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2 settembre 2016

11/9 - QUINDICESIMO ANNIVERSARIO


di Giulietto Chiesa.
da Megachip.


Il prossimo 11 settembre coinciderà con il 15-esimo anniversario del più grande attentato terroristico della storia. Si sono spesi ettolitri d’inchiostro per argomentare sul tema: chi lo ha fatto? Quali erano gli obiettivi politici che i suoi organizzatori perseguivano?

È una disputa che non si può riproporre qui. Chi scrive ha sostenuto da sempre che i diciannove presunti “dirottatori”, guidati da Osama bin Laden, non avrebbero potuto, in ogni caso, realizzare un tale piano. Ci sono prove in abbondanza che nell’operazione intervennero forze potenti che avevano legami con diversi servizi segreti, a cominciare da settori della CIA e dell’FBI, per arrivare fino all’ISI pakistano, ai servizi segreti sauditi e a quelli, sicuramente coinvolti, del Mossad israeliano.

Il lavoro della “9/11 Commission” (cioè la “versione ufficiale”) non regge di fronte a una sterminata quantità di contestazioni, mosse da ricercatori e giornalisti indipendenti di tutto il mondo. Chi volesse sincerarsene può consultare il sito Consensus911.org, dove molte di queste contestazioni e incongruenze sono state esaminate in questi anni da un gruppo di specialisti di cui anch’io faccio parte. Quella Commissione — come adesso sappiamo ufficialmente dopo le rivelazioni dell’ex senatore democratico Bill Graham (che fu presidente della Commissione del Congresso che per prima indago sull’11/9) e di numerosi senatori e deputati americani — rifiutò di esaminare documenti e prove di quelle oscure manovre che precedettero l’attentato. Le 28 pagine del primo rapporto, recentemente desecretate, rivelano e documentano inequivocabilmente, che il governo saudita aiutò e finanziò i “capri espiatori” a installarsi negli Stati Uniti. E questo fatto, da solo (senza tenere conto che FBI e CIA erano — e tutto ciò è stato provato— al corrente della preparazione dell’attentato), dimostra che la 9/11 Commission fornì una versione falsa dell’intera vicenda, per coprire i veri responsabili.
A questa falsificazione — già provata — se ne possono aggiungere decine. Quanto basta per concludere che ci furono interessi potenti, all’interno dell’élite americana e dei circoli dirigenti occidentali, per coprire i veri protagonisti dell’attentato.  Basti pensare che il presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, Ferdinando Imposimato, ha dichiarato, e scritto, in diverse interviste, che esistono ormai indizi più che sufficienti per incriminare, di concorso in strage, di fronte a un corte internazionale, l’Amministrazione americana di George W. Bush e Dick Cheney. Sfortunatamente una tale corte esiste, ma non è abilitata a processare l’Amministrazione americana.


Il fatto è che — altro indizio importante — tutto il mainstream mediatico occidentale ha coperto in tutti questi 15 anni una versione ufficiale totalmente falsa, fino al ridicolo, impedendo l’emergere della verità. Gli ideatori e organizzatori dell’attentato, i loro amici e sodali, avevano ed hanno il controllo quasi totale della comunicazione mondiale, e dunque hanno potuto giovarsi della completa ignoranza dei fatti in cui centinaia di milioni di persone sono state confinate.

Il problema è dunque, al tempo stesso politico e comunicativo. Ed è questione cruciale risolverlo prima che sia troppo tardi. Gli organizzatori dell’11/9 sono ancora non solo a “piede libero”, ma sono tuttora in grado di creare danni, irreparabili, alla pace mondiale. Si deve ricordare che essi sono dei vincitori: la potenza della loro azione ha modificato drammaticamente la storia del pianeta. Dopo l’11/9 ha preso inizio una serie di guerre sanguinose (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria) e di mutamenti del sistema delle regole internazionali: tutti motivati con la necessità di combattere il “nuovo nemico” dell’Occidente, l’Islam fondamentalista.

La guerra al terrorismo internazionale, che prese inizio fin da quella data, è in corso da quindici anni. Ma, paradossalmente, non solo non sembra produrre risultati tangibili, ma sta estendendo il caos e il disordine in tutte le direzioni.  A prima vista la situazione attuale sembra dimostrare che l’Impero americano — il più potente e armato di tutto il mondo, coadiuvato dalle armate dell’Occidente inquadrate nella NATO — non sia in grado di fermare il nuovo nemico, artificialmente evocato mediante “il più grande spettacolo del mondo”, cui assistettero in diretta televisiva, live, circa 3 miliardi di persone. 

Non credo che questa impressione di sconfitta sia giusta. Piuttosto gli sviluppi cui stiamo assistendo sembrano delineare una situazione di caos globale, che corrisponde agl’interessi degli stessi inventori della “guerra al terrorismo internazionale”. Si tratta di un “caos organizzato”, il cui scopo principale è quello di nascondere ai popoli dell’Occidente, ormai terrorizzati, che l’origine della crisi mondiale è tutta interna all’Occidente. Essa deriva direttamente dal fatto che il sistema bancario mondiale, creato dalla globalizzazione e che, a sua volta, ha sorretto la globalizzazione, non è più in condizione di resistere a lungo senza esplodere in una crisi mondiale di proporzioni cento volte superiori a quelle che portarono alla crisi del 1929.

Il “terrorismo islamico”, che si sta trasformando, giorno dopo giorno, in una “guerra irregolare” diffusa (secondo la definizione datane da Vladimir Putin) equivale a una grande “distrazione di massa”, per disorientare l’opinione pubblica mondiale, ma consente anche agli Stati Uniti di sfruttare terroristi e gruppi radicali estremisti per i propri scopi di parte. Lo prova a dismisura la teoria — inventata per l’occasione proprio dalle fonti ufficiali occidentali per mascherare  il proprio sostegno al terrorismo nel corso della guerra contro la Siria — dei “terroristi moderati”, contrapposti ai “terroristi cattivi”. Teoria che si è spinta fino a far considerare come potenziali alleati, nel tentato abbattimento del regime di Bashar al-Assad, dei raggruppamenti affiliati ad Al-Qa’ida.  Guarda caso, proprio la stessa Al Qa’ida cui 15 anni fa venne attribuita la paternità del grande attentato contro il World Trade Center e il Pentagono.

Dopo la crisi del 2008, innescata dal crollo di Lehman Brothers, nessuna ricetta dei centri del potere finanziario globale è stata in grado di rimettere in moto la macchina finanziaria mondiale. Il denaro è stato moltiplicato in forme vertiginose, attraverso il quantitative easing praticato da tutte le banche centrali dell’Occidente.  Ma la macchina globale non riesce a ripartire. Al contrario, tutte le previsioni (che vengono tenute accuratamente nascoste al grande pubblico degl’investitori) dicono che, da qui al 2020-2025, la crescita del PIL globale si avvicinerà al punto zero, segnando la fine delle illusioni di crescita economica che sono state sparse a piene mani, contro l’evidenza dei fatti, negli ultimi dieci anni.

Il problema richiede una soluzione politica rapida, essendo quella economico-finanziaria al momento impossibile. L’esplosione sistemica avverrà in un periodo di tempo indeterminato, relativamente procrastinabile, ma non superiore al decennio. Questo spiega la fretta (e anche i segnali di panico) con cui l’Occidente sta cercando di mescolare le carte e di destabilizzare il mondo cancellando tutto il sistema di regole che aveva resistito durante la guerra fredda.
Si ripete così lo scenario che precedette l’11 Settembre del 2001. Qualche anno prima, nel 1998, il gruppo di neo-con guidato da Paul Wolfowitz, aveva predisposto il “Progetto per il Nuovo Secolo Americano” (PNAC, Project for the New American Century). Il titolo era già indicativo della follia dei suoi creatori: proporsi di imporre un altro secolo dominato dall’America, in un pianeta che si avviava a contare oltre 7 miliardi di esseri umani, nel quale esistono ormai giganti come la Cina e l’India, era equivalente a una dichiarazione di guerra contro il resto del mondo. Gli autori neo-con erano perfettamente consapevoli della violenza che un tale progetto avrebbe richiesto per essere realizzato. Sapevano — e lo scrissero — che la Cina, al 2017, sarebbe divenuta un concorrente oggettivo e non controllabile con il quale fare i conti. Rovesciando le parti, la definirono una “minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. E si prepararono a rafforzare un differenziale militare strategico che sarebbe dovuto essere incolmabile, per sempre, per ogni Stato o gruppo di Stati che avesse tentato anche soltanto di avvicinarsi alla potenza dell’Impero.

Essi, già allora, erano consapevoli della fragilità dell’immenso inganno finanziario su cui si reggeva il dollaro. E, infatti, i primi segni di recessione apparvero proprio nel 2001. Nello stesso tempo si trattava di imporre un cambio psicologico nella popolazione americana (e in quella di tutto l’Occidente, Europa inclusa) che, ignara di tutto e all’inseguimento della carota consumistica, mantenuta dal mainstream a poca distanza dal suo naso, non era disposta a farsi trascinare in nessuna avventura. Bisognava dunque creare qualche cosa di straordinario, di tremendo; qualcosa di “simile a una Nuova Pearl Harbor”, affinché le masse percepissero un pericolo smisurato e incombente, potenzialmente distruttore della loro sicurezza e del loro benessere. 
Un tale pericolo esterno non esisteva alla fine del secolo XX. La Russia — così pensavano, e questo fu il loro errore più grande — era già stata tolta dal gioco, conquistata, colonizzata culturalmente e politicamente. Non c’era più il “nemico rosso” che aveva angosciato l’élite americana nel corso della guerra fredda. Dunque la Russia non poteva essere inclusa nel novero dei concorrenti. Il Muro di Berlino era caduto. Come scrisse sarcasticamente Gore Vidal, «quando i russi ci hanno colpiti alle spalle abbandonando il loro impero nel 1991, siamo rimasti con molte idee errate su di noi e, quel ch’è peggio, sul resto del mondo»[1] .

Il pericolo bisognava dunque crearlo artificialmente. E così fecero. Potrà sembrare strano, ma lo dissero e lo scrissero apertamente. Basti ricordare cosa pensava, nel 1997, Zbignew Brzezinski: «Bisogna considerare che l’America sta diventando sempre di più una società multiculturale e, in quanto tale, può essere più difficile creare il consenso su questioni di politica estera, tranne che in presenza di una minaccia nemica enorme, direttamente percepita a livello di massa».[2]
La previsione di una Cina al di fuori del loro controllo era giusta. Ma occorreva subito un “nuovo nemico”. L’Islam venne cucinato per le mense di tutto il mondo come “quel” nemico. George W. Bush e il suo ministro della Difesa, Donald Rumsfeld gridarono ai microfoni e alle telecamere del mainstream che «stava cominciando una guerra che sarebbe durata un’intera generazione» (Rumsfeld disse “cinquant’anni”).

I primi quindici di questi “cinquant’anni” li abbiamo già visti e vissuti. È evidente anche ai ciechi che la situazione mondiale sta degenerando. Ma l’Occidente si rifiuta di prendere atto del mutamento dei rapporti di forza planetari.
Soprattutto insopportabile, per i circoli dirigenti americani, è la constatazione che la Russia è riapparsa sulla scena come protagonista. Nella previsione dei neo-con sbagliata era l’idea che la Russia fosse stata messa definitivamente fuori gioco. E questo errore di calcolo rendeva problematico tutto il resto del loro piano. Pensavano che, tolta di mezzo la Russia, ci sarebbe stato abbastanza tempo per reinventarsi la Cina come nuovo impero del Male, al posto della Russia. Ma si rivelò sbagliata anche la previsione che, una volta inventata la “nuova Pearl Harbor”, i sette miliardi di abitanti della Terra si sarebbero messi in fila per comprare tutto il comprabile nei supermercati predisposti per loro.  Sbagliata anche l’idea che sarebbe bastato creare denaro dal nulla per sistemare ogni cosa.

La sommatoria di questi errori e di questi successi consentì all’Impero di reggere — tra una nuova guerra e l’altra — per sei anni. Il settimo fu il 2008, e ci vollero dieci trilioni di dollari, inventati in tutta fretta dalla Federal Reserve di Alan Greenspan, per salvare dalla bancarotta tutte le banche dell’Occidente. E — come abbiamo già ricordato — gli ultimi otto anni sono stati il regno del caos.
Ecco perché l’Impero si trova di nuovo nella necessità di compattare il proprio sistema di alleanze, esattamente come fece attraverso l’attentato terroristico dell’11/9.  Nel 2008 lo stratagemma fu la destabilizzazione dei “piccoli nemici”. Affidato a Barack Obama, che lo realizzò mediante una moltiplicazione di rivoluzioni colorate e, soprattutto con l’uso delle “primavere arabe” per fare piazza pulita di regimi ormai scomodi, o inutili, nel Medio Oriente. E si deve riconoscere che questa operazione strategica ha funzionato, ma solo nel senso di incrementare la destabilizzazione globale.

Ma la presenza della Russia, tornata ad essere potenza mondiale, ha costretto i neo-con a cambiare strategia, e a tornare sul luogo del delitto. Di nuovo la fretta ha fatto capolino.
La crisi incombe e, a est, ci sono ora due “nemici”, Russia e Cina. Non solo il grande, ma unico, “Paese del Centro”. Solo così si spiega il colpo di Stato in Ucraina, l’abbattimento di Janukovic con le squadre naziste e ultranazionaliste russofobe da lungo tempo preparate e istruite con l’aiuto della Polonia e delle Repubbliche baltiche. 
La trappola, ben preparata, doveva costringere la Russia a un intervento diretto a sostegno dei russi di Ucraina, sottoposti a una vera e propria pulizia etnica di nuovo tipo. Vladimir Putin non è cascato nella trappola e i russi di Ucraina — non tutti ma una parte decisiva — hanno trovato la forza di difendersi. La Crimea ha scelto di “tornare in patria”. 

Ma il risultato è stato in gran parte raggiunto dall’Impero. L’Europa si è schierata a fianco agli Stati Uniti, sono scattate le sanzioni, l’ondata russofobica ha investito tutto l’Occidente e lo ha compattato attorno a Washington. La Russia e Putin sono il vero “nemico da battere”.
Come? Hillary Clinton dovrà risolvere il problema.
Lo scontro diretto è in preparazione. Ma non tutti a Washington sono così suicidi da pensare di attuarlo. Si preparano alla guerra, ma pensano che anche la Russia di Putin potranno metterla in ginocchio, come fecero con l’URSS di Mikhail Gorbaciov. È una scommessa che potrebbero perdere.  E l’Europa è in pieno subbuglio. Potrebbe rompersi prima l’Europa.
E anche l’Impero è diviso al suo interno. Donald Trump difficilmente vincerà le elezioni, ma è un segnale che la fiducia dello stesso popolo americano nelle sue élites è ormai logorata. Si può applicare all’America il detto latino: “omne regnum in se ipse divisum desolabitur” (ogni regno, quando è diviso al suo interno, finisce per crollare).



NOTE


[2] Il corsivo è dell’autore di queste righe.

25 aprile 2015

Ecco come ci disprezza l'Impero

di Pino Cabras.

Bastano undici minuti e mezzo per capire cos'è in questo momento l'imperialismo nordamericano. Non dico altro: spendete questa piccola porzione della vostra esistenza, guardate questo video tradotto da Pandora TV per accorgervi alla fine di saperne di più senza troppe mediazioni giornalistiche, ascoltando tutto dalla viva voce di George Friedman, il capo della Stratfor, un'influente società privata di spionaggio legata a doppio filo con il complesso militare-industriale USA.


Era già accaduto di sentire con le nostre orecchie le candide agitazioni di un altro Dottor Stranamore, Patrick Clawson, che strillava pubblicamente affinché qualcuno preparasse una provocazione, un atto bellico sotto falsa bandiera con cui gli USA si trovassero "costretti" a entrare in guerra con l'Iran. L'ossessione dei neocon, frenata a stento dall'ala realista dell'establishment statunitense.
Ma il discorso di Friedman, così cinico e organico, va molto oltre. È la prova regina di come ci vede l'Impero: pura carne da cannone, popoli da manipolare, da dividere, mettere l'uno contro l'altro. Se il giornalismo europeo non fosse asservito alla galassia di entità atlantiste di cui fa parte Stratfor, in un sussulto di dignità avrebbe già travolto questo discorso di Friedman come uno dei più disastrosi rovesci nella storia delle pubbliche relazioni. Invece zitti.
Ma chissà, potrebbero esserne invece capaci i lettori, se si scandalizzassero per via di tutta questa cinica strafottenza imperiale, e facessero sapere in ogni angolo del web, diffondendo questo video, cosa guadagniamo a stare con i padroni della NATO: soltanto il loro disprezzo assassino, e la promessa del ritorno della guerra nel nostro suolo.


6 gennaio 2015

Il 2015 verterà interamente su Iran, Cina e Russia

di Pepe Escobar.
 
PECHINO - Allacciate le cinture di sicurezza; il 2015 sarà un turbine che opporrrà Cina, Russia e Iran contro quel che ho descritto come “Empire of Chaos" (l'Impero del Caos, NdT).
Quindi sì – sarà tutta una questione di ulteriori passi verso l'integrazione dell'Eurasia mano a mano che gli USA risulteranno sospinti fuori da quell'area. Vedremo un'interazione geostrategica complessa che minerà progressivamente l'egemonia del dollaro quale moneta di riserva e, soprattutto, il petrodollaro.

Per tutte le immense sfide fronteggiate dai cinesi, in tutta Pechino è facile individuare i segni inequivocabili di una superpotenza commerciale sicura di sé, pienamente emersa. Il presidente Xi Jinping e l'attuale dirigenza continueranno a investire pesantemente nel fattore guida dell'urbanizzazione e nella lotta alla corruzione, anche ai più alti livelli del Partito Comunista Cinese (PCC). A livello internazionale, i cinesi accelereranno la loro travolgente spinta in favore delle nuove "Vie della Seta" - sia terrestri sia marittime - che sosterranno la strategia maestra cinese a lungo termine volta all'unificazione dell'Eurasia tramite gli scambi e il commercio.

I prezzi del petrolio globali sono destinati a rimanere bassi. Impossibile scommettere se un accordo nucleare sarà raggiunto o meno entro la prossima estate tra l'Iran e il P5 + 1. Se le sanzioni (vale a dire la guerra economica) contro l'Iran rimangono e continuano a danneggiare seriamente la sua economia, la reazione di Teheran sarà ferma, e comprenderà anche una maggiore integrazione con l'Asia, non con l'Occidente.
Non importa come sia stato architettato, quel che resta è che l'attuale collasso finanziario/strategico del prezzo del petrolio è un attacco diretto contro (e chi se no?) l'Iran e la Russia.
Washington è ben consapevole che un accordo globale con l'Iran non può essere raggiunto senza l'aiuto della Russia. Sarebbe l'unico - e lo ripeto: l'unico – successo della politica estera dell'amministrazione Obama. Un ritorno all'isteria del "Bomb Iran" starebbe bene solo ai proverbiali soliti sospetti (i neo-con). Ancora, non a caso, sia l'Iran sia la Russia sono ora soggetti a sanzioni occidentali. Non importa come sia stato architettato, quel che resta è che l'attuale collasso finanziario/strategico del prezzo del petrolio è un attacco diretto contro (e chi se no?) l'Iran e la Russia.


Quella guerra dei derivati
Ora diamo un'occhiata ai fondamentali russi. Il debito pubblico della Russia è pari appena al 13,4% del suo PIL. Il suo deficit di bilancio in rapporto al PIL è solo dello 0,5%. Se presupponiamo un PIL USA di 16,8 trilioni dollari (la cifra per il 2013), il deficit di bilancio degli Stati Uniti è pari al 4% del PIL, contro lo 0,5% della Russia. La Fed è essenzialmente una società privata di proprietà di banche private regionali americane, anche se si fa passare per un istituto statale. Il debito USA detenuto pubblicamente è pari a un enorme 74% del PIL per l'anno fiscale 2014. In Russia è appena il 13,4%.
La dichiarazione di guerra economica da parte degli Stati Uniti e della UE alla Russia - attraverso l'attacco al rublo e l'attacco alla finanza derivata collegata al petrolio - era essenzialmente un racket basato sui derivati. I derivati - in teoria - potrebbero essere moltiplicati all'infinito. Gli operatori sui derivati hanno attaccato sia il rublo sia il prezzo del petrolio al fine di distruggere l'economia russa. Il problema è che l'economia russa è finanziata con maggiore solidità di quella americana.
Considerando che questa rapida mossa è stata concepita come uno scacco matto, la strategia difensiva di Mosca non era poi così male. Sul fronte chiave dell'energia, il problema rimane dell'Occidente, non della Russia. Se l'UE non compra quel che Gazprom ha da offrire, crollerà.
L'errore cruciale di Mosca è stato quello di consentire all'industria nazionale della Russia di finanziarsi con un debito esterno, denominato in dollari. Stiamo parlando di una mostruosa trappola del debito che può essere facilmente manipolata dall'Occidente. Il primo passo per Mosca dovrebbe essere quello di sorvegliare da vicino le sue banche. Le società russe dovrebbero farsi prestare il denaro nazionalmente e fare la mossa di vendere i loro beni all'estero. Mosca dovrebbe anche prendere in considerazione di rendere operativo un sistema di controlli valutari in modo che il tasso di interesse di base possa essere abbassato rapidamente.
E non si dimentichi che la Russia può sempre usare l'arma di una moratoria sul debito e degli interessi, che riguarderebbe oltre 600 miliardi di dollari. Ciò scuoterebbe il sistema bancario di tutto il mondo fino al midollo. Stiamo parlando di un "messaggio" non velato che costringerebbe l'apparato di guerra economica di USA e UE a sparire.
E non dimenticate che la Russia può sempre usare l'arma di una moratoria sul debito e degli interessi, che riguarda oltre 600 miliardi di dollari.
La Russia non ha bisogno di importare alcuna materia prima. La Russia può facilmente decodificare e re-ingegnerizzare in teoria qualsiasi tecnologia importata, se le occorre. Più di tutto, la Russia è in grado di generare - dalla vendita di materie prime - abbastanza credito in dollari o euro. La vendita da parte della Russia delle sue ricchezze energetiche - o di sofisticati sistemi militari - potrebbe diminuire. Tuttavia, raccoglierà la stessa quantità di rubli - poiché il rublo è calato.
La sostituzione delle importazioni con la produzione interna russa ha perfettamente senso. Ci sarà una fase di inevitabile "aggiustamento" - ma non durerà molto. Le case automobilistiche tedesche, per esempio, non possono più vendere le loro auto in Russia a causa del declino del rublo. Questo significa che dovranno spostare le loro fabbriche in Russia. Se non lo fanno, l'Asia - dalla Corea del Sud alla Cina - le espellerà dal mercato.


Orso e Dragone in giro per prede
La dichiarazione di guerra economica contro la Russia da parte dell'UE non ha comunque senso. La Russia controlla, direttamente o indirettamente, la maggior parte del petrolio e del gas naturale tra Russia e Cina: circa il 25% dell'offerta mondiale. Il Medio Oriente è destinato a rimanere nel caos. L'Africa è instabile. L'Unione europea sta facendo tutto il possibile per isolarsi dal suo approvvigionamento più stabile di idrocarburi, spingendo Mosca a reindirizzare l'energia verso la Cina e il resto dell'Asia. Che regalo per Pechino – visto che riduce al minimo l'allarme circa la marina militare USA che gioca al "contenimento" lungo le aree di alto mare.
Eppure, un assioma non dichiarato a Pechino è che i cinesi restano estremamente preoccupati per via di un Impero del Caos che perde sempre più il controllo e detta le tempestose condizioni del rapporto tra l'UE e la Russia. La linea di fondo è che Pechino non si permetterà mai di porsi in una posizione in cui gli Stati Uniti potrebbero interferire con le importazioni di energia della Cina: come è avvenuto con il Giappone nel luglio 1941, quando gli USA dichiararono guerra attraverso l'imposizione di un embargo petrolifero, tagliando il 92% delle importazioni giapponesi di greggio.
Tutti sanno che uno dei pilastri fondamentali della spettacolare ascesa della Cina in termini di potenza industriale risiede nel requisito per i produttori di produrre in Cina. Se la Russia facesse lo stesso, la sua economia crescerebbe a un tasso di oltre il 5% annuo in pochissimo tempo. Potrebbe crescere perfino di più se il credito bancario fosse legato solo a investimenti produttivi.
Ora si immagini che la Russia e la Cina investano congiuntamente in un una nuova unione monetaria sostenuta da oro, petrolio e risorse naturali come alternativa al fallito modello “democratico” che si regge sul debito, spinto dai Padroni dell'Universo di Wall Street, dal cartello delle banche centrali occidentali, e dai politici neoliberisti. Dimostrerebbero così al Sud del mondo che il finanziare la prosperità e il miglioramento del tenore di vita gravando le generazioni future con il debito era un sistema destinato a non funzionare sin dal principio.
Fino ad allora, una tempesta minaccerà direttamente la nostra stessa vita - oggi e domani. La combinazione Padroni dell'Universo/Washington non rinuncerà alla sua strategia volta a fare della Russia uno stato paria tagliato fuori dal commercio, dai trasferimenti finanziari, dal sistema bancario e dai mercati del credito occidentali, e pertanto soggetto a un cambiamento di regime.
Proseguendo lungo una tale strada, se tutto va secondo i piani, il loro obiettivo sarà (e chi se no?) la Cina. E Pechino lo sa. Nel frattempo, aspettiamoci un paio di bombe a scuotere l'UE fino alle fondamenta. Il tempo potrebbe esaurirsi: ma per l'Unione europea, non per la Russia. Tuttavia, la tendenza generale non risulterà alterata; l'Impero del Caos viene lentamente ma inesorabilmente sospinto fuori dell'Eurasia.


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Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.


10 novembre 2014

Ricercato: il leader del Mondo Libero


di Pino Cabras.
da Megachip.
Vladimir Vladimirovic Putin non è andato in Germania ad assistere alle celebrazioni su un'importante vicenda storica di un quarto di secolo fa, la rimozione del Muro di Berlino. Era a Pechino per fare la Storia del prossimo quarto di secolo, mentre firmava un altro storico mega-accordo sul gas con il presidente cinese Xi Jinping
A Putin non manca il senso della Storia. Venticique anni fa era proprio in Germania Est, e precisamente a Dresda, dove soggiornava da quattro anni in veste di ufficiale del KGB. Aveva avuto modo tante volte di girare in tutto il vasto centro di quella città ricca di storia, che nei secoli si era guadagnata la definizione di Elbflorenz (“Firenze sull'Elba”). Ricca di storia, sì, eppure nessuno degli edifici che costeggiava le camminate di Putin aveva più di cinquant'anni. La città infatti era stata letteralmente rasa al suolo dal 13 al 15 febbraio 1945 dai bombardieri britannici e americani. Morirono decine di migliaia di persone, quasi tutte civili. La Repubblica Democratica Tedesca aveva ricostruito la città, facendo di essa un primario centro industriale e di ricerca. Quando la Germania Ovest annesse la Germania Est, non trovò certo una terra di nessuno. Era un paese industriale ricostruito dopo una catastrofe. Proprio nel rapporto con quello Stato era nata l'Ostpolitik, il modo di stemperare la Guerra Fredda per evitare un'altra catastrofe. 
Ci si spiava, ci si parlava. Putin ha fatto la gavetta lì.

La vecchia guardia dei politici europei dei tempi andati non perde ormai occasione per dirlo: separare i destini dell'Europa dalla Russia è un suicidio politico, un errore strategico, una follia economica, un'avventura insensata. L'ultimo leader dell'URSS, Mikhail Gorbaciov, si è pronunciato in tal senso nell'occasione più solenne, proprio la celebrazione dei 25 anni dalla rimozione del Muro, con una dichiarazione che si schiera nettamente con quel fa e dice l'inquilino odierno del Cremlino, Vladimir Putin.
Nel corso dei mesi della crisi ucraina abbiamo sentito anche le dichiarazioni dell'ex primo ministro francese Dominique De Villepin, quelle degli ex presidenti del Consiglio italiani Silvio Berlusconi e Romano Prodi, per non parlare degli ex cancellieri tedeschi Gerhard Schröder e Helmut Kohl (quest'ultimo praticamente silenziato da tutti i principali organi di informazione italiani), e altri ancora, come l'ex cancelliere austriaco Wolfgang Schüssel. Sono tutti politici che hanno dovuto fare i conti - al loro tempo - con l'ingombrante superpotenza degli USA: tutti la vedevano come un interlocutore essenziale e indispensabile, ma agivano per salvaguardare spazi di manovra per sé, in modo da essere autonomi nel nome di interessi radicati presso le proprie classi dirigenti nazionali e nella “Casa comune europea”.
All'alba del “momento unipolare” statunitense, quando crollava la cortina di ferro fra l'Est e l'Ovest dell'Europa, e poi negli anni successivi, ognuno di questi politici ha giocato le sue scommesse, vincendone e perdendone. Nessuno di loro pensava che il suo compito fosse obbedire ciecamente agli USA. Gorbaciov fu sconfitto da coloro che vollero la fine dell'URSS; Kohl scommise sulla riunificazione tedesca ma assisté allo sconvolgimento degli equilibri europei che seguirono; De Villepin vide le istituzioni golliste della vecchia Francia indipendente travolte dalle presidenze atlantiste di Sarkozy e di Hollande; Berlusconi e Prodi - lungo i decenni - hanno contribuito gravemente al declino dell'Italia, ma si ricorda anche qualche tentativo da parte loro di non azzerare la capacità di manovra internazionale ereditata dalla Prima Repubblica. La cosiddetta “sovranità limitata” non era sinonimo di “sovranità azzerata”.

Questi diversi governanti parlavano spesso della Casa comune europea. Questa casa non è stata poi costruita per vari motivi. Dov'è che sono mancati i mattoni? Perché quella casa non c'è? Perché tutti questi governanti avevano limiti e ambiguità, perché hanno proiettato gravi errori sulle generazioni successive, perché c'erano condizioni - storiche e oggettive - che non controllavano, perché maturava una crisi più grande che stava fuori e al di sopra della crisi europea, ossia la crisi dell'Impero atlantico e della potenza nordamericana.
Intanto l'Impero in crisi puntava a far pagare a tutti il prezzo sempre più esoso della propria sopravvivenza. Il dollaro non era più quello di una volta, la finanza si faceva via via più devastante, ma anche la NATO non era quella di prima: in contrasto contro ogni altra logica, si espandeva. L'Impero doveva accentuare tutte le spinte militari, aumentare la dose di controllo fino a rendere la propria “intelligence” un incubo orwelliano e a trasformare la Casa comune europea in una Caserma.

In pieno revival berlinese, visito a Berlino la sede della STASI, diventata un museo che vorrebbe perpetuare la vergogna di un sistema che impiegava decine di migliaia di persone per violare “le vite degli altri”. Scatto molte foto ai microfoni nascosti negli orologi, alle macchine fotografiche mascherate da innaffiatoi o tronchi d'albero, ai campioni di tessuto degli oppositori (da far odorare ai cani per rintracciarli prima), ai registratori e alle bobine che carpivano migliaia di voci. Mentre fotografo questo tragicomico modernariato dello spionaggio, mi rendo conto di quanto esso sia poca cosa di fronte a quel che ha rivelato Edward Snowden
Potete anche voi visitare il museo della STASI, ma non c'è ancora un museo che spieghi che tutte le vostre email - anche se siete uomini potenti, anzi, soprattutto se siete potenti - sono in pancia alla NSA e ad altre strutture spionistiche atlantiche. Strutture con budget sterminati che vogliono e ottengono una sola cosa, la TIA – Total Information Awareness, ossia la sorveglianza totalitaria. Altro che il buffo innaffiatoio della vecchia Germania Est.
Ecco perché le classi dirigenti europee di nuova generazione, dal lato atlantico, oggi sono molto cambiate: totalmente ricattabili, asservite, incapaci di affermare una propria elaborazione autonoma, disarticolate. Se la generazione dei grandi vecchi che abbiamo citato commetteva errori e subiva sconfitte, questa generazione è addirittura annichilita, almeno a Ovest: perché innanzitutto non è libera. E si fa portare in guerra, a partire dal disastro ucraino.
Gli esponenti più avveduti delle classi dirigenti, ovunque in Europa, sanno che la Guerra Fredda e le sanzioni sono un pessimo affare e che la sicurezza collettiva non può esistere se va contro qualcuno, specie se quel qualcuno ha il peso della Russia. I più liberi di parlare restano i vecchi ed ex politici. Nessuno di loro ha consuetudine con i politici della generazione Obama. Li vedono come maggiordomi che – così come Barack – non possiedono pensiero autonomo, ma recitano un copione redatto presso i veri piani alti dell'Impero e della finanza, e lo recitano meccanicamente fino in fondo, anche quando sanno che annienterà la sovranità dei propri paesi, sacrificata all'altare di una nuova Guerra Fredda.
Perciò, i vecchi, com'è naturale, guardano con attenzione speciale a Mosca, dove vedono una classe dirigente vera. Putin e Lavrov sovrintendono al proprio copione, e questo rende leggibile il loro operato. La politica internazionale del Cremlino mira a essere "prevedibile", cioè esplicita nell'enunciare i propri interessi di lungo periodo, senza aree di ambiguità. Quando Putin dice di non voler ricostruire l'Unione Sovietica, è vero. E quando dice che non consentirà alla NATO di minare l'efficacia della deterrenza nucleare, è altrettanto vero. Capirlo ci consentirebbe di risparmiare sulle spese militari che ingrassano coloro per i quali Obama fa il piazzista.
L'americano Paul Craig Roberts, un altro reduce di quando la politica governava ancora qualche decisione, è arrivato a definire Putin “il leader del mondo morale”. Suonerà una definizione controversa per molti potenziali lettori, letteralmente bombardati dalla campagna anti-russa e dall'isteria anti-Putin che fa scrivere a tutta la stampa occidentale anche le notizie più assurde pur di lordare con sangue e sperma la sua reputazione.
Ma c'è qualcosa che spiega lo stesso la definizione usata da Roberts. Un tempo l'ideologia occidentale era riassunta nell'espressione “siamo il Mondo Libero”, un concetto già smentito dalle sue guerre e dai dittatori al suo servizio, e oggi sempre più inconsistente, fino a diventare un'autorappresentazione al limite della patologia. La nemesi è in atto: Vladimir Putin si sta ritrovando a essere il leader del Mondo Libero così come è da intendere oggi, ossia il mondo che per emanciparsi deve sganciarsi dal dominio di Washington, e perciò costruisce nuove alleanze fra continenti, popoli, gruppi di interesse, forze militari, movimenti politici molto diversi.
Putin non aveva lavorato per questo obiettivo, perché stava lavorando a sollevare la marea geopolitica del suo immenso paese. Nel sollevarsi, la marea a sua volta ha sospinto la barca del Cremlino fino a un rango di relazioni autenticamente «globali», a dispetto della definizione che i burattinai russofobi fanno leggere a Obama sul suggeritore elettronico: «Russia potenza “regionale”». Il che rivela il vero pensiero che le classi dirigenti imperiali rivolgono anche a tutti gli altri attori internazionali: a Washington non accettano il mondo multipolare e faranno di tutto per spegnere ogni ambizione da potenza globale, impedendo prima di tutto ai vari attori “regionali” di interagire, separandoli artificialmente contro i loro interessi.
Con l'Europa la faccenda funziona, tanto che ora il Muro lo vogliono costruire da Ovest, per separare l'Ucraina dalla Russia sul modello del Muro israeliano, che hanno già digerito senza menare scandalo. Con la Cina e i BRICS funziona molto meno, tanto che la velleità USA viene travolta da giganteschi accordi economici che cambieranno gli assetti mondiali, e fuori dal dollaro.

In Russia sanno che rimane loro poco tempo per sganciarsi dai mille fili che li legano ancora alla finanza anglosassone e alle leve che manovrano il prezzo degli idrocarburi, e sanno anche che l'esito non è scontato.
In America sanno che rimane poco tempo per impedire il sorgere di un mondo multipolare e riallineare a sé interi continenti, dall'Africa, all'Europa asservita dei nuovi trattati, fino al Caos artificiale in Medio Oriente, mentre si prepara ogni grado di aggressione a danno delle grandi potenze eurasiatiche.
In Europa, i vecchi politici sanno che rimane poco tempo alle loro vite per testimoniare l'urgenza di ricostruire un buon rapporto con la Russia, da cui passano le strade della sicurezza collettiva. Rimane quindi poco tempo all'Europa tutta per ascoltarli, anziché allearsi con i nazisti ucraini e farsi governare dagli incubi robotici del neoliberismo reale degli Juncker e dei Katainen.




29 aprile 2013

Letta, la tela atlantica

di Pino Cabras - da Megachip.


L’approdo al governo di Enrico Letta ha molti punti di contatto con il viaggio nel potere di Barack Obama. A molti questo potrebbe apparire come un complimento rivolto a due campioni progressisti. Per chi obamiano non è, come chi scrive, è invece la critica a due conservatori impegnati a salvaguardare creativamente gli interessi dell’Impero, Obama al centro e Letta in periferia. Tralasciamo per ora le scontate differenze fra USA e Italia, il divario in termini di loro ruolo e peso internazionale, la diversità dei sistemi politici ed elettorali. Quel che interessa qui sottolineare è il fatto che un sistema in profonda crisi di legittimità ha trovato una soluzione “creativa” all’interno delle proprie classi dirigenti. Gli Stati Uniti erano segnati da un “impresentabile” come il presidente Bush. In Italia venivamo da un livello di fiducia nei partiti politici ormai prossimo allo zero. In entrambi i casi il rimedio è stato covato dalle classi dirigenti promuovendo un leader relativamente giovane, messaggero di una retorica che necessariamente promette il cambiamento, ma protegge i rapporti di forza esistenti.
Obama vince le elezioni promettendo di stare dalla parte della strada (Main Street), contro la finanza (Wall Street), ma poi fa il contrario, al netto di qualche concessione secondaria da sbandierare sui media, fino a riempire l’esecutivo di esponenti di Wall Street e del complesso militare-industriale. Si fa poi rieleggere dicendo che gli altri sono peggio.
Letta raccoglie voti promettendo innovazione e nessun governo con Berlusconi, ma poi si accorda con lui e accoglie i suoi esecutori nel governo, assieme a volti nuovi. Anche Letta riesce a contare su quelli che soccombono continuamente al presunto meno peggio. O almeno: nel PD funziona strutturalmente così, finché, salasso dopo salasso, rimarranno soltanto gli ultimi veterani menopeggisti, una manica di cinici e di poveri illusi.
Per le cariche istituzionali c’è una certa competizione all’interno delle élites, con strategie diverse, sgambetti, trame, giravolte, cordate di potere contrapposte, contestazioni reciproche, ricatti. Gli oligarchi giocano la loro partita in mezzo alle masse, e le associano, cercando di inquadrare interessi diffusi di milioni di persone dentro le battaglie di pochi potenti. La manipolazione mediatica è lo strumento principe in questa partita. Interi spezzoni del sistema politico un tempo riuscivano a sottrarsi in parte al gioco, e gli interessi popolari non erano senza peso negoziale e politico. Negli ultimi decenni la cooptazione di vaste componenti semi-autonome della società e del sistema politico si è invece perfezionata, al punto da non tollerare più nulla che non obbedisca al Pensiero Unico. Chi non obbedisce vede via via deperire gli strumenti e le relazioni che rendevano politicamente spendibile la sua autonomia. In questo deserto, rimangono in piedi gli strumenti e le relazioni della nuova tecnopolitica, le reti di cui Letta è certamente un primatista. Per molti l’alternativa è essere assimilati o non trovare nessun luogo politico dove stare.
Anche il più sofisticato network di potere non riesce tuttavia a convincere enormi porzioni dell’elettorato a farsi rappresentare dai suoi avatar, soprattutto durante una crisi sistemica che sconvolge la società e l’economia. Negli Stati Uniti la larghissima voragine dei non rappresentati è più facilmente neutralizzata perché non vota o perché le sue proteste (come Occupy Wall Street) non puntano a scalfire il gioco politico alle elezioni. In Italia però è accaduto qualcosa di diverso: la formidabile spallata elettorale del Movimento Cinque Stelle guidato da Beppe Grillo è stata talmente aggregante da aver ricostituito un grande polo di opposizione, molto più vasto e variegato del nucleo militante del M5S.
La creatura politica di Grillo e Casaleggio ha i gravi limiti che più volte abbiamo sottolineato, in molti articoli su queste pagine. Ha il problema di dover maturare in fretta per contribuire a una grande alleanza di forze politiche alternative in seno al popolo italiano, mentre i tempi della crisi galoppano e non aspettano i balbettii tattici e le lacune culturali e strategiche di Vito Crimi & Co..
Nondimeno, la sola presenza di questo coagulo di opposizione ha fatto crollare per sempre tutti gli alibi della sinistra istituzionale italiana. Quella sinistra stava semplicemente gestendo un eredità derivante dai decenni in cui aveva schierato vaste forze popolari, i tempi in cui aveva vasti margini di autonomia, programmi propri, grandi spinte intellettuali, una propria idea di geopolitica, una sua coscienza degli interessi nazionali. Per due decenni quel patrimonio storico è stato usato dai dirigenti della sinistra in funzione sempre più subalterna: hanno guidato milioni di persone sotto l’ala di altri centri di potere che avevano e hanno una loro fermissima agenda “atlantica”. Mentre le forze un tempo antioligarchiche non studiavano più nulla e smantellavano ogni luogo in cui avrebbero potuto formare un proprio pensiero autonomo, l’oligarchia atlantica si incuneava profondamente nel loro campo e lo egemonizzava, fino ad assoggettarle. Il vecchio patrimonio è ora totalmente dilapidato. Il maestro di Letta, Beniamino Andreatta, faceva studiare suo figlio Filippo all'Atlantic College. Altri si legavano a istituzioni analoghe. Uno per uno, i rampolli stavano dentro strutture legate al nucleo vero del potere transnazionale dominante.
Perciò le lobby lettiane non hanno quasi nulla di misterioso. L’Aspen Institute, VeDrò, la partecipazione alla Commissione Trilaterale, la cooptazione alle riunioni del Club Bilderberg, gli accademici che ovunque diffondono il Verbo Atlantico e le fesserie teoretiche sul nesso fra austerità e crescita economica, tutte queste relazioni sono reti solide in mezzo a un oceano di dispersione. In quell’oceano le proposte alternative non raggiungono massa critica, e in troppi si perdono nelle illusioni di ricostituire la sinistra senza fare i conti con le vere cause del suo disastro. Basti pensare ai tanti abbagli in sono incorsi i Godot che attendevano inutilmente una qualche riformabilità del PD. Una generazione perduta.
Nulla di misterioso nell’arroccamento del potere nel corso della crisi: è il momento in cui contano solo i rapporti di forza e non sono tollerati esperimenti che possano minimamente mettere in discussione l’agenda atlantica e il pensiero unico della rapina europea. L’unica realtà dirigente rimasta nel campo della fu-sinistra è perciò legata mani e piedi alla ragnatela politica di Letta e simili. I presunti dissensi dei parlamentari durano lo spazio di qualche tweet, e il gregge torna a testa bassa a votare la fiducia, anche se sa che perderà un mare di voti.
SEL si agiterà fuori dal PD, ma non ha grandi potenzialità espansive. Figuriamoci un Civati, dentro il PD.
Intendiamoci, anche Giuliano Amato era un grand commis della tela washingtoniana e londinese. E Romano Prodi era “chairman” del Bilderberg, e via elencando. La novità, con Letta, è che ora non c’è più nient'altro in grado di porsi all’altezza di quei network.
I partiti, i sindacati e altre formazioni sociali si permettevano di esercitare una semisovranità, qualche libertà d’azione sub-dominante. Ora non più, e perciò non c’è più sovranità alcuna.
Non c’è più nemmeno la cauta subordinazione di quando c’era la DC - quando si percorrevano anche certe vie detestate dalle capitali atlantiche importanti - in virtù di interessi che non si voleva liquidare: l'Italia aveva una sovranità limitata, ma non nulla.
Basta scorrere l’elenco dei ministri chiave del governo Letta per capire che adesso il blocco atlantico è il cuore della coalizione. Questo implica un risvolto da non trascurare. Sia prima dell’attacco alla Jugoslavia nel 1999, sia prima dell’aggressione alla Libia nel 2011, le instabilità del sistema politico italiano furono rapidamente regolate da un via vai di parlamentari che si collocavano in modo “innaturale” rispetto ai loro riferimenti. Tutto serviva a rinsaldare il quadro politico per fare meglio la guerra, una guerra decisa altrove. Le occasioni di guerra non mancano nemmeno stavolta.
Perciò l’urgenza di costruire un blocco sociale e politico alternativo, con una sua proposta di governo, è un compito storico di importanza capitale. La tela c’è, ma va rafforzata, perché quelli non scherzano mica, e a chi rimane troppo liquido, se lo bevono.


24 febbraio 2012

Lettera a una giornalista

di Jean Bricmont – «Le Grand Soir».
Traduzione a cura della redazione di Megachip.



Una giornalista (di cui non citerò il nome né il giornale per cui lavora) mi ha fatto una domanda a proposito del mio «sostegno ai dittatori» (in particolare Assad), delle ingerenze negli affari interni di paesi come la Siria che questo sostegno rappresenterebbe, dei miei collegamenti con l'estrema destra così come con i siti "cospirazionisti" e della "garanzia" razionalista e progressista che ad essi apporterei. Ecco la mia risposta.

Lei solleva due questioni importanti: il mio “sostegno ai dittatori” e i miei “collegamenti con l'estrema destra”. Queste domande sono importanti, non perché siano pertinenti (non lo sono), ma perché sono al centro della strategia di demonizzazione delle modeste forme di resistenza alla guerra e all'imperialismo che esistono in Francia. È attraverso questo tipo di impasto che al mio amico Michel Collon è stato proibito di parlare alla Borsa del Lavoro a Parigi, dopo una campagna condotta da sedicenti anarchici.
In primo luogo, dal momento che si parla di razionalismo, pensiamo al più grande filosofo razionalista del XX secolo: Bertrand Russell. E a cosa gli è toccato durante la Prima Guerra Mondiale, cui si era opposto: è stato accusato di sostenere il Kaiser, evidentemente. Il trucco di denunciare gli oppositori della guerra in veste di sostenitori della parte a cui si fa la guerra è antica quanto la propaganda di guerra. Negli ultimi decenni, io ho così "sostenuto" Milosevic, Saddam Hussein, i taliban, Gheddafi, Assad e forse domani Ahmadinejad.
In realtà, io non sostengo nessun regime. Sostengo una politica di non ingerenza, il che vale a dire che non solo respingo le guerre umanitarie, ma anche le elezioni comprate, le rivoluzioni colorate, i colpi di Stato organizzati dall'Occidente, ecc..
Propongo che l'Occidente faccia sua la politica del movimento dei Paesi non allineati, che, nel 2003, poco prima dell'invasione dell'Iraq, aspirava a «rafforzare la cooperazione internazionale volta a risolvere i problemi internazionali di carattere umanitario nel pieno rispetto della Carta delle Nazioni Unite» e ribadiva «il rifiuto da parte del movimento dei non allineati del cosiddetto diritto di intervento umanitario che non ha alcun fondamento nella Carta delle Nazioni Unite né nel diritto internazionale.» Questa è la posizione coerente della maggioranza dell'umanità, della Cina, della Russia, dell’India, dell’America Latina, dell'Unione africana. Qualunque cosa ne pensiate, questa posizione non è di estrema destra.
Siccome ho scritto un libro sull'argomento (Impérialisme humanitaire, Aden, Bruxelles, con prefazione di Noam Chomsky), non vado a spiegare nel dettaglio le mie ragioni, mi limiterò a notare semplicemente che se gli occidentali sono così capaci di risolvere i problemi della Siria, perché non risolvono – tanto per cominciare - quelli dell’Iraq, dell’Afghanistan o della Somalia? Vorrei anche far notare che vi è un principio morale fondamentale che occorrerebbe rispettare quando si sta interferendo negli affari interni di altri paesi: subirne le conseguenze su sé stessi. Gli Occidentali, ovviamente, pensano di fare il bene ovunque, ma i milioni di vittime causate dalle guerre d’Indocina, dell’Africa Australe, dell’America Centrale e del Medio Oriente, indubbiamente vedono le cose da un punto di vista diverso.
Per quanto riguarda i miei “collegamenti con l'estrema destra”, ci sono due questioni distinte: cosa si intende per “collegamenti” e cosa significa “estrema destra”? Non chiederei niente di meglio che manifestare con tutta la sinistra contro la politica di ingerenza, come ritengo dovrebbe fare. Ma la sinistra occidentale è stata completamente persuasa dalle argomentazioni in favore dell’ingerenza umanitaria e, in effetti, critica molto spesso i governi occidentali perché non si ingeriscono quanto le piacerebbe. Così, le poche volte che manifesto, lo faccio con coloro che accettano di farlo, non tutti di estrema destra, lungi da questo (a meno che, naturalmente, non si definisca come di estrema destra il fatto di opporsi alle guerre umanitarie), ma che non sono più di sinistra secondo il senso comune del termine, dal momento che la maggior parte della sinistra sostiene la politica di interferenza. Nella migliore delle ipotesi, una parte della sinistra si rifugia nel "né-né": né la NATO né il paese attaccato in quel dato momento. Personalmente, ritengo che il nostro dovere sia quello di lottare contro il militarismo e l'imperialismo del nostro paese, non di criticare coloro che si difendono contro di essi, e che la nostra posizione non sia neutrale né simmetrica, contrariamente a quanto suggerisce lo slogan "né-né".
Inoltre, sento di avere il diritto di incontrare e di parlare con chi voglio: mi capita di parlare con persone che qualifichereste come di estrema destra (anche se non sono, nella maggior parte dei casi, d'accordo con questa caratterizzazione), ma più spesso con persone di estrema sinistra, e più spesso ancora con persone che non sono né l’una né l'altra cosa. Mi interesso ai siriani che si sono opposti alla politica di ingerenza, perché mi possono fornire tutte le informazioni sul loro paese che vanno contro il discorso dominante, mentre conosco certamente, attraverso i media, il discorso dei siriani favorevoli all’ingerenza.
Per quanto concerne i siti, parlo ovunque posso: ancora una volta, se la NPA, il Fronte di Sinistra o il PCF desiderano ascoltarmi o anche discutere con me in modo contraddittorio sulla politica d’ingerenza, sono pronto a farlo. Ma non succede. Faccio notare che i siti "cospirazionisti" come lei dice, sono molto più aperti perché sanno che in generale io non sono d'accordo con le loro analisi, in particolare sull'11 settembre, e mi accettano lo stesso. Inoltre, le persone che conosco e che pubblicano su questi siti non sono in alcun modo di estrema destra e il solo fatto di essere scettici sulla versione ufficiale dell'11 settembre non ha nulla, di per sé, di estrema destra .
Il mondo è troppo complicato per mantenere un atteggiamento "puro", dove non si incontra né si parla se non con le persone della "nostra parte". Non dimentichiamo che in Francia fu la Camera eletta al tempo del Fronte Popolare a votare i pieni poteri a Pétain (dopo l'esclusione dei deputati comunisti, e con l'aiuto dei senatori). E l'opposizione alla collaborazione metteva insieme gli stalinisti (all'epoca i comunisti lo erano davvero) e i gollisti, molti dei quali, prima della guerra, erano stati assai a destra. La stessa cosa accadde durante la guerra d’Algeria o del Vietnam, quando l'opposizione ai conflitti radunava, tra gli altri, comunisti, trotzkisti, maoisti, cristiani a sinistra, pacifisti: a proposito, forse Stalin, il FLN algerino e Ho Chi Minh erano democratici? Era sbagliato "sostenerli", ossia opporsi assieme a loro al nazismo o al colonialismo? E nelle campagne anticomuniste degli anni '80, la sinistra dei diritti dell’uomo non faceva forse causa comune con tutta una serie di nazionalisti estremi o di antisemiti (Solženicyn, per esempio)? E oggi, i sostenitori dell’ingerenza in Libia e in Siria non fanno forse causa comune con il Qatar, l’Arabia Saudita e una serie di movimenti salafiti?
Poi ho un problema con la definizione "di estrema destra". So bene cosa lei vuol intendere nell’usarla, ma per me ciò che conta sono le idee, non le etichette.
Aggredire paesi che non vi minacciano (cioè la sostanza del diritto di ingerenza) per me è un'idea di estrema destra. Punire le persone a causa delle loro opinioni (come fa la legge Gayssot), per me è un'idea di estrema destra.
Sottrarre a certi Paesi la loro sovranità e con ciò il fondamento della democrazia, come fa sempre di più la "costruzione europea", per me è un'idea di estrema destra.
Dire che «Israele viene tanto criticato perché è una grande democrazia», come se non ci fosse altro motivo per criticare Israele, per citare colui per il quale quasi tutta la sinistra voterà al ballottaggio (François Hollande), per me è un'idea di estrema destra. Opporre in un modo semplicistico l'Occidente al resto del mondo, in particolare alla Russia e alla Cina (come oggi fa gran parte della sinistra in nome della democrazia e dei diritti umani), per me è un'idea di estrema destra.
Se volete trovare un posto dove sarei senza esitazioni d'accordo con la "sinistra", viaggiate un po', e andate in America Latina. Là vedreste una sinistra che è anti-imperialista, popolare, in favore della sovranità e democratica: dirigenti come Chávez, Kirchner e Ortega sono eletti e rieletti con percentuali qui impensabili, anche per la "sinistra democratica", e si trovano ad affrontare un’opposizione mediatica di gran lunga più insidiosa di un semplice Faurisson (questa opposizione giunge a sostenere colpi di stato), ma non prenderebbe mai in considerazione di proibirla.
Purtroppo, in Europa, e soprattutto in Francia, la sinistra ha capitolato su molte cose: la pace, il diritto internazionale, la sovranità, la libertà di espressione, il popolo, nonché il controllo sociale dell'economia.
Questa sinistra ha sostituito la politica con la morale: decide, nel mondo intero, chi sia democratico e chi no, chi sia di estrema destra e chi sia una persona frequentabile o meno. Passa il suo tempo a gonfiare il petto nel “denunciare” i dittatori, i loro complici, le frasi politicamente scorrette, o gli antisemiti, ma non ha in realtà alcuna proposta concreta da fare che venga incontro alle preoccupazioni della gente che pretende di rappresentare.
Questi molteplici abbandoni di cause progressiste in realtà aprono una larga strada a una certa estrema destra, ma la colpa ricade su coloro che hanno compiuto e accettato questi cambiamenti, non su coloro che cercano modestamente di resistere all'ordine del mondo.






16 gennaio 2010

Haiti e le Generosità Fallaci

di Pino Cabras - da Megachip.
Aggiornato il 18 gennaio 2009

Ci scrive un lettore, Sergio, che ci chiede di commentare il fatto che gli USA sono sempre i primi a mandare aiuti umanitari, anche stavolta ad Haiti, e ci chiede anche di commentare la sua affermazione secondo cui i paesi islamici avrebbero il braccino corto e non si impegnerebbero mai ad aiutare altri paesi. Proveremo a spiegargli che il suo problema non siamo noi, ma i libri di Oriana Fallaci nel suo comodino. Seguiteci.

Leggiamo un po’ cosa ci scrive esattamente il lettore:

Salve, visto che spesso e volentieri vi scagliate contro gli Stati Uniti, i paesi occidentali ed il presunto tentativo ricorrente di instaurare un nuovo ordine mondiale, mi piacerebbe sentire un vostro commento sul fatto che sono sempre i primi nel mandare aiuti umanitari, come sta avvenendo per Haiti. Mi piacerebbe anche un vostro commento sul fatto che, a mia memoria, non mi risulta che nessun paese mussulmano si sia mai impegnato per lo stesso scopo ed abbia mai speso un centesimo in aiuti umanitari nel mondo. Grazie,

Sergio.

Bene, Sergio.

Il suo esordio dimostra che lei ci legge con un pesante pregiudizio di fondo, di quelli che - quando uno ne è affetto - non fanno capire una mazza di ciò che si legge.

Innanzitutto, noi non ci scagliamo contro gli Stati Uniti. Né ci scagliamo contro i paesi occidentali. Altrimenti sarebbe come dire che ci scagliamo contro noi stessi. Ospitiamo infatti articoli e interventi in stragrande maggioranza di autori occidentali, molto spesso statunitensi.

Cos'è la critica che facciamo al sistema della comunicazione e alle classi dirigenti di cui esso è espressione?

È critica al potere, ossia giornalismo, non propaganda, né fumo ideologico.

Critichiamo le sedi in cui c’è più potere, e che hanno perciò più diretta responsabilità per quanto accade nel mondo. La classe dirigente che ha una vocazione imperiale globale è un’élite transnazionale che tende a distinguersi dalle «nazioni» e non calca l’appartenenza a una comunità nazionale. Tuttavia teorizza la ‘Leadership Americana’.

Un inquilino della Casa Bianca rispetto a un altro può rimarcare di più o di meno la voglia di essere l'unico polo del mondo, ma il cumulo di potere più grande sta comunque lì, negli States. Inevitabile che molta opposizione s'indirizzi di conseguenza verso quella direzione, anche da dentro il perimetro occidentale, dove ci troviamo.

L’ex Segretario di Stato statunitense Madeleine Albright ha coniato una definizione del ruolo del suo paese che considero calzante: «noi siamo la nazione indispensabile». Occorrono gli USA per risolvere i principali problemi del mondo. Non si può porre rimedio neanche agli errori degli Stati Uniti senza gli Stati Uniti. Cosa succede se gli Stati Uniti non sanno fare questa riparazione? È una domanda fondamentale, oggi più che mai.

La preoccupazione che dovrebbe interrogare ognuno degli abitanti del pianeta parla di questo. Il baratro finanziario, militare, ambientale e morale di cui gli USA sono l'epicentro rischia di travolgere tutti, a causa dei limiti terribili di quella classe dirigente così potente. La fine di un impero non è mai indolore. Oggi è in gioco la sopravvivenza di ognuno di noi, perciò c'è da essere molto inquieti. Un loro fallimento trascinerebbe tutti. Ma anche far sopravvivere l'Impero con la guerra sarebbe una via senza uscita.


Io non so se lei ha sul comodino i libri diella quondam Oriana Fallaci, se li ha letti, o se ha semplicemente respirato questa pesante atmosfera di razzismo da “scontro di civiltà” che ha avvelenato i media nell’ultimo decennio. Di certo lei è un conformista, le sta bene questa grande “idea ricevuta”, questa invenzione ideologica, la “falsa coscienza” di un’identità occidentale giudaico-cristiana spontaneamente votata a opporsi all’Islam nel suo insieme. E quindi non sa e non vuole distinguere le sfumature necessarie della politica.

Ergo, lei si beve ogni fesseria dei media legati al potere, la loro cronaca che cancella la storia, fino a pronunciare un autentico sproposito quando dice che addirittura le «risulta» che i paesi islamici non abbiano «mai speso un centesimo in aiuti umanitari nel mondo». Lei lo sa che l'Arabia Saudita è fra i maggiori donatori per gli aiuti allo sviluppo, sia in termini di volume degli aiuti sia in proporzione al proprio PIL? In valori assoluti è stata per anni addirittura al secondo posto rispetto alla prima potenza mondiale. Non abbiamo nessuna simpatia per la monarchia saudita, ma - rispetto alle percentuali micragnose che l'Italia investe nella cooperazione con i paesi poveri - un italiano come lei dovrebbe riflettere un po' prima di spararle così grosse. I paesi OCSE dedicano in media lo 0,4% del loro PIL alla cooperazione. Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar il 5% (cinque per cento!) del PIL. Gli USA lo 0,25%.

Allora Sergio, chi è accecato dall'ideologia?

Si può obiettare che i sauditi utilizzino gli aiuti per scopi politici, e che li indirizzino per egemonizzare la Umma musulmana. Vero. Ma anche gli aiuti esteri statunitensi seguono vie politiche: il paese di gran lunga più aiutato ogni anno con assegni da miliardi di dollari è Israele, non proprio il più bisognoso.

Ma veniamo ad Haiti. Per rimediare alla sua madornale ingenuità sulle vicende di Haiti le potrei proporre un articolo fresco di pubblicazione, scritto da Miguel Martinez, un italiano che conosce bene la situazione del Centroamerica, e non solo perché è di madre statunitense e padre messicano. Lo legga attentamente, e potrà inquadrare la solerzia degli aiuti di emergenza di oggi nell'ambito della storia di quel paese.

Scoprirà che Haiti è così povera proprio perché gli USA le hanno imposto un'economia coloniale che ha azzerato tutti i precedenti rapporti sociali. E questa imposizione è avvenuta sia con l'occupazione militare del paese per decenni, sia per il tramite di una dinastia di dittatori fra i più sanguinari dell'emisfero, i Duvalier. È da un secolo che quella è la periferia più sfigata dell'Impero, sotto la diretta responsabilità dell'Impero stesso. La Cronaca cancella la Storia? E' antiamericanismo tutto questo? Anche quando lo leggiamo da Martinez, o dallo statunitense Chomsky, o sulle pagine di «The Nation» nelle inchieste di Naomi Klein?

Vediamo migliaia di Marines che prendono possesso di Haiti Ground Zero. Ci auguriamo che riescano a dare sollievo alla popolazione colpita dal terremoto, ci mancherebbe.

Ho l'impressione però che nessun intervento umanitario potrà bastare per chi, come lei, fa ragionamenti così Fallaci.


Replica del 17 gennaio 2009:

Sig. Cabras,
Sono Sergio, il lettore messo alla gogna da lei e i suoi adepti, che hanno messo su facebook la sua risposta alla mia domanda. Innanzitutto non mi è piaciuto il tono tipo presa per i fondelli che ha usato nei miei confronti.

Detto ciò vorrei chiarire alcune cose:
-Innanzitutto non sono un fan della Fallaci, che ritengo esagerata nella critica all'Islam, anche se condivido alcune cose che scrive.
Ondepercui si risparmi le battutine sui libri nel comodino. Anzi le consiglio vivamente la lettura di "Censura" di Shahriar Mandanipour, scrittore iraniano, questo è quello che c'è sul mio comodino.

-Probabilmente ha ragione quando parla di pregiudizio nei confronti del suo sito. In effetti mi è bastato leggere qualche link sui fatti dell'11 Settembre per formarmi un giudizio affrettato. Ovviamente io non credo ad una sola parola di ciò che c'è scritto a proposito per un semplice fatto: agli Stati Uniti sarebbe bastato molto, ma molto meno per avere una scusa per attaccare l'Iraq e successivamente l'Afghanistan. E poi quando vi accusavo di essere anti USA ovviamente mi riferivo ai loro governi e non certo ai cittadini statunitensi. Infatti dalla sua risposta mi conferma quello.
- Si, ok probabilmente ci potrebbero essere degli interessi di mezzo, anche se Haiti è un paese talmente povero che non vedo cosa possano spremere gli Stati Uniti. Fattostà che comunque la si veda e la si rigiri sono sempre i primi in termini di aiuti in soldi, medicine, medici attrezzature ospedaliere, acqua, cibo etc. E ripeto che riguardo a questo tipo di aiuti (e non di aiuti allo sviluppo) gradirei essere smentito quando parlo di assenza degli Stati Islamici. Mi piacerebbe che lei mi mandasse dei link, dei video dei documenti che provino il contrario (non mi interessano articoli e commenti vari, voglio fatti tangibili)
- Riguardo la critica feroce all'Islam non posso che confermarla proprio per il fatto che una RELIGIONE non può essere repressiva, violenta contro l'individuo, ancora di più verso la donna. per non parlare delle aspettative dopo la morte con i soli uomini che godranno delle attenzioni di migliaia di vergini (cosa veramente vergognosa ed allucinante). Le faccio presente che sono ateo, quindi mi risparmi i suoi accostamenti verso il cristianesimo ed il giudaismo che non mi appartengono. Anzi ritengo la filosofia religiosa buddhista l'unica che possa rispecchiare il mio pensiero.
Detto ciò le consiglio di essere meno prevenuto verso chi non la pensa come lei ed anche meno supponente.
Saluti


Sig. Sergio,
la mia risposta a quella sua lettera così apodittica non era una gogna, sebbene abbia usato indubbiamente toni molto duri e qualche ironia, non rivolta a lei personalmente, che non conosco, quanto a un diffuso modo di ragionare, appartenente anche a persone informate e laiche. Mi riferisco a un modo di leggere i fenomeni mondiali secondo il luttuoso e fuorviante schema del Clash of Civilizations.
Può sembrarle supponenza la mia, ma trovo che sia invece supponente la pretesa di distillare il senso di milletrecento anni di storia musulmana e l'essenza dell'Islam dalla lettura di un romanzo bestseller, come fa lei. Le risparmio «le battutine sui libri nel comodino», d'accordo, ma lasci che le risparmi anche le ipocrisie e glielo possa dire come semplice constatazione: lei ignora cosa sia l'Islam. Totalmente. La sua idea di paradiso musulmano è completamente fuori dal mondo, è teologia da bancarella. Come è sbagliata la visione della religione islamica come repressiva e violenta contro l'individuo.
Nella nostra cultura, nell'immaginario occidentale, è rimasta l'idea quasi inestirpabile che la sottomissione islamica a Dio debba intendersi come una sottomissione cieca, una sorta di fatalismo integralmente passivo in rapporto alla volontà divina. Questo non è un tratto caratteristico della civiltà musulmana: un mondo variegato, multietnico, ricco di confessioni e dottrine di diverso orientamento. Ammesso che abbia prevalso un'ortodossia islamica, è stata proprio quella che ha voluto ritrovare al massimo grado la responsabilità individuale dell'uomo, la sua collocazione in mezzo al mondo, la sua scelta assoluta e libera nelle cose del mondo. Esattamente il contrario di quello che pensa lei e che raccontano i nostri media.
Ecco, i media. Quanti sono i corrispondenti dal mondo islamico nei media italiani? Da chi ci facciamo raccontare quel mondo? In mancanza di uno sguardo attento, partecipe, aggiornato, sopravvivono i pregiudizi millenari. Non gliene faccio una colpa, sia chiaro, non ce l'ho mica con lei. Io ce l'ho con la Rai che non racconta il Medio Oriente. Ce l'ho con i quotidiani che ci ammorbano di gossip e non hanno un corrispondente al Cairo, un inviato a Teheran o a Islamabad.
A un cittadino che non abbia interessi diretti legati a quel mondo, e che non abbia la tigna di volersi informare sfidando correnti contrarie fortissime, rimangono percezioni quasi totalmente falsificate.
Fino a questa sua testardissima convinzione, spinta fino alle corde del razzismo, convinzione che ora conferma nella sua seconda lettera, secondo cui L'Islam sarebbe incapace di esprimere “pietas”. Le piacerebbe che la smentissi, dati alla mano. L'accontento con due esempi.
Uno “tangibile”, come dice lei. Qual è l'evento più recente paragonabile per portata al terremoto di Haiti? Lo Tsunami del 26 dicembre 2004, no? Si legga la lista delle donazioni compilata dall'Onu: http://ocha.unog.ch/fts/reports/daily/ocha_R10_E14794_asof___1001171854.pdf.

Come vede, ci sono numerosi paesi ed enti islamici che hanno raccolto e stanziato somme molto ingenti, secondo il loro peso economico sulla scena internazionale.
L'altra smentita è più antica. È nel Corano, in un versetto molto aulico:

«La pietà non consiste nel fatto che voi volgiate la faccia verso Oriente o verso Occidente. La pietà è di chi crede in Dio e nel giorno finale e negli angeli e nel Libro e nei profeti e di chi dà le ricchezze per amor di Dio al parente, agli orfani, ai poveri, ai viandanti, ai mendicanti, per riscattare gli schiavi, è di chi compie la preghiera e di chi paga la decima e di chi rispetta una promessa, una volta che l'ha fatta, e di coloro che sono pazienti nel dolore e nella sofferenza e nel giorno delle avversità. Questi sono i sinceri, questi sono i pii».

Certo, i taliban non rientrano in questa descrizione. Né vi rientrano certi emiri dissoluti del Golfo. Come farebbero fatica a rientrare nello schema del buon cristiano i cattolicissimi capi di Cosa Nostra o l'Emiro di Arcore. Tutto il mondo è paese, nelle incoerenze criminali e politiche.

Di fronte a posizioni come la sua mi chiedo cosa renda così minaccioso l’Islam. Io credo che sia il fatto che l'Islam sa individuare i punti di crisi della nostra identità. A partire dalla memoria di noi stessi.

Per cinque secoli la centralità culturale dell’Europa si è basata su di una manipolazione trionfalistica della memoria, secondo cui la civiltà forgiatasi nel Rinascimento discendeva direttamente da Atene, da Roma e dal cristianesimo, il quale aveva preservato e unificato il lascito delle due antiche capitali classiche dello spirito. La verità è ben altra. La verità è che, se non ci fosse stata la mediazione dell’Islam, il rapporto vitale con la civiltà ellenica non sarebbe avvenuto, né avrebbe avuto luogo la “svolta scientifica” che ha fatto grande l'Occidente. Il merito dell’Islam è nelle grandi mediazioni tra continenti culturali separati tra loro: l’India, la Persia, la Grecia, l’Egitto, fino a lambire la Cina . Per circa mille anni l’Islam ha svolto per il pianeta il ruolo che in quest’ultimo mezzo millennio è spettato alla cultura dell'Occidente. E oggi l’Islam si trova a fare da spartiacque, da difficilissima cerniera tra il nord e il sud del pianeta: «nel versante che dà sull’Europa esso vive, in una drammatica alternanza di assimilazioni e di rigetti, il confronto con la civiltà tecnologica; nel versante che dà verso l’Equatore, esso assorbe le religioni tribali in disfacimento e probabilmente offre ai “dannati della terra” una prospettiva di emancipazione politica» (Ernesto Balducci, L'Uomo Planetario).

Quel che mi sforzo di fare - e che tutti qui vogliamo fare nel guardare alle informazioni - è di scomporre gli schemi di chi vuole alimentare le guerre presenti e future con identità culturali irriducibili e blindate. Lei afferma che «agli Stati Uniti sarebbe bastato molto, ma molto meno per avere una scusa per attaccare l'Iraq e successivamente l'Afghanistan», senza appoggiarsi all'11 settembre. Però l'hanno fatto: l'11/9 viene proprio richiamato di continuo. Nessuna guerra oggi sarebbe affrontabile solo “tecnicamente”. Ogni guerra è anche una “guerra della percezione” che deve dominare la psicologia di massa con le rappresentazioni più funzionali allo scopo bellico, profondamente manipolate.