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20 ottobre 2014

Geopolitica della guerra contro la Siria e di quella contro Daesh

«Sotto i nostri occhi», cronaca di politica internazionale n°101
di Thierry Meyssan.
da Megachip.

In questa analisi, nuova e originale, Thierry Meyssan espone le ragioni geopolitiche del fallimento della guerra contro la Siria e gli obiettivi reali della presunta guerra contro Daesh. Questo articolo è particolarmente importante per capire le attuali relazioni internazionali e la cristallizzazione dei conflitti nel Levante (Iraq, Siria e Libano).



DAMASCO (Siria)

Le tre crisi in seno alla coalizione
Stiamo assistendo alla terza crisi nel campo degli aggressori dall'inizio della guerra contro la Siria.
- Nel giugno 2012, in occasione della Conferenza di Ginevra 1, che doveva segnare il ritorno della pace e doveva organizzare una nuova spartizione in Medio Oriente tra gli Stati Uniti e la Russia, la Francia - che aveva appena eletto François Hollande - sancì un'interpretazione restrittiva della dichiarazione finale. Poi organizzò il rilancio della guerra, con l'aiuto di Israele e della Turchia e il sostegno del Segretario di Stato Hillary Clinton e del direttore della CIA David Petraeus.
- Dopo che Clinton e Petraeus erano stati eliminati dal presidente Obama, la Turchia organizzò nell'estate del 2013, con Israele e la Francia, il bombardamento chimico della Ghoutta presso Damasco facendolo attribuire alla Siria. Ma gli Stati Uniti rifiutarono di lasciarsi imbarcare in una guerra punitiva.
- A gennaio 2014, gli Stati Uniti fecero votare in una sessione segreta del Congresso il finanziamento e la fornitura d'armi a Daesh con la missione di invadere le aree sunnite dell'Iraq e la zona curda della Siria, al fine di dividere questi grandi Stati. La Francia e la Turchia armarono quindi Al-Qa'ida (il Fronte al-Nusra) affinché attaccasse Daesh e costringesse gli Stati Uniti a tornare al piano originale della Coalizione. Sebbene Al-Qa'ida e Daesh si siano riconciliati a maggio a seguito di un appello alla calma di Ayman al-Zawahiri, la Francia e la Turchia non partecipano ancora ai bombardamenti alleati.
In generale, la Coalizione deli Amici della Siria, che comprendeva nel luglio 2012 «un centinaio di Stati e organizzazioni internazionali», non ne comprende ora più di 11. La Coalizione contro Daesh raggruppa, da parte sua, «più di 60 Stati», ma hanno talmente poco in comune che il loro elenco resta segreto.

Interessi distinti
In realtà, la Coalizione è composta da numerosi Stati che perseguono ciascuno obiettivi specifici e non riescono ad accordarsi sul loro obiettivo comune. Si possono distinguere quattro forze:
- Gli Stati Uniti cercano di controllare gli idrocarburi della regione. Nel 2000, il National Energy Policy Development Group (NEPDG) presieduto da Dick Cheney aveva identificato - attraverso immagini satellitari e dati di trivellazione - le riserve mondiali di petrolio e aveva osservato le immense riserve del gas siriano. Durante il colpo di stato militare del 2001, Washington decise di attaccare in successione otto paesi (Afghanistan, Iraq, Libia, Libano e Siria, Sudan, Somalia, Iran) per impadronirsi delle loro risorse naturali. Il suo stato maggiore ha poi adottato il piano per rimodellare il «Medio Oriente allargato» (che prevede anche lo smantellamento della Turchia e dell'Arabia Saudita), mentre il Dipartimento di Stato ha creato l'anno successivo il suo dipartimento MENA per organizzare le "primavere arabe".
- Israele difende i suoi interessi nazionali: a breve termine, ha continuato passo a passo la sua espansione territoriale. Contemporaneamente e senza attendere di controllare l'intero spazio tra i due fiumi, il Nilo e l'Eufrate, intende controllare tutta l'attività economica della zona, tra cui beninteso gli idrocarburi. Per assicurarsi la sua protezione nell'era dei missili, intende da una parte prendere il controllo di una zona di sicurezza lungo la sua frontiera (oggi ha cacciato le forze di pace al confine del Golan e le ha sostituite con Al-Qa'ida) e dall'altra parte neutralizzare gli eserciti egiziano e siriano prendendoli alle spalle (dispiegamento di missili Patriot della NATO in Turchia, creazione di un Kurdistan in Iraq e del Sud Sudan).
- la Francia e la Turchia continuano il sogno di restaurare i loro imperi. La Francia spera di ottenere un mandato sulla Siria, o almeno su una parte del paese. Ha creato l'Esercito siriano libero e gli ha dato la bandiera verde, bianca, nera a tre stelle del mandato francese. La Turchia, dal canto suo, intende restaurare l'Impero Ottomano. Ha designato un wali fin da settembre 2012 per amministrare questa provincia. I progetti turchi e francesi sono compatibili perché l'Impero ottomano aveva ammesso che alcune sue province potessero essere amministrate con altre potenze coloniali.
- Infine, l'Arabia Saudita e il Qatar sanno che non possono sopravvivere se non servendo gli Stati Uniti e combattendo i regimi laici, di cui la Repubblica araba siriana resta ormai l'unica espressione nella regione.

L'evoluzione della Coalizione
Queste quattro forze hanno potuto collaborare solo durante la prima parte della guerra, da febbraio 2011 a giugno 2012. Si trattava in effetti di una strategia di quarta generazione: alcuni gruppi di forze speciali organizzavano incidenti e agguati qui e lì, mentre le televisioni atlantiste e del Golfo mettevano in scena una dittatura alauita che reprimeva una rivoluzione democratica. Le somme investite e i soldati schierati non rappresentano granché e ognuno pensava di poter tirare un po' la coperta su di sé una volta che la Repubblica araba siriana fosse stata rovesciata.
Tuttavia, nei primi mesi del 2012, il popolo siriano ha cominciato a dubitare che il presidente Bashar al-Assad torturasse i bambini e che la Repubblica venisse rovesciata a favore di un sistema confessionale di tipo libanese. La sede dei takfiristi dell'Emirato Islamico di Baba Amr lasciava presagire la sconfitta dell'operazione. La Francia negoziò allora l'uscita della crisi e la restituzione degli ufficiali francesi che erano stati fatti prigionieri. Gli Stati Uniti e la Russia negoziarono al fine di sostituirsi al Regno Unito e alla Francia e di spartirsi l'insieme della regione, così come fecero Londra e Parigi con gli accordi Syke-Picot del 1916.
Da quel momento, niente funzionava più nella coalizione. I suoi successivi fallimenti dimostrano che non può vincere.
Nel luglio 2012, la Francia organizzava in pompa magna a Parigi l'incontro più importante della Coalizione e rilanciava la guerra. Il discorso pronunciato da François Hollande era stato scritto in inglese, probabilmente dagli israeliani, e poi tradotto in francese. Il Segretario di Stato Hillary Clinton e l'ambasciatore Robert S. Ford (formato da John Negroponte) s'impegnavano nella più vasta guerra segreta della storia. Come era già accaduto in Nicaragua, eserciti privati reclutavano mercenari e li inviavano in Siria. Solo che stavolta questi mercenari vebivano inquadrati ideologicamente per addestrare delle orde jihadiste. La supervisione delle operazioni sfuggiva al Pentagono per tornare in mano al Dipartimento di Stato e alla CIA. Il costo di questa guerra fu enorme, ma non fu imputato al Tesoro degli Stati Uniti, né della Francia né della Turchia, giacché fu interamente coperto dagli esborsi dell'Arabia Saudita e del Qatar.
Secondo la stampa atlantista e del Golfo, qualche migliaio di stranieri vennero e dare manforte alla "rivoluzione democratica siriana." Ma non c'era nulla di una "rivoluzione democratica", bensì gruppi di fanatici che scandivano slogan come «Rivoluzione pacifica: i cristiani a Beirut, gli alauiti nella tomba!» [1] oppure ancora «No a Hezbollah, no all'Iran, vogliamo un presidente che tema Dio!»[2]. Secondo l'Esercito arabo siriano, non sono state poche migliaia, bensì 250mila, gli jihadisti stranieri che sarebbero venuti a combattere, e spesso a morire, dal luglio 2012 al luglio 2014.
Ora, il giorno dopo la sua rielezione, Barack Obama costringeva alle dimissioni il direttore della CIA, il generale David Petraeus, e si sbarazzava di Hillary Clinton durante la formazione della sua nuova amministrazione. Cosicché all'inizio del 2013, la Coalizione si basava quasi solo esclusivamente sulla Francia e la Turchia, con gli Stati Uniti che facevano il meno possibile. Questo era ovviamente il momento che aveva atteso l'Esercito arabo siriano per lanciare la sua inesorabile riconquista del territorio.
François Hollande e Recep Tayyip Erdoğan, Hillary Clinton e David Petraeus intendevano rovesciare la repubblica laica per imporre un regime sunnita che sarebbe stato posto sotto il dominio diretto della Turchia, ma che avrebbe compreso anche alti funzionari francesi. Un modello ereditato dalla fine del XIX secolo, ma che non rappreentava alcun interesse per gli Stati Uniti.
Il democratico Barack Obama e i suoi due segretari democratici e repubblicani alla Difesa, Leon Panetta e Chuck Hagel sono guidati da una politica radicalmente diversa: Panetta è stato espresso dalla Commissione Baker-Hamilton e Obama è stato eletto sulla scorta del programma di tale Commissione. Secondo loro, gli Stati Uniti non sono né devono essere una potenza coloniale nel senso mediterraneo del termine, il che vale a dire che non dovrebbero prendere in considerazione di controllare un territorio installandovi dei coloni. L'esperienza dell'amministrazione Bush in Iraq è stata estremamente costosa rispetto al suo ritorno sugli investimenti. Non dovrebbe essere riprodotta.
Dopo che la Turchia e la Francia hanno cercato di impelagare gli Stati Uniti in un vasto bombardamento della Siria, mettendo in scena la crisi chimica dell'estate 2013, la Casa Bianca e il Pentagono hanno deciso di riprendere il bandolo della matassa. Nel gennaio del 2014, hanno convocato una riunione segreta del Congresso al quale è stata fatta votare una legge segreta che approva un piano di divisione dell'Iraq in tre parti nonché la secessione della regione curda della Siria. Per far questo, hanno deciso di finanziare e armare un gruppo jihadista in grado di realizzare ciò che il diritto internazionale proibisce all'esercito statunitense: una pulizia etnica.
Barack Obama ei suoi armati non stanno prendendo in considerazione il rimodellamento del "Medio Oriente allargato" come un obiettivo in sé, ma solo come un mezzo per controllare le risorse naturali. Usano un concetto classico, divide et impera, non per creare posizioni di re e presidenti in nuovi Stati, ma per continuare la politica degli Stati Uniti in vigore dai tempi di Jimmy Carter.
Nel suo discorso sullo stato dell'Unione del 23 gennaio 1980, il Presidente Carter sanciva la dottrina che porta il suo nome: Washington ritiene che gli idrocarburi del Golfo siano indispensabili alla sua economia e gli appartengono. Pertanto, qualsiasi rimessa in causa da parte di chiunque, in virtù di questo assioma, sarà considerata «un attacco agli interessi vitali degli Stati Uniti d'America, e un tale attacco sarà respinto con ogni mezzo necessario, compresa la forza militare». Nel corso del tempo, Washington si è dotata dello strumento di questa politica, il CentCom, e ha esteso la sua zona riservata al Corno d'Africa.
Pertanto, l'attuale campagna di bombardamenti della Coalizione non ha più alcun rapporto con l'obiettivo iniziale di rovesciare la Repubblica araba siriana. Non ha rapporto alcuno con la sua vetrina di "guerra al terrorismo". Essa punta esclusivamente a difendere gli interessi economici dei soli Stati Uniti, se necessario con la creazione di nuovi Stati, ma non necessariamente.
Allo stato attuale, il Pentagono è simbolicamente aiutato da qualche aereo saudita e qatariota, ma non dalla Francia né dalla Turchia. Rivendica esso stesso di aver condotto più di 4.000 sortite, ma di aver ucciso soltanto poco più di 300 combattenti dell'Emirato islamico. Se ci atteniamo al discorso ufficiale, ne risulta che per uccidere un solo jihadista occorrono più di 13 missioni aeree e un numero imprecisato di bombe e missili. Si tratterebbe perciò della campagna aerea più costosa e più inefficiente della Storia. Ma se si considera il ragionamento precedente, l'attacco di Daesh contro l'Iraq corrisponde a una manipolazione dei prezzi del petrolio che li ha fatti cadere da 115 dollari al barile a 83 dollari, ossia un calo di quasi il 25%. Nouri al-Maliki, il primo ministro iracheno legittimamente eletto, che vendeva la metà del suo petrolio alla Cina, è stato subitaneamente stigmatizzato e rovesciato. Daesh e il governo regionale del Kurdistan iracheno hanno ridotto essi stessi il loro furto di petrolio e l'esportazione di circa il 70%. L'insieme degli impianti petroliferi utilizzati dalle aziende cinesi sono stati puramente e semplicemente distrutti. Di fatto, il petrolio iracheno e il petrolio siriano sono sfuggiti agli acquirenti cinesi e sono stati reintegrati nel mercato internazionale controllato dagli Stati Uniti.
In definitiva, questa campagna aerea è un'applicazione diretta della "Dottrina Carter" e un monito al presidente Xi Jinping che tenta di concludere, qua e là, dei contratti bilaterali di fornitura di idrocarburi per il suo paese, senza passare per il mercato internazionale.

Anticipare il Futuro
Da questa analisi possiamo concludere che:
- Nel periodo attuale, gli Stati Uniti sono disposti a condurre una guerra solo per difendere il loro interesse strategico a controllare il mercato internazionale del petrolio. Di conseguenza, possono andare in guerra contro la Cina, ma non contro la Russia.
- La Francia e la Turchia non saranno mai in grado di realizzare i loro sogni di ricolonizzazione. La Francia dovrebbe riflettere al ruolo che l’AfriCom le ha assegnato sul continente nero. Essa può continuare a intervenire in tutti gli stati che tentano di avvicinarsi alla Cina (Costa d'Avorio, Mali, Repubblica Centrafricana) e riportare l'ordine "occidentale", ma non sarà mai in grado di ripristinare il suo impero coloniale. La Turchia dovrebbe ugualmente abbassare i toni. Anche se il presidente Erdoğan riesce a fare un'alleanza contro natura tra i Fratelli Musulmani e gli ufficiali kemalisti, dovrebbe abbandonare le sue ambizioni neo-ottomane. Soprattutto, dovrebbe ricordarsi che finché è un membro della NATO, il suo paese è più di ogni altro suscettibile d'essere la vittima di un colpo di Stato filo-statunitense, così come lo sono stati prima di lui il greco Georgios Papandreou e il turco Bülent Ecevit.
- L'Arabia Saudita e il Qatar non saranno mai rimborsati dei miliardi che hanno investito a fondo perduto per rovesciare la Repubblica araba siriana. Peggio ancora, è probabile che dovranno pagare per una parte della ricostruzione. La famiglia Saud dovrebbe continuare a soddisfare gli interessi economici statunitensi, ma evitare di perseguire guerre di grande ampiezza e considerare che - in qualsiasi momento - Washington può decidere di partizionare la loro proprietà privata, l'Arabia Saudita.
- Israele può sperare di continuare a giocare sotto il tavolo per provocare nel medio termine l'effettiva divisione dell'Iraq in tre parti. Otterrebbe così un Kurdistan iracheno paragonabile al Sud Sudan che è stato già creato. È tuttavia improbabile che possa collegarvi immediatamente il Nord della Siria. Allo stesso modo, è improbabile che possa spodestare la missione UNIFIL nel Libano meridionale e sostituirla con Al-Qa'ida come ha fatto con la missione UNDOF alla frontiera siriana. Ma in 66 anni Israele ha preso l'abitudine di osare molto spesso per ottenere ogni volta qualcosa in più. In realtà è l'unico vincitore in questa guerra contro la Siria e all'interno della Coalizione. Non solo ha indebolito il suo vicino siriano per lunghi anni, ma è riuscito a costringerlo ad abbandonare il suo arsenale chimico. Così è oggi l'unico Stato al mondo a disporre ufficialmente sia di un arsenale nucleare sofisticato, sia un arsenale chimico e biologico.
- L'Iraq è di fatto diviso in tre Stati separati di cui uno, il Califfato, non potrà mai essere riconosciuto dalla Comunità internazionale. Inizialmente, non vediamo che cosa impedirebbe la secessione del Kurdistan, se non la difficoltà di spiegare per quale incanto abbia aumentato il suo territorio del 40% in rapporto alla sua definizione amministrativa, compresi i campi petroliferi di Kirkuk. Il Califfato dovrebbe gradualmente lasciare il posto a uno Stato sunnita, probabilmente governato da uomini che hanno ufficialmente "lasciato" Daesh, ma in maniera meno crudele. Si tratterebbe in tal caso di un processo paragonabile a quello della Libia, dove sono stati collocati al potere veterani di Al-Qa'ida senza sollevare la minima protesta.
- La Siria gradualmente ritroverà la pace e si concentrerà sulla sua lunga ricostruzione. Si rivolgerà allo scopo alle imprese cinesi, ma terrà Pechino lontano dai suoi idrocarburi. Per ricostruire la sua industria petrolifera e per sfruttare le sue riserve di gas, si rivolgerà a imprese russe. La questione dei gasdotti che la attraverseranno dipenderà dai suoi sostegni iraniano e russo.
- Il Libano continuerà a vivere sotto la minaccia di Daesh ma mai l'organizzazione avrà un ruolo diverso da quello dei terroristi. Gli jihadisti saranno solo un mezzo per congelare un po' di più il funzionamento politico di un paese che affonda nell'anarchia.
- Infine, la Russia e la Cina dovrebbero urgentemente intervenire contro Daesh, in Iraq, in Siria e in Libano, non tanto per compassione per le popolazioni locali, quanto perché questo strumento sarà presto utilizzato contro di loro dagli Stati Uniti. Già ora, se Daesh è controllata dal principe saudita Abdul Rahman, che finanza, e dal califfo Ibrahim, che dirige le operazioni, i suoi ufficiali principali sono georgiani, tutti membri dei servizi segreti militari, e talvolta cinesi turcofoni. Inoltre, il ministro della difesa georgiano ha ammesso, prima di smentirsi, di aver ospitato campi di addestramento per jihadisti. Se Mosca e Pechino esitano, dovranno affrontare Daesh nel Caucaso, nella valle di Ferghana, e nello Xinjiang.


NOTE:
[1] «Rivoluzione pacifica» significa qui che non si farà del male ai sunniti.
[2] All'inizio della guerra, Hezbollah non era presente in Siria, ma la Siria ha sostenuto militarmente Hezbollah nella sua lotta contro l'aggressore israeliano. Non si trattava quindi di mettere Hezbollah fuori dalla Siria, ma di smettere di sostenere la Resistenza.


Questa "cronaca settimanale di politica estera" appare simultaneamente in versione araba sul quotidiano"Al-Watan"(Siria), in versione tedesca sulla "Neue Reinische Zeitung", in lingua russa sulla "Komsomolskaja Pravda", in inglese su"Information Clearing House", in francese sul "Réseau Voltaire".
Thierry Meyssan, 19 ottobre 2014.
Traduzione per Megachip a cura di Matzu Yagi.


10 giugno 2013

La rivolta contro il Fratello Erdoğan

di Thierry Meyssan. - da Megachip.


La rivolta turca affonda le sue radici nelle incoerenze del governo Erdoğan. Quest'ultimo, dopo essersi presentato come «democratico musulmano» (sul modello dei «democratici cristiani»), ha improvvisamente mostrato la sua vera natura in occasione delle «rivoluzioni colorate» della Primavera araba.

In politica interna ed estera, esiste un prima e dopo questo voltafaccia. Il prima era l'infiltrazione nelle istituzioni. Il dopo è il settarismo. Prima, è la teoria di Ahmed Davutoğlu dei «zero problemi» con i suoi vicini. L'ex impero ottomano sembrava uscire dal suo torpore e tornare alla realtà. Dopo di che, è il contrario: la Turchia si è rimessa nei guai con ciascuno dei suoi vicini ed è entrata in guerra contro la Siria.


I Fratelli Musulmani

Dietro questo cambiamento, i Fratelli Musulmani, un'organizzazione segreta di cui Erdoğan e la sua squadra sono sempre stati membri, nonostante le loro smentite. Sebbene questo cambiamento sia successivo a quello del Qatar, finanziatore dei Fratelli musulmani, esso reca lo stesso significato: regimi autoritari che sembravano anti-israeliani d’improvviso esibiscono la loro alleanza profonda.

È importante qui ricordare che il termine occidentale «primavera araba» è un'illusione che intende dar a bere che i popoli tunisino ed egiziano avrebbero rovesciato il loro governo. Sebbene vi sia stata una rivoluzione popolare in Tunisia, essa non mirava a cambiare il regime, bensì a ottenere un’evoluzione economica e sociale. Sono stati gli Stati Uniti, non la piazza, a ordinare a Zinedine el Abidine Ben Ali e a Hosni Mubarak di lasciare il potere. Poi è stata la NATO ad aver rovesciato e fatto linciare Muammar al-Gheddafi. E sono ancora la NATO e il CCG ad aver alimentato l’attacco alla Siria.

Ovunque in Nord Africa - tranne in Algeria - i Fratelli Musulmani sono stati messi al potere da Hillary Clinton. Ovunque, hanno consulenti di comunicazione turchi, gentilmente messi a disposizione dal governo Erdoğan. Ovunque, la «democrazia» è stata solo un’apparenza che ha consentito ai Fratelli di islamizzare le società in cambio del loro sostegno al capitalismo pseudo-liberale degli Stati Uniti.

Il termine «islamizzare» si riferisce alla retorica dei Fratelli, non alla realtà. La Fratellanza intende controllare la vita privata degli individui basandosi sui principi esteriori del Corano. Rimette in questione il ruolo delle donne nella società e impone una vita austera, senza alcol né sigarette, e senza sesso, almeno per gli altri.

Per una decina d’anni, la Fratellanza ha tenuto un profilo discreto, lasciando la trasformazione della pubblica istruzione alla cura della setta di Fethullah Gülen, di cui è membro il presidente Abdullah Gül.

Anche se la Fratellanza proclama il suo odio per l’American Way of Life, si mantiene sotto la protezione degli anglosassoni (Regno Unito, Stati Uniti, Israele) che hanno sempre saputo usare la sua violenza contro chi osava loro resistere. Il Segretario di Stato Hillary Clinton aveva installato nel suo ufficio la sua ex guardia del corpo, Huma Abedin (moglie del parlamentare sionista Anthony Weiner), la cui madre Saleha Abedin dirige l’organizzazione femminile mondiale della Fratellanza. È attraverso questo strumento che ha agitato la Fratellanza.

I Fratelli hanno fornito l'ideologia ad Al-Qa'ida, attraverso l’intermediazione di uno di loro: Ayman al-Zawahiri, l'organizzatore dell'assassinio del presidente Sadat e attuale leader dell'organizzazione terroristica. Al-Zawahiri, come Bin Laden, è stato un agente dei servizi statunitensi. Mentre veniva ufficialmente considerato un nemico pubblico, si incontrava assai regolarmente con la CIA presso l'ambasciata statunitense a Baku, dal 1997 al 2001, come attesta la traduttrice Sibel Edmonds, nel quadro della «Gladio B» [1].


Una dittatura progressiva

Durante la sua prigionia, Erdoğan ha affermato di aver rotto con i Fratelli e di aver lasciato il loro partito. Poi si è fatto eleggere e ha lentamente imposto una dittatura. Ha fatto arrestare e incarcerare due terzi dei generali, accusati di aver partecipato a Gladio, la rete segreta di influenza degli USA. E ha ottenuto il più alto tasso di incarcerazione di giornalisti di tutto il mondo. Questa evoluzione è stata occultata dai media occidentali che non saprebbero criticare un membro della NATO.

L'esercito è il custode tradizionale della laicità kemalista. Tuttavia, dopo l'11 settembre, degli ufficiali superiori erano preoccupati per la deriva totalitaria degli Stati Uniti. Hanno preso dei contatti con le loro controparti in Russia e in Cina. Per fermare questa tendenza prima che fosse troppo tardi, i giudici hanno loro ricordato i loro precedenti pro-USA.

Se i giornalisti possono essere, come qualsiasi altra professione, dei mascalzoni, il più alto tasso di carcerazione del mondo rivela una precisa scelta politica: l'intimidazione e la repressione. Con l'eccezione di Ululsal, la televisione era diventata un panegirico ufficiale, intanto che la carta stampata aveva preso la stessa strada.


«Zero problemi» con i vicini

La politica estera di Ahmed Davutoğlu era altrettanto ridicola. Dopo aver cercato di risolvere i problemi lasciati irrisolti, un secolo prima, dall'Impero Ottomano, ha voluto mettere Obama contro Netanyahu organizzando la Freedom Flotilla in direzione della Palestina [2]. Ma, nemmeno due mesi dopo l’atto di pirateria israeliano, ha accettato la creazione di una commissione internazionale d'inchiesta incaricata di insabbiare la questione e riprendeva di nascosto la collaborazione con Tel Aviv.

Segno di cooperazione tra la Fratellanza e Al-Qa'ida, la confraternita aveva piazzato sulla nave Mavi Marmara Mahdi al-Hatari, numero due di Al Qaeda in Libia e probabile agente britannico [3].


Disastro economico

Come ha fatto la Turchia a sprecare non solo un decennio di lavoro diplomatico di ripristino delle sue relazioni internazionali, ma anche la sua crescita economica? Nel marzo 2011, ha partecipato all'operazione della NATO contro la Libia, uno dei suoi principali partner economici. Una volta finita la guerra, essendo la Libia distrutta, la Turchia ha perso il suo mercato. Contemporaneamente, Ankara si è lanciata nella guerra contro il vicino siriano, con il quale aveva appena firmato, un anno prima, un accordo di liberalizzazione commerciale. Il risultato non si è fatto attendere: La crescita del PIL che nel 2010 aveva un tasso del 9,2%, nel 2012 è scesa al 2,2%, e continua a precipitare [4].


Pubbliche relazioni

Con l'avvento al potere della Fratellanza in Nord Africa, il governo Erdoğan si è montato la testa. Nell’esibire la sua ambizione imperiale ottomana, per cominciare ha sconcertato l'opinione pubblica araba, e poi ha sollevato la maggior parte del suo popolo contro di lui.

Da un lato, il governo finanzia Fetih 1453 - un film dal budget faraonico per gli standard del paese - che dovrebbe celebrare la presa di Costantinopoli, ma storicamente fuorviante. Dall'altro, ha cercato di vietare la serie televisiva più popolare in Medio Oriente, L’Harem del Sultano, perché la verità non dà un’immagine pacifica degli Ottomani.


La vera ragione della rivolta

La stampa occidentale evidenzia, nella sollevazione attuale, certi elementi di dettaglio: un progetto immobiliare a Istanbul, il divieto di vendere alcolici di sera, o le dichiarazioni che incoraggiano la natalità. Tutto questo è vero, ma non fa una rivoluzione.

Mostrando la sua vera natura, il governo Erdoğan si è separato nettamente dalla sua popolazione. Solo una minoranza di sunniti si riconosce nel programma arretrato e ipocrita dei Fratelli. Ora, circa il 50% dei turchi sono sunniti, il 20% aleviti (cioè alauiti), il 20% sono curdi (prevalentemente sunniti), e il 10% appartengono ad altre minoranze. È statisticamente chiaro che il governo Erdoğan non può resistere alla rivolta che la sua politica ha provocato.

Nel rovesciarlo, i turchi non solo risolvono il loro problema. Mettono fine alla guerra contro la Siria. Ho spesso evidenziato che questa cesserebbe quando uno degli sponsor stranieri fosse scomparso. Questo sarà presto il caso che si darà. Così facendo, mettono fine all’espansione dei Fratelli. La caduta di Erdoğan preannuncia quella dei suoi amici; da Ghannouchi in Tunisia, a Morsi in Egitto. È in effetti poco probabile che questi governi artificiali, imposti da elezioni truccate, possano sopravvivere al loro potente padrino.


Note

[1] «Al Qaeda Chief was US Asset», di Nafeez Ahmed, 21 maggio 2013.

[2] «Perché Israele ha attaccato dei civili nel Mediterraneo?», e «Flottiglia della Libertà: il dettaglio che Netanyahu ignorava», di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 31 maggio e 6 giugno 2010.

[3] «L'esercito libero sirianoè comandato dal governatore militare di Tripoli», di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 18 dicembre 2011.

[4] «Turkey’s Economic Growth Slows Sharply» di Emre Perer e Yeliz Candemir, The Wall Street Journal, 1 aprile 2013



Traduzione a cura di Matzu Yagi.

Questa "cronaca settimanale di politica estera" appare simultaneamente in versione araba sul quotidiano "Al-Watan" (Siria), in versione tedesca sulla "Neue Reinische Zeitung", in lingua russa sulla "Komsomolskaja Pravda", in inglese su "Information Clearing House" e in italiano su "Megachip".


3 marzo 2013

La NATO economica, soluzione USA alla crisi

di Thierry Meyssan.
da Megachip.


Nel corso del suo discorso annuale sullo stato dell'Unione, il presidente Barack Obama ha annunciato unilateralmente l'apertura di negoziati su un partenariato globale transatlantico per il commercio e gli investimenti con l'Unione europea (12 febbraio). Poche ore dopo, questo scoop veniva confermato da una dichiarazione congiunta del Presidente USA e dei presidenti del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, e della Commissione europea, José Manuel Barroso.  Il progetto di Zona di libero scambio transatlantico ha visto ufficialmente la luce a margine dei negoziati per l’Accordo nordamericano per il libero scambio (NAFTA) nel 1992. A seguito di un processo di espansione, Washington voleva estendere questo spazio all'Unione europea. Tuttavia, all’epoca, si sollevarono delle voci negli stessi Stati Uniti, intese a rimandare questo assorbimento, lasciando il tempo affinché l'Organizzazione mondiale del commercio fosse messa i campo e consolidata. Temevano che i due progetti entrassero in collisione anziché rafforzarsi.

La creazione di un mercato transatlantico è solo una parte di un più ampio progetto, che comprende la creazione di un autentico governo sovra-istituzionale con un Consiglio economico transatlantico, un Consiglio politico transatlantico e un’Assemblea parlamentare transatlantica. Questi tre organi sono stati già creati in modo embrionale senza che sia stata data loro alcuna pubblicità.
La loro architettura ricalca un vecchissimo progetto volto a creare un vasto blocco capitalista che unisca tutti gli Stati sotto l'influenza anglo-americana. Possiamo trovarne traccia nelle clausole segrete del Piano Marshall e soprattutto nel trattato dell'Atlantico del Nord (articolo 2). È per questo che si parla indifferentemente di Unione transatlantica o di NATO economica.
Da questo punto di vista, è sintomatico notare che, dal lato statunitense, questo progetto non viene seguito dal Dipartimento del Commercio, ma dal Consiglio di sicurezza nazionale.
Abbiamo un’anteprima di quel che sarà il funzionamento dell'Unione transatlantica se osserviamo il modo in cui sono stati risolti i conflitti sulla condivisione dei dati personali. Gli Europei hanno norme di tutela della privacy molto esigenti, mentre gli statunitensi possono fare qualsiasi cosa in nome della lotta contro il terrorismo. Dopo aver fatto spola, gli Europei si sono sdraiati davanti agli statunitensi che hanno imposto il loro modello a senso unico: hanno copiato i dati europei, mentre gli europei non hanno avuto accesso ai dati stati statunitensi.
In materia di economia, si tratterà di abrogare le tariffe doganali e le barriere non tariffarie, vale a dire le norme locali che rendono impossibili certe importazioni. Washington vuole vendere tranquillamente in Europa i suoi OGM, i suoi polli trattati con il cloro, e i suoi bovini agli ormoni. Vuole usare senza ostacoli i dati riservati di Facebook, Google, ecc.
A questa strategia a lungo termine si aggiunge una tattica a medio termine. Nel 2009-2010, Barack Obama aveva costituito un comitato di consiglieri economici presieduto dalla storica Christina Romer. Questa specialista della Grande Depressione del 1929 aveva sviluppato l'idea che l'unica soluzione alla crisi attuale negli Stati Uniti consista nel provocare un trasferimento dei capitali europei verso Wall Street. A tal fine, Washington ha fatto chiudere la maggior parte dei paradisi fiscali non anglo-sassoni, poi ha giocato con l'euro. Ciononostante, i capitalisti in cerca di stabilità hanno avuto difficoltà a trasferire il loro denaro negli Stati Uniti. La NATO economica renderà la cosa più facile. Gli USA salveranno la loro economia attirando i capitali europei, dunque a spese degli Europei.
Al di là del carattere iniquo di questo progetto e della trappola che rappresenta nell’immediato, la cosa più importante è che gli interessi degli Stati Uniti e dell'Unione europea sono in realtà divergenti. Gli Stati Uniti e il Regno Unito sono potenze marittime che hanno un interesse storico al commercio transatlantico. Era anche il loro obiettivo espresso nella Carta Atlantica durante la seconda guerra mondiale. Al contrario, gli Europei continentali hanno interessi comuni con la Russia, specie in materia di energia.
Continuando a obbedire a Washington come durante la guerra fredda, Bruxelles offre in pasto gli Europei.



Thierry Meyssan

«Sotto i nostri occhi», cronaca di politica internazionale n°29.




Traduzione a cura di Matzu Yagi.

Questa "cronaca settimanale di politica estera" appare simultaneamente in versione araba sul quotidiano "Al-Watan" (Siria), in versione tedesca sulla "Neue Reinische Zeitung", in lingua russa sulla "Komsomolskaja Pravda", in inglese su "Information Clearing House".



12 agosto 2012

La Siria è solo un pretesto

di Thierry Meyssan



Megachip avvia oggi la collaborazione permanente con Thierry Meyssan. Questa "cronaca settimanale di politica estera" appare simultaneamente in versione araba sul periodico "Tichreen" (Siria), in versione tedesca sulla "Neue Reinische Zeitung", in lingua russa sulla "Komsomolskaja Pravda". Prossimamente troverà spazio anche su giornali e magazine on-line in Algeria, Iran e paesi dell'America latina.
Non necessariamente Megachip fa proprie tutte le valutazioni che appariranno in questa rubrica, ma consideriamo Thierry Meyssan una voce importante, informata su questioni altamente controverse, e sulle quali il mainstream occidentale mente sistematicamente o agisce distorcendone i significati. (Redazione di Megachip)

Nelle ultime settimane, la scena diplomatica internazionale è stata nuovamente catturata dalla crisi siriana. Un doppio veto è stato esposto al Consiglio di Sicurezza, l'Assemblea Generale ha approvato una risoluzione e l'inviato speciale del Segretario Generale si è dimesso. Questa agitazione, che pure è controproducente in termini diplomatici, risponde a ben altri obiettivi che non alla ricerca della pace.
Gli occidentali non avevano alcun motivo diplomatico di portare al voto il loro progetto di risoluzione, dal momento che i russi avevano annunciato che non lo avrebbero fatto passare. Non avevano alcuna ragione di far approvare una nuova risoluzione da parte dell'Assemblea Generale, dopo che questa ne aveva già approvata una in termini analoghi. Infine, Kofi Annan non aveva alcun motivo oggettivo per rassegnare le dimissioni.
Inoltre, una parte di questa sequenza è illegale. L'Assemblea Generale non ha alcuna competenza per discutere di questioni su cui il Consiglio di Sicurezza si sia bloccato, tranne quando «sembri esistere una minaccia contro la pace o un atto di aggressione e ove, per il fatto che l'unanimità non sia stata raggiunta tra i suoi membri permanenti, il Consiglio di Sicurezza non riesca a esercitare la sua responsabilità primaria nel mantenimento della pace e della sicurezza internazionali». Non si dà questo caso, in quanto i promotori della risoluzione insistono per presentare la crisi siriana come un problema esclusivamente interno.
In ogni caso, l'Assemblea Generale non ha menzionato questa competenza (nota come «Uniting for Peace-Union pour le maintien de la paix»), ma i leader occidentali hanno lasciato intendere che essa disponesse molto di più: di un diritto di intervento umanitario. Si tratta evidentemente di una frode intellettuale. La Carta dell’ONU si basa sul rispetto della sovranità degli Stati membri, mentre il «diritto d’ingerenza» (un tempo denominato «missione civilizzatrice») è il privilegio del più forte utilizzato dalle potenze coloniali per conquistare il mondo.
In questo spirito, i leader occidentali hanno ripetutamente condannato l'inazione del Consiglio di Sicurezza. Nulla è più lontano dalla verità: il Consiglio è diviso, come dimostrano i tre successivi veti, ma è attivo e ha già emanato tre risoluzioni sulla crisi siriana (2042, 2043 e 2059). Quando la giuria di un tribunale penale è divisa sulla colpevolezza di un imputato e lo assolve, non dice che la Corte è impotente a condannarlo, ma afferma al contrario di aver fatto giustizia. Quando il Consiglio di Sicurezza, che è una delle fonti del diritto internazionale, respinge una risoluzione, si deve accettare quel che ha espresso la legge, che si sia soddisfatti o meno della sua decisione.
Kofi Annan ha spiegato le sue dimissioni con queste parole: «la crescente militarizzazione sul campo e la chiara mancanza di unità del Consiglio di Sicurezza ha cambiato radicalmente le condizioni per il successo della mia missione.» Par di sognare, ma Kofi Annan aveva accettato le sue funzioni il 23 febbraio. A quel tempo, l'esercito siriano stava assediando l'Emirato Islamico di Baba Amr, dove sono stati ricacciati due-tremila combattenti con istruttori occidentali, intanto che la Cina e la Russia avevano già fatto ricorso per due volte al loro diritto di veto.
In realtà, nessun protagonista ha cambiato la sua posizione di una virgola. Solo l'equilibrio delle forze sul terreno è cambiato: una fazione della popolazione siriana che sosteneva i gruppi armati ormai dà il suo appoggio all'esercito nazionale; dopo aver perso l'Emirato Islamico di Baba Amr, i Contras non ce l’hanno fatta a impadronirsi di Damasco né di Aleppo, e sono privi di un santuario. Kofi Annan diserta il campo di battaglia siriano, come aveva fatto a Cipro nel 2004, dopo il rifiuto del suo piano di pace in un referendum.
In retrospettiva, sembra che concepisse la sua missione nell’ottica di un rovesciamento del presidente al-Assad con la forza, e ora non sappia più che fare davanti al fallimento dell'Esercito siriano libero sostenuto dall’Occidente. Evidentemente, le dimissioni dell'inviato speciale non sono solo l’espressione del suo personale turbamento, ma è anche parte della campagna occidentale volta a stigmatizzare un «impedimento della comunità internazionale» e caricare la responsabilità sulle spalle di Siria, Russia e Cina.
Questo fa intravedere il vero significato di questa agitazione. Gli occidentali se ne infischiano del benessere dei siriani: sono loro ad armare i mercenari che torturano e massacrano in grande scala, e non hanno intenzione di fermarsi. La loro attività diplomatica è esclusivamente orientata verso una messa in stato d'accusa della Russia e della Cina nonché a rimettere in discussione l'esistenza stessa del diritto internazionale.
L’ossequiosissimo Ban Ki-moon non si è sbagliato. Aprendo il dibattito dell'Assemblea Generale sulla Siria, ha sconfessato l'analisi presentata dalla risoluzione. Non ha denunciato un conflitto siro-siriano. Ha lamentato «una guerra per procura» tra grandi potenze, una guerra il cui obiettivo è non è la presa della Siria, ma la regolazione di un nuovo rapporto di forze a livello mondiale.

(12 agosto 2012)
Traduzione a cura di Matzu YagiMegachip.

 Link: http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/8675-la-siria-e-solo-un-pretesto.html.

3 luglio 2011

Il massacro di Sorman

di Thierry Meyssan - Réseau Voltaire.
Tratto da Megachip.info.

Per una volta, Thierry Meyssan non ci fornisce una fredda analisi di evoluzioni geopolitiche. Riferisce i fatti di cui è testimone: la storia di un suo amico, l’ingegnere Khaled K. Al-Hamedi. Una storia fatta di orrore e di sangue nella quale la NATO incarna il ritorno della barbarie. 



Tripoli (Libia), 1° Luglio 2011 - Era una festa di famiglia alla libica. Tutti avevano appena celebrato il terzo compleanno del piccolo Al-Khweldy. I nonni, i fratelli e le sorelle, i cugini e le cugine gremivano la tenuta familiare di Sorman, settanta chilometri a ovest della capitale, un grande parco entro cui sono state costruite le villette degli uni e degli altri, delle sobrie case a un piano.
Nessuno sfarzo, ma la semplicità delle genti del deserto. Un ambiente pacifico e unito. Il nonno, il maresciallo Al-Khweldy Al-Hamedi, vi allevava uccelli - È un eroe della Rivoluzione che ha partecipato al rovesciamento della monarchia e alla liberazione del Paese dallo sfruttamento coloniale. Tutti sono fieri di lui -. Il figlio, Khaled Al-Hamedi, Presidente dell’IOPCR, una delle più importanti associazioni umanitarie arabe, vi allevava cervi. Una trentina bambini scorrazzavano verso ogni dove in mezzo agli animali. Si preparava anche il matrimonio di suo fratello Mohammed, partito per il fronte a combattere i mercenari stranieri inquadrati dalla NATO. La cerimonia doveva aver luogo qui, tra pochi giorni. La sua sposa era già radiosa.
Nessuno si era accorto che tra gli ospiti si era infiltrata una spia. Faceva finta di mandare dei twitter ai suoi amici. In realtà, aveva appena deposto dei radiofari e li connetteva con la rete sociale del quartier generale della NATO.
All’indomani, nella notte fra il 19 e il 20 giugno 2011, intorno alle ore 2:30, Khaled torna a casa dopo aver visitato e salvato dei connazionali sfuggiti ai bombardamenti dell’Alleanza. È abbastanza vicino a casa sua per sentire il sibilo dei missili e le loro esplosioni.
La NATO ne spara otto, da 900 chili ciascuno. La spia aveva piazzato i radiofari nelle varie ville. Nelle camere da letto dei bambini. I missili sono caduti a pochi secondi di intervallo. I nonni hanno avuto il tempo di uscire di casa prima che fosse distrutta. Era già troppo tardi per salvare figli e nipoti. Quando l’ultimo missile ha colpito la loro villa, il maresciallo ha avuto il riflesso di proteggere la moglie con il suo corpo. Erano appena usciti dalla porta e sono stati proiettati dall’onda d’urto dell’esplosione una quindicina di metri più in là. Sono sopravvissuti.
Quando Khalid arriva, c’è soltanto desolazione. Sua moglie, che aveva tanto amato e il bimbo non ancora nato sono scomparsi. I suoi figli per i quali avrebbe dato tutto, sono stati schiantati dalle esplosioni e dal crollo dei soffitti.
Le ville sono una rovina. Dodici corpi smembrati giacciono sotto le macerie. Dei cervi colpiti dalle schegge agonizzano nel loro recinto.
I vicini lì affluiti cercano in silenzio segni di vita fra i detriti. Ma non c’è nessuna speranza. I bambini non avevano alcuna possibilità di sfuggire ai missili. Si estrae il cadavere decapitato di un bambino. Il nonno recita versetti del Corano. La sua voce è ferma. Non piange, il dolore è troppo forte.
tombelibA Bruxelles, il portavoce della NATO ha dichiarato di aver bombardato la sede di una milizia pro-Gheddafi, al fine proteggere la popolazione civile dal tiranno che la reprime.
Nessuno sa come la cosa sia stata progettata dal comitato degli obiettivi, o come lo stato maggiore abbia seguito gli sviluppi dell’operazione. L’Alleanza Atlantica, i suoi generali tirati a lucido e i suoi diplomatici benpensanti, hanno deciso di assassinare i bambini delle famiglie dei leader libici per troncare la loro resistenza psicologica.
Dal XIII secolo, i teologi e i giuristi europei proibiscono l’assassinio delle famiglie. Questo è uno dei fondamenti stessi della civiltà cristiana. Non c’è altro che la mafia per oltrepassare questo tabù assoluto. La mafia, e ora la NATO.
Il 1° luglio, intanto che un milione e settecentomila persone manifestavano a Tripoli per difendere il proprio paese contro l’aggressione straniera, Khaled è andato al fronte, a fornire aiuti ai rifugiati e ai feriti. Dei cecchini lo stavano aspettando.
Hanno cercato di sparargli. E’ stato gravemente ferito, ma secondo i medici se la caverà.
La NATO non ha finito il suo sporco lavoro.

Fonte: http://www.voltairenet.org/Le-massacre-de-Sorman.
Traduzione per Megachip a cura di Maria Antonietta Giumon

Tratto da: http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/6419-il-massacro-di-sorman.html.

25 febbraio 2010

11-S: Vinculan tripulantes con el Pentágono

Un pezzo sul sito argentino MediosLentos - un organo di informazione che ha vinto il premio Eter 2009 quale migliore radio di internet - racconta di un mio recente articolo.




Por Rafael García Palavecino
- medioslentos.com.

"En los cuatro vuelos, el 75 por ciento de los pasajeros estaban relacionados directamente con el Pentágono", según plantean los trabajos de Pino Cabras y Thierry Meyssan. Ellos son investigadores independientes de los sitios Megachip y Red Voltaire, respectivamente y se basan en los estudios biográficos de los pasajeros que abordaron los vuelos. Varios tripulantes estarían involucrados en el desarrollo de aviones piloteados a radio control.

La Gran Impostura, es el título de un controversial trabajo de investigación de la autoría de Thierry Meyssan, periodista fundador de Red Voltaire (www.voltairenet.org). En su trabajo, plantea varios interrogantes sin respuesta del 11-S, y enfoca en el vuelo 77 que se estrelló en el Pentágono. Si bien mucho se ha dicho sobre las inconsistencias de la investigación oficial, nuevos elementos salen a la luz a desafiar la hipótesis impuesta.

Es en Strategie per una guerra mondiale de Pino Cabras, donde se elabora una incómoda conclusión a partir de la extraña proporción de personas del sector militar que viajaron en el vuelo 77. Entre las 58 personas que viajaban en dicho vuelo había una gran proporción de pasajeros (entre 16 y 21) que trabajaban encubiertos para el sector de la defensa.

"La mayoría de esas personas eran ingenieros aeroespaciales. Uno de ellos, el señor Yamnicky, era desde hacía mucho tiempo agente operativo de la CIA y trabajaba como ingeniero aeroespacial para Veridian. Otro pasajero de esa lista, el señor Caswell, dirigía un equipo de un centenar de científicos de la Marina de Guerra estadounidense. Otros trabajaban para la Boeing y Raytheon en El Segundo (California) en el marco de un proyecto nombrado Black Hawk", publicó Cabras en su artículo.

Cabras recogió información de Internet y de notas necrológicas de días posteriores a los atentados. Entre los individuos que estudió, se destacan los siguientes detalles de la vida de algunas de esas víctimas:

William E. Caswell, físico de 3ª generación cuyas funciones en el seno de la US Navy eran tan secretas que su familia prácticamente no sabía absolutamente nada de su quehacer cotidiano. Ni siquiera sabían con precisión por qué fue enviado a Los Ángeles en aquel maldito vuelo de American Airlines el 11 de septiembre de 2001. En una publicación de la Universidad de Princeton, el director de Tesis de Caswell supo que la US Navy buscó un físico de su calibre, incorporándolo a sus filas para desarrollos de avanzada tecnología.
Stanley Hall, de 68 años, era de Rancho Palos Verdes, California. Fue director del programa en Raytheon Co. "Era un maestro en guerra electrónica", explicó uno de sus colegas de la firma proveedora del Departamento de Defensa estadounidense. Hall había desarrollado y perfeccionado varias tecnologías antirradar.
Keller, Chandler ‘Chad’ Raymond, era de Manhattan Beach, California y un eminente ingeniero especializado en propulsión y además jefe de proyecto en Boeing Satellite Systems.

Dong Lee, 48 años, de Leesburg, Virginia, era Ingeniero en Boeing Co (empresa contratista con miembros dentro de la comisión investigadora oficial del 11-s, la cual es coordinada por Henry Kissinger).

Ruben Ornedo, 39 años, de Los Ángeles, era ingeniero en propulsión en Boeing.
Charles F. Burlingame III, de 52 años, egresado de la US Naval Academy en 1971 y capitán del vuelo 77 de American Airlines. A su vez era reservista de la Marina de Guerra e incluso había trabajado en el ala del Pentágono contra la que se estrelló su avión (según la versión oficial, claro).

Con respecto a Stanley Hall, de Raytheon Co., cabe destacar que tres empleados de esa empresa se encontraban en el vuelo 11 de American Airlines que impactó en la torre norte del WTC. Raytheon es uno de los principales proveedores del Departamento de Defensa y constituye un elemento fundamental para las tecnologías Global Hawk de control a distancia que tanto aprecia el Pentágono, un factor que suma a la hipótesis que plantea el implemento de aviones teledirigidos (el 11 de septiembre de 2001). De esa hipótesis se desprende un elemento que para nada se debe pasar por alto: en octubre de 2001, un artículo del USA Today anunciaba que la corporación había teleguiado en seis ocasiones, un Boeing 727 de Fedex durante un aterrizaje sin piloto, perfectamente ejecutado en una base aérea de Nuevo México, en agosto de 2001, noticia que también recogió Space Daily.

Link: http://www.medioslentos.com/content/11-s-vinculan-tripulantes-con-el-pentagono.

10 febbraio 2010

Surprising number of passengers on Flight AA77 that allegedly hit the Pentagon had military connections

by Pino Cabras - da voltairenet.org.



Many are the inconsistencies concerning Flight AA77 which allegedly struck the Pentagon at 9:37 a.m. on September 11, 2001. We will not enumerate them here; other articles on this site already provide a detailed list of them. But new elements have recently emerged, resulting from investigations carried out by independent journalists. We reproduce below an extract from Strategie per una guerra mondiale, a book by Pino Cabras. It brings to light the inordinate proportion of passengers on board Flight 77 who had ties with the military sector and who were officially reported dead on September 11, 2001 at the Pentagon.

The Voltaire Network article dealing with the cockpit door of Flight 77 [1] - which revealed disturbing details, little if at all examined by the official investigations, but which call for a closer look even by non-official investigations - had already drawn our attention to a certain number of the anomalies linked to that terrible day. The baffling profile of Charles F. Burlingame is but one anomaly. On board Flight 77 there was a high density of passengers who worked at classified positions in the Defense sector: between 16 and 21 persons out of a total of 58 passengers.

The majority were aerospace engineers. One of them, Mr. Yamnicky, who worked in that capacity for the Veridian Corp., was a longtime CIA operative. Another passenger on the list, Mr. Caswell, led a team of about one hundred scientists for the US Navy. Others worked for Boeing and Raytheon in El Segundo, California, on a project dubbed Black Hawk.

We present here some information regarding these noteworthy Flight 77 passengers, who belong to the lists which were obtained by scanning the obituary columns on the Web or in newspaper articles published in the days following the attacks.

1. John D. Yamnicky Sr., 71, from Waldorf (Maryland), was on a business trip on American Airlines Flight 77. He was a retired naval aviator, who retired as Captain in 1979 when he joined Veridian Corp., a Virginia-based military contractor, where he worked on fighter aircraft and air-to-air missile programmes. His son, John Yamnicky, said his father worked on the development of the F/A-18 fighter jet. After graduating from the U.S. Naval Academy in 1952, John Yamnicky Sr. became a Navy test pilot, flying an A-4 attack plane and would sometimes tell stories of his travels and Navy service in Korea and Vietnam. "He crash-landed five times and walked away from them each," said Cindy Sharpley, a friend of the family. "But not this last one." (AP, 2001)
He graduated from the Navy Test Pilot School at Patuxent River in 1960 and also obtained a Master’s Degree in international relations from George Washington University in 1966. He was promoted to Captain in 1971; he spent years on bases and aircraft carriers, first as a naval aviator, then as director of the U.S. Naval Test Pilot School at the Patuxent River Naval Air Station in Maryland and finally as a manager of various aircraft and weapons programmes for the Department of Defense.

2. William E. Caswell, born in Boston (Massachusetts) in 1947, was a third-generation physicist whose work at the Navy was so classified that his family knew very little about what he did each day. They don’t even know exactly why he was headed to Los Angeles on the doomed American Airlines Flight 77. "It was a trip he often took," said his mother, Jean Caswell. "We never knew what he was doing there because he couldn’t say. You just learn not to ask questions." [2]
In a Princeton University publication, his thesis director stated that, in the 80’s, when he learned that the US Navy was looking for a scientific expert for a classified project involving advanced technology, he submitted Bill Caswell’s name. «I didn’t take part in his daily work, although on all counts it was still related to his thesis : in no time he climbed to a top post to head a team of more than one hundred researchers in one of the most exacting branches of the US Navy.» His technical and managerial skills were appreciated by all his colleagues and earned him the highest rewards and distinctions from the U.S. Navy. In a twist of fate, it was precisely for this project that he was travelling on Flight AA77 and ultimately perished in the crash.

3. and 4. Wilson Falor "Bud" Flagg, 63, born in Millwood (Virginia), was a Rear Admiral in the US Navy and a pilot for American Airlines until his retirement. He was one of the three admirals censored by the US Navy in the context of the Tailhook conference scandal in 1991, relating to acts of sexual violence. His wife Darleen, also 63, died in the crash with him.
The Tailhook incident effectively ended his further advancement and prompted him to leave the Navy to join American Airlines. According to his nephew Ray Sellek, Flagg continued to pay frequent visits to the Pentagon to provide technical advice, and even had an office there.

5. Stanley Hall, 68, was from Rancho Palos Verde (California). He was director of programme management for Raytheon Electronics Warfare. “He was our dean of electronic warfare”, explained one his colleagues at Raytheon, a Defense Department supplier. Hall had developed and fine-tuned antiradar technologies. He was a sober and competent man, somewhat of a paternal figure. «Many of our young engineers considered him their mentor», declared Raytheon’s spokesperson Ron Colman.

6. Bryan C. Jack, 48, from Alexandria (Virginia), was responsible for crunching America’s defense budget. He headed the Pentagon’s programming and fiscal economics division. He was on his way to California to teach a course at the Naval Postgraduate School. His colleagues said he was a brilliant mathematician and top budget analyst. He had worked at the Pentagon for 23 years.
Jack had married artist Barbara Rachko in June 2001. She worked all week in her New York studio and they would only see each other on weekends, either at their Alexandria house or at their New York appartment. Barbara Rachko is a licensed commercial pilot and worked seven years as a naval officer. She was no longer on active duty but still served as US Navy reserve commander.

7. Keller, Chandler ‘Chad’ Raymond. Chad was born in Manhattan Beach (California) on October 8, 1971. He was an eminent engineer specialized in propulsion technologies and project manager at Boeing Satellite Systems. [3]

8. Dong Lee, 48, from Leesburg (Virginia), worked for Boeing Co. as an engineer.

9. Ruben Ornedo, 39, from Los Angeles (California), was a propulsion engineer at the Boeing Comany in El Segundo (California).

10. Robert Penninger, 63, from Poway (California), worked as an electrical engineer for BAE systems, a Defense Department supplier.

11. and 12. Robert R. Ploger III, 59, from Annandale (Virginia), was a software architect at Lockheed Martin Corp., and his wife Zandra Cooper.

13. John Sammartino, 37, from Annandale (Virginia), was technical manager at XonTech Inc. in Arlington (Virginia), a research and development firm linked to the military sector and specialized in defense missiles and sensor technologies. It was bought in 2003 by Northrop Grumman, another company that produces for the military. The holder of an AA Platinum card, Sammartino was an assiduous traveller and was headed for Los Angeles to attend a conference at the Van Nuys company, together with his colleage Leonard Taylor. After graduating from University, Sammartino had been hired as an engineer by the Naval Research Lab ; he had worked for XonTech Inc. for 11 years.

14. Leonard Taylor, 44, was technical group manager at XonTech Inc. He was born in Pasadena (California) and lived in Reston (Virginia). He graduated from Andover High Scool in 1975 and from Worcester Polytechnic Institute in 1979. [4]

15. Vicky Yancey, 43, from Springfield (Virginia), was going to attend a business meeting in Reno, but hadn’t planned to be on Flight AA77. Yancey, a former naval electronics technician, worked for the Vredenburg company, a Defense Department supplier. She had intended to leave Washington earlier but her departure was delayed due to a ticket problem, as her husband explained to the Washington Post. She called her husband ten minutes after boarding to let him know that she had finally managed to get a seat on the flight. [5]

16. Charles F. Burlingame III, 52, graduated from the U.S. Naval Academy in 1971 ; he was flight commander of AA Flight 77. Burlingame was a naval reserve officer and had even worked in the Pentagon wing that was struck by the plane [according to the official version, Note by the editor].

17. Barbara K. Olson, 45, was a conservative lawyer and commentator. She was known to television viewers as a self-assured, politically active journalist who represented the conservative mindset. In the Washington social and political landscape, she and her husband, Theodore B. Olson, formed a very influential couple. Theodore Olson was a high-profile lawyer who had successfully defended George W. Bush’s disputed Florida election before the Supreme Court. President Bush named Olson to the post of US Attorney General, entrusting him with the responsibility of shaping the Administration’s strategy vis-à-vis US courts.
The story of the telephone call is indeed very odd. Mr. Olson claimed that while he was in his office at the Department of Justice on Tuesday morning, he received a call from his wife allegedly made from a cell phone on board flight AA77 to tell him that the plane had been hijacked. This version was reprobated considering that it was impossible to use a cell phone from a plane. In a subsequent, modified version Barbara Olson was supposed to have used a passenger seat-phone. But as reported in another Voltaire Networkarticle, there is no record of any such call.
Married for 4 years, the Olsons were perfectly complementary in terms of style. As a television commentator, she was the more outspoken of the two, while he kept a low profile in consonance with his role as a constitutional lawyer in charge of the Republican establishment.
Barbara Olson was one of Bill and Hillary Clinton’s most relentless critics, against whom she conducted merciless investigations. Among other things, she wrote a book titled Hell to Pay (Regnery 1999), in which she disparages Hillary Clinton, followed by another one titled Final Days (Regnery, 2001), which was published posthumously. [6]

18. Karen Kincaid, 40, from Wahington D.C. A native of Iowa, she was a lawyer with the Washington firm of Wiley Rein & Fielding, specializing in communications legislation. She was on her way to Los Angeles to attend a conference on the wireless communications industry. With her husband of five years, Peter Batacan, also a lawyer working for another firm, Kincaid was training to take part in the upcoming Marine Corps Marathon scheduled for October 28.
Wiley Rein & Fielding is a powerful legal outift working for the Republican camp, that was involved in the vast legal action that helped Bush and Cheney overcome the controversial period of the post-2000 elections and which constituted an essential tool for the defense of «white collar» criminal cases.

19. Steven ‘Jake’ Jacoby, 43, was a vice president and chief operating officer of a paging and wireless messaging service called Metrocall Inc., based in Alexandria (Virginia), which ranks as the second largest paging company in the United States. « The fact that Metrocall’s technical operating network continued to function and provide critical communications during this horrific event was a tribute to Jake", said Co-worker Vice Kelly, Chief Financial Officer. In his last positon, Jacoby supervised the development of a multiple-frequency wireless messaging system for emergency worker and medical field use. It was Metrocall that supplied the equipment used by emergency responders who were on the scene in New York and Washington on 9/11 ...

It should be pointed out that the same disproportionate number of passengers with military connections can also be observed in respect of the other 9/11 flights.

Three Raytheon employees were on flight AA11 that crashed into the North Tower of the World Trade Center. Raytheon is one of the principal defense suppliers, and a pillar of the Global Hawk remote control technologies, highly cherished by the Pentagon. Among the various hypotheses which are impossible to prove, but which are nevertheless technically plausible and worthy of a deeper investigation, is the one concerning remote controlled aircraft.

There are a number of disturbing features about Raytheon. A USA Today article published in October 2001 announced that in August 2001 Raytheon had executed, six times over, a perfectly smooth test landing in a New Mexico air base involving an unpiloted Boeing 727 belonging to Fedex.

The system emitted radio signals from the end of the runway which were transmitted to the plane. The ground electronic devices coordinated their location through GPS. No pilot could intervene during the moneuvre. We’ll say it again : this is a technology which was fully operational and readily available in August 2001, one month before the fateful attacks.

Already at the beginning of 2001, a special plane linked to the Global Hawk programme had crossed the Pacific Ocean, from the USA to Australia, with no one on board.

As we have just seen, the main actors involved in these programmes as well as other aerospace experts were officially declared dead on September 11, 2001.

One of the objections often raised against the likelihood of an internal conspiracy hatched by the US institutions and intelligence apparatus is the difficulty, indeed the impossibility, of keeping such a secret when so many plotters and executors were involved. The architects of the tragedy we witnessed on 9/11 are in any case ruthless enough to also sacrifice those who might have blown the whistle, mixing them with the other victims. The remains of the victims were handled entirely by the military. It is therefore difficult to tell how and where the passengers died.

For the moment, this is merely a research hypothesis.

Pino Cabras

Italian journalist and Director of the alternative information site Megachip. His most recently published book is Strategie per una guerra mondiale. Dall’11 settembre al delitto Bhutto (Aisara, 2008).


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Additional remarks by Thierry Meyssan

When I was in Tehran in September 2002, I had the opportunity to discuss in depth the events of September 11 with Hussein Shariatmadari, Director of the Kheyan press agency and spokesperson for the Supreme Leader of the Islamic Revolution. It was my first encounter with someone who had such a detailed knowledge of the events. We continued our discussion until late in the day.
On this occasion, he shared with me the investigative findings of his associates. They had pursued the same hypothesis as the one advanced by Pino Cabras, but with far greater means at their disposal. They had constituted biographical profiles for each of the passengers on all four planes.
Their findings showed that 75% of the passengers had connections with the Pentagon, not only on flight AA77 but also on all the other flights
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[1] September 11, 2001: Flight AA77 could not have been hijacked!, Voltaire Network, 30 November 2009.

[2] Excerpt from a Chicago Tribune article, September 16, 2001.

[3] Source: Los Angeles Times, September 21, 2001.

[4] Source: Globe Star, September 27, 2001.

[5] Source: Chicago Tribune.

[6] Source: New York Times obituary, September 13, 2001.