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20 settembre 2016

GRATTACIELI DELLE BUGIE - Servizio di Rossiya1 sull'11 settembre

PANDORA TV - Speciale.

Il primo canale russo ha prodotto, trasmettendola in prima serata, un’inchiesta sull’11 settembre 2001. 

Oltre a interviste a Giulietto Chiesa, Richard Gage e altri esperti sui mega-attentati di New York e Washington, il servizio mette in luce analisi e fatti nuovi.
Il ruolo delle esercitazioni militari e la costituzione di giganteschi fondi neri per centinaia di miliardi di dollari.



Traduzione di Geraldine DTK.


7 luglio 2016

Tony Blair a George W. Bush: 'Io sarò con te, in qualsiasi caso'


di Pepe Escobar.

Sta tutto qui: 12 volumi, 2,6 milioni di parole (quasi quattro volte e mezzo Guerra e Pace), sette anni di lavoro, comprese le analisi di 150.000 documenti del governo britannico.
Presieduta da Sir John Chilcot, un ex assiduo frequentatore della Whitehall, e ufficialmente conosciuta come “the Iraq Inquiry” (“l’Inchiesta sull’Iraq”, ndt) questa indagine proustiana presumibilmente esplora ogni anfratto della fase di preparazione da parte del Regno Unito in vista dell’invasione e dell'occupazione dell'Iraq, così come le sue conseguenze.

Andiamo al sodo. Questo non è affatto un insabbiamento da parte dell’establishment britannico; è in realtà un documento molto più forte di quanto molti analisti si aspettassero.

Le anticipazioni trapelate avevano lasciato intendere che la colpa sarebbe stata ripartita fra pochissime figure dell’apparato politico-militare e dell’intelligence del Regno Unito, e davvero si dà il caso.

Le domande chiave sono note a tutti.
-     Tony Blair ha mentito circa la necessità di andare in guerra?
-     La guerra era legale?
-     La guerra ha reso - come Blair a gran voce prometteva - la Gran Bretagna "più sicura"?
-     Che cosa ha promesso Blair a George W. Bush?
-     Ha mentito su quelle inesistenti armi di distruzione di massa?
-     L’intelligence dell’MI6 è stata compromessa?
-     I militari britannici non sono stati capaci di resistere alle pressioni di Blair?

Ci vorranno giorni per districarsi attraverso l'intero rapporto. Ma basandoci sulla stessa dichiarazione iniziale di Chilcot, alcune conclusioni sono assolutamente drastiche.

Non c'era "alcun bisogno" di andare in guerra nel marzo 2003. Tutte le decisioni sono state prese "sulla base di informazioni e valutazioni viziate".
Il governo britannico non discusse le molte possibili opzioni militari né le loro implicazioni.
Il governo britannico – in quale miraggio da Alice nel paese delle meraviglie viveva? – credeva che l’amministrazione post-invasione sarebbe stata guidata dall’ONU, mica controllata dai neocon del regime Cheney.
E poi c’è questa affermazione sbalorditiva: Tony Blair "sopravvalutò la propria capacità" di influenzare le decisioni USA in Iraq.
E ancora, l'ormai famoso memorandum Blair all’indirizzo di Bush nel luglio del 2002, trascritto dalla relazione, ha reso tutto chiaro: "Io sarò con te, in qualsiasi caso". Blair era un semplice gregario, non un pilota.

Il rapporto affresca ciò che può essere qualificato solo come la scuola di intelligence dei Tre Marmittoni. Particolarmente responsabili della débâcle sono Sir John Scarlett, presidente del Joint Intelligence Committee, che si basava essenzialmente sull’MI6; e poi il capo dell’MI6 sir Richard Dearlove. Non solo il loro materiale di intelligence era difettoso; noi, da giornalisti indipendenti, sapevamo già dall’estate del 2002 (ho passato un mese girando tutto l'Iraq nella primavera del 2002) che ovunque le armi di distruzione di massa da trovare proprio non c'erano. Gli ispettori dell'ONU non telecomandati dagli USA lo sapevano anche loro.



Così Blair non solo acquisì relazioni d’intelligence dell’MI6 del tutto false, ma le espose al Parlamento britannico con assoluta "certezza". Il rapporto biasima l'intero apparato d’intelligence britannico per non aver cercato di contenere Blair.
E c'è di peggio. Secondo il rapporto, il governo britannico "rimproverava la Francia per l’'impasse' all’ONU e dichiarava che il governo del Regno Unito stava agendo per conto della comunità internazionale al fine di 'sostenere l'autorità del Consiglio di Sicurezza'. In assenza di una maggioranza a sostegno di un'azione militare, riteniamo che il Regno Unito stesse in realtà minando l'autorità del Consiglio di Sicurezza ".
Non aspettatevi che una trama come questa sia presentata nella prossima puntata della serie di James Bond.


Impegno per uccidere un milione di persone

Niente di tutto questo è nuovo. Tutti noi - che per tutto il 2002 e all'inizio del 2003 stavamo seguendo la rincorsa verso l’inevitabile guerra in Iraq - sapevamo che Blair era il barboncino della relazione speciale strategica, necessario per conferire una patina di legittimità ai neocon del regime Cheney. Per quanto riguarda Blair, il rapporto Chilcot rende ora chiaro che non gliene poteva fregare di meno del suo governo, del Parlamento britannico né tantomeno del diritto internazionale. Il suo unico impegno di fedeltà ("Io sarò con te, in qualsiasi caso") era quello nei confronti di George W. Bush.

Il risultato, come pure sappiamo, va al di là dello spaventoso. The Lancet, nel 2006, pubblicò la propria ricerca campione estesa - basata sui medici che effettuavano indagini casa per casa in Iraq – che calcolava la strabiliante cifra di 655.000 iracheni morti a causa della guerra.

Ancora più lancinante fu l’opera di un’organizzazione basata in USA, Physicians for Social Responsibility, (“medici per la responsabilità sociale”, ndt), che nel 2105 giunse a una cifra di 1 milione (5 per cento della popolazione totale), che non includeva le morti tra i 3 milioni di profughi.

Chilcot è stato attento a essere ponderato, nell’affermare che "non siamo un tribunale", a riprova del fatto che non disponeva di avvocati per elaborare e redigere la relazione. Ma per quanto il rapporto non dichiari illegale quella guerra, va poi a spingere a tavoletta, e apre alcune autostrade percorribili da enormi problemi legali sulla via di Tony Blair.
Ormai è più che evidente che il golpe interno laburista contro Jeremy Corbyn è direttamente legato alla relazione Chilcot. Corbyn - un attivista anti-guerra con un curriculum ineccepibile - disse l'anno scorso che Blair avrebbe potuto affrontare un processo a L'Aia, qualora il rapporto Chilcot lo avesse scoperto colpevole di aver lanciato una guerra illegale. In veste di leader laburista, con piena immunità parlamentare, Corbyn sarebbe in grado di superare le difese di Tony Blair, senza prestare il fianco all'intervento dell'esercito di avvocati di cui dispone Blair.



Il golpe interno del Labour- orchestrato dai blairiani - avrebbe dovuto raggiungere il culmine subito dopo il Brexit. Ecco come Blair avrebbe scaraventato Corbyn sotto il bus. Rimosso dalla leadership, Corbyn sarebbe riuscito a perseguire Blair soltanto nella veste di un qualsiasi peone del parlamento britannico. Così non avrebbe avuto abbastanza forza.

Comunque ormai il momento propizio per fermare Corbyn è già trascorso. E soprattutto, nei suoi dignitosi commenti in Parlamento sul rapporto, Corbyn ha suggerito che la Camera dei Comuni dovrebbe agire contro Blair per averla traviata nella rincorsa verso la guerra. Questo significa che Blair potrebbe essere messo in stato d’accusa.


Tutte le cose che Blair dirà a seguito del rapporto – ossia che la scissione fra sunniti e sciiti in Iraq, uno dei fattori chiave dell’interminabile carneficina, c’era già lì prima dell'invasione (falso, come ho visto con i miei occhi nel 2002); che Iran e Al-Qa’ida hanno creato insicurezza in Iraq dopo l'invasione (falso sull'Iran, mentre al-Qa’ida è stato effettivamente portato in Iraq dal regime Cheney) – ebbene, queste cose saranno tutte, tutte quante, delle bugie.

Allo stato attuale, Tony Blair probabilmente eviterà un biglietto di sola andata per l'Aia, ove dover subire un processo per i suoi crimini di guerra. Ma innumerevoli persone in tutto il mondo possono sempre sognare una giustizia ironico-poetica: Blair il guerrafondaio britannico processato in un tribunale UE solo dopo il Brexit, poiché il ruolo del Regno Unito di occupante da baraccone in Iraq si collega direttamente alla fuga di una marea di persone che scappano dai jihadisti e configurano una crisi dei rifugiati in Europa.




27 settembre 2010

11 settembre, la madre di tutte le coincidenze

di Eric Margolis, New York, 10 settembre 2010.
Traduzione per Megachip a cura di Emanuela Waldis e Pino Cabras.
Fonte: http://www.ericmargolis.com/political_commentaries/--the-mother-of-all-coincidences.aspx.


Vi proponiamo la traduzione di un articolo sull’11/9 scritto da un giornalista statunitense, Eric S. Margolis, che ha collaborato spesso con i media mainstream, dai tradizionali «Toronto Sun» e «New York Times» al più recente aggregatore di notizie «Huffington Post». L’articolo sembra segnalare che tira un’aria diversa sul tema 11 settembre. Perfino un giornalista che finora non si è discostato troppo dalle versioni governative - un conservatore che fa parte del think tank International Institute of Strategic Studies, una vita da inviato globetrotter nelle aree di crisi - perfino lui riorganizza i discorsi, i ricordi, i collegamenti dei fatti connessi all’11/9, per concludere che la verità è stata insabbiata.
Rivela anche di aver incontrato Bin Laden negli anni novanta, sebbene questa rimanga solo una sua dichiarazione. «Huffington Post» ha subito cancellato questo articolo scomodo. Non sarà l’unica resistenza ai ripensamenti, ma un giornalista a fine carriera si può concedere libertà sconosciute, e allargare l’area che rompe i tabù.

"Gli interessi economici degli Stati Uniti e strategici in Medio Oriente e il mondo musulmano sono minacciati dall’agonia della Palestina, che inevitabilmente si difende pianificando azioni terroristiche volte a colpire le ricchezze americane e persino gli stessi cittadini"
Eric Margolis. Sun Média. 2 septembre 2001.

Dall’11 settembre i lettori chiedono di continuo il mio parere su questi attacchi. Sono stato talmente sommerso da migliaia di e-mail che ancora mi gira la testa.
Una delle teorie più pittoresche è quella del generale Hamid Gul, ex direttore dell'ISI, (l’agenzia dei servizi di intelligence pakistani). Continua a sostenere che l’11 settembre fu organizzato dal Mossad israeliano e da un gruppuscolo di estrema destra formato da generali della US Air Force.
Ho ispezionato le rovine delle Torri Gemelle a New York, dove mi era capitato abbastanza spesso di cenare al ristorante dell’ultimo piano. Il centro ("Downtown") di Manhattan era avvolto da miasmi orribili e maleodoranti dovuti agli attentati. Non avevo mai respirato niente di tanto nauseante. Ho impiegato giorni per liberarmi da questo odore. Come newyorkese, questi avvenimenti mi hanno fortemente sconvolto, ma non mi hanno sorpreso, giacché nove giorni prima avevo previsto un attacco di grande portata contro gli USA. [Vedere citazione sopra – NdT]
Nel corso di una delle mie visite al Pentagono per una riunione sul Medio Oriente, ho ispezionato anche il muro esterno colpito dal terzo aereo dirottato.
Ho visto delle foto del luogo dell'impatto e non comprendo cosa sia successo a tutti i detriti dell'aereo. Non ne restava praticamente nulla.
Nel 1993, il mio volo Lufthansa per il Cairo è stato dirottato mentre sorvolava la Germania. Il pirata dell'aria di origine etiope, ci ha riportato fino a New York. Minacciava di fare schiantare l'aereo su Wall Street.
Il nostro aereo fu intercettato dai caccia F15 americani che avevano ricevuto l'ordine di sparare in caso di necessità. Ma dov’era la difesa aerea l’11 settembre 2001?
All'indomani dell’11 settembre, la CNN mi ha chiesto se ci fosse Bin Laden dietro questi attacchi. «Dobbiamo ancora vedere le prove» ho risposto. E a tutt’oggi mantengo questa stessa posizione.
Bin Laden ha negato che lui o al-Qa‛ida fossero i responsabili degli attacchi aerei dell’11/9 e della morte di quasi 3000 persone. Il complotto è stato organizzato ad Amburgo in Germania e a Madrid in Spagna, non in Afghanistan. Un pakistano, Khalid Sheik Mohammed, ha affermato di essere lui la mente dell’11 settembre, ma questo dopo che la CIA lo ha torturato sottoponendolo a 183 sedute con simulazione di annegamento.
Pur negando ogni sua implicazione, Osama Bin Laden ha detto che secondo lui le motivazioni degli attacchi di New York erano da ricercarsi parzialmente nella distruzione da parte di Israele del centro di Beirut all'epoca dell'invasione del Libano nel 1982, che aveva provocato circa 18mila vittime civili.
I video trasmessi in seguito per confermare che Bin Laden era colpevole sono dei falsi mal confezionati. Sono stati ritrovati a loro dire in Afghanistan dagli uomini dell’Alleanza del Nord che combatte i taliban, che era stata creata e finanziata dai servizi segreti russi.
Ho incontrato Osama Bin Laden in Afghanistan e ho detto alla CNN che non era l'uomo che appariva su questi video.
Subito dopo l’11 settembre, il Segretario di Stato Colin Powell aveva promesso agli americani che il Dipartimento di Stato avrebbe divulgato un "White Paper" con le prove dettagliate della colpevolezza di Bin Laden. Il governo taliban dell'Afghanistan aveva richiesto questo documento come preliminare all'estradizione di Bin Laden richiesta dagli USA.
Ebbene questo famoso "White Paper" non è mai stato diffuso, gli USA hanno ignorato le procedure legali in vigore e hanno invaso l'Afghanistan. Stiamo ancora aspettando queste famose prove.
Io non so ancora se Osama Bin Laden fosse davvero dietro questi attacchi. Numerosi elementi fattuali potrebbero far sospettare di lui e di al-Qa‛ida, ma mancano sempre all’appello le prove certe a sostegno di questa ipotesi. Una cosa è sicura: gli attacchi furono pianificati e organizzati in Germania, non in Afghanistan. Dei 19 pirati dell'aria, 15 erano sauditi, due erano originari degli Emirati arabi uniti, uno era egiziano e un altro libanesi.
Peraltro, ho detto e ripetuto fin dal giorno dell’11/9 come la pericolosità e le dimensioni di al-Qa‛ida fossero state immensamente esagerate, cosa del resto confermata dal prestigioso Istituto Internazionale di studi Strategici (IISS) nell’esplosivo rapporto pubblicato a Londra questa settimana. Il numero di membri di al-Qa‛ida, nata per combattere i comunisti afghani, non ha mai superato le 300 unità.
Attualmente, secondo Leon Panetta, capo della CIA, non ci sono non più di 50 uomini di al-Qa‛ida in Afghanistan. E tuttavia, il presidente Obama ha triplicato le truppe USA in Afghanistan, portando il loro numero a 120mila, a causa di ciò che lui definisce "la minaccia" al-Qa‛ida. Che cosa succede?
Sono tanti coloro che credono che al-Qa‛ida sia un'invenzione americana utilizzata per giustificare le operazioni militari all'estero. Non condivido questo punto di vista. Osama Bin Laden non è stato mai un agente della CIA, anche se il suo gruppo ha beneficiato indirettamente di fondi da parte della CIA per combattere i comunisti.
Tornando all’11 settembre, non riesco a capire come dei piloti dilettanti siano stati in grado di manovrare a bassa quota aerei di quelle dimensioni e colpire esattamente il WTC ed il Pentagono. Come mi faceva notare un agente dell’Intelligence pakistana, «se fossero stati veramente dei dilettanti, avrebbero fatto schiantare i loro aerei l'uno contro l'altro, non sul World Trade Center!».
L'arresto di "addetti ai traslochi" israeliani mentre filmavano gli attacchi danzando di gioia, e quello seguente di gruppi di studenti israeliani che avrebbero "seguito" i futuri pirati dell'aria, resta un profondo mistero per me. Stessa cosa dicasi per l’immobilità della difesa aerea.
La Commissione di inchiesta sull’11/9 e stata un'operazione di cancellazione, come tutte le commissioni governative. Esse nascono appositamente per occultare e non per rivelare la verità.
Nel 2006, un sondaggio di Scripps Howard e del «Washington Post» ha rivelato che il 36% di un campione di 1000 americani interrogati era convinto che dietro gli attacchi ci sia stato il governo USA. Sono molti gli americani che non credono nella versione ufficiale sull’11 settembre.
Stessa cosa per gli europei. Il mondo musulmano nel suo complesso pensa che l’11 settembre sia stato opera d’Israele e dell’estrema destra neoconservatrice guidata da Dick Cheney.
Se la versione ufficiale sull’11/9 fosse vera significherebbe che gli attacchi hanno sorpreso l'amministrazione in piena letargia mentre al contrario, proprio in quel periodo, avrebbe dovuto essere in massima allerta. Condoleezza Rice, l’incompetente perfetta, la Consigliera nazionale per la sicurezza di George W. Bush, non solo ignorò tutta una serie di avvertimenti molto preoccupanti riguardo a probabili futuri attentati, ma tagliò persino i fondi la lotta antiterroristica proprio nel periodo antecedente l’11/9.
La Casa Bianca ed i media si sono precipitati ad incolpare i musulmani sostenendo che questi «odiavano lo stile di vita ed i valori americani», diffondendo così il concetto di «terrorismo islamico» che vuole che sia la fede musulmana, e non i problemi politici, all'origine degli attacchi.
Questo balla pericolosa ha contaminato l'America, e ha portato ai massimi livelli l'islamofobia. Il continuo fracasso creato attorno alla costruzione di una moschea nel centro di Manhattan, e le minacce di un prete della Florida di bruciare testi del Corano sono i due più recenti e deplorevoli esempi di quanto possa essersi inasprito l’odio religioso.
Il commando suicida che aveva attaccato New York e Washington aveva giustificato chiaramente il suo atto: a) punire gli Stati Uniti per il loro appoggio a Israele nella sua politica di repressione contro i palestinesi; b) ciò che essi definiscono come occupazione USA dell’Arabia Saudita. Benché fossero tutti musulmani, la religione non era il fattore scatenante.
Come ha ben fatto notare il veterano della del CIA Michael Scheuer, il mondo musulmano era furioso contro gli Stati Uniti per la loro politica nella regione, e non per i valori, le libertà o la religione americana.
Queste motivazioni all'origine degli attacchi dell’11/9 sono state largamente ignorate dall'isteria crescente per via del " terrorismo islamico." L’invio di lettere contenenti antrace spedite a New York, in Florida ed a Washington proprio subito dopo l’11/9 aveva chiaramente per scopo quello di aumentare la collera contro i musulmani.
Gli autori di queste missive avvelenate non sono mai stati identificati.
Tuttavia, questi attacchi all'antrace hanno accelerato l'approvazione delle leggi semi-totalitarie del PATRIOT ACT, che hanno limitato drasticamente le libertà individuali degli americani e hanno imposto nuove leggi draconiane.
I falsi video e le cassette audio di Bin Laden. Gli attacchi all'antrace. Il Corano ritrovato intatto in modo del tutto improbabile a Ground Zero. Le prove ritrovate nella valigia che uno dei pirati pare non fosse riuscito a far imbarcare sull’aereo poi dirottato. Le affermazioni immediatamente diffuse a solo poche ore di distanza dagli eventi secondo cui al-Qai‛da fosse dietro gli attentati. Questi piloti dilettanti kamikaze e l’anomalo velocissimo cedimento delle Torri.
Ma ancora più scioccante, la registrazione del colloquio a Londra tra il presidente George Bush e il primo ministro Tony Blair, laddove si sente il presidente degli USA fare questa terribile proposta per scatenare la guerra con l'Iraq: dipingere degli aerei USA con colori dell'ONU e provocare le difese aeree irachene per spingerle ad attaccare sparando ebcreando così un "casus belli". Bush avrebbe anche preannunciato a Blair che dopo l'Iraq, avrebbe attaccato l'Arabia Saudita, la Siria ed il Pakistan.
Nel 1939, la Germania nazista aveva travestito i suoi soldati con le uniformi polacche al fine di provocare un incidente di frontiera e giustificare così l'invasione della Polonia da parte della Germania. I piani di Bush erano dello stesso stampo. Un presidente capace di concepire tali operazioni criminali potrebbe andare ben più oltre pur di realizzare i suoi sogni imperialistici.
Per un vecchio giornalista come me tutto ciò odora di marcio. Ci sono veramente troppe domande senza risposte, troppi sospetti, e poi non dimentichiamo la famosa locuzione di Cicerone che dice "cui bono", "a chi giova tutto ciò?"
Il 28 febbraio 1933, un incendio, scatenato da un ebreo olandese, distrusse il Parlamento tedesco, il Reichstag (dove Hitler non si sedette mai, NdT).
Mentre le rovine del Reichstag fumavano ancora, Adolf Hitler dichiarò «guerra al terrorismo».
Venne promulgato un decreto «per la Protezione del Popolo e dello Stato», che sospendeva tutte le protezioni legali in materia di libertà di parola, di riunione, di proprietà, e di libertà individuali. L'incendio del Reichstag permise al governo di fermare senza la benché minima procedura legale le persone sospettate di terrorismo e di dare praticamente i pieni poteri alla Polizia.
Tutto questo vi ricorda qualche cosa?
Ed ecco un'altra coincidenza sorprendente. Due anni prima dell’11/9, una serie di esplosioni in edifici abitativi in Russia uccise più di 200 persone. Si accusò il " terrorismo islamico" ceceno.
Il panico invase la Russia e favorì l'ascesa al potere dell'ex-agente del KGB Vladimir Putin.
Agenti della sicurezza russa appartenenti al FSB furono presi con le mani nel sacco mentre tentavano di piazzare esplosivi in un altro edificio, ma la storia fu soffocata.
Un ex agente del FSB, Alexander Litvinenko, che tentò di fa luce su questo episodio, fu assassinato a Londra avvelenato con polonio radioattivo.
Con lo stesso sistema i neoconservatori dell'amministrazione Bush utilizzarono sfacciatamente l’attentato dell’ 11/9 per promuovere l'invasione dell'Iraq.
Subito prima dell'invasione i sondaggi mostravano come l’80% degli americani fossero convinti, a torto, che Saddam Hussein fosse dietro gli attacchi dell’11/9.
Il Dottor Goebbels sarebbe stato fiero.
Alla fine cosa possiamo concludere?
1) Non sappiamo ancora che cosa sia veramente accaduto l’11 settembre.
2) La versione ufficiale non è credibile.
3) L’11 settembre è servito per giustificare le invasioni strategiche dell'Afghanistan e dell'Iraq ricco in petrolio.
4) gli attacchi hanno precipitato il popolo americano in guerre contro il mondo musulmano e hanno arricchito l'industria USA degli armamenti.
5) L’11 settembre ha favorito i neoconservatori pro-israeliani, dando le redini del potere a questo gruppo inizialmente marginale, e con questi ha rafforzato anche l'estrema destra totalitaria americana.
6) la guerra ingiustificata di Bush contro l'Iraq ha distrutto uno dei due grandi nemici dell'Israele.
7) L’11 settembre ha immerso l'America in quello che potrebbe essere definito uno stato di guerra permanente contro il mondo musulmano, il che era uno dei principali obiettivi dei neoconservatori.
Ma a tutt’oggi io non ho prove di come l’11 settembre sia stato un complotto ordito dall'estrema destra o da Israele oppure sia il risultato di una gigantesca operazione di depistaggio («cover-up»).
Forse fu soltanto la "madre" di tutte le coincidenze.
Oppure ha potuto non essere che l’azione di 19 arabi furibondi e un'amministrazione Bush maldestra alla ricerca di un capro espiatorio.

Traduzione per Megachip a cura di Emanuela Waldis e Pino Cabras.
Fonte: http://www.ericmargolis.com/political_commentaries/--the-mother-of-all-coincidences.aspx.

18 dicembre 2009

Obama dichiara guerra al Pakistan

di Webster G. Tarpley - rense.com.



Traduzione a cura di Milena Finazzi e Pino Cabras per Megachip (QUI).

WASHINGTON, DC – Il discorso del primo dicembre di Obama a West Point rappresenta molto più dell’ovvia brutale escalation in Afghanistan – non è niente di meno che una netta dichiarazione di guerra da parte degli Stati Uniti contro il Pakistan. Si tratta di una guerra nuova di zecca, di una guerra molto più vasta rivolta contro il Pakistan, un paese di 160 milioni di abitanti munito di armamenti nucleari.

Strada facendo, il programma prevede lo smembramento dell’Afghanistan.

Non siamo più di fronte alla guerra contro l’Afghanistan di Bush e di Cheney cui eravamo abituati in passato. È qualcosa di enormemente più vasto: il tentativo di distruggere il governo centrale pakistano di Islamabad e di far sprofondare quel paese nel caos della guerra civile, nella balcanizzazione, nella frammentazione e nella confusione totale. La strategia prescelta si basa sull’esportazione della guerra civile afghana in Pakistan e oltre, sulla frammentazione del Pakistan secondo i suoi diversi gruppi etnici.

È un conflitto subdolo che adotta tecniche belliche di quarta generazione e operazioni di guerriglia per dare l’assalto a un paese che gli Stati Uniti e i loro soci, per la loro debolezza, non possono attaccare direttamente.

In questa guerra, i talibani sono utilizzati come procuratori USA. Questa aggressione contro il Pakistan è il tentativo di Obama di imperversare nel Grande Gioco contro il cuore dell’Asia Centrale e dell’Eurasia o su scala più generale.


USA DISSUASI DA UNA GUERRA APERTA DAL NUCLEARE PAKISTANO

La guerra civile in corso in Afghanistan è un mero pretesto, una copertura destinata a fornire agli USA un trampolino di lancio per una campagna di destabilizzazione geopolitica dell’intera regione che non si può ammettere pubblicamente.

Nel mondo del cinismo brusco dell’aggressione imperialista à la Bush e Cheney, si sarebbe costruito un pretesto per attaccare il Pakistan in modo diretto. Ma il Pakistan è di gran lunga troppo esteso e gli Stati Uniti sono di gran lunga troppo deboli e troppo indebitati per una tale impresa. Inoltre, il Pakistan è una potenza nucleare, dispone di bombe atomiche e di missili a media gittata atti a lanciare tali bombe.

Ciò a cui stiamo assistendo è un nuovo caso di deterrenza nucleare in atto.

Gli USA non possono inviare una flotta di invasione o costruire basi aeree nelle vicinanze poiché le armi nucleari pakistane potrebbero distruggerle.

Da questo punto di vista, gli sforzi di Ali Bhutto e di A.Q. Khan per fornire il Pakistan di un potenziale deterrente sono stati giustificati. Ma la risposta USA consiste nel trovare altri modi per attaccare il Pakistan al di sotto della soglia del nucleare, addirittura al di sotto della soglia delle armi convenzionali. E questo è il punto in cui entra in gioco la tattica di esportazione della guerra civile afghana in Pakistan.

L’architetto della nuova guerra civile pakistana è il Generale delle Forze Speciali USA Stanley McChrystal, l’organizzatore della rete delle tristemente note camere della tortura USA in Iraq. Le credenziali specifiche di McChrystal nella guerra civile pakistana sono legate al suo ruolo nello scatenare la guerra civile irachena dei sunniti contro gli sciiti creando "al-Qa'ida in Iraq" grazie all’aiuto del famigerato agente doppiogiochista al-Zarkawi, ora defunto. Se la società irachena nel suo intero si fosse allineata contro gli invasori USA, gli occupanti sarebbero stati presto scacciati. La gang del controspionaggio nota come "al-Qa'ida in Iraq " ha evitato questa possibilità uccidendo sciiti e provocando in tal modo una rappresaglia di massa sfociata in una guerra civile. Queste tattiche sono tratte dall’opera del generale britannico Frank Kitson, che ne ha scritto nel nel suo libro “Low Intensity Operations”. Se gli Stati Uniti possedessero un’incarnazione moderna di Heinrich Himmler delle SS, si tratterebbe certamente del Generale McChrystal, scelto personalmente da Obama. Il superiore di McChrystal, Generale Petraeus, asprira invece ad essere il nuovo Capo di Stato Maggiore von Hindenburg: in altre parole, mira ad essere il prossimo presidente degli Stati Uniti.

La vulnerabilità del Pakistan che gli Stati Uniti ed i loro soci della NATO stanno cercando di utilizzare per il proprio tornaconto si può comprendere meglio consultando una mappa dei gruppi etnici prevalenti in Afghanistan, Pakistan, Iran, ed India. La maggior parte delle mappe mostra soltanto i confini politici che risalgono ai tempi dell’imperialismo britannico, e quindi mancano di riportare i principali gruppi etnici della regione. Ai fini della nostra analisi, dobbiamo iniziare con l’identificare un certo numero di gruppi. Prima di tutto il popolo Pashtun, situato principalmente in Afghanistan e in Pakistan. In secondo luogo abbiamo i beluci, localizzati principalmente in Pakistan e in Iran. I punjabi abitano il Pakistan, così come i sindhi. La famiglia Bhutto è originaria del Sindh.


PASHTUNISTAN

La strategia USA e NATO comincia con i pashtun, il gruppo etnico dal quale provengono in larga misura i cosiddetti talibani. I pashtun rappresentano una parte consistente della popolazione dell’Afghanistan, ma sono stati estromessi dal governo centrale sotto il Presidente Karzai a Kabul, sebbene lo stesso Karzai, marionetta degli USA, passi per essere lui stesso un pashtun.

La questione riguarda l’Afghan National Army (l’Esercito Nazionale Afghano), che è stato creato dagli Stati Uniti dopo l’invasione del 2001. Gli alti ranghi dell’esercito afghano sono costituiti prevalentemente da tagiki provenienti dall’Alleanza del Nord che si era coalizzata con gli Stati Uniti contro i talibani pashtun. I tagiki parlano il dari, noto anche come persiano orientale. Altri ufficiali afghani provengono dal popolo degli hazara. La cosa importante da rilevare è che i pashtun si sentono degli esclusi.

La strategia USA si può meglio intendere come sforzo deliberato teso a perseguitare, attaccare ripetutamente, antagonizzare, assaltare, reprimere ed uccidere i pashtun. Il contingente di ulteriori 40mila soldati USA e NATO chiesto da Obama per l’Afghanistan si concentrerà nella provincia di Helmand e in altre aree in cui i pashtun sono maggiormente concentrati. Il risultato finale sarà quello di istigare alla ribellione i pashtun, ardentemente indipendenti, nei confronti di Kabul e dell’occupazione straniera, e allo stesso tempo di spingere molti di questi combattenti mujahiddin di recente radicalizzati ad attraversare la frontiera con il Pakistan, per dichiarare guerra al governo centrale ad Islamabad. Gli aiuti statunitensi giungeranno direttamente ai signori della guerra e ai signori della droga, incrementando in tal modo i movimenti centrifughi.

Dal lato del Pakistan, i pashtun sono stati allontanati dal governo centrale. Islamabad e l’esercito sono visti come emanazioni dirette dei punjabi, con qualche elemento di origine sindhi. Sul versante pakistano del territorio pashtun, le operazioni americane includono assassinii all’ingrosso perpetrati da velivoli senza pilota o da droni, omicidi effettuati dalla CIA e, secondo quanto si dice, dai cecchini della Blackwater, oltre a massacri terroristici alla cieca come quelli avvenuti di recente a Peshawar che i talibani del Pakistan attribuiscono alla Blackwater, che agisce in qualità di subcontractor della CIA. Queste azioni sono intollerabili ed umilianti per uno stato sovrano orgoglioso. Ogni qualvolta che i pashtun subiscono un attacco violento, essi accusano i punjabi di Islamabad per le loro losche trame con gli USA che rendono possibile che tutto questo avvenga.
L’obiettivo più immediato di Obama nell’escalation Afghanistan-Pakistan è quindi di promuovere una rivolta secessionista generale dell’intero popolo pashtun sotto gli auspici dei talibani, che dovrebbe avere già provocato la distruzione dell’unità nazionale sia di Kabul sia di Islamabad.


BELUCISTAN

L’altro gruppo etnico che la strategia di Obama mira a spronare all’insurrenzione ed alla secessione è quello dei beluci. I beluci hanno i loro motivi di scontento nei confronti del governo centrale iraniano di Teheran, che considerano in mano ai persiani. Una parte integrante della nuova politica di Obama è l’incremento dei voli letali dei Predator della CIA e di altri velivoli telecomandati sul Belucistan. Uno dei pretesti per tale politica è il reportage fatto circolare ad esempio da Michael Ware della CNN, secondo il quale Osama bin Laden ed il suo braccio destro legato alla risorsa MI-6 al-Zawahiri sarebbero entrambi rintanati nella città beluci di Quetta, dove opererebbero nelle vesti di capopopolo della cosiddetta "Shura di Quetta." Gli squadroni della Blackwater non possono essere molto distanti. Nel Belucistan iraniano, la CIA sta finanziando il Jundullah, un movimento sanguinario che è stato recentemente denunciato da Teheran per l’uccisione di un numero di alti ufficiali dei Pasdaran - Guardie della Rivoluzione iraniana. La ribellione dei beluci manderebbe in frantumi l’unità nazionale di Pakistan e Iran, favorendo in tal modo la distruzione di due dei principali bersagli della politica USA.


LA STRATEGIA DI OBAMA DELLA COMPLICAZIONE IN STILE RUBE GOLDBERG

Persino Chris Matthews della MSNBC, normalmente un devoto seguace di Obama, ha evidenziato che la strategia USA annunciata nel discorso di West Point assomiglia molto ad uno dei congegni di Rube Goldberg (nel mondo reale, "al-Qa'ida" è naturalmente la legione araba e terrorista della CIA). Nel mondo del mito ufficiale USA si suppone che il nemico sia "al-Qa'ida". Tuttavia, persino secondo il governo USA, ci sono alcuni preziosi combattenti di "al-Qa'ida" rimasti in Afghanistan. Perché quindi, si chiede Matthews, concentrare le forze USA in Afghanistan dove "al-Qa'ida" non c’è, anziché in Pakistan, dove si ritiene "al-Qa'ida" possa esserci ora?

Un membro eletto che ha criticato questa incongrua discrepanza è il senatore democratico del Wisconsin Russ Feingold il quale ha affermato, nel corso di un’intervista televisiva, che il «Pakistan, nella regione di confine vicina all’Afghanistan, è probabilmente l’epicentro [del terrorismo globale], sebbene al-Qa'ida sia attiva in tutto il mondo, in Yemen, in Somalia, nell’Africa settentrionale, con affiliati nel sudest asiatico. Perché dovremmo inviare centomila o più soldati in parti dell’Afghanistan che comprendono quelle che non sono nemmeno vicino alla frontiera? Sapete, questo concentramento si trova nella provincia di Helmand. Che non è precisamente la porta a fianco del Waziristan. Quindi mi chiedo: in che cosa consiste esattamente questa strategia, dato che abbiamo ben visto che c’è una presenza esigua di Al Qa'ida in Afghanistan, ma una presenza significativa in Pakistan? È evidente che una massiccia presenza di truppe effettive dove non si trova questa gente non è la strategia giusta. Per me non ha alcun senso.» Infatti. Il rappresentante democratico del Wisconsin ha anche messo in evidenza che la politica USA in Afghanistan potrebbe in realtà spingere terroristi ed estremisti verso il Pakistan e, di conseguenza, destabilizzare ulteriormente la zona: «Sapete, qualche tempo fa ho chiesto al Capo degli Stati Maggiori Riuniti, Ammiraglio Mullen, e a Holbrooke, il nostro inviato sul posto, se secondo loro sussista il rischio che, nel caso di concentrazione delle truppe in Afghanistan, un numero maggiore di estremisti venga dirottato verso il Pakistan» ha dichiarato alla ABC. «Non hanno potuto negarlo, e questa settimana il Primo Ministro del Pakistan Gilani ha dichiarato espressamente che la sua preoccupazione circa la concentrazione di truppe è che attirerà più estremisti in Pakistan, e quindi penso che si tratti del contrario, che questo dispiegamento massiccio di forze provochi l’ostilità della popolazione afghana e in particolare incoraggi ulteriori legami tra i talibani e al-Qa‛ida, la qual cosa è esattamente all’opposto rispetto all’interesse per la nostra sicurezza nazionale.»[1]


Naturalmente, tutto ciò è intenzionale e motivato dalla ragione di stato imperialista degli USA.


MALICK: "OBAMA HA DICHIARATO GUERRA AL PAKISTAN?"

Il discorso di Obama ha fatto il possibile per rendere poco chiara la distinzione tra l’Afghanistan ed il Pakistan, che dopo tutto sono due stati sovrani, entrambi membri a pieno titolo delle Nazioni Unite. Ibrahim Sajid Malick, corrispondente USA per Samaa TV, una delle maggiori reti televisive pakistane, ha richiamato l’attenzione su questa manovra: «Rivolgendosi a una sala piena di cadetti dell’Accademia Militare di West Point, il presidente Barack Obama sembrava sul punto di dichiarare guerra al Pakistan. Ogni volta che ha menzionato l’Afghanistan, prima ha menzionato il Pakistan. Seduto su una delle panche posteriori della sala ad un certo punto sono quasi sobbalzato quando ha detto: "la posta in gioco è ancora più alta in un Pakistan munito di armamenti nucleari, poiché sappiamo che al-Qa'ida ed altri estremisti sono alla ricerca di armi nucleari e abbiamo fondati motivi per pensare che le utilizzerebbero." Sono rimasto scioccato poiché una serie di funzionari americani ha recentemente confermato che l’arsenale pachistano è sicuro.»[2]

Questo articolo è intitolato "Obama ha dichiarato guerra al Pakistan?", e possiamo lasciare il punto interrogativo a discrezione della diplomazia. Durante alcune udienze del Congresso riguardanti il Generale McChrystal e l’ambasciatore USA Eikenberry, l’Afghanistan ed il Pakistan sono state semplicemente fuse in un’entità sinistra nota come "Afpak" o addirittura come "Afpakia."

Nell'estate del 2007, Obama, addestrato da Zbigniew Brzezinski e da altri suoi controllori, fu l'iniziatore della politica unilaterale USA volta a utilizzare aerei senza pilota Predator per compiere omicidi politici all'interno del Pakistan. Questa politica omicida è stata ora massicciamente sottoposta a escalation assieme alla capacità di soldati messa in campo: «Due settimane fa in Pakistan, cecchini della Central Intelligence Agency hanno ucciso otto persone sospettate di essere militanti dei talebani e di al-Qa'ida, e ne hanno ferito altri due presso una struttura che si diceva fosse usata per addestrare i terroristi. La Casa Bianca ha autorizzato un ampliamento del programma dei droni della CIA in aree tribali fuorilegge del Pakistan, hanno riferito funzionari questa settimana, per affiancare la decisione del presidente di inviare 30mila ulteriori soldati in Afghanistan. Funzionari americani stanno parlando con il Pakistan in merito alla possibilità di colpire in Belucistan per la prima volta - una mossa controversa in quanto si trova al di fuori delle aree tribali - perché è lì che si pensa siano nascosti i leader dei talebani afghani.»[3]

Gli Stati Uniti stanno ora addestrando più operatori di Predator che piloti da combattimento.


LA BLACKWATER ACCUSATA DELLA STRAGE DI DONNE E BAMBINI DI PESHAWAR


La CIA, il Pentagono, e i loro vari fornitori tra le imprese militari private sono ora nel mezzo di una folle ondata omicida in tutto il Pakistan, mentre attaccano villaggi pacifici e feste di matrimonio, tra gli altri obiettivi. La Blackwater, che ora si fa chiamare Xe Servces e Total Intelligence Solutions, è fortemente implicata: «in una base operativa segreta avanzata gestita dal Joint Special Operations Command statunitense (JSOC) nella città portuale pakistana di Karachi, i membri di una divisione d'élite della Blackwater sono al centro di un programma segreto in cui pianificano omicidi mirati di presunti talebani e di membri operativi di al-Qa'ida, "catture lampo" di obiettivi di alto valore e altre azioni sensibili all'interno e all'esterno del Pakistan, come ha scoperto un'inchiesta di “The Nation”. Gli operativi di Blackwater offrono assistenza anche nella raccolta di informazioni e aiutano a dirigere una campagna segreta di bombardamenti con droni militari USA che corre in parallelo ai ben documentati attacchi con i Predator della CIA, a quanto riferisce una fonte ben collocata all'interno dell'apparato di intelligence militare degli Stati Uniti.» [4]

Per quanto sconvolgente sia il rapporto Scahill, deve tuttavia essere considerato come uno scaltro tentativo di limitare i danni, poiché non vi è alcuna menzione delle accuse persistenti sul fatto che gran parte degli attentati letali a Peshawar e in altre città pakistane sono stati perpetrati da Blackwater, come suggerisce questa notizia: «ISLAMABAD 29 ottobre (Xinhua) - Il capo del movimento dei talibani in Pakistan, Hakimullah Mehsud, ha accusato la controversa ditta privata americana Blackwater per la bomba esplosa a Peshawar, che ha ucciso 108 persone, ha riferito giovedì l'agenzia di stampa locale NNI.» [5 ]

Questo è stato del terrorismo cieco progettato per provocare il massimo del massacro, soprattutto tra le donne e i bambini.


STATI UNITI IN GUERRA ANCHE CON L'UZBEKISTAN?


Il rapporto Scahill suggerisce inoltre che operazioni segrete USA hanno raggiunto l'Uzbekistan, un paese post-sovietico di 25 milioni di abitanti che confina con l'Afghanistan a nord: «Oltre a pianificare attacchi con i droni e operazioni contro forze sospettate essere di al-Qa'ida e dei Talebani in Pakistan sia per JSOC sia per la CIA, il team della Blackwater a Karachi aiuta anche a pianificare missioni per il JSOC all'interno dell'Uzbekistan contro il Movimento Islamico dell'Uzbekistan», riporta la fonte di intelligence militare. Blackwater in realtà non conduce le operazioni, ha riferito, poiché sono eseguite sul terreno da parte delle forze JSOC. «Questo ha stimolato la mia curiosità e mi preoccupa assai, perché non so se ci avete fatto caso, ma non mi è mai stato detto che siamo in guerra con l'Uzbekistan», ha affermato. «Così, mi son perso qualcosa, Rumsfeld è forse ritornato al potere?» [6] Tali sono le vie della speranza e del cambiamento.

Il ruolo dell'intelligence USA nel fomentare la ribellione del Belucistan al fine di spezzettare il Pakistan è confermato anche dal professor Chossudovsky: Già nel 2005, un rapporto del National Intelligence Council USA e della CIA prevedeva un “destino jugoslavo” per il Pakistan «nel tempo di un decennio con il paese lacerato dalla guerra civile, i bagni di sangue e le rivalità inter-provinciali, come si è visto recentemente in Belucistan.» («Energy Compass», 2 marzo 2005). Secondo il NIC-CIA, il Pakistan è destinato a diventare uno "stato fallito" entro il 2015, “una volta che sia colpito dalla guerra civile, la talibanizzazione completa e la lotta per il controllo delle armi nucleari”. (Citato dall'ex Alto Commissario del Pakistan per il Regno Unito, Wajid Shamsul Hasan, «Times of India», 13 febbraio 2005). Washington favorisce la creazione di un "Grande Belucistan", che dovrà integrare le aree Beluci del Pakistan con quelle dell'Iran e possibilmente della punta sud dell'Afghanistan, portando quindi a un processo di frattura politica in Iran e in Pakistan.» [7]

Gli iraniani , da parte loro, sono convinti che gli Stati Uniti stiano commettendo atti di guerra sul loro territorio in Belucistan: «Teheran, 29 ottobre (Xinhua) – Il presidente del Parlamento iraniano Ali Larijani ha detto che ci sono alcune prove concrete che dimostrano il coinvolgimento degli Stati Uniti nelle recenti esplosioni di ordigni mortali nella provincia del Sistan-Belucistan del paese, a quanto riferisce l'agenzia di stampa ufficiale IRNA.. L'attentato mortale suicida da parte del gruppo ribelle sunnita Jundallah (soldati di Dio) si è verificato il 18 ottobre nella provincia iraniana del Sistan-Belucistan, vicino al confine con il Pakistan, quando i funzionari locali stavano preparando una cerimonia in cui i leader tribali locali avrebbero dovuto incontrare i comandanti militari del Corpo dei guardiani della rivoluzione dell'Iran (pasdaran)» [8].


L'OBIETTIVO USA: TAGLIARE IL CORRIDOIO ENERGETICO PAKISTANO TRA IRAN E CINA

Perché gli Stati Uniti sono così ossessionati dall'intento di spaccare il Pakistan? Uno dei motivi è che il Pakistan è tradizionalmente un alleato strategico e un partner economico della Cina, un paese che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sono determinati a contrastare e contenere sulla scena mondiale. In particolare, il Pakistan potrebbe funzionare come un corridoio energetico in grado di collegare i giacimenti petroliferi dell'Iran e perfino dell'Iraq con il mercato cinese per mezzo di un gasdotto che attraverserebbe l'Himalaya sopra il Kashmir. Si tratta della cosiddetta questione del "Pipelinestan". Questo garantirebbe alla Cina un approvvigionamento di petrolio ancorato alla terraferma non soggetto alla superiorità navale anglo-americana, oltre a tagliare la rotta di 12mila miglia delle petroliere lungo il bordo meridionale dell'Asia. Come sottolinea un recente reportage: «Pechino ha fatto pressioni su Teheran per la partecipazione della Cina al progetto di oleodotto e Islamabad - mentre intendeva firmare un accordo bilaterale con l'Iran - ha parimenti accolto con favore la partecipazione della Cina. Secondo una stima, un tale oleodotto si tradurrebbe nel fatto che il Pakistan riceverebbe tra i 200 e i 500 milioni di dollari all'anno in tariffe di solo transito. Cina e Pakistan stanno già lavorando su una proposta di posa di un oleodotto trans-himalayano per trasportare il greggio mediorientale fino alla Cina occidentale. Il Pakistan offre alla Cina il più breve percorso possibile per importare petrolio dai paesi del Golfo. La conduttura, che andrebbe dal porto meridionale pakistano di Gwadar e seguirebbe l'autostrada del Karakorum, sarebbe in parte finanziata da Pechino. I cinesi stanno anche costruendo una raffineria a Gwadar. Le importazioni attraverso l'uso dell'oleodotto consentirebbero a Pechino di ridurre la quota del suo petrolio spedita attraverso l'angusto e insicuro Stretto di Malacca, lungo il quale oggi fa transitare fino all'80% delle sue importazioni di petrolio. Islamabad prevede inoltre di estendere una linea ferroviaria in Cina per collegarla a Gwadar. Il porto è considerato anche il probabile capolinea dei previsti gasdotti multimiliardari provenienti dai campi di Pars sud in Iran o dal Qatar, e dai campi Daulatabad in Turkmenistan per l'esportazione verso i mercati mondiali. Syed Fazl-e-Haider, “Pakistan, Iran sign gas pipeline deal” ("Pakistan, l'Iran firma l'accordo sul gasdotto", NdT), «Asia Times», 27 maggio 2009. [9]

Questo è il normale, pacifico progresso economico e la cooperazione che gli anglo-americani vogliono fermare a tutti i costi.

Oleodotti e gasdotti dall'Iran attraverso il Pakistan e fino alla Cina porterebbero le risorse energetiche nel Regno di Mezzo, e servirebbero anche come nastri trasportatori per l'influenza economica cinese in Medio Oriente. Ciò renderebbe il dominio anglo-americano sempre più tenue in una parte del mondo che Londra e Washington hanno tradizionalmente cercato di controllare come parte della loro strategia globale di dominazione del mondo.

La propaganda interna degli Stati Uniti sta già raffigurando il Pakistan come la nuova casa madre del terrorismo. I quattro patetici capri espiatori che vanno a processo per una presunta trama volta a bombardare una sinagoga nel quartiere Riverdale del Bronx a New York erano stati accuratamente messi in incubazione (“sheep-dipped”, nell'originale, ossia “inzuppati come pecore”, NdT) per associarli con l'ombroso e sospetto Jaish-e-Mohammad, presumibilmente un gruppo terrorista pakistano. Lo stesso vale per i cinque musulmani del Nord Virginia che sono appena stati arrestati nei pressi di Lahore in Pakistan.


INDIA E IRAN

Per quanto gli Stati confinanti siano interessati, l'India posta sotto lo sfortunato Manmohan Singh sembra accettare il ruolo di pugnale continentale contro il Pakistan e la Cina, a nome degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Questa è una ricetta per una tragedia colossale. L'India dovrebbe piuttosto fare una pace permanente con il Pakistan, con lo sgombero della Vale del Kashmir, dove il 95% della popolazione è musulmana e desidera unirsi al Pakistan. Senza una soluzione a questo problema, non ci sarà pace nel subcontinente.

Per quanto riguarda l'Iran, George Friedman, il capo della società Stratfor, facente parte della comunità di intelligence degli Stati Uniti, ha recentemente dichiarato a Russia Today che la grande novità del prossimo decennio sarà un'alleanza degli Stati Uniti con l'Iran, diretta contro la Russia. In tale scenario, l'Iran alla Cina taglierebbe del tutto il petrolio. Che è l'essenza della strategia di Brzezinski. È urgente che il movimento contro la guerra negli Stati Uniti si riunisca e inizi una nuova mobilitazione contro la cinica ipocrisia delle politiche di guerra ed escalation intraprese da Obama, che supera anche i crimini di guerra dei neocon Bush-Cheney. In questa nuova fase del Grande Gioco, la posta in palio è incalcolabile.

Note e riferimenti:

  1. Feingold: Why Surge Where Al Qaeda Isn’t ?, by Sam Stein, Huffington Post, December 6, 2009.
  2. Ibrahim Sajid Malick, “Did Obama Declare War On Pakistan?,” Pakistan for Pakistanis Blog, 2 December 2009.
  3. Scott Shane, “C.I.A. to Expand Use of Drones in Pakistan,” New York Times, December 3, 2009. See also David E. Sanger and Eric Schmitt, “Between the Lines, an Expansion in Pakistan,” New York Times, 1 December 2009.
  4. Jeremy Scahill , “The Secret US War in Pakistan,” The Nation, November 23, 2009
  5. Taliban in Pakistan blame U.S. Blackwater for deadly blast,” Xinhua News Agency, 29 October 2009, http://news.xinhuanet.com/english/2009-10/29/content_12358907.htm
  6. Jeremy Scahill , “The Secret US War in Pakistan,” The Nation, November 23, 2009
  7. Michel Chossudovsky, The Destabilization of Pakistan, Global Research , December 30, 2007
  8. Iran says having evidences of U.S. involvement in suicide bomb attacks,” Xinhua, 29 October 2009.
  9. Asia Times : "Pakistan, Iran sign gas pipeline deal"



Fonte: http://www.rense.com/general88/pak.htm.

Webster Tarpley è uno storico, giornalista investigativo, conferenziere e critico della politica estera e interna statunitense. Le sue opere più recenti sono "Obama, the postmodern coup, the making of a Manchurian Candidate", "Barack Obama: The Unauthorized Biography" nonché "9/11 Synthetic Terror" la cui versione italiana ha per titolo "La Fabbrica del Terrore". Tarpley ha vissuto in Italia durante gli anni della contestazione e negli anni di piombo. Sulla vicenda di Aldo Moro diresse una commissione indipendente d'inchiesta su incarico del parlamentare DC Giuseppe Zamberletti. I risultati furono pubblicati nel volume Chi ha ucciso Aldo Moro, 1978.


12 dicembre 2009

Obama: Uccellino Solingo a Oslo

di Pino Cabras – da Megachip.



Era possibile anche rifiutarlo quel Nobel? Certo che sì. Obama però non è Sartre, e questo non era il Nobel della Letteratura, e ha quindi scelto di accettarlo, sapendo che non era facile pronunciare un discorso come quello richiesto dall'occasione di Oslo. Uno strano esperimento davvero.

Il capo di un Impero che aumenta ancora le spese militari rispetto ai tempi dell'Imperatore guerrafondaio che lo precedeva, il leader di un paese che spende in armamenti più degli altri paesi tutti insieme, non poteva fare finta di essere altro e infatti non ha fatto finta. Allo stesso tempo il leader rivestito di un'inedita immagine irenica, il catalizzatore del potere dialogante che spinge il tasto 'reset' nelle relazioni internazionali, non poteva nascondere di aver fatto scrivere la parola “speranza” nei suoi manifesti elettorali.

Perciò quelli che gli scrivono i discorsi hanno dovuto sudare più del solito. I cerchiobottisti del «Corriere della Sera» sono dilettanti, a confronto.

Il fine dicitore che passa per grande oratore era chiamato a una prestazione estrema: leggere il discorso come sempre dal gobbo dei teleprompter con la faccia del predicatore che sa parlare a braccio, mantenere un tono aulico, ma moderno, rassicurare le pulsioni militari nel suo paese, e promettere però aperture nel mondo, senza allontanarsi dalle verità ufficiali dell'era Bush-Cheney (con tutto il corredo di al-Qa'ida e altre iperboli di Stato) e lì a concedersi tuttavia alla paziente opera delle diplomazie.

Se leggete il discorso, vedete che è stato limato e cesellato con una perizia che non ha lasciato nulla al caso. Ogni frenata sul lato pace è impressa negli stessi istanti in cui si dà più gas sul lato della guerra centroasiatica. Ogni retrospettiva patriottica sul provvidenziale ruolo dell'America per le “magnifiche sorti e progressive” della pace mondiale attinge a decine di discorsi dei suoi predecessori, badando bene a non far cenni al Vietnam. Menziona vari conflitti in corso, ma in modo totalmente piegato alle esigenze della Israel Lobby. In queste settimane, per dirne una, Israele ha indurito l'assedio del più grande campo di prigionia del mondo, Gaza, tagliando perfino la fornitura del gas, essenziale per i bisogni più basilari della martoriata popolazione civile palestinese. Obama è riuscito solo ad accennare che lo preoccupa «il conflitto fra arabi ed ebrei che sembra inasprirsi.» Una formulazione estremamente generica.

Per il resto ha implicitamente formulato una sorta di dottrina della “guerra giusta” che a molte anime belle basterà per dire che secondo Obama la guerra è brutta, anche se la fa, e magari la fa perfino più grande e più costosa. È una dottrina Bush priva dell'aberrazione di voler teorizzare la legittimità della guerra preventiva e di Guantanamo. Obama ribadisce di voler chiudere il gulag caraibico, ma non sembra riuscirci. E quanto alla 'guerra preventiva', certo ora non è teorizzata, ma come dovremmo chiamare l'escalation in Pakistan?

In definitiva l'esercizio stilistico di Oslo era tecnicamente interessante, ma non poteva coprire l'inadeguatezza di fondo del personaggio a soddisfare il requisito del Nobel per la pace: essere «la persona che [nel corso dell'anno precedente] abbia più o meglio lavorato per la fraternità fra le nazioni, l'abolizione o la riduzione degli eserciti permanenti, nonché per l'incontro e la diffusione del progresso per la pace».

Il risultato stilistico del discorso di Obama a me ha ricordato – a causa delle sue forzature, i silenzi autoimposti, conciliati però con una forma impeccabile – quel gioco linguistico chiamato “lipogramma”, nel quale dovete riscrivere un testo imponendovi di rinunciare a una lettera. Tutti conoscete il “Passero Solitario” di Giacomo Leopardi. Umberto Eco si era divertito a scriverne una versione lipogrammatica che ignorava la lettera “a”, mantenendo tuttavia un lessico leopardiano:


Uccellino Solingo
Sul tetto del torrione oggi vetusto
Uccellino solingo verso il rure
Sempre gorgheggi sin che muore il giorno
E per costoni scendono i tuoi suoni.


Poi i versi continuano, altrettanto perfetti.
Tecnicamente da applauso, no? Eppure non potranno sollevarsi al tono poetico di Leopardi, né sostituirvisi. Né Eco lo pretenderebbe.

Gli entusiasti di Obama vorrebbero invece che scambiassimo un discorso ben “limato” con una effettiva verità politica.
Ma quel discorso resta “Solingo Uccellino”, non “Passero Solitario”.
Le lettere che mancano sono importanti, nella fragile economia delle parole che raccontano la guerra. Cominciano a mancarne troppe, intanto che sopravvivono le leggi d'eccezione, la costituzione materiale, tutto il corpus giuridico proveniente dalla precedente amministrazione, senza che si sia manifestata una classe dirigente capace di una svolta all'altezza della Grande Crisi.

15 novembre 2009

Il processo al reo confesso che annegava sei volte al giorno

di Pino Cabras - da Megachip.

Dall'inferno delle torture di Guantanamo a una corte civile di New York, con la proposta di giustiziarli. Questo si prepara ora per Khalid Sheikh Mohammed, il famoso KSM, e altri quattro presunti ideatori dell'11 settembre. Dovrebbe essere l'ora della memoria. Ma per gran parte dei media è l'ora dell'amnesia. Cosa sappiamo di questo KSM?
Cosa conosciamo di questa icona occulta passata per una quantità di torture tali da sconvolgere qualsiasi identità? Se non siete Vittorio Zucconi e non vi bevete la solita brodaglia di propaganda e omissioni che fa comodo al potere, ripiegate in un angolo quasi tutti i giornali e preparatevi a sentirne delle belle.
Tanto per cominciare, guardiamo agli esordi della militanza islamista di KSM. Questo scarmigliato jihadista arabo è un tipico prodotto di una lunga fase politica in cui i fanatici della sua risma venivano ampiamente strumentalizzati in operazioni di terrorismo di Stato. Khalid Sheikh Mohammed è stato a lungo nei Fratelli Musulmani (un'organizzazione infiltrata in profondità dai servizi segreti britannici e statunitensi) e in rapporti molto stretti con l'ISI pakistano, un altro servizio segreto da sempre ben addentro a tutti i segmenti delle attività terroristiche, e da sempre ricco di legami funzionali con le strategie USA. Lucio Caracciolo, direttore della rivista italiana di geopolitica «Limes», il 31 dicembre 2007 nel commentare a caldo su «l'Unità» l’attentato in cui morì Benazir Bhutto, fece una considerazione che potremmo estendere ad altri crimini firmati al-Qā‘ida: «c’è una compartecipazione tra servizi segreti e gruppi islamisti, dove la contiguità è talmente forte da rendere abbastanza difficile capire chi effettivamente poi ha dato l’ordine».
Il fratello di KSM, Zahid, ha lavorato per la Mercy International, un'importante organizzazione caritativa islamica capeggiata da uno dei signori della guerra in Afghanistan, Abdul Rasul Sayyaf, che il«Los Angeles Times» definisce il «destinatario preferito di denaro proveniente dai governi saudita e americano». Come tutta la grande manovalanza islamista di questi anni, anche per KSM una palestra fondamentale sono state le guerre jugoslave degli anni novanta. Durante le operazioni NATO in Bosnia KSM scorrazzava liberamente tra i tagliagole di quelle parti, mentre bin Laden otteneva perfino un passaporto diplomatico bosniaco.
C'è da chiedersi, vista la povertà delle informazioni e l'annosa segretezza che ha circondato la sua opaca detenzione, se l'individuo arrestato in Pakistan e accusato di essere un islamista del Kuwait sia la stessa persona che ora sarà portata a New York.
A quel Khalid Sheikh Mohammed che si trovava a piede libero nel 2002 venne attribuita la personale rivendicazione di un'attività propedeutica ai fatti dell'11/9. Frasi di uno sbruffone, legato a chissà quali mestatori, e ben poco precise.
L'individuo che nel 2003 ha riconosciuto di chiamarsi Khalid Sheikh Mohammed e che si è autoaccusato di una trentina di attentati e di progetti di attentati sparsi per il mondo, era reduce da 183 sedute di tortura con la tecnica del waterboarding (annegamento simulato) nel solo mese di marzo di quell'anno. Per figurarci la cosa: in media sei volte al giorno per un mese, ogni quattro ore, questo soggetto provava l'estrema esperienza di essere lì lì per annegare.
Come stupirsi che il misterioso KSM inghiottito dal gulag caraibico abbia confessato, dopo cotanto supplizio, di aver fatto «tutto quello di cui è accusata al-Qā‘ida, dalla A alla Z»? Ha perfino confessato di aver progettato un attentato a un grattacielo che in realtà non esiste, a Seattle. Nella lista delle sue pseudo-imprese c'è l'attentato al WTC di New York del 1993, la strage in una discoteca di Bali, la decapitazione del giornalista Daniel Pearl, e naturalmente gli attentati dell’11 settembre 2001. Il coordinamento logistico dell’operazione più grandiosa della storia del terrorismo avveniva a distanza – secondo questa versione – e si affidava sul campo a un gruppo di ragazzetti indisciplinati e malaccorti, islamisti disposti a sacrificare niente meno che la propria vita per un intransigente ideale jihadista, ma inspiegabilmente dediti al noleggio delle escort con ritmi debosciati da premier italiano. Con la differenza – rispetto al satiro di Villa Certosa – che i giornali tendono a non illuminare queste biografie, le quali renderebbero inverosimili le versioni che hanno fin qui accreditato.
Sinora non è stato possibile, per gli avvocati e i giudici militari, interrogare KSM in pubblico. Non si sa cosa possa dire fuori da una gabbia. Vedremo perché questa cosa arriva a preoccupare qualche importante personalità.
Nessun giornale in questi giorni ha voluto ricordare che recentemente Devlin Barrett, dell'Associated Press, ha raccontato come KSM «ha confessato di aver mentito profusamente agli agenti che lo torturavano per estorcergli la verità sulle sue attività eversive.» Cosa emerge? «”Mi invento delle storie”, ha detto Mohammed nel 2007, durante una delle udienze del tribunale militare a Guantánamo Bay. In un inglese stentato, ha descritto l'interrogatorio in cui gli è stata chiesta l'ubicazione del leader di al-Qa‘ida, Osama bin Laden.
“L'agente mi ha chiesto 'Dov’è?', ed io: 'non lo so'», racconta Mohammed. “Poi ha ricominciato a torturarmi. Allora gli ho detto: 'Sì, si trova in questa zona...' oppure 'Sì, quel tizio fa parte di al-Qa‘ida', anche se non avevo idea di chi fosse. Se rispondevo negativamente, riprendevano con le torture.”»
Le trascrizioni di queste deposizioni sono state rese pubbliche per effetto di una causa civile, con la quale la American Civil Liberties Union ha cercato testi e informazioni sulle condizioni di detenzione riservate agli imputati per terrorismo. Queste deposizioni basterebbero da sole a obbligare il giornalismo serio a dire: “Alt, fermi tutti, vediamoci chiaro in questa faccenda”. Qualcuno ci ha provato, anche se con la paura di trarre tutte le conclusioni che ci sarebbe da trarre.
Un best seller del giornalista del «New York Times» Philip Shenon “OMISSIS - Tutto quello che non hanno voluto farci sapere sull’11 settembre”, fa notare come la situazione apparisse insostenibile finanche alla Commissione d'inchiesta sull'11/9. Persino uno dei co-presidenti della Commissione, Hamilton, ha denunciato che la Commissione era fuorviata da “informazioni non attendibili”, e che le si impediva l’accesso a documenti essenziali all’indagine, inclusi i verbali degl’interrogatori di Khalid Sheikh Mohammed (KSM). Scrive Hamilton: «Noi (…) non avemmo alcun modo di valutare la credibilità dell’informazione del detenuto. Come potevamo affermare se un tale di nome Khalid Sheikh Mohammed (…) ci stava dicendo la verità?». Una confessione estorta con la tortura non avrebbe alcuna validità dinnanzi a un vero tribunale militare americano, di quelli ancora legati allo stato di diritto, non certo paragonabili alle commissioni militari speciali nate con la Guerra al Terrorismo, vere aberrazioni giuridiche che Obama non riesce a sciogliere. Figuriamoci cosa può accadere in un tribunale civile.
La cosa preoccupa anche il leader dei parlamentari repubblicani alla Camera dei Rappresentanti, John Boehner: «La possibilità che Khalid Sheik Mohammed e i suoi co-ispiratori possano essere dichiarati ‘non colpevoli’ a causa di alcuni tecnicismi legali a soli pochi isolati da Ground Zero dovrebbe dar riflettere un momento ogni americano».
Boehner in sostanza rimprovera l'amministrazione Obama di voler giudicare KSM e soci con i mezzi ordinari dello stato di diritto anziché con il sistema speciale edificato da Bush e Cheney. Le conseguenze di un simile ragionamento sono pericolosissime: se un governo definisce un tizio colpevole, non serve processarlo. Le garanzie sono soltanto «tecnicismi legali» pericolosi.
Tra le tante questioni che Barack Obama non riesce ad affrontare se non con annunci proiettati in un futuro sempre meno definito, c'è tutta l'eredità dell'amministrazione precedente in materia di guerre, compressione dei diritti civili, terrorismo, alterazioni della costituzione materiale. Obama non riesce a scalfire nulla perché non è in grado di affrontare il tabù che fonda la forza d'inerzia che ancora trascina tutto questo enorme apparato: il tabù dell'11 settembre. Non è un caso che la sua amministrazione perda per strada alcuni elementi che hanno provato a stare fuori dal paradigma costituzionale modellato nell'era Bush-Cheney. Il super esperto di economia verde Van Jones ha dovuto lasciare l'incarico di consigliere del presidente perché non ha avuto le spalle abbastanza coperte per poter resistere agli attacchi di chi gli rimproverava di aver sottoscritto una petizione, nel 2004, nella quale si richiedeva al Congresso di investigare sulle eventuali responsabilità di alcuni alti funzionari dell'amministrazione Bush negli attacchi dell'11 settembre 2001.
E ora giunge l'annuncio delle dimissioni del consigliere legale della Casa bianca, Gregory Craig, che aveva la missione di abbattere gli ostacoli giuridici che si frappongono rispetto alla chiusura di Guantanamo e alla rinuncia alla tortura in materia di terrorismo. Mission impossible, evidentemente. Intorno a Craig si è fatta terra bruciata e il ripristino dello stato di diritto è ancora lontano.
Il «chiuderemo Guantanamo» pronunciato da Obama quando entrò in carica basta ancora a soddisfare i suoi entusiasti, sensibili alla sua straordinaria retorica. Ma non basta più a chi concretamente misura l'enorme, stupefacente, inedita distanza fra le parole e i fatti. Una divaricazione che per ora sembra essere fra le più sorprendenti mai viste nella storia recente. Un divario, va aggiunto, ogni giorno più inquietante.