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12 dicembre 2017

Criptovalute, monete fuori dal controllo della borghesia



«Nulla è meno materiale del denaro, giacché qualsiasi moneta…è, a rigore, un repertorio di futuri possibili. Il denaro è astratto, ripetei, il denaro è futuro…una moneta simboleggia il libero arbitrio...»
Jorge Luis Borges

«Quello che sta avvenendo, ma sul nulla, perché dietro non c'è attività reale che ne giustifichi il valore, né un autorità che li protegga. Lo ripeto, vivono perché i possessori lo vogliono e altri lo consentono»
Paolo Savona.

di Giuseppe Masala.
da Megachip.

Chi è l'economista e chi è il somaro? Chi ha capito cos'è una moneta e chi parla di moneta da una vita senza sapere di cosa si tratta? Pazzesco. Ma l’epoca delle criptovalute aiuta se non altro a far cadere molti veli.
Non chiedete dunque agli economisti cos’è la moneta, non lo sanno (tranne rare eccezioni come Augusto Graziani, John Keynes, Karl Marx e Joseph Schumpeter).
Se volete sapere cos'è una moneta andate da un filosofo e da un semiologo. In alternativa si può sempre leggere lo Zahir di Jorge Luis Borges. Oh, quanto si sarebbe divertito Borges nel leggere di questa moneta anarchica e nascosta dentro un involucro di equazioni matematiche che vaga nel cyberspazio! Il divino labirinto degli effetti e delle cause. Anzi, il criptolabirinto.
Che tristezza gli economisti, ridotti a corifei di un Potere rantolante. Ma andiamo con ordine.

Ora vi spiego un po' a cosa servono (politicamente) le criptomonete.
Per decenni gli instancabili cantori del capitalismo ci hanno inculcato l'idea che bisogna difendere l'indipendenza delle banche centrali “dall'interferenza della politica”. Locuzione che può e deve essere vista come “vietare il controllo democratico (degli organi eletti democraticamente) sulle banche centrali”. Bene, ora si possono dire le cose come stanno. Non vi è alcuna interferenza degli organi democraticamente eletti sulla politica monetaria attuata dalle banche centrali ma vi è l'esatto opposto: vi è l'interferenza del potere autocratico, incontrollato e incontrollabile, delle banche centrali sugli organi costituzionali democraticamente eletti.
Il caso più plateale riguarda proprio l'Italia. Nel 2011, la Banca Centrale Europea, ha dettato l'agenda della politica economica agli organi costituzionali italiani. Non c’è alcuna norma dei Trattati europei che dia questo potere alla BCE. Si tratta di una gravissima interferenza che peraltro ha chiesto lacrime e sangue al popolo italiano, tra cui una riforma delle pensioni di ferocia belluina (diventata legge sotto il governo Monti e conosciuta come “Legge Fornero”). Non solo, hanno preteso che fosse inserito in Costituzione il pareggio di bilancio, scolpendo così nel bronzo della carta costituzionale una concezione determinata, una visione economica teorica controversa diventata una inscalfibile “Verità di Stato” sancita dalla legge più solenne (non ha alcuna importanza che questa visione di teoria economica sia giusta o sbagliata, questo va lasciato al dibattito degli studiosi di teoria economica).

Pensate che ciò che ho scritto sia falso? Pensate sia il delirio di un complottista? No. Non lo è. Carta canta. Tutto questo è stato scritto in una lettera della BCE controfirmata dal suo Presidente uscente (Trichet) e dal suo Presidente entrante (Draghi).
Ecco, ripeto, la BCE non aveva alcuno, e ripeto, alcun titolo per scrivere una cosa del genere, e per il poco e nulla che capisco di diritto configura platealmente un reato grande come una montagna: un attentato contro la personalità dello Stato, un’indebita intromissione in prerogative riservate all’inviolabile libera scelta del Parlamento e del Governo e così via.
Ecco, lamentare questo sopruso prima della diffusione delle criptovalute era semplicemente inutile: il potere ce l'avevano loro. La regola era ed è brutale: loro mettono il giogo e noi stiamo sotto al giogo, come i buoi che tirano l'aratro. La novità è che adesso la denuncia non è più una voce velleitaria perché c'è un’alternativa, sebbene embrionale, e puoi chiedere che chi ha commesso questa enormità sia sottoposto al giudizio dei tribunali.
Ecco, cos'è l'uso politico delle criptovalute. Quantomeno puoi dire a Draghi che in un futuro non lontano ogni patina di legalità con cui si è coperto in questi anni cadrà. Potremo finalmente scoprire quanto nudi e crudi possono essere i grandi delitti. I giornali che tenevano il sacco, tutti quelli più importanti, perdono ogni anno un quinto dei loro lettori e ne perderanno ancora. I veli cadono, e molti economisti non sono più economisti, molti uomini credibili non sono più credibili, i delinquenti sono delinquenti.
Ecco, caduti i veli, a questo servono le criptomonete.
Nelle immagini che seguono potete vedere il corpo del reato, gli ordini imposti a un intero paese piegato dall’austerity eurocratica. E il fatto che qualcuno osi firmare una simile enormità apre anche scenari di tipo psichiatrico: delirio di onnipotenza, intoccabilità e ingiudicabilità degli atti commessi. Solo che alle volte il fare troppo il Marchese del Grillo (io so’ io, e voi non siete un cazzo) può portare male.



E Paolo Savona e il suo allarme?
E soprattutto, tutto questo farneticare contro le criptovalute (contro l'esperimento delle criptovalute) è legato ad una questione fondamentale: quella che le criptovalute sono delle monete fuori dal controllo della borghesia. Il tema sta tutto lì.
Ora si stanno accorgendo che esistono, e iniziano a lanciare allarmi. Non è concepibile leggere certe bestialità. Come fa un economista come Savona a scagliarsi contro le criptovalute perché non sarebbero garantite da nulla? E perché di grazia, Signor Professore, mi dica lei, l'Euro da cosa sarebbe garantito? Mi pare di aver studiato che il tallone aureo sia finito il 15 agosto 1971. Da allora le monete statali non sono garantite esattamente da nulla. Come le criptovalute.
Puerile poi l'appello di Savona all'Autorità che dovrebbe vietare il nuovo mostro monetario. Illustrissimo professore, mi risulta che viviamo in uno stato di diritto. Occorrerebbe un qualche appiglio in relazione all'ordinamento vigente per vietare qualcosa. Per non parlare poi del fatto che servirebbe un trattato mondiale per stabilire chi sia mai l'autorità suprema nel Cyberspazio. Vede, nientemeno che Mario Draghi, il Potentissimo Professor Draghi, nel Cyberspazio è uno semplice sviluppatore di una moneta chiamata Euro. Esattamente come gli altri mille sviluppatori. Non ha autorità di nulla.
Non basta, lei, straparla, di "riciclaggio". Ma mi scusi Chiarissimo Professore, i capitali illeciti sono sempre esistiti, e lei sa bene (se ha capito il blockchain) che sarebbe forse il modo più stupido quello di riciclare denaro attraverso un database indelebile e immodificabile. Sorvolo sul fatto che non ricordo nessuna sua intemerata contro le attività illecite che venivano e vengono transate con il danaro di Stato. Si sveglia solo ora?
Non parliamo poi della sua uscita su un ipotetica causa legale futura dove un creditore chiede ad un giudice di rendere nullo un pagamento di un debito effettuato con criptovalute. Lei dimostra di non aver capito. Nessuno paga debiti in Bitcoin o altre criptovalute. Eventualmente, qualcuno offrirà i Bitcoin in cambio di danaro di Stato e successivamente pagherà il suo debito. Molte banche offrono il servizio.
E infine la solita vexata quaestio. Che cos'è una Moneta? Rifletta su quello che diceva Borges, potrebbe esserle utile.

6 aprile 2016

#PanamaPapers: segreti manipolati

di Pino Cabras.


La diffusione della mega-soffiata sulle ricchezze offshore, già confezionata con il nome di ‘Panama Papers’, va osservata con criteri distaccati, come tentai di fare al momento del massimo impatto delle rivelazioni via Wikileaks, nel 2010, quando moltissimi cablogrammi diplomatici americani divennero improvvisamente di pubblico dominio. In quella occasione pensai che «deve valere una premessa: non ci sono individui, e neanche organizzazioni, che siano in grado di leggere 250mila documenti in breve tempo. Quindi ci arriva solo un flusso filtrato di documenti. E chi lo filtra, per ora, è la vecchia fabbrica dei media tradizionali». Oggi, che i documenti trapelati sono 11 milioni e mezzo, una cinquantina di volte di più di allora, il discorso vale ancora di più. Dunque dobbiamo capire quali fonti producono i materiali, chi li studia e filtra, chi li diffonde e rifiltra, con quale parabola mediatica alla fine arrivano a tutti noi.

Nel caso dei Panama Papers, nessuno di noi conosce i primi manipolatori delle fonti.
Sappiamo solo che, oltre un anno fa, una manina ha sottratto un enorme fascicolo digitale custodito dallo studio legale panamense Mossack Fonseca, una di quelle officine tropicali degli affari segreti che armonizzano le alchimie fiscali del capitalismo finanziario globalizzato. Il portafoglio panamense è una piccolissima frazione degli affari planetari, però ritagliata con particolare cura in modo da non ricomprendere i grandi padroni americani. Fra i documenti scoperchiati, infatti, sono ricostruiti i giochi finanziari di nemici e amici dell’America, ma non degli americani. Molti commentatori sono concordi: si tratta di un’anomalia ma non si tratta di un caso, se gli americani stanno fuori dal mirino.
La manina, che rimane segreta e non chiede un dollaro in cambio, affida tutto alla redazione di Süddeutsche Zeitung, quotidiano di Monaco di Baviera edito da una casa editrice legata alle principali conglomerate editoriali tedesche. Il materiale, tuttavia, è troppo voluminoso anche per un grande giornale. I redattori ricorrono perciò all’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), una rete che mette insieme 190 giornalisti di oltre 65 Paesi, ed è l’emanazione internazionale di un’organizzazione basata negli Stati Uniti d’America, il Center for Public Integrity, che vanta tra i suoi finanziatori le principali fondazioni delle grandi famiglie capitalistiche americane, compresi i Rockefeller, i Rothschild, la Open Society di Soros, e altri super-filantropi di peso paragonabile. Il consorzio dei giornalisti investigativi è insomma alimentato dal cupolone dei padroni universali, gli stessi che i Papers non nominano, i medesimi che guidano affari opachi e speculazioni su una scala enormemente maggiore rispetto a quanto emerso dalle carte panamensi.
Come mai un cenacolo di straricchi capaci di muovere vagonate di miliardi con un solo clic, senza battere ciglio si mette a finanziare proprio i giornalisti che quasi ogni anno tirano fuori grosse inchieste contro i paradisi fiscali? Anche qui: si tratta di un’anomalia, ma è improbabile che si tratti di un caso.


I meno distratti sanno che attualmente con il TTIP e altri trattati più o meno segreti si sta ridisegnando lo spazio euroatlantico a guida statunitense in modo da ricompattare il blocco capitalista più legato a Washington intorno a una sorta di “NATO economica”. Ebbene, nel 2009-2010, il presidente Barack Obama aveva composto un collegio di consiglieri economici presieduto dalla storica Christina Romer, una professoressa che aveva studiato a menadito la Grande Depressione degli anni trenta. Secondo la Romer l’unico modo per risolvere strutturalmente la crisi finanziaria con epicentro negli Stati Uniti stava nel determinare un trasferimento di capitali europei verso Wall Street. Da allora, da Washington si sono moltiplicate le iniziative per far chiudere il maggior numero possibile di paradisi fiscali non anglo-sassoni, troppo concorrenziali. E una parte dei giochi ha reso meno forte l’euro. È un’angolazione diversa per osservare le fughe di notizie di questi anni: la crisi di Cipro, gli scandali vaticani, l’attacco al santuario bancario svizzero, ecc. Naturalmente queste ondate di scandali, creando panico, si riverberavano negativamente anche sulla finanza anglosassone, per via delle tante interconnessioni. Ma nell’insieme, quella rimane più protetta dalle regole e dai rapporti di forza nelle istituzioni finanziarie internazionali che essa stessa ha creato e quindi resiste all’urto. 
Come la chemioterapia, che ambisce a sopportare il veleno che uccide molte cellule funzionali al proprio organismo purché uccida tutte le cellule “disfunzionali” del tumore, allo stesso modo i poli della finanza anglosassone vedono ridursi o perfino scomparire i poli concorrenti, al prezzo di un certo caos sistemico.
Malgrado ciò, i capitalisti in cerca di investimenti stabili e sicuri non hanno ancora trovato né così allettante né così facile trasferire i loro soldi in USA, di cui – nonostante tutto – avvertono gli scricchiolii.
Quel sistema che grossolanamente chiamiamo NATO economica spianerà la strada. Se va in porto, gli USA si salvano attirando i capitali europei, a spese di interi popoli, ai quali andranno resi difficili gli affari con paesi fuori da quel giro, anche se più convenienti e più complementari. Magari con uno strumento micidiale: le sanzioni.
Ebbene, la questione delle sanzioni è un punto particolarmente illuminante, che spiega bene dentro quali paletti potesse muoversi l’inchiesta. Nel documento di presentazione dei Panama Papers pubblicato dalla Süddeutsche Zeitung, infatti si spiega che la specializzazione primaria della Mossack Fonseca, oltre al riciclaggio e l’evasione fiscale, riguardava «attività imprenditoriali che potenzialmente violano delle sanzioni».
Rockefeller non ha bisogno di questi schemi, mentre è più probabile che li abbiano dovuti usare le classi dirigenti russe (soggette a un drastico sistema di sanzioni), per riuscire a interagire faticosamente con il resto del mondo, in questi anni. E così hanno fatto altri dirigenti di altri paesi soggetti a sanzioni.
I giornalisti dell’ICIJ, collegati alle principali testate dell’Occidente – che possiamo considerare come altrettanti organi ufficiosi della NATO – non si sono posti il problema. Il contesto sanzioni, nella vulgata dei giornali, cede il passo al contesto corruzione/evasione. E mentre il contesto sanzioni spiegherebbe bene la scoperta dell’acqua calda, che cioè i grandi giri di denaro in Russia non li fanno i nemici di Putin, il contesto corruzione/evasione è inadatto a spiegare il ruolo di Putin. Ma gli organi della NATO preferiscono quello, e riprendono allora tutto il set di interpretazioni che hanno già usato altre volte. A Putin non è riconducibile direttamente nessuno degli schemi finanziari analizzati, ma il suo ritratto deve aprire la notizia, e mangiarsela. Esattamente come quando era esploso lo scandalo doping: riguardava atleti di decine di nazioni, ma la Repubblica faceva il titolone in prima sul surreale “doping di Putin”.
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In Regno Unito il primo giorno hanno fatto di peggio. Nonostante fosse direttamente coinvolto il padre del premier Cameron, il tanto decantato giornalismo britannico è stato zitto, per fare invece a gara, anche lì, a chi metteva la foto più grande di Vladimir il Cattivo.
Eppure ci sarebbe da dire anche su questa tegola per il primo ministro britannico. Nonostante lo storico allineamento di Londra con Washington, recentemente ci sono state moltissime correnti di attrazione economica e finanziaria fra Londra e Pechino. La stessa grande soffiata, pur chiamandosi Panama, riguarda in buona parte affari che si concludono nella City londinese. Ne risulta un bel calcione a eventuali velleità britanniche, così come lo scandalo Volkswagen risultava essere un bel calcione alle velleità germaniche e la supermulta alla banca BNP Paribas era bel calcione alle velleità francesi. Seguono attentati.
Recentemente Sergey Glazyev, un economista molto ascoltato da Putin, ha parlato di “guerra ibrida” per definire le complesse mosse non strettamente militari degli USA contro il “nemico” russo. Possiamo estendere la definizione anche ad altri casi: la “guerra ibrida” viene mossa anche contro gli “amici”. Magari via Panama, ma con il portafoglio ben radicato e protetto a Washington. E con infiniti strati di copertura che rendano irriconoscibile la guerra e facciano credere che esista il giornalismo investigativo con il guinzaglio lungo.




4 luglio 2015

Crolli di Borsa in Cina: in tre settimane 10 PIL della Grecia

Seguiamo la crisi di Atene (e dell'Europa). Ma la crisi è sistemica. Tra suicidi e paura di contagi finanziari, esplode ora la bolla cinese.

di Pino Cabras
da Megachip.


I lettori ci sono testimoni di quanta attenzione dedichiamo in questi mesi e settimane alla crisi greca, tanto più alla vigilia del referendum indetto dal governo Tsipras sulle vessazioni degli usurai della trojka. Ma vogliamo lo stesso aprire una finestra su un'altra crisi, che al momento coinvolge solo chi punta sulle borse cinesi, ma che ha riflessi potenzialmente enormi sul mondo. Mentre per vicinanza e facilità culturale, nel bene e nel male, tutti gli europei sanno quel che accade ad Atene, la Cina non ci è vicina (almeno sui media). Solo gli specialisti si sono accorti che in meno di un mese la borsa di Shanghai e quella di Shenzhen sono crollate del 25%, mandando in fumo un controvalore pari a 10 volte il PIL della Grecia
Più sotto proponiamo all'attenzione dei lettori una corrispondenza da Shanghai per il sito Rischio Calcolato, che racconta con tono quasi scanzonato alcuni fatti che in realtà parlano di drammi improvvisi, estesi, giganteschi: le tipiche fiammate sociali che esplodono in occasione dei grandi crack borsistici causando improvvise tragedie esistenziali e suicidi, panico e paura di contagio finanziario, per giunta in un paese dove tutto corre verso l'essere grande e veloce. Anche nei disastri.
Senza anticipare troppo, c'è una prima riflessione: la crisi sistemica può avere sviluppi improvvisi e capaci di collegarsi. Se ad esempio qualcuno spera che l'equazione della crisi greca sia risolta da un cavaliere bianco (o giallo) che arriva da Pechino, ora dovrà mettere nel conto nuove incognite che complicheranno i calcoli: in Cina hanno le loro gatte da pelare. E se le grandi riserve di dollari incamerate per decenni dai fondi sovrani vorranno correggere il crollo di borsa cinese, magari dovranno disinvestire da altre parti, innescando altre crisi (vedi gli USA). Vedremo.
Per ora la Cina ha una finanza meno interconnessa di altri paesi, ma niente in quest'epoca è davvero completamente sconnesso. La crisi in borsa riflette (amplificando follemente l'ampiezza) il rallentamento nell'economia reale cinese. Troviamo così le tendenze globali, tutte in grado di interagire fra di loro. Troppa liquidità non ha trovato mete remunerative e si è congelata nelle alchimie finanziarie e nei debiti. Pertanto il capitale non ha abbastanza sbocchi nel reale, e allora li trova nelle bolle speculative o rapinando interi popoli. 
Sullo sfondo c'è un ulteriore pericolo, visto che definiamo questa come una crisi sistemica. Le crisi sistemiche bruciano i libri contabili in guerra, e in effetti i focolai si moltiplicano. Cercare alternative a questo sistema economico suicida diviene una questione di sopravvivenza.
Buona lettura.




Cina, Crollo della Borsa, Suicidi di Massa, La Signora con le Borse di Arance è Morta

Dal corrispondente di Rischio Calcolato in Cina:
Ciao Paolo,
se ti va di leggere 2 righe da Shanghai.
A Shanghai il meno 25% in Borsa sta picchiando duro
Erano diventati tutti investitori. molti con soldi presi a prestito da banche, parenti e amici, o addirittura vendendo la casa. malgrado la cultura finanziaria bassissima.
All'inizio della discesa ci scherzavano sopra, tutti convinti che comunque era qualcosa che non riguardava loro stessi ma solo gli altri, ed il tutto si sarebbe risolto rapidamente.
Ora sono però partiti in maniera importante i suicidi, sai qui in Asia il suicidio fa parte della vita, quando perdi il tuo ruolo, la tua posizione socio economica.via.!!!
(tanto per fare un esempio i vostri Schettino, Galan, e via con altri migliaia di nomi sarebbero tutti "suicidi")...

Il governo cerca di calmare la cosa:
- non diffonde le notizie di suicidi
- giornali e TV per 24h al giorno parlano super-esperti di finanza e luminari di economia che spiegano che nel giro di pochi mesi la borsa tornerà a correre come prima
e poi si arriva agli estremi delle foto allegate
-quella con i vigili del fuoco con un "non Buttatevi dalla Finestra aspettate che la situazione si risollevi".

- quella sullo stabile con un patriottico "qualunque tonfo non spaventa l'Eroico Mercato Azionario Cinese"



Tempo fa scrivevo ad un'amico:
  • Da un lato la borsa è sicuramente vista più come un casinò dove buttare sul tavolo delle "fiches", che un posto dove comprare "pezzi di aziende/servizi" remunerativi nel tempo.
  • Negli ultimi mesi è stato un crescendo di attenzione verso la borsa ed i facili denari fatti "giocando" con le azioni, questo in modo estremamente esagerato, molto più di quanto accaduto a fine anni novanta in Italia con le "dot-com". TV e giornali sono pieni di notizie che riguardano massaie e macellai arricchitesi in pochi mesi borsa. poi sai qui è tutto esasperato e veloce rispetto all'Occidente, a Shanghai i pensionati armati di smartphone non giocano più a "majian" (una loro specie di scacchi) come in passato, ma giocano in borsa dalla panchina dei giardini pubblici. non sto scherzando è proprio così.
  • (un aneddoto, una collega di mia moglie ha triplicato il suo capitale in poco tempo, si è quindi licenziata e sta facendo il giro del mondo con i soldi guadagnati in borsa è convinta che quando torna potrà poi fare altrettanto.)
  • Altra considerazione, conosco personalmente e bene aziende piccolissime che non hanno nessun titolo ne struttura per stare in borsa, non hanno nemmeno una contabilità decente, ma sono riuscite a quotarsi ed ora beneficiano di un gran flusso di denaro "gratis". finchè qualcuno non ci metterà il naso.
  • Entrando poi nell'economia generale direi che la situazione attuale è tutt'altro che allegra (in generale, non per quanto riguarda l'azienda dove lavoro che anzi.) Le aziende che esportano verso l'Occidente (moltissime) sono in grossa difficoltà a causa dell'aumento dei costi locali (manodopera di basso livello a +12% annuo per 10 anni fa oltre +300% in un decennio.) e soprattutto per la variazione del tasso di cambio, con uno Yuan che ha preso quasi 30% contro €uro da Nov'14 a Mag'15. molti esportatori non ci stanno più dentro, ho incontrato titolari di attività che hanno perso enne milioni di euro in pochi mesi ed ora hanno i magazzini pieni di componenti che nessuno gli comprerà mai.
  • Altra importante nota negativa è che anche il mondo dei grandi investimenti statali Cinesi in Real Estate ed infrastrutture è in questo momento congelato, per volontà politica. tutto da vedere quando e come ripartirà.
    Quanto detto sopra mi porta a pensare che è meglio stare lontani dalla borsa di Shanghai e credo che le prospettive di lungo periodo non possono essere che negative. il tema è quanto lungo?.
    Va anche detto però che i Cinesi sono in generale "risparmiatori", molto attratti dal "profit" ed a volte "creduloni" al limite dell'ingenuità. queste caratteristiche fanno saltare gli schemi a cui siamo abituati in Occidente.
    Di fatto in questo momento ha investito in borsa solo una piccolissima parte delle persone. e se questa voglia di borsa si estendesse anche agli altri? Ai molti ? Fin dove potrà proseguire la bolla?.
p.s. se non sapete chi sia la signora con le arance, ve la presento. Molti anni fa una signora con la borsa della spesa piena di arance entrò nella banca in cui lavoravo (si lo ammetto. ne ho fatte di cose brutte nella vita), aprì un conto trading con la segretaria e versò circa 9000€ (l'equivalente in lire, la borsa era in Euro, ma c'erano le lire). Poi venne da me al trading desk, si presentò e mi disse "Presto, dottore, presto, mi compri la Aisoftware prima che finiscano". Le comprò mi pare a 248€ per azione sul mercato non regolamentato Easdaq (non esiste neppure più), l'ultima volta che le vidi erano sotto 2€. E' stata una delle mie più grandi esperienze di vita e ho avuto la fortuna di farne tesoro senza pagarne io il prezzo. Non capita spesso.

Fonte: http://www.rischiocalcolato.it/2015/07/cina-crollo-della-borsa-suicidi-di-massa-la-signora-con-le-borse-di-arance-e-morte.html.

25 dicembre 2014

La prima aggressione al Rublo è già fallita

di Giuseppe Masala.
da Megachip.

Per giorni e giorni gli analisti mainstream ci hanno inondato, dall’alto dei loro pulpiti televisivi e giornalistici, che la fine del “regime” russo era vicina. Secondo loro, i cosiddetti mercati finanziari avevano mostrato il pollice verso nei confronti di questa nazione destinata a rivedere i giorni della penuria dell’epoca di Boris Eltsin. I mercati – essi ci spiegavano – avevano emesso la loro sentenza e anche la Russia, come qualunque nazione al mondo, doveva chinare il capo di fronte alla loro divina volontà.

Tralasciando i dubbi e le perplessità su una simile strategia, ciò che lascia sbalorditi è che da alcuni giorni questa litania massmediatica sia completamente scomparsa: blackout. Perché? Dovremmo chiederlo ai giornalisti che prima parlavano e ora tacciono: secondo loro, il destino è già segnato oppure è successo qualcosa che forse è meglio nascondere? Qualcosa che confligge sia con la narrazione proposta nell'immediato (la Russia in crisi), sia con la metanarrazione di sempre, quella che deve vedere l’Aquila imperiale americana sempre trionfante nel mondo? 
 
Andiamo a verificare con il seguente grafico se è successo qualcosa degna di nota da quando è calato il blackout informativo sulla “crisi del Rublo”.
Come si può vedere, il Rublo ha recuperato il 30% del suo valore sull’Euro (e sostanzialmente il recupero è stato della stessa misura sul Dollaro). 

 
Cosa è successo di così importante da portare a un recupero altrettanto spettacolare rispetto all’attacco speculativo che aveva spinto la moneta russa nell’abisso? A leggere i giornali occidentali non è accaduto assolutamente nulla. Anzi ripetiamo, l’argomento è caduto in un oblio che sa di censura. 
 
Ma andando a verificare sui siti in lingua russa qualcosa di molto importante è invece accaduto (http://info-patriot.com/novosti/politika/kitay-podal-rossii-ruku-pomoshchi.html).

Come si sa le banche centrali della Russia e della Cina hanno firmato dei contratti (swap) per scambiarsi direttamente le loro valute senza l’intermediazione del Dollaro. Il tasso di cambio previsto da questi contratti era pari a 5,67 rubli per 1 yuan renminbi. Considerato che lo Yuan viene scambiato con le altre valute (Dollaro compreso) all’interno di una banda di oscillazione del 2% rispetto ad una parità centrale stabilita dalla Banca Centrale Cinese, si viene a creare una particolare situazione nella quale qualcuno (leggi la Russia) può vendere yuan (ottenuti al cambio stabilito dal contratto swap) in cambio di dollari e con questi ultimi acquistare rubli. Acquistando rubli ne aumenterebbe immediatamente il valore rispetto al Dollaro e ciò esporrebbe a enormi perdite coloro che hanno venduto rubli “allo scoperto” (senza possederli) sperando di riacquistarli successivamente e dunque confidando che si siano svalutati al fine di lucrare la differenza.

Insomma, per la Banca Centrale russa si aprirebbe grazie all’assist della PBoC (banca centrale cinese) la possibilità di effettuare un enorme operazione di “arbitraggio” (cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/arbitraggio_(Dizionario-di-Economia-e-Finanza) tale da esporre a enormi perdite coloro che speculavano contro il Rublo. Confermando il cambio sullo swap i cinesi hanno offerto un arbitraggio del 100% ai russi. Roba da far saltare tutti gli speculatori in un paio di giorni.

Che le cose siano andate sostanzialmente così è un ipotesi – credo - estremamente plausibile e la tesi viene rafforzata enormemente dall’assordante ed emblematico silenzio nella quale è caduta “la crisi del rublo” sui media mainstream. Silenzio talmente impenetrabile che i lettori più sprovveduti probabilmente non sanno nulla del recupero del Rublo rispetto al Dollaro e all’Euro e sono probabilmente convinti che i russi siano in preda ad una crisi isterica per l’impossibilità di comprare IPod e dove – addirittura - le classi meno abbienti stanno già patendo la fame per il rincaro delle derrate alimentari. 
 
Meglio stendere un velo pietoso su questa cappa di omertà che avvolge i media occidentali e che sempre più assomiglia ad una plumbea forma di censura.

Concentriamoci per un attimo sull’aspetto veramente importante di questa situazione: i mercati finanziari occidentali, che spesso hanno attaccato i paesi considerati non allineati con le posizioni dell’Impero, per la prima volta nella storia non sono riusciti a distruggere la moneta e di conseguenza l’economia del paese sotto attacco ma sono andati incontro ad una vera e propria Caporetto di portata storica. Ormai a comandare è quella che anche per l’FMI è diventata la prima economia del mondo: la Cina
 
Nel frattempo l’Aquila imperiale americana è rientrata un po’ malconcia nel suo nido, probabilmente a meditare vendetta.

Da constatare che però quest’aquila spennacchiata, per non veder smentita la metanarrazione che deve vederla sempre trionfante, ha dato l’ordine ai suoi corifei di propagandare l’ultima assurda balla: la crescita del suo Pil del 5%. Un PIL di cartapesta come i carri del Carnevale di Viareggio. 
 

19 agosto 2014

Commercio mondiale: il Ttip e la lotta di classe al contrario

di Enrico Lobina.

Ttip sta per Transatlantic Trade and Investment Partnership, cioè per Partenariato Transatlantico sul commercio e gli investimenti. Si tratta di un trattato su libero scambio ed investimenti che Stati Uniti (Usa) ed Unione Europea (Ue) stanno negoziando. In segreto. Peccato che tocchi tutti gli aspetti della vita sociale, economica e culturale della nostra terra.

Tra gli anni novanta ed i duemila un vasto movimento (i “no-global“) si opposero ai negoziati portati avanti dalla Omc (Organizzazione Mondiale del Mercato), che avevano come scopo di eliminare non solamente tariffe doganali, bensì la possibilità per piccoli Stati e lavoratori di difendersi dalla concorrenza selvaggia e dai voleri delle multinazionali.
Grazie ad un vasto movimento di popolo (ricordate Genova 2001?), e ad una chiara azione dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), spalleggiati dai paesi non-allineati, i negoziati fallirono. Gli Usa e la Ue ripiegarono su trattati bilaterali. Ora è venuto il momento del trattato tra i due giganti del neoliberismo, che dovrebbe essere concluso entro il 2015.
C’è poco tempo, e tutto è segreto! Alla faccia degli open data e della trasparenza, non si può sapere su cosa si sta trattando. Qualcosa trapela, ma non sia mai che l’opinione pubblica possa sapere cosa gli succederà. Il nocciolo del trattato non è la diminuzione delle tariffe, già quasi nulle, bensì l’eliminazione delle “barriere normative” che limitano profitti potenzialmente realizzabili dalle società transnazionali.
Cosa significa “barriere normative”? Vediamo qualche esempio.
La società francese Veolia, che ha in gestione lo smaltimento dei rifiuti ad Alessandria, in Egitto, ha fatto causa allo stato egiziano perché ha aumentato i salari del settore pubblico e privato al tasso d’inflazione, e questo ha compresso i propri margini di profitto. Per “barriere normative” s’intende anche questo. Con le misure proposte dal Ttip per la protezione degli investitori qualsiasi peggioramento (per l’investitore) delle condizioni contrattuali può dar luogo a richieste di risarcimento. Il meccanismo, se entrasse in funzione, avrebbe una forza dirompente dal punto di vista delle aspettative e delle azioni governative. Chi più si azzarderebbe ad aumentare i salari?
Nel caso vi sia una diatriba tra lo stato ed una multinazionale, questa non sarà costretta a rivolgersi ai tribunali dello stato nazionale (sono di parte!), bensì ad un arbitrato internazionale, in cui uno degli arbitri è scelto dalla multinazionale, uno dallo stato ed il terzo congiuntamente. Peccato che questi arbitri siano una cinquantina in tutto!
Questo meccanismo è l’Isds (Investor-State Dispute Settlement), ed è fortemente voluto dagli Usa. Sta incontrando una crescente resistenza a Bruxelles, però non è chiaro se nei negoziati ancora se ne sta parlando e se lo si sta prevedendo. Ma anche senza Isds, per gli agricoltori ed i piccoli e medi imprenditori europei, insieme a tutti i lavoratori, il Ttip sarebbe un disastro.
Gli agricoltori, e tutti coloro che hanno a cuore la propria alimentazione, sappiano che Ttip significa “deregolamentazione della sicurezza alimentare”. Con l’eliminazione delle normative europee sulla sicurezza alimentare (le famose “barriere normative”) entreranno gli Ogn (Organismi Geneticamente Modificati) e, più in generale, verrà meno il “principio di precauzione” europeo.
Per quanto riguarda l’ambiente, il principio è lo stesso. Oltre ad indebolire le normative fondamentali sull’ambiente, che dovranno allinearsi a quelle Usa, vi sarà un’inversione dell’onere della prova nel settore chimico: “Non inquino fin quando tu, Stato, non lo dimostri”. Ora, in Europa, è il contrario: è l’industria che deve dimostrare che non si inquina.
Questo e molto altro è il Ttip. A fronte di una crescita nulla in seguito a questo trattato, sappiamo però che lavoreremo peggio, che mangeremo cibi meno sani e vivremo in un ambiente meno pulito. Tutto ciò per favorire qualche miliardario, che miliardario lo era anche prima. La lotta di classe al contrario, insomma.



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Intervista a Mariangela Rosolen di ActUp Torino

22 aprile 2014

Il mondo scopre Piketty, l'economista superstar


di Marc Tracy.

Mercoledì sera, nell'ascensore che portava giù all'auditorium da 400 posti presso la City University del New York Graduate Center, un uomo di mezza età che sembrava un economista si vantava così con una coppia di persone di mezza età che sembravano economisti: «io in realtà ho visto per la prima volta Piketty già nel 2001. Un posticino al Village. Suonava "Capitalismo Patrimoniale", versione acustica, e Emmanuel Saez è uscito per il bis».
Sto scherzando, naturalmente. Ma non si può evitare di essere presi alla sprovvista nel vedere quale accoglienza da rockstar abbia ricevuto Thomas Piketty, un economista francese, da quando il suo libro "Il Capitale nel XXI secolo" è stato pubblicato nella sua traduzione in inglese il mese scorso.
Se il mondo dei giornali e riviste di centro-sinistra fosse una stanza, non si potrebbero far oscillare le braccia lì dentro senza urtare una recensione del libro di Piketty (quasi certamente positiva).
Paul Krugman sulla New York Review of Books e nella sua rubrica.
Matthew Yglesias su Vox ("Puoi darmi il ragionamento di Piketty in quattro punti chiave?").
The Nation gli ha dedicato la copertina e quasi 10.000 parole.
Martin Wolf - il Paul Krugman britannico (a meno che Krugman non sia il Martin Wolf americano) - ha appena detto anche lui la sua sulle colonne del Financial Times.
Anche la destra non ha potuto scansarlo del tutto.
Il libro di Piketty si guadagna il suo grandioso titolo con il confluire, tutta in una volta, di un'intera generazione: utilizza risme di dati nuovi di zecca per raccontare la storia più convincente a disposizione sul problema sociale e politico già ora al primo punto dell'ordine del giorno, cioè la disuguaglianza economica.
E così l'evento di ieri sera al CUNY dava la sensazione della tappa clou di una sorta di vorticosa grande tournée del Nord America (Piketty ha 11 tappe in tre città questa settimana)
«Questo sembra essere il posto giusto dove stare!», è quel che l'economista in ascensore effettivamente ha detto ai due economisti in ascensore.
Chase Robinson, presidente ad interim del Graduate Center, analogamente ha detto nel suo discorso di apertura: «mi hanno detto che è il biglietto più figo in città» La sala non era proprio al pieno, anche se è stato dichiarato il tutto esaurito. A giudicare da Twitter, c'è stato un uso estensivo del live-stream, tra cui una gara di bevute interrotta presso gli uffici di The Nation.
Il sottotesto dell'evento avrebbe potuto essere quello di una generazione - i tre interlocutori principali e, direi, la maggior parte del pubblico era composta da Baby Boomers - messa di fronte ai propri errori da parte di un uomo più giovane. Piketty ha solo 42 anni. «Alcuni di noi si sono laureati in un periodo particolare di questa curva, quando le cose sembravano andare benissimo», ha osservato l'economista della Columbia Joseph Stiglitz, «e ciò ci ha dato una visione particolarmente distorta del mondo».
A loro la serata ha fornito una opportunità di riscatto, non solo nella forma del riconoscimento della precedente «visione distorta del mondo», ma anche per proporre i criteri per far sì che il mondo torni indietro al modo in cui pensavano che fosse.
Per i più giovani spettatori, nel frattempo, la serata risultava ancora più importante: se non otteniamo che il mondo torni a quel modo, in tal caso, suggerisce il libro di Piketty, la disuguaglianza dilagante - che è già diventata un fattore fondamentale nella vita americana - potrà solo peggiorare.
Piketty, che appare persino più giovane dei suoi anni, e indossa un abito grigio e una camicia bianca con colletto parzialmente aperto - un look che forse richiama il suo connazionale Bernard-Henri Lévy - ha iniziato con un breve riepilogo. (Piketty parlava inglese con moderato accento. Il libro è stato tradotto da Arthur Goldhammer, che, vi rivelo, è mio cugino.) Ha fatto clic su un paio di diapositive, in stile PowerPoint, tra cui una che conduceva chiunque al suo sito web. Ma era così preso dalla sua storia che alla fine si è reso conto che non era riuscito a scegliere più di una dozzina di slides.
Vedere Piketty raccontare la sua storia fin qui familiare, di persona, ha fatto capire quanto sia importante la narratività della sua narrazione, ossia la sua qualità narrativa. Piketty non sarebbe diventato questo grosso argomento se, usando gli stessi dati e le medesime intuizioni, non avesse modellato un grande filo conduttore, con il suo inizio, la sua metà e il suo finale premonitore.
La storia è questa. In precedenza, grazie al lavoro dell'economista di metà del secolo scorso Simon Kuznets, il consenso diffuso riteneva che la disuguaglianza stesse tendendo a restringersi. Ma utilizzando i dati fiscali di quasi 50 Paesi, e facendolo risalire nel tempo di svariati decenni e, nel caso della Francia, indietro fino al XVIII secolo, Piketty dimostra che Kuznets, che ha sviluppato la sua omonima Curva negli anni cinquanta e sessanta, ha vissuto la sfortunata coincidenza di stare presso l'unico punto nel tempo in cui la disuguaglianza poteva apparire in via di riduzione: subito dopo che due guerre mondiali e una depressione avevano demolito i patrimoni accumulati dai più ricchi del mondo.
In realtà, Piketty dimostra che quel periodo - i circa trent'anni economicamente gloriosi che hanno seguito la Seconda Guerra Mondiale, noti in Francia letteralmente come Les Trente Glorieuses - era anomalo, mentre di fatto, in generale, la disuguaglianza si allarga, perché, dopo le imposte, il tasso di remunerazione del capitale (r)1 supera il tasso di crescita delle economie» (g) di più volte.
Traduzione: i redditi da capitale tendono ad essere più grandi e a crescere a tassi più veloci di quanto facciano i salari, il che significa che chi è già ricco, poiché fa comunque la maggior parte dei propri soldi attraverso investimenti ed eredità, diventa ancora più ricco. Se i graffitari dovessero mai scoprire Piketty, allora l'equazione
r>g
apparirà su tutti i muri delle città.

Tutti i conti tornano, e sono comprensibili. Chiunque abbia familiarità con l'ascesa dell'industria della finanza - o anche solo con la magia degli interessi composti - capirà perché r supererebbe g. Chiunque può capire in che modo gli Stati Uniti, come Piketty ha riconosciuto, potrebbero temporaneamente rompere lo stampino, trasformando in miliardari delle emerite nullità non attraverso l'accumulazione di capitale, ma tramite salari sbalorditivi per dei "supermanager", sebbene questi supermanager naturalmente continueranno, attraverso i loro eredi, quel che Piketty definisce "capitalismo patrimoniale", e anche se, come ha notato Krugman, uno sguardo al Forbes 400, con i suoi quattro Walton nella top ten, rivela che l'America non è immune dalla ricchezza ereditaria. Chiunque può capire perché il capitale può aver perso terreno in favore dei salari all'incirca nel periodo 1913-1950, e se non ci riuscisse a capirlo, si potrebbe osservare il grafico di Piketty (come quello poco più sotto, che deriva dal suo lavoro) e vedere così il gigantesco cratere che rappresenta la distruzione di capitale che si è verificata durante tale periodo:



Nell'imparare la storia, si può anche capire perché l'opera di Piketty abbia preso piede presso un pubblico più ampio ancora. E si può similmente capire perché gli economisti sarebbero così entusiasti in merito, al di là dei suoi notevoli progressi nell'ambito della professione stessa (che, ci hanno ricordato gli altri economisti, sono prodigiosi): ecco un modo, tanto sofisticato quanto facile da capire, che sa raccontare il passato economico, è in grado di spiegare la nostra crisi attuale e perfino di suggerire ciò che potrebbe riservare il futuro. E che cosa ci riserva il futuro? Beh, in parte perché siamo sperabilmente fuori da delle guerre mondiali, il divario tra r e g continuerà a crescere, a un ritmo sempre più veloce. L'unica cosa che non sappiamo è come possiamo evitare che ciò accada.
A cercare di rispondere a questa domanda finale e cruciale c'erano Stiglitz e Krugman, ciascuno dei quali ha pronunciato un breve intervento dopo che aveva parlato Piketty.
Stiglitz - vincitore del Nobel per l'Economia - ha insistito sul fatto che la politica può correggere i saccheggi che il rapporto r>g presagisce:
«La disuguaglianza non è solo il risultato di forze economiche», ha affermato, «ma gli stessi processi politici sono influenzati dal livello e dalla natura della disuguaglianza». Ha inoltre aggiunto: «non è inevitabile che r sia maggiore di g. È l'effetto delle nostre politiche». Nel citare distintamente la sentenza Citizens United, ha osservato che una maggiore disuguaglianza consolida un maggiore potere in mano ai ricchi, che utilizzeranno tale maggiore potere per raddoppiare in peggio quelle politiche (tassi in ribasso sulle plusvalenze, tasse di successione più basse, ostacoli bassi per il finanziamento stesso delle campagne elettorali), che garantiscono una disuguaglianza ancora più grande, e così via, in un circolo vizioso.
Krugman, in un discorso che in gran parte ricalcava un post sul suo blog pubblicato il precedente mercoledì, ha riconosciuto la forza del libro nel fornire prove empiriche a sostegno delle denunce a lungo formulate dai liberals in merito alle disuguaglianze, oltreché nel raccontare quella storia - «questa analisi non è solo importante, è bella», ha scritto. Nel corso di tutti i loro interventi, Piketty sedeva vicino al podio, raggiante di soddisfazione. Sembrava reduce da un orgasmo. Chi potrebbe biasimarlo?
All'inizio della sua presentazione, Steven Durlauf dell'Università del Wisconsin si è impegnato a recitare il ruolo del "guastafeste" e a portare una "prospettiva da secchione". Non ci ha deluso. In prevalenza ha tirato fuori dei cavilli, senza dubbio importanti nell'ambito della professione, circa l'uso che Piketty fa dei dati. Sono esitante nell'analizzare la sua presentazione, perché era francamente al di sopra della mia portata, ma in ogni caso ritiene in generale che il libro sia valido, importante, brillante, e tutto il resto. Dopo l'evento, ho chiesto a Piketty se fosse preoccupato del fatto che i suoi metodi e le sue conclusioni fossero abbastanza complesse da poter essere usate male da mani inesperte. Ha scosso la testa e ha dichiarato: «Quando l'economia appare troppo complicata, di solito è un brutto segno».
Ci sono stati abbastanza economisti eminenti e ben ferrati di centro e di sinistra - davvero tutti costoro - ad aver dato al libro il loro Sigillo di Approvazione della Brava Massaia per far sì che la maggior parte dei non esperti rimanga soddisfatta. E purtroppo, un impegno in profondità che scrutini da destra il libro di Piketty deve ancora emergere [...].
Pertanto, come chiedeva quel rivoluzionario: che fare?
La soluzione di Piketty al problema r>g è una imposta progressiva globale sulla ricchezza degli individui. Questa è di gran lunga la parte del suo libro che ha ricevuto il maggior numero di critiche: non per la sua saggezza, ma per la sua praticabilità. (Tassare i ricchi in un paese è già abbastanza difficile.)
Piketty minimizza la questione; nel rilevare che le aliquote marginali delle imposte per le fasce più alte raggiunsero i loro picchi storici più elevati negli anni cinquanta, proprio quando la disuguaglianza era comunque al suo punto più basso, ha sostenuto con un sorriso: «La storia della tassazione è piena di sorprese».
È chiaro che occorra inserire alcuni cunei per bloccare i raggi del ciclo ricchezza-potenza che Krugman ha definito «spirale politico-economica di disuguaglianza, in cui una grande ricchezza porta a un grande potere, che viene utilizzato per rinforzare la concentrazione della ricchezza».
Senza citare Piketty, Mark Schmitt ha suggerito che la riforma del finanziamento elettorale sia l'ingresso giusto all'interno del talvolta nebuloso dibattito sulla disuguaglianza. Ciò sembra avere molto senso.
Krugman ha chiuso con una nota insolitamente ottimistica. Teddy Roosevelt, ha osservato, pronunciò il suo famoso discorso sul Progressivismo facendo appello a una tassazione progressiva sul reddito e sulle successioni delle "grandi fortune", già nel 1910, ben prima dei cataclismi che hanno rallentato temporaneamente il fattore r. Perfino le radici del New Deal, ha affermato Krugman, risalgono a decenni prima del 1933. In altre parole, degli americani riflessivi erano in grado di riconoscere il problema delle disuguaglianze e di proporre soluzioni per risolvere tutto da soli, senza l'ausilio di abitudini sociali né tendenze impersonali. Una legge economica come r>g ha il potenziale per essere in ogni bit l'ossimoro che il termine "legge economica" suggerisce. Krugman è sembrato voler sostenere che per tutte le strutture accattivanti e anche "belle" che Piketty descrive, la politica, non l'economia, resti l'arte finale del possibile.



Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.


NOTA:
1. Piketty definisce il "capitale," forse in un senso troppo allargato, essenzialmente come ricchezza derivante da altre cose che non siano salari.


Thomas Piketty su Ricchezza, Reddito, Disuguaglianza
Una delle conferenze in USA di aprile 2014.