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13 novembre 2014

Gas sovrano e nuove terre di conquista

di Giandomenico Mele


NOTA PRELIMINARE DI PINO CABRAS
da Megachip.
Sardegna hub del gas su input del Qatar? La cosa fa accapponare la pelle. L'articolo di Giandomenico Mele che qui vi presentiamo descrive uno scenario che va oltre la vicenda locale.
Gli USA stanno facendo ogni pressione possibile per spingere l'Europa ad abbandonare le soluzioni sul gas tecnicamente e geograficamente sensate (che implicano un rapporto sinergico e pacifico con la Russia) per sostituirle entro sei-sette anni con una collezione ardita di approvvigionamenti basati su una rete-monstre di rigassificatori per accogliere le navi gasiere dagli USA (shale-gas) e dal Qatar, nonché su una massiccia campagna di nuove trivellazioni in mezza Europa.

La Sardegna in questo quadro sostituirebbe funzionalmente l'Ucraina quale snodo europeo in uno scenario da Guerra Fredda o peggio. Immaginarsi l'impatto. Il Qatar è quel paese che ha investito - a botte di miliardi di dollari - nella destabilizzazione e nella distruzione degli Stati di mezzo Mediterraneo e dintorni. Per loro, devastare una comunità travolgendola con il denaro è un modo di fare business. In uno scenario di guerra, va aggiunto, ciò che gli ingegneri chiamano costruzione i generali lo chiamano bersaglio. Tìmeo Dànaos et dona ferentes. (p.c.)

Qatar e Sardegna. Costa Smeralda e Mater Olbia. Ora anche Glencore e il futuro di Alcoa. Ma nella prospettiva della rivoluzione energetica dell'Isola, potenzialmente e strategicamente il più grande hub del Mediterraneo, è spuntato anche il Gnl (gas naturale liquefatto). La più grande risorsa del Qatar, la madre di tutti i guadagni, i cui proventi in trilioni di dollari vengono reinvestiti attraverso il Fondo Sovrano (Qatar Investment Authority) in tutto il globo.
Cosa unisce la Sardegna al Qatar sul piano degli investimenti energetici? Un articolo della rivista Internazionale, in un approfondito reportage dei giornalisti Francesco Longo e Gabriele Masini, lo chiarisce. Estrapoliamo un passaggio del servizio da Doha. "Dando le spalle alla vetrata, appoggiata alla scrivania, Chatura Poojari - responsabile di Business planning & controls di RasGas - appunta la parola Sardegna sul suo taccuino".
Un virgolettato della Poojari chiarisce meglio l'interesse per l'Isola. "Entro la fine dell'anno il ministero dello Sviluppo economico dovrebbe mettere a punto un piano strategico per lo sfruttamento del Gnl in Italia e nell'attesa di regole gli operatori si stanno già muovendo - spiega la Poojari -.
In più, la Sardegna, unica regione non metanizzata d'Italia, dopo aver abbandonato il progetto Galsi di costruzione di un gasdotto dall'Algeria, sta cercando di ottenere dal governo centrale il supporto per costruire uno o più terminali di Gnl per alimentare le reti già costruite ma che sono in gran parte inutilizzate".
Ecco il nuovo progetto di business. Dopo il turismo e la sanità, ora si passa al versante energetico.

Il futuro dell'Isola: tra i piani del Qatar sul Gnl e lo shale gas con il progetto Endesa
"Metodi all'avanguardia, come l'acquisto di metano compresso. Pensiamo per esempio al gas americano (shale gas), una novità del settore". Le parole dell'assessore regionale alla Programmazione, Raffaele Paci, svelavano possibili strategie della Sardegna sul fronte energetico. Ma a parte le parole del presidente Pigliaru, di Maria Grazia Piras, assessore all'Industria e dello stesso Paci, c'è la logica a dire che la Regione potrebbe puntare dritta su un rigassificatore. Il Qatar lo sa e sta studiando la situazione.
Sono 29 gli stati al mondo che importano metano liquefatto e 26 di questi comprano dal Qatar. Un terzo di tutto il Gnl scambiato nel mondo viene da qui. Una leadership che dura dal 2006. Il Qatar ha circa 25mila miliardi di metri cubi di riserve di gas, pari a 360 anni di consumi italiani. Il triplo delle riserve degli Stati Uniti, con tutta la loro rivoluzione del gas di scisto (shale gas). Ma il gas naturale liquefatto va stoccato e uno o due impianti in Sardegna sarebbero ideali per le rotte del Gnl del Qatar che raggiungono il Nord Europa, in primo luogo la Norvegia.
Per questo, in attesa del Piano di sfruttamento del Gnl in Italia in fase di predisposizione dal ministero dello Sviluppo economico, il Qatar si prepara a sbarcare nell'Isola anche con il suo business principe: il gas.

Lo shale gas dal Golfo del Messico
Poi c'è lo shale gas. In ballo ci sono i progetti di due impianti, a Gioia Tauro e a Gela. Il primo segue i destini del gruppo Sorgenia (di proprietà della Cir, holding che controlla anche il gruppo Espresso). Il secondo vede in campo l'Enel, che però segue anche altre strade. In ballo c'è un miliardo di metri cubi di shale gas che, tramite la controllata spagnola Endesa, arriverà in Italia a partire dal 2019, spedito a bordo di navi dalle coste del Golfo del Messico. Da lì gli Stati Uniti inviano "l'oro nero" del futuro.
Una fornitura che servirà ad alimentare le centrali dell'Enel ma non solo: il contratto infatti non prevede alcun limite di destinazione, per cui può essere venduto ad altri soggetti acquirenti in relazione alle condizioni di mercato. Ma per fare questo servono nuove infrastrutture. E la Sardegna, chiaramente, per la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo, diventerebbe un hub prezioso.

Shale gas e Gnl, il contratto Endesa e il "take or pay"
Passiamo agli scenari futuri, quelli che hanno portato la Regione a considerare poco conveniente il progetto Galsi. Enel ha recentemente concluso un accordo per la fornitura ventennale (prorogabile per altri dieci anni) di shale gas con la compagnia americana Cheniere Energy.
Il contratto è stato firmato dalla controllata Endesa, che aveva già siglato un accordo simile per portare il gas in Spagna. Il metano potrebbe anticipare lo sbarco in Italia al 2018, quando sarà terminata la costruzione del rigassificatore di Corpus Christi sul Golfo del Messico.
Quali sarebbero i vantaggi di questa operazione rispetto al gasdotto Galsi, con l'ipotesi della costruzione di un rigassificatore di "ingresso" in Sardegna? Il prezzo del gas è più basso rispetto al mercato europeo e ha una clausola di "take or pay" che pesa solo sul 50% della fornitura. Ma gli stessi vantaggi arriverebbero dal Gnl, con la possibilità di avere due impianti in Sardegna e tenendo presente che l'unico gas liquido che arriva in Italia è quello qatarino scaricato a Rovigo, il più economico sulla piazza europea.
Il "take or pay" è una clausola inclusa nei contratti di acquisto di gas naturale, in base alla quale l'acquirente è tenuto a corrispondere comunque, interamente o parzialmente, il prezzo di una quantità minima di gas prevista dal contratto, anche nell'eventualità che non ritiri tale gas. Una clausola evidentemente poco conveniente per la Sardegna, che registra consumi elettrici in picchiata, anche e soprattutto in virtù della chiusura di molte imprese energivore. Ora è chiaro che il peso di una simile clausola solo sulla metà della fornitura sarebbe estremamente vantaggioso rispetto ai contratti stabiliti dal progetto Galsi.

Sardegna unica regione italiana senza metano
Mentre il problema del gap energetico che stritola la competitività dell'Italia a livello europeo e mondiale resta in cima all'agenda del governo Renzi, la Regione quindi studia le alternative al progetto Galsi.
Sempre puntando su un grande impianto di rigassificazione del metano liquefatto (Gnl) trasportato con navi, si intendono sfruttare alcuni elementi progettuali e reti infrastrutturali pensati per il gasdotto italo-algerino, sia nella rete di distribuzione interna che nelle condutture che dovrebbero attraversare l'Isola per creare un bacino di scambio del gas con la Penisola.
D'altronde le alternative scarseggiano e i progetti di potenziamento della produzione elettrica nell'Isola sono fermi al palo. Parliamo dell'idea della conversione a "carbone pulito" delle centrali a olio combustibile di Fiumesanto (E. On) e Ottana (Ottana Energia del gruppo Clivati): quest'ultima avrebbe dovuto sviluppare il progetto di "turbogas" proprio con l'eventuale metanizzazione della Sardegna. Ora sarà un advisor ad indicare alla Regione il percorso da seguire: anche se dal Qatar fino all'America, passando per gli Urali, tutte le strade sembrano portare al rigassificatore.

(12 novembre 2014)
Link articolo


19 maggio 2014

L'Ukraine et les dents des oligarques. Le cas Biden

Ci-dessous une traduction en français de mon article intitulé "L'Ucraina e i denti degli oligarchi. Il caso Biden", parue sur le site en ligne blogs.mediapart.fr

par Pino Cabras


Le fils du vice-président Usa élu à un poste central de l'industrie gazière en Ukraine, ensemble avec l'ex président de la Pologne. Les alliances flexibles avec des mondes mafieux.




R. Hunter Biden, fils du vice-président Usa, Joe, a hérité du père un nombre incroyable de dents. Avec ceux-ci il nous sourit énergiquement depuis ses photos officielles. Maintenant on nous informe que ces dents arrachent l'un des fauteuils les plus convoités de l'Ukraine, tout en faisant de lui l'un des nouveaux patrons de la Kiev post-putchiste. Biden le Jeune vient en effet de s'installer dans le conseil d'administration de la compagnie ukrainienne la plus importante d'extraction du gaz, la Burisma, avec ses puits en Europe et son siège à Chypre, où elle est contrôlée par une autre entreprise off-shore de droit chypriote, laBrociti Investments Ltd. On verra par la suite où iront les traces.
Pendant le vol qui l'a amené des cieux de l'élite états-unienne aux hautes sphères de l'oligarchie d'un pays ex-soviétique, le fiston américain a pu lui aussi réfléchir sur comment à changé le mot oligarque. Jusqu'à il y a vingt ans, l'oligarque était un représentant générique d'un système de gouvernement que quelques personnes imposaient à tous. L'oligarque post-soviétique est par contre une chose bien plus spécifique : c'est un homme d'affaires qui a arraché - pendant qu'il occupait une position dominante dérivant de la politique - les immenses richesses publiques sous-tirées par la sauvage privatisation de l'économie soviétique après la chute de l'URSS. Ce type humain est désormais l'unique à être étiqueté comme oligarque. La russophobie qui règne dans le discours public occidental fait le reste : à est, ou plutôt, en Russie, il y a des oligarques ; chez nous, par contre, de sains entrepreneurs à la vertu cristalline qui n'oseraient jamais spolier une nation. Comment définir autrement un De Benedetti ?
Tant pis si un nombre écrasant d'oligarques russes, avant de décider si favoriser ou combattre la nouvelle "verticale du pouvoir" de Poutine, avaient été avant tout des créatures occidentales.
Mais Hunter Biden est là pour nous rappeler, avec son cursus honorum et ses dents, serrées sur une cuillère d'argent, que les oligarques existent même ici à l'Ouest, et prospèrent et fréquentent tous les couloirs qui conduisent aux salles de l'argent, des gouvernements, de l'intelligence. Avec une colossale 'exusatio non petita' (justification non demandée) à Washington ils essayent néanmoins de nous le dire : d'après eux, les entrées au gouvernement pour le fils du 'number one' de la Maison Blanche, ne comptent pas. Et par conséquent Biden a obtenu sa nomination dans la lointaine colonie européenne seulement par la voie de son curriculum. Si les faits nous diront autre chose, c'est de notre faute, qui serons prévenus.
C'est seulement une coïncidence, en effet, que le 21 avril Biden le Vieux amène son dentier à Kiev pour dicter ses volontés, et que justement dans les mêmes jours Biden le Jeune devienne l'homo americanus de l'agence la plus stratégique du Pays, en pleine bataille du gaz.
Le soupçon et que là-bas il faille un oligarque expérimenté, justement, qui fasse office d'agent de liaison entre l'oligarque local et les optimates de Washington. Et le docteur Hunter Biden avait vraiment le curriculum adéquat pour cette tâche urgente : carrière universitaire auprès des universités privées les plus prestigieuses et élitistes, et puis un travail impressionnant d'inter-connexion intérieure et internationale entre multi-nationales, organisations non gouvernementales imbues de valeurs (d'argent) gouvernementales, bureaux légaux de super-lobbyistes, etc.
Surtout, Hunter Biden est l'un des collaborateurs les plus étroits du président de la National Democratic Institute for International Affairs (NDI), une organisation crée par le gouvernement Usa en tant qu'émanation du National Endowment for Democracy (NED) pour canaliser les fonds et les donations visant à "renforcer la démocratie" dans 125 nations différentes. C'est-à-dire un quémandeur politique, l'une des usines des révolutions colorées de la moitié du monde, présidée rien que ça, par Madeleine K. Albright, ex Secrétaire d'Etat à l'époque de Clinton et du bombardement de la Serbie. C'est la même personnalité politique qui dit à la TV qu'un demi-million d'enfants morts par embargo en Iraq avait été "un prix juste", que ça en avait valu la peine ("the price is worth it?")
Madeleine Albright - 60 Minutes

Biden se choisit de bonnes compagnies. Toujours ensemble avec Albright, il est parmi les administrateurs du Truman National Security Project, un centre de formation qui emploie des ressources colossales pour former des générations entières de représentants politiques progressistes autour des thèmes de la sécurité nationale. Lorsque vous entendez quelque vague représentant de la gauche qui parle bien de la guerre, vous saurez d'où on lui aura donné la bécquée.
D'après Hunter Biden, son rôle à Kiev consistera à donner les bons conseils sur "transparence, corporate governance et responsabilité, expansion internationale et d'autres priorités" afin de contribuer, rien que ça, " à l'économie et au bien-être du peuple ukrainien ".
On se croirait entendre les mots prononcés en 2003 pour l'Iraq par Paul Bremer, le gouverneur colonial installé par le président George W. Bush lorsqu'il envahit et dévasta ce pays. Mais tandis que les impérialistes républicains avaient une conception rudimentaire de l' "exportation de la démocratie", le monde de l'NDI est plus ductile, parce qu'il affirme que "l'NDI ne présume pas d'imposer des solutions ni considère que le système démocratique puisse être dupliqué quelque part ailleurs." Tout au plus, l'NDI "partage des expériences et offre une série d'options de manière à ce que les leaders puissent adapter ces pratiques et que les institutions puissent travailler mieux dans leur environnement."
"Adapter" est donc le mot-clef. Et les impérialistes démocratiques américains en Ukraine se sont "adaptés" tellement qu'ils se sont alliés avec des partis à tendance fasciste et des formations para-militaires nazies.
Il s'agit d'une alliance scandaleuse qui n'embarrasse aucunement les représentants du Parti Socialiste Européen. De la même manière qu'elle ne scandalise pas le multi-milliardaire Ihor Kolomoyshyi, fondateur de la European Jewish Union, double citoyenneté ukrainienne et israélienne, co-propriétaire de la banque Privat et de plusieurs sociétés qui ont détecté de grosses réserves de gaz naturel justement dans les zones ukrainiennes dans lesquelles se poursuivent les combats.
Une enquête de Forbes a décrit très bien la manière dont Kolomoyskyi a fait fortune : "Kolomoyskyi a employé des forces "presque-militaires" de la banque Privat pour faire valoir l'achat hostile d'entreprises, enrôlant un groupe de "hooligans, armés de battes de baseball, des barres de fer, de gaz et des pistolets avec des balles en caoutchouc et des "tronçonneuses" pour prendre par la force un complexe sidérurgique à Kremenchuk en 2006 et a employé "un mix d'ordres du tribunal falsifiés (souvent par la main de juges et /ou de greffiers corrompus) et de manières fortes" pour remplacer des administrateurs dans les conseils d'administration dans les sociétés dont il achetait les participations".
Probablement chez Forbes, ils n'ont pas beaucoup de familiarité avec la chronique anti-mafia, qui emploierait des concepts plus courts pour décrire le profil criminel d'un tel personnage.
Le président putchiste Turchynov, en tout état de cause, l'a élu gouverneur de l'Oblast de Dnipropetrovsk, une région frontalière avec les points chauds de la révolte des russes d'Ukraine. Kolomoyskyi a promis "une taille pour qui capturera des militants soutenus par les russes et des récompenses pour qui dépose les armes".
Ce magnat de la finance et du gaz - dans le temps qui lui reste, à part celui consacré aux affaires entre groupes mafieux - sera l'un de ces champions de "transparence, corporate governance et responsabilité" avec lesquels aura à négocier Mister Biden jr.
Et ici il y a un point encore plus intéressant.
Le site de documentation anti-corruption ukrainien (AntAC), d'inspiration assez américaine, en 2012 a essayé de reconstruire à qui puisse appartenir réellement la Burisma, qui se présente comme la vitrine la plus exposée à la lumière du soleil de la chaîne propriétaire de l'entreprise gazière. Une fois qu'elles se déplacent dans le territoire financier off-shore, les traces deviennent plus difficiles, comme une chasse mondiale au trésor
Nous avons vu que la Burisma est contrôlée par l'entité chypriote Brociti Investments Ltd, qui l'avait rélevée des propriétaires précédents, les oligarques Mykola Zlochevsky (ministre de l'énergie du président Yanoukovitch déstitué) et Mykola Lisin (mort entretemps). Il semblerait que dans le schéma financier de la vieille Brociti soit impliquée une autre grosse entreprise du secteur des hydrocarbures, la Ukrnaftoburinnya. Si nous voulons savoir qui possède Ukrnaftoburinnya, les traces reviennent à Chypre, où 90% de la société se trouve dans le ventre de la Deripon Commercial Ltd. Ici nous devons faire un vol plus long, parce que la Deripon est contrôlée à son tour par une holding des îles Vierges britanniques, la Burrad Financial Corp. Là-bas le brouillard, malgré les tropiques, devient épaississime. Mais le nom de la Burrad n'est néanmoins pas insignifiant, parce qu'il revient dans plusieurs enquêtes qui reconstruisent les opérations financières gérées par la banque Privat. C'est-à-dire la banque Kolomoyskyi.
Pour Forbes, cependant, reste probable que le propriétaire soit encore Zlochevsky (avec la possibilité d'un double jeu de sa part).
Je le sais, vous vous êtes perdus. Moi aussi. Mais j'essaye de résumer.
Kolomoyskyi, moyennant des sociétés off-shore, était le dominusde la Burisma, l'entreprise la plus importante d'extraction du gaz en Ukraine, dans laquelle est actuellement employé ce dentu de Hunter Biden. 
Kolomoyskyi l'a officiellement cédée, grâce à un schéma financier qui lui était familier, à une entreprise off-shore dont nous perdons la trace des propriétaires.
En même temps, Kolomoyskyi est devenu une autorité politique territoriale de référence pour les aires dans lesquelles on présume la présence de grandes réserves de gaz en possession de la société dont Biden est administrateur.
L'Ukraine, grâce aux nouvelles technologies extractives pour les hydrocarbures développées dans les dernières années par les Usa, est désormais un centre d'attraction pour les explorations et l'exploitation de nouvelles aires. Le soin apporté à ces gisement - maintenant pleinement exploitables dans l'orbite américaine - menace ouvertement la position dominante de Gazprom, c-est-à-dire la poutre énergétique maîtresse de la puissance russe renaissante.
Le fait que le coeur du pouvoir Usa se dérange pour gérer de si près l'affaire du gaz en envoyant le fils du Vice-président confirme l'importance croissante de cette partie. Seulement la sub-alternance, la possibilité d'être mis sous chantage, et les misérables ambitions sous-dominantes des politiciens européens pouvaient consentir à ce jeu.
Ce n'est pas un hasard si l'autre éminent conseiller d'administration de la Burisma - un profil lui aussi tout politique - soit l'ex-président de la Pologne, Aleksander Kwasniewki, un champion de l'ingérence atlantiste (et polonaise) en Ukraine.
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Le représentant du Kremlin, Dmitri Peskov, ironise, pendant qu'il déclare de ne pas voir de conflit d'intérêts dans le rôle de Biden. "Au fond, comme tout le monde sait, il n'y a pas pas de gaz du tout en Ukraine. Le gaz en Ukraine est russe." Et il montre les dents. Les siennes.



15 maggio 2014

I denti degli oligarchi. Il caso Biden

di Pino Cabras
da Megachip

Il figlio del vicepresidente USA al centro dell'industria del gas in Ucraina, assieme all'ex presidente della Polonia. Le alleanze flessibili con mondi mafiosi.


R. Hunter Biden, figlio del vicepresidente USA, Joe, ha ereditato dal padre un numero incredibile di denti. Con questi ci sorride energicamente dalle sue foto ufficiali. Ora ci informano che quei denti azzannano una delle più ambite poltrone dell’Ucraina, facendo di lui uno dei nuovi padroni della Kiev post-golpista. Biden il Giovane si è infatti da poco insediato nel consiglio di amministrazione della più importante compagnia ucraina di estrazione del gas, la Burisma, con i pozzi in Europa e la sede a Cipro, dove la controlla un'altra impresa off-shore di diritto cipriota, la Brociti Investments Ltd. Vedremo poi dove vanno le tracce.

Durante il volo che lo ha portato dai cieli dell’élite statunitense alle alte sfere dell’oligarchia di un paese post-sovietico, il rampollo americano ha potuto anche lui riflettere su come è cambiata la parola oligarca. Sino a vent’anni fa l’oligarca era un generico esponente di un sistema di governo che poche persone imponevano a tutti. L’oligarca post-sovietico è invece una cosa più specifica: è un uomo d’affari che ha arraffato - mentre occupava una posizione dominante derivante dalla politica – le immense ricchezze pubbliche tratte dalla selvaggia privatizzazione dell’economia sovietica dopo il crollo dell’URSS. Questo tipo umano è ormai l’unico a essere etichettato come oligarca. La russofobia che regna nel discorso pubblico occidentale fa il resto: a est, anzi, in Russia, ci sono oligarchi; da noi, invece, sani imprenditori di specchiata virtù che mai oserebbero spolpare una nazione. Come definire altrimenti un De Benedetti?

Pazienza se moltissimi oligarchi russi, prima di decidere se appoggiare o combattere la nuova “verticale del potere” di Putin, siano stati per prima cosa delle creature occidentali.

Ma Hunter Biden è lì a ricordarci, con il suo cursus honorum e i suoi denti, stretti su un cucchiaio d’argento, che gli oligarchi esistono anche qui a Ovest, e prosperano e frequentano tutti i corridoi che portano alle stanze del denaro, dei governi, dell’intelligence. Con una colossale excusatio non petita, a Washington ci provano lo stesso a dircelo: secondo loro, le entrature nel governo, per il figlio del numero due della Casa Bianca non contano. E pertanto Biden ha ottenuto la sua carica nella lontana colonia europea solo per via del suo curriculum. Se i fatti ci dicono altro, è colpa nostra, che siamo prevenuti. È solo una coincidenza, infatti, che il 21 aprile Biden il Vecchio porti la sua dentatura a Kiev per dettare i suoi voleri, e che proprio negli stessi giorni Biden il Giovane diventi l’homo americanus dell’azienda più strategica del Paese, in piena battaglia del gas.

Il sospetto è che laggiù servisse uno sperimentato oligarca, appunto, che facesse da ufficiale di collegamento fra l’oligarchia locale e gli ottimati di Washington. E il dottor Hunter Biden aveva davvero il curriculum giusto per questo compito urgente: carriera universitaria presso le più prestigiose ed elitarie università private, e poi un impressionante lavoro di interconnessione interno e internazionale fra multinazionali, organizzazioni non governative imbevute di valori (soldi) governativi, uffici legali di super-lobbisti, ecc. 

Soprattutto, Hunter Biden è uno dei più stretti collaboratori del presidente del National Democratic Institute for International Affairs (NDI), un’organizzazione creata dal governo USA come emanazione del National Endowment for Democracy (NED) per canalizzare contributi e donazioni miranti a «rafforzare la democrazia» in 125 diverse nazioni. Cioè un elemosiniere politico, una delle fabbriche delle rivoluzioni colorate di mezzo mondo, presieduta nientemeno che da Madeleine K. Albright, ex Segretario di Stato ai tempi di Clinton e del bombardamento della Serbia. È quella stessa personalità politica che disse in TV che mezzo milione di bambini morti per l’embargo in Iraq erano stati «un prezzo giusto», e ne era valsa la pena (“the price is worth it?”)


Biden si sceglie buone compagnie. Sempre assieme alla Albright, è fra gli amministratori del Truman National Security Project, un centro di formazione che impiega ingenti risorse per forgiare intere leve di esponenti politici progressisti intorno ai temi della sicurezza nazionale. Quando sentite qualche vago esponente di sinistra che parla bene della guerra, sappiate da dove viene imbeccato.

Secondo Hunter Biden, il proprio compito a Kiev consisterà nel dare buoni consigli su «trasparenza, corporate governance e responsabilità, espansione internazionale e altre priorità» al fine di contribuire, nientemeno, «all’economia e al benessere del popolo ucraino.»

Sembra di sentire le stesse parole pronunciate nel 2003 per l'Iraq da Paul Bremer, il governatore coloniale insediato dal presidente George W. Bush quando invase e devastò quel paese. Ma mentre gli imperialisti repubblicani avevano una concezione rudimentale dell'«esportazione della democrazia», la gente dell'NDI è più duttile, perché afferma che «l'NDI non presume di imporre soluzioni né ritiene che un sistema democratico si possa replicare da qualche altra parte». Semmai, l'NDI «condivide esperienze e offre una serie di opzioni in modo che i leader possano adattare quelle pratiche e istituzioni che possano lavorare meglio nel loro proprio ambiente».
Adattare” è dunque la parola chiave. E gli imperialisti democratici americani in Ucraina si sono “adattati” così bene da allearsi con partiti fascistoidi e formazioni paramilitari naziste. 
Si tratta di un'alleanza scandalosa che non imbarazza minimamente gli esponenti del Partito Socialista Europeo. Come non scandalizza nemmeno il plurimiliardario Ihor Kolomoyskyi, fondatore della European Jewish Union, doppia cittadinanza ucraina e israeliana, co-proprietario della banca Privat e di diverse società che hanno individuato grosse riserve di gas naturale proprio nelle zone ucraine in cui si combatte.

Un'inchiesta di Forbes ha descritto molto bene il modo in cui Kolomoyskyi ha fatto fortuna: «Kolomoyskyi ha usato delle forze “quasi-militari” della banca Privat per far valere l'acquisizione ostile di aziende, arruolando un gruppo di "teppisti, armati di mazze da baseball, spranghe di ferro, gas e pistole con proiettili di gomma e motoseghe" per prendersi con la forza un impianto siderurgico a Kremenchuk nel 2006 e ha usato "un mix di ordini del tribunale fasulli (spesso per mano di giudici e/o cancellieri corrotti) e di maniere forti" per sostituire amministratori nei consigli di amministrazione delle società delle quali acquistava le partecipazioni».
Si vede che a Forbes non hanno molta dimestichezza con la cronaca antimafia, che userebbe invece concetti più brevi per descrivere il profilo criminale di un siffatto personaggio. 
Il presidente golpista Turchynov, a ogni buon conto, lo ha nominato governatore dell'Oblast di Dnipropetrovsk, una regione confinante con i punti caldi della rivolta dei russi d'Ucraina. Kolomoyskyi ha promesso «una taglia per chi catturi militanti sostenuti dai russi e ricompense per chi depone le armi».
Questo magnate della finanza e del gas – fra un impegno di cosca e l'altro - sarà uno di quei campioni di «trasparenza, corporate governance e responsabilità» con cui dovrà interloquire Mister Biden jr. 
Qui c'è un punto ancora più interessante.
Il sito di documentazione anticorruzione ucraino (AntAC), d'ispirazione alquanto americana, nel 2012 ha tentato di ricostruire a chi possa appartenere davvero la Burisma, che si presenta come la faccia più alla luce del sole della catena proprietaria dell'impresa gasiera. Una volta che si muovono nel territorio finanziario off-shore, le tracce diventano più difficili, come in una caccia al tesoro mondiale.

Abbiamo visto che la Burisma è controllata dall'entità cipriota Brociti Investments Ltd, che l'aveva rilevata dai precedenti proprietari, gli oligarchi Mykola Zlochevsky (ministro dell'energia del deposto presidente Janukovich) e Mykola Lisin (nel frattempo deceduto). Nello schema finanziario della vendita della Brociti sembra essere coinvolta un'altra grossa impresa del settore degli idrocarburi, la Ukrnaftoburinnya. Se vogliamo sapere chi possiede Ukrnaftoburinnya, le tracce ritornano a Cipro, dove il 90% della società sta in pancia alla Deripon Commercial Ltd. Qua dobbiamo fare un volo più lungo, perché la Deripon è controllata a sua volta da una holding delle Isole Vergini britanniche, la Burrad Financial Corp. Laggiù la nebbia, ancorché ai tropici, diventa fittissima. Ma il nome della Burrad non è tuttavia insignificante, perché ricorre in svariate inchieste che ricostruiscono le operazioni finanziarie gestite dalla banca Privat. Cioè la banca di Ihor Kolomoyskyi. 
Per Forbes, comunque, resta probabile che il proprietario sia ancora Zlochevsky (con possibile suo doppio gioco).

Lo so, vi siete persi. E anche io. Ma provo a riassumere.

Kolomoyskyi, tramite società off-shore, era il dominus della Burisma, la più importante impresa estrattiva del gas in Ucraina, in cui ora si impegna in prima persona quel dentone di Hunter Biden. 
Kolomoyskyi l'ha ufficialmente ceduta, grazie a uno schema finanziario che gli era familiare, a un'impresa off-shore di cui perdiamo le tracce dei proprietari. 

Nello stesso tempo Kolomoyskyi è diventato un'autorità politica territoriale di riferimento per le aree in cui si presume la presenza di grandi riserve di gas in mano alla società di cui è amministratore Biden.

L’Ucraina, grazie alle nuove tecnologie estrattive per gli idrocarburi sviluppate negli ultimi anni dagli USA, è ormai un centro di attrazione per esplorazioni e sfruttamento di nuove aree. La coltivazione di questi giacimenti – ora pienamente sfruttabili nell’orbita nordamericana - minaccia apertamente la posizione dominante di Gazprom, ossia l’architrave energetica della rinata potenza russa.

Il fatto che il cuore del potere USA si scomodi per gestire così da vicino la pratica del gas inviando il figlio del Vicepresidente conferma la crescente rilevanza politica di questa partita. Solo la subalternità, la ricattabilità e le misere ambizioni sub-dominanti dei politici europei potevano consentire questo gioco. 
Non è un caso che l'altro eminente consigliere di amministrazione della Burisma – profilo tutto politico anche il suo - sia l'ex presidente della Polonia, Aleksander Kwaśniewski, un campione di ingerenza atlantista (e polacca) in Ucraina.
Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, fa ironia, mentre dichiara di non vedere un conflitto d'interesse nel ruolo di Biden. «In fondo, come tutti sanno, non c'è nessun gas in Ucraina. Il gas in Ucraina è russo.» E mostra i denti. I suoi.


9 aprile 2014

Mica furbo, 'sto Putin. La Putinomics è fessa



Pubblichiamo una riflessione irriverente e demolitoria sulle scelte economiche del presidente russo Vladimir Putin formulata da Mike Norman, investitore ed economista di scuola MMT (Modern Money Theory). Ai suoi occhi, di più folle rispetto alla politica monetaria ed energetica russa c'è solo la politica energetica degli Stati Uniti, che sull'onda delle nuove tecnologie estrattive (e ambientalmente distruttive) ridiventano esportatori di gas.  Ci riserviamo una nota di commento in coda all'articolo. Intanto, buona lettura.
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di Mike Norman*.


Putin è così furbo come tutti pensano? Quel che sta facendo dimostra di NO!

Gli esperti e i media stanno concedendo ogni sorta di accreditamento a Putin per il fatto che ha fregato l’Occidente e si sta facendo beffe degli “avvertimenti” mentre avanza verso l’Ucraina senza il minimo segnale di esitazione.

Ma non stanno dando troppo credito a Putin? Questo tipo è davvero così astuto?

Primo, sappiamo che ha comprato oro come un pazzo due anni fa quando l’oro era vicino ai massimi di prezzo. La Russia è già uno dei più grandi produttori d’oro al mondo (se non il PIÙ grande), e pertanto perché mai sta facendo incetta d’oro? Da ciò che si sente raccontare, Putin credeva che il programma di acquisto asset finanziari della FED avrebbe indebolito il dollaro, così questo è il motivo dei suoi acquisti d’oro. In altre parole, stava operando sul mercato sulla base della stessa analisi errata di molti altri idioti.

Fesso.

Il prossimo punto è questo: se vuoi dimostrare quanto sei forte e vuoi dare mostra della tua indipendenza dall’Occidente perché agganci la tua valuta al dollaro? Il rublo è (blandamente) agganciato al dollaro (e anche all’euro). Oggi la banca centrale Russa ha aumentato i tassi di interesse per difendere questo ancoraggio. Fesso!

Tu sei Putin, tu ritieni che la Russia sia una grande potenza e che non possa essere comandata a bacchetta e che possa fare ciò che vuole. E di conseguenza tu “àncori” la tua valuta al dollaro? Seriamente???? Voglio dire… andiamo, Vlad.

Infine, il giovanotto crede di dover vendere il suo petrolio e gas per ottenere “entrate” dall’Occidente. La Russia ha un enorme, enorme, ENORME, vantaggio energetico sugli altri paesi. L’energia a buon prezzo è un valore inestimabile di questi tempi. Perché la esporti? È come la mossa idiota degli USA che esportano il proprio gas naturale, che sta solo conducendo a un aumento dei prezzi interni e a un’erosione di quel vantaggio iniziale. Fesso, fesso, fesso.

Se questo tizio volesse per davvero il potere, se capisse un pochino di economia, o avesse qualcuno nel suo team che capisse un poco di economia, lascerebbe fluttuare liberamente il rublo, bloccherebbe l’ancoraggio del rublo al dollaro, all’euro o a qualsiasi cosa e direbbe “vaffanculo” all’Occidente quando si presenta a richiedere esportazioni di petrolio. L’Occidente sarebbe in ginocchio in un battibaleno.

Per fortuna non lo capisce, il che significa che lascia sé stesso in balìa dei “guardiani” dei mercati finanziari e dei propri pensieri negativi.
La mia previsione: le truppe della Russia saranno fuori dall’Ucraina più rapidamente di quanto tempo impiegarono ad abbandonare la Georgia.



*Mike Norman,  è un investitore ed economista MMT

Traduzione a cura di ReteMMT.it.


NOTA di Pino Cabras per Megachip.

I ragionamenti di Mike Norman, sebbene sia un economista preziosamente eccentrico rispetto alle correnti dominanti dei sacerdoti dell'austerity criminale, sono comunque ragionamenti da economista:  in lui prevale lo stupore e quasi lo scandalo (nel suo caso sprezzante e divertito), quando assiste all'intimo e contraddittorio intreccio tra economia e politica.
In certi casi però siamo di fronte a una strategia di potere, non a un modello economico sbagliato. Ai piani alti del potere si prendono decisioni politiche, con strategie che possono raggiungere il risultato voluto a scapito dell'efficienza economicamente più razionale: quando si dice 'costi quel che costi'. Altrimenti non ci sarebbero le guerre, con i loro sacrifici umani e materiali di massa.
A chi cerca una soluzione al disastro non basta contrapporre contromisure tecniche (pur necessarie), di fatto considerando quelle decisioni politiche degli errori di economia politica. Esportare energia a prezzi in cui prevale l'effetto politico sarà economicamente idiota, ma serve a determinati disegni. Gli USA con il fracking e lo shale gas sembrano disposti a infliggere una devastazione ambientale senza precedenti al proprio paese e ai propri vassalli, il tutto per vincere una scommessa che potrà giocarsi solo nei pochissimi anni in cui quelle risorse saranno realmente disponibili, come pedine fondamentali da giocare nella scacchiera della nuova guerra fredda. Obiettivo? Mettere KO la Russia prima che la sua energia di lungo periodo la renda inespugnabile da un'America di nuovo a corto di risorse.
La Russia a sua volta giocherà con altre pedine in una scacchiera che rimane comune.
Lo scenario in cui l’Occidente «sarebbe in ginocchio in un battibaleno», come dice Norman, si chiama Apocalisse. Neanche a Putin conviene. A nessuno conviene. Ciò detto, qualsiasi riforma monetaria, in Russia come ovunque, farà bene a dare un ruolo alla MMT e a qualsiasi fioritura di pensiero economico razionale. La questione si pone ormai come un tema di sopravvivenza per centinaia di milioni di individui, intere nazioni e classi sociali che rischiano di essere travolte dal moltiplicarsi degli shock e degli esperimenti finanziari delle élites.


9 ottobre 2013

Obama il conservatore (e una cattura libica)

di Pino Cabras - da Megachip.

Non è per voler insistere a chiamarlo Barack Obush, ma l'attuale inquilino della Casa Bianca, anche in questi giorni, continua a fare gli stessi lavoretti del suo predecessore: all'estero un clamoroso arresto extralegale in Libia, nonché un nuovo attacco militare in Somalia; mentre sul suolo americano si barcamena restando prigioniero sia di un sistema finanziario che non vuole cambiare (nemmeno quando si fermano molti ingranaggi della spesa pubblica), sia di un sistema di spionaggio elettronico che non smantellerà mai.
I media hanno dato poco risalto, in questi giorni, alla "rendition" che si è consumata a Tripoli, quando una squadra speciale delle forze armate USA ha catturato Abu Anas al-Libi. Si tratta di un vecchio arnese jihadista, una carriera passata a entrare e uscire dalle porte girevoli di al-Qa'ida, a volte come alleato, a volte come apparente nemico dell'Occidente, così come tutti gli ambigui ufficiali della galassia terrorista. La storia di questo arresto extralegale ha una coda. Pare che ben duecento marines siano stati spostati dalla Spagna a Sigonella, in Sicilia, a un tiro di drone dalla Libia, pronti a intervenire contro brutte sorprese. I libici non l'hanno infatti presa bene: persino in uno Stato fallito come la Libia del dopo-Gheddafi pensano che non sia dignitoso dire sempre di sì a una potenza straniera che cattura i propri cittadini calpestando norme sovrane. In più, nel micidiale miscuglio di poteri armati che si impasta dentro la polveriera libica, la componente dei tagliagole qa'idisti è ben presente, instabile e difficilissima da maneggiare: ha mangiato e mangia tuttora allo stesso tavolo degli altri poteri, non si fa certo dare lo sfratto.
La presidenza USA si spinge entro un percorso obbligato, Obama o non Obama. Non c'è spazio per interpretazioni improvvisate del ruolo. E ad essere fino in fondo onesti, la continuità di Obama non è solo con Bush, bensì con i comportamenti medi di tanti suoi predecessori. 
La differenza che si coglie oggi rispetto al passato è che i vincoli sono molti più di prima, e non tutti vengono dalla funzione del presidente in sé. Washington spia tutti e spende in armi più degli altri messi insieme, ma è la capitale di un impero acciaccato. Il dollaro non è più quello di una volta, il mondo non ha un solo polo. 
L'America di Obama si tiene stretta la divisa del gendarme planetario, che indossa ormai perfino come pigiama: e perciò ogni giorno lancia un drone in Pakistan, un missile in Somalia, un altro drone in Yemen, così come manda agenti pagatori, provocatori e addestratori sul campo in tanti altri scenari, Siria inclusa. Ma qualcosa non gira. Obama era a un passo dall'attaccare Damasco, ma ha dovuto retrocedere. E ora non ha molti bad boys da esibire. Il jolly Bin Laden se l'è già sputtanato, rimaneva qualche mezza calzetta come Al-Libi (che addirittura stava cercando qualche impiego parastatale, altro che Califatto mondiale). Perfino in Somalia il gendarme non si avventura nei brutti quartieri degli al-Shabaab. 
Le azioni imperiali di questi giorni sembrano limitate manutenzioni. Sono piccoli blitz fatti per far ricordare che la superpotenza c'è ancora. Il democrat Obama non ha mai messo in discussione l'ideologia neocon del "manifest destiny" dell'America. Il potere USA fa il suo mestiere perché quello sa fare, ma sa che sta consumando in un vortice sempre più drammatico le risorse future, sia nella finanza che nell'ambiente. 
Wall Street è ancora il palo della cuccagna finanziaria del pianeta, ma il prezzo per Washington è la paralisi a un passo dal default. 
L'industria energetica americana, grazie a nuove tecnologie, ha di nuovo posto gli Stati Uniti in testa alla produzione mondiale di gas e petrolio, con cui vuole assestare alcuni colpi da KO agli altri grandi produttori di idrocarburi, ma il prezzo - in questo caso - è una devastazione ambientale che avrà effetto entro pochi anni. I pozzi di shale gas infatti durano poco, Hanno la stessa logica irresponsabile dei derivati finanziari: ottenere apparenti sicurezze subito, per rinviare al futuro gli immancabili ed enormi problemi sottostanti. 
Obama non solleva lo sguardo, intanto che ci impone un presente dalla marcata impronta conservatrice.