Visualizzazione post con etichetta nazisti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta nazisti. Mostra tutti i post

24 agosto 2016

Ucraina, drammatico appello di Miroslava Berdnik

di Margherita Littera.


Abbiamo visto qualche giorno fa come Miroslava Berdnik, giornalista e scrittrice ucraina, figlia dello scrittore di fantascienza Oles Berdnik, sia perseguitata dalle autorità di Kiev, che non gradiscono che voglia pubblicare altri testi scomodi come il suo saggio "Pedina nel gioco di qualcun altro. Storia segreta del nazionalismo ucraino", che li mette a nudo. Dopo l’arresto e i primi interrogatori è stata di nuovo chiamata a comparire presso la sede dei servizi segreti, e stavolta teme qualcosa di molto peggio
Questo il suo appello, che traduciamo e invitiamo a divulgare:


Amici,

ho sempre avvertito la vostra mano tesa, il vostro sostegno da diverse parti del mondo. Mi inchino con gratitudine.
È venuto il momento in cui ho particolarmente bisogno del vostro sostegno.
Domani, martedì 23 agosto 2016, fra 11 ore, devo recarmi per essere interrogata nel dipartimento centrale dei servizi segreti ucraini SBU.
Mi reco volontariamente. Ma non posso escludere di non uscirne. Possono trattenermi.
A questo sono pronta. Sopporterò ogni prova con onore e senza lamenti, nonostante le mie terribili condizioni di salute. Anche se, ad essere franchi, mi pesa soprattutto ciò che questo pasticcio comporta per la mia famiglia. Mio marito viene molestato, mia figlia di 22 anni intimidita.
Queste sono le tattiche di intimidazione e di messa sotto pressione, ed io lo so bene, ne ho avuto esperienza fin dall'arresto di mio padre, il dissidente (in epoca sovietica N.d.T.) Oles Berdnik.

Vorrei che sappiate:
-       Non ho mai approvato il rovesciamento violento delle autorità e non ho mai invitato nessuno ad azioni in tal senso.
-       Ho sempre espresso le mie opinioni nei limiti del diritto costituzionale di dire ciò che penso. Questa è la libertà di espressione.
-       Con tutto il mio cuore io sono preoccupata per l'Ucraina e tutto ciò che accade nel paese, come cittadina, come una patriota di questa nazione, come una persona ortodossa profondamente religiosa, come donna e come madre.

Non scapperò dal mio paese e non mi nasconderò. Fra il tradimento delle mie convinzioni personali e il carcere io certamente sceglierò il carcere.
Senza alcun processo né indagine io sono già stata dichiarata una persona che fattualmente mette a rischio le fondamenta della sicurezza nazionale. Non ho nulla da temere, non ho commesso alcun crimine contro la sicurezza nazionale.
Quanto è vulnerabile la nostra sicurezza nazionale se io, una scrittrice, una pacifista, nonché solamente una debole donna malata sono in grado di metterla a rischio con il solo fatto di esprimere le mie opinioni?
Sono certa che con le sue azioni l'SBU ha violato i miei diritti, la legge e addirittura le regole della moralità.
Hanno reso pubblici i dati delle indagini preliminari, che hanno messo a rischio la mia vita e le vite dei miei famigliari. Qualsiasi cosa dovesse capitarmi la responsabilità è loro.
Voglio subito avvisare tutti: Io non sono incline al suicidio, non assumo droghe né consumo alcol, non soffro di disordini mentali, sono nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, la mia memoria è intatta e la mia coscienza lucida.
Lotterò per i miei diritti esclusivamente sul piano legale, pure se non mi faccio illusioni sulle condizioni della legalità.
Per assistenza legale mi affiderò a Elena Lukash ed un team di avvocati molto professionali, con i quali è stato firmato un accordo. Chiedo agli investigatori di contattare esclusivamente Elena Lukash.

AMO LA MIA PATRIA E DIO CI BENEDICA!
PER FAVORE RI-POSTATE PIU' CHE POTETE. SIETE IL MIO PRINCIPALE SCUDO CONTRO LA TIRANNIA DEL POTERE.

Miroslava Berdnik


17 aprile 2015

Je suis Kalashnikov. I delitti politici in una Kiev sempre più nazista

di Pino Cabras.
da Megachip.

In Ucraina i nazisti danno una caccia spietata e assassina agli oppositori più eminenti, con un una cadenza sempre più intensa. Appena nelle ultime 72 ore sono tre le personalità uccise in agguati ben organizzati, vere esecuzioni, con un messaggio inequivocabile: vi ammazziamo casa per casa
Nomi pesanti: Oles Buzina, un giornalista molto noto, assai efficace in televisione, ucciso davanti a casa dopo mesi di minacce; Oleg Kalashnikov, un ex deputato, freddato sull'uscio; Sergej Sukhobok, un altro operatore dell'informazione che gestiva un sito e un giornale indipendenti. Tutti personaggi troppo fastidiosi per il regime di Kiev nel suo momento più delicato.
Il giornalismo occidentale non si è ancora accorto che siamo di fronte a una svolta politica drammatica. Il blocco di potere ucraino vuole risolvere le sue enormi difficoltà eliminando fisicamente le voci contrarie perché troppo pericolose in questa fase.
Il regime non vuole permettersi nessun contropotere che gli possa far pagare il prezzo dei suoi gravi insuccessi militari e finanziari, né vuole che maturino vie alternative alla crisi permanente delle istituzioni ucraine. Ha in mano uno Stato indebolito, predato da appetiti locali, atlantici e polacchi, incapace di chiudere il cerchio della divisione etnica che esso stesso ha fomentato, privo di risorse che assicurino un futuro credibile a una qualsiasi azione di governo, già nei prossimi mesi.
In questo quadro esplode del tutto apertamente il nazismo, cioè quel che le istituzioni europee, i governi, il giornalismo occidentale, la maggior parte dei politici e degli intellettuali, tappandosi occhi e orecchie e forse anche il naso, non avevano voluto percepire come elemento costitutivo dell’indigesto pasticcio ucraino. Oggi non ci sono più scuse, nel momento che i dirigenti ucraini fanno a gara per esprimere «dichiarazioni di giubilo e commenti del tipo “se lo è meritato”» (come riferisce oggi la Repubblica a pag. 19). Eppure i segnali c'erano tutti, sin dal momento in cui le proteste di Euromajdan sono state totalmente egemonizzate in funzione di un colpo di Stato che ha rovesciato un governo regolarmente eletto, mentre alla guida degli apparati repressivi si insediavano esponenti di partiti nazisti. Le testate occidentali minimizzavano: ‘i nazisti-nazisti prendono pochi voti’, dicevano. E a molti ciò sembrava una garanzia sufficiente. Non avevano voluto capire che quella minoranza determinata era l'ingrediente fondamentale del nuovo regime: nella polizia, nei servizi segreti, negli unici reparti delle forze armate non soggetti a diserzioni di massa e pertanto lasciati liberi di compiere massacri e crimini di guerra, da Odessa al Donbass, sotto l’occhio benevolo degli addestratori NATO. Tutta l'ideologia ufficiale del nuovo regime è stata conformata a una dose crescente di valori e metodi nazisti, in modo inesorabile, con la copertura decisiva degli USA e l'acquiescenza codarda degli europei.
Non è un caso che ora gli assassini nazisti lavorino di più. Si sta infatti avvicinando il 70° anniversario della sconfitta del nazismo durante la Seconda guerra mondiale, e le solenni celebrazioni previste avrebbero messo comunque a nudo la loro natura. In una situazione normale non ci sarebbe posto per i nazisti e nessuna narrazione potrebbe assegnare loro un ruolo compatibile con l'Europa post-1945. Perciò hanno dapprima forzato ogni forma di revisionismo storico ufficiale, elevando le castronerie nazistoidi a nuova verità di Stato (il premier Yatsenyuk dichiara alla tv tedesca che «l'Unione Sovietica invase Ucraina e Germania durante la seconda guerra mondiale. Dobbiamo evitare che si ripeta»), poi hanno inserito il revisionismo come premessa della nuova legislazione che mette fuori legge il partito comunista, infine hanno moltiplicato le relazioni incrociate con il nuovo “cuore nero” dell'Europa, che batte sul Baltico, dove si cumulano i revanscismi e le ambizioni territoriali della Polonia, le sfilate di nazisti in Estonia e Lettonia, l'espansione delle attività permanenti della NATO a un passo dalla Russia e fin dentro l'Ucraina stessa.
Si tratta di una miscela politica pericolosissima - pronta a espandersi in un territorio vasto e composito in seno all’Europa - e inevitabilmente portata a generare fortissime opposizioni e profonde revisioni della postura nucleare di Mosca. A Kiev non basta più la sfilza di strani suicidi e incidenti che hanno eliminato dalla scena sette politici di opposizione solo da gennaio in qua, cui si aggiungono almeno altri otto dissidenti eliminati. Non basta più uccidere tanti giornalisti, chiudere canali televisivi, ritirare in massa gli accrediti giornalistici ai “filo-russi”.
Ora si gioca a carte più scoperte, si uccide con un messaggio. I giornalisti sono nel mirino, proprio nel momento in cui i nazisti stanno migliorando le loro carriere, ormai azionisti di riferimento di quella nuova forma di Europa non più antinazista tanto cara alla sottosegretaria USA Victoria Nuland.
Nessun quotidiano italiano oggi racconta questa mattanza in prima pagina, e questo “sopire e troncare” ci consente di misurare il diverso peso che invece fu dato alle pallottole che colpirono la redazione di Charlie Hebdo a Parigi e l’agnello sacrificale Boris Nemtsov a Mosca. Lo scandalo trova posto solo a pagina 19, dove finalmente riescono a disgustarsi per le dichiarazioni di Anton Gerashenko, consigliere del ministro dell’interno ucraino, che sul suo sito fa scrivere di Buzina: «bersaglio annichilito». Lo stesso sito che tre giorni fa pubblicava una lista di proscrizione con gli indirizzi dei dissidenti, compresi gli ultimi tre “bersagli annichiliti”, incluso Oleg Kalashnikov.
Certo, suonerebbe strano dire “Je suis Kalashnikov”. Ma suona strano anche dire soltanto “Je suis Charlie”, o “Je suis Nemtsov”, e fermarsi lì, dove in troppi si fermano. Tra l'altro, nella mattanza di Kiev, i delitti politici sono molto più leggibili, abbastanza da togliere alibi a quei larghi settori delle élites occidentali che si sono fin qui schierate (tranne significative e lodevoli eccezioni, specie in Germania) con il buco nero neonazista di Kiev.

6 marzo 2015

Le armi USA e l'ascesa nazista in Ucraina


di Glenn Greenwald.
The Intercept. 


James Clapper, il massimo funzionario della sicurezza nazionale di Obama e direttore della National Intelligence, chiede di armare le forze ucraine: chi verrebbe rafforzato in realtà?
 


È facile dimenticare che, appena due anni fa, il presidente Obama era deciso a bombardare la Siria e a rovesciare il regime di Assad, e che organismi dell’establishment statunitense avevano lavorato alla creazione delle basi su cui si fondava quella campagna. La NPR (National Public Radio) cominciò scrupolosamente a pubblicare relazioni di funzionari statunitensi anonimi secondo cui la Siria aveva accumulato grandi quantità di armi chimiche; il New York Times riportò che Obama stava «incrementando gli aiuti ai ribelli e raddoppiando gli sforzi per radunare una coalizione di paesi allineati per abbattere Assad con la forza»; il segretario di Stato John Kerry sottolineò che la destituzione forzata di Assad era «una questione di sicurezza nazionale» nonché «una questione di credibilità degli Stati Uniti d'America».
Coloro che si opponevano alla campagna di bombardamenti contro il “cambiamento di regime” anti-Assad sostenevano che, mentre alcuni ribelli erano siriani qualsiasi, i “ribelli” armati e legittimati dagli Stati Uniti (cioè, gli unici combattenti di fatto contro Assad) erano in realtà estremisti violenti e anche terroristi legati ad Al-Qa'ida o peggio. Coloro che argomentavano tutto ciò venivano sistematicamente additati come sostenitori di Assad perché si dava il caso che questo fosse lo stesso ragionamento che faceva Assad, cioè che i combattenti più efficaci contro di lui erano jihadisti e terroristi.
Ma nel momento in cui si è reso necessario giustificare il coinvolgimento degli Stati Uniti in Siria, questo discorso a Washington è stato rapidamente trasformato da tabù in saggezza popolare. Gli Stati Uniti ora bombardano la Siria, naturalmente, ma anziché combattere contro Assad, il dittatore siriano è (ancora una volta) alleato e partner dell'America. La base logica per la campagna di bombardamenti americana è la stessa cui Assad si è a lungo richiamato: che quelli che combattono contro di lui sono peggio di lui perché sono legati ad Al-Qa'ida e ISIS (anche se per anni gli americani hanno finanziato e armato quelle fazioni e i più stretti alleati degli USA nella regione continuano a farlo).
Una dinamica simile è in atto in Russia e Ucraina. Ieri James Clapper − il massimo funzionario della sicurezza nazionale di Obama e direttore della National Intelligence − ha detto in una commissione del Senato «che sostiene l’armamento delle forze ucraine contro i separatisti filorussi», come ha riportato il Washington Post. Gli USA hanno già fornito aiuti “non letali” alle forze ucraine, e Obama ha detto che sta valutando di armarle. Chi, esattamente, verrebbe rafforzato?
Da tempo il presidente russo Vladimir Putin ha detto che gruppi ultranazionalisti, fascisti e anche neonazisti hanno guidato il colpo di Stato dell’anno scorso in Ucraina e il conseguente regime di Kiev. Anche la testata giornalistica televisiva Russia Today fa spesso riferimento al «ruolo attivo che gruppi di estrema destra hanno giocato sul versante filogovernativo in Ucraina a partire dal violento colpo di Stato dell’anno scorso».
Per questo motivo, evidenziando che armare il regime di Kiev rafforzerebbe i fascisti e i neonazisti, chiunque sarebbe immediatamente accusato di essere un propagandista di Putin: esattamente come sono stati accusati di essere propagandisti di Assad quelli che sostenevano che i migliori combattenti contro Assad erano affiliati di Al-Qa'ida (finché questa non è diventata la posizione ufficiale del governo degli Stati Uniti). I resoconti dei media americani rappresentano costantemente il conflitto in Ucraina come una nobile lotta combattuta da amanti della libertà: i democratici filooccidentali di Kiev contro gli aggressivi oppressori separatisti dell’est “sostenuti dai russi”.
Ma proprio come era vero in Siria, mentre alcuni partecipanti al colpo di Stato ucraino erano ucraini normali in lotta contro un regime corrotto e oppressivo, le dichiarazioni sui teppisti fascisti che capeggiano la lotta per il governo di Kiev sono in realtà vere. Lo scorso agosto, scrivendo di politica estera dall'Ucraina orientale, Alec Luhn ha fatto queste osservazioni:

«Le forze filorusse hanno detto che stanno combattendo contro i nazionalisti e i “fascisti” ucraini, e nel caso dell’Azov e di altri battaglioni queste affermazioni sono sostanzialmente vere... Il battaglione Azov, il cui emblema comprende anche il "Sole Nero", simbolo occulto usato dalle SS naziste, è stato fondato da Andriy Biletsky, capo dei gruppi neonazisti di Assemblea Sociale Nazionale e Patrioti dell'Ucraina».

Nel mese di settembre, Shaun Walker – il corrispondente da Mosca per il Guardian ha raccontato la sua esperienza di giornalista aggregato alle forze − schierate con Kiev − del battaglione Azov, che ha definito «la forza più potente e affidabile dell'Ucraina sul fronte contro i separatisti». Mentre ha liquidato come “gonfiati” gli avvertimenti russi secondo cui questi gruppi cercano di fare pulizia etnica in tutta l’Ucraina, Walker ha descritto «le tendenze di estrema destra, anche neonaziste, di molti dei suoi membri», e ha evidenziato che «Amnesty International ha chiesto al governo ucraino di indagare sulle violazioni dei diritti e sulle possibili esecuzioni da parte di Aidar, un altro battaglione». La principale preoccupazione di Walker era che queste milizie fasciste, una volta sconfitti i separatisti, intendessero mantenere il controllo di Kiev per imporre la propria visione ultranazionalista su tutto il paese.
Da quando è avvenuto il colpo di Stato di Kiev, questi fatti spiacevoli riguardanti le forze filogovernative sono stati per lo più ignorati dalla maggior parte dei resoconti dell’establishment mediatico USA, lasciando una manciata di commentatori a rilevarli. Nel gennaio dello scorso anno, durante il colpo di Stato, Seumas Milne del Guardian ha dichiarato che il racconto della moralità occidentale sull’Ucraina – democrazia/combattenti contro Putin/oppressori − «riporta solamente il legame più superficiale con la realtà» e che, invece, «i nazionalisti di estrema destra e i fascisti sono stati al cuore delle proteste e degli attacchi contro edifici governativi». La britannica Channel 4 ha parlato del ruolo centrale svolto da estremisti di destra ultranazionalisti in quel colpo di Stato, rilevando che il senatore John McCain si è recato nella capitale ucraina [vedi foto sopra] e ha condiviso il palco con i peggiori elementi fascisti. Justin Raimondo di antiwar.com da molto tempo sta denunciando «l’ascesa di un movimento di massa autenticamente fascista nei corridoi del potere a Kiev», rilevando che, lungi dall'essere un pugno di elementi marginali, «gli attivisti dei due principali partiti fascisti in Ucraina − Svoboda e ‘Settore Destro’ – forniscono agli insorti il nerbo necessario per prendere il controllo di edifici governativi a Kiev e in tutta l'Ucraina occidentale».
Questi fatti sono ormai talmente evidenti che anche le organizzazioni occidentali più mainstream sono ora costrette a rilevarli. La scorsa settimana, Vox ha pubblicato un articolo di Amanda Taub sui «circa trenta di questi eserciti privati che combattono dalla parte ucraina», i cui «combattenti sono accusati di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui rapimenti, torture ed esecuzioni senza un regolare processo». Sebbene sostenga che le milizie operino in gran parte autonomamente rispetto al governo centrale di Kiev, Taub rileva comunque la loro progressiva centralità nella lotta contro i separatisti e ne riconosce anche l'uso esplicito da parte dei funzionari di Kiev:

«Le milizie hanno anche guadagnato più potere perché il governo ucraino, guidato dal nuovo presidente Petro Poroshenko, ha portato i loro amici nelle alte sfere. Per esempio, Arsen Avakov − il ministro degli Interni di Poroshenko − è stato in precedenza il leader del blocco politico dell'ex primo ministro Yulia Timoshenko in Ucraina orientale. Ha un'alleanza di lunga data con i membri del battaglione Azov, un'organizzazione di estrema destra i cui aderenti hanno una storia di propaganda antisemita e idee neonaziste. Avakov ha usato la sua posizione per sostenere il gruppo, arrivando a nominare Vadim Troyan − un vice-leader dell’Azov − capo della polizia per l'intera regione di Kiev. E anche il leader dell’Azov, Andriy Biletsky, è ora un membro del Parlamento».

Ieri The Intercept ha pubblicato il reportage di Marcin Mamon sul ruolo che gli jihadisti stanno giocando nel conflitto per conto del governo di Kiev.
La propaganda mediatica statunitense ha cercato non solo di glorificare il regime di Kiev sopprimendo tutti questi elementi, ma ha anche attivamente demonizzato i separatisti come poco più che pedine controllate da Putin. Infatti, come Max Seddon del sito web d’informazione BuzzFeed descrive in un eccellente articolo da una roccaforte separatista in Ucraina orientale, quelli che combattono contro Kiev hanno una serie di considerevoli rimostranze contro il governo ucraino abbastanza indipendenti da qualsiasi agenda di Putin, compresa la violenza contro i civili e l’antico disprezzo per gli abitanti dell’est del paese:

«Proprio in quelle aree in cui l’Ucraina sta lottando per riconquistarle, il pressoché costante bombardamento dell’artiglieria e un blocco economico paralizzante hanno irrigidito gli atteggiamenti a un punto di non ritorno. Quasi ogni giorno un bombardamento esige la vita di civili: la madre di qualcuno, un marito, un figlio. E ogni giorno la riconciliazione tra i milioni di cittadini ucraini di qui e il governo ucraino appare sempre più lontana».

A prescindere da qualsiasi altra cosa, questo è l'ennesimo caso in cui il governo USA − seguito come sempre dal suo supporto mediatico − fabbrica un racconto morale manicheo per giustificare il proprio coinvolgimento e il militarismo. Così mentre gli Stati Uniti hanno passato anni a finanziare e armare esattamente gli elementi estremisti che dichiarano di voler combattere − in Libia, in Siria, e molto prima di questo in Afghanistan – attrezzando militarmente le forze ucraine, hanno dato potere a una squadra mostruosa di fascisti ed espliciti simpatizzanti nazisti. Il colpo di stato in sé, che il governo degli Stati Uniti ha sostenuto, quasi certamente ha fatto esattamente questo.
Si può discutere se conferire forza a questi delinquenti sia una qualità o un errore: non è certo raro per gli Stati Uniti il fatto di armare e sostenere deliberatamente elementi fascisti e altri tiranni assortiti che si pensa possano favorire gli interessi americani (si veda l’articolo odierno di David Ignatius in cui sostiene che il dittatore egiziano, il generale Abdel Fata Sisi, è malvagio come Mubarak quando si tratta di violazioni dei diritti umani, tuttavia gli Stati Uniti devono continuare fermamente a sostenerlo affinché conservi la "stabilità"). Ma almeno, quando gli Stati Uniti vanno a letto con regimi come quello saudita o quello egiziano, la maggior parte delle persone capisce il tipo di alleato che ha abbracciato. Nel caso dell'Ucraina, questi fatti sono stati quasi del tutto esclusi dal discorso principale. Ora che il funzionario capo della sicurezza nazionale di Obama chiede espressamente di armare tali forze, è vitale che si capisca la vera natura degli alleati dell'America in questo conflitto.

Foto: Sergei Chuzavkov/AP, via The Intercept
Email dell’autore: glenn.greenwald@theintercept.com

Traduzione per Megachip a cura di Emilio Marco Piano.
Link alla versione italiana: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=116784&typeb=0&Le-armi-USA-e-l-ascesa-nazista-in-Ucraina.

16 dicembre 2014

Giulietto Chiesa e le vesti della libertà

di Pino Cabras.
Giulietto Chiesa è stato dunque rilasciato, ma non ha ancora ricevuto dalle autorità dell'Estonia un'esauriente spiegazione dei motivi per i quali è stato arrestato. C'è un decreto di espulsione, dicono. L'ha emanato ad personam il governo di un paese membro dell'Unione europea: senza nessuna accusa formulata in nome di una qualche fattispecie di reato. Si è voluto colpire un cittadino di quella stessa Unione europea, una personalità pubblica nel pieno dei suoi diritti politici e di parola, da sempre proclamati come il miglior primato dell'Europa.
In teoria, tutti hanno quei diritti, ma vengono usati poco e sempre meno. Per i diritti funziona al contrario dei vestiti: meno li usi più si sgualciscono. Giulietto indossa invece tutte le sfumature del diritto di parola e perciò mostra la veste integra della libertà, che spicca in mezzo a un sistema dell'informazione ormai agli stracci. Questa veste – a qualcuno – è sembrata troppo intatta. Non è un caso che si cominci da uno dei paesi baltici, quelli in cui, assieme alla Polonia e all'Ucraina, con la benedizione della NATO, si sta formando un cuore nero dell'Occidente: lì, in piena Europa, si sta "normalizzando" un modo di concepire l'Occidente alla maniera dell'America Latina degli anni settanta. È un sistema in cui le strategie militari e finanziarie le decide Washington, gli apparati repressivi sono in mano a manovalanza di ispirazione nazista, i simboli storici sono manipolati con ogni mezzo, si rimuove con la forza ogni memoria antifascista e si recuperano simboli, monumenti, cimeli legati al peggiore nazionalismo. Per le idee diverse c'è la repressione.
Una parte dei lettori conoscerà uno dei libri più “strani” di Giulietto Chiesa, “Il candidato lettone”, che racconta una storia – la sua candidatura in Lettonia alle elezioni europee del 2009 – per narrare una storia più grande ancora, che quasi nessuno a Ovest ha saputo vedere: quella delle repubbliche baltiche post-sovietiche (e fresche di NATO e di UE), dove intere comunità di lingua russa sono state private dei diritti elettorali e della cittadinanza, per ritrovarsi con il passaporto segnato dalla scritta “alien”. Un capitolo di quel libro parla dell'Estonia e sembra spiegare perché oggi c'è stato questo arresto:

«Mi rendevo conto, nonostante fossi lontano, che si stava preparando un focolaio, che avrebbe presto potuto trasformarsi in un incendio. E avvertivo anche che l'informazione che arrivava da Tallinn era – per usare un eufemismo – incompleta, inadeguata, e che, per capirci qualche cosa, si doveva integrarla con le notizie che venivano da Mosca. L'esperienza mi diceva che le crisi non nascono per caso. Anche se appaiono all'improvviso, hanno sempre una gestazione lunga ed è quella che bisogna scandagliare. Sono come corsi d'acqua, che escono dagli argini all'ultimo momento. Ma è evidente che la questione non è soltanto se gli argini siano sufficientemente alti; bisogna capire perché tanta acqua sia scesa dai monti».
L'acqua baltica dell'ultimo decennio è quella del recupero della memoria delle SS, della persecuzione dei russi, delle ondate repressive in stile G8 di Genova, tutte raccontate nel libro, che ancora non poteva descrivere gli sviluppi che invece nel 2014 ha poi raccontato Pandora TV: la guerra ucraina, la veloce e drammatica militarizzazione NATO dell'Est europeo; l'oltranzismo dei leader di quell'area, sempre più organici ai loro burattinai d'Oltreoceano, al punto che cedono platealmente i ministeri chiave e la finanza a ministri stranieri, come in Ucraina; le stragi naziste e i villaggi bombardati dall'artiglieria, le centinaia di migliaia di profughi, l'Europa delle sanzioni autolesioniste. 
Su questo fiume di eventi c'è l'alba cupa dell'Europa che va incontro alla guerra da Est, non trattenuta dall'altra Europa più a Ovest, a sua volta devastata dall'austerity del regime europeo. Solo in un contesto simile potevano eleggere il polacco Donald Tusk come presidente del Consiglio Europeo. Ai piani alti vogliono quanta più russofobia possibile.
Non è che dovete andare d'accordo con Giulietto Chiesa. Non è che dovete leggere “Il candidato lettone”. Vi basti rileggere Bertolt Brecht, quando riprende la poesia “prima vennero” di Martin Niemöller. Si tratta di capire in tempo dove si va.
Questo arresto ci dice che il regime europeo non solo emargina le voci dissidenti ma non vuole più tollerarne l'esistenza. Il silenzio mediatico su notizie importanti non basta più alle correnti atlantiste che dominano il continente. Vedono che c'è chi non si rassegna al silenzio, mentre avverte – qui e lì per l'Europa – che bisogna fare molto chiasso, e urlare che la guerra non sarà in nostro nome.
Le dichiarazioni a caldo di Giulietto Chiesa – di nuovo libero dopo le ore di cella e dopo l'estenuante lavorio dell'ambasciatore italiano - suonano, come di sua abitudine, in termini di un programma di impegni: «L'episodio è sicuramente grave. Ma è anche una lezione da imparare. Ci aiuta a capire che razza di Europa è quella che ci troviamo davanti ora. E che battaglia dovremo fare per cambiarla, per rovesciarla come un calzino. Se non vogliamo che questa gente rovesci noi.»



Lettura consigliata:
DIRETTIVA 2004/38/CE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell'Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri.




8 settembre 2014

Mourir pour Kolomoisky, le Self-Frankenstein?

Jeudi 4 septembre 2014 - Kolomoisky, plurimilliardaire avec la citoyenneté d'Ukraine, Chypre et Israël, mérite d'être aussi sous les projecteurs de chez nous. Tignasse de Beppe Grillo et coeur de Totò Riina.

par Pino Cabras.

Ceux qui le connaissent ne sont pas nombreux chez nous mais Ihor Kolomoisky mériterait les spots des médias italiotes aussi. Ce plurimilliardaire avec la triple citoyenneté ukrainienne, chypriote et israélienne - co-propriétaire de la banque Privat et de plusieurs sociétés qui veulent mouiller le biscuit sur les grosses réserves de gaz naturel tout juste dans les zones ukrainiennes en guerre - aurait beaucoup de qualités pour s'installer sur notre scène, parce qu'il inclut dans sa personne un collage de personnes diversissimes mais quelque part à nous familières : il a une tignasse identique à Beppe Grillo, mais le même coeur que Totò Riina, l'estomac aspire-tout de De Benedetti, les tentacules médiatiques de Berlusconi, le poches de Mario Draghi, les visqueuses toiles d'araignée de Licio Gelli. Et il a aussi les mêmes amis que Netanyahu.

Qui l'a assemblé ? Personne, il se vante d'être un self-made man. Un Self-Frankenstein, en somme. De plus, un grimpeur avec une idée sienne précise de la méritocratie : une enquête de Forbes a décrit en effet que

"Kolomoisky a employé des forces "presque-militaires" de la banque Privat pour faire valoir l'acquisition hostile d'entreprises, enrôlant un groupe de "hooligans, armés de battes de baseball, de barres de fer, gaz et pistolets avec des projectiles de cahoutchou et de tronçonneuses" pour arracher de force une usine sidérurgique à Kremenchuk en 2006 et il a utilisé "un mix d'ordres factices du tribunal (souvent par la main de juges et/ou greffiers corrompus) et de méthodes musclées" pour remplacer des administrateurs dans les conseils d'administration des sociétés desquelles ils achetait des participations".

C'est vrai, un entrepreneur si performant ne s'arrête pas là. Le gouvernement putschiste qui en février 2014 a conquis Kiev l'avait élu gouverneur de Dnipropetrovsk, la région cruciale pour ses affaires. Malgré qu'il ait le passeport israélien et qu'il soit le fondateur de la European Jewish Union (Union Juive Européenne), il a d'étroitissimes relations avec les partis et les formations paramilitaires néo-nazies qui ont fait le sale boulot soit contre l'opposition dans tout le pays, soit dans les zones dans lesquelles il y a les combats de la guerre civile.

Forbes lui attribue un patrimoine de 1,7 milliards de dollars, tandis que Korrespondent dit que ce sont le double de plus. En relisant les données biographiques que j'exposais plus haut, je renverrai à une prochaine date une éventuelle visite d'inspection près de ses entreprises pour vérifier laquelle des revues ait raison.

Ce qui compte est ceci : Kolomoisky est un des deux-trois boss qui dictent la loi à Kiev. Le fils du vice-résident des Etats Unis aussi, Biden, en bon oligarque, sait reconnaître un de ses semblables, et il fait des affaires avec. Si seulement il n'y avait ces millions d'ukrainiens qui s'obstinent à parler le russe et à avoir une maison où il y a le gaz ! Un million de réfugiés n'ont pas suffi, il y a encore plusieurs millions de russophones, tous encore là, et maintenant ces têtus du Donbass se sont même organisés à tel point qu'ils ont renvoyé dans des centaines de sacs en plastique les nervis qui voulaient les déloger, en plus des pauvres soldats envoyés au casse-pipe par les chocolatiers de Kiev.

Et pourtant Kolomoisky ne s'arrête pas devant une défaite. Pendant que Porochenko parle de cessez-le-feu, lui se rappelle d'être un ami de Netanyahu. Et qu'est-ce qu'il propose ? Une belle idée ! Un grand mur qui casse en deux le continent, semblable à celui construit par les israéliens contre les territoires palestiniens, seulement trois fois plus long : une muraille de 1900 km, entourée de mines anti-personnel, avec l'objectif d'arrêter la Russie. L'idée a été formulée par Kolomoisky en juin, mais le premier ministre Iatzeniuk la dépoussière en septembre. Inutile de dire qu'il s'agit d'une idée politiquement hystérique, masochiste et surtout militairement idiote : l'Armée Russe aurait quelques moyens de plus que les bantoustans palestiniens pour réduire le mur en boulettes avec son infanterie et le chevaucher par toute sorte de solution aérienne.

Tous les derniers voyages en Europe du président USA Barack Obama ont consisté en un vulgaire tour promotionnel en faveur des armements de son complexe militaro-industriel. Le sommet OTAN d'aujourd'hui aussi est orienté par une seule chose : crier au danger russe, récompacter les moutons que nous nous obstinons à appeler leaders européens, et augmenter les dépenses militaires. Il n'y a plus le mur de Berlin ? Le Rideau de Fer n'existe plus depuis vingt-cinq ans ? Patience ! Il y a toujours un Kolomoisky qui fera monter quelque muraillon. De toute façon, ce ne sont pas nos journaleux qui essaieront de raconter dans quelles mains nous sommes en train de mettre le futur de nos enfants.


Source de la traduction: http://blogs.mediapart.fr/blog/segesta3756/080914/pino-cabras-mourir-pour-kolomoisky-le-self-frankenstein.
Version italienne:  Morire per Kolomoyskyi, il Self-Frankenstein? 
Lien de Megachip: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=108955&typeb=0&Morire-per-Kolomoyskyi-il-Self-Frankenstein- 

4 settembre 2014

Morire per Kolomoyskyi, il Self-Frankenstein?


di Pino Cabras.
da Megachip.
Da noi lo conoscono in pochi, ma Ihor Kolomoyskyi meriterebbe i riflettori anche dei media italioti. Questo plurimiliardario con tripla cittadinanza ucraina, cipriota e israeliana - co-proprietario della banca Privat e di varie società che vogliono inzuppare il biscotto sulle grosse riserve di gas naturale proprio nelle zone ucraine in guerra - avrebbe molte qualità per stare sulla nostra scena, perché include nella sua persona un collage di persone diversissime ma in qualche modo a noi familiari: ha una chioma identica a Beppe Grillo, ma lo stesso cuore di Totò Riina, lo stomaco aspiratutto di De Benedetti, i tentacoli mediatici di Berlusconi, le tasche di Mario Draghi, le viscose ragnatele di Licio Gelli. E ha anche gli stessi amici di Netanyahu.
Chi lo ha assemblato? Nessuno, si vanta di essere un self-made man. Un Self-Frankenstein, insomma. Di più, un arrampicatore con una sua precisa idea di meritocrazia: un’inchiesta di Forbes ha descritto infatti che  

«Kolomoyskyi ha usato delle forze "quasi-militari" della banca Privat per far valere l'acquisizione ostile di aziende, arruolando un gruppo di "teppisti, armati di mazze da baseball, spranghe di ferro, gas e pistole con proiettili di gomma e motoseghe" per prendersi con la forza un impianto siderurgico a Kremenchuk nel 2006 e ha usato "un mix di ordini del tribunale fasulli (spesso per mano di giudici e/o cancellieri corrotti) e di maniere forti" per sostituire amministratori nei consigli di amministrazione delle società delle quali acquistava le partecipazioni».

Un imprenditore così performante non si ferma mica qui. Il governo golpista che a febbraio 2014 ha conquistato Kiev lo ha nominato governatore di Dnipropetrovsk, la regione cruciale per i suoi affari. Nonostante abbia il passaporto israeliano e sia il fondatore della European Jewish Union (Unione ebraica europea), ha strettissime relazioni con i partiti e le formazioni paramilitari neonaziste che hanno fatto il lavoro sporco sia contro l’opposizione in tutto il paese, sia nelle zone in cui si combatte la guerra civile.
Forbes gli attribuisce un patrimonio di 1,7 miliardi di dollari, mentre Korrespondent dice che sono più del doppio. Rileggendo i dati biografici che esponevo poco fa, differirò a data da destinarsi un’eventuale mia visita ispettiva presso le sue aziende per appurare quale delle due riviste abbia ragione.
Quel che conta è questo: Kolomoyskyi è uno dei due-tre boss che dettano legge a Kiev. Anche il figlio del vicepresidente degli Stati Uniti, Biden, da buon oligarca, sa riconoscere un suo simile, e ci fa affari. Se solo non ci fossero questi milioni di ucraini che si ostinano a parlare russo e ad avere casa dove c’è il gas! Un milione di sfollati non sono bastati, ci sono ancora tanti milioni di russofoni, tutti ancora lì, e adesso questi testardi del Donbass si sono persino organizzati a tal punto da far rientrare dentro centinaia di sacchi di plastica gli scagnozzi che volevano sloggiarli, oltre a i poveri soldati mandati allo sbaraglio dai cioccolatai di Kiev.
Eppure Kolomoyskyi non si arresta di fronte a una disfatta. Mentre Poroshenko parla di cessate-il-fuoco, lui si ricorda di essere amico di Netanyahu. E che ti propone? Ideona! Un grande muro che spezzi in due il continente, simile a quello costruito dagli israeliani contro i territori palestinesi, solo tre volte più lungo: una muraglia di 1900 km, circondata di mine antiuomo, con l’obiettivo di fermare la Russia. L’idea è stata formulata da Kolomoyskyi a giugno, ma il primo ministro Yatsenyuk la rispolvera a settembre. 
Inutile dire che si tratta di un’idea politicamente isterica, autolesionista in termini di geografia economica, ma soprattutto militarmente idiota: l’Armata Russa avrebbe qualche mezzo in più dei bantustan palestinesi per fare polpette del muro con la sua fanteria e scavalcarlo con ogni sorta di soluzione aeronautica.
Tutti gli ultimi viaggi in Europa del presidente USA Barack Obama sono consistiti in un volgare tour promozionale in favore degli armamenti del suo complesso militare-industriale. Anche il vertice NATO di oggi è orientato a una sola cosa: gridare al pericolo russo, ricompattare gli ovini che ci ostiniamo a chiamare leader europei, e aumentare le spese militari. Non c’è più il muro di Berlino? Non c’è da venticinque anni la Cortina di ferro? Pazienza! C’è sempre un Kolomoyskyi che tirerà su qualche muraglione. Tanto, i nostri giornaloni non proveranno a raccontare in che mani stiamo mettendo il futuro dei nostri figli.

2 settembre 2014

Guerra: c’è chi è pronto e chi no


di Pino Cabras.

Consiglio a tutti i lettori la visione della conferenza stampa tenuta il 24 agosto scorso dai capi dei territori ribelli dell’Ucraina orientale. Per chi vorrà capire davvero chi è pronto alla guerra e chi non lo è, sarà una mezz’ora ben spesa.

http://www.pandoratv.it/?p=1757
Il video di Pandora TV riporta l'intera conferenza stampa di Aleksandr V. Zakharchenko, Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Nazionale del Donetsk, tenutasi il 24 agosto 2014 nel pieno dell'offensiva delle forze armate ribelli, che hanno sbaragliato le meglio armate e più numerose forze armate del governo di Kiev.

Sarà l'Ucraina, sarà il richiamo bellico dell'anno quattordici, sarà che ormai le dichiarazioni di molti politici europei già annunciano la carneficina all'orizzonte, sarà a causa di tutto questo che si stanno moltiplicando ogni giorno le nuove evocazioni di una guerra mondiale, mentre cresce per molti una sensazione di pericolo.

Evocare è facile, ma essere davvero pronti all’anticamera dell’Apocalisse è un’altra cosa.

Non sono certo pronti i popoli europei: vivono in una bolla televisiva che fa loro sperare di essere ancora a lungo i consumatori che sono stati negli ultimi decenni. La cuccagna non è stata ancora smontata, perciò il ricordo dell’ultima guerra mondiale rimane annacquato. Gli europei medi non riescono più a immaginare la guerra come catastrofe. I telegiornali e i grandi quotidiani li ammaestrano all'isteria bellica, alla propaganda più sfacciata, alla russofobia, questo sì. Ma occultano l'idea che la distruzione possa entrare nelle loro case o sommergere intere coorti dei loro figli.
Nessun europeo medio ha saputo cosa è accaduto in Ucraina negli ultimi sei mesi, dal golpe in poi. Tanto meno sa cosa c'era prima. Né sa che il governo di Kiev ha martoriato la popolazione civile delle regioni orientali. L’europeo medio ignora gli interessi predatori di quei capitalisti mafiosi che vorrebbero svuotare quelle regioni dei loro abitanti russofoni. Ignora che le forze di sicurezza ucraine sono in mano ad avventurieri imbevuti di ideologie naziste. Non sa nulla della Russia. Non sa nulla di nulla, e si ritroverà nella guerra vasta che annuncia il neopresidente polacco del Consiglio europeo, Donald Tusk (un burattino atlantista), e peggio di lui il ministro della difesa ucraino Gheletei, senza sapere ancora nulla.

Chi è pronto, allora?
In teoria si è già apparecchiato Tusk; è ormai pronto il regime dell'Unione europea; è già scalpitante il primo ministro britannico Cameron (vista la sicumera con cui costoro lanciano sanzioni e annunciano forze d’intervento NATO).
Sono tutti pronti, così come era pronta anche la giunta ucraina: ma in modo totalmente irresponsabile, con una tragica incapacità di valutare gli interessi dei russi e - di questi - la determinazione (cioè una prontezza reale) a pagare e infliggere il prezzo di una guerra vera.

Quel che accade ora in Ucraina spiega la dimensione di queste diverse “prontezze”.

Da un lato abbiamo i popoli occidentali anestetizzati dai loro media e che non hanno alcuna misura dei fatti, e abbiamo altresì il popolo ucraino che si sorprende di dover subire una disfatta (in Italia si direbbe una Caporetto), come nel caso delle mamme e sorelle disperate che chiedono conto delle notizie di una brigata di 4700 uomini, di cui sono tornati con le proprie gambe in appena 83. Hanno appena riscoperto il concetto di “carne da cannone”. Sono le avanguardie delle mamme che ripeteranno la scena in tante altre lingue, anche da noi, nelle capitali in bancarotta dell’Europa ai comandi di Bruxelles e Francoforte.


Dall’altro lato abbiamo i militari del Donbass che vediamo nella conferenza stampa che vi esponiamo. Colpisce la sicurezza e l’agghiacciante autorevolezza – in un dosaggio di gravitas e brutale ironia - con cui questi partigiani dei nostri giorni parlano di migliaia di vittime di guerra.

La gravitas:
«Per alcuni, forse questa sarà una terribile notizia: Ci sono ancora diverse centinaia di soldati delle forze armate dell'esercito ucraino presso Panovka, Saur-Mohyla, che risultano dispersi. Le famiglie ricevono lettere che li dichiarano "dispersi in azione". In realtà sono morti. Le autorità di Kiev lo fanno apposta. Centinaia e migliaia di morti in qualche decina di tombe. Lo annuncio ufficialmente. Ognuno sappia che se hai ricevuto una lettera che lo definisce "disperso in azione", allora molto probabilmente, tuo marito, fratello o figlio è stato ucciso».
L’ironia:
«Purtroppo, cari giornalisti, l'Occidente cerca di invaderci con una frequenza di 30-50 anni. Cioè, ogni 30-50 anni la civiltà occidentale cerca di imporci la sua opinione e il suo modo di vivere. La prima guerra mondiale, la Grande guerra patriottica, la guerra di Crimea prima ancora, e così via nelle profondità della storia. Come risultato, l’Occidente tradizionalmente ottiene la caduta di Berlino, Parigi, ecc. [...] L'Occidente arriva ogni 30-50 anni per ottenere ciò che si merita. Ora nel 2014, sono un po’ in ritardo.»
O anche, in risposta al giornalista che chiede “Perché avete deciso di far sfilare i prigionieri di guerra?”:  
«Kiev aveva detto che avrebbero marciato in parata a Donetsk il giorno 24. E così han fatto».
Purtroppo l’esordio di Federica Mogherini, appena eletta Alta rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, non poteva essere più desolante: «Se non esiste più un partenariato strategico – dichiara la nuova Lady Pesc - è per scelta di Mosca». Ovvero: nessuna autocritica ai piani alti dell’Ovest, non si ascoltano più le voci sagge che chiedono di fermarsi a riflettere.
Ecco, Mogherini non è pronta. Fa interamente sua tutta l’eredità della NATO e della UE in questi anni di crisi internazionali, destabilizzazioni, aggressioni ed escalation: cioè un bilancio disastroso e criminale, dall’Iraq all’Afghanistan al dossier libico, alla Siria, e ora all’Ucraina. Il rendiconto consisterebbe in un caos funesto interamente imputabile alla lunga “guerra infinita” scatenata dalle capitali dell’atlantismo.
Su «The Times» del 26 agosto 2008, subito dopo la guerra dell’Ossetia del Sud, venne ricordato che 
«Lord Salisbury, ministro degli esteri e Primo Ministro ai tempi dell'Impero Britannico, irradiò un potere globale immenso; il che non significa che amasse giocare con questo potere. Di fronte a proposte di scelte politiche britanniche che riteneva in grado di danneggiare profondamente gli interessi di altre grandi potenze, Salisbury avrebbe guardato i suoi colleghi negli occhi chiedendo semplicemente: “siete davvero pronti a combattere? Altrimenti, non imbarcatevi in questa politica”.»
Nell’Europa politicamente desertificata dall’obbedienza alla NATO si continua ad agire come se la Russia fosse ancora oggi lo Stato esausto degli anni novanta su cui si muoveva etilicamente Boris Eltsin e sul cui collo si stringeva il capestro del Fondo Monetario Internazionale. La situazione è completamente diversa, eppure si va lo stesso allo scontro. O si va proprio per questo, nel momento in cui i BRICS picconano il Dollar Standard. E gli USA non possono accettare un mondo multipolare in cui il dollaro non sia l'architrave.

«Siete davvero pronti a combattere?», è la domanda giusta, quella che non vi hanno ancora fatto.

Sappiate dunque la risposta, che potete udire dai due comandanti militari del video, ossia da chi ha preso le misure della guerra:
«Diremo a chiunque venga a farci del male sul nostro territorio: ci batteremo con le unghie e con i denti per la nostra Patria. Kiev e l'Occidente hanno fatto un grosso sbaglio a risvegliarci. Noi siamo gente laboriosa. Mentre altri saltavano a Maidan per 300 grivne, la nostra gente era giù in miniera a estrarre carbone, a fondere metallo e a seminare le colture. Nessuno di noi ha avuto il tempo di saltare, eravamo impegnati a lavorare. Quando un tizio che appena ieri lavorava con un martello pneumatico o guidava una mietitrebbia, oggi si trovi a stare dietro al volante di un carro armato o di un Grad, o a raccogliere un mitra, la linea è stata passata e non lo potete più fermare. Quello che ha dovuto lasciare il proprio lavoro sa che combatterà fino alla fine e fino al suo ultimo respiro. Potete dirlo in giro: non svegliate la bestia. Non fatelo, davvero. Finché c’è ancora la possibilità, lasciate che le madri risparmino i propri figli.»
Questa è la risposta di chi è attaccato dall’Occidente. Ma anche tutti noi siamo attaccati dall’Occidente - o meglio: dal suo ponte di comando che ci vuole poveri e in guerra – e perciò una risposta dovremo darla anche noi, cittadini in pericolo, con un nuovo grande Movimento per la pace che sappia scegliersi la parte. Il momento è adesso.