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10 maggio 2016

La crisi europea, tra TTIP, UE e NATO

di Pino Cabras.
da Gli Occhi della Guerra.



Non c’è stato l’oceano di persone di Berlino di qualche settimana fa, ma la voce di migliaia di persone contro il TTIP si è sentita anche a Roma, nella bella manifestazione del 7 maggio 2016. La consapevolezza del pericolo rappresentato da questo trattato è cresciuta nel corso del tempo, anche grazie ai tanti articoli che sono stati pubblicati in proposito. Raccomando ad esempio lalettura di un articolo del 2014 di Pierluigi Fagan: Geopolitica dei trattati di libero asservimento, che descriveva in modo esatto la fine della “prima globalizzazione” e l’apertura di una fase del tutto nuova, che nessuno ancora sapeva raccontare.

250mila persone in piazza a Berlino per manifestare contro il Ttip
Ora, dopo la manifestazione, Fagan ci ricorda che il TTIP non è un trattato di libero scambio bensì “un contratto di accoppiamento strutturale per formattare un sistema che abbia gli Usa come centro di gravità: è propriamente un trattato geopolitico”.
All’Europa questo trattato semplicemente non conviene e infatti potrebbe non esser firmato prima della fine della presidenza Obama e con ciò, rimandato sine die.
Nel frattempo, certo, bisogna non abbassare la guardia, visto il livello paranoico di segreto che è stato imposto alla discussione del trattato, come è stato spiegato in dettaglio anche a La Gabbia. Mentre in altri paesi i governi stanno opponendo resistenza, in Italia la propensione di Matteo Renzi è quella di cedere su tutta la linea.
Cosa accadrà adesso? È il momento di immaginare qualche scenario, confrontandolo – come già implicava l’articolo di Fagan – con l’altro grande trattato geopolitico-economico che gli USA stanno modellando, il Partenariato Trans-Pacifico (TPP), una specie di cugino del TTIP. Cugino sì, ma non poi così somigliante.
Il TPP infatti è un trattato che lega stati “sovrani”, nella perfetta logica del cosiddetto “hub & spoke”: ove uno di questi Stati avesse la forza politica di sfilarsi dal trattato, il TPP sopravvivrebbe e potrebbe essere bilanciato dall’aggiungersi di altri Stati.
Il giornalista Simone Santini sottolinea che “la base giuridica del TTIP è diversa dal TPP, perché unirebbe USA e UE, e quest’ultima non è (ancora) uno Stato ma a sua volta un’organizzazione che si basa su un Trattato. Dunque, se il trattato UE dovesse rompersi, ecco che automaticamente anche il TTIP crollerebbe, azzerando tutto. Inoltre, dal punto di vista politico interno degli Stati aderenti alla UE, ai mal di pancia dei settori già euroscettici si assommerebbero quelli anti-TTIP, per cui prenderebbe grande slancio l’idea che UE+TTIP sono irriformabili e l’unica possibilità sarebbe la rottura”.
Chi si oppone a questo mostro transatlantico? A differenza che in passato, a muoversi non sono solo i cortei di manifestanti, ma ingenti forze economiche “nazionali”. Santini lo sottolinea: “Sembrerebbe che ai piani alti di qualche grattacielo americano si siano accorti di questo pericolo e che il TTIP ora basato sull’accordo USA-UE possa essere molto fragile. Le sollecitazioni che sta vivendo la UE (Brexit, Grexit, Schengen, ecc.) ma anche le stesse “fughe di notizie” del TTIPleaks, potrebbero, in parte, arrivare anche da quella direzione».
In effetti sull’Europa si addensa la tempesta perfetta e cresce ovunque la voglia di rompere la dittatura del regime europeo. Ogni crisi – in Gran Bretagna, in Grecia, in Spagna, più la grande crisi delle migrazioni – è la faccia di un prisma, il volume di una grande crisi europea nel suo insieme, dove nessuno osa più parlare, a parte Laura Boldrini, di “sogno europeo”.
Cosa implica, tutto questo? Per Santini c’è chi pensa ormai “che sarebbe meglio disarticolare prima la UE, e solo successivamente fare un trattato con alcuni Stati europei, quelli più affidabili, singolarmente, come nello schema del TPP”. Una sorta di versione “light” del TTIP. Alcuni rimarrebbero fuori, inizialmente, ma poi ne sarebbero fatalmente (tempo al tempo) attratti dentro. Insomma, come è accaduto con la Francia con NATO. Prima fuori, poi dentro.
In altre parole, ciò che anima il progetto contingente del TTIP è in realtà un progetto geopolitico di lungo periodo che eviterà di impiccarsi a una formula, se questa dovesse risultare impossibile, ma cercherà diverse vie per arrivare a blindare un’area geopolitica legata comunque agli USA. È un progetto che vuole formattare il sistema in tanti modi diversi tendenti allo stesso obiettivo.
Mentre si cerca la via giuridica per la “formattazione del sistema” dal lato dalla futuribile “NATO Economica”, vanno intanto avanti gli atti della NATO che c’è già, quella militare:
1) aumentano le pressioni per far aderire alla NATO anche Svezia e Finlandia, che oggi ne sono fuori;
2) aumenta la stretta militare nell’area baltica, dove si incrementano le esercitazioni militari e il tutto si salda a un incoraggiamento della “russofobia” nelle classi dirigenti, fino alla riabilitazione delle correnti naziste;
3) si utilizza la leva ucraina per alimentare la tensione e perpetuare il regime delle sanzioni europee antirusse provocando le contro-sanzioni antieuropee;
4) si fomentano nuove “rivoluzioni colorate” nell’area balcanica, per estendere i luoghi di separazione fra influenza russa e americana.
Ci limitiamo per ora a considerare la cortina di crisi sul suolo europeo e tralasciamo in questa occasione le crisi che si originano nel Medio Oriente – dove la NATO ha giocato ugualmente un ruolo perturbatore – nonostante anch’esse si proiettino sull’Europa.
Il risultato è che i focolai si ricompongono in un sistema di separazione artificiosa fra interessi europei e russi, che altrimenti sarebbero complementari e reciprocamente convenienti in termini di sicurezza militare, energetica ed economica.
Difficile che il TTIP sia firmato nel 2016, anno in cui si vota in USA. Nel 2017 si voterà in Francia, Nel 2018 in Italia e Germania. Nel 2019 si rinnoverà la Commissione europea. L’opzione di “comprare tempo” (temporeggiare, tirare a campare) a questo punto piacerà a molti. Qualcuno perciò si premunisce per il momento in cui i nodi verranno al pettine: la NATO-che-c’è-già sta creando una nuova cortina che circonda un sistema europeo in trasformazione-disgregazione. Chissà se il tempo che tutti compreranno basterà a far prevalere la trasformazione sulla disgregazione. In ogni caso, il volto dell’Europa sarà cambiato, sottoposto a una preponderanza del progetto militare. Inutile sottolineare i pericoli di guerra. Finché i popoli europei non si batteranno per la loro sovranità, questo pericolo incomberà, in aggiunta alle altre insicurezze economiche.
Pubblicato anche da Megachip.


15 luglio 2015

Il nodo iraniano. E ora?

di Simone Santini.
da Sputnik.

La firma dello storico accordo sul nucleare tra Iran e Comunità internazionale non è il punto terminale ma il primo passo di un processo che può cambiare la fisionomia del Medio Oriente e, dunque, le relazioni internazionali globali.

Tutti gli analisti più attenti della questione hanno rilevato, da tempo, che il faticosissimo negoziato che ha impegnato per oltre un decennio le diplomazie non era tanto centrato sulla possibilità che l'Iran acquisisse il nucleare militare ma sul ruolo che il paese persiano doveva assumere sullo scacchiere internazionale.
Perciò i termini più esatti della questione erano di ordine squisitamente politico (geopolitico) e non tecnico. Per parte americana, dalla visione di un Iran perno dell' "asse del male" si è passati ad una visione molto più pragmatica e realista. Tatticamente l'Iran diventa per Washington il partner ideale per il contenimento del pericolo jihadista, prima di Al-Qa'ida, ora di Daesh (Isis), in tutta l'area tra Iraq e Siria. Il mostro islamista che gli stessi americani hanno contribuito a destare non è un robot che risponde istantaneamente ai comandi e che si possa accendere o spegnere premendo un interruttore. Sono necessari "scarponi sul terreno" che possano contrastare in profondità la sua egemonia che può anche sfuggire di mano. Gli "scarponi" oggi, se non direttamente iraniani, appartengono ad Hezbollah in Siria ed alle milizie sciite in Iraq, dunque fazioni apertamente o tendenzialmente filo-iraniane.
Inoltre l'attuale Amministrazione di Washington sembra aver sposato un assetto per il Medio Oriente, tipicamente ricalcato sulle idee dello stratega di lungo corso Zbigniew Brzezinski, che punta alla creazione di un quadrilatero che formi un equilibrio di tensione tra le potenze regionali: Iran, Turchia, Israele, Arabia Saudita. In tal modo, le fragilità e i contrapposti o contigui interessi di ogni vertice del quadrilatero dovrebbero tendere a comporsi in un quadro stabile. Virtuosismo delle relazioni internazionali a parte, ciò potrebbe consentire agli USA di sganciarsi militarmente, come già stanno facendo, dal Medio Oriente per proiettarsi verso i teatri di crisi prossimi venturi, l'oriente europeo e l'estremo oriente del Pacifico.
Ma come per ogni assetto che tenta lo sforzo di instaurarsi, non mancano i contrasti che derivano dal vecchio ordinamento. Così Israele vede minacciato il suo ruolo di potenza senza avversari. L'Arabia Saudita wahabita vede con terrore imporsi lo storico nemico sciita. E ampi settori americani scorgono l'incertezza del nuovo corso. Ne hanno dato plastica dimostrazione altri due decani delle geostrategie americane, gli ex segretari di stato Henry Kissinger e George Shultz, in una sorta di appello congiunto pubblicato dal Wall Street Journal lo scorso aprile a pochi giorni dall'accordo quadro di Losanna che prefigurava l'accordo definitivo raggiunto ora a Vienna.  Al termine di una accurata disamina scrivono: "Se il mondo deve essere risparmiato da inquietudini ancora peggiori, gli Stati Uniti devono sviluppare una dottrina strategica per la regione [il Medio Oriente]. La stabilità richiede un ruolo americano attivo. Se l'Iran intende essere un membro prezioso della comunità internazionale, il prerequisito è che accetti il controllo sulla sua capacità di destabilizzare il Medio Oriente e sfidare l'ordine internazionale più ampio". Insomma, è detto senza mezzi termini anche se con eleganza. È una questione di controllo. Gli Stati Uniti devono raggiungere la chiarezza su quale sia il loro ruolo strategico, e se l'Iran non è sotto controllo, l'accordo nucleare andrà a "rafforzare, non a risolvere, le sfide al mondo in quella regione".
Tali divergenti visioni prenderanno forma durante il dibattito che avverrà al Congresso americano  sull'approvazione del nuclear deal. Sarà di straordinaria importanza valutare il comporsi dei vari schieramenti non tanto per l'effettiva tenuta dell'accordo (Obama ha già dichiarato che userà il potere di veto se il Congresso provasse a snaturare o semplicemente bocciare l'intesa) quanto piuttosto verificare se la natura politica dell'accordo può avere sufficiente vitalità per imporsi o nasce già morta. Se Obama riuscisse ad avere un voto addirittura favorevole, con la maggioranza repubblicana, sarebbe un trionfo. Se un voto negativo arrivasse solo dalla parte repubblicana (o comunque con defezioni tra repubblicani e democratici che andassero a compensarsi) lo spirito di Losanna e Vienna sarebbe vivo e vegeto, benché fragile, fino alle prossime presidenziali. Se, invece, l'atteggiamento negativo arrivasse anche da una consistente parte democratica, oltre che repubblicana, allora Obama sarebbe, almeno per le questioni internazionali, già esautorato de facto dalle sue prerogative presidenziali con un anno e mezzo di anticipo.
Un ruolo essenziale sarà giocato in questo contesto da Hillary Rodham Clinton, candidata quasi sicura a correre per la Casa Bianca per i democratici e possibile (probabile?) futuro presidente. È da escludersi una sua manifesta ed esplicita opposizione all'accordo ma come si muoveranno le lobbies democratiche, alcune molto legate agli ambienti sionisti americani, che la sosterranno nella sua costosissima campagna elettorale?
Da parte iraniana non resta che osservare guardinghi lo svolgersi degli eventi e godersi intanto questa fantastica vittoria. L'Iran come nazione nel suo complesso, e la sua leadership attuale e passata, ha dimostrato una straordinaria lungimiranza, determinazione, capacità di sacrificio lungo tutti questi anni di negoziato. Possono con fierezza e speranza guardare al futuro. Hanno attraversato la loro parte di deserto, ora tocca al resto del mondo accoglierli.
Fonte:  http://it.sputniknews.com/politica/20150715/754031.html.
Ripubblicato anche da Megachip: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=121966&typeb=0&il-nodo-iraniano-e-ora-


9 dicembre 2014

La sfida di Salvini: ‘Quale posizione UE sulla strage di Odessa?’


di Pino Cabras.
da Megachip.


La crisi ucraina ha permesso sin qui di misurare quanto le vecchie appartenenze politiche contino ormai sempre meno. Per misurare le distanze fra le azioni politiche pesa invece sempre di più il grado di vicinanza o lontananza dall'attuale regime europeo, un sistema che ai cittadini europei impone l'impoverimento tramite l'austerity (con diverse gradazioni di criminalità economica), agli ucraini impone un governo (in mano ai falchi di Washington), mentre alla Russia vuole imporre la fine di qualsiasi rapporto con l'Europa (se non basato sulla sottomissione agli USA).
Tutte le vecchie alleanze saltano in aria davanti a poteri bipartisan che vogliono torcere il braccio all'Europa. Questi poteri usano i mezzi della NATO e la sudditanza dell'Unione europea, in mano a leader ricattabili e subalterni. Se si continua così si va alla guerra, intanto che è ormai guerra economica, dove perdiamo di già.
In Germania abbiamo visto recentemente una clamorosa petizione che va da Wim Wenders agli ex presidenti della Repubblica federale, passando per manager, cantautori, accademici, politici di varie tendenze: l’appello chiede di puntare a una politica di distensione in Europa e accusa implicitamente l'attuale condotta dominante come guerrafondaia. 

https://www.youtube.com/watch?v=2e66uWenGps#t=100

In Italia la politica internazionale è da anni sottovalutata, ma qualcuno anche da noi ha capito che la posta in gioco è estremamente importante, perché riguarda la sopravvivenza di intere società, paesi, economie: le minacce alla pace sono così forti da spingere a parlare in direzioni nuove, saltando gli steccati. Una personalità che sta tenendo conto di questa posta in gioco è il politico che negli ultimi mesi ha iniziato un'ascesa evidente a tutti, Matteo Salvini. Mille controversie si accendono al farne solo il nome, emerso nella lunga stagione della Lega Nord. Il fatto è che Salvini ora va a concludere definitivamente quella stagione per fondare un partito su base nazionale, che avrà azioni e orizzonti incomparabilmente più complessi del vecchio scenario claustrofobico della Padania bossiana. Un partito nazionale non sposa tutti i movimenti né sarà da questi votato, ma sicuramente parla con molti più soggetti e molti più interessi. Non solo: cerca di avere una politica internazionale completa, legata a un'idea di sovranità che può trovare partner costituzionali che pure si dividono rispetto ad altri temi.
Persino il segretario del PRC della Lombardia, Antonio Patta, dopo aver letto un’intervista di Salvini che proponeva l’uscita dalla NATO, lo ha immediatamente considerato un interlocutore, seppure un interlocutore da sfidare per andare fino in fondo alla questione, come ha notato in un suo comunicato il laboratorio politico Alternativa.
Accade dunque che adesso si scrivano pagine davvero nuove: i testi vanno letti nel merito e senza pregiudizi.
A novembre Matteo Salvini ha presentato, in collaborazione con Giulietto Chiesa, direttore di Pandora TV, un'interrogazione alla Commissione dell'Unione Europea al fine di fare luce sulla strage di Odessa, accaduta lo scorso 2 maggio, oggetto di diversi servizi e inchieste di Pandora TV

Riportiamo di seguito: 
1) il testo redatto da Chiesa e sottoposto dalla Lega alla Commissione europea; 
2) Il messaggio di Matteo Salvini a Pandora TV nel quale usa inedite parole di denuncia verso le scelte politiche europee che hanno offerto copertura alla strage e agli atti di guerra in Ucraina.
Buona lettura.


1) IL TESTO DELL'INTERROGAZIONE SULLA STRAGE DI ODESSA.

Siamo a conoscenza di sconvolgenti episodi di violazione dei diritti umani avvenuti sul territorio dell’Ucraina nei mesi che sono seguiti al colpo di stato del 22-23 febbraio di quest’anno. 
Colpo di stato, conclusosi con la cacciata violenta e illegale del presidente Viktor Yanukovic, legittimamente eletto dalla maggioranza degli ucraini. A questo riguardo va detto subito che non c’è traccia nei documenti ufficiali di questo Parlamento e delle altre istituzioni dell’Unione Europea di una qualsivoglia condanna di un tale gravissimo atto, che pure contraddice la lettera e lo spirito del Trattato di Lisbona e dei criteri dello Stato di diritto che esso esprime. 
Un tale silenzio è davvero inammissibile, di per sé, poiché costituisce appoggio dell’Europa che si definisce democratica, implicito a una azione illegale. 
Ma non è solo su questo che intendiamo interrogare la Commissione. Nei giorni stessi della sommossa che, com’è noto, fu guidata da gruppi armati organizzati di chiarissima provenienza filo-nazista, si verificò un eccidio in piazza, nel quale perirono oltre 100 persone, sia tra i dimostranti che tra i poliziotti. Testimonianze di persone e immagini televisive mostrano che agirono cecchini che spararono sulla folla. E che spararono simultaneamente sui poliziotti. Immagini fotografiche e testimonianze (tra cui la conversazione registrata tra un alto esponente del governo estone e la signora Catherine Ashton) inducono a ritenere che si sia trattato di una provocazione organizzata e criminale, atta a rendere possibile l’esito del colpo di stato. 
Le autorità ucraine hanno fino ad ora rifiutato di aprire un’inchiesta su quei fatti, e non danno il minimo segno di voler procedere in quella direzione, nemmeno dopo l’elezione del nuovo presidente Petro Poroshenko. L’Europa non ha nulla da dire al riguardo? 
Nei giorni in cui scriviamo questa interrogazione, nonostante la tregua firmata a Minsk, formazioni regolari e irregolari – vere bande armate, ma dotate di mezzi pesanti – continuano a bombardare i centri abitati sotto il controllo delle forze che si oppongono al governo centrale di Kiev. Il numero delle vittime civili ha ormai largamente superato le 2500. Anche secondo valutazioni degli osservatori internazionali risulta che perfino le norme di guerra vengono violate sistematicamente da parte delle forze militari governative o comunque associate all’esercito e in grado di usare le armi dell’esercito regolare. Città come Donetsk, Lugansk, Slaviansk, Kramatorsk sono ridotte in rovina, eppure non sono state sedi di combattimento. Il che dimostra che sono state bombardate con armi pesanti, con razzi, con bombe a grappolo, con bombe al fosforo: tutte armi in possesso delle forze governative. Tutte armi vietate dalle convenzioni internazionali. Tutte armi atte a colpire indiscriminatamente, cioè a uccidere civili disarmati. 
E’ una vergogna per l’Europa democratica che le sue istituzioni abbiano fino ad ora taciuto su tali mostruosità, mentre appoggiavano il governo di Kiev che ne era resposabile. E’ una vergogna per l’Europa democratica che la quasi unanimità dei suoi mezzi di comunicazione di massa abbia taciuto tutti questi crimini, lasciando le opinioni pubbliche europee all’oscuro di tutto ciò. 
Ma l’episodio più clamoroso, più evidente, più inaccettabile, riguarda la strage di Odessa, avvenuta il 2 maggio scorso. Una strage – davanti e all’interno della Casa dei sindacati – che ufficialmente ha provocato la morte di 48 persone, ma che in realtà è stata un pogrom nazista in cui sono state uccise, individualmente e sistematicamente, più di 150 persone, oltre a centinaia di feriti miracolosamente scampati all’eccidio. 
La versione ufficiale è dimostrabilmente falsa e noi possiamo offrire tutte le prove, giudiziali e stragiudiziali che confermano questo giudizio. Ma le autorità ufficiali, di Kiev e di Odessa, non hanno effettuato nessuna indagine, non hanno trovato alcun colpevole. I morti sono tutti di nazionalità ucraina e di etnia russa. I riscontri dimostrano che non è stato l’incendio dell’edificio (che non c’è stato) a uccidere coloro che vi si trovavano all’interno, fuggiti per evitare di essere massacrati in strada, bensì che quasi tutti i cadaveri ritrovati sono stati uccisi uno ad uno, con arma da fuoco e/o incendiati individualmente. 
La polizia, pur presente, non è intervenuta durante l’eccidio. Ci sono filmati che mostrano poliziotti e aggressori sparare sui disperati che cercavano di fuggire dalle finestre. Tutto dimostra che gli assedianti intendevano uccidere. Ma l’unico esito fu che oltre cento persone tra gli assediati vennero arrestate e imprigionate, per essere poi liberate dopo due giorni dalla folla dei parenti e amici che attaccarono a loro volta gli uffici della polizia. 
Dunque si è trattato di un vero e proprio pogrom organizzato con la protezione delle forze dell’ordine. Su tutto questo è calato il silenzio. E’ ovvio che i criminali assassini che l’hanno organizzato e coperto non faranno nulla per fare luce e restituire giustizia. Ma è inaccettabile che Bruxelles mantenga il silenzio e ignori i fatti. Noi abbiamo il dovere, voi avete il dovere, di rendere giustizia alle vittime e di far punire i colpevoli. 
Il governo ucraino ha già dimostrato di non coler condurre nessuna delle inchieste che noi qui chiediamo di aprire. Dunque si deve prendere atto che solo una o più commissioni d’inchiesta internazionali devono essere istituite perché si torni alla normalità democratica in un paese che è ora giuridicamente “associato” all’Europa. 
Le fosse comuni, ritrovate nei pressi di Donetsk e in molte altre località del Donbass, tutte riempite di cadaveri civili, esigono anch’esse un’indagine approfondita. Solo una commissione d’indagine internazionale può effettuarla. 
E sollecitiamo l’apertura di un capitolo che finora è stato accuratamente evitato da tutti i media occidentali: quali paesi europei, oltre agli Stati Uniti d’America, hanno finanziato i gruppi estremisti che hanno guidato la piazza a Kiev nelle settimane precedenti il golpe? 
Il nostro silenzio collettivo ci condannerà all’infamia di fronte alle future generazioni di europei. La superbia con cui eroghiamo sanzioni agli altri perché non rispettano le nostre norme assume i contorni del ridicolo quando noi stessi le calpestiamo. 
Chiediamo che venga istituita una Commissione Straordinaria d’inchiesta del parlamento europeo che esamini con la massima cura tutte le circostanze qui elencate e altre che possono essere avanzate da altre parti.  Con urgenza. La crisi ucraina non è affatto risolta. E non potrà esserlo fino a che non sarà stata fatta luce su queste tragedie. 


2) MESSAGGIO DI MATTEO SALVINI A PANDORA TV

Pochi giorni fa ho presentato un’interrogazione alla Commissione Europea affinché si faccia luce sulla strage di Odessa, un’altra atrocità della guerra in Ucraina emersa dal pantano della disinformazione italiana solo grazie al coraggio della vostra testata e del vostro direttore Giulietto Chiesa, che peraltro ringrazio per aver personalmente redatto il testo di questo atto parlamentare.
Qualche anno fa, quando entrambi sedevamo al Parlamento Europeo in banchi contrapposti, non avrei mai immaginato che in futuro avremmo iniziato una collaborazione per denunciare l’aggressione dell’Europa ai danni della Russia. Questo non tanto per le distanze ideali che separano me e Giulietto, a colmarle basta l’onestà intellettuale di entrambi, ma soprattutto perché ritenevo inimmaginabile che la classe dirigente europea potesse ancora considerare la Russia un nemico e non un naturale alleato per la sicurezza e la stabilità dell’Unione.
Mi sbagliavo.
La scelta di campo guerrafondaia e cieca di un’Europa delegittimata e allo sbando, risulta oggi ancora più assurda se la si inquadra dalla prospettiva italiana, dove le sanzioni commerciali stanno già mietendo vittime economiche con danni irrecuperabili. 
Una guerra economica che per noi ha i tratti del masochismo e che lascia i russi sgomenti, come mi è stato più volte detto, a tutti i livelli, dai cittadini alle più alte cariche della Federazione,  durante il mio recente viaggio in quelle terre. 
Purtroppo in Italia non si avverte abbastanza l’urgenza di ricomporre questa frattura storica, culturale e geopolitica che rischia di produrre conseguenze gravissime già nell’immediato futuro.
Proprio per questa ragione spero che la leale collaborazione tra me e Giulietto Chiesa, a cui siamo giunti entrambi senza dover rinnegare una virgola del nostro passato, spinga tanti altri a fare fronte comune contro questa sporca guerra: per riprenderci il futuro di pace, democrazia e prosperità che sentiamo tutti di meritare.

Il segretario federale della Lega Nord
Matteo Salvini.



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22 ottobre 2014

Monsieur Total, la morte del meno atlantista

di Pino Cabras.



L'amministratore delegato della Total (l'Eni francese), Christophe de Margerie, qualche mese fa dichiarava che «non c'è ragione alcuna per dover pagare il petrolio in dollari», e si è battuto strenuamente per non far precipitare l'Europa nel suicidio economico delle sanzioni alla Russia.
Un incidente aereo in quel di Mosca lo ha ieri eliminato dalla scena. 
Per molte ore, l'edizione on line di 'Le Monde' aveva come titolo, anziché "muore il capo della Total", il seguente epitaffio: "Christophe de Margerie, un «vrai ami» de la Russie".

La nuda cronaca del disastro che al momento conosciamo ci dice che quello dell'aeroporto Vnukovo appare come un banale incidente che il destino cinico e baro ha gettato nella fornace dei sospetti, in un'era che conserva ancora la memoria di Enrico Mattei.
Quel titolo di 'Le Monde' sembra voler dire invece: "guardate cosa succede a un vero amico della Russia".
Potrete scommetterci: anche quando gli porteranno prove irrefutabili che è stata la vodka e non la CIA a fare le sue mosse fatali, nessun alto dirigente di questa Europa asservita rimarrà sereno di fronte al destino toccato in sorte all'alto dirigente meno asservito che c'era sulla piazza europea. 

7 agosto 2014

I finlandesi soffrono? Mangino Babbo Natale

di Pino Cabras e Giuseppe Masala.



La guerra è, dapprima, la speranza che uno stia meglio; poi, l’attesa che l’altro stia peggio; più tardi, la soddisfazione che esso non stia meglio; e, alla fine, la sorpresa che ognuno stia peggio.
(Karl Kraus)

Il duro spessore dei fatti – in forma di reazione russa alle sanzioni occidentali - si sta già dedicando a spiegare bene agli europei come gira il fumo, anche a quegli europei che negli ultimi anni pensavano di poter imporre a interi popoli un’austerity criminale e predatoria in nome delle regole intoccabili dell’Unione europea. Le regole del prelievo e della distruzione economica erano un tabù e non si potevano modificare. A costo di fare spallucce se qualcuno osava ricordare che persino questa UE di vampiri scrive nei propri pessimi trattati che esistono “obblighi di solidarietà fra gli Stati”. Ma per i PIGS – maledetti maiali-cicala poco ariani – nessuna pietà.

Ora succede che la Finlandia avrà grossi danni dalle sanzioni decise da Mosca in risposta alle stolte sanzioni europee che appoggiano gli avventuristi nazistoidi dell’Ucraina (il 53% delle esportazioni finlandesi sono verso la Russia).  Con la rapidità di un ninja finnico hanno già chiesto all’Europa un pacchetto di aiuti per fronteggiare i danni che subiranno. Non avete mai visto un ninja finnico? Ora li vedrete, con una tutina nera e la scritta «Itken jotta hitto sinua» (trad.: “chiagn’e fotti”).

Il primo ministro finlandese, Alexander Stubb, dichiara: 
«Non c’è dubbio che se le sanzioni colpiranno la Finlandia in modo sproporzionato, cercheremo un sostegno dei partner europei. Ci appelleremo al principio di solidarietà economica
Quando veniva scannata la gente di Atene il principio di solidarietà economica non esisteva. Lo hanno introdotto ora, e vale solo se almeno il 50% della popolazione è bionda con gli occhi azzurri. Sig Heil!
E no, stelline, il prezzo della Libertà (oh yeah!) va pagato, dovete fare le manovre di aggiustamento strutturale. E poi, non è forse roba vostra quell'espertone di Olli Rehn, che si è prodotto in ogni tipo di manovra sadica contro Grecia, Spagna, Italia e Portogallo? Fatevi fare una consulenza da lui. Ora tocca a voi
Se avete un deficit di bilancia commerciale, importate meno carne di vitella e mangiatevi renna sotto sale. O mangiatevi quel trippone di Babbo Natale, che ha una vasta riserva di proteine.
E se non vi arriva il gas russo per cuocerlo, avrete pure qualche bosco di betulle da disboscare come un parco greco qualsiasi, o no?

Vedete, ci avete imposto regole economiche inventate, parametri insensati, superstizioni finanziarie assassine (con la complicità di certi italiani, va detto: i minori economisti della nostra epoca come Rigor Montis e Alesina, più qualche altro zimbello da esportazione). Ed ecco l’austerità espansiva, la moneta da prendere a debito, gli spread in mano anglosassone, ogni liquame neoliberista che potesse affogare lo Stato sociale. La vostra prima ministra di un tempo tuonava da Helsinki per chiedere finanche il Colosseo in garanzia per pochi spiccioli, e non muoveva un dito davanti a 6 milioni di italiani in povertà assoluta a causa di 22 anni consecutivi di manovre strutturali. Va bene che il Colosseo fu costruito per un ludico spettacolo di sacrifici umani, ma Obama ha detto che sembra un campo da baseball. Il solito ipocrita. Noi non dimentichiamo il genocidio economico del popolo greco. Noi non dimentichiamo la sferza che ha torturato spagnoli e portoghesi.
Ora, se i finlandesi e i baltici e i polacchi hanno un problema di bilancia dei pagamenti e di crescita, imparino da Rehn le manovre di austerità espansiva. Soffrire aiuta, fa bene, fortifica. Spetta un po' anche a loro. Imparino sulla loro pelle il significato delle loro "raccomandazioni", che ci hanno impartito per anni mentre in mezza Europa edificavano una rete di classi dirigenti in bilico fra neoliberismo economico e nazismo ideologico, fino all’apoteosi della catastrofe ucraina, un buco nero neonazista che rischia di inghiottirci tutti.
Giuriamo che se danno soldi a questi qua ci lanciamo con un trattore contro la sede della Commissione Europea come il mitico Jose Bové.
#FinlandiaPenitenziagite.