modo moderno, proiettata su vari fronti geopolitici,
in grado di essere utilizzata per scardinare interi Stati, ma con coperture e
finanziamenti statali, e la prontezza per ogni tipo di ricatto sulla sicurezza
nazionale di interi paesi. Gli jihadisti europei arruolati sono migliaia, una manovalanza multiuso. Lo
scorpione pungerà ancora in Europa. I governanti europei, fra i più ricattabili
e ricattati in ogni campo, subiranno pressioni enormi contro gli interessi dei
propri paesi. È l'Impero del Caos che bussa, non l'Islam.
La quasi totalità dei soggetti implicati in
gravi atti di terrorismo di rilevanza internazionale negli ultimi 20 anni
avevano da tempo il fiato sul collo degli apparati di sicurezza, delle forze
speciali e dei servizi segreti, che in molti casi li foraggiavano e ne indirizzavano le traiettorie
criminali. Le principali stragi, dall'11 settembre 2001 statunitense al 7 luglio 2005
londinese, fino alla strage norvegese del 2011, sono avvenute in coincidenza con esercitazioni militari e ‘securitarie’ che
ricalcavano esattamente gli eventi terroristici in corso. In altri casi, i
sospetti sono morti in tempestivi conflitti a fuoco che li eliminavano dalla
scena nei loro presunti covi.
Hanno sempre abbondato sui luoghi dei
delitti le carte d'identità e infinite altre tracce ridondanti, utili per
sbattere subito qualche mostro in prima pagina.
Non mi aspetto una situazione troppo
diversa nemmeno stavolta. Queste sono le prime tracce da seguire.
Provo una pena infinita per le povere
vittime di ieri, mi sembra una tragedia atroce. Ma non del tutto inspiegabile.
Sappiamo che la satira trova una misura solo in sé stessa ed è capace di
tendere fino alla rottura ogni filo che regga una contraddizione. Non si fa
carico del resto, ma solo della propria libertà. Dopo la strage di via Fani nel
1978, una foto del prigioniero Aldo Moro diffusa dai brigatisti – quasi una Sindone di umana dignità – venne comunque
dissacrata da una famosa copertina del settimanale satirico Il Male, che fece dire a Moro: «Scusate,
abitualmente vesto Marzotto». Se la dissacrazione si estende a interi mondi
religiosi, mette in tensione fili ed equilibri ancora più delicati, scoperchia
contraddizioni ancora più laceranti, alza il prezzo della libertà.
Nel difendere la libertà, i satiri di Charlie Hebdo, loro malgrado, hanno
inseguito fantasmi e specchi deformanti, molto più cinici e spietati dei loro
specchi colorati e scurrili. Da anni sono stati usati per alimentare una islamofobia di sinistra, e a uno come Bernard-Henry Lévi (un’intellettuale
organico dello “Scontro di Civiltà”) non pareva vero di incoraggiarli lanciando
petizioni a loro favore, in realtà arruolandoli come bersagli nella sua guerra,
coincidente con la guerra dell’Impero.
Su queste pagine, già nel 2012, pubblicammo
una riflessione di Paolo Bartolini proprio su Charlie Hebdo, che descriveva con precisione ed equilibrio la posta
in gioco nella partita fra Satira
e Potere.
Aggiungo che libertà di espressione, come
tutte le libertà, funziona quando ci sono regole. Sono le regole che rendono
possibile la libertà. Anche quella, fondamentale, del rispetto per gli altri.
Il fatto è che noi, in Occidente, possiamo
coprirci di infamia, tra di noi. Possiamo sbertucciarci oltraggiosamente senza
freni, e mettere il nostro deretano bene in vista. Ma non possiamo pretendere
che la nostra sfrontatezza diventi norma per altri. Non possiamo piallare il
pianeta, pretendere che tutto si misuri e si scomponga con la stessa velocità del
grande acido solvente rappresentato dal nostro modello di vita. Era Rousseau,
se non sbaglio, a criticare i filosofi del suo tempo: «Pensano di parlare dell'Uomo,
in realtà parlano di un parigino». Cos’è cambiato nella coscienza occidentale,
nel frattempo, anche a Parigi?
Nemmeno i martiri di Charlie Hebdo sono stati immuni – in vita – dall’impatto con le
regole. Licenziarono in tronco una loro vecchia firma, il caricaturista Siné,
per via di una sua blanda vignetta che alludeva a una conversione all'ebraismo
per convenienza da parte del figlio di Sarkozy: violava il codice deontologico
della rivista sul razzismo. Raffigurare invece profeti e divinità a culo nudo o
mentre subivano trattamenti sessuali estremi, per tutti gli altri casi, non era
razzismo. La libertà sceglieva dunque le sue strade nello Scontro di Civiltà. E
in certi casi si costringeva a regole e ragionamenti di opportunità.
Occorre un passo indietro per capire
meglio. Il giornale che per primo pubblicò le vignette anti-islamiche, come
molti sanno, nel 2005, fu il danese Jylladen
Posten, diretto dal giornalista Flemming Rose. Quel che pochi ricordano è
che Rose è molto legato all’ala più islamofoba dei falchi neoconservatori
americani. Sua l’intervista al superfalco Daniel Pipes nel 2004, e suo poi un libro intero
di interviste alla crème della crème
dei neocon, tra cui Francis Fukuyama, Bill Kristol, Richard Perle, e Bernard
Lewis, intitolato Amerikanske stemmer (“Voci
Americane”, NdT), nel 2006.
Charlie
Hebdo, nel 2006, ripubblicò tutte le caricature e ospitò
l’appello contro l’islamismo di Bernard-Henry Lévy.
Nel 2008 l’allora ministro italiano Roberto
Calderoli esibì orgogliosamente in TV una maglietta con le vignette. In
risposta, a Bengasi, in Libia, assaltarono il consolato italiano. Ci furono 11
morti fra i manifestanti, piccola avanguardia sfortunata del jihadismo più
vincente che anni dopo rovesciò Gheddafi con l’aiuto della Francia e della
NATO.
Anche chi non crede al diavolo sa che la
parola deriva dal greco diabolos, "colui
che divide", "calunniatore". A suo modo è stato un lavorio
diabolico a tenere acceso tutte queste volte il casus belli, fino a rendere ogni volta più incomunicabili idee
politiche e sentimenti di diverse comunità umane.
L’11 settembre 2012, ancora una volta a
Bengasi, nuovi disordini hanno portato all’uccisione dell’ambasciatore
americano, con il pretesto di una manifestazione contro altre immagini
blasfeme. Ulteriore strage. Le torsioni della libertà di espressione si sono insomma
intrecciate sanguinosamente per un decennio con le convulsioni della Guerra
Infinita.
Infatti, era ed è una guerra. Con tutti gli
inganni, i tradimenti, i sacrifici spietati delle guerre, capaci di
vampirizzare le ingenuità di chi spendeva pezzi di battaglia giusta dentro una
battaglia più grande e assassina di cui non intuiva tutti i contorni.
Daniele Luttazzi ha più volte spiegato che «la
satira è un punto di vista e un po' di memoria». Per ricordo delle tante
vittime, avremo bisogno di non impoverire i punti di vista, e di avere molta
memoria.
Tutti commossi dal messaggio alla madre pronunciato dall'ultima donna iraniana giustiziata,
Reyhaneh Jabbari? Le parole sono toccanti, richiamano quel
genere estremo di letteratura che ci ha emozionato quando leggevamo
le lettere di condannati a morte della Resistenza, brevi e strazianti
lasciti di umanità che sopravvivevano all'annichilimento delle loro
vite materiali.
Eppure mi sento di invitare tutti alla
prudenza, e a controllare attentamente le fonti, per cercare di
capire da dove provenga ogni singolo dato di questa vicenda. Lo ha già fatto in parte Francesco Santoianni. Qui aggiungo nuovi
particolari.
La storia della povera Reyhaneh è come un treno. In testa c'è la
locomotiva del nudo fatto: l'applicazione della pena capitale per un
caso di omicidio, in uno dei troppi paesi che ancora prevedono la
pena di morte. Ma alla locomotiva sono attaccati tanti altri vagoni,
con passeggeri che nessuno conosce. In alcuni vagoni c'è anche
esplosivo.
Raccomando sempre di rileggere in
proposito la storia molto istruttiva di Sakineh, e di come sia stata usata per
preparare un clima ostile all'Iran con formidabili manipolazioni.
I giornali anglosassoni sono meno
imparziali di quel che vorrebbero far credere, ma sicuramente sono
migliori dei nostri media nell'usare espressioni come “alleged”
(presunto), “claim” (asserire), “labelled as her
will” (etichettato come sua volontà). Lo hanno fatto anche per il caso della supposta trascrizione del
testamento morale della giovane Reyhaneh. Nei giornali italiani
queste forme basilari di prudenza giornalistica spariscono: tutto è
scritto all'indicativo, quello è il messaggio autentico, e più
non dimandare. L'edizione serale del Tg3 del 27 ottobre aggiunge
alla sua lettura una musica di pianoforte, voi aggiungete i
fazzoletti.
L'Huffington Post, richiamando la sua versione britannica, ci fa alla fine sapere che il messaggio è stato
fatto circolare «da
pacifisti iraniani».
E sulla parola «Iranian
peace activists»
c'è il link che porta al testo dell'estremo saluto di Reyhaneh
Jabbari. Seguite dunque il link e atterrate su
una pagina gestita dal NCRI– National
Council of Resistance of Iran.
Sarebbero dunque loro i pacifisti. Loro, l'unica fonte da cui parte
il tutto.
Il
bravo cittadino medio europeo, che dà un significato positivo alla
parola 'pacifista', si ferma lì, non è mica pagato per scavare
nelle notizie. Il giornalista medio, che- lui sì - dovrebbe essere
pagato per verificare le fonti e non abboccare a chi gli dà la pappa
pronta, si ferma lì, anche lui. Riposti i fazzoletti che hanno
asciugato le lacrime, migliaia di persone intanto condividono la
storia su Facebook. Il loro click non sa più che farsene
dell'aggettivo “presunto”. L'indignazione si nutre ormai di
certezze irriflessive. Condividete, Fate girare. Indignatevi. Odiate.
Segnalo
perciò sommessamente che il NCRI, l'unica
fonte della notizia,
non è affatto un circolo gandhiano. È un'organizzazione di
opposizione che ha largamente fatto uso di metodi terroristici per
combattere il potere dell'Iran post rivoluzionario, causando la morte
di migliaia di persone. È gestita con metodi da psico-setta, tanto
che ricorrono persino denunce
di abusi sessuali consumati al suo interno. Non so quanto queste ultime siano
accuse attendibili, o frutto di opposta propaganda, ma è un fatto
che i nostri media non colgono l'esistenza di controversie che non
corrispondono minimamente al ritratto pubblico di un'organizzazione pacifista.
Tra
i suoi maggiori sostenitori a livello internazionale troviamo i
campioni statunitensi dell'ingerenza (neocon repubblicani e
democratici tutti insieme, come sempre): John Bolton, Howard Dean,
Newt Gingrich e Rudy Giuliani. Erano loro a urlare di più, quando si
scatenavano le campagne mediatiche sulla “Bomba Iraniana”. E
citavano proprio il NCRI, che molto spesso gridava “al lupo al
lupo” quando descriveva il normale programma nucleare civile di
Teheran come una fabbrica di bombe atomiche pronte «entro
pochi mesi» e riportava notizie "di prima mano", dimostratesi poi ogni volta infondate.
Alcune
lunghe e faticose azioni lobbystiche hanno fatto sì che l'Unione
europea e il Dipartimento di Stato USA togliessero infine il NCRI
dalla lista delle organizzazioni terroristiche (uno degli ultimi atti
di Hillary Clinton in veste di Segretario di Stato).
Qui
si entra in un terreno minato, in tutti i sensi, come sempre succede
per organizzazioni che hanno un'intreccio indistinguibile fra “ala
politica” e “ala militare”, che hanno intrecci ulteriori con le "fabbriche" delle “rivoluzioni colorate” e un costante riferimento anche finanziario presso i falchi di Washington.
Mentre
ogni singolo episodio terroristico in Occidente scatena ondate di
allarme e di nuove leggi liberticide, si rimuove completamente il
fatto che l'Iran sia uno dei bersagli più colpiti al mondo
dal terrorismo, proprio per mano dei “mujaheddin del popolo” collegati al
NCRI. L'ambiguo ruolo dei miliziani di questo movimento di
opposizione pieno di porte girevoli che lo riconducono alla politica
USA è completamente sconosciuto presso il pubblico che si informa
solo con i media occidentali.
Raccomando
perciò di conservare i fazzoletti per le lacrime da versare in
guerra. Perché la gerarchia delle notizie ha già oggi la falsità
della manipolazione bellica.
Ai neocon italiani proprio non va giù che il Festival del giornalismo di Perugia, il 4 aprile 2009, abbia celebrato un grande giornalista investigativo americano, Seymour Hersh, vincitore del premio Pulitzer. Nella migliore tradizione dei neocon, hanno deciso di muovergli una guerra preventiva, il 3 aprile, con un articolo di Christian Rocca su «Il Foglio».
L’impresa si presenta subito di un’improbabilità tartarinesca. Il giornalista statunitense viene presentato come un ballista che ha alternato a una vita di bufale un paio di colpi di fortuna che solo per puro accidente sarebbero diventati tra i più importanti scoop della storia del giornalismo. Insomma, un incrocio fra Paperoga e Gastone.
A questo punto, il metodo neocon d’importazione si contamina con le consuetudini domestiche del «Foglio» e ormai del giornalismo italiano tutto: è il potente che mette sotto scrutinio i giornalisti, non viceversa. Il controscoop di Rocca consiste infatti nel raccogliere le geremiadi dei potenti danneggiati dalle inchieste di Hersh e prenderle come oro colato. Se c’è chi si beve un Mangano eroe, si berrà anche un Kissinger cristallino.
Il rovesciamento arriva sino a rimproverare Hersh di essere troppo disinvolto se non bugiardo nel maneggiare le sue fonti coperte. E gli rinfaccia anche di lanciare allarmi ormai da troppi anni su un’imminente guerra all’Iran che puntualmente non accade.
Questo è un punto interessante. Le case di Teheran sono ancora in piedi, ma questo non significa affatto, come vorrebbe far intendere Rocca, che il pericolo non ci sia mai stato e non sia tuttora concreto. Possiamo dire invece che qualcuno, per fortuna di noi tutti, e con mezzi irrituali, sia riuscito a fermare per un po’ la guerra. Quando il 2 dicembre 2007 il NIE (National Intelligence Estimate) - un rapporto d’intelligence ufficiale - assicurava a chiare lettere che «l’Iran ha interrotto il suo programma di armi nucleari dal 2003», un pezzo fondamentale degli apparati USA screditava apertamente le martellanti affermazioni contrarie di Bush, Cheney, dei neocon e del governo israeliano. Segno che si voleva dare uno stop alla voglia di incendiare anche l’Iran. L’ex ambasciatore statunitense all’Onu, John Bolton, si lamentò con un acuto strido di falco, incolpando quel rapporto di affondare gli sforzi fin lì prodotti, per lui già insufficienti. Per Bolton, la comunità d’intelligence, anziché limitarsi all’analisi, «si stava impegnando nella formulazione della direzione politica; e troppi nel Congresso e nei media ne sono felici».
Quel che non vogliono raccontare sul «Foglio» (e nemmeno altrove, se è per questo) è un fatto a suo modo semplice: sussiste un contrasto interno asperrimo fra due forze dell’élite statunitense circa il modo di usare la forza militare. Rocca ad esempio non ha mai raccontato nulla del timore di un «atto terroristico negli Stati Uniti che sarà attribuito all’Iran» manifestato nel febbraio 2007 addirittura da un ideologo imperiale del calibro di Brzezinski durante un’audizione alla Commissione esteri del Senato USA. Non era notizia da far cadere così. Un pezzo grosso dell’establishment denunciava la possibilità di un pretesto creato sotto falsa bandiera per provocare una guerra.
Una parte dei poteri forti statunitensi a un certo punto ne aveva abbastanza delle fosche minacce all’Iran, si è preoccupata delle affermazioni sfuggite a Bush sulla prossimità di una «terza guerra mondiale» e di tanti altri atti e gesti che disturbavano la quiete mondiale mentre facevano divampare ovunque una forte opposizione all’americanismo. Anche nell’Era Obama, nonostante le aperture rispetto alla precedente amministrazione, il potere di condizionamento di chi quella guerra la vuole fare è comunque molto forte, e i segnali sono numerosi. Per chi vuole approfondire, c’è molto da fare, molto da ricercare.
Mentre Rocca taceva, Hersh raccontava, e lasciava tutto a Rocca lo scomodo ruolo di chi prende tragiche cantonate, come ha fatto con il suo libro "Esportare l'America - La rivoluzione democratica dei neoconservatori" (Libri del Foglio, 2003), un pezzo di modernariato che tengo vicino al caminetto, da sfogliare e leggere a voce alta per potenziare il buonumore nelle serate fra amici, quando si vuole ridere della benzina ideologica che ha alimentato le catastrofi dell’Era Bush. Esportare l’America, ragazzi…
Persino il marito dell’editrice del «Foglio», al recente G20, ha deplorato la principale voce export dell’America: la Crisi.
Vorrei tanto provare a prendere sul serio la “livida lectio” di giornalismo che Rocca vorrebbe dedicare a Hersh, ma quando squadro il panorama di rovine su cui si rizzano le sue enfasi, le piccinerie, le manipolazioni, le irrisioni, i rovesciamenti della realtà, ebbene, non ce la faccio proprio. Il paesaggio di macerie dice tutto. Ci vorrebbe uno di quei cameramen che dopo un terremoto inquadrano sempre una bambolina pateticamente integra, derelitta fra i detriti, una di quelle bamboline parlanti. La bambolina Rocca parlerà ancora: «Sono sempre la più bella, Cheney». Zoomata sulla desolazione.
E fin qui niente di nuovo. È da un po’ che la Grande Crisi svela le miserie del potere criminale di questi anni e gli anacronismi di chi lo difende ancora. La novità è che a un certo punto l’articolo conia un neologismo. Rocca dice infatti del giornalismo di Hersh: «Ovviamente si tratta di pura dietrologia, di iperbolica teoria del complotto, di giuliettochiesismo all’ennesima potenza.» Non so cosa voglia dire “giuliettochiesismo” (alla fine suona come un involontario complimento). Di certo per definire il giornalismo di Rocca non userei il termine “christianrocchismo”. “Maggiordomismo”, c’est plus facile. Purché ci figuriamo, di fronte alla disfatta morale dei neocon, dei maggiordomi che stanno ancora al servizio di un nobile losco e crepuscolare, pur sempre prepotente, ma avviato a un’inesorabile decadenza.
Bush. l'attacco alla Costituzione Americana, la complicità dei media di Seymour Hersh - The New Yorker
Perugia, 4 aprile 2009, Il video del Festival Internazionale del Giornalismo:
Che significa e come si è svolta l’oscura uscita di scena di Osama bin Laden? Che fine ha fatto Al-Qa’ida, ed è mai stata come ci hanno raccontato? Chi sta andando al potere in Egitto e altrove, dopo le primavere arabe, e in che modo gli Stati Uniti tentano di controllare la riorganizzazione del potere? Chi sono i cirenaici a sostegno dei quali gli USA e noialtri abbiamo deciso di far guerra a Gheddafi? Eroici difensori della libertà o i complici di turno dell’impero? Che svolgimento avranno i tesissimi rapporti con Iran e Siria? In che modo la crisi dei Paesi europei più deboli è legata alla guerra euro-dollaro? E che cosa stanno tentando di fare gli Stati Uniti, segretamente o meno, per controbilanciare la rapidissima ascesa cinese?
Tante questioni che i nostri media lasciano irrisolte, trovano qui, grazie alla penna acuminata di Giulietto Chiesa e Pino Cabras, una luce nuova. Se non rasserenante, almeno molto chiara: sullo sfondo di una guerra globale per il momento a (relativamente) bassa intensità, il ruolo degli Stati Uniti di Obama – oramai non diverso dai predecessori, e in fondo espressione più correct degli stessi interessi reali – è quello di un impero al declino, gravato dall’immenso debito, dallo svuotamento della democrazia e dalla feroce concorrenza internazionale, che tuttavia dovrà vender cara la pelle. Il più cara possibile: e a pagare potremmo essere tutti noi
Chi cura questo blog
Pino Cabras (1968) è laureato in Scienze Politiche e lavora in una finanziaria d’investimento, per la quale ha curato diversi programmi negli Stati Uniti e in Asia. Ha pubblicato "Balducci e Berlinguer, il principio della speranza" (La Zisa, 1995), "Strategie per una guerra mondiale" (Aìsara, 2008); con Giulietto Chiesa ha pubblicato "Barack Obush (2011), uscito nel 2012 in edizione russa con il titolo «Глобальная матрица» (Global'naja Matrica). E' condirettore del sito www.megachip.info e co-fondatore della webTv PandoraTv.it.
Pino Cabras
Complotti e complottismi
dal libro "Strategie per una guerra mondiale":
Se volete mettere in cattiva luce qualcuno che scrive o parla scostandosi dalla corrente principale delle spiegazioni di certi grandi fatti, bollatelo come ‘teorico della cospirazione’, o ‘complottista’. È uno stigma molto comodo, un potente silenziatore, una densa notte che cala su tutte le vacche e le fa tutte nere... [leggi tutto]
DIETRO GLI ESPERTI MILITARI IN TV, IL PENTAGONO MUOVE I FILI Versione italiana di un'inchiesta di David Barstow comparsa su «The New York Times» il 20 aprile 2008: [LEGGI QUI]
Sul giornalismo
"Periodismo es difundir aquello que alguien no quiere que se sepa, el resto es propaganda".
Giornalismo è diffondere quel che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda.
(Horacio Verbitsky)