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2 settembre 2016

11/9 - QUINDICESIMO ANNIVERSARIO


di Giulietto Chiesa.
da Megachip.


Il prossimo 11 settembre coinciderà con il 15-esimo anniversario del più grande attentato terroristico della storia. Si sono spesi ettolitri d’inchiostro per argomentare sul tema: chi lo ha fatto? Quali erano gli obiettivi politici che i suoi organizzatori perseguivano?

È una disputa che non si può riproporre qui. Chi scrive ha sostenuto da sempre che i diciannove presunti “dirottatori”, guidati da Osama bin Laden, non avrebbero potuto, in ogni caso, realizzare un tale piano. Ci sono prove in abbondanza che nell’operazione intervennero forze potenti che avevano legami con diversi servizi segreti, a cominciare da settori della CIA e dell’FBI, per arrivare fino all’ISI pakistano, ai servizi segreti sauditi e a quelli, sicuramente coinvolti, del Mossad israeliano.

Il lavoro della “9/11 Commission” (cioè la “versione ufficiale”) non regge di fronte a una sterminata quantità di contestazioni, mosse da ricercatori e giornalisti indipendenti di tutto il mondo. Chi volesse sincerarsene può consultare il sito Consensus911.org, dove molte di queste contestazioni e incongruenze sono state esaminate in questi anni da un gruppo di specialisti di cui anch’io faccio parte. Quella Commissione — come adesso sappiamo ufficialmente dopo le rivelazioni dell’ex senatore democratico Bill Graham (che fu presidente della Commissione del Congresso che per prima indago sull’11/9) e di numerosi senatori e deputati americani — rifiutò di esaminare documenti e prove di quelle oscure manovre che precedettero l’attentato. Le 28 pagine del primo rapporto, recentemente desecretate, rivelano e documentano inequivocabilmente, che il governo saudita aiutò e finanziò i “capri espiatori” a installarsi negli Stati Uniti. E questo fatto, da solo (senza tenere conto che FBI e CIA erano — e tutto ciò è stato provato— al corrente della preparazione dell’attentato), dimostra che la 9/11 Commission fornì una versione falsa dell’intera vicenda, per coprire i veri responsabili.
A questa falsificazione — già provata — se ne possono aggiungere decine. Quanto basta per concludere che ci furono interessi potenti, all’interno dell’élite americana e dei circoli dirigenti occidentali, per coprire i veri protagonisti dell’attentato.  Basti pensare che il presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, Ferdinando Imposimato, ha dichiarato, e scritto, in diverse interviste, che esistono ormai indizi più che sufficienti per incriminare, di concorso in strage, di fronte a un corte internazionale, l’Amministrazione americana di George W. Bush e Dick Cheney. Sfortunatamente una tale corte esiste, ma non è abilitata a processare l’Amministrazione americana.


Il fatto è che — altro indizio importante — tutto il mainstream mediatico occidentale ha coperto in tutti questi 15 anni una versione ufficiale totalmente falsa, fino al ridicolo, impedendo l’emergere della verità. Gli ideatori e organizzatori dell’attentato, i loro amici e sodali, avevano ed hanno il controllo quasi totale della comunicazione mondiale, e dunque hanno potuto giovarsi della completa ignoranza dei fatti in cui centinaia di milioni di persone sono state confinate.

Il problema è dunque, al tempo stesso politico e comunicativo. Ed è questione cruciale risolverlo prima che sia troppo tardi. Gli organizzatori dell’11/9 sono ancora non solo a “piede libero”, ma sono tuttora in grado di creare danni, irreparabili, alla pace mondiale. Si deve ricordare che essi sono dei vincitori: la potenza della loro azione ha modificato drammaticamente la storia del pianeta. Dopo l’11/9 ha preso inizio una serie di guerre sanguinose (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria) e di mutamenti del sistema delle regole internazionali: tutti motivati con la necessità di combattere il “nuovo nemico” dell’Occidente, l’Islam fondamentalista.

La guerra al terrorismo internazionale, che prese inizio fin da quella data, è in corso da quindici anni. Ma, paradossalmente, non solo non sembra produrre risultati tangibili, ma sta estendendo il caos e il disordine in tutte le direzioni.  A prima vista la situazione attuale sembra dimostrare che l’Impero americano — il più potente e armato di tutto il mondo, coadiuvato dalle armate dell’Occidente inquadrate nella NATO — non sia in grado di fermare il nuovo nemico, artificialmente evocato mediante “il più grande spettacolo del mondo”, cui assistettero in diretta televisiva, live, circa 3 miliardi di persone. 

Non credo che questa impressione di sconfitta sia giusta. Piuttosto gli sviluppi cui stiamo assistendo sembrano delineare una situazione di caos globale, che corrisponde agl’interessi degli stessi inventori della “guerra al terrorismo internazionale”. Si tratta di un “caos organizzato”, il cui scopo principale è quello di nascondere ai popoli dell’Occidente, ormai terrorizzati, che l’origine della crisi mondiale è tutta interna all’Occidente. Essa deriva direttamente dal fatto che il sistema bancario mondiale, creato dalla globalizzazione e che, a sua volta, ha sorretto la globalizzazione, non è più in condizione di resistere a lungo senza esplodere in una crisi mondiale di proporzioni cento volte superiori a quelle che portarono alla crisi del 1929.

Il “terrorismo islamico”, che si sta trasformando, giorno dopo giorno, in una “guerra irregolare” diffusa (secondo la definizione datane da Vladimir Putin) equivale a una grande “distrazione di massa”, per disorientare l’opinione pubblica mondiale, ma consente anche agli Stati Uniti di sfruttare terroristi e gruppi radicali estremisti per i propri scopi di parte. Lo prova a dismisura la teoria — inventata per l’occasione proprio dalle fonti ufficiali occidentali per mascherare  il proprio sostegno al terrorismo nel corso della guerra contro la Siria — dei “terroristi moderati”, contrapposti ai “terroristi cattivi”. Teoria che si è spinta fino a far considerare come potenziali alleati, nel tentato abbattimento del regime di Bashar al-Assad, dei raggruppamenti affiliati ad Al-Qa’ida.  Guarda caso, proprio la stessa Al Qa’ida cui 15 anni fa venne attribuita la paternità del grande attentato contro il World Trade Center e il Pentagono.

Dopo la crisi del 2008, innescata dal crollo di Lehman Brothers, nessuna ricetta dei centri del potere finanziario globale è stata in grado di rimettere in moto la macchina finanziaria mondiale. Il denaro è stato moltiplicato in forme vertiginose, attraverso il quantitative easing praticato da tutte le banche centrali dell’Occidente.  Ma la macchina globale non riesce a ripartire. Al contrario, tutte le previsioni (che vengono tenute accuratamente nascoste al grande pubblico degl’investitori) dicono che, da qui al 2020-2025, la crescita del PIL globale si avvicinerà al punto zero, segnando la fine delle illusioni di crescita economica che sono state sparse a piene mani, contro l’evidenza dei fatti, negli ultimi dieci anni.

Il problema richiede una soluzione politica rapida, essendo quella economico-finanziaria al momento impossibile. L’esplosione sistemica avverrà in un periodo di tempo indeterminato, relativamente procrastinabile, ma non superiore al decennio. Questo spiega la fretta (e anche i segnali di panico) con cui l’Occidente sta cercando di mescolare le carte e di destabilizzare il mondo cancellando tutto il sistema di regole che aveva resistito durante la guerra fredda.
Si ripete così lo scenario che precedette l’11 Settembre del 2001. Qualche anno prima, nel 1998, il gruppo di neo-con guidato da Paul Wolfowitz, aveva predisposto il “Progetto per il Nuovo Secolo Americano” (PNAC, Project for the New American Century). Il titolo era già indicativo della follia dei suoi creatori: proporsi di imporre un altro secolo dominato dall’America, in un pianeta che si avviava a contare oltre 7 miliardi di esseri umani, nel quale esistono ormai giganti come la Cina e l’India, era equivalente a una dichiarazione di guerra contro il resto del mondo. Gli autori neo-con erano perfettamente consapevoli della violenza che un tale progetto avrebbe richiesto per essere realizzato. Sapevano — e lo scrissero — che la Cina, al 2017, sarebbe divenuta un concorrente oggettivo e non controllabile con il quale fare i conti. Rovesciando le parti, la definirono una “minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. E si prepararono a rafforzare un differenziale militare strategico che sarebbe dovuto essere incolmabile, per sempre, per ogni Stato o gruppo di Stati che avesse tentato anche soltanto di avvicinarsi alla potenza dell’Impero.

Essi, già allora, erano consapevoli della fragilità dell’immenso inganno finanziario su cui si reggeva il dollaro. E, infatti, i primi segni di recessione apparvero proprio nel 2001. Nello stesso tempo si trattava di imporre un cambio psicologico nella popolazione americana (e in quella di tutto l’Occidente, Europa inclusa) che, ignara di tutto e all’inseguimento della carota consumistica, mantenuta dal mainstream a poca distanza dal suo naso, non era disposta a farsi trascinare in nessuna avventura. Bisognava dunque creare qualche cosa di straordinario, di tremendo; qualcosa di “simile a una Nuova Pearl Harbor”, affinché le masse percepissero un pericolo smisurato e incombente, potenzialmente distruttore della loro sicurezza e del loro benessere. 
Un tale pericolo esterno non esisteva alla fine del secolo XX. La Russia — così pensavano, e questo fu il loro errore più grande — era già stata tolta dal gioco, conquistata, colonizzata culturalmente e politicamente. Non c’era più il “nemico rosso” che aveva angosciato l’élite americana nel corso della guerra fredda. Dunque la Russia non poteva essere inclusa nel novero dei concorrenti. Il Muro di Berlino era caduto. Come scrisse sarcasticamente Gore Vidal, «quando i russi ci hanno colpiti alle spalle abbandonando il loro impero nel 1991, siamo rimasti con molte idee errate su di noi e, quel ch’è peggio, sul resto del mondo»[1] .

Il pericolo bisognava dunque crearlo artificialmente. E così fecero. Potrà sembrare strano, ma lo dissero e lo scrissero apertamente. Basti ricordare cosa pensava, nel 1997, Zbignew Brzezinski: «Bisogna considerare che l’America sta diventando sempre di più una società multiculturale e, in quanto tale, può essere più difficile creare il consenso su questioni di politica estera, tranne che in presenza di una minaccia nemica enorme, direttamente percepita a livello di massa».[2]
La previsione di una Cina al di fuori del loro controllo era giusta. Ma occorreva subito un “nuovo nemico”. L’Islam venne cucinato per le mense di tutto il mondo come “quel” nemico. George W. Bush e il suo ministro della Difesa, Donald Rumsfeld gridarono ai microfoni e alle telecamere del mainstream che «stava cominciando una guerra che sarebbe durata un’intera generazione» (Rumsfeld disse “cinquant’anni”).

I primi quindici di questi “cinquant’anni” li abbiamo già visti e vissuti. È evidente anche ai ciechi che la situazione mondiale sta degenerando. Ma l’Occidente si rifiuta di prendere atto del mutamento dei rapporti di forza planetari.
Soprattutto insopportabile, per i circoli dirigenti americani, è la constatazione che la Russia è riapparsa sulla scena come protagonista. Nella previsione dei neo-con sbagliata era l’idea che la Russia fosse stata messa definitivamente fuori gioco. E questo errore di calcolo rendeva problematico tutto il resto del loro piano. Pensavano che, tolta di mezzo la Russia, ci sarebbe stato abbastanza tempo per reinventarsi la Cina come nuovo impero del Male, al posto della Russia. Ma si rivelò sbagliata anche la previsione che, una volta inventata la “nuova Pearl Harbor”, i sette miliardi di abitanti della Terra si sarebbero messi in fila per comprare tutto il comprabile nei supermercati predisposti per loro.  Sbagliata anche l’idea che sarebbe bastato creare denaro dal nulla per sistemare ogni cosa.

La sommatoria di questi errori e di questi successi consentì all’Impero di reggere — tra una nuova guerra e l’altra — per sei anni. Il settimo fu il 2008, e ci vollero dieci trilioni di dollari, inventati in tutta fretta dalla Federal Reserve di Alan Greenspan, per salvare dalla bancarotta tutte le banche dell’Occidente. E — come abbiamo già ricordato — gli ultimi otto anni sono stati il regno del caos.
Ecco perché l’Impero si trova di nuovo nella necessità di compattare il proprio sistema di alleanze, esattamente come fece attraverso l’attentato terroristico dell’11/9.  Nel 2008 lo stratagemma fu la destabilizzazione dei “piccoli nemici”. Affidato a Barack Obama, che lo realizzò mediante una moltiplicazione di rivoluzioni colorate e, soprattutto con l’uso delle “primavere arabe” per fare piazza pulita di regimi ormai scomodi, o inutili, nel Medio Oriente. E si deve riconoscere che questa operazione strategica ha funzionato, ma solo nel senso di incrementare la destabilizzazione globale.

Ma la presenza della Russia, tornata ad essere potenza mondiale, ha costretto i neo-con a cambiare strategia, e a tornare sul luogo del delitto. Di nuovo la fretta ha fatto capolino.
La crisi incombe e, a est, ci sono ora due “nemici”, Russia e Cina. Non solo il grande, ma unico, “Paese del Centro”. Solo così si spiega il colpo di Stato in Ucraina, l’abbattimento di Janukovic con le squadre naziste e ultranazionaliste russofobe da lungo tempo preparate e istruite con l’aiuto della Polonia e delle Repubbliche baltiche. 
La trappola, ben preparata, doveva costringere la Russia a un intervento diretto a sostegno dei russi di Ucraina, sottoposti a una vera e propria pulizia etnica di nuovo tipo. Vladimir Putin non è cascato nella trappola e i russi di Ucraina — non tutti ma una parte decisiva — hanno trovato la forza di difendersi. La Crimea ha scelto di “tornare in patria”. 

Ma il risultato è stato in gran parte raggiunto dall’Impero. L’Europa si è schierata a fianco agli Stati Uniti, sono scattate le sanzioni, l’ondata russofobica ha investito tutto l’Occidente e lo ha compattato attorno a Washington. La Russia e Putin sono il vero “nemico da battere”.
Come? Hillary Clinton dovrà risolvere il problema.
Lo scontro diretto è in preparazione. Ma non tutti a Washington sono così suicidi da pensare di attuarlo. Si preparano alla guerra, ma pensano che anche la Russia di Putin potranno metterla in ginocchio, come fecero con l’URSS di Mikhail Gorbaciov. È una scommessa che potrebbero perdere.  E l’Europa è in pieno subbuglio. Potrebbe rompersi prima l’Europa.
E anche l’Impero è diviso al suo interno. Donald Trump difficilmente vincerà le elezioni, ma è un segnale che la fiducia dello stesso popolo americano nelle sue élites è ormai logorata. Si può applicare all’America il detto latino: “omne regnum in se ipse divisum desolabitur” (ogni regno, quando è diviso al suo interno, finisce per crollare).



NOTE


[2] Il corsivo è dell’autore di queste righe.

9 settembre 2013

Demolizione totale del dossier USA sulla Siria

da Washington's Blog.
Tradotto da Megachip.

L'informativa di guerra presentata dagli Stati Uniti è estremamente debole.
La Casa Bianca ha diffuso un documento di quattro pagine che espone il caso relativo all'utilizzo di armi chimiche da parte del Governo siriano.   Il quadro probatorio però, come si dimostrerà di seguito, è estremamente debole (le accuse del governo sono esposte con delle citazioni fra virgolette, seguite dalle relative controdeduzioni).
“Una stima preliminare del Governo statunitense ha determinato che 1.429 persone, tra esse almeno 426 bambini, sono state uccise nel corso dell'attacco effettuato con armi chimiche, ma tale stima sarà destinata ad essere aggiornata nel momento in cui saremo in possesso di ulteriori informazioni“
Ma Mc Clatchy (un blogger, NdT) sottolinea:
«Né le osservazioni di Kerry, né la versione non classificata del rapporto dell’intelligence USA a cui si è riferito, spiegano come il Governo degli Stati Uniti sia arrivato a un conteggio di 1.429 vittime, tra cui 426 bambini.  
L’unica attribuzione è riferita a ‘una prima valutazione preliminare del Governo’».
Anthony Cordesman, un ex alto funzionario della difesa, ora a Washington presso il Center for Strategic and International Studies, prende di mira le difformità fra le cifre sul numero dei morti in un articolo pubblicato domenica scorsa (il 1° settembre, NdT).
Ha criticato Kerry per essersi “insabbiato da sé con il bluff del numero assurdamente precisissimo” di 1.429, e ha sottolineato come il numero non corrisponda né alle risultanze britanniche di “almeno 350 vittime”, né a quelle di altre fonti siriane dell'opposizione, in particolare il Syrian Observatory for Human Rights, che ha confermato 502 morti, inclusi circa 100 bambini e “decine” di ribelli, e ha richiesto che Kerry fornisse i nomi delle vittime presenti nella lista USA.
Cordesman ha scritto inoltre:
“Il presidente Obama si è trovato a quel punto costretto ad arrotondare il numero a 'ben oltre mille vittime', creando una miscela di contraddizioni sulla maggior parte dei fatti basilari”.
Ha aggiunto che questo abbaglio richiamava “gli errori che gli USA fecero nel preparare il discorso del Segretario di Stato Colin Powell all’ONU sull'Iraq nel 2003“.
Una versione non coperta da segreto di una relazione dell'intelligence francese sulla Siria (che è stata diffusa lunedì) ha aggiunto ulteriori dubbi: la Francia ha confermato solo 281 decessi, sebbene concordi più ampiamente con gli USA sul fatto che il regime abbia usato armi chimiche durante l’attacco del 21 Agosto scorso.

Poi il governo afferma:
“In aggiunta alle informazioni dell’intelligence USA, ci sono resoconti su ciò che è avvenuto forniti da personale medico siriano e internazionale; video; testimonianze dirette, relazioni di social media provenienti da almeno 12 siti diversi dell’area di Damasco; inoltre contributi di giornalisti e report provenienti da organizzazioni non governative altamente credibili“.

I report sul campo sono piuttosto contradditori. In qualcuno di questi si dichiara che sono i ribelli ad aver usato armi chimiche. Vedi qui e qui.
In effetti, perfino i funzionari di governo hanno ammesso di non essere sicuri su chi avesse usato armi chimiche.

Di maggiore importanza, è ancora il fatto che il Governo degli Stati Uniti abbia affermato in passato di disporre di elementi incontestabili riguardanti le armi di distruzione di massa irachene... eppure la cosa si rivelò essere un'invenzione di sana pianta.
“riteniamo con alto grado di certezza che il regime siriano ha usato armi chimiche su piccola scala contro le opposizioni in diverse occasioni durante l’ultimo anno, anche nei sobborghi di Damasco.   Questa valutazione è basata su diversi flussi  informativi  inclusi report relativi ad attività di pianificazione ed esecuzione degli attacchi condotte da ufficiali siriani, nonché sui risultati di analisi di laboratorio di campioni fisiologici ottenuti da un certo numero di individui, che hanno confermato l’esposizione di questi soggetti al gas sarin.”
Gli esperti in materia di armi chimiche sono ancora ancora scettici. La catena di custodia delle prove è sospetta, dato che gli USA non hanno rivelato da dove provenissero i campioni, né chi li avesse consegnati agli Stati Uniti.

Mc Clatchy riferisce:
Fra gli esperti di armi chimiche e altri analisti che hanno studiato da vicino il campo di battaglia siriano, la principale riserva sostenuta rispetto alle dichiarazioni USA riguarda il fatto che non si comprende la metodologia che sta dietro la raccolta dei dati effettuata dall'intelligence.   Sostengono che le prove hanno presentato elementi sull'utilizzo di un qualche tipo di agente chimico, ma ci sono ancora dubbi su come tali prove siano state raccolte, sull'integrità della continuità della custodia di tali campioni, nonché su quali laboratori siano stati implicati.

Eliot Higgins, un cronista britannico che racconta la guerra civile siriana sul suo blog Brown Moses, un archivio di informazioni ampiamente citato in merito alle armi utilizzate sul campo in Siria, ha scritto lunedì un dettagliato post corredato di foto e video che sembrerebbero sostenere le accuse USA sul fatto che il regime di Assad sia in possesso di munizioni che potrebbero essere utilizzate come vettori di armi chimiche.  Ma non salta a conclusioni.

Sul blog, Higgins si domanda:
"Come facciamo a sapere che queste sono armi chimiche?"  Questo è il punto, non lo sappiamo.
Come ho detto fin dall'inizio, queste sono munizioni collegabili con presunti attacchi chimici, non munizioni chimiche usate in attacchi chimici. In definitiva, spetta all'ONU confermare se sono state utilizzate armi chimiche.”

Inoltre, Dan Kaszeta - un ex Ufficiale Chimico dell’ esercito USA, e una delle figure di maggior spicco fra gli esperti di armi chimiche e biologiche - ha affermato in una recente intervista che ci possono essere casi di falsi positivi per il Sarin, in particolar modo, quando gli esami sono fatti sulcampo (pesticidi o altri composti chimici possono provocare un caso di falso positivo sul Sarin).

Il risultato è che - sebbene gli USA  abbiano fatto di tutto per sviare un'ispezione ONU sulle armi - dobbiamo attendere quanto rivelerà il responso dei test dell'ONU.
“Noi riteniamo che i ribelli non abbiano utilizzato armi chimiche”
I ribelli, invece,  hanno avuto accesso ad armi chimiche.  Mentre il governo americano afferma che l’opposizione non ha usato armi chimiche, molte altre fonti – incluse le  le Nazioni Unite, Haaretz, e ilquotidiano filogovernativo turco Zaman – non sono d’accordo con tale posizione.
“Il regime siriano dispone dei tipi di munizioni che riteniamo siano state utilizzate nel corso dell’attacco del 21 agosto, e ha la capacità di colpire simultaneamente in diverse località”
I tipi di munizioni che apparentemente sono stati utilizzati per condurre gli attacchi chimici sono uno strano tipo di razzi fai-da te. I ribelli potrebbero averli prodotti.
“Riteniamo che il regime siriano abbia utilizzato armi chimiche nel corso dell’ultimo anno, essenzialmente per avere la meglio o per superare un punto morto in aree dove aveva incontrato forti difficoltà nel conquistare e mantenere il controllo strategico di aree territoriali importanti. A questo riguardo, continuiamo a valutare che il regime siriano consideri le armi chimiche come uno dei tanti strumenti di cui dispone il proprio arsenale, come la superiorità aerea ed i missili balistici, utilizzati indiscriminatamente contro l’opposizione.
Il regime siriano ha iniziato a cercare di liberare la periferia di Damasco dalle forze dell’opposizione che utilizzano l’area come base per organizzare gli attacchi contro i principali obiettivi governativi della capitale. Il regime ha fallito i suoi tentativi di ripulire dozzine di rioni di Damasco dagli elementi dell’opposizione, compresi i rioni oggetto degli attacchi del 21 agosto, nonostante abbia impiegato quasi tutti i suoi sistemi di arma convenzionali. Riteniamo che la frustrazione del regime derivante dalla sua incapacità di rendere sicure larghe aree di Damasco possa avere contribuito alla decisione di utilizzare armi chimiche il 21 agosto”
Questa non è una prova. Questa è una opinione priva di qualsiasi supporto. (Per dare un’analogia, sarebbe come affermare che Saddam stava usando armi di distruzione di massa subito prima che la guerra in Iraq cominciasse perché non sopportava le persone basse … senza tenere conto del fatto che Saddam non aveva alcuna arma di distruzione di massa).
“Disponiamo di informazioni che ci portano a concludere che personale siriano addetto alla gestione delle armi chimiche – incluso personale ritenuto legato al SSRC – stesse preparando munizioni chimiche prima dell’attacco. Nei tre giorni precedenti l’attacco, abbiamo raccolto intelligence da fonti umane, da intercettazioni di segnali, e da sistemi di rilevazione geospaziali che rivelano attività del regime che riteniamo siano state associate con la preparazione di un attacco con armi chimiche.
Personale addetto alla gestione delle armi chimiche risultava essere operativo nel quartiere periferico di Adra già a partire da domenica 18 agosto, e fino alla mattina di mercoledì 21 agosto, in prossimità di un’area che il regime utilizza per preparare le miscele di sostanze, tra cui il sarin, utilizzate per le armi chimiche”

Gareth Porter  nota:
«Nonostante l’uso del termine “operativo”, l’intelligence degli Stati Uniti non aveva informazioni relative alla reale attività degli individui tracciati attraverso i sistemi geospaziali e le intercettazioni delle comunicazioni. Quando funzionari dell’amministrazione Obama hanno dato questa informazione a CBS news, la scorsa settimana, hanno ammesso che la presenza degli individui sotto osservazione, nell’area in questione, era stata valutata, al momento, come “niente di straordinario.
Ancora, dopo gli eventi del 21 agosto, le stesse informazioni sono state improvvisamente trasformate in una “prova” a supporto della linea ufficiale dell’amministrazione ».

Inoltre, le fonti dell’intelligence americana sono state ripetutamente colte a dire menzogne. Durante la rincorsa verso la guerra in Iraq, il Governo ha interamente aggirato i normali processi di verifica delle informazioni raccolte dall’intelligence, con il risultato che false affermazioni siano state strombazzate senza i normali controlli e verifiche condotti di norma da scrupolosi analisti di intelligence. Anche l’intelligence israeliana – che sembra abbia avuto un ruolo anche nell'informativa di guerra sulla Siria – è stata altrettanto inaccurata.
Ex alti ufficiali della CIA confermano che l’intelligence è stata grossolanamente politicizzata per giustificare la guerra contro la Siria.
“Il 21 agosto, elementi del regime siriano si sono preparati per un attacco chimico nell’area di Damasco, mediante, tra l’altro, l’utilizzo di maschere antigas”.

Questa è un’affermazione stranamente articolata, ma elaborata con cura artigianale. Assad ha  ripetutamente avvertito che i ribelli avrebbero potuto impossessarsi di armi chimiche ed utilizzarle contro la popolazione civile. L’utilizzo di maschere antigas potrebbe essere stata una misura preventiva attuata dal Governo siriano, se esso avesse ricevuto informazioni relative alla possibilità di un imminente attacco chimico da parte dei ribelli. Su questo punto servono più informazioni.
“Molteplici fonti di informazione indicano che il regime abbia condotto un attacco di razzi e artiglieria contro la periferia di Damasco nelle prime ore del 21 agosto. Dati satellitari confermano che attacchi provenienti da un’area controllata dal regime abbiano colpito borghi che secondo resoconti sono stati colpiti dall’attacco – tra cui Kafr Batna, Jawbar, ‘Ayn Tarma, Darayya e Mu’addamiyah. In particolare, ciò include l’individuazione di lanci di razzi da territori controllati dal regime nelle prime ore della mattina, approssimativamente novanta minuti prima dei primi rapporti di attacchi con armi chimiche apparsi sui social media. La mancanza di attività aerea o di lanci di missili ci porta a concludere che il regime abbia utilizzato proiettili a propulsione a razzo”

L’area in cui gli attacchi hanno avuto luogo è stata contesa a lungo tra le forze governative e i ribelli, ed entrambe le parti sono più volte entrate in possesso dell’area. Novanta minuti prima del primo attacco è un’eternità quando si combatte su un terreno pesantemente conteso tra le due parti … e potrebbe esserci stato tempo a sufficienza perché i ribelli potessero infiltrarsi e lanciare un attacco chimico.

Come fa notare Fairness and Accuracy in Reporting:

«Non è chiaro il perché questa affermazione dovrebbe essere considerata convincente. I razzi ci mettono novanta minuti a raggiungere i loro bersagli? Il gas nervino viene rilasciato dai razzi novanta minuti dopo l’impatto, o forse, una volta rilasciato, ci vogliono novanta minuti perché siano causati i primi sintomi?

In un conflitto in cui le comunicazioni sono così importanti come la guerra civile siriana, i cittadini o i giornalisti aspettano un’ora e mezza prima di dare notizia di uno sviluppo talmente importante della situazione da provocare, come ha detto Kerry, “un inferno scatenato sui social media”? A meno che non ci sia qualche ragione che giustifichi questo tipo di ritardo, è veramente poco chiaro il motivo per cui ci si aspetta che noi dovremmo pensare che ci sia una qualche connessione tra il lancio dei razzi e le successive notizie di avvelenamento di massa. »

Il Governo poi affronta il tema dei social media:
“I primi dati apparsi sui social media in merito agli attacchi chimici nella periferia di Damasco iniziano attorno alle 2.30, ora locale, del 21 agosto. Nelle successive quattro ore, migliaia di segnalazioni vengono pubblicate sui social media da almeno dodici diverse località dell’area di Damasco. Molteplici testimonianze descrivono un bombardamento di armi chimiche con proiettili a propulsione a razzo su aree controllate dall’opposizione.
Tre ospedali siti nell’area di Damasco hanno ricevuto circa 3.600 pazienti con sintomi compatibili con l’esposizione ad agenti nervini, in meno di tre ore, nella mattina del 21 agosto, secondo quanto riporta un’organizzazione umanitaria internazionale che riteniamo sia altamente credibile. I sintomi riportati, oltre allo schema epidemiologico degli eventi – caratterizzato da un flusso massivo di pazienti concentrato in un breve arco di tempo, dall’origine dei pazienti, e dalla contaminazione di medici e infermieri – erano compatibili con l’esposizione di massa ad agenti nervini. Abbiamo inoltre ricevuto segnalazioni provenienti da personale medico siriano ed internazionale presente nell’area.
Abbiamo identificato un centinaio di video riferibili all’attacco, molti dei quali mostrano un alto numero di corpi che esibiscono segni fisici compatibili – anche se non possono essere escluse altre cause – con l’esposizione ad agenti nervini. I sintomi denunciati dalle vittime includono incoscienza, schiuma al naso e alla bocca, restrizione delle pupille, accelerazione del battito cardiaco e difficoltà di respirazione. Parecchi video mostrano quello che appare essere un alto numero di morti che non presentano ferite visibili, il che è compatibile con la morte causata da agenti chimici, ed è incompatibile con la morte provocata da armi di piccolo calibro, bombe o munizioni esplosive, o agenti vescicanti. Almeno 12 localizzazioni diverse sono ritratte in video disponibili al pubblico, e una campionatura di tali video ha confermato che almeno alcuni di essi sono stati girati effettivamente nel luogo e nell’ora descritta dal filmato”

Nessuno contesta che qualche tipo di agente chimico sia stato usato. La questione è esattamente quale tipo di agente chimico e – cosa ancora più importante – chi lo abbia utilizzato.
Inoltre, i ribelli  hanno prodotto per anni video di propaganda e si sono fatti sempre più sofisticati, recentemente. Servono più informazioni.
“Riteniamo che l’opposizione non disponga della capacità di contraffare tutti i video raccolti, né di provocare artificiosamente il prodursi dei sintomi verificati da personale medico e delle organizzazioni non governative presenti nell’area, nonché le altre informazioni associate a questo attacco chimico”

Un’altra opinione priva di elementi di prova. Ma, più importante, è uno specchietto per le allodole. Nessuno sostiene che le tragiche e orribili scene di morte siano state falsificate.
La questione è quando e dove esse siano accadute, e chi le abbia provocate. Per esempio, uno dei maggiori esperti sulle armi chimiche afferma che è difficile sapere dove i video siano stati girati.
Zanders, ex consulente dell’Unione Europea per le armi chimiche, è andato ancora oltre, sostenendo che persone non del posto non possono concludere con certezza circa l’estensione o la localizzazione geografica degli attacchi chimici largamente attribuiti al regime di Assad.
In particolare, si è soffermato sulle immagini di vittime agonizzanti che sono state diffuse ampiamente sul Web, compreso YouTube.
“Non sappiamo dove sono state girate”, ha detto. “Non sappiamo quando sono state girate né da chi siano state girate. Né se esse riguardano lo stesso attacco o diversi attacchi”.
Zanders ha aggiunto: “Tutto ciò non mi dice chi sarebbe il responsabile. Non mi dice dove le immagini sono state girate. Mi dice soltanto che qualcosa è accaduto, da qualche parte, a un certo punto”.

Il Governo poi parla di intercettazioni:
“Disponiamo di un complesso di informazioni, tra cui alcune relative alle tecniche di addestramento utilizzate dalle forze del regime siriano, che ci portano a concludere che ufficiali del regime siano stati consapevoli degli attacchi del 21 agosto e li abbiano diretti. Abbiamo intercettato comunicazioni di un alto funzionario siriano, intimamente a conoscenza dell’offensiva, che ha confermato che armi chimiche sono state utilizzate il 21 agosto dal regime, e che mostrava preoccupazione per la possibilità che gli ispettori ONU potessero raccogliere prove di ciò. Nel pomeriggio del 21 agosto, abbiamo ottenuto informazioni da cui risulta che personale addetto alla gestione dell’arsenale chimico siriano abbia ricevuto l’ordine di cessare le operazioni”.

Il Washington Post segnala che le presunte intercettazioni di cui parla Obama rappresentano “il cuore delle prove a sostegno del caso siriano…”
L'intelligence militare dell'America è stata di efficacia incostante. Per esempio:

E gli USA e Israele hanno ammesso di aver realizzato delle operazioni ingannevoli sotto falsa bandiera (così come lo hanno fatto paesi islamici come l'Indonesia; ma a nostra conoscenza, la Siria non è mai stata colta con le mani nel sacco in un'operazione false flag).

Fairness and Accuracy in Reporting scrive:
«Ricordate che Powell ha fatto ascoltare registrazioni di ufficiali iracheni che apparentemente parlavano di nascondere agli ispettori le prove delle armi proibite - e che, come successivamente è emerso, riguardavano tutt'altro. Ma Powell, almeno, ha fatto ascoltare i nastri di queste comunicazioni intercettate, anche se ha imbastito delle storie rappresentandone in modo errato il contenuto - e permettendo la possibilità di un'interpretazione alternativa dei messaggi. Forse, "ricordando bene l'esperienza irachena", Kerry sta facendo in modo che questa volta non ci sia questa possibilità interpretativa.»

David Swanson descrive il modo in cui i funzionari americani hanno lavorato sulle comunicazioni intercettate per giustificare la guerra in Iraq:

«Powell stava sceneggiando un dialogo romanzato. Ha inserito alcune righe di sua fantasia, e ha finto che qualcuno avesse pronunciato quelle parole. Ecco cosa ha scritto Bob Woodward nel suo libro "Plan of Attack".

"Powell aveva deciso di aggiungere la sua personale interpretazione delle intercettazioni, mentre provava il testo del suo discorso, estendendone sostanzialmente la portata e facendo in modo che quanto registrato venisse messo in cattiva luce nel modo peggiore possibile. In particolare, a proposito delle intercettazioni che riguardavano le ispezioni in corso e la possibilità che venissero trovate 'munizioni proibite', Powell si è spinto ancora più lontano: 'Ripulire tutte le aree ... Essere certi che non ci sia nulla lì". Nessuna di queste frasi era nelle intercettazioni.
[Inoltre] Powell ... stava rappresentando come elementi di fatto numerose affermazioni nonostante gli avvertimenti del suo stesso staff che si trattava di argomenti deboli e indifendibili».

Il Governo poi butta lì un altro argomento:
"Contemporaneamente, il regime ha intensificato il fuoco di artiglieria contro molti dei borghi che avevano subito l’attacco chimico. Nelle ventiquattro ore successive all’attacco, abbiamo individuato indicazioni di fuoco di artiglieria e razzi approssimativamente quattro volte più intenso di quello misurato nei dieci giorni precedenti. Abbiamo continuato a rilevare un intenso bombardamento delle stesse aree fino alla mattina del 26 agosto."
Questo è ancora un altro specchietto per le allodole. Se il Governo siriano credeva che i ribelli avessero usato armi chimiche contro i civili, avrebbe senz'altro potuto incrementare il fuoco di artiglieria per spazzare via i ribelli e prevenire ulteriori attacchi. Ancora una volta, sono necessarie ulteriori informazioni.
"In conclusione, disponiamo di una sostanziale mole di informazioni che implicano la responsabilità del Governo siriano nell’attacco chimico che ha avuto luogo il 21 agosto. Come indicato, esistono ulteriori informazioni che devono restare classificate a tutela delle fonti e delle metodologie di raccolta, che stiamo rendendo disponibili al Congresso e agli alleati internazionali".

Quest'ultima affermazione a prima vista è di grande effetto. Ma i membri del Congresso che hanno potuto accedere alle informazioni classificate - come Tom Harkin -  non sono rimasti particolarmente colpiti. Il parlamentare Michael Burgess ha affermato:
Sì, ho visto i documenti classificati. Poca roba.

E il parlamentare Justin Amash, ancora, si pronuncia in questi termini:
Quello che ho sentito nel briefing dei funzionari dell'amministrazione Obama davvero mi rende più scettico rispetto ad alcuni aspetti significativi della ricostruzione dei fatti del Presidente a giustificazione dell'attacco.




Traduzione per Megachip a cura di Giampiero Obiso, Francesco Barresi e Pino Cabras.

Nei prossimi giorni saranno tradotti diversi documenti richiamati con link nel presente articolo


15 gennaio 2012

Interrogativi sulle operazioni coperte contro l'Iran

di Alberto Terenzi – clarissa.it.

Si moltiplicano in queste ore sulla stampa internazionale notizie che danno per certa l'opzione militare israeliana per fermare il programma nucleare iraniano e che evidenziano le difficoltà degli Stati Uniti nel districarsi dagli enormi rischi dello scoppio di un aperto conflitto nell'area.
Ma un interessante reportage di Mark Perry su Foreign Policy dello scorso 13 gennaio dimostra che lo Stato ebraico è già da tempo in guerra aperta con l'Iran, e che, ai più alti livelli politico-militari, gli Usa sono da lungo tempo perfettamente al corrente di quanto sta accadendo, senza volere o senza potervisi opporre. 
Perry infatti ricostruisce con molti particolari, ricavati da fonti bene informate, l'operazione con cui il Mossad israeliano avrebbe di fatto preso il controllo dell'organizzazione islamista Jundallah ("soldati di Dio"), che ha base in Pakistan ma opera soprattutto nella regione iraniana del Belucistan, un'area di religione sunnita e pertanto tradizionalmente ostile al regime sciita di Teheran. Jundallah ha operato una lunga serie di attacchi terroristici in territorio iraniano a partire almeno dal 2005, principalmente con attacchi indiscriminati contro obiettivi religiosi sciiti, oltreché contro quelli politici come lo stesso presidente Ahmadinejad o i miliziani e le guardie di frontiera iraniane. Potrebbero quindi essere uomini di questo tipo, diretti dagli israeliani, anche gli autori degli attentati mirati che hanno provocato l'uccisione di sei scienziati iraniani che si occupavano del programma atomico.
Secondo rapporti riservati statunitensi, gli uomini del Mossad avrebbero svolto le loro attività di reclutamento ed i loro numerosi incontri con rappresentanti di Jundallah soprattutto a Londra, presentandosi però, e questo è un elemento davvero interessante, come esponenti della Cia e della Nato: una circostanza quest'ultima che sarebbe stata confermata a Perry da ben sei alti esponenti dei servizi segreti Usa, che avrebbero operato per evitare che queste informazioni venissero allo scoperto, nonostante esse siano documentate in rapporti distribuiti ad alto livello nella Cia americana, fino a raggiungere il direttore delle operazioni Stephen Kappes, il suo vice Michael Sulick ed il capo del Counter Intelligence Center statunitense.
Le operazioni del Mossad rivolte ad utilizzare "sotto falsa bandiera" i militanti di Jundallah avrebbero avuto luogo durante il periodo della presidenza Bush, creando un acceso dibattito nella comunità dell'intelligence Usa sui rischi che la spregiudicata condotta israeliana poneva per la sicurezza americana: con l'avvento di Obama, le operazioni congiunte israelo-americane contro l'Iran sarebbero state ridimensionate, evitando il ricorso a operazioni militari coperte, nonostante gli americani vengano tuttora ripetutamente invitati a prendervi parte.
In realtà, diversi servizi giornalisti nel 2007 e 2008 (come un reportage di ABC News e un articolo su The New Yorker) hanno mostrato che la condotta Usa è stata probabilmente assai più ambigua, dato che ben quattro milioni di dollari di fondi sarebbero stati messi a disposizione da parte del governo americano, con un ordine presidenziale segreto, per operazioni clandestine in Iran, soprattutto appoggiandosi alle minoranze etnico-religiose. Uno di questi servizi giornalistici, citava le significative affermazioni di un ex specialista in operazioni coperte della Cia, Robert Baer, a proposito proprio di Jundallah: «I Beluci sono fondamentalisti sunniti che odiano il regime di Teheran, ma che possono anche essere descritti come una sorta di Al Qaeda. Sono tipi che tagliano la testa agli infedeli, in questo caso gli sciiti iraniani. L'ironia sta nel fatto che stiamo di nuovo lavorando con i fondamentalisti sunniti, come abbiamo già fatto in Afghanistan negli anni Ottanta e Novanta».
Ora, con il reportage di Perry abbiamo conferme all'ipotesi che sia Israele ad utilizzare, in accordo o meno con gli Usa, formazioni terroristiche islamiste sunnite contro l'Iran, fomentando sia il conflitto religioso con gli sciiti iraniani, sia tendenze secessioniste come quelle del Belucistan.
Del resto è proprio di questi giorni un articolo del quotidiano francese Le Figaro che descrive la storia dei rapporti di collaborazione militare fra l'esercito israeliano ed il movimento indipendentista curdo nelle aree di confine con l'Iran, movimento che godrebbe attualmente di un crescente supporto militare da parte israeliana.
Questa notizia è quindi particolarmente inquietante per molti aspetti: intanto perché conferma la gravità di quanto sta avvenendo in Medio Oriente e di come lo Stato ebraico stia utilizzando, contro uno Stato estero sovrano, lo stesso strumento del terrorismo del quale si è sempre proclamato vittima.
Conferma anche l'evidente tendenza di Israele, Usa e Gran Bretagna, ad acuire con tutti i mezzi il conflitto religioso fra sunniti e sciiti, con l'evidente scopo di "libanizzare" l'intero Medio Oriente. Ma sono altrettanto importanti da un più generale punto di vista storico, poiché confermano l'ipotesi della lunga e frequente strumentalizzazione dei movimenti terroristici sunniti da parte delle potenze occidentali e di Israele, ben documentata qualche anno fa ad esempio da Gaetano Colonna in Medio Oriente senza pace.
Nondimeno, potrebbe esserci un risvolto ancora più inquietante, che costringe una volta di più a tornare ad interrogarci sulla validità di altre, ancora più scottanti, presunte verità storiche. Molti hanno dimenticato infatti che sia Ramzi Yousef, considerato il responsabile dell'attentato del 1993 al World Trade Center, che il famigerato Khalid Sheik Mohammed, considerato uno dei pianificatori dell'attacco dell'11 settembre alle Torri Gemelle di New York, erano entrambi fondamentalisti sunniti Beluci. Alla luce di queste notizie, sorge spontaneo oggi chiedersi: se davvero furono essi ad agire, per conto di chi realmente operavano?

Fonti:
Gaetano Colonna, Medio Oriente senza pace, Edilibri, Milano, 2009.
Seymour M. Hersh, "Preparing of the Battlefield", The New Yorker, 7 luglio 2008.
Mark Perry, "False Flag", Foreign Policy, 13 gennaio 2012.


Ripreso da: www.megachip.info.