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1 agosto 2016

Scandalo Clinton-email: solo nei giornali italiani scatta la russofobia

Più realiste del re (e della regina), in Italia le grandi redazioni rilanciano in grande stile le accuse di Hillary Clinton a Mosca. Scopriamo il gioco.

di Pino Cabras.
da Megachip.


Le edizioni on line del Corriere e di Repubblica del 31 luglio, oltre al Tg3, per gran parte della giornata hanno aperto le notizie dando grande risalto alle dichiarazioni di Hillary Clinton sulle sue e-mail rubate dagli hacker.

Il titolo del Corriere è perentorio: «Clinton attacca: “La Russia mi spia”. Ecco le centrali degli hacker di Putin». Mentre uno degli articoli di sostegno, scritto da uno dei minimi esperti di politica internazionale della nostra epoca, Massimo Gaggi, è intitolato, con assoluta certezza: «Così Putin ha ordinato agli 007 di intervenire sul voto in USA». Vladimir in persona. Perché Gaggi ne è persuaso: c’è «Putin che prova a fare il burattinaio del voto Usa con l’intento di favorire Trump».



Anche Repubblica apre con la notizia e la titola così: «Hacker, Hillary accusa Mosca: "007 russi dietro gli attacchi"». E sotto vediamo un altro articolo, che promette grandi cose: «DOSSIER, Le prove che portano agli ex Kgb». Notare la forza della parola Dossier, mentre la parola “prove” è addirittura sottolineata. Le prove più clamorose consistono nel fatto che gli hacker hanno usato tastiere in cirillico: cosa molto difficile da procurarsi per un qualsiasi servizio segreto che non disponga di più di 20 dollari di budget.

Avevo già notato altre volte che le principali testate italiane amplificano certe notizie provenienti da ambienti del potere USA molto meno degli stessi giornali americani e meno di tutti i quotidiani europei. Al solito: siamo più realisti del re.
Perciò ho voluto dare una rapida occhiata alle versioni on line del New York Times, del Washington Post, del Los Angeles Times, di USA Today, della CNN, di Le Monde, del Guardian, dell’Independent, di El Pais, nonché dei tedeschi Frankfurter Allgemeine Zeitung e Die Welt.
Ebbene, nessuna testata di un tale significativo campione dell’Occidente mediatico apriva con questa notizia. I giornali davano semmai risalto alle aspre dichiarazioni di Donald Trump contro i genitori Democrat di un soldato musulmano morto in Iraq, un’altra polemica della campagna presidenziale statunitense più attuale e più rilevante.

Quando, spulciando le prime pagine, si trovava finalmente la storia delle accuse di Hillary ai russi, questa non figurava certo come notizia di apertura. In alcuni casi non era nemmeno in home page, e in tutti i casi si usavano formule molto più prudenti e dubitative rispetto agli organi di informazione nostrani.
Sul New York Times, nel corpo dell’articolo che riprende la notizia, si può leggere che «finora l’amministrazione ha tagliato corto rispetto alle accuse al governo russo del presidente Vladimir V. Putin di aver architettato il furto delle ricerche e delle email provenienti dal Comitato Nazionale Democratico e di aver introdotto degli hacker in altri sistemi informatici della campagna elettorale» e si precisa che i sospetti sono alimentati da gruppi investigativi «privati».
L’unico modo per scoprire se gli hacker sono stati assistiti dai sistemi russi consisterebbe nel fare una massiccia operazione di intrusione dell’agenzia NSA nelle reti legate a Mosca, ossia un cyber-attacco che ora come ora risulterebbe sorretto solo da un misero sospetto e non da prove. Il cronista ricorda anche che a suo tempo Edward Snowden ha rivelato che la NSA fa sforzi quotidiani per cercare di penetrare nei sistemi informatici russi, comprese le installazioni nucleari.

Come a dire: non è mica una novità che Mosca e Washington si spiino le rispettive reti informatiche, ed è estremamente difficile avere prove sulla provenienza reale delle intrusioni, prove ottenibili (forse) solo con intrusioni di altrettanta gravità, atti di grave valenza militare.

Alla fine, la notizia - di portata molto più modesta - è semplicemente che Hillary sta lanciando accuse non suffragate da prove. Davvero tutto qui. È dunque solo un urlo da campagna elettorale, da ponderare come uno dei tanti trucchi che saranno usati da qui a novembre, non certo una notizia mondiale con cui aprire il tuo giornale.
Solo che se la russofobia fa ormai parte del pacchetto obbligato dei tuoi servizi, il tuo giornale confeziona il mondo di conseguenza, con quella gerarchia falsa delle notizie.

Sarebbe invece interessante non farsi distrarre su storie di spionaggio e osservare i contenuti di queste famose e-mail di Hillary Clinton. Emergerebbe il cinismo criminale con cui da Segretaria di Stato – agendo perfino contro altri settori dell’amministrazione USA - ha scatenato le guerre che ci hanno precipitato nell’instabilità accresciuta del Mediterraneo. Emergerebbe la spregiudicatezza con cui da candidata – usando contro le regole le strutture del partito - ha truccato e violato il gioco delle primarie
Così come emergerebbe che la candidata che accusa Trump di ottenere favori dai russi gode dei finanziamenti provenienti dalle petromonarchie oscurantiste del Golfo.

Ma alla fine del tunnel del giornalismo italiota, il colpevole abita comunque al Cremlino.



13 luglio 2014

La talpa: NSA archivia l'80% di tutte le telefonate, non solo metadati

da RT.com.

Almeno l'80 per cento di tutte le telefonate è raccolto e archiviato in forma di file audio da parte della NSA (National Security Agency, ndt), ha rivelato l'informatore dissidente William Binney. L'ex direttore della decodificazione afferma che lo scopo ultimo dell'agenzia di spionaggio sia niente meno che il controllo totale della popolazione.

La National Security Agency mente su quel che archivia, ha affermato William Binney – uno dei dissidenti di più alto profilo mai emersi dall'NSA – durante una conferenza che si è svolta a Londra il 5 luglio, organizzata dal Center for Investigative Journalism. Binney aveva lasciato la NSA poco tempo dopo gli attentati dell’11 settembre al World Trade Center, essendo disgustato dalla piega ormai assunta dall’organizzazione in direzione della sorveglianza dei cittadini.

«Almeno l80 per cento dei cavi di fibra ottica passano per gli USA», ha dichiarato Binney, che ha precisato: «tutto ciò non avviene per caso e consente agli USA di avere la visione di tutte le comunicazioni in entrata. Almeno l80% di tutte le chiamate audio – e quindi non solo i metadati – sono registrate e archiviate negli USA. La NSA mente su cosa archivia».

Binney non ha esibito prove a sostegno di quanto dichiara, poiché non aveva portato via con sé alcun documento quando lasciò la NSA. Tuttavia, insiste sul fatto che l’organizzazione racconti il falso in merito alle proprie pratiche spionistiche di raccolta dati, e sul loro scopo ultimo.
Sostiene che le recenti decisioni della Corte Suprema lo hanno spinto a credere che la NSA non si fermerà fino a quando non assumerà il controllo completo sulla popolazione.

«Lo scopo ultimo della NSA è il controllo totale della popolazione», ha sostenuto Binney, «ma sono un po' ottimista per via di alcune recenti decisioni della Corte Suprema, come il fatto che le forze dell'ordine per lo più ora debbano avere un mandato prima di perquisire uno smartphone».

Durante il suo discorso nel corso della conferenza, Binney ha elogiato la spia diventata dissidente, Edward Snowden, per aver fatto trapelare i documenti riservati che hanno rivelato i programmi di spionaggio globale della NSA. Le ultime rivelazioni hanno dimostrato che, contrariamente a quanto ha dichiarato la NSA, la maggioranza delle informazioni raccolte dall’Agenzia provengono da cittadini comuni che non hanno alcun legame con il terrorismo. I documenti di Snowden rivelano che la NSA raccoglie da cittadini comuni dei dati che sono "sorprendentemente intimi".

Washington ha fin qui difeso i propri programmi di spionaggio sostenendo che la NSA prende di mira cittadini aventi legami con gruppi terroristici noti al fine di prevenire attentati. Binney ha sostenuto che questa è una bugia poiché la NSA, con la sua raccolta dati, non ha bloccato un attentato che sia uno.

Binney ha poi fatto notare che uno dei principali fattori che hanno consentito alla NSA di incrementare i suoi programmi di spionaggio è l’assenza di ogni supervisione negli USA. 
In particolare, ha citato il caso della Foreign Surveillance Court (FISA), che sovrintende alla materia dei mandati di perquisizione a carico di persone sospettate di terrorismo, Binney ritiene che la corte sia insignificante e costantemente schierata dalla parte del Governo USA.

«La corte FISA condivide soltanto il punto di vista del governo», ricorda Binney, e «per i suoi giudici non vi sono mai altri punti di vista da prendere in considerazione. Ci sono stati almeno 15-20 trilioni di violazioni della Costituzione nei confronti delle utenze nazionali statunitensi, e il dato si può raddoppiare a livello globale».

Le rivelazioni sui programmi statunitensi di spionaggio globale hanno scatenato un'indignazione di massa, con un giudice federale americano che ha perfino dichiarato che la sorveglianza sia pressoché di natura “orwelliana”. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha paragonato le politiche spionistiche USA a quelle grottesche messe in piedi dalla Stasi, la polizia segreta dell’ex Germania Est.






25 aprile 2014

I re dormienti d'Europa

di Barbara Spinelli.


Raggruppati in un’Unione che non ha niente da dire in politica estera – né sulle proprie marche di confine a Est o nel Mediterraneo, né sull’alleanza con gli Stati Uniti, né sulla democrazia che intendono rappresentare – i governi europei s’aggirano sul palcoscenico del mondo come inebetiti, lo sguardo svogliato, le idee sparpagliate e soprattutto incostanti. Si atteggiano a sovrani, ma hanno dimenticato cosa sia una corona, e cosa uno scettro.
L’ossessione è fare affari, e dei mercati continuano a ignorare le incapacità, pur avendole toccate con mano.
S’aggrappano a un’Alleanza atlantica per nulla paritaria, dominata da una superpotenza che è in declino e che proprio per questo tende a riprodurre in Europa il vecchio ordine bipolare, russo-americano, lascito della guerra fredda.

Sono anni che gli Europei dormono, ignari di un mondo che attorno a loro muta.
Non c’è evento, non c’è trattativa internazionale che li veda protagonisti, pronti a unirsi per dire quello che vogliono fare. A volte alzano la voce per difendere posizioni autonome, ma la voce presto scema, s’insabbia.

Lo si vede in Ucraina: marca di confine incandescente sia per l’Unione, sia per la Russia.
Lo si vede nel negoziato euro-americano che darà vita a un patto economico destinato ad affiancare quello militare: il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip).
Lo si vede nella battaglia indolente, e infruttuosa, contro i piani di sorveglianza dell’Agenzia Usa per la sicurezza nazionale (Nsa), disvelati da Edward Snowden nel 2013. Sono tre prove essenziali, e l’Unione le sta fallendo tutte.

Le sta fallendo in Ucraina, perché l’Europa non ha ancora ripensato i rapporti con la Russia. Non sa nulla di quel che si muove e bolle in quel mondo enorme e opaco. Non sa valutare le paure e gli interessi moscoviti, né i pericoli della riaccesa volontà di potenza che Putin incarna. Non capisce come mai Putin sia popolare in patria, e anche in tante regioni ex sovietiche che appartengono ormai a altri Stati e includono vaste e declassate comunità russe. Non sapendo parlare con Mosca, gli Europei lasciano che siano gli Stati Uniti, ancora una volta, a fronteggiare il caos inasprendolo. È Washington a promettere garanzie al governo ucraino, a diffidare Mosca da annessioni, ad allarmarla minacciando di spostare il perimetro Nato a est.
L’Europa sta a guardare, persuasa che bastino i piani di austerità proposti da Fondo Monetario e Commissione europea, se Kiev entrerà nella sua orbita. Questo è infatti lo scettro, l’unico che l’Unione sappia oggi impugnare: non una politica estera, ma un ricettario economico liberista misto a formule moraleggianti sul debito, scrive lo storico russo Dmitri Trenin che dirige a Mosca il Carnegie Endowment for International Peace. Quasi che il dramma degli Stati fallimentari, nel mondo, fosse soltanto finanziario.
La risposta politica a tali fallimenti è affidata a Obama, e per forza gli sbagli commessi dagli Europei si ripetono (basti ricordare l’errore madornale di Kohl, quando disse negli anni ‘90 che la Slovenia "meritava l’indipendenza", essendo "etnicamente omogenea").
Depoliticizzata, l’Europa subisce il ritorno anacronistico del duopolio russo-americano. È Washington a decidere se Kiev debba essere il nuovo scudo orientale della Nato, nonostante il popolo ucraino preferisca evidentemente la neutralità. Per quasi mezzo secolo l’avamposto fu la Germania Ovest, poi sostituita dalla Polonia: ora Varsavia spera che al proprio posto s’erga un’Ucraina occidentalizzata d’imperio, frantumabile come lo fu la Jugoslavia.  Mosca chiede che il paese diventi una Federazione, anziché un agglomerato babelico di risentimenti nazionalisti. Strano che non sia l’Europa, con le sue esperienze, a domandarlo.

La seconda prova è il patto commerciale con gli Usa: una trattativa colma di agguati, perché molte conquiste normative dell’Europa rischiano d’esser spazzate via. Non a caso le multinazionali negoziano in segreto, lontano da controlli democratici.
Sono sotto attacco leggi sedimentate, diritti per cui l’Unione s’è battuta per decenni: tra questi il diritto alla salute, la cura dell’ambiente, le multe a imprese inquinanti. I sistemi sanitari saranno aperti al libero mercato, che sulle esigenze sociali farà prevalere il profitto. Emblematico: l’assalto delle grandi case farmaceutiche ai medicinali generici low cost.
Sono in pericolo anche tasse cui l’Europa pare tenere, sia per aumentare il magro bilancio comune sia per frenare operazioni speculative e degrado climatico: la tassa sulle transazioni finanziarie, e sulle emissioni di anidride carbonica. Una controffensiva UE contro il trattato commerciale ancora non c’è. Nell’incontro a Roma con Obama, Renzi ha auspicato l’accelerazione del negoziato senza chiedere alcunché, né per noi né per l’Europa.
Numerose mezze verità circolano sul patto. Alcuni assicurano che quando sarà pienamente in funzione, nel 2027, il reddito degli europei crescerà sensibilmente (545 euro all’anno per una famiglia di quattro persone), con un beneficio di 120 miliardi annui per l’Unione e di 95 per gli Usa. Altri calcoli sono meno ottimisti. L’istituto Prometeia, pur favorevole all’accordo, sostiene che i guadagni non supererebbero lo 0,5% di Pil in caso di liberalizzazione totale. L’istituto austriaco Öfse (Ricerca per lo sviluppo internazionale) prevede addirittura un aumento dei disoccupati nel periodo di transizione, a causa della riorganizzazione dei mercati di lavoro imposta dal Partenariato. Non meno grave: le controversie commerciali si risolverebbero non attraverso giudizi in tribunali ordinari, ma in speciali corti extraterritoriali.
Saranno le multinazionali a trascinare in giudizio governi, aziende, servizi pubblici ritenuti non competitivi, e a esigere compensazioni per i mancati guadagni dovuti a diritti del lavoro troppo vincolanti, a leggi ambientali o costituzionali troppo severe.
Tutto questo in nome della "semplificazione burocratica": parola d’ordine che Renzi predilige, virtuosa e al tempo stesso insidiosa. Nel contesto del Partenariato transatlantico, semplificare vuol dire abbattere le cosiddette "barriere non tariffarie", un termine criptico che indica parametri europei faticosamente elaborati: regole sanitarie a tutela della salute, canoni di sicurezza delle automobili, procedure di approvazione dei farmaci, e molto altro ancora.

Non per ultimo, la terza prova: il caso Snowden, l’informatico dei servizi Usa che portò alla luce un sistema di sorveglianza tentacolare, predisposto dai servizi americani con la scusa di prevenire attentati terroristici. Grazie a Snowden si è saputo che erano intercettati perfino i cellulari di leader europei (tra cui Angela Merkel), non si sa per quali ragioni di sicurezza. I governi dell’Unione hanno protestato, ma ciascuno per conto suo e sempre più flebilmente. In un messaggio al Parlamento europeo, il 7 marzo, Snowden ha ironizzato sulle sovranità presunte dei singoli Stati, spiegando come sia assurdo il compiacimento di governi che immaginano di poter fermare il Datagate senza mobilitare l’Unione intera.
La vicenda Snowden è anche questione di civiltà democratica. L’esistenza di smascheratori di misfatti - non spie ma whistleblower, denunziatori di reati commessi dalla propria organizzazione - potenzia la democrazia. È un bruttissimo segno e paradossale che i giornalisti implicati nel Datagate a fianco di Snowden abbiano ricevuto il Premio Pulitzer (uno schiaffo per Obama), e che lui stesso, il soffiatore di fischietto, abbia trovato riparo non in un’Europa che promette nella sua Carta la "libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera", ma nella Russia di Putin

Fonte: la Repubblica, 23 aprile 2014.
Tratto da: http://temi.repubblica.it/micromega-online/i-re-dormienti-deuropa/?printpage=undefined.
Ripreso da: http://megachip.globalist.it/Secure/Detail_News_Display?ID=102248&typeb=0.


19 marzo 2014

NSAgate: registrate le telefonate di un intero Paese

da globalist.it.

Telefonate registrate e riascoltate alla ricerca di contenuti pericolosi. È la funzione del programma 'Mystic', messo a punto dall'NSA nel 2009 per registrare "il 100% delle telefonate" in almeno un paese straniero e di riavvolgere e riascoltarne i contenuti fino a un mese dopo la registrazione. Lo ha rivelato il Washington Post sulla base delle rivelazioni e dei documenti forniti dalla 'talpa' Edward Snowden.

Il programma dell'agenzia di intelligence è nato cinque anni fa nel primo anno dell'amministrazione Obama.
Il suo strumento “Retro” (abbreviazione di "recupero retrospettivo") ha raggiunto capacità operativa nei confronti della "nazione target" nel 2011. Nessun altro programma di cui si abbia notizia ha avuto la capacità di registrare un'intera rete telefonica di un paese nel suo complesso.
Il Washington Post ha deciso però di non pubblicare dettagli che potrebbero far identificare la nazione in cui il programma è stato usato. Altri cinque i Paesi sotto la lente per l'applicazione di 'Mystic'.


2 novembre 2013

Datagate: ipocrisia europea ed egemonia USA

di Gaetano Colonna - clarissa.it.


Nella storia dei rapporti transatlantici vi sono state numerose pagine percorse da un sottile umorismo, ma nessuna è pari a quanto si sta leggendo e ascoltando in questi giorni sullo "scandalo" Datagate.
Chiunque abbia una pur vaga idea di come l'intelligence rappresenti storicamente una delle basi portanti della potenza delle grandi Nazioni imperialiste dell'Occidente europeo, fin dal Settecento, per la cui strategia navalista era imprescindibile la costante acquisizione di informazioni tattiche e strategiche su scala planetaria, non può che considerare estremamente ipocrita l'apparente scandalizzarsi delle classi dirigenti europee, dalla Germania, alla Francia, all'Italia.
Nel giugno 1948, proprio quando aveva appena avuto inizio la Guerra Fredda, con l'accordo UKUSA, USA, Gran Bretagna, Canada, Australia, Nuova Zelanda, i cosiddetti "Five Eyes", mettevano a punto quella vasta rete planetaria di attività spionistiche l'ultima manifestazione della quale sarebbe stata quella rete Echelon di cui si ebbe notizia negli anni Novanta: anche in questo caso si sprecarono articoli sui giornali, inchieste dell'Unione Europea e più o meno tiepide contrizioni da parte di qualche alto ufficiale americano, senza per altro che si sia mai andati a fondo sul da farsi - nonostante fosse già allora risultato evidente il poderoso ruolo della NSA nell'organizzare e gestire lo spionaggio elettronico con una onnipervasività planetaria totale. Quella avrebbe dovuta essere l'occasione ultima per affrontare tempestivamente tutte le implicazioni politiche dell'evidente capacità americana di "intercettare il mondo".
Il 3 dicembre 1952, il North Atlantic Council, versante politico della NATO, decise la costituzione di un meccanismo permanente di scambio e condivisione di intelligence fra i Paesi occidentali aderanti alla NATO, noto come AC/46, il cui raggio di attività si estendeva anche a non meglio precisate "minacce non-militari", la cui estendibilità alle tecniche di contro-insurrezione e contro-rivoluzione risulta oggi del tutto ovvia. 
Non possiamo infatti oggi dubitare del fatto che le celebri reti Stay-Behind, in Italia note come "Gladio", fossero ricomprese nelle competenze dell'AC/46, allo scopo di garantire dapprima la presenza di strutture di resistenza anti-comunista in caso di conflitto con l'Urss e, in una seconda fase, il supporto alle più oscure operazioni delle diverse "strategie della tensione", realizzate non solo in Italia, ma anche, come minimo, in Germania Occidentale, Francia e Belgio nel corso degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta.
Dopo la fine dell'Unione Sovietica e l'ingresso dei Paesi Est europei vuoi nella NATO vuoi nella UE, si è poi assistito al rafforzamento di uno speciale rapporto, sovente mediante protocolli di accordo diretto, fra gli Usa e Paesi Baltici, Polonia, Ungheria, Romania e Bulgaria, anche in materia di spionaggio, come hanno dimostrato vicende quali le extraordinary renditions, che hanno utilizzato punti d'appoggio in alcuni almeno di quei Paesi, di nuova accessione alla rete occidentale di intelligence governata dagli Usa.
Dal 1971, ma a nostro avviso da ben prima, si era inoltre costituito il segretissimo Club di Berna, organismo informale che riuniva con costante periodicità i capi dei servizi segreti e delle polizie occidentali: un club le cui impostazioni strategiche hanno probabilmente svolto un ruolo di tutto rilievo per l'Italia, dato che alcune delle principali operazioni destabilizzanti confluite nella strategia della tensione italiana, come quella dei cosiddetti "manifesti cinesi", hanno comprovatamente avuto impulso dalle direttive dettate in Europa da quell'organismo.
Nel 1977, dietro impulso dello Stato di Israele, a seguito delle imprese terroristiche che lo avevano avuto come obiettivo negli anni Settanta, si dava vita al cosiddetto "Kilowatt Group", un accordo assai poco noto, cui partecipano ben 24 Stati, tra i quali numerosi appartenenti all'Unione Europea, oltre a Canada, Norvegia, Svezia, USA, Israele stesso e Sudafrica.
In conseguenza della globalizzazione economico-finanziaria degli anni Novanta, della caduta del sistema comunista sovietico e dell'accrescersi delle difficoltà economico-finanziarie dei sistemi occidentali, nel 1995 prendeva vita l'Egmont Group of Financial Intelligence Units, che, nel giugno 2002, riuniva la bellezza di 69 agenzie specializzate nella raccolta e nell'analisi di informazioni economico-finanziarie.
Facendo seguito agli eventi dell'11 settembre 2001, poi, l'Unione Europea ha dato la propria immediata disponibilità a stabilire relazioni permanenti in campo di intelligence ed anti-terrorismo con le corrispondenti strutture Usa, cosa che portò il 14 marzo del 2003 alla firma di un inedito accordo fra Unione Europea e NATO relativo proprio allo scambio di informazioni sulla sicurezza, considerato dagli studiosi "prerequisito per lo scambio di intelligence fra le due organizzazioni".
Nel 2003, come se non bastasse quanto già emerso con il caso Echelon, la NSA tornava ancora alla ribalta della cronaca grazie alle rivelazioni di una funzionaria del Government Communications Headquarters (GCHQ), organizzazione britannica "gemellata" con la NSA, che rendeva pubblico un memorandum di quest'ultima organizzazione nel quale si dava dettagliato conto delle attività di spionaggio elettronico sistematicamente svolte dall'agenzia Usa ai danni dei membri del Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite.
Tutto ciò senza minimamente tenere conto delle centinaia di accordi bilaterali diretti fra gli Usa, Gran Bretagna, Israele, le maggiori potenze spionistiche oggi, e un gran numero di Paesi europei ed extra-europei. Ragione quest'ultima per cui non desta certo alcuna sopresa la notizia di questi giorni, ripresa da Le Monde, Der Spiegel e altri giornali europei, sull'esistenza di un programma di raccolta e condivisione di informazioni, denominato in codice Lustre, che avrebbe coinvolto la Francia; cosi come di analoghi programmi di spionaggio israeliani che conterebbero sull'attiva partecipazione di USA, Regno Unito, Svezia e Italia, secondo notizie della Suddeutsche Zeitung.
Del resto è passata assai presto nel dimenticatoio in Italia una delle poche significative performance del governo Monti, il decreto del 24 gennaio 2013 grazie al quale le nostre agenzie di intelligence, notoriamente assai poco indipendenti da quelle statunitensi ed israeliane, avrebbero completo accesso a un'enorme mole di dati e informazioni di natura riservata: numerose aziende italiane, tra le quali Telecom e Poste Italiane, avrebbero dato immediata disponibilità, stipulando convenzioni coperte da segreto, a fornire alle nostre agenzie di intelligence questi dati, secondo notizie di stampa mai smentite.
Scrivevano nel giugno scorso i giornalisti di Repubblica che hanno svolto questa inchiesta, per spiegare l'importanza dell'apporto di aziende del genere alle reti di sorveglianza occidentali:
"Telecom Italia Sparkle possiede un'infrastruttura fisica strategica: la complessa rete di dorsali in fibra ottica lunga 55.000 km in Europa, 7.000 km nel Mediterraneo, 30.000 km in Sud America, continente collegato con un cavo sottomarino nell'Atlantico di 15.000 km. (...) Ancor più importante è Poste Italiane. Rappresenta un unicum nel panorama nazionale: essendo contemporaneamente agenzia di recapiti, banca, operatore telefonico e assicurativo, ha nella sua pancia la più completa banca dati nazionale. (...) E tra i suoi partner ci sono i servizi segreti americani. Nel 2009 la società guidata dall'ad Massimo Sarmi ha costituito a Roma la European Electronic Crime Task Force, un organismo per il contrasto dei crimini informatici a cui partecipano la Polizia di Stato e lo United State Secret Service, l'agenzia governativa deputata alla sicurezza del presidente degli Stati Uniti. A giugno del 2010, poi, è nato il Global Cyber Security Center, istituto voluto da Poste e creato insieme alla Booz Allen Hamilton, l'azienda dove lavorava Edward Snowden, la spia del datagate".
Ma il lavoro sui cosiddetti "big data", i grandi ammassi di informazione ricavabili grazie alle reti elettroniche ed ai social network, assume un'ampiezza tale da coinvolgere persino gli ambiti culturali, come già era avvenuto durante la guerra fredda, quando la Cia fu in grado di mobilitare, spesso senza che ne fossero consapevoli, le maggiori istituzioni culturali occidentali
Lo scorso febbraio, senza che i media vi abbiano prestato l'attenzione che meritava, è comparsa la notizia secondo cui l'Office of the Director of National Intelligence statunitense, la massima autorità nello spionaggio Usa, avrebbe finanziato e coordinato ben 13 università statunitensi, europee e israeliane in un progetto di raccolta di informazioni tramite social network rivolta a sviluppare una maggiore capacità di analizzare dati per prevedere i futuri sviluppi sociali a livello globale. 
Nel progetto sono coinvolti centri specializzati come il Center for Collective Intelligence del MIT, e come lo Intelligence Advanced Research Projects Activity (IARPA), "incubatore governativo per la ricerca nell'intelligence", che si concentra sulla possibilità di "valutare le notizie con maggiore accuratezza e farlo più rapidamente grazie alla capacità di combinare diverse tipologie di dati".
Come si vede, la questione di fondo è che, nel corso di oltre settant'anni, la potenza egemone dell'Occidente ha costruito con abilità e costanza una rete di vincoli, in materia di intelligence così come di politica estera e militare, trasversale a orientamenti politici e partitici, a istituzioni e settori, tale da costituire ormai una sorta di "Stato permanente" entro i singoli Stati nazionali europei
Per questo è ipocrita affrontare la questione del Datagate senza porre la questione di fondo, vale a dire di come si possa attuare una sovranità politica europea capace di svincolarsi dagli orientamenti globali degli Stati Uniti.


1 ottobre 2013

Seymour Hersh: la fine di Bin Laden e altre bugie


Il vincitore del premio Pulitzer spiega come risistemare il giornalismo: la stampa dovrebbe 'licenziare il 90% dei redattori e promuovere quelli che non si possono controllare'.
Nota preliminare di Pino Cabras.

A volte i mitografi che fanno la guardia alle “versioni ufficiali” sono proprio sfigati, va detto. Il 23 settembre 2013, sul blog di Paolo Attivissimo è apparso un articolo dal titolo “Abbottabad Report: anche il Pakistan smentisce i complottisti”, firmato da Hammer. Il caso ha voluto che, quasi contemporaneamente, uno dei più acclamati giornalisti investigativi del mondo, Seymour Hersh, che sta scrivendo un libro in parte dedicato ai fatti di Abbottabad, definisca quello stesso documento - che Attivissimo & C. prendono per oro colato - come un «rapporto fatto di stronzate».
Dunque, riepiloghiamo:
Da una parte abbiamo Hersh, il giornalista che ha messo con le spalle al muro interi governi scoperchiando il massacro di My Lai negli anni sessanta e le nefandezze di Abu Ghraib negli anni duemila, nonché profondo conoscitore dell'Asia e delle dinamiche interne delle forze armate USA.
Dall'altra abbiamo presunti sbufalatori implacabili che non hanno scritto un rigo su una delle bufale più clamorose del Millennio (la sepoltura in mare di Bin laden “secondo le usanze islamiche”) e che si affidano alla genuinità di un report ufficiale redatto in seno al mondo politico del “Paese più pericoloso del mondo”, il Pakistan, un sistema politico che non conoscono, segnato dalla commistione di servizi segreti, dossieraggi e attentati apocalittici, in perenne conflitto-collaborazione con la CIA.
Cosa prediligere?
Di fronte a questa scelta (tra giornalismo e mitografia che cade dal pero), ci ha fatto piacere tradurre il colloquio di Lisa O'Carroll del Guardian con Seymour Hersh, che risulta estremamente interessante nella sua durissima requisitoria contro il sistema dominante dei media.
Buona lettura.

Seymour Hersh su Obama, NSA e i 'patetici' media americani

di Lisa O'Carroll - The Guardian.

Seymour Hersh ha alcune idee estreme su come risistemare il giornalismo: chiudere le redazioni della NBC e della ABC, cacciare il 90% dei redattori editoriali e tornare al lavoro fondamentale dei giornalisti che, dice, è quello di essere un outsider.

Non ci vuole molto per far indignare Hersh, il giornalista investigativo che è stato la nemesi dei presidenti degliStati Uniti sin fagli anni sessanta e che una volta è stato descritto dal partito repubblicano come «la cosa più vicina a un terrorista che ha il giornalismo americano».

È arrabbiato per la timidezza dei giornalisti in America, la loro incapacità di sfidare la Casa Bianca ed essere un impopolare messaggero di verità.

Non lo fanno neanche incominciare sul New York Times che, dice, passa «molto più tempo a portare acqua al mulino di Obama di quanto avrei mai pensato che potessero fare» – o la morte di Osama bin Laden. «Nulla è stato fatto di quanto raccontato in quella storia, è una grande bugia, non una sola parola è vera», dice Hersh della drammatica incursione nel 2011 delle forze speciali d’élite della marina USA.

Hersh sta scrivendo un libro sulla sicurezza nazionale e ha dedicato un capitolo all’uccisione di bin Laden. Afferma che di un recente rapporto esibito da una commissione "indipendente" pakistana sulla vita nello stabilimento Abottabad presso cui Bin Laden era rintanato non rimarrebbe in piedi nulla se attentamente scrutinato. «I pakistani hanno diffuso un report, non farmene parlare. Mettiamola così, è stato redatto con un notevole input americano. Si tratta di un rapporto fatto di stronzate», dice anticipando le rivelazioni in arrivo sul suo libro.

L'amministrazione Obama mente sistematicamente, sostiene, ma nessuno dei leviatani dei media americani, né le reti televisive né le grandi testate della stampa, osa sfidarla.

«È una cosa patetica, sono più che ossequiosi, hanno proprio paura di prendersela con questo ragazzo [Obama]», dichiara nel corso di un'intervista con il Guardian.

«Era così quando ti trovavi in una situazione in cui era accaduto qualcosa di assai drammatico, il presidente e gli scagnozzi attorno a lui avevano il controllo della narrazione, sapevi abbastanza bene che avrebbero fatto del loro meglio per raccontare direttamente la storia. Ora questo non succede più. Adesso si avvantaggiano di qualcosa di simile e progettano il modo per rieleggere il presidente».
Non è nemmeno sicuro del fatto che le recenti rivelazioni sulla profondità e l'ampiezza della sorveglianza da parte della National Security Agency (NSA) possano avere un effetto duraturo.


Snowden ha cambiato il dibattito sulla sorveglianza

È certo che la talpa della NSA Edward Snowden «ha cambiato l'intera natura del dibattito» sulla sorveglianza. Hersh afferma che lui e altri giornalisti avevano scritto sulla sorveglianza ma Snowden è stato fondamentale perché ha fornito prove documentali – sebbene Hersh sia scettico sul fatto che le rivelazioni possano cambiare la politica del governo USA.

«Duncan Campbell [il giornalista investigativo britannico che ha fatto uscire allo scoperto la storia dell’insabbiamento del caso Zircon], James Bamford [giornalista USA] e Julian Assange, nonché il sottoscritto e il New Yorker, tutti noi abbiamo scritto il concetto secondo cui esiste una sorveglianza costante, ma lui [Snowden] ha esibito un documento, e questo ha cambiato l'intera natura del dibattito: è una cosa reale, adesso», dichiara Hersh.

«I redattori amano i documenti. I redattori da due soldi che non avrebbero toccato storie del genere, amano i documenti, così lui ha cambiato l’intero movimento della palla», aggiunge, prima di specificare ulteriormente le sue osservazioni.

«Ma non so se tutto questo andrà a significare qualcosa a lungo [termine], a causa dei sondaggi che vedo in America: il presidente può ancora dire agli elettori ‘al- Qaida, al-Qaida’ e scommetto due a uno che il pubblico voterà per questo tipo di sorveglianza, il che suona così idiota», commenta Hersh.

Tenendo banco davanti a una platea gremita presso la scuola estiva della City University di Londra sul giornalismo investigativo, il 76enne Hersh va a tutto gas, un vortice d’incredibili storie su com’era il giornalismo di una volta, su come ha esposto il massacro di My Lai in Vietnam, su come ha ottenuto le immagini di Abu Ghraib dei soldati americani che brutalizzavano i prigionieri iracheni, e su cosa pensa di Edward Snowden.


Speranza di redenzione

Nonostante la sua preoccupazione per la timidezza del giornalismo, ritiene che il mercato offra ancora speranze di redenzione.

«Io ho questa sorta di visione euristica sul giornalismo, forse possiamo offrire speranza, perché il mondo è chiaramente gestito più che mai da completi mentecatti... il giornalismo non è sempre meraviglioso, non lo è, ma almeno offriamo una via d'uscita, un po’ d’integrità».

Il suo racconto su come ha scoperto le atrocità di My Lai è un esempio del giornalismo vecchio stile, tutto scarpe di cuoio e tenacia. Tornando indietro al 1969, egli ebbe una dritta su un 26enne a capo di un plotone, William Calley, che era stato imputato dall'esercito per un presunto omicidio di massa.

Invece di alzare la cornetta per chiamare un addetto stampa, salì in macchina e cominciò a cercarlo nel campo militare di Fort Benning in Georgia, dove aveva sentito che si trovava in stato di detenzione. Girò porta a porta cercando in tutto il vasto complesso, a volte estorcendo le informazioni lungo la sua strada, in marcia fino alla reception, sbattendo il pugno sul tavolo e gridando: «Sergente, voglio che Calley spunti fuori adesso».

Alla fine i suoi sforzi furono ripagati con la pubblicazione della sua prima storia sul St.Louis Post-Despatch, che fu poi ripubblicata in contemporanea in tutta l'America e, infine, gli valse il premio Pulitzer. «Ho fatto cinque storie. Mi feci pagare cento dollari per la prima, alla fine il [New York] Times pagava 5mila dollari».

Fu assunto dal New York Times per seguire lo scandalo Watergate e la finì braccando Nixon fino in Cambogia. Quasi trenta anni dopo, Hersh ha riconquistato i titoli di apertura a livello mondiale ancora una volta facendo notizia con la sua rivelazione sugli abusi a danno dei prigionieri iracheni ad Abu Ghraib.


Dedicare più tempo

Il suo messaggio per gli studenti di giornalismo è quello di dedicarvi spazio e tempo. Sapeva di Abu Ghraib cinque mesi prima di riuscire a scriverne, dopo aver ricevuto una soffiata da un alto ufficiale dell'esercito iracheno che ha rischiato la propria vita uscendo da Baghdad verso Damasco, per raccontargli di come i prigionieri avevano scritto alle loro famiglie chiedendo loro di venire a ucciderli perché erano stati "violati".

«Ci ho messo cinque mesi a cercare un qualche documento, perché senza un documento non c’è niente, non si va da nessuna parte».

Hersh volge nuovamente il suo sguardo sul presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Aveva già detto in precedenza che la fiducia sul fatto che la stampa americana sfidasse il governo USA sia crollata dopo l’11 settembre, ma è fermamente convinto che Obama sia peggiore di Bush.

«Pensate che Obama sia stato giudicato in base ad un qualsiasi standard razionale? Ha forse chiuso Guantánamo? È per caso finita una delle guerre? C'è qualcuno che stia prestando attenzione all’Iraq? Sta seriamente parlando di andare in Siria?
Non stiamo mica andando tanto bene nelle 80 guerre in cui ci troviamo implicati proprio adesso, perché diavolo vuole invischiarsi in un’altra? Che cosa sta succedendo [ai giornalisti]?» si domanda.

Afferma che il giornalismo investigativo negli USA viene ucciso dalla crisi di fiducia, dalla mancanza di risorse e da un concetto sbagliato di ciò che il lavoro comporti.

«A me sembra che ci sia troppa ricerca di premi. Si tratta di giornalismo alla ricerca del Premio Pulitzer», aggiunge. «È un giornalismo confezionato, in modo da scegliere un bersaglio – non intendo sminuire, perché chi lo fa lavora duro – ma sono percorsi che si attraversano indenni e via dicendo, questo è un problema serio, ma ci sono anche altre questioni.
Ad esempio nell’ammazzare gente: come fa [Obama] a farla franca con il programma dei droni, e perché noi non stiamo facendo di più? Come lo giustifica? Dove sta l’intelligenza? Perché non scopriamo se questa politica è buona o cattiva? Perché i giornali citano costantemente i due o tre gruppi che monitorano gli omicidi tramite droni? Perché non facciamo il nostro lavoro?
Il nostro compito è scoprire noi stessi, il nostro lavoro non consiste solo nel dire ‘qui c'è un dibattito’. Il nostro compito è quello di andare al di là del dibattito e scoprire chi ha ragione e chi ha torto sulle questioni. Questo non avviene abbastanza, costa soldi, costa tempo, mette in pericolo, solleva dei rischi. Ci sono alcune persone – il New York Times ha ancora giornalisti investigativi ma lo fanno molto di più per portare acqua al mulino del presidente di quanto avrei mai pensato che fosse ... è come se non si osasse più essere fuori dal coro».

Ha aggiunto che in qualche misura era più facile scrivere sull'amministrazione del presidente George Bush. «Nell'era di Bush, ho sentito che era molto più facile essere critici rispetto a quella [di] Obama.
È molto più difficile nell'era Obama», ha dichiarato.

Alla domanda “qual è la soluzione” Hersh si accalora nel difendere la sua tesi, ossia che la maggior parte dei redattori sono pusillanimi e dovrebbero essere licenziati.

«Ti dirò la soluzione: sbarazzati del 90% dei redattori che esistono ora e inizia a promuovere redattori che non puoi controllare», dichiara. L'ho visto al New York Times. Vedo che ad essere promosse sono quelle persone che alla scrivania sono più accondiscendenti con l’editore e con quel che vogliono i redattori anziani, mentre quelli che creano problemi non vengono promossi. Inizia a promuovere le persone migliori che ti guardano negli occhi e dicono 'non mi importa quel che dici'.
Né si capisce perché il Washington Post abbia trattenuto i materiali di Snowden fino a quando non ha appreso che il Guardian stava per pubblicarli».

Se Hersh fosse a capo della US Media Inc., la sua politica di terra bruciata non si fermerebbe ai giornali.

«Chiuderei le redazioni dei network, e via, ricominciare tutto, tabula rasa. Alle major, NBC, ABC, non piacerà questo: fare solo qualcosa di diverso, fare qualcosa che faccia arrabbiare delle perrsone con te, questo è ciò che noi dovremmo fare», afferma.

In questo periodo Hersh è in pausa dal suo lavoro di reporter, lavora a un libro che sicuramente risulterà una lettura spiacevole sia per Bush che per Obama.
«La repubblica è nei guai, mentiamo su tutto, mentire è diventato il punto fermo». E implora i giornalisti affinché facciano qualcosa al riguardo.

• Questo articolo è stato modificato il 1 ° ottobre 2013. Il testo originale dichiarava che Hersh ha venduto una storia sul massacro di My Lai al New York Times per 5.000 dollari, quando in realtà si trattava del Times di Londra. Hersh ha sottolineato che non intendeva in alcun modo suggerire che Osama bin Laden non sia stato ucciso in Pakistan, così come riferito sulla scorta all'autorità del presidente: stava affermando che è stato in seguito che la menzogna è cominciata. Infine, l'intervista ha avuto luogo nel mese di luglio 2013.



Traduzione per Megachip a cura di Alex Sfera e Pino Cabras.

Seymour Hersh ha mostrato al mondo il massacro di My Lai durante la guerra del Vietnam, e per quella inchiesta ha vinto il Premio Pulitzer. Fotografia: Wally McNamee / Corbis



1 agosto 2013

Nuove accuse di Snowden: NSA spiava tutte le chat del mondo

da Globalist.


Spiare in tempo reale le e-mail, le ricerche sul web e tutte le altre azioni compiute su internet dagli utenti. È questo l'obiettivo del nuovo programma di spionaggio delle comunicazioni su internet chiamato "XKeyscore" e usato dall'agenzia americana NSA, rivelato al "Guardian" dalla talpa dello scandalo Datagate Edward Snowden.

Secondo i documenti in possesso al giornale britannico, XKeyscore va a pescare dati, senza chiederne l'autorizzazione, su 500 server sparsi in tutto il mondo, dalla Russia al Venezuela ed è considerato come uno degli stumenti più potenti a disposizione della Nsa: permette ad esempio di risalire a una persona a partire da una semplice ricerca effettuata su internet. È il più grande e potente sistema al mondo di spionaggio informatico.

I file rivelati fanno luce su una delle affermazioni più controverse di Snowden, pubblicata dal "Guardian" il 10 giugno: "Seduto alla mia scrivania", ha detto Snowden, potrei "intercettare chiunque, voi giornalisti o il vostro commercialista, un giudice federale o anche il presidente, basta avere una mail personale".

Intercettare questi dati per gli analisti è molto semplice: estraggono enormi quantità di informazioni dai database semplicemente compilando una richiesta online fornendo solo una vaga giustificazione per la ricerca. La richiesta non è esaminata preventivamente da un tribunale o dal personale della NSA prima di essere elaborato. La ricerca consente di delineare un profilo completo della storia web dell'utente dalla prima volta che si è affacciato su Internet.

Gli analisti possono anche utilizzare altri sistemi dell'NSA per ottenere intercettazioni "in tempo reale" delle attività internet di un qualsiasi utente del web.

Edward Snowden ora rischia di irritare la Russia, a cui ha chiesto asilo. La talpa dell'NSAgate, indifferente alle richieste di Vladimir Putin di smetterla di danneggiare gli USA, continua a rivelare dettagli sullo scandalo delle intercettazioni tramite Glenn Greenwald, il megafono di Snowden sul "Guardian".

In un documento del 2012 si leggono i vari campi di informazioni che possono essere cercati: "ogni indirizzo e-mail visto in una sessione sia dal nome utente che dal dominio", "ogni numero di telefono visto in una sessione" e le attività degli utenti, come "la webmail e la chat, inclusi nome utente, lista contatti".

Alla sorveglianza di Xkeyscore non si sottraggono neanche i siti di social network, come Facebook e Twitter, oltre ai già noti motori di ricerca come Google e Yahoo! ed i sistemi di posta.
L'attività Xkeyscore, secondo un rapporto interno del 2007, stimava che negli archivi della NSA erano all'epoca conservati 850 miliardi di dati telefonici e 150 miliardi di attività web, cui ogni giorno si aggiungevano 1-2 miliardi di altri dati.

William Binney, un ex matematico della NSA, ha riferito che lo scorso anno l'agenzia ha "raccolto qualcosa come 20.000 miliardi di contatti dei cittadini USA, limitatamente telefonate e mail, senza quindi prendere in considerazione il resto delle attività web. E tutto ciò limitandosi ai dati raccolti negli USA.

Fonte: http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=47399&typeb=0.

9 luglio 2013

Il web globale passa quasi tutto per i cavi NSA

da RT.
Segue intervista a Pino Cabras

Come rivelano alcuni nuovi documenti emersi, gli accordi stipulati tra agenti federali e società straniere hanno permesso al governo degli Stati Uniti di intercettare e interpretare facilmente una vasta fascia di dati di comunicazione trasmessi in tutto il mondo.
In una presentazione con slides della National Security Agency ottenuta da The Washington Post e attribuita alle rivelazioni del dissidente NSA Edward Snowden, il governo USA ha incoraggiato gli analisti ad attingere direttamente a tutta una gamma di cavi in fibra ottica sottomarini che funzionano da condutture per circa il 99 per cento del traffico mondiale telefonico e di internet.
Il resoconto, pubblicato da Craig Timberg e Ellen Nakashima del Post, spiega il modo in cui le slides della NSA fatte trapelare da Snowden rivelino un ulteriore programma di sorveglianza attivato in qualità di presunta misura antiterrorismo, ma al costo di mettere a rischio la privacy di milioni - se non miliardi - di persone.
Secondo l’articolo, il governo degli Stati Uniti inviò una squadra di avvocati presi dal guazzabuglio di sigle delle agenzie federali - inclusi il Federal Bureau of Investigation e i Dipartimenti della Difesa, della Giustizia e della Sicurezza Interna - per sovrintendere agli sforzi post-11/9 avrebbero garantito che più informazioni di intelligence disseminate in tutto il mondo potessero essere raccolte da agenti americani.
«I documenti mostrano che, tra i loro compiti, vi era quello di garantire che le richieste di sorveglianza ricevute venissero soddisfatte in modo rapido e riservato», hanno scritto i due giornalisti.
Tutto ciò, sostiene il Post, è stato adempiuto mantenendo «una cellula aziendale interna di cittadini americani con nulla osta del governo» tra le fila delle società estere che controllano i cavi a fibre ottiche che trasportano la maggior parte dei dati delle telecomunicazioni in tutto il mondo. Una di queste entità è stata l’asiatica Global Crossing, e gli USA si sono affrettati ad infiltrarsi nella lista dei suoi addetti poco dopo l'11/9.
Il Post scrive che il "Contratto di sicurezza di rete" stipulato tra Global Crossing e gli USA nel 2003 ha rappresentato il caso di uno dei primi grandi fornitori che diede agli USA il potere di attingere a queste grandi condutture delle telecomunicazioni, e nel decennio successivo ormai non si contano più quanti altri siano stati autorizzati. In quel caso e in altri, avvocati federali che collaboravano sotto il nome di "Team Telecom" hanno costretto i proprietari stranieri di questi cavi a conformarsi alle richieste americane di informazioni.
Nel caso del contratto di Global Crossing, gli USA ottennero che la ditta firmasse un accordo che garantiva che gli agenti segreti americani potessero richiamare l'azienda in modo da essere presso un suo "Centro di Operazioni di Rete" con sede in USA entro un tempo di appena 30 minuti per monitorare e raccogliere i dati
E sebbene esistano leggi concepite per fornire presunte salvaguardie in grado di proteggere la privacy degli americani, il Post sostiene che questo non ha fermato le agenzie americane dall’essere in grado di raccogliere comunque i dati.
«Dato che le persone in tutto il mondo chattano, navigano e inviano le immagini tramite i servizi online, gran parte delle informazioni fluisce entro il raggio d’azione alla portata tecnologica della sorveglianza USA. Anche se le leggi, le norme procedurali e le politiche interne limitano il modo in cui le informazioni possono essere raccolte e usate, i dati provenienti da miliardi di dispositivi fluiscono in tutto il mondo attraverso quelle strettoie di internet che gli Stati Uniti e i loro alleati sono in grado di monitorare», scrive il Post. Insieme al programma PRISM divulgato da Snowden il mese scorso, l’attingere a questi cavi offre agli Stati Uniti la possibilità di monitorare praticamente qualsiasi comunicazione che passi vicino agli Stati Uniti.

Il Post osserva che sia il PRISM sia il programma "a monte" che estrae i dati dai cavi sottomarini, intendono indirizzarsi soltanto alle comunicazioni in cui si ritenga che una parte stia al di fuori degli USA, ma le agenzie governative non sono disposte a dire quanti americani sono incidentalmente o inavvertitamente entrati nel raggio del radar della NSA. In precedenza, però, membri del Senato degli Stati Uniti hanno usato frasi come «profondamente costernati» per prevedere come gli americani avrebbero verosimilmente reagito se avessero conosciuto la piena estensione e la portata dei programmi di sorveglianza del loro paese.
Sulla scia delle rivelazioni di Snowden che sono iniziate a emergere lo scorso mese, la NSA, il presidente Barack Obama e la sua amministrazione hanno tutti quanti esaltato i programmi di sorveglianza, quali strumenti necessari nella guerra contro il terrorismo. La Casa Bianca sostiene che le pratiche sono legalmente autorizzate sia attraverso il Foreign Intelligence Surveillance Act sia tramite il Patriot Act post-9/11, ma continuano ad attirare le critiche da parte del pubblico e anche dai politici. Il trentenne Snowden è alla ricerca di asilo per evitare il processo negli Stati Uniti, dove è accusato ai sensi della vigente legge sullo spionaggio.





Intervista a Pino Cabras a Radio Italia dell'IRIB: Amici e nemici, tutti nel raggio dello spionaggio USA.

Qual è la verità sul Datagate? «Credo che la verità sia stata una volta tanto raccontata da una persona interna al sistema, cioè Edward Snowden, questo funzionario di una delle tante agenzie collegate allo spionaggio americano. E la verità è che il sistema spionistico elettronico statunitense ha un controllo pressoché totale sulle comunicazioni a livello mondiale, e quindi amici e nemici sono tutti nel suo raggio di azione…».


È disponibile attraverso il link sottostante l'audio integrale dell'intervista.