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15 giugno 2016

Undici settembre, ha senso parlarne ancora?

di Riccardo Pizzirani.

da luogocomune.net.


Si avvicina il quindicesimo anniversario degli attacchi dell’undici settembre, ed il prevedibile picco d’interesse scatenerà la più banale e genuina delle domande: ha ancora senso continuare a parlare oggi di quei fatti?


Vediamo allora di colmare alcune delle lacune che i nostri media hanno lasciato, così da poter dare un efficace risposta a tale domanda.
A seguito degli attacchi dell’undici settembre il presidente Bush ha equiparato l’associazione terroristica Al Qaeda con una nazione nemica; questo ha permesso agli Stati Uniti di invocare l’articolo V del trattato della NATO (1), che afferma sostanzialmente che un attacco militare contro un membro della NATO è un attacco contro tutti, coinvolgendo gli alleati nelle azioni susseguenti.


Avendo ratificato quel trattato ed avendo accettato l’interpretazione statunitense e quella del Consiglio di Sicurezza ONU, la Repubblica Italiana è di fatto in stato di guerra contro Al Qaeda dall’undici settembre 2001.

La principale azione a cui abbiamo partecipato con la NATO è l’invasione, e la susseguente occupazione militare, della nazione dell’Afghanistan. Un paese piuttosto povero, martoriato dalle diverse occupazioni militari che ha subito nella sua storia recente, ultima delle quali da parte dell’Unione Sovietica, nazione che ha saputo allontanare proprio con l’aiuto delle milizie mujaheddin di quell’Osama Bin Laden che nel 2001 gli Stati Uniti d’America indicheranno come mandante degli attacchi che hanno subito.
Ma c’è anche una piccola ed importante digressione: nell’anno 2000, già liberi dall’occupazione russa, in Afghanistan sono saliti al potere i Talebani, che essendo dei fondamentalisti islamici compiranno tante azioni negative come distruggere statue e rappresentazioni di cultura millenaria afgana; tuttavia il gruppo si adopera anche per un’azione altrettanto positiva: distruggere le immense coltivazioni di oppio di cui la nazione è letteralmente ricoperta, in quanto l’uso di stupefacenti è contrario alla dottrina islamica.
L’oppio è l’ingrediente principale nella realizzazione dell’eroina, e come sappiamo la droga è in assoluto la merce a maggior rapporto di guadagno tra i costi di produzione e costi del prodotto finale: ai prezzi del 2002 stiamo parlando di 300$ spesi dal coltivatore per un kilogrammo di prodotto, che si traducono in 800$ come prezzo di vendita in Afghanistan, e che salgono fino a 16000$ nelle strade occidentali, ancor prima della conversione in eroina. (2)
Per capire appieno l’impatto delle azioni dei Talebani occorre anche ricordare che l’Afghanistan nel 2000 produceva tre quarti dell’intera produzione mondiale di oppio. (3)
Nel 2001, attraverso minacce, intimidazioni, e azioni dirette, i Talebani avevano ridotto la produzione di oppio in Afghanistan del 99%!
Quello che segue è un grafico tratto dallo studio sull’estensione in ettari dei campi dedicati alla produzione di oppio in Afghanistan, compiuto dall’UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime - Ufficio droga e crimine delle Nazioni Unite) (4)

Poi nel 2002 la nazione è stata invasa dalla NATO, i talebani sono stati sostanzialmente sbaragliati, così come Al Qaeda, mentre si installava un nuovo governo delle tribu afgane ed è iniziata l’era dell’occupazione, che da noi si chiama “collaborazione”. E tutto è ripreso come e meglio di prima.
Vediamo allora il grafico completo, da cui è stato tratto il precedente:

La produzione di oppio è ripresa alla grande, e oggi, dopo 15 anni di presenza degli eserciti della NATO e con la piena collaborazione del compiacente governo locale, l’Afghanistan produce oltre il 90% dell’intera produzione mondiale di oppio.

I media Statunitensi, così attenti al rischio del terrorismo che proviene dall’Afghanistan, sono stati altrettanto disattenti riguardo gli altri rischi provenienti da quel paese, salvo poi stupirsi a cose fatte che l’utilizzo di eroina è tornato in auge negli Stati Uniti con quella che ora chiamano una “nuova epidemia di Eroina”: i dati ufficiali del CDC e della US Food and Drug Administration riportano un incremento del 90% nei casi di abuso o dipendenza dall’eroina nell’ultimo decennio. Le morti per overdose da eroina e oppiacei si sono quadruplicate tra il 2002 e il 2013, facendo (ad esempio) 8257 morti nel solo 2013.(5)
Questo mostra anche quanto fosse il reale interesse nel punire chi ha causato 4000 morti civili del 2001, quando la droga che riesce ad uscire dalla stessa nazione oggi ne causa più di 8000 all’anno.
Bene: i nostri soldati italiani sono lì, ora, in questo momento. E i fatti non cambiano semplicemente ignorandoli, negando lo stato di guerra, oppure chiamando un'occupazione militare “missione di pace”.
Ecco uno dei motivi per cui ha ancora senso oggi parlare di undici settembre.
Pure se uno dovesse credere a tutto il resto.
Riccardo Pizzirani (Sertes)

Fonti:
“Le Parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o nell'America settentrionale, costituirà un attacco verso tutte, e di conseguenza convengono che se tale attacco dovesse verificarsi, ognuna di esse, nell'esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall'art.51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l'azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l'impiego della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell'Atlantico settentrionale. Qualsiasi attacco armato siffatto, e tutte le misure prese in conseguenza di esso, verrà immediatamente segnalato al Consiglio di Sicurezza. Tali misure dovranno essere sospese non appena il Consiglio di Sicurezza avrà adottato le disposizioni necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali”


Tratto da: http://www.luogocomune.net/LC/index.php/24-11-settembre/4424-undici-settembre-ha-senso-parlarne-ancora


16 settembre 2015

Hamid Karzai : Al-Qaida è un'invenzione


di Pino Cabras.
da Megachip.

L'ex presidente afghano Hamid Karzai, intervistato l'11 settembre 2015 da un giornalista di Al Jazeera, spazzato via 14 anni di narrativa ufficiale occidentale dichiarando che Al-Qa'ida è una mera invenzione.
Lo dice senza alcun tentennamento:
«Per me è un'invenzione. Non ho mai ricevuto un solo rapporto da una qualunque fonte afghana su Al-Qa'ida o su quello che stessero facendo. Noi non li vediamo, non riusciamo a visualizzarli, per noi non esistono. Non ho mai ricevuto rapporti dalla nostra intelligence, o dalla nostra gente. Non ho mai avuto a che fare con loro.»


Il video con l'intervista (sottotitolato in italiano da luogocomune.net e ripreso da PandoraTV.it) non è stato ancora citato con rilievo dai nostri grandi media. Eppure la notizia è importante. La traduciamo anche in un semplice concetto: gli enormi costi economici e umani dell'invasione dell'Afghanistan da 14 anni in qua sono imposti ai popoli sulla base di un pretesto inventato. Esattamente come fu per la guerra in Iraq.

Ulteriore traduzione: si corre a cercare negli occhi degli altri popoli pagliuzze da chiamare "criminali di guerra", mentre abbiamo travi conficcate nei nostri democratici occhi occidentali. Come definire altrimenti un Tony Blair?
La classe dirigente neocolonialista che ha trascinato il mondo nella guerra afghana - e poi nella serie di successive distruzioni di altri Stati - ha mentito sistematicamente, rendendosi responsabile della devastazione di grandi comunità umane.

Cosa sia stata Al-Qa'ida negli ultimi quindici anni è dunque una delle questioni cruciali per capire la nostra epoca. La disgrazia è che la natura di Al-Qa'ida nelle redazioni dei grandi media rimane un soggetto "tabù", affrontato con un mix micidiale di malafede, ignoranza, camaleontismo intellettuale. I fili che portano alla verità, quando il giornalismo volesse seguirli e fare il suo mestiere, ci sarebbero pure. Ma rimangono sconosciuti ai più. Come fu nel caso delle dichiarazioni di uno dei massimi esponenti dello spionaggio francese, Alain Chouet, l'uomo che aveva plasmato le strutture antiterrorismo ai vertici dei servizi segreti d'Oltralpe negli stessi anni in cui Washington e Londra elaboravano le favole e gli spettri della Guerra Infinita. Leggetele: quelle dichiarazioni di Chouet smontavano tutto quel che i grandi organi di informazione avevano fin lì raccontato su Al-Qa'ida. Quegli stessi organi si guardarono bene dal dargli peso.
È perciò ipotizzabile che al-Qa'ida, così come caratterizzata e spiegata dall’amministrazione USA e da quella britannica quale nucleo di un minaccioso ed esteso complotto terroristico su scala planetaria, non esista affatto? Che cioè sia un'illusione gonfiata e deformata dai politici? Un cupo imbroglio che si è moltiplicato tramite i governi di mezzo mondo, i servizi di sicurezza e l’informazione internazionale, senza che nessuno osasse contestarlo?
Rispondere correttamente a queste domande può aiutare a spiegare le crisi di oggi (e, temiamo, di domani): le guerre, le migrazioni di masse di profughi, l'isteria mediatica, il futuro di tutti noi.
Sia chiaro. Qui non si dubita del fatto che crudeli e ricchi esponenti delle petromonarchie, ben inseriti nei giochi delle classi dirigenti, organizzino un flusso smisurato di finanziamenti a favore di gruppi di fanatici islamisti introdotti alla lotta terroristica (si pensi anche all'ISIS, di cui si dirà più avanti).
Non si dubita neanche del fatto che una variante aberrante dell’Islam fondamentalista abbia provocato massacri e tensioni ovunque nel pianeta.
Ma le ondate di rivelazioni di questi anni demoliscono alla radice l’esistenza di una minaccia terroristica internazionale unificata antioccidentale e autonoma di portata equiparabile alla cosiddetta "minaccia sovietica" del tempo che fu. L’agenda politica imposta dai neoconservatori (sia quelli autentici, sia le loro varianti di sinistra) è falsa. Però pretende che noi crediamo senza prove, senza logica, spogliati dei normali parametri di analisi politica (perché, se osi adoperarli, ti aggrediscono come indemoniati incolpandoti di complottismo, di inammissibili dietrologie, ecc). Dunque dobbiamo credere, e perciò obbedire, e alla fine anche combattere il nemico invisibile, indefinibile, incalcolabile, dicendo di sì a un puzzle i cui pezzi non s'incastrano uno con l'altro.

Uno dei giornali turchi più importanti (e recentemente più perseguitati dal regime di Erdoğan), il quotidiano Zaman, nel 2004, si chiedeva: «Al-Qa'ida, un’Operazione dei Servizi Segreti?»:
«Gli specialisti di intelligence turchi concordano sul fatto che non c’è un’organizzazione come al-Qa'ida. Semmai, al-Qa'ida è il nome di un’operazione da servizi segreti. Il concetto “combattere il terrore” è il background del modello di guerra a bassa intensità, condotta nell’ordine mondiale monopolare. L’oggetto di questa strategia della tensione è denominato al-Qa'ida.»
Abbiamo innumerevoli conferme che aiutano a rileggere il fenomeno Al-Qa'ida come una porta girevole in cui transitano e vengono ingaggiati migliaia di tagliagole fanatizzati che operano al servizio delle strategie imperiali. Se si considera quanta gente abbia lungamente soggiornato nei "gulag offshore" dell'Occidente (Guantánamo e i suoi fratelli), per poi uscirne ancora più armata di prima, quei luoghi somigliano tanto a campi di condizionamento e reclutamento.  

Loro, i miliziani jihadisti brutti e cattivi, non si caricano delle responsabilità giuridiche che il diritto bellico imporrebbe a normali soldati inquadrati in eserciti più tradizionali. Il crimine di guerra rimane orfano: partendo da loro non si risale facilmente lungo la catena di comando, quella che passa dal criminale di guerra che sgozza i civili sino ai burattinai dei suoi burattinai, quei criminali di guerra più grossi e puliti che se ne stanno nel back-office, mentre lanciano le guerre umanitarie e inaugurano gli ospedali. Poi, va detto, li vediamo agire d'amore e d'accordo, come è accaduto in tante guerre degli ultimi anni.
Oggi il generale David Petraeus, ex direttore della CIA, propone di riciclare miliziani di Al-Nusra (in altri momenti definita come Al-Qa'ida inSiria) per combattere contro l'ISIS. Un investimento nel caos, come quello auspicato da George Friedman, il capo della Stratfor, espressione del complesso militare-industriale USA, quando rivendica con orgoglio la volontà dell'Impero di mettere interi popoli l'uno contro l'altro.

A proposito dell'ISIS, sembra il "next level" del videogioco Al-Qa'ida. Mentre Al-Qa'ida è una vecchia sigla che svolge alcuni limitati servizi, l'ISIS appare un progetto più organico e più ambizioso nell'ambito della Guerra Infinita. Ha il compito temerario di distruggere l'ordine statuale che perdurava nel Vicino Oriente in continuità con i trattati successivi alla prima guerra mondiale, per instaurarne uno del tutto nuovo, con altri confini, divisioni etniche, poteri. Ed è anche la piattaforma militare-terroristica da cui potrebbe partire una guerra non ortodossa nel cuore dell'Eurasia, contro gli attuali alleati di Russia e Cina e contro gli stessi giganti eurasiatici. Un incubo geopolitico in mano agli stessi doppiogiochisti e triplogiochisti che finanziano sia Al-Qa'ida sia nuovi grattacieli londinesi.

Ecco perché l'intervista a Karzai rompe molti schemi. È molto significativo che il suo giovane intervistatore si accorga subito che il quadro lì dipinto in diretta stia inconcepibilmente uscendo dalla solita cornice. Non può collocarsi nella bolla mediatica di riferimento - sta per forza in un'altro frame -  tanto che gli domanda: «Quando lei dice che sono un'invenzione, e che non ha mai visto le prove, la definiscono un "complottista"? Qualcuno potrebbe dire che lei sembra un complottista». Più che una domanda, è un riflesso condizionato pavloviano. Lo stesso stimolo a cui rispondono ancora in troppi, nel mondo forgiato dall'11 settembre 2001.


Riferimenti:  
http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=4795.
http://www.pandoratv.it/?p=4014.

27 agosto 2015

Siria: i migranti ultimo anello di una catena di errori

di Alberto Negri.
da Il Sole 24 Ore.


Campo profughi - © Mohamed Salman, da syrianrefugees.eu


Il problema sono le guerre che assediano l’Europa non i profughi. Se non si fermano le guerre non si fermano neppure i rifugiati. Le migrazioni da fenomeno di natura essenzialmente economica e sociale sono diventate qualche cosa d’altro, il risvolto inevitabile di questioni irrisolte e che si sono aggravate: dalla Siria all’Iraq e alla Libia, dallo Yemen all’Afghanistan, dal fallimento di Stati come la Somalia a dittature africane come quella in Eritrea. 
La rotta balcanica è balzata in prima pagina solo di recente ma è da oltre un anno che questa tratta, come quella africana con il suo terminale in Libia, viene battuta in maniera importante. 
Ma se è complicato risolvere le guerre in corso, l’aspetto più inquietante è l’assenza di un governo europeo. L’Europa non ha imparato dal passato recente – basti pensare alle guerre balcaniche – e neppure da quello remoto: alla fine della seconda guerra mondiale in Europa si aggiravano circa 40 milioni di profughi, molti dei quali non tornarono mai più alle loro case. Soltanto la Germania ne aveva 17 milioni. 
Forse non è casuale che Berlino, con un gesto senza precedenti, abbia aperto automaticamente le porte ai siriani.


La Siria è un caso emblematico. Il conflitto cominciato nel 2011 si è trasformato quasi subito in una guerra per procura tra gli Stati della regione. L’Occidente ha incoraggiato l’afflusso dei combattenti stranieri dalla frontiera turca condividendo l’obiettivo degli alleati arabi sunniti – Turchia, Arabia Saudita, Qatar – di abbattere Bashar Assad, per poi pentirsi tardivamente di fronte all’ascesa barbarica del Califfato. 

Quindi c’è poco da fare gli ipocriti se i jihadisti tornano a seminare il terrore in Europa: la destabilizzazione anti-Assad si è risolta in un boomerang, come già accadde con i mujaheddin lanciati contro l’Armata Rossa in Afghanistan. 
Aggiungiamo che in Iraq l’avanzata dell’ISIS ha generato oltre 200mila profughi, cristiani e yezidi, soltanto nel Kurdistan iracheno. Non lamentiamoci se i cristiani spariscono dal Medio Oriente: dove mai dovrebbero tornare? 
Ora ci sono 2 milioni di rifugiati siriani in Turchia, un milione in Libano – che ha già i suoi problemi di stabilità – oltre 900 mila in Giordania. Anche la generosa accoglienza di Ankara – così generosa che la stessa UNHCR se ne chiedeva da tempo le ragioni – è stata funzionale all’abbattimento di Assad e dei suoi alleati. Ma con lo sdoganamento dell’Iran lo scenario è cambiato e la Turchia, soddisfatta l’esigenza di colpire i curdi del PKK, si sta adattando a un possibile negoziato con USA, Europa, Russia, Iran, Arabia Saudita, per la spartizione del Levante in sfere di influenza. 
I rifugiati non servono più, anzi sono diventati ingombranti e infatti è cominciato l’esodo siriano verso le coste greche e i Balcani. 
E dopo tante manovre per sbalzare di sella Assad, costate 260mila morti e milioni di profughi, sembra che gli americani siano giunti alla conclusione che la via per stabilizzare la Siria, mettendo un freno all’espansione dei jihadisti, sarebbe lasciare il regime che ha governato il Paese per decenni: sconcertante. Tra errori di valutazione, ambiguità, contraddizioni, cambiamenti repentini di linea, i governanti europei devono spiegare che affrontano un’emergenza di cui i migranti sono l’ultimo anello di una catena di clamorosi errori politici.







10 aprile 2015

2001, sull’antrace e i 19 ‘dirottatori’ – II parte

di Giulietto Chiesa.


Avevo promesso una continuazione delle sconcertanti scoperte della famosa storia dell’antrace, che fece seguito all’11 settembre 2001. Storia ingiustamente dimenticata e riportata in primo piano dal libro di Graeme Maqueen citato nel post precedente.
La successione temporale è importante. L’attacco all’antrace cominciò a settembre, poco dopo l’attacco terroristico dell’11/9. Le vittime degli attacchi - almeno 22 - furono individuate tra il 3 ottobre e il 20 novembre. SGli attacchi furono condotti mediante lettere contenenti spore, inviate via posta. I decessi noti furono cinque. Il primo a morire fu Robert Stevensfoto editor, il 5 ottobre, in Florida.
Tra il 6 e l’8 ottobre altre due lettere (con spore altamente raffinate di Antrace B) vennero inviate a due senatori del Partito Democratico, Thomas Daschle e Patrick Leahy. La tesi, subito sostenuta da tutto il mondo dei mainstream media, fu che l’attacco all’antrace era la ‘seconda parte’ dell’attacco dell’11 settembre. Stevens lavorava per il Sun, un tabloid il cui direttore era Mike Irish. La moglie di costui, Gloria Irish, affittò due appartamenti a due dei 19 ‘dirottatori’dell’11/9:Marwan al-Shehhi e Hamza al-Ghamdi. Non è inutile ricordare che, almeno 15 dei 19 ‘dirottatori’ furono alloggiati in località della Florida, 9 a Hollywood e 6 nei pressi [Riferimenti: QUI e QUI].

Un altro uomo del gruppo, Nawaz al-Hazmi, risulta avere accompagnato Gloria e i due compari nella ricerca di un altro appartamento. Sempre dalle indagini ufficiali emerge che sei “dirottatori” abitarono vicino a Fort Lauderdale, a poche miglia dalla redazione del Sun.
Coincidenze? Non furono le uniche. Secondo un rapporto filtrato dalla Dea (dipartimento anti droga),oltre 120 agenti dei servizi segreti israeliani, che si facevano passare per studenti di arte, furono attivi negli USA negli anni 2000-2001 e abitarono negli stessi posti in cui si trovavano i presunti dirottatori del 9/11. La faccenda “riguardò almeno sei centri urbani” in cui spie israeliane e dirottatori 9/11, e/o sospetti legati ad al-Qa'ida, operarono a contatto di gomito, in alcuni casi distanti tra di loro meno di mezzo miglio, per diversi periodi durante quel biennio e nell’immediata vigilia degli attacchi. Ma questo è un altro discorso.
Qui Graeme Mcqueen punta al succo della questione. Che spiega perché lui (ed io, più modestamente) mettiamo le virgolette prima e dopo la parola dirottatori. Perché? Vuole dire che pensiamo che quel gruppo di giovani arabi non si impadronirono dei quattro aerei? La risposta è che non ci sono credibili prove che essi salirono su quegli aerei. Vuol dire che non erano implicati nell’operazione 11/9? La risposta è: certamente lo erano. E quali connessioni avevano con l’antrace? La risposta è che stavano svolgendo una parte: quella di condurre l’opinione pubblica a pensare che erano stati loro, ma non è detto che fossero a conoscenza dei contorni del gioco a cui stavano partecipando. Infatti, quando fu chiaro (perfino all’FBI) che la teoria della partecipazione dell’Iraq e di Al-Qa'ida all’operazione antrace era del tutto insostenibile, tutte le tracce che conducevano alle strane frequentazioni dei “dirottatori” in Florida furono abbandonate e dimenticate (anche dai mass media).
Per quanto concerne i nostri dubbi circa il suicidio dei 19 ‘dirottatori’, farò riferimento a quanto riassume Mcqueen, citando Elias Davidsson (pag 141). Le autorità, cioè il 9/11 Commission Report, non hanno portato nessuna prova a sostegno della loro ricostruzione degli eventi per quanto concerne i “dirottatori”.
1) Non è mai stata fornita una lista autentificata dei passeggeri, con i nomi di tutti quelli che erano a bordo, inclusi i membri degli equipaggi e quelli dei dirottatori.
2) Non è mai stata mostrata una raccolta autentificata delle carte d’imbarco, (o dei loro tagliandi rimasti a terra), inclusi naturalmente quelli dei sospetti terroristi.
3) Non esistono video di sicurezza certificati degli aeroporti di partenza, dai quali si possa ricavare le fisionomie dei passeggeri (e dei presunti terroristi). Quelle pochissime che sono state mostrate risultano o falsificate o con i tempi sbagliati (vedi analisi pubblicate su consensus911.org).
4) Zero testimonianze sotto giuramento del personale che espletò le formalità d’imbarco.
5) Identificazione formale dei corpi o dei resti ritrovati sui luoghi dei disastri, inclusi i rapporti sulle misure di conservazione e sulla successione dei luoghi di custodia dei reperti.
E, visto che siamo a breve distanza da un'altra catastrofe aerea che ha sollevato molte perplessità, specie sul comportamento dei piloti, perché non ricordare qui che nessuno degli otto piloti (quattro piloti e quattro co-piloti) dei quattro voli dirottati quella mattina compose il codice di dirottamento? Eppure ci volevano pochi secondi per schiacciare quattro pulsanti, e gli equipaggi sono addestrati con particolare cura proprio per questo. E, inoltre ci è stato detto che il “volo 93”, quello che pare sia precipitato a Shanksville, - ci hanno fatto pure un film – fu teatro di una rivolta dei passeggeri, che costrinse i dirottatori a una furibonda lotta, durata almeno 30 secondi, prima di entrare in cabina e sopraffare i piloti. Non sembra strano anche questo?

Ma torniamo all’antrace e riassumiamo. L’offensiva venne subito (addirittura prima che se ne avesse notizia) collegata con il 9/11 e decifrata come il secondo colpo dell’uno-due ‘islamico’ che doveva mettere Ko l’America. Poi le indagini mostrarono che le spore potevano provenire solo da un laboratorio americanoPoi fu individuato un colpevole ‘luposolitario’ americano, Bruce Ivins. Che però ‘si suicidò’.
I fatti accertati furono sepolti sotto la sua lapide (Mcqueen ne offre in abbondanza): solo alti funzionari americani, bene addentro al potere, potevano avere predisposto una tale operazione. Si ricordi soltanto – a chi non ha memoria –che i due senatori democratici che ricevettero le lettere mortali, Daschle e Leahy erano i due uomini chiave per far passare in senato il famoso Usa Patriot Act. Che passò in un batter d’occhio, con l’intero edificio del Senato evacuato, senza che i senatori nemmeno potessero leggere la fine della Costituzione americana che loro stessi stavano firmando.

Comunque gli islamici non c’entravano per niente. Ma, sfortunatamente, i 19 ‘dirottatori’ avevano avuto un copione sbagliato: quello che li connetteva con l’antrace. Dunque si può concludere, con Graeme Mcqueen: l’attacco all’antrace faceva parte di un vero e proprio complotto, organizzato ben prima dell'11 settembre 2001, da ‘personale americano’. E, dunque, anche i ‘dirottatori’, erano parte di un progetto più vasto, comprendente l’11 settembre. Qualcosa andò male, e furono costretti a liquidare Ivins (e probabilmente tutti i 19 ‘dirottatori’, e forse anche molti altri, che non sapremo mai quanti. Ma cosa volete che sia per gente come quella?).
Ma bisogna riconoscere che molto andò benissimo, per loro, in primo luogo per quei sette criminali che mentirono 935 volte in 532 occasioni. Gente, in alto loco piazzata, che sapeva troppe cose in anticipo: cominciò la guerra infinita contro il terrore islamico; cominciò l’attacco all’Afghanistan; si aprì la strada alla guerra contro l’Iraq e, last but not least, venne approvato il Patriot Act. Se siamo in guerra è perché vinsero.



Una versione leggermente meno estesa del presente articolo è uscita sul blog di Giulietto Chiesa su Il Fatto Quotidiano:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/10/antrace-19-dirottatori/1576335/.


21 gennaio 2015

Un generale francese: 'L'ISIS l'hanno creato gli USA'

Il generale Desportes rinuncia a parlare con "langue de bois", e in Parlamento denuncia le responsabilità dirette di Washington nell'espansione dell'ISIS.


da Agence Info Libre.

Il 17 dicembre 2014 la commissione per gli Affari Esteri, per la Difesa e per le Forze Armate ha dibattuto in seduta pubblica la proroga dell'operazione “Chammal” in Iraq. Presieduta da Jean-Pierre Raffarin, la commissione ha sentito − durante la discussione – il generale di seconda sezione Henri Bentégeat [1], ex capo di stato maggiore delle forze armate, il generale di corpo d’armata Didier Castres, vicecapo operativo di stato maggiore, l’on. Hubert Védrine, ex ministro degli Esteri, il generale di divisione a riposo Vincent Desportes − professore associato presso la facoltà di Scienze Politiche di Parigi − e l’on. Jean-Yves Le Drian, ministro della Difesa.

Rivediamo in dettaglio l'intervento del generale Vincent Desportes. Iniziando il suo discorso con una breve presentazione dell’ISIS (Daech), nel mettere soprattutto in evidenza il vero pericolo di questo gruppo terroristico rispetto ai nostri interessi vitali, ha detto senza mezzi termini :
Chi è il dottor Frankenstein che ha creato questo mostro? Diciamolo chiaramente, perché ciò comporta delle conseguenze: sono gli Stati Uniti. Per interessi politici a breve termine, altri soggetti – alcuni dei quali appaiono come amici dell'Occidente − hanno contribuito, per compiacenza o per calcolata volontà, a questa creazione e al suo rafforzamento, ma le responsabilità principali sono degli Stati Uniti. Questo movimento, con la fortissima capacità di attrarre e diffondere violenza, è in espansione. È potente, anche se è caratterizzato da punti profondamente vulnerabili. È potente, ma sarà distrutto. Questo è certo. Non ha altro scopo che quello di scomparire.
Ecco chi ha il pregio di essere chiaro!
Mettendo in guardia i membri della commissione sulle implicazioni di una guerra in un contesto di ridimensionamento delle nostre forze, il generale Desportes ha aggiunto:
In bilancio, di qualsiasi esercito si tratti, ci siamo impegnati oltre situazioni operative standard, nel senso che ogni esercito sta usando le proprie risorse senza avere il tempo di rigenerarle. In termini reali abbiamo forze insufficienti: per compensare, a livello sia tattico che bellico, le facciamo girare a un elevatissimo ritmo di utilizzo. Vale a dire che, se continua questo sovraccarico di impiego, l'esercito francese si troverà nella situazione dell’usurato esercito britannico in Iraq e in Afghanistan, costretto da alcuni anni a interrompere gli interventi e rigenerare le proprie risorse “a casa". Il notevole sforzo prodotto ora a favore degli interventi avrà ripercussioni forti e quantificabili sulle forze nel nostro Paese, in particolare in termini di prontezza operativa. Il senso di responsabilità impone di sfatare definitivamente il mito della guerra breve.
Dopo alcuni cenni sulle basi della strategia militare, il generale Desportes ha delineato una serie di cinque principi che dovranno guidare qualsiasi decisione di intervento .

Secondo il primo principio, ci si deve impegnare solo se si può controllare il livello strategico. Se questo precetto non è rispettato, è evidenziato il rischio di usare le proprie forze armate col discredito e la perdita d’immagine che ne conseguono.
È il caso della Francia in Afghanistan: ha fatto una "guerra americana" senza un controllo strategico d'insieme, senza controllo sullo svolgimento delle operazioni e senza controllo sulla direzione della coalizione.

Il secondo principio dice che si deve intervenire solo laddove ci sia “senso strategico”.
La Francia è grande nel mondo, in particolare per il suo posto nel Consiglio di sicurezza dell'ONU, ma poiché questo posto le viene contestato ogni giorno, deve difenderlo e legittimarlo ogni giorno. E può farlo solo attraverso la sua capacità di gestione utile dei focolai di tensione del mondo. Il che, tra l'altro, richiede assolutamente la necessità di rafforzare la nostra capacità di agire come "nazione guida" e di "entrare per primi". Non ci sono dubbi: il nostro posto tra i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'ONU e la nostra influenza nelle questioni mondiali si basano in primo luogo sulla nostra capacità di agire concretamente nelle situazioni di crisi (capacità e credibilità).
Terzo principio: occorre definire obiettivi raggiungibili. Prendendo l'esempio dell'Afghanistan, Desportes dice che «gli obiettivi hanno assai rapidamente deviato e superato i mezzi di cui disponeva la coalizione (soprattutto in termini di tempi e di capacità di controllo dello spazio terrestre)».

Quarto principio: intervenire solo quando l'azione considerata è compatibile con i mezzi a disposizione, immediatamente e nel lungo termine. Essendo uno dei primi ad avere criticato pubblicamente il Libro bianco sulla difesa del 2013, il generale Desportes ha dichiarato:
Il Libro bianco 2013 parla di «volume di forze sufficienti». In effetti, come è noto, l'operazione “Serval” è stata una scommessa estremamente rischiosa, a causa del basso volume di forze dispiegate combinato con la grande obsolescenza della maggior parte delle attrezzature impiegate. L'operazione “Sangaris” un azzardo finito male, poiché la scommessa fatta sulla "sorpresa iniziale" non è stata vinta. Poi la negazione della realtà unita alla nostra mancanza di risorse ha impedito l'adattamento della forza alla reale situazione sul campo e allo schieramento immediato dei cinquemila uomini che erano indispensabili.
Quinto principio: non fare il primo passo senza considerare l'ultimo.
Ciò significa che si devono valutare − senza condizionamenti ideologici, senza essere ciechi − le conseguenze di un intervento, soprattutto se non si intende arrivare fino in fondo.
Al termine del suo discorso, il generale Desportes ha continuato a mettere sull’avviso i membri della Commissione sul decadimento delle nostre forze armate.
L’evidente sottodimensionamento della spesa operativa produce significativi effetti negativi di cui deve essere consapevole chi decide. Anzitutto, apprendere dai media − senza una chiara smentita − che i corpi militari spendono ingiustificatamente il magro bilancio francese evidenzia il fallimento morale, dal momento che i nostri soldati combattono su tutti i fronti, per la Francia e ai suoi ordini, con risorse veramente troppo scarse. Inoltre c’è che siamo sempre sotto il livello della "massa critica": questo sottodimensionamento del budget ha un impatto diretto sia sul successo delle operazioni sia sulla sicurezza dei nostri soldati, che finiscono per ritrovarsi messi in pericolo.
A proposito dell’operazione “Chammal”, il generale dichiara:
Giungo a Chammal dopo un paio di giri, lo ammetto, ma non si perde mai tempo a prendere un momento di distanza strategica, in un’epoca in cui la tendenza è proprio quella di ragionare in fretta, in termini di spese di cassa, su problemi che richiedono tempi lunghi e investimenti pesanti. Non mi trattengo sull’attuale sconcertante contraddizione tra, da un lato, il conflitto del mondo alle nostre porte, nel nostro est, nel nostro sud-est, nel nostro sud, la moltiplicazione dei nostri interventi e, dall’altro lato, il deterioramento rapido e profondo delle nostre capacità di bilancio con, a valle, quello delle nostre capacità militari. A destra e a sinistra lo sanno tutti; alcuni, troppo pochi, lo dicono. [...] E allora? Atteniamoci al ben noto principio della guerra, il principio di concentrazione... o alla sua versione popolare: “chi troppo vuole nulla stringe”. Smettiamo di espanderci! Guardiamo in faccia la realtà.
Stato islamico. "ISIS delenda est": certamente! Siamo profondamente solidali, ma non siamo in alcun modo responsabili. I nostri interessi esistono, ma sono indiretti. Da quelle parti le nostre capacità sono limitate e irrisorie, rispetto agli Stati Uniti, e la nostra influenza strategica è estremamente limitata.

Traduzione per Megachip a cura di Emilio Marco Piano.


NOTA

[1] Il termine “di seconda sezione” significa che il generale ha lasciato il servizio attivo ed è passato a disposizione del ministro della Difesa, NdT.

14 giugno 2013

Datagate, ovvero Barack O’Bush

di Giulietto Chiesa.

 
Disse Bertolt Brecht che, quando il fascismo fosse giunto in America, avrebbe assunto le fattezze della democrazia.
Profezia poetica che si sta avverando sotto i nostri occhi. Il paese che continua ad esserci ossessivamente rappresentato come la più progredita forma di democrazia, è quello stesso in cui i suoi un tempo cittadini (ora sudditi abitanti di Matrix) sono sorvegliati ad ogni istante dal Grande  fratello Nsa che tutto sa e tutto può leggere e vedere.
Anche a noi tocca essere, qualche volta, profeti. Pino Cabras ed io, sul nostro libro Barack Obush, nella sua edizione in lingua russa, mettemmo in copertina un photoshop di Obama e Bush che mostrava la loro contiguità e continuità. Nei giorni scorsi l’Huffington Post, nella sua edizione americana, a due anni di distanza, ci ha copiato il photoshop. Confermando, per altro, il mio giudizio al momento dell’elezione del primo presidente di colore della storia americana: Obama come la più straordinaria operazione di maquillage di un imperatore dai tempi del faraone Tutankamen.
Il programma dei 30.000 droni varato da Barack Obush, per sorvegliare dall’alto tutta l’America (non per uccidere i terroristi), quello della mappatura del cervello umano, sempre promosso dal faraone democratico, dice che si sta andando a tappe forzate verso uno stato americano totalitario sotto tutti i parametri. E ciò avviene mentre Giovanna Botteri, sul Tg3, ogni  sera, con occhi sognanti e parole estatiche, ci descrive le meraviglie della democrazia americana.
Obama fu eletto avendo promesso il ritiro dall’Afghanistan, ma ora scopriamo che questo ritiro non ci sarà mai più. In quel deserto dei tartari resterà un distaccamento permanente di almeno 10.000 uomini. L’Irak è un protettorato americano dove la guerra civile va avanti al ritmo di 50 morti per bomba. Si prepara l’offensiva militare della Nato contro la Siria. Obama dichiara di avere acconsentito alla “red line” tracciata da Netanyhau per l’Iran: così, quando decideranno Tel Aviv e Washington, partirà il bombardamento contro Teheran.
E tutto procede secondo i piani, anche la preparazione psicologica alla guerra. Un recente sondaggio, di pochi giorni fa, pubblicato sulla prima pagina del New York Times, promosso dallo stesso New York Times e dalla Cbs News, dice che il 60% degli americani sarebbe d’accordo di attaccare l’Iran se la linea rossa venisse oltrepassata. Ma la linea rossa la decide Israele e, dunque, l’Iran la sorpasserà anche se starà fermo come una statua di marmo. La maggioranza degli americani ha già subito il lavaggio del cervello e, dunque, applaudirà freneticamente.
Si tratta di vedere ora se anche l’Europa applaudirà. E questo dipende anche da noi, anche dagli italiani. Ora, in mezzo alla valanga di critiche e dileggio contro il Movimento 5 Stelle, io voglio distinguermi plaudendo alla dichiarazione fatta in Parlamento dal capogruppo di quel partito. Quando ha detto, chiaro e forte, che l’Italia non dovrà più partecipare e nessuna impresa militare fuori dai suoi confini. E’ una saggia proposta, per l’Italia e per l’Europa.
In mezzo al devoto e ossequioso silenzio di tutte le sinistre, di ogni tinteggiatura, solo il gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle si candida a far risorgere il movimento pacifista italiano, già demolito dal tradimento di tutte le sinistre. Dunque, almeno su questo punto qualificante, io sto con l’unica opposizione, senza se e senza ma. L’alternativa alla guerra è solo la pace. Il resto sono chiacchiere.


Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/14/datagate-ovvero-barack-obush-2/626100/.

Pubblicato anche su: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=78113&typeb=0&Loid=315&Datagate-ovvero-Barack-O-Bush.



19 maggio 2013

SEALs uccisi nel 2011: famiglie contro governo

di Press TV.

CON NOTA DI MEGACHIP IN CODA ALL'ARTICOLO.
Le famiglie dei commandos USA uccisi nel 2011 in  occasione dell'abbattimento di un elicottero nell'Afghanistan orientale hanno accusato Washington per l'attentato e il successivo insabbiamento, secondo un articolo.
Come riferito lo scorso 9 maggio dal «Washington Times», i parenti delle vittime individuano in capo alla Casa Bianca la responsabilità per l'abbattimento e il susseguente insabbiamento dell'inchiesta sull'attentato all'elicottero Chinook della marina militare USA nell'agosto 2011, che trasportava 38 persone tra cui 17 membri del SEAL Team Six.
Secondo i familiari delle vittime, l'amministrazione del presidente USA Barack Obama e altri funzionari della Casa Bianca «hanno trasformato in bersagli» i loro cari dopo che avevano annunciato che fu il SEAL Team Six ad uccidere Osama bin Laden.
Anche i militanti talebani furono destinatari di informazioni, trapelate proprio dal governo degli Stati Uniti, sul sito di atterraggio dell'elicottero, che resero il velivolo vulnerabile ai loro attacchi, hanno aggiunto i familiari.
«[I militanti] erano posizionati in una torre, in un edificio collocato nel luogo perfetto e nell'istante ideale per lanciare un attacco al CH-47, nel momento in cui era maggiormente vulnerabile», ha dichiarato Doug Hamburger, padre del sergente Patrick Hamburger, deceduto a bordo dell'elicottero Chinook.
I soldati caduti furono trasportati verso il sito di atterraggio con un elicottero Chinook dell'epoca del Vietnam, anziché con i consueti aeromobili delle forze speciali.
I membri delle famiglie hanno contestato anche l'improvvisa sostituzione di sette commandos afghani a bordo dell'elicottero, appena prima del suo decollo. Inoltre, l'amministrazione Obama e il Comando Centrale USA sono stati bersaglio di pesanti critiche per non essere riusciti a condurre un'indagine completa sull'attentato, con i familiari che fanno appello al governo affinché risponda dell'insabbiamento.
«Non era un'indagine approfondita. È una vergogna che si debba essere proprio noi in quanto genitori a richiedere un'inchiesta del Congresso per scoprire le risposte», ha dichiarato Hamburger.
Il bilancio delle vittime contrassegna il più grande singolo incidente per le forze straniere dopo l'invasione in Afghanistan a guida USA dal 2001. Gli Stati Uniti invasero l'Afghanistan con il pretesto di combattere il terrorismo. L'offensiva ha sì rimosso i talebani dal potere, ma l'insicurezza continua a crescere in tutto il Paese, nonostante la presenza di migliaia di soldati sotto il comando USA.
GMA / KA / SS
 
Traduzione per Megachip a cura di Ariel Pisanu.


Nota di Megachip

Per meglio inquadrare l'articolo, segnaliamo anche gli articoli in argomento pubblicati da Megachip nel 2011:
Già allora appariva davvero singolare che dopo tre mesi dai fatti di Abbottabad fossero già morti 17 su 25 componenti del Team Six dei Navy SEALs. Ad oggi, due anni dopo, un incidente dopo l'altro, siamo già a 23 morti su 25. La cosa risulta estremamente sospetta agli occhi dei loro parenti. E risulta altrettanto sospetta anche a noi, che - con buone ragioni - non abbiamo mai creduto alle assurde versioni governative sulle modalità dell'operazione che ha cancellato ufficialmente Osama Bin Laden.