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6 marzo 2015

Le armi USA e l'ascesa nazista in Ucraina


di Glenn Greenwald.
The Intercept. 


James Clapper, il massimo funzionario della sicurezza nazionale di Obama e direttore della National Intelligence, chiede di armare le forze ucraine: chi verrebbe rafforzato in realtà?
 


È facile dimenticare che, appena due anni fa, il presidente Obama era deciso a bombardare la Siria e a rovesciare il regime di Assad, e che organismi dell’establishment statunitense avevano lavorato alla creazione delle basi su cui si fondava quella campagna. La NPR (National Public Radio) cominciò scrupolosamente a pubblicare relazioni di funzionari statunitensi anonimi secondo cui la Siria aveva accumulato grandi quantità di armi chimiche; il New York Times riportò che Obama stava «incrementando gli aiuti ai ribelli e raddoppiando gli sforzi per radunare una coalizione di paesi allineati per abbattere Assad con la forza»; il segretario di Stato John Kerry sottolineò che la destituzione forzata di Assad era «una questione di sicurezza nazionale» nonché «una questione di credibilità degli Stati Uniti d'America».
Coloro che si opponevano alla campagna di bombardamenti contro il “cambiamento di regime” anti-Assad sostenevano che, mentre alcuni ribelli erano siriani qualsiasi, i “ribelli” armati e legittimati dagli Stati Uniti (cioè, gli unici combattenti di fatto contro Assad) erano in realtà estremisti violenti e anche terroristi legati ad Al-Qa'ida o peggio. Coloro che argomentavano tutto ciò venivano sistematicamente additati come sostenitori di Assad perché si dava il caso che questo fosse lo stesso ragionamento che faceva Assad, cioè che i combattenti più efficaci contro di lui erano jihadisti e terroristi.
Ma nel momento in cui si è reso necessario giustificare il coinvolgimento degli Stati Uniti in Siria, questo discorso a Washington è stato rapidamente trasformato da tabù in saggezza popolare. Gli Stati Uniti ora bombardano la Siria, naturalmente, ma anziché combattere contro Assad, il dittatore siriano è (ancora una volta) alleato e partner dell'America. La base logica per la campagna di bombardamenti americana è la stessa cui Assad si è a lungo richiamato: che quelli che combattono contro di lui sono peggio di lui perché sono legati ad Al-Qa'ida e ISIS (anche se per anni gli americani hanno finanziato e armato quelle fazioni e i più stretti alleati degli USA nella regione continuano a farlo).
Una dinamica simile è in atto in Russia e Ucraina. Ieri James Clapper − il massimo funzionario della sicurezza nazionale di Obama e direttore della National Intelligence − ha detto in una commissione del Senato «che sostiene l’armamento delle forze ucraine contro i separatisti filorussi», come ha riportato il Washington Post. Gli USA hanno già fornito aiuti “non letali” alle forze ucraine, e Obama ha detto che sta valutando di armarle. Chi, esattamente, verrebbe rafforzato?
Da tempo il presidente russo Vladimir Putin ha detto che gruppi ultranazionalisti, fascisti e anche neonazisti hanno guidato il colpo di Stato dell’anno scorso in Ucraina e il conseguente regime di Kiev. Anche la testata giornalistica televisiva Russia Today fa spesso riferimento al «ruolo attivo che gruppi di estrema destra hanno giocato sul versante filogovernativo in Ucraina a partire dal violento colpo di Stato dell’anno scorso».
Per questo motivo, evidenziando che armare il regime di Kiev rafforzerebbe i fascisti e i neonazisti, chiunque sarebbe immediatamente accusato di essere un propagandista di Putin: esattamente come sono stati accusati di essere propagandisti di Assad quelli che sostenevano che i migliori combattenti contro Assad erano affiliati di Al-Qa'ida (finché questa non è diventata la posizione ufficiale del governo degli Stati Uniti). I resoconti dei media americani rappresentano costantemente il conflitto in Ucraina come una nobile lotta combattuta da amanti della libertà: i democratici filooccidentali di Kiev contro gli aggressivi oppressori separatisti dell’est “sostenuti dai russi”.
Ma proprio come era vero in Siria, mentre alcuni partecipanti al colpo di Stato ucraino erano ucraini normali in lotta contro un regime corrotto e oppressivo, le dichiarazioni sui teppisti fascisti che capeggiano la lotta per il governo di Kiev sono in realtà vere. Lo scorso agosto, scrivendo di politica estera dall'Ucraina orientale, Alec Luhn ha fatto queste osservazioni:

«Le forze filorusse hanno detto che stanno combattendo contro i nazionalisti e i “fascisti” ucraini, e nel caso dell’Azov e di altri battaglioni queste affermazioni sono sostanzialmente vere... Il battaglione Azov, il cui emblema comprende anche il "Sole Nero", simbolo occulto usato dalle SS naziste, è stato fondato da Andriy Biletsky, capo dei gruppi neonazisti di Assemblea Sociale Nazionale e Patrioti dell'Ucraina».

Nel mese di settembre, Shaun Walker – il corrispondente da Mosca per il Guardian ha raccontato la sua esperienza di giornalista aggregato alle forze − schierate con Kiev − del battaglione Azov, che ha definito «la forza più potente e affidabile dell'Ucraina sul fronte contro i separatisti». Mentre ha liquidato come “gonfiati” gli avvertimenti russi secondo cui questi gruppi cercano di fare pulizia etnica in tutta l’Ucraina, Walker ha descritto «le tendenze di estrema destra, anche neonaziste, di molti dei suoi membri», e ha evidenziato che «Amnesty International ha chiesto al governo ucraino di indagare sulle violazioni dei diritti e sulle possibili esecuzioni da parte di Aidar, un altro battaglione». La principale preoccupazione di Walker era che queste milizie fasciste, una volta sconfitti i separatisti, intendessero mantenere il controllo di Kiev per imporre la propria visione ultranazionalista su tutto il paese.
Da quando è avvenuto il colpo di Stato di Kiev, questi fatti spiacevoli riguardanti le forze filogovernative sono stati per lo più ignorati dalla maggior parte dei resoconti dell’establishment mediatico USA, lasciando una manciata di commentatori a rilevarli. Nel gennaio dello scorso anno, durante il colpo di Stato, Seumas Milne del Guardian ha dichiarato che il racconto della moralità occidentale sull’Ucraina – democrazia/combattenti contro Putin/oppressori − «riporta solamente il legame più superficiale con la realtà» e che, invece, «i nazionalisti di estrema destra e i fascisti sono stati al cuore delle proteste e degli attacchi contro edifici governativi». La britannica Channel 4 ha parlato del ruolo centrale svolto da estremisti di destra ultranazionalisti in quel colpo di Stato, rilevando che il senatore John McCain si è recato nella capitale ucraina [vedi foto sopra] e ha condiviso il palco con i peggiori elementi fascisti. Justin Raimondo di antiwar.com da molto tempo sta denunciando «l’ascesa di un movimento di massa autenticamente fascista nei corridoi del potere a Kiev», rilevando che, lungi dall'essere un pugno di elementi marginali, «gli attivisti dei due principali partiti fascisti in Ucraina − Svoboda e ‘Settore Destro’ – forniscono agli insorti il nerbo necessario per prendere il controllo di edifici governativi a Kiev e in tutta l'Ucraina occidentale».
Questi fatti sono ormai talmente evidenti che anche le organizzazioni occidentali più mainstream sono ora costrette a rilevarli. La scorsa settimana, Vox ha pubblicato un articolo di Amanda Taub sui «circa trenta di questi eserciti privati che combattono dalla parte ucraina», i cui «combattenti sono accusati di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui rapimenti, torture ed esecuzioni senza un regolare processo». Sebbene sostenga che le milizie operino in gran parte autonomamente rispetto al governo centrale di Kiev, Taub rileva comunque la loro progressiva centralità nella lotta contro i separatisti e ne riconosce anche l'uso esplicito da parte dei funzionari di Kiev:

«Le milizie hanno anche guadagnato più potere perché il governo ucraino, guidato dal nuovo presidente Petro Poroshenko, ha portato i loro amici nelle alte sfere. Per esempio, Arsen Avakov − il ministro degli Interni di Poroshenko − è stato in precedenza il leader del blocco politico dell'ex primo ministro Yulia Timoshenko in Ucraina orientale. Ha un'alleanza di lunga data con i membri del battaglione Azov, un'organizzazione di estrema destra i cui aderenti hanno una storia di propaganda antisemita e idee neonaziste. Avakov ha usato la sua posizione per sostenere il gruppo, arrivando a nominare Vadim Troyan − un vice-leader dell’Azov − capo della polizia per l'intera regione di Kiev. E anche il leader dell’Azov, Andriy Biletsky, è ora un membro del Parlamento».

Ieri The Intercept ha pubblicato il reportage di Marcin Mamon sul ruolo che gli jihadisti stanno giocando nel conflitto per conto del governo di Kiev.
La propaganda mediatica statunitense ha cercato non solo di glorificare il regime di Kiev sopprimendo tutti questi elementi, ma ha anche attivamente demonizzato i separatisti come poco più che pedine controllate da Putin. Infatti, come Max Seddon del sito web d’informazione BuzzFeed descrive in un eccellente articolo da una roccaforte separatista in Ucraina orientale, quelli che combattono contro Kiev hanno una serie di considerevoli rimostranze contro il governo ucraino abbastanza indipendenti da qualsiasi agenda di Putin, compresa la violenza contro i civili e l’antico disprezzo per gli abitanti dell’est del paese:

«Proprio in quelle aree in cui l’Ucraina sta lottando per riconquistarle, il pressoché costante bombardamento dell’artiglieria e un blocco economico paralizzante hanno irrigidito gli atteggiamenti a un punto di non ritorno. Quasi ogni giorno un bombardamento esige la vita di civili: la madre di qualcuno, un marito, un figlio. E ogni giorno la riconciliazione tra i milioni di cittadini ucraini di qui e il governo ucraino appare sempre più lontana».

A prescindere da qualsiasi altra cosa, questo è l'ennesimo caso in cui il governo USA − seguito come sempre dal suo supporto mediatico − fabbrica un racconto morale manicheo per giustificare il proprio coinvolgimento e il militarismo. Così mentre gli Stati Uniti hanno passato anni a finanziare e armare esattamente gli elementi estremisti che dichiarano di voler combattere − in Libia, in Siria, e molto prima di questo in Afghanistan – attrezzando militarmente le forze ucraine, hanno dato potere a una squadra mostruosa di fascisti ed espliciti simpatizzanti nazisti. Il colpo di stato in sé, che il governo degli Stati Uniti ha sostenuto, quasi certamente ha fatto esattamente questo.
Si può discutere se conferire forza a questi delinquenti sia una qualità o un errore: non è certo raro per gli Stati Uniti il fatto di armare e sostenere deliberatamente elementi fascisti e altri tiranni assortiti che si pensa possano favorire gli interessi americani (si veda l’articolo odierno di David Ignatius in cui sostiene che il dittatore egiziano, il generale Abdel Fata Sisi, è malvagio come Mubarak quando si tratta di violazioni dei diritti umani, tuttavia gli Stati Uniti devono continuare fermamente a sostenerlo affinché conservi la "stabilità"). Ma almeno, quando gli Stati Uniti vanno a letto con regimi come quello saudita o quello egiziano, la maggior parte delle persone capisce il tipo di alleato che ha abbracciato. Nel caso dell'Ucraina, questi fatti sono stati quasi del tutto esclusi dal discorso principale. Ora che il funzionario capo della sicurezza nazionale di Obama chiede espressamente di armare tali forze, è vitale che si capisca la vera natura degli alleati dell'America in questo conflitto.

Foto: Sergei Chuzavkov/AP, via The Intercept
Email dell’autore: glenn.greenwald@theintercept.com

Traduzione per Megachip a cura di Emilio Marco Piano.
Link alla versione italiana: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=116784&typeb=0&Le-armi-USA-e-l-ascesa-nazista-in-Ucraina.

23 febbraio 2015

Grecia come Ungheria. La sovranità sopporterà le umiliazioni?

di Pino Cabras.
da Megachip.

Il nuovo governo greco, in queste prime settimane di vita, ha potuto fare poco, se non segnalare all'Europa che un recupero di sovranità non è più un argomento tabù. Per il resto, il potere della Germania di oggi è enorme, non bilanciato dai tanti nanerottoli che guidano gli altri paesi europei. 
La prima partita in materia di debito fra Germania e Grecia è stata perciò una goleada per i tedeschi. 
Contrariamente a quanto appare, tuttavia, anche questo evento non è da spiegare con un solo schema, quello del padrone che vince e del servo che perde, anche se sappiamo bene che i rapporti di forza in Europa sono brutali. 
Poco più di tre anni fa, anche l’Ungheria di Orbán inziò il suo nuovo corso con dichiarazioni bellicose nei confronti della Troika, subito seguite da ripiegamenti umilianti. Il ministro degli esteri ungherese dovette andare a Bruxelles con il cappello in mano, dopo un’inutile e avvilente anticamera a Washington, presso la sede del Fondo Monetario Internazionale. Eppure, l’iniziale rottura del tabù, dopo aver scontato le prime durissime reazioni e dopo cocenti umiliazioni negoziali, ha consentito all’Ungheria di ridimensionare il ruolo della finanza, togliersi il cappio, correggere la congiuntura economica, iniziare ad aprirsi a nuovi scenari geopolitici fuori dalla gabbia atlantista ed europea. 
Ovviamente ci sono molte differenze fra Ungheria e Grecia, a partire dal fatto che l’Ungheria non ha l’euro, mentre la Grecia sì, con tutti i costi aggiuntivi e immediati che Atene dovrebbe sopportare per uscirne. Proprio questo fatto spinge una parte dei critici a dire: ecco perché Tsipras e Varoufakis dovevano subito uscire dall’euro. Ma anche questi critici devono ammettere che si tratta di una decisione complessa. Se persino Orbán doveva fare passi indietro anche senza avere questa zavorra, figuriamoci i passi indietro a cui viene trascinato il governo greco quando le scadenze dei debiti si misurano a giorni, e quasi tutte le chiavi del laboratorio greco, come abbiamo già spiegato recentemente, sono in mano straniera. Il potere che schiaccia i popoli è un mestiere che non dorme mai, e non può essere sottovalutato. Il senatore americano McCain, quello che semina zizzania in mezzo mondo e diffonde la guerra civile in nome della democrazia, sta già mettendo la prua contro Budapest per organizzarvi l’ennesima rivoluzione colorata. A seconda di come andranno le cose, punterà la prua anche contro Atene. 
E il fascino delle economie russa e cinese, a quel punto, potrebbe risultare irresistibile per la Grecia. 
Ma non precorriamo troppo i tempi.

In coda a queste considerazioni potrete cliccare e leggere tre articoli che offrono interpretazioni critiche molto diverse su come è finita la prima fase del negoziato fra la dittatura europea a trazione tedesca e la Grecia di Tsipras. Consiglio di leggerli con mente aperta per vedere le tante facce del prisma della crisi europea, perché ognuno degli articoli non basta da solo a descrivere tutto il volume di questa crisi, anche se ognuno di essi ci offre uno sguardo verso la profondità del dramma greco.

Il primo articolo è dell’economista francese Alain Parguez, ed è molto tranchant. Come altri esponenti della Teoria Monetaria Moderna e altri che si battono per superare l’euro, anche Parguez ritiene che Syriza sia solo un vicolo cieco.

Il secondo articolo è di Francesco Maria Toscano, che legge lo scontro che coinvolge Germania e Grecia in base all’influenza diretta che esercita su di esso un conflitto più nascosto fra circuiti massonici a livello sovranazionale.

Il terzo articolo, di Claudio Conti, spiega come le regole tedesche non piacciano ai greci ma nemmeno alle banche: uno scenario che apre contraddizioni in seno al potere europeo. Sono contraddizioni abbastanza grandi da suggerirci che il campionato non è chiuso con la goleada di questi giorni.

***********

La battaglia per la nuova indipendenza della Grecia è appena agli inizi. Nulla è scontato. La crisi è sistemica, ed è lì, nel cuore di un mutamento epocale, che si giocano le scommesse impossibili del caleidoscopio Tsipras. E anche le scommesse di chiunque - ovunque - voglia spegnere la dittatura europea.

26 agosto 2014

Alcune domande per i creatori del Califfo


di Pino Cabras.
da Megachip
 

Dopo un lungo sonno dalle parti del Palazzo di vetro, la Risoluzione n. 2170 del Consiglio di sicurezza dell’ONU finalmente condanna chiunque aiuti e fornisca armi all’ISIL [Stato (Emirato) Islamico dell'Iraq e del Levante] e ad altre entità jihadiste. Benissimo. Dunque la domanda da fare adesso all’ONU è molto semplice, ed è la stessa che fanno anche i politici iracheni: «Chi è che sta comprando il petrolio siriano all’Emirato Islamico del Califfo, e come fa questo petrolio ad arrivare sui mercati europei?».  

Sarebbero in tanti ad ammutolirsi.

Il sedicente Califfo che abbiamo visto nelle foto con John McCain, assieme ai suoi tagliagole che scorrazzano su fiammanti mezzi Made in USA, si è impossessato di parecchi pozzi petroliferi in Siria e in Iraq, e ricava dalle vendite – secondo fonti irachene - circa tre milioni di dollari al giorno.

La domanda può da qui articolarsi in tante sottodomande altrettanto cruciali.

Come mai un’organizzazione terrorista (oggi definita così anche dall’ONU, dopo che da sempre in quel modo la definiva anche – inascoltato - il presidente siriano Assad, quando ne subiva gli attacchi finanziati da Occidente, Turchia e petromonarchie arabe) ottiene di poter smerciare senza impedimenti l’oro nero rubato?

Il traffico passa per la Turchia, paese membro della NATO. Chi protegge questo traffico se non le alte sfere turche sotto l’occhio onnisciente di spie e satelliti occidentali? I turchi hanno consentito per anni che la galassia jihadista saccheggiasse intere fabbriche siriane, smontate pezzo per pezzo, e poi contrabbandate attraverso i suoi confini. Erdoğan non ha da dire nulla sulle fabbriche di ieri e sul petrolio di oggi?

E perché Abu Bakr al-Baghdadi e i suoi apostoli non figurano nella lista nera dei banditi per terrorismo internazionale? Perché i loro patrimoni non sono stati congelati? Perché non sono stati denunciati presso la Corte penale internazionale? Forse perché un processo risulterebbe compromettente per gli eminenti oligarchi statunitensi fotografati in compagnia di Al Baghdadi? Il sospetto viene quando la risoluzione specifica che Abu Bakr al-Baghdadi non viene messo in lista perché è già sulla lista dei terroristi sin dal 2011. Uau. Eppure ha incontrato allegramente McCain nel maggio 2013. Qualche giornalone ha voglia di rivolgere qualche domandina al senatore americano?

Più passano le ore e più la pretesa di Obama di intervenire in Siria contro l’ISIS non appare ai danni dell’ISIS ma della Siria: un modo per aggirare i mille ostacoli che gli si erano frapposti rispetto a un implacabile obiettivo di vecchia data: conquistare Damasco, o almeno seminarvi il Caos. 
A questo serviva lo spettacolo hollywoodiano e grandguignolesco imbastito intorno alla testa del giornalista americano in tuta arancione.
Assad, giustamente, non si fida dei bombardamenti USA sul suo suolo. In ogni caso, si apre per lui una nuova fase, ad altissimo rischio.


AGGIORNAMENTO del 27 agosto 2014:
Un troll che interviene spesso nei nostri forum seminando valanghe di notizie false in nome dei sacri interessi USA, per una volta ha portato un link utile che può emendare in modo significativo il mio articolo sulla innegabile liaison fra il senatore statunitense John McCain e gli jihadisti. Il troll mi ha perfino sfidato a correggermi, pensando che non lo farò. Ma egli non sa che io cerco la verità con tanto entusiasmo da apprezzarne i barlumi anche quando passano miracolosamente per le mani di qualche troll mentitore come lui. Il link in questione porta a un articolo di un sito web che non conoscevo, Breizitao, riconducibile a degli indipendentisti bretoni cattolici integralisti e antisemiti, ammiratori di Goebbels (ossia non esattamente il tipico sito che frequento sulla Rete). Il troll in questione, evidentemente, oltre che i nazisti dell'Illinois ama anche quelli della Bretagna.
L'autorevole sito nazi-bretone illustra una serie di immagini che appaiono smentire l'identità del sedicente Califfo recentemente attribuita da Thierry Meyssan a una delle persone che appare assieme ai maggiorenti jihadisti incontrati clandestinamente da McCain in Siria. Non è sempre facile riconoscere un viso, ma in effetti la persona indicata da Meyssan come Abu Bakr al-Baghdadi, pur somigliando al barbuto pagliaccio corvino che guiderebbe l'ISIS, in base alle nuove foto appare corrispondere a tale Abu Yussef, un funzionario dell'ESL, un'altra delle formazioni paramilitari armate da potenze straniere per aggredire lo stato siriano.
Dunque le foto non sembrano bastare a confermare definitivamente la presenza di Abu Bakr al-Baghdadi agli incontri di McCain. Bastano solo a confermare, scusate se è poco, che un importante politico americano che partecipa a tutte le possibili ingerenze a danno di stati guidati da governi sgraditi a Washington, ha partecipato anche a incontri in territorio siriano con gruppi di combattenti estremisti foraggiati da governi alleati degli USA, poi in gran parte confluiti nell'ISIS. Un altro senatore repubblicano statunitense, Rand Paul, impegnato in una direzione opposta all'ingerenza del collega, è molto chiaro sul fatto che armare e combattere a fianco dei ribelli più integralisti ed estremisti, ISIS inclusa, è stata una scelta disastrosa interamente imputabile agli USA.
Le domande da rivolgere al senatore McCain rimangono tutte. 






6 maggio 2014

Come la NATO sta assorbendo progressivamente l'Ucraina

di Rick Rozoff.

Un excursus sulle relazioni NATO-Ucraina spiega i fatti di oggi: dal 1991 Kiev è sotto crescente pressione USA, con unanimità bipartisan dei Bush, Clinton, Obama e McCain.


Con un’estensione di circa 2400 chilometri su terra e sul mare, la frontiera ucraina è la più lunga tra quelle che la Russia condivide con i suoi vicini occidentali, quella che la separa dalla Finlandia arriva solo al secondo posto.
Fino alla fine della guerra fredda, un solo paese membro dell’organizzazione del trattato nordatlantico aveva una frontiera in comune con la Russia: si trattava della Norvegia, una frontiera di soli 217 chilometri (quanto alla Turchia, era confinante con diverse repubbliche sovietiche).
Durante il decennio di espansione della NATO, che è cominciato nel 1999, sono apparsi ai confini del territorio russo quattro nuovi membri del blocco militare dominato dagli Stati Uniti: l’Estonia e la Lettonia, direttamente connessi alla Russia da nordovest, la Polonia e la Lituania indirettamente legati alla Russia con l’enclave di Kaliningrad.
L’assorbimento dell’Ucraina da parte della NATO in quanto membro a se stante, o anche nelle condizioni attuali (cioè in qualità di partner che mette a disposizione il suo territorio, il suo esercito e le infrastrutture militari a disposizione dell’alleanza), avrebbe come conseguenza – con una possibile adesione della Finlandia – l’occupazione di tutto il fronte occidentale della Russia, dell’oceano Artico e del mare di Barents a nord e del mar Nero a sud, non solamente con delle basi aeree della NATO, ma anche con delle installazioni portuali, delle rampe di lancio di missili, dei campi di addestramento, aerodromi militari, installazioni radar, capannoni, centri per la guerra cibernetica, batterie antimissilistiche, veicoli blindati, truppe e armamenti nucleari.
Da decenni l’Ucraina è, in teoria come nei fatti, il perno essenziale nel progetto degli Stati Uniti e della NATO di formare un cordone sanitario che separi la Russia dall’Europa.
Nel 1995, cioè soltanto quattro anni dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’Ucraina è stato il primo stato membro della comunità degli stati ex-sovietici indipendenti ad aderire al sistema NATO in vista dell’inglobamento finale dell’Europa intera e di quello che rimaneva delle vecchie repubbliche sovietiche, non ancora integrate al blocco nordatlantico, nel quadro del programma chiamato “Partenariato per la pace”. Le dodici nazioni d’Europa dell’Est che aderivano alla NATO nel 1999, nel 2004 e nel 2009 erano tutte affiliate a questo programma. (In lista d’attesa si trovano attualmente ventidue altri membri di questo partenariato in pieno processo di transizione verso l’adesione alla NATO: i quattordici paesi d’Europa non ancora membri – eccetto la Russia – le tre ex-repubbliche sovietiche del Caucaso meridionale e le cinque dell’Asia centrale).
Due anni più tardi, l’alleanza militare firmava una Carta per il partenariato specifico tra la NATO e l’Ucraina, frutto dei lavori della Commissione NATO-Ucraina, attiva ancora oggi – in realtà più attiva che mai, dopo il violento colpo di Stato verificatosi in Ucraina nel febbraio 2014. [1]

A dicembre 2008, quattro mesi dopo che il governo georgiano di Mikheil Saakashvili decise di invadere l’Ossezia meridionale – dando inizio così ad una guerra di cinque giorni con la Russia, l’Ucraina e la Georgia – questi due ultimi stati furono i primi ad aderire ai programmi annuali nazionali elaborati dalla NATO. Qualche tempo prima, nello stesso anno, durante il summit della NATO a Bucarest (Romania), fu annunciato che, nonostante queste due ex-repubbliche sovietiche non soddisfacessero ancora l’ultima condizione richiesta per l’ingresso nella NATO – il Piano d’azione per l’adesione – la NATO era decisa ad accettarle al suo interno. Tra le figure pubbliche impegnate in questo piano d’azione per l’adesione, vi era il presidente del parlamento ucraino, Arseni Yatseniuk, attualmente primo ministro designato (e imposto) dagli Stati Uniti e dirigente de facto della giunta al potere. [2]
In realtà, da gennaio a marzo 2008, in previsione del summit della NATO che doveva tenersi in aprile dello stesso anno, l’opposizione parlamentare aveva bloccato le attività della Verkhovna Rada (il parlamento ucraino) per protestare contro l’inclusione del paese nel blocco NATO.
In seno alla nazione, lo sforzo principale per accelerare l’incorporazione dell’Ucraina della NATO era incarnato dalla diarchia, che era emersa dalla cosiddetta “Rivoluzione arancione” del 2004-2005: il presidente Viktor Yushchenko e il primo ministro Yulia Tymoshenko. Ed infatti, questa incorporazione era precisamente l’obiettivo a cui puntavano Washington e i suoi alleati, che sostenevano e dirigevano questa nuova “rivoluzione colorata” (dopo quella portata avanti in Georgia l’anno precedente). [3] [4]
Alla testa del summit di Bucarest, il presidente statunitense George W.Bush. John McCain – altro repubblicano, allora candidato alla nomination del proprio partito per la candidatura all'elezione presidenziale (che otterrà più tardi) – così come i due candidati democratici rivali all’elezione presidenziale nelle file dei democratici, Barack Obama e Hillary Clinton, sostenevano con estremo entusiasmo l’adesione dell’Ucraina e della Georgia alla NATO.
Un anno prima della “rivoluzione arancione”, il predecessore di Yushchenko,  Leonid Kuchma, aveva tentato di placare gli Stati Uniti e la NATO fornendo 1650 uomini alla coalizione militare in Iraq, diretta dalla NATO. Un contingente simbolico di soldati ucraini era stato, ugualmente, assegnato alla Forza Internazionale di Assistenza e Sicurezza in Afghanistan, nel quadro di un’azione integrata che coinvolgeva cinquanta nazioni. Ma Kuchma, insieme ad altri, appresero più tardi che i partner della NATO che siedono a Washington e a Bruxelles non accettano che due cose: obbedienza totale e un’ignobile sottomissione.
Più tardi la Georgia fornì 2000 uomini (era, all’epoca, il contingente più importante dopo quelli degli Stati-Uniti e della Gran Bretagna) che furono rimpatriati nel 2008 dagli aerei dell’esercito statunitense durante la guerra che vedeva opporsi la Georgia e la Russia. In quella occasione, il regime “arancione” di Viktor Yushchenko fu accusato d’aver fatto trasportare clandestinamente delle armi per la stessa via, e d’aver permesso,se non addirittura organizzato, il dispiegamento di forze paramilitari e militari nazionaliste estremiste in Georgia nel corso dei combattimenti.
Appena terminata la guerra in Caucaso, Yushchenko volò per la capitale georgiana per partecipare al grande incontro, al fianco (e a vantaggio) del presidente Saakashvili. Immediatamente dopo, di ritorno da Kiev, firmò un decreto con il quale esigeva che la Russia dichiarasse al suo governo – “dichiarare” nel senso di “richiedere l’autolizzazione” – per il dispiegamento aereo o navale che partisse dalle sue basi nel mar Nero, a Sebastopoli, o che facesse ritorno lì. Di fatto, un tale ordine costituisce un blocco selettivo.
Nel 2006, prima discretamente e più tardi totalmente alla luce del sole, i direttori e i membri ufficiali della Missile Defense Agency del Pentagono fecero dei viaggi a scadenza regolare in Ucraina, per negoziare lì l’installazione di componenti di missili antibalistici, nel quadro del progetto dello scudo antimissilistico terra-aria, sviluppato dall’amministrazione di Barack Obama in seno al programma EPAA (European Phased Adaptive Approach).
Approvato all’unanimità dai 28 paesi membri della NATO, questo scudo fu esteso lungo la frontiera occidentale (e più tardi meridionale) della Russia.
Ogni anno, dopo il 1996, delle esercitazioni militari rispondenti al nome in codice Sea Breeze (Brezza Marina), sono praticate in Ucraina sotto l’egida del Partenariato per la pace della NATO e sotto la sorveglianza statunitense. Queste esercitazioni si svolgono in Crimea, non lontano dal quartiere generale della flotta russa del mar Nero.
Nel 2006, furono temporaneamente annullati in ragione delle proteste locali.
Ugualmente dirette dal comando degli Stati-Uniti in Europa (EuCom), ogni anno si tengono in Ucraina le esercitazioni militari dell’operazione Rapid Trident, con le forze degli Stati-Uniti, della NATO e del Partenariato per la Pace. Secondo i termini dell’esercito statunitense in Europa, si legge nel rapporto delle esercitazioni dell’anno scorso, Rapid Trident “contribuisce a formare i partecipanti per permettere loro di operare con successo in un ambiente associativo, multinazionale e integrato, con il sostegno delle nazioni ospitate. [Le esercitazioni sono] pensate in modo da facilitare l’interoperabilità militare tra le nazioni alleate e partner” e a “portare avanti, da una parte il programma nazionale annuale dell’Ucraina, in vista di una maggiore coordinamento con la NATO e dall’altra parte, gli impegni presi ogni anno con la NATO, attraverso il piano delle operazioni NATO-Ucraina”.
A dicembre 2008 – precisamente il mese in cui la NATO inaugurava il suo programma nazionale annuale con l’Ucraina – Washington pubblicava la sua Carta per un partenariato strategico tra Stati-Uniti e Ucraina, il cui documento fondante afferma e precisa, che tra gli altri obiettivi [5]:
“Approfondire l’integrazione dell’Ucraina con le istituzioni euro-atlantiche è una priorità comune. Il nostro progetto consiste in un programma di miglioramento della cooperazione per la sicurezza al fine di aumentare le capacità difensive dell’Ucraina e di rinforzare i suoi diritti alla candidatura per l’ingresso nella NATO.
“Siamo guidati dai principi enunciati il 3 aprile 2008, al summit di Bucarest, nella dichiarazione del Consiglio della NATO e dalla dichiarazione comune della commissione Nato-Ucraina del 4 aprile 2008, che afferma che l’Ucraina è destinata a diventare membro della NATO.
“Riconoscendo la persistenza delle minacce contro la pace e la stabilità mondiale, gli Stati-Uniti e l’Ucraina hanno come obiettivo l’amplificazione e l’intensificazione del loro programma di cooperazione il proseguimento del sostegno reciproco sulle questioni di difesa e di sicurezza, al fine di eliminare le minacce e di promuovere la pace e la stabilità. Un partenariato tra gli Stati-Uniti e l’Ucraina fondato sulla difesa e la sicurezza non può essere che benefico a queste due nazioni e a questa regione del mondo.
“Il nostro obiettivo, attraverso questo lavoro effettuato in seno alla commissione NATO-Ucraina, è di pervenire ad un accordo su un progetto strutturato, che permetta di attuare l’interoperabilità e il coordinamento delle forze tra la NATO e l’Ucraina, in particolare attraverso un’intensificazione delle esercitazioni e la fornitura dell’equipaggio alle forze armate ucraine”.
Nel 2010, l’Ucraina fu il primo partner della NATO a fornire una nave militare a Active Endeavour, operazione di sorveglianza via mare e neutralizzazione a durata indeterminata, messa in atto in tutto il mediterraneo a seguito dell’attivazione, nel 2001, della clausola di mutuo soccorso militare definita dall’articolo 5 del trattato nordatlantico.
Nel 2013, l’Ucraina completò le disposizioni sopra-menzionate, diventando il primo partner della NATO ad inviare una nave militare a Ocean Shield, altra operazione del blocco della NATO che dura da cinque anni (e che, come la precedente, potrebbe avere una durata indeterminata), che comporta lo spiegamento di forze al largo del corno d’Africa, nel mare d’Arabia e più in là nell’Oceano Indiano.
Prima dell’inizio dei moti della società civile in Ucraina, nel novembre 2013, la NATO vantava già l’Ucraina tra i suoi quattro partner destinati a aderire alle Forze di Risposta della NATO (gli altri tre erano la Georgia, la Finlandia e la Svezia).
Ormai, grazie al regime fantoccio installato a Kiev dagli Stati-Uniti e la NATO, le speranze che nutrivano i dirigenti occidentali di vedere l’Ucraina trasformata in enorme base militare a vantaggio del Pentagono e della NATO – la cui inesorabile avanzata verso l’est dura ormai da una generazione – invasa da consiglieri militari occidentali, agenti dei servizi di sicurezza, aerei da guerra, blindati, soldati e missili, raggiungono un livello di ambizione e irresponsabilità che oltrepassa tutto quello che si è potuto immaginare fino ad oggi.


NOTE:
[1] « Charte de partenariat spécifique entre l’Organisation du Traité de l’Atlantique-nord et l’Ukraine] », Otan, 9 luglio 1997.
[2] « L’Église de Scientologie, Arseni Yatseniouk et Andrej Kiska », Réseau Voltaire, 1° aprile 2014.
[3] « Washington et Moscou se livrent bataille en Ukraine », di Emilia Nazarenko e la redazione; « Ukraine : la rue contre le peuple », Réseau Voltaire, 1° e 29 novembre 2004.
[4] « Les dessous du coup d’État en Géorgie », di Paul Labarique, Réseau Voltaire, 7 gennaio 2004; « Coups de maîtres sur l’échiquier géorgien », Réseau Voltaire, 19 marzo 2004.
[5] “United States-Ukraine Charter on Strategic Partnership”, State Department, 19 December, 2008.



Fonte: http://www.voltairenet.org/article183578.html
Tratto da: http://spondasud.it/2014/05/come-nato-sta-assorbendo-progressivamente-lucraina-951.
Traduzione italiana per Sponda Sud: Carla Melis

7 novembre 2008

L’agenda di pace per Obama

Un nuovo inizio?
di Johan Galtung




Un nuovo inizio?
Sì, lo è. La barriera razziale infranta, il referendum sul 43° presidente USA George W. Bush stravinto, ci sarà un cambiamento essenziale nell’immagine USA in tutto il mondo. Alla gente in giro per il mondo piace amare gli USA, verruche comprese. Bush l’ha reso impossibile per quasi tutti, Obama lo rende facile, naturale. La vittoria più massiccia per un candidato democratico dal 1964, una valanga di voti, un Paese con un solo partito; presidenza, senato, camera dei rappresentanti, uniti. La strada è aperta.
Bene, può essere un Nuovo Inizio: può non esserlo. La politica estera di Obama non è anti-imperiale, se lo fosse stata, avrebbe vinto McCain. Ramon Lopez-Reyes (lop-rey.zop-hi@worldnet.att.net), psicoanalista freudiano e junghiano con una profonda comprensione culturale del mondo, nonché tenente-colonnello in pensione con tre anni in Vietnam che deplora vivamente, vede McCain come un’incarnazione dell’archetipo dell’eroe-guerriero, con un disturbo post-traumatico da stress. Un uomo molto pericoloso. L’elezione aveva a che fare con la funzione di amministratore del morente impero USA e, nelle parole di T.S.Eliot “E’ questo il modo in cui finisce il mondo. Non già con un botto ma con un gemito.”. McCain l’avrebbe finito in un botto, forse perfino nucleare.
Obama lo farà in un gemito. Impersona molto di quanto il mondo spererebbe da un presidente mondiale. Il mondo gli regalerà una luna di miele, forse un centinaio di giorni dall’insediamento del prossimo 20 gennaio. Ma se lo vedrà percorrere in sostanza le stesse piste calpestate dal suo predecessore non ci sarà carisma a salvarlo. Ci sarà delusione e sarcasmo da tutte le parti e la sua mancata gestione della caduta accelererà garbatamente il processo. E qui Lopez-Reyes lo vedrebbe come un alchimista che tenta di produrre oro in un laboratorio di cui non ha né comando né comprensione.
Si erge contro le forze dei trattati segreti, le scoperte segrete provenienti dalla comunità dei servizi segreti, i complessi militari-industriali, le grandi aziende USA e – lo spettro oscuro – l’effettiva minaccia di assassinio. John F. Kennedy. Martin Luther King Jr.
Eppure ci sono possibilità, nonostante i suoi consiglieri, la vecchia banda di Buffet, Powell, Summers, Brzezinski. La posizione di Obama sull’Afghanistan assomiglia all’analisi di Brzezinski del grande gioco di scacchi, ispirato alla geopolitica di un secolo fa di McKinder, che considera l’Asia Centrale cruciale per il controllo del mondo – visione che ha affascinato parecchi presidenti USA.
Vedere l’Afghanistan come centro del “terrorismo” è sbagliato; può esserlo per la resistenza musulmana in Cecenia e Kashmir, ma non per i musulmani dei 25 e più paesi calpestati dall’Occidente nell’ultimo secolo. Il comunismo ha potuto cedere alla realtà e implodere, incapace di superare il distacco fra mito e realtà. Ma l’Islam, come il cristianesimo ha un patto con forze divine, messe alla prova non nella realtà sociale ma nelle anime dei devoti. Non ci sarà mai alcuna capitolazione. La guerra è invincibile, non valgono un paio di brigate in più, i paesi europei sono arcistufi di tutta questa faccenda e hanno sempre più l’impressione, come gli svizzeri quando si sono ritirati nel marzo scorso, di essere stati invitati a un mantenimento della pace che è risultato essere un’imposizione della pace, nulla meno che una guerra. Un miliardo supplementare di dollari all’anno in assistenza non-militare a Kabul-Karzai alimenterà la corruzione. E per quanto riguarda il tentativo di dividere i talebani quando sono tutti compatti contro la secolarizzazione, potrà essere possibile solo se gli USA si ritireranno del tutto.
La sua politica sul Medio Oriente congela l’incontenibile. Il sostegno a Georgia e Ucraina come membri NATO rilancia una seconda guerra fredda. E in Medio Oriente: la sicurezza di Israele non è negoziabile, ma passa attraverso una pace equa con tutti i vicini. I quali sono pronti.
Qualche via d’uscita? Sì, ce n’è una: negoziati segreti, dai quali si esce con un accordo già fatto. Obama sembra disposto a parlare senza precondizioni e si avvantaggerebbe mollando i suoi consiglieri a Washington. C’è in Obama qualcosa di nuovo, fresco, quanto mai necessario al mondo. Potrebbe semplicemente capire che per risolvere un conflitto ci deve essere uno scambio di qualcosa (tit for tat), come ritirare missili dalla Turchia in cambio della stessa operazione da parte dell’URSS a Cuba. Esigere che tutti gli altri recedano in cambio di nulla è Impero. E la magia non c’è più.
Vada in Corea del Nord offrendo un trattato di pace, relazioni diplomatiche, una normalizzazione, non limitarsi a toglierli dall’elenco dei “terroristi”, anzi abbandonare quello stupido vocabolario. Il problema nucleare sparirà. Come succederà in Iran, se presenterà le scuse per il colpo di stato della CIA e del M16 [servizio segreto britannico, ndt] del 1953 contro Mossadeq, primo ministro legalmente eletto. Ripari il passato. Riconosca gli errori, in cambio di soluzioni verificabili. Orientamento alle soluzioni, non alla guerra.
Per il Medio Oriente, parli con Hiz-bullāh, Hamas, la Siria. Sono disposti a riconoscere un Israele più modesto con confini fissi prossimi ai limiti del 4 giugno 1967 in cambio della fine dell’occupazione, possibilmente con una zona denuclearizzata in Medio Oriente.
Vada in Russia, rispetti le loro preoccupazioni, concordi una soluzione tipo Andorra per l’Ossetia del Sud e una federazione per l’Ucraina. Cessi l’espansione NATO in cambio dell’assenza militare russa nelle Americhe. Lasci che la Russia sia se stessa.
E mantenga la promessa dei 16 mesi in Iraq, con l’aggiunta di un’offerta generosa per la ricostruzione del paese dopo la sua devastazione, giungendo persino ad ammettendo che l’invasione del 2003 è stata un errore.
In breve, cerchi di cortocircuitare le solite insidie dell’Impero. E gli USA ne guadagneranno enormemente sia a livello globale sia internamente.
Tenga però solo presente: Cambiare, Sì lo possiamo fare! (Change, YES, WE CAN!)

Articolo originale: 4 November: A New Beginning?
http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=366
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis (con piccole revisioni di Megachip)
http://www.cssr-pas.org/portal/2008/11/4-novembre-2008-un-nuovo-inizio-johan-galtung/


* Johan Galtung (Oslo, 1930) sociologo e matematico, ha fondato nel 1959 l'International Peace Research Institute e la rete “Transcend” per la risoluzione dei conflitti. È uno dei padri della “peace research”. Svariate istituzioni internazionali si sono rivolte a lui per consulenze in materia di mediazioni di conflitti. È autore di un centinaio di libri e migliaia di articoli.

22 settembre 2008

Ron Paul e la crisi finanziaria: una voce ragionevole

di Pino Cabras






Mi capita di insistere molto su questo punto: gli eventi ai quali assistiamo non sono chissà che di imprevedibile.
Non era imprevedibile la riaffermazione del ruolo globale della Russia (di cui tutti si sono accorti ad agosto). Bastava guardare senza pregiudizi e senza retorica a quel che succedeva a Mosca.
Non era imprevedibile la catastrofe finanziaria che ha trasformato in pochi giorni la fisionomia del capitalismo americano (di cui si è avuta l'eclatante percezione a settembre). Uno shock che trasformerà profondamente anche la nostra vita nei prossimi anni. Anche qui, bastava leggere alcuni dati di fondo, ampiamente disponibili per chi doveva valutarli.
Nel giro di un mese vediamo già segnato il profilo di questo 2008, un anno da ricordare.
Eppure la data è solo un punto di rottura. Il fatto è che i mass-media e le classi dirigenti non hanno parlato ai popoli degli scricchiolii inequivocabili che pure udivano per tempo (e da tempo). Troppe convenienze, calcoli a breve termine, temporeggiamenti, complicità: non emergeva la verità dei cambiamenti necessari.
Sulle voci dissonanti veniva messa la sordina. Una di queste voci è quella del parlamentare repubblicano statunitense Ron Paul. Lo seguo con interesse da un bel po' di tempo. Il "meltdown finanziario" lo aveva ampiamente previsto, tanto che lo dichiarava durante la sua campagna alle primarie in qualità di candidato alla presidenza. Raccoglieva folle nelle città, interesse in internet, finanziamenti crescenti, mentre diceva - in tempi non sospetti - che saremmo arrivati a quel che poi tutti quanti abbiamo visto. La grande stampa e i grandi network TV, il centro dell'agorà politica, facevano di tutto per non citarlo mai, per espellerlo sostanzialmente dal centro del dibattito, perfino quando prendeva il quadruplo dei voti del pompatissimo Rudolph Giuliani e surclassava Mike Huckabee.
Oggi Ron Paul viene un po' riscoperto, anche perché è uno dei pochi a dire cose interessanti in mezzo allo smarrimento che sorge accanto al Grande Baratro del nuovo 1929.
Paul dice qualcosa di molto più interessante e più saggio di quanto dicano Bush, McCain e lo stesso Obama, assorbiti dal ruolo e dalle parole di un tipo di presidente che ormai appartiene al passato, mentre servono riforme che richiedono un coraggio inaudito e una visione dei problemi da grandi svolte.
Sono poco più di sette minuti, ma l'intervista alla CNN di Wolf Blitzer a Ron Paul parla di scenari economici - e militari - oggi quasi impensabili, ma di cui sentiremo ancora parlare.