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29 aprile 2015

Caos Razziale a Baltimora: prove generali per USA 2016

di Pino Cabras.
da Megachip.

Stava durando a lungo, il silenzio dei media nostrani dagli USA, che di solito riportano ogni piccolo soffio dal loro baricentro americano. Eppure hanno bucato per giorni una notizia di gran peso: un'importante città statunitense, Baltimora, vive ore di tensione drammatica dopo l'ennesimo episodio di violenza poliziesca, l'assassinio di Freddy Gray, un 25enne troppo poco bianco per gli standard della polizia d'oltreoceano. I nostri media, che cercano brutalità poliziesche solo ad Est, provano a non accorgersi di quel che accade a Ovest, né mettono in primo piano le esplosioni di rabbia che una folla inferocita di baltimoriani sta rivolgendo a ogni livello di autorità in risposta all'ennesima goccia di sangue che fa traboccare il vaso afroamericano. 



La Repubblica on line, per esempio, ha ammortizzato la notizia puntando tutto sul buffo video che mostra un'energica Big Mama prendere a ceffoni il figlio adolescente che partecipa alla sedizione. Il risultato è che il lettore sa poco della sedizione e si immerge nella melassa della "nuova icona social della rivolta", senza nemmeno accedere allo hashtag autenticamente social del momento, #BaltimoreRiots.




A volerle vedere, c'erano ben altre potenti icone. Come ci fa notare il blogger Zeroconsensus, i manifestanti si sono impadroniti perfino del municipio cittadino, ammainando la bandiera americana con i suoi tipici colori blu e rosso per issarne una dove i colori sono sostituiti dal nero. 
Provo a immaginare una scena simile in una metropoli russa, e immagino quale sarebbe stata la copertura dei nostri media.

Secondo una recente statistica, oltre tremila persone sono state uccise dalla polizia statunitense a partire da maggio 2013, con una tendenza all'aumento degli episodi, punta dell'iceberg di un sistema vessatorio diffuso. Per rendersi conto di quanto questo sistema sia abnorme, si consideri che in Regno Unito nel 2013 la polizia non ha ucciso nessuno in un conflitto a fuoco, nel 2012 solo un individuo. The Economist calcola grosso modo che un cittadino britannico ha cento volte meno probabilità di un cittadino americano di essere ammazzato da un poliziotto. I dati europei non si discostano di molto. Questo tremendo calcolo di probabilità in USA ha un'ulteriore distorsione: gli afroamericani sono poco meno del 13 per cento della popolazione, ma sono il 37 per cento delle vittime di uccisioni "legalmente giustificate". Finisce qui? Macché. Frida Ghitis, in un editoriale sul sito della CNN, spiega che il concetto di uccisioni "legalmente giustificate" contiene un'enorme rimozione, per la quale nessuna agenzia federale vuole fare uno straccio di statistica, ossia: quante sono le uccisioni che non sono legalmente giustificate? L'FBI compila soltanto le statistiche che le inviano volontariamente appena 750 su 17.000 agenzie incaricate di far rispettare la legge. E le altre 16.250 agenzie che volontariamente non inviano nulla? Gli studiosi di criminologia analizzano in dettaglio queste discrepanze, sollevando di qualche migliaio il già spaventoso numero dei morti. In pratica, anche il Washington Post ha descritto una nuova strana forma di Segreto di Stato: il non voler sapere. Che poi significa il non voler far sapere un ritratto spiacevole del potere in America.
Ecco perché nelle dure manifestazioni di piazza sono tanti i giovani afroamericani che tengono un cartello: “Am I The Next?” (“sono io il prossimo?”, ndt)


A Baltimora non bastano più nemmeno gli agenti in tenuta antisommossa. Bande numerose – composte sia da adolescenti sia da rivoltosi adulti – lanciano ogni tipo di oggetto anche sulla nuova generazione di agenti vestiti come Robocop, mentre rifiutano ogni tardiva offerta di dialogo. La polizia fa largo uso di lacrimogeni e proiettili di gomma, con centinaia di arresti e coprifuoco notturno (per i minorenni addirittura anche diurno), intanto che i grossi ipermercati e anche la University of Maryland serrano i loro cancelli.


Eppure, non parliamo certo di una città degradata come Detroit, né di un ghetto di New Orleans, ma di una metropoli fra le più prospere degli USA. Il biotech e l'elettronica militare a Baltimora hanno a disposizione catene brevettuali e centri di ricerca che assicurano lavoro e investimenti di qualità, all'avanguardia nel mondo. 
Cosa dimostra questo fatto? 
Dimostra che il caos può accadere ovunque negli Stati Uniti, data la postura della polizia americana, ovunque la stessa, ovunque con il grilletto facile, tanto nelle città scoppiate quanto nelle città in boom. 
Anche le autorità si sono accorte che la tenuta dell'ordine pubblico non regge alle condizioni attuali. Né tanto meno reggerebbe di fronte a un peggioramento dell'economia, ormai nell'ordine delle cose nonostante la vuota retorica sulla ripresa USA. In risposta, però, il potere non sceglie “più democrazia”, ma “più tecnologia”, più SWAT, più Robocop. Cioè una polizia più arcigna, invadente, militarizzata, meno capace di intelligence sociale, e perciò più pericolosa. Durante l’esercitazione militare denominata Jade Helm 15a partire da metà luglio fino a metà settembre 2015 - agenti militari si mescoleranno alla popolazione civile e potranno identificare eventuali “sacche ostili”. Come riassume L'Antidiplomatico, la cosa non è rassicurante: «Nonostante le smentite ufficiali dell’Esercito che esclude l’introduzione della legge marziale negli USA, esistono dei manuali operativi in proposito e uno è stato pubblicato nel 2006, utilizzato per un corso presso la Scuola di Polizia Militare a Fort McClellan che fornisce le direttive per contrastare eventuali insurrezioni civili.» Intanto a Baltimora sono stati inviati migliaia di soldati della Guardia Nazionale, preceduti da un'avanguardia di decine di automezzi Humvees blindati.



Nei due anni finali del mandato del primo presidente nero, Barack Obama, la questione afroamericana ha tutta l'aria di dover pesare costantemente nella nuova campagna elettorale, ormai iniziata. 
Il clima tuttavia non è quello di una nuova stagione dei diritti civili, né a Baltimora né altrove negli USA. Il sistema washingtoniano sembra pronto a usare questo clima incandescente per assecondare ogni nuovo salto verso l'aumento dei mezzi di sorveglianza-controllo-repressione, in coerenza con tutta la linea politica usata a partire dai mega-attentati dell'11 settembre 2001. Lo USA Patriot Act, le nuove leggi liberticide, e poi il sistema totalitario di sorveglianza rivelato dallo scandalo Datagate erano appena i primi assaggi di una nuova strategia della tensione.


[Le foto sono tratte dal quotidiano The Baltimore Sun, che ha assicurato un'eccellente copertura degli eventi]

IL MIO VIDEOEDITORIALE SU PANDORATV


14 gennaio 2015

Solidali con la stampa libera: altre vignette blasfeme

NOTA PRELIMINARE DI PINO CABRAS 
da Megachip.


Sulla vicenda di Charlie Hebdo consigliamo vivamente la lettura di questo potente e documentato articolo di Glenn Greenwald, il giornalista che ha fatto emergere con forza il caso di Edward Snowden (e tutto il "Datagate" sullo spionaggio totalitario in capo agli USA). Greenwald va dritto alla questione: la libertà di espressione vantata da governi e media occidentali, nonostante il motto "Je suis Charlie", è una costruzione ipocrita, nella quale a lungo si era inserito il pezzo di narrazione della rivista francese. Il grande giornalista americano lo spiega con molti esempi, link, e anche molti disegni. 

Aggiungiamo qui alla sua casistica una vicenda eclatante: proprio oggi la cronaca ci propone il caso del comico francese Dieudonné: da un anno in qua gli viene impedito di lavorare con ogni tipo di vessazione politica, mediatica, legale, amministrativa e fiscale, viene perseguitato e accusato ingiustamente di aver inventato un saluto nazista rovesciato (la famosa "Quenelle", che non ha nulla a che fare con il nazismo), ogni sua battuta viene soggetta a un linciaggio mediatico, travisata, piegata paranoicamente fino a leggervi perfino l'apologia del terrorismo. Il primo ministro Manuel Valls, lo stesso che figurava fra i lugubri potenti che marciavano a Parigi in nome della libertà anche dei pensieri più estremi, dice a proposito di Dieudonné «Il razzismo, l’antisemitismo, il negazionismo e l’apologia di terrorismo non sono opinioni, sono reati» aggiungendo che occorre essere «implacabili» nel battersi «contro il terrorismo, certamente, ma anche contro la parola che uccide, la parola di odio»
Orwell chiamava questo modo patologico di pensare con la parola "bispensiero". Tutto l'Occidente ne è permeato, come illustra bene l'articolo di Greenwald, e ciò ci dovrebbe far molta più paura di qualsiasi falso spauracchio agitato dai politicanti atlantisti.

Buona lettura.
P.C.

AGGIORNAMENTO DEL 14 GENNAIO 2015, h. 10.00. Dieudonné arrestato
Stamattina Dieudonné è stato arrestato per "apologia del terrorismo". Il livello di pericolo per le libertà civili in Europa è tale da dover accendere tutte le lampadine dell'emergenza democratica.

Solidali con la stampa libera: altre vignette blasfeme 

di Glenn Greenwald.

Difendere il diritto alle libertà di parola e di stampa, che in genere significa difendere il diritto di diffondere proprio le idee che la società trova più ripugnanti, è stata una delle mie principali passioni durante gli ultimi vent’anni, primacome avvocato e ora come giornalista. Ritengo quindi positivo quando un gran numero di persone si appella a gran voce a questo principio, come sta accadendo nelle ultime 48 ore in risposta al terrificante attacco al Charlie Hebdo a Parigi.

Di solito la difesa del diritto alla libertà di parola è molto più di un compito isolato. Il giorno prima degli omicidi di Parigi, per esempio, ho scritto un articolo su parecchi casi in cui dei musulmani sono stati perseguiti e perfino incarcerati da governi occidentali per loro opinioni politiche espresse online: attacchi che hanno provocato proteste relativamente piccole, anche da parte di quei paladini della libertà di parola che si sono tanto fatti sentire questa settimana.

Mi sono già occupato di casi in cui dei musulmani sono stati reclusi per molti anni negli Stati Uniti per cose come traduzione e pubblicazione di video "estremisti" in Internet, l’ho fatto scrivendo dotti articoli in difesa di gruppi palestinesi ed esprimendo dure critiche su Israele, perfino includendo un canale tv di Hezbollah nell’abbonamento via cavo. Tutto questo è ben al di là dei numerosi casi di posti di lavoro persi o delle carriere distrutte per aver espresso critiche a Israele o (fatto molto più pericoloso e raro) all'ebraismo. Spero che la celebrazione dei valori della libertà di parola di questa settimana genererà in occidente una diffusa opposizione a tutte queste annose e crescenti violazioni dei diritti politici fondamentali, non solo ad alcune.

Centrale per l’attivismo in difesa della libertà di parola è sempre stata la distinzione tra la difesa del diritto di divulgare l’Idea X e l’approvare l’Idea X, una cosa che solo i più ingenui fra noi non sono in grado di comprendere: si difende il diritto di esprimere idee ripugnanti pur essendo in grado di condannare l'idea in sé. Non c'è una contraddizione indiretta in questo: l’Unione Americana per le Libertà Civili (ACLU) difende con vigore il diritto dei neonazisti di manifestare davanti a una comunità piena di sopravvissuti all'Olocausto a Skokie, Illinois, ma non si unisce alla manifestazione; essi invece a gran voce disapprovano come grottesche le idee in questione pur difendendo il diritto di esprimerle.
Ma la difesa, questa settimana, del diritto di libertà di parola era così vivace che ha dato origine a un principio nuovo di zecca: difendendo la libertà di parola non solo si difende il diritto di divulgare il pensiero, ma si approva il contenuto del pensiero stesso. Molti scrittori hanno quindi chiesto che per mostrare “solidarietà” con i disegnatori assassinati non si debba semplicemente condannare gli attacchi e difendere il diritto dei disegnatori di pubblicare, ma si debba pubblicare e persino celebrare quelle vignette. «La miglior risposta all’attacco a Charlie Hebdo», ha dichiarato l'editore di Slate, Jacob Weisberg, «è quella di intensificare la satira blasfema».

Alcune delle vignette pubblicate da Charlie Hebdo non erano solo offensive ma faziose, come quella che deride le schiave del sesso africane di Boko Haram mostrandole come regine dei servizi sociali. 

Altre vignette sono andate molto oltre, inventando false violenze da parte di estremisti che agiscono in nome dell'Islam o anche solo raffiguranti Maometto con immagini degradanti, contenendo invece un fiume di scherno nei confronti dei musulmani in generale, che in Francia non sono per niente potenti ma sono principalmente una popolazione di immigrati presi di mira ed emarginati.

Ma non importa. Le loro vignette erano nobili e dovrebbero essere celebrate, non solo per motivi di libertà di parola ma per il loro contenuto. In un articolo di fondo intitolato "La bestemmia di cui abbiamo bisogno”, Ross Douthat del New York Times ha sostenuto che «il diritto di bestemmiare (e altrimenti di offendere) è essenziale per l'ordine liberale» e «quel tipo di blasfemia [che provoca la violenza] è proprio il tipo che ha bisogno di essere difeso perché è ciò che evidentemente serve al bene superiore di una società libera». Jonathan Chait del New York Magazine effettivamente ha dichiarato che «non si può difendere il diritto [di bestemmiare] senza difenderne l’esercizio». Matt Yglesias di Vox ha dato una visione molto più sfumata, ma ha comunque concluso che «bestemmiare il Profeta trasforma la pubblicazione di queste vignette da un atto inutile in uno coraggioso e perfino necessario, mentre l'osservazione secondo cui il mondo se la caverebbe bene senza tali provocazioni diventa una forma di acquiescenza».
Per conformarci a questo nuovo principio, su come ci si mostra solidali con il diritto di libertà di parola e con una energica stampa libera, pubblichiamo alcune vignette blasfeme e diversamente offensive sulla religione e i loro seguaci:








Ed ecco alcune vignette (ristampate con l’autorizzazione) per nulla-blasfeme-o-faziose però molto mordaci e pertinenti di un disegnatore brasiliano acutamente provocatorio, Carlos Latuff:

Trad:
- Religione dell’odio!
- Stop all’immigrazione!


Trad.:
Vignetta sui musulmani… «È libertà di parola!»
Vignetta sugli ebrei… «È antisemitismo!»







È giunto il momento per me di essere celebrato per la mia coraggiosa e nobile difesa del diritto di libertà di parola? Ho inferto un colpo potente a favore della libertà politica e dimostrato solidarietà col libero giornalismo pubblicando vignette blasfeme? Se, come ha detto Salman Rushdie, è fondamentale che tutte le religioni siano sottoposte a «mancanza di rispetto senza paura», ho fatto la mia parte per sostenere i valori occidentali?
Quando ho cominciato a vedere richieste di pubblicare queste vignette anti-islamiche, il cinico in me ha pensato che forse questo significava davvero solo sanzionare alcuni tipi di pensiero offensivo nei confronti di alcune religioni e dei loro seguaci, mentre proteggeva i gruppi più avvantaggiati. In particolare, l'Occidente ha passato anni a bombardare, invadere e occupare paesi islamici uccidendo, torturando e imprigionando senza legge musulmani innocenti, e il pensiero anti-islamico è stato un motore fondamentale per sostenere tali politiche.
Quindi è tutt’altro che sorprendente vedere un gran numero di occidentali celebrare vignette anti-islamiche non per motivi di libertà di parola ma perché ne approvano il contenuto. Difendere la libertà di parola è sempre facile quando ti piace il contenuto delle idee prese di mira o quando non appartieni al gruppo che viene diffamato (o decisamente non ti piace).
Infatti, è evidente che se uno scrittore specializzato in arringhe apertamente contro i neri o antisemitiche venisse ucciso per le proprie idee non ci sarebbero diffusi appelli per ripubblicare questa spazzatura per "solidarietà" con il suo diritto alla libertà di parola. Effettivamente, Douthat, Chait e Yglesias si sono sforzati di affermare in modo chiaro che il loro era un appello solo per la pubblicazione di tali idee offensive nel caso limitato in cui la violenza è minacciata o perpetrata in risposta (in pratica riferendosi, per quanto ne so, al pensiero anti-islamico). Douthat ha anche utilizzato il corsivo per evidenziare quanto fosse limitata la sua difesa della blasfemia: «Questo tipo di blasfemia è proprio quello che ha bisogno di essere difeso».
Si dovrebbe riconoscere una valida considerazione contenuta nella tesi Douthat/Chait/Yglesias: quando i mezzi di comunicazione si astengono dal pubblicare del materiale per paura (piuttosto che per una volontà di evitare la pubblicazione di materiale gratuitamente offensivo), come molti dei principali organi d’informazione occidentali hanno ammesso di fare con queste vignette, questo è veramente preoccupante, una reale minaccia per la stampa libera. Ma in Occidente ci sono tutti i tipi di tabù deleteri che si traducono in autocensura o nella repressione forzata di idee politiche, da azioni penali e incarceramenti alla distruzione di una carriera: perché la più minacciosa è la violenza dei musulmani? (Qui non sto parlando della questione se i media dovrebbero pubblicare le vignette perché fanno notizia, voglio porre l’attenzione sulla richiesta che siano pubblicate decisamente, con approvazione, per "solidarietà").
Quando all’inizio abbiamo discusso la pubblicazione di questo articolo per fare queste considerazioni, la nostra intenzione era quella di incaricare due o tre disegnatori di creare vignette che deridono l'ebraismo e denigrano le figure sacre per gli ebrei come Charlie Hebdo ha fatto con i musulmani. Ma questa idea è stata impedita dal fatto che nessun disegnatore occidentale normale avrebbe osato mettere il proprio nome su una vignetta antiebraica, neanche se fatta con intenti satirici, perché così facendo avrebbe immediatamente e definitivamente distrutto la propria carriera, come minimo. Nei media occidentali i commenti (e le vignette) contro l’Islam e i musulmani non valgono niente; il tabù − che è almeno altrettanto forte, se non di più − sono le immagini e le parole contro gli ebrei. Perché Douthat, Chait, Yglesias e i crociati per la libertà di parola che la pensano come loro non chiedono la pubblicazione di materiale antisemita in solidarietà o come mezzo per tener testa a questa repressione? Sì, è vero che organi di stampa come il New York Times in rari casi pubblicano immagini del genere, ma solo per documentare il fanatismo odioso e condannarlo, non per pubblicarlo per “solidarietà” o perché merita una divulgazione seria e rispettosa .
Con tutto il rispetto per la grande disegnatrice Ann Telnaes, non è vero che quelli di Charlie Hebdo «recavano offesa con parità di trattamento». Così come Bill Maher, Sam Harris e altri con l’ossessione islamofoba, prendere in giro l’ebraismo, gli ebrei e/o Israele è qualcosa che raramente (se non mai) fanno.
Se costretti, possono mostrare rari e isolati casi in cui pronunciano qualche critica al giudaismo o agli ebrei, ma la grande maggioranza dei loro attacchi sono riservati all'Islam e ai musulmani, non all'ebraismo e agli ebrei.
La parodia, la libertà di parola e l’ateismo secolare sono i pretesti; il messaggio anti-islamico è l'obiettivo principale e il risultato finale. E questo messaggio – questa speciale passione per l’offensivo pensiero anti-islamico – casualmente coincide, per alimentarla, con l'agenda e la cultura di politica estera militarista dei propri governi.

Per vedere quanto questo sia vero, si consideri il fatto che Charlie Hebdo − trasgressore secondo “parità di trattamento” e difensore di tutti i tipi di linguaggio offensivo – nel 2009 aveva licenziato uno dei propri autori per avere scritto una frase che qualcuno ha definito antisemita (l’autore era stato accusato di reato d'odio e ha poi avuto una sentenza favorevole contro la rivista per licenziamento senza giusta causa). “Parità di trattamento” vi sembra offensivo?
Non è vero nemmeno che minacciare violenza in risposta a opinioni offensive sia pertinenza esclusiva di estremisti che affermano di agire in nome dell'Islam. Corpus Christi, un’opera teatrale di Terrence McNally del 1998 raffigurante Gesù come gay, è stata ripetutamente annullata dai teatri a causa di minacce di attentati. Larry Flynt fu reso paraplegico da un evangelico fautore della supremazia bianca che si opponeva alla rappresentazione pornografica di coppie interrazziali nella rivista Hustler. Nel 2003, dopo che ebbero pubblicamente criticato George Bush per la guerra in Iraq, le Dixie Chicks furono sommerse da minacce di morte che resero necessaria una protezione massiccia e che alla fine le costrinsero a chiedere scusa per paura. La violenza provocata dal fanatismo ebraico e cristiano è diffusissima, dai medici abortisti assassinati ai locali gay bombardati e ai 45 anni di brutale occupazione della Cisgiordania e di Gaza a causa in parte della convinzione religiosa (che accomuna Stati Uniti e Israele) secondo cui Dio avrebbe sancito che loro sono i proprietari di tutto il territorio.
E questo è del tutto indipendente dalla sistematica violenza di Stato in Occidente sostenuta, almeno in parte, dal settarismo religioso .

David Brooks del New York Times oggi sostiene che il pregiudizio anticristiano è talmente diffuso in America – in cui non è mai stato eletto un presidente non cristiano − che «l’Università dell’Illinois ha licenziato un professore che insegnava la visione cattolica romana sull'omosessualità». Brooks ha dimenticato di dire che lo stesso ateneo ha appena rescisso il contratto di ruolo con il professor Steven Salaita per i tweet che ha pubblicato durante l'attacco israeliano a Gaza, che l'università ha giudicato eccessivamente ingiuriosi verso i leader ebrei, e che al giornalista Chris Hedges è stato appena revocato l’invito a parlare presso l'Università della Pennsylvania per il reato d’opinione di tracciare somiglianze tra Israele e l’ISIS.
Questo è un vero tabù − un'idea repressa − potente e assoluto come nient’altro negli Stati Uniti, tanto che Brooks non riuscirà nemmeno a riconoscerne l’esistenza. Negli Stati Uniti è certamente più un tabù questo che criticare i musulmani e l'Islam, critica che si sente così spesso negli ambienti mainstreamcompreso il Congresso − che si nota a malapena di più.

Questo sottolinea il punto chiave: in Occidente ci sono idee e punti di vista di tutti i tipi che vengono repressi. Quando quelli che richiedono la pubblicazione di queste vignette anti-islamiche cominceranno a chiedere anche la pubblicazione favorevole di quelle idee, io crederò alla sincerità dell’applicazione molto selettiva dei loro principi di libertà di parola. Si può difendere la libertà di parola senza dover pubblicare, figurarsi accettarle, le idee offensive prese di mira. Ma se non è così, diamo uguale applicazione a questo nuovo principio.


Foto di Joe Raedle/Getty Images; ulteriori ricerche a cura di Andrew Fishman

Fonte: https://firstlook.org/theintercept/2015/01/09/solidarity-charlie-hebdo-cartoons.
Traduzione per Megachip a cura di Emilio Marco Piano.



Articoli correlati sul caso Dieudonné: 
- Diana Johnstone, Dieudonné, la bestia nera dell'élite francese, 4 gennaio 2014.
- Piotr, Obblighi di piangere e divieti di ridere, 12 gennaio 2014.

27 novembre 2014

Riconoscimento immagini: quel software troppo umano

I programmi di Google e della Stanford University che traducono immagini complesse in testo scritto sollevano grandi preoccupazioni sulla censura.


di Mikael Thalen.

Scienziati dell'Università di Stanford e di Google hanno sviluppato due nuovi software di inteligenza artificiale in grado di descrivere immagini con un livello di accuratezza quasi umano.

Software di Stanford che analizza aspetti individuali

Una pubblicazione scientifica della Stanford, intitolata “Profondi allineamenti semantico-visivi per generare descrizioni di immagini” spiega come specifici dettagli di foto e video possano essere tradotti in testo scritto.

Presentiamo un modello che genera descrizioni di immagini in un linguaggio naturale”, afferma l'introduzione della pubblicazione. “Il nostro modello utilizza una banca dati di immagini e delle frasi che le descrivono per apprendere le corrispondenze intermodali tra testo e dati visivi.”
Comparando le descrizioni fornite dal software con quelle fatte da umani, i ricercatori hanno scoperto che spesso fornivano lo stesso livello di comprensione dell'immagine.


Software di Intelligenza Artificiale in grado di creare  dei fermo-immagine




La versione di Google di questa tecnologia, presentata nella pubblicazione “Mostra e dici: un generatore neurale di descrizioni di immagini”, è stata capace di produrre risultati comparabili.
Nonostante il programma faticasse quando gli venivano sottoposti set di immagini completamente nuove, gli scienziati di Google hanno notato l'abilità del software di “imparare” da ogni nuova interazione.

Software di Google in grado di imparare dai suoi errori

Sono rimasto affascinato dal fatto che anche con i pochi dati di addestramento forniti siamo stati in grado di fare così bene”, ha dichiarato al New York Times Oriol Vinyalis, scienziato di Google.

Miliardi di video ed immagini postati online saranno plausibilmente analizzati e categorizzati da Google quando questa tecnologia sarà perfezionata, consentendo la catalogazione in tempo reale dei contenuti multimediali mentre vengono caricati su internet.
Il settore sta partendo ora, e vedremo notevoli incrementi” ha aggiunto Vinyalis.

Anche se gli scienziati di Google hanno evidenziato possibili usi per i non vedenti, i profondi legami dell'azienda con le agenzie di sicurezza USA detteranno probabilmente l'utilizzo finale dell'applicazione.

Mentre Google diventa velocemente uno dei più importanti gruppi lobbistici di Washington D.C., c'è chi evidenzia il potenziale della tecnologia nel censurare dati prima che questi possano essere caricati sul web.

La storia di Google come censore di contenuti politici è da tempo documentata, con ben noti video come il filmato di Wikileaks riguardante attacchi di elicotteri USA, rimosso dal canale YouTube del giornalista Alex Jones nel 2010.

In effetti, Google ha ottemperato a migliaia di richieste provenienti da governi di tutto il mondo censurando e rimuovendo contenuti nonostante non ci fossero in molti casi chiare violazioni di leggi.
L'ex CEO di Google, Eric Schmidt, consulente elettorale e tra i principali finanziatori di Barack Obama, ha anch'egli pubblicamente manifestato il suo sprezzo per la privacy umana.

Non abbiamo neppure bisogno che voi digitiate. Sappiamo dove siete. Sappiamo dove siete stati. Possiamo bene o male sapere a cosa state pensando”, ha dichiarato Schmidt nel 2010.
Sappiamo tutto quello che state facendo ed il governo vi può tracciare. Conosciamo per filo e per segno i vostri spostamenti”.

Sia che stia spingendo i suoi clienti a mettere microfoni nei soffitti, partecipando al programma PRISM, sia che stia scansionando ogni account privato di Gmail, il gigante Hi-tech senza dubbio continuerà ad esercitare il suo potere sostenuto dal governo nei confronti di milioni di utenti del web in tutto il mondo.




Traduzione per Megachip a cura di Il Petruss.



16 luglio 2014

Archivio Snowden: ecco come le spie di Stato manipolano gli internauti


Nuove rivelazioni raccolte da Greenwald: nel “cilindro” dell’agenzia britannica GCHQ i trucchi per manipolare i sondaggi, attraverso la rete di Linkedin e YouTube


da RT.com.
Tradotto da Megachip.

L'agenzia spionistica britannica ha sviluppato un certo numero di ingegnosi strumenti per monitorare e setacciare i contenuti sul web e, quando necessario, seminare informazioni devianti, ha dichiarato Glenn Greenwald nello svelare una nuova parte della documentazione di Snowden.

I documenti trapelati rivelano che gli strumenti informatici sono stati creati dal JTRIG (Joint Threat Research Intelligence Group) all'interno del GCHQ (Government Communications Headquarters, ossia il Quartier generale del governo per le comunicazioni, ndt).

Precedenti documenti avevano già descritto in maniera dettagliata l'uso da parte del JTRIG di «finte vittime di post nei blog» e di «operazioni false flag», oltre che di «honey traps» (lett: “trappole di miele”, una trama in cui la vittima è adescata in una situazione sessualmente compromettente per creare la possibilità di ricattarla, ndt) e altre diverse forme di manipolazione psicologica degli attivisti online.

Ma il nuovo documento del GCHQ appena diffuso, intitolato “JTRIG Tools and Techniques” (Strumenti e Tecniche del JTRIG, ndt), offre una più ampia visione complessiva della portata delle operazioni, compresa la loro capacità di essere invasive e di creare scompiglio e confusione nel web.

Alcuni strumenti informatici adottano le stesse metodologie per le quali gli USA e il Regno Unito avevano incriminato degli attivisti online, compresi gli attacchi concentrati che causano interruzioni di servizio (“distributed denial of service”) e gli allarmi bomba (“call bombing”).

Tweet di Greenwald: Mentre il Regno Unito discute una legge di “emergenza” per aumentare i poteri di sorveglianza, date uno sguardo alla descrizione che lo stesso GCHQ fa di quel che commette:  https://firstlook.org/theintercept/d...

Questi strumenti danno alla spie che stanno a Cheltenham la possibilità di monitorare attivamente le chiamate e la messaggeria Skype in tempo reale, sollevando la solita vecchia questione sull'affidabilità della codifica crittografica di Skype o se Microsoft stia collaborando in maniera concreta con le agenzie di spionaggio.

Nelle sue note guida scritte in stile Wikipedia, il JTRIG sostiene che la maggior parte dei suoi strumenti internet sono «operativi, collaudati e affidabili», e sollecita i propri colleghi del GCHQ affinché usino un modo di pensare non convenzionale quando hanno a che fare con gli inganni di internet.

«Non trattate questo come fosse un catalogo. Se le cose non le trovate qui, non vuol dire che non possiamo costruirle», scrive il JTRIG.

Tra gli strumenti elencati nel documento c’è il “Gestator”, che si occupa di «amplificare un dato messaggio, di norma un video, attraverso i più popolari siti multimediali (YouTube)».

Allo stesso tempo, “Challenging” dà alle spie del GCHQ la capacità di falsificare qualsiasi indirizzo di posta e di mandare messaggi sotto quella falsa identità.

“Angry Pirate” può disabilitare permanentemente un determinato account direttamente dal loro computer.

“Underpass” può cambiare il risultato dei sondaggi online, mentre “Deer Stalker” dà la possibilità di  agevolare la localizzazione georeferenziata di telefoni satellitari e GSM attraverso una chiamata silenziosa.  

Tweet di Greenwald: Hackeraggio dei sondaggi online e altre tattiche usate dal GCHQ per manipolare internet https://firstlook.org/theintercept...


Il documento del JTRIG appare in un archivio usato dal GCHQ per discutere delle proprie attività di sorveglianza online. 

L'ultima bomba di rivelazioni arriva proprio mentre il Parlamento britannico discute un disegno di legge con procedura d'urgenza per concedere al governo maggiori scusanti per i poteri di sorveglianza delle proprie agenzie di spionaggio, che il Primo Ministro David Cameron sostiene siano necessari per “aiutarci a mantenerci sicuri”.

Il GCHQ non ha emesso nessun comunicato in merito e ha pubblicato la sua solita nota, cioè che agisce «in conformità a un rigoroso quadro giuridico e politico» e che è soggetto a «stretta sorveglianza».

Ma alcune precedenti note del GCHQ trapelate nelle mani del Guardian riportavano che «la nostra preoccupazione principale è che i riferimenti alla prassi dell'agenzia (cioè la portata delle intercettazioni e cancellazioni) potrebbero portare a un dannoso dibattito pubblico che potrebbe causare guai di tipo legale ai danni dell'attuale regime».

C'è anche la possibilità che i più alti ministri e funzionari nel governo britannico non siano pienamente al corrente di cosa sia in grado di fare il GCHQ. Chris Huhne, un membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale fino al 2012 ha affermato che i ministri erano «assolutamente all’oscuro» addirittura riguardo a “Tempora”, cioè il più grande programma di sorveglianza digitale dei servizi segreti.

Nel frattempo l’organizzazione non governativa britannica Privacy International (un “cane da guardia” a difesa dei diritti alla privacy, ndt) ha presentato un'azione legale contro il GCHQ per via dell’impiego di malware utilizzati per spiare gli utenti in internet e nella telefonia mobile.



Traduzione per Megachip a cura di Tullio Cipriano.