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21 settembre 2015

Tsipras e la democrazia Formula Uno

di Pino Cabras.
da Megachip.

Il grande frullatore delle immagini gioca con il Caso, con risultati sorprendenti: oggi mescola le bandiere rosse della Ferrari che festeggiano la vittoria di Sebastian Vettel assieme alle bandiere rosse che ondeggiano per celebrare la vittoria di Alexis Tsipras alle elezioni greche. 
Mondi lontanissimi, la Formula Uno e la politica europea del 2015, ma non privi di analogie.
Ho seguito distrattamente il Gran Premio, ma l'amico Emilio, che l'ha guardato con più attenzione, pronuncia una requisitoria durissima:
«Che senso ha guardare la Formula Uno oggi? Nessuna sfida epica tra piloti in pista, solo una patetica finzione, un baraccone circense di bolidi rombanti esibiti pateticamente in giro per il mondo come animali feroci che non mordono, che verrebbe voglia di liberare nella savana delle celesti piste del cielo. È la negazione dello sport. Vale la pena annoiarsi per due ore guardando una sfilata di macchine potentissime che non si sorpassano in pista ma nelle soste obbligatorie ai box, quindi fuori dal terreno della contesa, in cui la prestazione del pilota conta meno della velocità dei meccanici a fare il pieno di carburante e cambiare le gomme? Che corsa automobilistica è quella in cui un vantaggio di molti secondi viene vanificato dalla Safety Car che entra e azzera tutto? Ero rimasto ai tempi in cui era il pilota a fare la differenza e non la supertecnologia, che mette qualsiasi normale automobilista in condizione di sembrare un campione, che se anche fosse un campione non si noterebbe. Le macchine vanno da sole con il computer di bordo che pensa a tutto, i piloti sono sagome di cartone o omini telecomandati da giocatori di playstation esterni alla gara, i sorpassi non si fanno in pista ma dai box, i distacchi accumulati grazie a una condotta di gara efficace e vincente possono essere azzerati per un banalissimo incidente (a volte casuale, a volte no) tra due macchine venti posizioni dietro. La Formula Uno è uno sport in cui tutto avviene ed è deciso fuori dal circuito, in cui i protagonisti – quelli che guidano − non contano un bel niente.»
Emilio ha ragione. La sua analisi è talmente affilata da fendere ogni parete tra generi televisivi e argomenti umani. Taglia il rosso Ferrari e il rosso Syriza per ricombinarlo in un miscuglio di nuove percezioni.

A gennaio lasciavo molto più spazio a fiducia e speranza in ciò che definivo il Laboratorio Greco. Rileggendo quelle analisi, era già perfettamente chiaro che l'Europa in realtà era il «regime europeo», cioè «un regime che ha portato alle estreme conseguenze i difetti sempre più odiosi e antidemocratici della costruzione comunitaria e ha imposto le disfunzioni permanenti dell'euro, una moneta "che non dovrebbe esistere", (come ha scritto finanche il servizio studi del colosso bancario svizzero UBS), e che impone anche notevoli costi per un'eventuale uscita». Ed era altrettanto chiaro che la sfida della nuova classe dirigente greca era immediatamente proibitiva, perché tutti i rapporti di forza finanziari, economici, diplomatici e militari erano radicalmente sfavorevoli. Infatti quei rapporti di forza hanno visto vincere il "regime europeo", più forte di ogni altra pressione, di ogni istanza popolare, e anche del referendum greco che invano aveva espresso il No del popolo ai crimini economici della troika.
La condanna di Emilio per la Formula Uno ha un'eco per la democrazia europea di oggi. Può essersi trasferita nei pensieri degli elettori greci che non sono andati a votare (mai così tanti astenuti) e pronti a parafrasare con altrettanta affilatezza l'analisi:
«Che senso ha votare nella Grecia oggi? Nessuna sfida epica tra politici in campo, solo una patetica finzione, un baraccone circense di promesse roboanti esibite pateticamente in giro per il Paese come animali feroci che non mordono, che verrebbe voglia di liberare in cima all'Olimpo. È la negazione della democrazia. Vale la pena appassionarsi assistendo a una sfilata di programmi potenti che non prevalgono nell'urna ma nelle riunioni obbligatorie a Bruxelles, quindi fuori dal terreno della contesa, in cui la capacità del politico conta meno della velocità degli eurocrati a far crollare le banche e ricattare il sistema? Che democrazia libera è quella in cui un vantaggio elettorale viene vanificato dalla BCE che entra e azzera tutto? Ero rimasto ai tempi in cui era lo statista a fare la differenza e non la grande finanza, che mette qualsiasi normale capoccione europeo in condizione di sembrare onnipotente, che se anche fosse onnipotente non si noterebbe. I partiti a un certo punto vanno da soli con il pilota automatico che pensa a tutto, i politici sono sagome di cartone o omini telecomandati da giocatori di playstation esterni alla gara, i rapporti di forza veri non sono nelle urne elettorali ma nei comandi digitali che aggiungono zeri nei conti correnti, la forza del consenso accumulato grazie a una politica di efficace attenzione al popolo può essere azzerata in due notti. La democrazia è ormai un regime politico in cui tutto avviene ed è deciso fuori dal circuito, in cui i protagonisti – quelli che "guidano"  il Paese − non contano un bel niente.»
Così, le percentuali dei voti sono rimaste più o meno quelle di gennaio, ma con molti meno votanti, meno entusiasmo, una Grecia malata, un'Europa in crisi verticale di legittimità di fronte ai collassi che si accumulano alle sue porte, molti dei quali hanno le tinte della guerra.

C'è speranza di cambiare?

Così come per la competizione automobilistica non è detto che tutto rimanga nello schema della Formula Uno, anche per la politica europea non è detto che tutto rimanga così com'è. 
Il voto per Tsipras, nonostante l'enorme differenza del suo programma attuale rispetto a quello di gennaio scorso, reca ancora il segno della speranza di allora, tanto è vero che gli elettori non sono stati minimamente attratti dal partito formatosi a sinistra di Syriza. Quegli elettori sperano in cambiamenti nei rapporti di forza per ottenere condizioni migliori. Non discuto se si tratti di un'illusione, molto probabilmente lo è. Ma noto che ancora sono in tanti a volere un soggetto organizzato che faccia politica per cambiare il modo di decidere. In altre parole, quello per Tsipras, perfino quando si fa garante dei memorandum europoidi, non è un mandato per lo status quo bensì per provare a cambiare politica.

In Europa si presentano ovunque formazioni politiche che sfidano la dittatura europea. La differenza rispetto a qualche mese fa, in piena crisi dei migranti, è che l'Europa non ha più da opporre l'alibi del "sogno europeo" (ci crede solo la Boldrini, ormai), mentre aumentano le forze politiche in grado di allearsi per far sprofondare l'attuale sistema di governance continentale. 
Ci saranno altre sfide ancora. Vedremo se cambiano i rapporti di forza. Che ne dici, Emilio?
«Mille volte meglio la MotoGP, in cui ancora si gareggia dentro la pista ed è ancora il pilota che guida la moto», mi risponde, descrivendomi un'alternativa già disponbile, un Piano B. Giusto. L'unico problema è che la Formula Uno di Merkel & C. è l'unica gara consentita. E il Piano B è ancora da costruire. E la moto di Varoufakis è ancora ai box.

 

13 luglio 2015

Le rivelazioni di Varoufakis

Altro che resa, la Grecia negozia la ristrutturazione del debito. E la Germania vuole imporre un'uscita disordinata dall'euro per intimidire mezza Europa.

di Pino Cabras.
Yanis Varoufakis rivela: il suo successore e «grande amico» Tsakalotos ha presentato un piano dettagliatissimo di riduzione e ristrutturazione del debito. Un documento di grande importanza posto proprio sul tavolo dei drammatici negoziati a livello europeo di queste ore, alla vigilia della bancarotta greca. La notizia spazza via la quasi totalità delle letture date fin qui della posizione di Tsipras, vista da molti fronti come una “resa” totale, una giravolta inspiegabile, un tradimento del trionfale No al referendum contro l'austerità, da lui stesso indetto. Varoufakis lo rivela in un modo che non si può equivocare: è dall'accettazione di un compromesso che preveda la ristrutturazione del debito che dipende l'esito dei febbrili vertici europei, e questo aspetto è al centro di enormi contrasti tra la Germania e i suoi satelliti da un lato (ora che durante lo strano silenzio della Merkel parla solo Schäuble, attingendo al peggio dello stile di comando germanico) e la Francia dall'altro (assieme ad altri paesi che ora cominciano a capire la terribile posta in gioco). Avevamo già dato conto delle importanti considerazioni di Varoufakis sulla partita che si gioca adesso. Qui ripubblichiamo la traduzione fatta dal sito Essere Sinistra, che riprende sia il post dal blog di Yanis Varoufakis, sia il suo interessantissimo editoriale su The Guardian.
Leggendo quel che segue, il lettore potrà rendersi conto della portata delle notizie, su cui gran parte dei grandi media ha continuato un'immane opera di falsificazione e su cui anche i media fuori dalla corrente principale hanno usato categorie da teatro dei pupi (quelle di “Tsipras traditore”) anziché sforzarsi di capire che si sta facendo la Storia, e che si stanno toccando sponde impensabili della vicenda europea. I fili della veste dell'imperium germanico sono ormai invisibili. Il Grexit voluto con unilaterale e punitiva protervia dalle classi dirigenti tedesche ci dice che il mulo di Berlino è nudo in tutta la sua testardaggine. Nulla sarà come prima. La crisi della periferia greca innescherà altri fili scoperti della più grande crisi sistemica, di cui il teatro europeo sarà pienamente protagonista. Con molte vittime, purtroppo.


Sostiene Varoufakis. Le vere ragioni del no di Berlino alle offerte di accordo di Atene


Dal sito Essere Sinistra.


Yanis Varoufakis si è dimesso da ministro del governo greco. Ora è ancora più libero di dire la verità. Come ha sempre fatto. Nel suo blog ha introdotto così il suo articolo pubblicato sul quotidiano inglese The Guardian:

Il Vertice UE di domani porrà il suo sigillo sul destino della Grecia nell’Eurozona. Mentre scrivo queste righe, Euclid Tsakalotos, mio ​​grande amico, compagno e successore come Ministro greco delle Finanze si sta dirigendo verso una riunione dell’Eurogruppo che determinerà se sia possibile raggiungere un ultimo accordo per superare la trincea tra la Grecia ed i nostri creditori e se questo accordo contiene il grado di riduzione del debito che potrebbe rendere l’economia greca praticabile all’interno dell’Area Euro.
Euclid sta portando con sé un ben congegnato e moderato piano di ristrutturazione del debito che è senza dubbio nell’interesse sia della Grecia e i suoi creditori. (I cui dettagli ho intenzione di pubblicare qui lunedì, una volta che la polvere delle polemiche si sarà posata).

Se queste proposte di ristrutturazione del debito saranno considerate modeste, come il ministro delle finanze tedesco ha prefigurato, il vertice di UE di domenica deciderà tra sbattere fuori dalla zona euro la Grecia ora o trattenerla per un po’, in uno stato di profonda indigenza, fino a che non sarà lei a uscire in futuro.
La domanda è: perché il ministro tedesco delle finanze, Wolfgang Schäuble, sta resistendo a una possibilità di ristrutturare il debito reciprocamente vantaggiosa? Il seguente editoriale appena pubblicato oggi [10 luglio 2015 ndr] su The Guardian offre la mia risposta”.

Leggiamola.

La redazione

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Il dramma finanziario della Grecia ha dominato i titoli dei giornali per cinque anni per un motivo: l’ostinato rifiuto dei nostri creditori a offrire un’essenziale riduzione del debito. Perché, contro il buon senso, contro il verdetto del FMI e contro le pratiche quotidiane dei banchieri di fronte a debitori stressati, resistono a una ristrutturazione del debito? La risposta non può essere trovata in economia perché risiede in profondità nella labirintica situazione politica dell’Europa.

Nel 2010, lo Stato greco è diventato insolvente. Due opzioni compatibili con il continuare a essere membri della zona euro si presentavano: quella razionale – che ogni banchiere decente consiglierebbe – ristrutturazione del debito e riformare l’economia; e l’opzione tossica – estendere nuovi prestiti a un’entità in bancarotta fingendo che resti solvibile.

L’Europa ufficiale ha scelto la seconda opzione, ponendo l’interesse al salvataggio delle banche francesi e tedesche esposte al debito pubblico greco al di sopra della vitalità socio-economica della Grecia. Una ristrutturazione del debito avrebbe perdite implicite per i banchieri nelle loro quote del debito greco.
Desiderosi di evitare di confessare ai parlamenti che i contribuenti avrebbero dovuto pagare di nuovo per le banche per mezzo di insostenibili nuovi prestiti, i funzionari dell’UE hanno presentato l’insolvenza dello stato greco come un problema di mancanza di liquidità, e giustificato il “salvataggio” come un caso di “solidarietà” con i greci.


Per incorniciare il trasferimento cinico di irreparabili perdite private sulle spalle dei contribuenti, come un esercizio di “amore inflessible”, è stata imposta alla Grecia un’austerità da record, il cui reddito nazionale, a sua volta – da cui i nuovi e vecchi debiti dovevano essere rimborsati – diminuiva di più di un quarto.

Basta l’esperienza matematica di un bambino di otto anni per capire che questo processo non poteva finire bene.

Una volta che la sordida operazione fu completata, l’Europa aveva acquisito automaticamente un altro motivo per rifiutare di discutere la ristrutturazione del debito: essa avrebbe ora colpito le tasche dei cittadini europei! E così dosi crescenti di austerità sono state somministrate mentre il debito è diventato più grande, costringendo i creditori a dare più prestiti in cambio di ancora più austerità.

Il nostro governo è stato eletto su un mandato per porre fine a questo circolo vizioso tra banche e stati; per chiedere la ristrutturazione del debito e la fine dell’austerità paralizzante.
I negoziati hanno raggiunto il loro molto pubblicizzato impasse per un semplice motivo: i nostri creditori continuano a escludere qualsiasi tangibile ristrutturazione del debito pur insistendo che il nostro debito impagabile sia rimborsato “in modo parametrico” da parte della parte più debole dei Greci, dei loro figli e dei loro nipoti.

Nella mia prima settimana come ministro delle finanze sono stato visitato da Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo (i ministri delle finanze della zona euro), che mi sottopose una scelta netta: accettare la “logica” del piano di salvataggio e rinunciare a qualsiasi richiesta di ristrutturazione del debito o il vostro accordo di prestito farà “Crash” – la ripercussione non detta era che le banche della Grecia sarebbero state chiuse.

Cinque mesi di trattative seguirono in condizioni di asfissia monetaria e di assalto indotto agli sportelli bancari supervisionato e gestito dalla Banca centrale europea.

La scritta era sul muro: a meno che non capitoliamo, presto saremmo stati di fronte a controlli sui capitali, bancomat quasi-funzionanti, una prolungata chiusura festiva delle banche e, in ultima analisi, la Grexit.

La minaccia della Grexit ha avuto una breve storia sulle montagne russe. Nel 2010 ha messo il timore di Dio nel cuore e nella mente dei finanzieri poiché le loro banche erano piene di debito greco. Anche nel 2012, quando il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, decise che i costi della Grexit erano un “investimento” utile come un modo per disciplinare la Francia e gli altri, la prospettiva ha continuato a spaventare a morte quasi tutti.

I Greci, a ragione, tremano al pensiero dell’amputazione dall’unione monetaria. L’uscita da una moneta comune non è come troncare un piolo, come ha fatto la Gran Bretagna nel 1992, quando Norman Lamont notoriamente cantò sotto la doccia la mattina che la sterlina usciva dal meccanismo di cambio europeo (ERM). Ahimè, la Grecia non ha una moneta il cui piolo con l’euro può essere tagliato. Ha l’euro – una valuta estera completamente amministrata da un creditore ostile alla ristrutturazione del debito insostenibile della nostra nazione.

Per uscire, dovremmo creare una nuova moneta da zero. Nell’Iraq occupato, l’introduzione della nuova carta moneta ha impiegato quasi un anno, 20 o giù di lì Boeing 747, la mobilitazione della potenza delle forze armate Usa, tre aziende di stampa e centinaia di camion.

In assenza di tale sostegno, la Grexit sarebbe l’equivalente di annunciare una grande svalutazione con più di 18 mesi in anticipo: una ricetta per liquidare tutto lo stock di capitale greco e trasferirlo all’estero con ogni mezzo disponibile.

Con la Grexit che rafforza la corsa agli sportelli indotta dalla Bce, i nostri tentativi di porre la ristrutturazione del debito di nuovo sul tavolo dei negoziati è caduto nel vuoto. Di volta in volta ci hanno detto che si trattava di una questione da affrontare in un futuro non specificato che avrebbe seguito il “successo nel completamento del programma” – uno stupendo Comma 22 dal momento che il “programma” non avrebbero mai potuto avere successo senza una ristrutturazione del debito.

Questo fine settimana segna il culmine dei colloqui quando Euclide Tsakalotos, il mio successore, si sforza, ancora una volta, di mettere il cavallo davanti al carro – per convincere un Eurogruppo ostile che la ristrutturazione del debito è un prerequisito del successo nel riformare la Grecia, non un premio ex-post per questo.

Perché è così difficile da far capire? Vedo tre ragioni.

Uno è che l’inerzia istituzionale è difficile da battere. Un secondo, che il debito insostenibile dà ai creditori immenso potere sui debitori – e il potere, come sappiamo, corrompe anche i migliori. Ma è il terzo che mi sembra più pertinente e, anzi, più interessante.

L’euro è un ibrido di un regime di tassi di cambio fissi, come l’ERM degli anni ’80, o il gold standard degli anni ’30, e una moneta di stato. Il primo si basa sulla paura dell’espulsione per tenere insieme, mentre il denaro statale comporta meccanismi per riciclare eccedenze tra gli Stati membri (per esempio, un bilancio federale, obbligazioni comuni). La zona euro cade fra questi sgabelli – è più di un regime di tassi di cambio e meno di uno stato.

E qui sta il problema. Dopo la crisi del 2008/9, l’Europa non sapeva come rispondere. Dovrebbe preparare il terreno per almeno una espulsione (cioè, la Grexit) per rafforzare la disciplina? O passare a una federazione? Finora non ha fatto nessuna delle due: e la sua angoscia esistenziale è sempre crescente. Schäuble è convinto che allo stato attuale, ha bisogno di una Grexit per pulire l’aria, in un modo o nell’altro. Improvvisamente, un permanentemente insostenibile debito pubblico greco, senza il quale il rischio di Grexit sarebbe svanito, ha acquisito una nuova utilità per Schauble.

Cosa voglio dire con questo? Sulla base di mesi di negoziati, la mia convinzione è che il ministro delle finanze tedesco vuole che la Grecia sia spinta fuori dalla moneta unica per mettere il timore di Dio nei francesi e fargli accettare il suo modello inflessibile di eurozona.





11 luglio 2015

La Grecia nella meccanica bruta dei rapporti di forza

di Pino Cabras.
da Megachip.

Riflessioni su quel che si prepara per la Grecia, in un passaggio storico drammatico durante la crisi definitiva del 'sogno' europeo 



Vi proponiamo alcune riflessioni in ordine sparso su quel che si prepara per la Grecia, in dirittura d'arrivo verso un passaggio storico drammatico: non il primo e non l'ultimo di questa tempesta che segna già la crisi definitiva della narrazione sul costrutto europeo così come è giunta fino ad oggi. Il re è nudo. L'incubo europeo ha terminato le sue riserve di soft power che volevano venderlo come un sogno. Sarà che a Berlino non ci hanno mai saputo fare granché con il soft power. 
Vi proponiamo tre letture di questo importante momento.
Marcello FoaGiuseppe Masala e Giulietto Chiesa ragionano della vicenda da tre diverse angolazioni: l'irriformabilità dell'attuale ordine istituzionale dell'Unione europea, l'enorme fuggevolezza dei risultati e delle visioni degli attori della tragedia greca del XXI secolo, l'incomprensione delle difficoltà strategiche immani toccate in sorte ad Alexis Tsipras in un contesto in cui il potere eurocratico ha i mezzi per strozzare e sopraffare un'intera economia.
rapporti di forza agiscono ormai senza diluizioni, senza veli, con atti di meccanica bruta, come in guerra.
La differenza fra una resa totale di Atene e un compromesso passa attraverso un elemento: la presenza o meno di un consistente taglio del debito nell'accordo finale in queste prossime ore.
La mia previsione è che il taglio del debito greco , una parziale remissione, si farà. 
Tsipras non rientrerà ad Atene a mani vuote. Questo non significa che abbia già ottenuto il via libera a una piena e sovrana gestione della politica economica del suo paese (siamo ancora dentro il paradigma assurdo dell'austerity: sia i debitori che i creditori avrebbero così "comprato tempo" pagando un prezzo, senza però risolvere i nodi di fondo). Dalle interpretazioni delle manovre di questi giorni deduciamo che gli USA, nel loro classico "leading from behind", abbiano imposto alla Germania di impegnarsi per non far andare via la Grecia dal campo della NATO, cosa che sarebbe per Washington una catastrofe geostrategica. Si apriranno nuovi giochi e nuovi scenari, per chi vorrà cogliere le occasioni della storia. Ma tutto si giocherà in un tempo politico estremamente breve in cui nulla sarà "a bocce ferme" e in cui una pistola sarà sempre sulla tempia dei governanti greci (e anche sulla tempia di milioni di europei).
Se non ci sarà taglio del debito (lo scopriremo in poche ore) la crisi della democrazia europea entrerà in una sorta di avvitamento, e dovremo aggiornare in modo drammatico le analisi.
Mi viene in mente la frase dell'avvocato Gavin D'Amato, impersonato da Danny De Vito nella Guerra dei Roses: «in un divorzio non c'è vittoria, solo diverse gradazioni di sconfitta». In questo caso non c'è nemmeno una legge che regoli il divorzio fra la Grecia e l'Euro. Nessuno purtroppo è in grado di assicurare che qualsiasi scelta fatta ora possa garantire una meta certa e vittoriosa. Dobbiamo dunque ragionare sulla gradazione della sconfitta. Questo continente, il continente che ha innescato due guerre mondiali e con delle guerre già in corso, ha davvero poco tempo per riflettere e agire per la propria salvezza.

Buona lettura!


Accordo Grecia: avete capito che l'Unione europea non è riformabile?

di Marcello Foa.

Che cosa resterà della crisi greca, considerato che l'epilogo sembra ormai segnato, salvo sorprese dell'ultimo minuto? Di positivo la capacità di reazione di un popolo. Ilno degli elettori, lo scorso week-end, è stato un no a un'idea di Europa basata sull'austerity, sui vincoli assurdi della moneta unica, su un concetto non democratico e verticistico dell'Unione. Il fatto che oltre il 60% di un popolo si sia espresso con tanta convinzione rappresenta un segnale di malcontento profondo e non eludibile; significa che la coscienza critica dei popoli europei non è sopita e che il Dna democratico è ancora vigoroso e può essere contagioso. Da oggi, come già osservato, la Lega, il Movimento 5 Stelle, Podemos, la Le Pen e, fuori dalla zona euro, lo Ukip di Farage e altri movimenti poco noti, ricevono una spinta propulsiva e vitalizzante i cui effetti si manifesteranno nei mesi a venire.
Purtroppo l'epilogo della splendida rivolta greca non è all'altezza delle aspettative. L'accordo che si sta perfezionando non è molto diverso da quello che è stato respinto alle urne. Tsipras può vantare nuovi aiuti e la verosimile ristrutturazione di una parte del debito, ma i nodi restano intatti e, come ha giustamente osservato Alberto Bagnairiesploderanno nei prossimi mesi. Atene ha preso soltanto tempo.
E allora perché quest'esito gattopardesco? Le ragioni sono due.
La prima: a imporre la «pax greca» sono stati gli Stati Uniti, che dapprima hanno manovrato sotto traccia poi hanno fatto sentire la propria voce tramite il segretario al Tesoro. Gli Usa non possono permettere il grexit per le sue implicazioni strategiche; spingere la Grecia fuori dall'euro avrebbe significato consegnarla nelle braccia di Putin (vedi post), un'eventualità catastrofica per Washington tanto più in un periodo di forti tensioni in Ucraina. Ma Obama non può permettere il grexit perché il progetto dell'euro è fondamentale per la Casa Bianca, che lo ha sempre sostenuto dietro le quinte. Anzi, come è emerso dalla pubblicazione di alcuni documenti desecretati della Cia e del Dipartimento di Stato lo ha ispirato e guidato sin dall'inizio per il tramite dei padri fondatori del progetto europeo.
L'America ha picchiato i pugni sul tavolo sia con il governo greco che con gli europei. E le tensioni si sono sciolte nell'arco di poche ore.
La seconda ragione riguarda le illusioni di Tsipras, che è uno splendido capopopolo, un emozionante condottiero delle piazze e ha dato prova di notevole coraggio, ma non è uno statista. Si illudeva, Tsipras, di poter costringere l'Unione europea a rinnegare se stessa ovvero a gettare a mare 15 anni di politica economica repressiva e ad ascoltare improvvisamente le istanze di un popolo su base autenticamente democratica, come dovrebbe essere, ma come non è quasi mai stato in un'Unione Europea costruita dall'alto verso il basso e terrorizzata dal suffragio universale espresso tramite referendum.
Ora c'è la prova oltre ogni ragionevole dubbio: chi resta nell'euro deve continuare a prendere ordini dall'Unione europea e dalla Banca Centrale; deve sottomettersi all'austerity predicata dal Fondo monetario internazionale; dunque deve continuare a indebitarsi e a sprofondare nel circolo vizioso di una recessione senza fine e senza speranza.
Tsipras non aveva un piano B e non ha mai contemplato l'uscita dall'euro. L'esperienza dimostra, invece, che chi vuole davvero far ripartire l'economia del proprio Paese e sottrarsi al giogo della Troika non può illudersi e deve prepararsi, per tempo, all'unica soluzione realistica: l'uscita programmata - e non imposta - dalla moneta unica. Altre soluzioni non ce ne sono.




Crisi greca: hanno tutti perso la lucidità.

di Giuseppe Masala.

È evidente che si tratti di una situazione nella quale i protagonisti hanno perso totalmente la lucidità.
Alexis Tsipras sa che non ha tempo e sa che la Grecia è totalmente impreparata per il Grexit. Non escludo che abbia subito pressioni fortissime anche da Barack Obama, di quelle che non si possono rifiutare. Ora pare che Tsipras abbia accettato delle proposte concordate con François Hollande che gli spaccheranno il partito e che forse gli costeranno il governo, sempre che non accetti un governo di unità nazionale che ne decreterebbe comunque la fine politica.
Angela Merkel se boccia l'accordo facendo uscire la Grecia dall'euro verrà letteralmente scannata come una gallina da Obama, se accetta verrà scannata come una gallina dagli oltranzisti della CDU e degli altri partiti tedeschi capeggiati daWolfgang Stranamore Schäuble.
Mario Draghi non si capisce cosa farà lunedì in caso di accordo. Accetterà di allargare i cordoni della borsa della liquidità emergenziale quando il suo azionista di maggioranza Weidman ha già detto di no? Ha la maggioranza nel direttivo BCE? Credo di no. Intanto pare che le banche greche abbiano in cassa solo 750 milioni di euro. Lunedì finiscono tutto. Lunedì!
- Nel frattempo Moody's fa un report dove finalmente si dice quello che dico io da 15 giorni: "Accordo o non accordo qui bisogna trovare tra i 30 e i 40 miliardi di euro per una ricapitalizzazione delle banche greche". Sottolineo: ricapitalizzazione, non liquidità (quello è un altro tipo di problema che può risolvere la BCE. ricapitalizzare no, non può proprio farlo).
Insomma, è un casino quasi impossibile da risolvere anche per persone nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali. Che dire? Dubito che in questo momento i protagonisti queste facoltà le abbiano.
A me la situazione pare questa. Ormai, aggiungo che a scompigliare tutto c'è un altro fattore: il tempo. Non so se c'è tecnicamente il tempo...

Fonte: Facebook.


Waterboarding sulla Grecia

di Giulietto Chiesa.

PAROS (Grecia) - Lo rivelò Varoufakis. Adesso lo stanno accelerando. Di fatto stanno facendo crollare il sistema bancario. Nessuno può più comprare niente. Cioè non può più vendere niente. Chiudono i distributori di benzina. I negozi. I ristoranti. Figurarsi cosa succede alle altre attività produttive. Può permettersi di sopravvivere, ma per poco, solo chi aveva i soldi nel materasso. L'UE è un'organizzazione mafiosa. Come previsto puntano al peggio. Schäuble disse a Tsipras: "quanto volete per uscire dall'euro?"
Cioè ci sono due strategie: quella dei tedeschi, che vogliono la Grecia fuori. E quella di Wall Street (cioè di Obama) che vuole la Grecia dentro (ma solo perché teme che finisca in braccio a Putin).
Dal punto di vista tedesco, meglio fuori una Grecia che si ribella e dentro tutti quelli che chinano il capo. In fondo il debito greco è poca cosa rispetto alla sterminata massa di derivati della Deutsche Bank. Il potere è più importante del denaro. In ogni caso poi la Grecia possono ricondurla all'ovile dopo averla strangolata. Così se la mangiano tutta privatizzandola.
Certo, c'è chi insiste: "i ristoranti son pieni,i supermarket stracolmi di ogni mercanzia...turisti a fiumi, e senza restrizioni di sorta...". Falso. Tutto questo riguarda i turisti stranieri. Ma oggi uno dei due distributori di Antiparos (Cicladi) è stato chiuso per mancanza di benzina. Chi voleva comprarsi una radiolina si è sentito dire che non si può prenotare niente ad Atene, perché non inviano, essendo impossibili le transazioni bancarie. Se qualcuno dice che i greci vanno a comprare da mangiare, non mi stupisce. O pensa che debbano anche morire di fame? Anche in Italia i ristoranti sono pieni. Ma tutto il resto è vuoto. Anche noi viviamo con i risparmi. Fino a quando?
Sono in Grecia e riferisco quello che vedo, non quello che leggo. Le banche sono chiuse, non c'è denaro. Mi volete spiegare come fa un ristoratore e comprare il cibo per i suoi clienti con 60 euro al giorno? Se li aveva nel materasso userà quelli. Se non li aveva, abbassa la saracinesca. Inutile chiudere gli occhi. Stanno strozzando la Grecia. E possono strozzare chiunque osi mettere in discussione il loro potere. A meno che la gente non apra gli occhi.
Poi ci sono le mosche cocchiere. Chi, oggi, attacca Tsipras, favorisce le banche che strozzano la Grecia. Nessuno ha la qualifica per giudicare chi ha guidato, come ha potuto, questo processo di rinascita greca.
Tsipras sa meglio di tutti (e fino ad ora lo ha dimostrato, vincendo due confronti elettorali decisivi) quali sono i problemi del suo popolo. Chi parla di tradimento, oggi, non solo non sa valutare i rapporti di forza attuali. Non conosce né il nemico, né l'amico. Dunque invita alla sconfitta. La favorisce, la rende più facile.


Fonte: Facebook.



6 luglio 2015

E' caduto il mulo di Berlino


di Pino Cabras.
da Megachip.

In Europa ritorna, ricaricata dai greci di oggi, un'antica parola dei greci di ieri: politica. La parola va a braccetto con un'altra parola plurimillenaria, pure greca: democrazia. Con la squillante vittoria del NO nel referendum greco anti-austerity del 5 luglio 2015, si apre infatti per i popoli europei un mondo di possibilità politiche che gli oligarchi non avevano preso in considerazione. Ma non solo loro. Anche fra coloro che combattono gli oligarchi in troppi avevano perso fiducia nelle possibilità della politica, fino a non capire la portata dirompente del referendum: accusavano Tsipras di essere una specie di Ponzio Pilato, e pensavano che il voto delle elezioni parlamentari di gennaio bastasse al governo per tutte le drammatiche decisioni che doveva affrontare mentre l'Europa gli muoveva guerra, senza rimettere le decisioni al popolo.
C'è invece una grandissima differenza fra il voto del 25 gennaio e quello storico del 5 luglio. A gennaio Syriza raccoglieva il 36 per cento dei voti espressi, che a loro volta erano il 64 per cento del corpo elettorale. Il premio della legge elettorale e l'alleanza con il partito Anel, un altro 5 per cento, consentivano di governare, ma in un contesto di sfiducia nel sistema politico, simile alla disaffezione che colpisce ovunque in Europa i sistemi politici.
Il referendum di luglio ha sollevato l'affluenza e ha chiarito in modo molto solenne che quasi due votanti su tre non sono più disposti ad accettare le vessazioni degli usurai internazionali protetti dall'Europa finanziaria a trazione tedesca. È un NO più forte della paura del salto nel buio, più potente dei bancomat a singhiozzo, più travolgente dei media che hanno inondato i greci e gli europei tutti di una valanga di bugie, come solo in occasione di guerre succede. I nove giorni che sconvolsero l'Europa – quanti appena ne sono passati tra l'annuncio di Tsipras e il giorno del referendum – sono bastati a far cadere tutte le maschere e gli equivoci che occultavano il vero volto delle istituzioni europee nemiche dei popoli. Se i popoli si sollevano, le oligarchie perdono: una verità semplice semplice che spaventa più di tutto i potenti, che infatti reagiscono facendo parlare tutti gli spara-balle del loro arsenale, dai gazzettieri più infami fino ai maggiordomi miracolati come Renzi.
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[A proposito dello scendiletto della Merkel, confrontatelo ora con Tsipras. Il tempo è galantuomo, a volte. Ha ingannato un po' di militanti e militonti con la veste del Rottamatore e gli hashtag del #cambiaverso. Oggi è nudo, con le sue leggi reazionarie e i suoi conservatorismi, tanto da rivelarsi in pieno per quello che è: un manovratore di bassa levatura politica, senza legittimazione popolare misurabile. Un tappo che ostruisce il corso della politica e della democrazia, e comincia anche a fare errori grossolani di valutazione mentre il mondo che lo sostiene rischia di franare rovinosamente].
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Ora si apre una fase in cui l'oligarchia degli eurocrati combatterà una battaglia feroce per sopravvivere. Come nota Pier Luigi Fagan, «il nucleo PPE-socialisti mai concederà nulla ad un rappresentante dell'area critico-scettica perché altrimenti Podemos, Grillo, la Lega, la Le Pen...»
Faranno quindi la guardia a un sistema anelastico, rigidissimo, scaricando tensioni sull'intero Continente. Ma perderanno definitivamente la credibilità residua del loro vecchio inganno spacciato per “sogno europeo”. I più anelastici di tutti, a Berlino, già dichiarano per bocca del ministro delle finanze Sigmar Gabriel che «con il no la Grecia ha bruciato i ponti con l'Europa, non ci sarà un altro piano d'aiuti» (ossia i finanziamenti che in realtà aiutano le banche tedesche e spremono i greci). Testardo come un mulo, questo Gabriel. Il mulo di Berlino.
Il dramma in corso nelle segrete stanze berlinesi è definito da Giuseppe Masala come il dilemma della Prigioniera Angela.
«- Se dice sì a Varoufakis, allora regala la Spagna a Podemos, il Portogallo ai comunisti e l'Italia a Grillo.
- Se gli dice no, allora fa schiantare la moneta unica, l'Italia, la Spagna e il Portogallo (ed altri).
Risultato finale: sia che dica sì, sia che dica no, distrugge la moneta unica e l'egemonia tedesca in Europa.»
Uno scenario simile è descritto anche da Marcello Foa, che aggiunge una terza opzione, quella di un imperio totalitario che si spoglia pienamente di ogni parvenza democratica. Ma anche questa opzione significa la fine dell'Europa istituzionale che conosciamo.

Insomma, grazie al referendum greco siamo giunti al dunque di un grande nodo geopolitico, che si intreccia con altre tensioni europee: non si deve dimenticare che la NATO (ossia gli USA) ha acceso tanti focolai – su tutti l'Ucraina - per impedire all'Europa di fare accordi strategici convenienti con la Russia e altre potenze e legarla così a un futuro di subalternità alla potenza nordamericana in declino, dovesse costare anche l'ascesa di movimenti nazisti. Interverranno altri attori in una scena che cambierà rapidamente già nel corso di questi mesi.
La nuova leva dirigente greca ha dimostrato che con il coraggio e il primato della politica si può mettere di nuovo il peso dei popoli nel corso degli eventi. Le sponde sensibili non mancano, in seno ai popoli, e perfino presso tante cattedre che esprimono idee in grado di buttare nella pattumiera decenni di neoliberismo. Si pensi ad esempio al peso che può avere l'enciclica di questo papa. Sarebbe uno spreco immane non cercare tutte queste voci, ora che è tornata la politica.



2 luglio 2015

Come il Pensiero Unico vuole la resa della Grecia

Crisi greca: l'ora delle manipolazioni orwelliane. Le lettere di Tsipras agli usurai: dimezzate dal Financial Times, tradotte male dal Corriere 
di Giuseppe Masala e Pino Cabras.
da Megachip.

La guerra alla Grecia di Tsipras, come tutte le guerre, si combatte prima sui media. Il gioco del cerino che vede impegnati in una serie di proposte e controproposte Bruxelles e Atene entra nella fase più importante dall’inizio della crisi. Più è alta la posta in gioco, più grande diventa la manipolazione.
Il messaggio parte dal centro del centro del potere, e tutti i media si adeguano, modellandosi sull'impronta iniziale. Il Financial Times, organo della City di Londra (e più in generale di tutta la comunità finanziaria globale) pubblica una lettera di Alexis Tsipras indirizzata alla Commissione Europea dove – a detta del giornale – il premier greco accetta quasi in toto le condizioni imposte dalla ex trojka (UE, BCE e FMI).
Ovunque i telegiornali e i siti dei quotidiani rilanciano e strillano la “resa” di Tsipras. Ma è davvero così?
Effettivamente nella missiva si parla di una quasi completa accettazione dei diktat della Trojka: aumento dell’IVA (tranne il regime agevolato presente nelle isole), riforma del mercato del lavoro da farsi entro questo autunno, riforma delle pensioni e inasprimenti fiscali che colpirebbero le imprese individuali e le imprese agricole. A vederla così appare come una oggettiva e completa capitolazione del Governo Tsipras, una vera e propria Caporetto in salsa ellenica. Infatti, sulla scorta di queste notizie, i mercati finanziari si lanciano in un rally molto forte sperando che si confermi la disfatta dei PIGS più porci di tutti, dannati maiali-cicala che non baciano i piedi di Juncker, Draghi, Lagarde e nemmeno di Merkel.
Quasi nessuno spiega che Tsipras di lettere ne ha scritte non una ma due. La n.1 è quella che abbiamo detto, indirizzata ai capoccia della trojka. La n.2 si rivolge al presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, il bellimbusto vampiresco che presiede pure al Meccanismo europeo di stabilità  (ESM- European Stability Mechanism), detto anche Fondo salva-Stati.
Nessuno legge davvero bene la lettera pubblicata dal Financial Times (e ripresa da tutta la stampa mondiale (Lettera n. 1). Se la si legge bene, si nota che l’accettazione delle richieste della trojka è subordinata all’accettazione della Lettera n. 2, anch'essa spedita il 30 Giugno, che prevede la “ristrutturazione e riprofilazione” (taglio e modifica delle scadenze) del vecchio debito con il fondo comunitario e l’accensione di un nuovo debito biennale con il fondo comunitario “Salva Stati”.
Come come?
Ma allora la notizia vera era un'altra: il governo Tsipras è disponibile ad accettare quasi integralmente le condizioni della trojka purché la trojka si sottoponga per la prima volta a uno spettacolare cedimento. Mentre la propaganda strombazza la “resa” di Tsipras e Varoufakis, e sparge la voce che vogliano addirittura annullare il referendum, nessuno si accorge che la lettera n.1 dice che l’accordo con i creditori si fa solo se si accettano gli emendamenti proposti e se si fa un nuovo accordo con l’ESM nei termini esposti nella lettera N.2. In questa seconda lettera si chiede una cosa enorme: la ristrutturazione del debito. Non è una lettera, è un macigno.

I governanti greci richiedono che i creditori accettino la ristrutturazione e il riscadenzamento del vecchio prestito EFSM e che gradiscano che il nuovo piano di salvataggio sia fatto dal solo fondo ESM.
Attenzione, perché anche questa è una novità: si tratterebbe di escludere dal nuovo meccanismo d’intesa le due istituzioni più oltranziste e più segnate da un’ottusa ideologia neoliberista, ossia la Banca Centrale Europea del venerabile maestro Mario Draghi e il Fondo Monetario Internazionale (e washingtoniano) della venerabile maestra Christine Lagarde. Per trattare, bisogna prima immobilizzare sicari, cecchini e vampiri, altro che resa.

Insomma, a essere buoni la notizia è stata interpretata in maniera del tutto fuorviante.
Nella peggiore delle ipotesi siamo invece autorizzati a “pensar male”: può darsi che quelli del Financial Times siano stati traditi da un eccesso di zelo nello scodinzolare davanti agli interessi del proprio “pubblico di riferimento” (la comunità finanziaria internazionale), ma può anche darsi che la velina sia stata inviata al giornale (con relativa interpretazione depistata) da una manina interessata di Bruxelles. Poi per le redazioni è difficile resistere alla corrente. Sai, lo dice il Financial Times... 
E una volta creata questa cornice, nemmeno le sacrosante smentite del governo greco frenano il conformismo dei media.
Si sta facendo di tutto per influenzare l’esito del referendum di domenica con una spietata guerra psicologica, facendo passare l’idea di un governo ellenico ormai in ginocchio di fronte alla trojka.
Non basta. Alla periferia dell'impero mediatico, ci siamo accorti di una grave manipolazione da parte del più prestigioso quotidiano italiano. Che ti fa il Corriere della Sera? Traduce la lettera pubblicata dal Financial Times (la lettera n.1), ma non cita né tanto meno traduce la Lettera n. 2, alla quale la prima vuole fare riferimento. E che ci sia una manipolazione, lo vediamo da un dettaglio decisivo. Mentre il resto della Lettera n. 1 è tradotto in modo impeccabile, nel testo viene alterato astutamente il riferimento alla Lettera N.2.

L'originale dice:
«The Hellenic Republic is prepared to accept this Staff Level Agreement subject to the following amendments, additions or clarifications, as part of an extension of the expiring EFSF program and the new new ESM Loan Agreement for which a request was submitted today, Tuesday June 30th 2015».

La nostra traduzione è:
«La Repubblica Ellenica è pronta ad accettare questo accordo a livello tecnico in conformità alle seguenti modifiche, aggiunte o chiarimenti relativi al programma EFSF in scadenza e al nuovo Accordo di Prestito del Meccanismo Europeo di Stabilità per il quale oggi 30 giugno 2015 è stata sottoposta una richiesta».

Il Corriere traduce invece così:
«La Grecia è pronta ad accettare questo accordo fatte salve le seguenti modifiche, aggiunte o chiarimenti sul programma in scadenza EFSF e il nuovo ESM per il quale era atteso un accordo entro il 30 giugno.»

La differenza salta agli occhi. Nella Lettera n.1 Tsipras fa riferimento a un documento preciso, una proposta certa. Dice in sostanza: quella lettera GIÀ SPEDITA è parte integrante della nostra proposta. Ed è la proposta della ristrutturazione del debito. Il Corriere la fa sparire. Ed ecco la presunta resa.

I fatti poi si incaricano di sgonfiare le ipotesi strampalate, a partire dall'annullamento della consultazione referendaria (ben al contrario, Tsipras è andato in TV a chiedere di votare NO con forza), intanto che i tabù rigoristi di Merkel e Schäuble dettano la linea europea, giù giù fino ai patetici tweet di Matteo Renzi.

Probabilmente in questi giorni assisteremo anche ad altri “colpi di scena” dall’intento manipolatorio di stampo orwelliano. 
Poi, finalmente, domenica parleranno le urne. E di fronte alla volontà del popolo greco nessuno potrà mentire.