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21 marzo 2017

Il MES ormai dietro l'angolo

di Alberto Micalizzi.


Due giorni fa il Sole24Ore ha riportato la notizia che Popolare Vicenza e Veneto Banca hanno inviato una lettera al Ministero dell’Economia e delle Finanze ed alla BCE per richiedere l’applicazione della ricapitalizzazione preventiva, già applicata lo scorso Dicembre al Monte dei Paschi (“Popolare Vicenza e Veneto Banca chiedono l’aiuto di Stato”).
Si tratta della forma più morbida di gestione di una crisi bancaria, applicabile solo a certe condizioni, senza le quali occorre procedere con il Bail-in. La ricapitalizzazione preventiva è stata introdotta dalla stessa direttiva europea che regolamenta il Bail-in ed è finalizzata alla ricostituzione del capitale della banca. In particolare, si basa sull’intervento dello Stato prima che la situazione diventi critica tant’è che per potervi accedere la banca deve essere solvibile, criterio tutt’altro che oggettivo. Lo Stato italiano, in questo caso, può intervenire direttamente o tramite la Cassa Depositi e Prestiti. Con la ricapitalizzazione preventiva l’onere del salvataggio ricade dunque sugli azionisti, che vengono diluiti, sugli obbligazionisti subordinati e certamente sulla collettività ma non sui correntisti.
Nel caso di Popolare Vicenza e Veneto Banca si parla di una necessità di ricapitalizzazione fino a €5 miliardi. Ciò dipenderà anche dall’esito del progetto di fusione che le due banche stanno studiando, che però è ostacolato sia dalla BCE che dall’agenzia di rating Fitch, a processo a Trani per manipolazione di mercato, che lo scorso Venerdì ha tagliato il rating della Popolare di Vicenza.
Laddove la banca non sia ritenuta solvibile, si dovrebbe optare per la forma di salvataggio più drastica, quella del Bail-in, che espande il perimetro di inclusione dei soggetti che contribuiscono alle perdite, arrivando a toccare i correntisti con depositi maggiori di €100.000, oltre naturalmente agli azionisti e a tutti gli obbligazionisti della banca.
Ma cosa succede se lo Stato non avesse i mezzi necessari per intervenire, né per una ricapitalizzazione preventiva né per un Bail-in? Si aprirebbe la terza via, quella del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).
Avevo ammonito circa questo rischio durante l’intervista a Pandora TV del Gennaio 2017 (“L’intrigo Politico del MES – Parte 2”) nella quale facevo notare che sinora il MES ha eseguito 5 interventi su Stati dell’Eurozona ma mai interventi diretti su banche, che sono tuttavia ampiamente previsti dal regolamento istitutivo il MES.
Rimandando al mio articolo introduttivo sul MES (“Pronto il MES per commissariarci: alzare gli scudi – Parte 1) mi limito qui a ricordare che il MES non è un “meccanismo” ma un vero e proprio fondo che ha la veste di organizzazione intergovernativa (sul modello FMI) embrione del primo governo direttamente espressione di organismi internazionali. Raccoglie contributi da parte degli Stati (l’Italia si impegna con €125 miliardi) ma interviene prestando denari ai Paesi sottoscrittori a fronte dell’accettazione di programmi di governo prestabiliti. In poche parole, a fronte del commissariamento del Paese richiedente.
Se leggiamo i criteri di ammissibilità al programma MES che riguardano specificamente le banche, apprendiamo che uno Stato può accedere al MES a 3 condizioni: i) non essere in grado di gestire la situazione con risorse dei privati; ii) non essere in grado di intervenire con finanze pubbliche senza compromettere la stabilità finanziaria; iii) la banca deve essere di rilevanza sistemica o porre rischi alla stabilità finanziaria dell’area Euro.
Ove ricorrano queste condizioni, lo Stato italiano dovrà impegnarsi ad applicare un programma di riforme stabilito dal MES che riguardano misure di taglio alla spesa pubblica, privatizzazione e incremento di imposte e tasse, oltre a riforme a favore della ricapitalizzazione del settore bancario (tradotto letteralmente dal sito del MES).
Qual è la probabilità che si finisca nella rete del MES? Direi piuttosto alta, considerando che con Popolare Vicenza e Veneto Banca sono già tre le banche che entrano nella ricapitalizzazione preventiva, ma ce ne sono almeno un ventina in condizioni di simile sotto-capitalizzazione.
A ciò aggiungerei i circa €330 miliardi di crediti incagliati nei bilanci delle banche italiane, iscritti mediamente al 41% del valore nominale, che con elevata probabilità saranno ceduti a prezzi inferiori ai valori di bilancio, generando ulteriori ammanchi di capitale che richiederanno ulteriori interventi di ricapitalizzazione (vedi mio articolo Si orchestra la svendita di 330 miliardi di crediti bancari: bad bank/good profit”).
D’ora in avanti, se non mettiamo mano seriamente e rapidamente ad un piano urgente di rilancio dell’economia, dovremo abituarci a convivere con il MES benché, a pensarci bene, qualcuno dirà che non sarà poi così traumatico dato che con governi non eletti che stanno distruggendo l’economia nazionale abbiamo a che fare ormai da anni.
Non abbiamo però molto tempo. Dobbiamo aprire subito una fase di transizione basata su un piano giuridico ed economico attuabile in breve tempo (vedi mio articoloLe basi economiche di un New Deal italiano”) e soprattutto occorre: 1) convertire la Cassa Depositi e Prestiti in una vera banca pubblica, visto che è essenziale per il salvataggio delle banche commerciali; ed 2) istituire una bad bank pubblica per le sofferenze bancarie gestita dal Tesoro, visto che è comunque lo Stato a dover intervenire sul capitale delle banche. Solo così potremo schivare il MES e ridare fiato ad un’azione più ampia di ricostruzione di sovranità politica ed economica.


21 settembre 2015

Tsipras e la democrazia Formula Uno

di Pino Cabras.
da Megachip.

Il grande frullatore delle immagini gioca con il Caso, con risultati sorprendenti: oggi mescola le bandiere rosse della Ferrari che festeggiano la vittoria di Sebastian Vettel assieme alle bandiere rosse che ondeggiano per celebrare la vittoria di Alexis Tsipras alle elezioni greche. 
Mondi lontanissimi, la Formula Uno e la politica europea del 2015, ma non privi di analogie.
Ho seguito distrattamente il Gran Premio, ma l'amico Emilio, che l'ha guardato con più attenzione, pronuncia una requisitoria durissima:
«Che senso ha guardare la Formula Uno oggi? Nessuna sfida epica tra piloti in pista, solo una patetica finzione, un baraccone circense di bolidi rombanti esibiti pateticamente in giro per il mondo come animali feroci che non mordono, che verrebbe voglia di liberare nella savana delle celesti piste del cielo. È la negazione dello sport. Vale la pena annoiarsi per due ore guardando una sfilata di macchine potentissime che non si sorpassano in pista ma nelle soste obbligatorie ai box, quindi fuori dal terreno della contesa, in cui la prestazione del pilota conta meno della velocità dei meccanici a fare il pieno di carburante e cambiare le gomme? Che corsa automobilistica è quella in cui un vantaggio di molti secondi viene vanificato dalla Safety Car che entra e azzera tutto? Ero rimasto ai tempi in cui era il pilota a fare la differenza e non la supertecnologia, che mette qualsiasi normale automobilista in condizione di sembrare un campione, che se anche fosse un campione non si noterebbe. Le macchine vanno da sole con il computer di bordo che pensa a tutto, i piloti sono sagome di cartone o omini telecomandati da giocatori di playstation esterni alla gara, i sorpassi non si fanno in pista ma dai box, i distacchi accumulati grazie a una condotta di gara efficace e vincente possono essere azzerati per un banalissimo incidente (a volte casuale, a volte no) tra due macchine venti posizioni dietro. La Formula Uno è uno sport in cui tutto avviene ed è deciso fuori dal circuito, in cui i protagonisti – quelli che guidano − non contano un bel niente.»
Emilio ha ragione. La sua analisi è talmente affilata da fendere ogni parete tra generi televisivi e argomenti umani. Taglia il rosso Ferrari e il rosso Syriza per ricombinarlo in un miscuglio di nuove percezioni.

A gennaio lasciavo molto più spazio a fiducia e speranza in ciò che definivo il Laboratorio Greco. Rileggendo quelle analisi, era già perfettamente chiaro che l'Europa in realtà era il «regime europeo», cioè «un regime che ha portato alle estreme conseguenze i difetti sempre più odiosi e antidemocratici della costruzione comunitaria e ha imposto le disfunzioni permanenti dell'euro, una moneta "che non dovrebbe esistere", (come ha scritto finanche il servizio studi del colosso bancario svizzero UBS), e che impone anche notevoli costi per un'eventuale uscita». Ed era altrettanto chiaro che la sfida della nuova classe dirigente greca era immediatamente proibitiva, perché tutti i rapporti di forza finanziari, economici, diplomatici e militari erano radicalmente sfavorevoli. Infatti quei rapporti di forza hanno visto vincere il "regime europeo", più forte di ogni altra pressione, di ogni istanza popolare, e anche del referendum greco che invano aveva espresso il No del popolo ai crimini economici della troika.
La condanna di Emilio per la Formula Uno ha un'eco per la democrazia europea di oggi. Può essersi trasferita nei pensieri degli elettori greci che non sono andati a votare (mai così tanti astenuti) e pronti a parafrasare con altrettanta affilatezza l'analisi:
«Che senso ha votare nella Grecia oggi? Nessuna sfida epica tra politici in campo, solo una patetica finzione, un baraccone circense di promesse roboanti esibite pateticamente in giro per il Paese come animali feroci che non mordono, che verrebbe voglia di liberare in cima all'Olimpo. È la negazione della democrazia. Vale la pena appassionarsi assistendo a una sfilata di programmi potenti che non prevalgono nell'urna ma nelle riunioni obbligatorie a Bruxelles, quindi fuori dal terreno della contesa, in cui la capacità del politico conta meno della velocità degli eurocrati a far crollare le banche e ricattare il sistema? Che democrazia libera è quella in cui un vantaggio elettorale viene vanificato dalla BCE che entra e azzera tutto? Ero rimasto ai tempi in cui era lo statista a fare la differenza e non la grande finanza, che mette qualsiasi normale capoccione europeo in condizione di sembrare onnipotente, che se anche fosse onnipotente non si noterebbe. I partiti a un certo punto vanno da soli con il pilota automatico che pensa a tutto, i politici sono sagome di cartone o omini telecomandati da giocatori di playstation esterni alla gara, i rapporti di forza veri non sono nelle urne elettorali ma nei comandi digitali che aggiungono zeri nei conti correnti, la forza del consenso accumulato grazie a una politica di efficace attenzione al popolo può essere azzerata in due notti. La democrazia è ormai un regime politico in cui tutto avviene ed è deciso fuori dal circuito, in cui i protagonisti – quelli che "guidano"  il Paese − non contano un bel niente.»
Così, le percentuali dei voti sono rimaste più o meno quelle di gennaio, ma con molti meno votanti, meno entusiasmo, una Grecia malata, un'Europa in crisi verticale di legittimità di fronte ai collassi che si accumulano alle sue porte, molti dei quali hanno le tinte della guerra.

C'è speranza di cambiare?

Così come per la competizione automobilistica non è detto che tutto rimanga nello schema della Formula Uno, anche per la politica europea non è detto che tutto rimanga così com'è. 
Il voto per Tsipras, nonostante l'enorme differenza del suo programma attuale rispetto a quello di gennaio scorso, reca ancora il segno della speranza di allora, tanto è vero che gli elettori non sono stati minimamente attratti dal partito formatosi a sinistra di Syriza. Quegli elettori sperano in cambiamenti nei rapporti di forza per ottenere condizioni migliori. Non discuto se si tratti di un'illusione, molto probabilmente lo è. Ma noto che ancora sono in tanti a volere un soggetto organizzato che faccia politica per cambiare il modo di decidere. In altre parole, quello per Tsipras, perfino quando si fa garante dei memorandum europoidi, non è un mandato per lo status quo bensì per provare a cambiare politica.

In Europa si presentano ovunque formazioni politiche che sfidano la dittatura europea. La differenza rispetto a qualche mese fa, in piena crisi dei migranti, è che l'Europa non ha più da opporre l'alibi del "sogno europeo" (ci crede solo la Boldrini, ormai), mentre aumentano le forze politiche in grado di allearsi per far sprofondare l'attuale sistema di governance continentale. 
Ci saranno altre sfide ancora. Vedremo se cambiano i rapporti di forza. Che ne dici, Emilio?
«Mille volte meglio la MotoGP, in cui ancora si gareggia dentro la pista ed è ancora il pilota che guida la moto», mi risponde, descrivendomi un'alternativa già disponbile, un Piano B. Giusto. L'unico problema è che la Formula Uno di Merkel & C. è l'unica gara consentita. E il Piano B è ancora da costruire. E la moto di Varoufakis è ancora ai box.

 

11 luglio 2015

La Grecia nella meccanica bruta dei rapporti di forza

di Pino Cabras.
da Megachip.

Riflessioni su quel che si prepara per la Grecia, in un passaggio storico drammatico durante la crisi definitiva del 'sogno' europeo 



Vi proponiamo alcune riflessioni in ordine sparso su quel che si prepara per la Grecia, in dirittura d'arrivo verso un passaggio storico drammatico: non il primo e non l'ultimo di questa tempesta che segna già la crisi definitiva della narrazione sul costrutto europeo così come è giunta fino ad oggi. Il re è nudo. L'incubo europeo ha terminato le sue riserve di soft power che volevano venderlo come un sogno. Sarà che a Berlino non ci hanno mai saputo fare granché con il soft power. 
Vi proponiamo tre letture di questo importante momento.
Marcello FoaGiuseppe Masala e Giulietto Chiesa ragionano della vicenda da tre diverse angolazioni: l'irriformabilità dell'attuale ordine istituzionale dell'Unione europea, l'enorme fuggevolezza dei risultati e delle visioni degli attori della tragedia greca del XXI secolo, l'incomprensione delle difficoltà strategiche immani toccate in sorte ad Alexis Tsipras in un contesto in cui il potere eurocratico ha i mezzi per strozzare e sopraffare un'intera economia.
rapporti di forza agiscono ormai senza diluizioni, senza veli, con atti di meccanica bruta, come in guerra.
La differenza fra una resa totale di Atene e un compromesso passa attraverso un elemento: la presenza o meno di un consistente taglio del debito nell'accordo finale in queste prossime ore.
La mia previsione è che il taglio del debito greco , una parziale remissione, si farà. 
Tsipras non rientrerà ad Atene a mani vuote. Questo non significa che abbia già ottenuto il via libera a una piena e sovrana gestione della politica economica del suo paese (siamo ancora dentro il paradigma assurdo dell'austerity: sia i debitori che i creditori avrebbero così "comprato tempo" pagando un prezzo, senza però risolvere i nodi di fondo). Dalle interpretazioni delle manovre di questi giorni deduciamo che gli USA, nel loro classico "leading from behind", abbiano imposto alla Germania di impegnarsi per non far andare via la Grecia dal campo della NATO, cosa che sarebbe per Washington una catastrofe geostrategica. Si apriranno nuovi giochi e nuovi scenari, per chi vorrà cogliere le occasioni della storia. Ma tutto si giocherà in un tempo politico estremamente breve in cui nulla sarà "a bocce ferme" e in cui una pistola sarà sempre sulla tempia dei governanti greci (e anche sulla tempia di milioni di europei).
Se non ci sarà taglio del debito (lo scopriremo in poche ore) la crisi della democrazia europea entrerà in una sorta di avvitamento, e dovremo aggiornare in modo drammatico le analisi.
Mi viene in mente la frase dell'avvocato Gavin D'Amato, impersonato da Danny De Vito nella Guerra dei Roses: «in un divorzio non c'è vittoria, solo diverse gradazioni di sconfitta». In questo caso non c'è nemmeno una legge che regoli il divorzio fra la Grecia e l'Euro. Nessuno purtroppo è in grado di assicurare che qualsiasi scelta fatta ora possa garantire una meta certa e vittoriosa. Dobbiamo dunque ragionare sulla gradazione della sconfitta. Questo continente, il continente che ha innescato due guerre mondiali e con delle guerre già in corso, ha davvero poco tempo per riflettere e agire per la propria salvezza.

Buona lettura!


Accordo Grecia: avete capito che l'Unione europea non è riformabile?

di Marcello Foa.

Che cosa resterà della crisi greca, considerato che l'epilogo sembra ormai segnato, salvo sorprese dell'ultimo minuto? Di positivo la capacità di reazione di un popolo. Ilno degli elettori, lo scorso week-end, è stato un no a un'idea di Europa basata sull'austerity, sui vincoli assurdi della moneta unica, su un concetto non democratico e verticistico dell'Unione. Il fatto che oltre il 60% di un popolo si sia espresso con tanta convinzione rappresenta un segnale di malcontento profondo e non eludibile; significa che la coscienza critica dei popoli europei non è sopita e che il Dna democratico è ancora vigoroso e può essere contagioso. Da oggi, come già osservato, la Lega, il Movimento 5 Stelle, Podemos, la Le Pen e, fuori dalla zona euro, lo Ukip di Farage e altri movimenti poco noti, ricevono una spinta propulsiva e vitalizzante i cui effetti si manifesteranno nei mesi a venire.
Purtroppo l'epilogo della splendida rivolta greca non è all'altezza delle aspettative. L'accordo che si sta perfezionando non è molto diverso da quello che è stato respinto alle urne. Tsipras può vantare nuovi aiuti e la verosimile ristrutturazione di una parte del debito, ma i nodi restano intatti e, come ha giustamente osservato Alberto Bagnairiesploderanno nei prossimi mesi. Atene ha preso soltanto tempo.
E allora perché quest'esito gattopardesco? Le ragioni sono due.
La prima: a imporre la «pax greca» sono stati gli Stati Uniti, che dapprima hanno manovrato sotto traccia poi hanno fatto sentire la propria voce tramite il segretario al Tesoro. Gli Usa non possono permettere il grexit per le sue implicazioni strategiche; spingere la Grecia fuori dall'euro avrebbe significato consegnarla nelle braccia di Putin (vedi post), un'eventualità catastrofica per Washington tanto più in un periodo di forti tensioni in Ucraina. Ma Obama non può permettere il grexit perché il progetto dell'euro è fondamentale per la Casa Bianca, che lo ha sempre sostenuto dietro le quinte. Anzi, come è emerso dalla pubblicazione di alcuni documenti desecretati della Cia e del Dipartimento di Stato lo ha ispirato e guidato sin dall'inizio per il tramite dei padri fondatori del progetto europeo.
L'America ha picchiato i pugni sul tavolo sia con il governo greco che con gli europei. E le tensioni si sono sciolte nell'arco di poche ore.
La seconda ragione riguarda le illusioni di Tsipras, che è uno splendido capopopolo, un emozionante condottiero delle piazze e ha dato prova di notevole coraggio, ma non è uno statista. Si illudeva, Tsipras, di poter costringere l'Unione europea a rinnegare se stessa ovvero a gettare a mare 15 anni di politica economica repressiva e ad ascoltare improvvisamente le istanze di un popolo su base autenticamente democratica, come dovrebbe essere, ma come non è quasi mai stato in un'Unione Europea costruita dall'alto verso il basso e terrorizzata dal suffragio universale espresso tramite referendum.
Ora c'è la prova oltre ogni ragionevole dubbio: chi resta nell'euro deve continuare a prendere ordini dall'Unione europea e dalla Banca Centrale; deve sottomettersi all'austerity predicata dal Fondo monetario internazionale; dunque deve continuare a indebitarsi e a sprofondare nel circolo vizioso di una recessione senza fine e senza speranza.
Tsipras non aveva un piano B e non ha mai contemplato l'uscita dall'euro. L'esperienza dimostra, invece, che chi vuole davvero far ripartire l'economia del proprio Paese e sottrarsi al giogo della Troika non può illudersi e deve prepararsi, per tempo, all'unica soluzione realistica: l'uscita programmata - e non imposta - dalla moneta unica. Altre soluzioni non ce ne sono.




Crisi greca: hanno tutti perso la lucidità.

di Giuseppe Masala.

È evidente che si tratti di una situazione nella quale i protagonisti hanno perso totalmente la lucidità.
Alexis Tsipras sa che non ha tempo e sa che la Grecia è totalmente impreparata per il Grexit. Non escludo che abbia subito pressioni fortissime anche da Barack Obama, di quelle che non si possono rifiutare. Ora pare che Tsipras abbia accettato delle proposte concordate con François Hollande che gli spaccheranno il partito e che forse gli costeranno il governo, sempre che non accetti un governo di unità nazionale che ne decreterebbe comunque la fine politica.
Angela Merkel se boccia l'accordo facendo uscire la Grecia dall'euro verrà letteralmente scannata come una gallina da Obama, se accetta verrà scannata come una gallina dagli oltranzisti della CDU e degli altri partiti tedeschi capeggiati daWolfgang Stranamore Schäuble.
Mario Draghi non si capisce cosa farà lunedì in caso di accordo. Accetterà di allargare i cordoni della borsa della liquidità emergenziale quando il suo azionista di maggioranza Weidman ha già detto di no? Ha la maggioranza nel direttivo BCE? Credo di no. Intanto pare che le banche greche abbiano in cassa solo 750 milioni di euro. Lunedì finiscono tutto. Lunedì!
- Nel frattempo Moody's fa un report dove finalmente si dice quello che dico io da 15 giorni: "Accordo o non accordo qui bisogna trovare tra i 30 e i 40 miliardi di euro per una ricapitalizzazione delle banche greche". Sottolineo: ricapitalizzazione, non liquidità (quello è un altro tipo di problema che può risolvere la BCE. ricapitalizzare no, non può proprio farlo).
Insomma, è un casino quasi impossibile da risolvere anche per persone nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali. Che dire? Dubito che in questo momento i protagonisti queste facoltà le abbiano.
A me la situazione pare questa. Ormai, aggiungo che a scompigliare tutto c'è un altro fattore: il tempo. Non so se c'è tecnicamente il tempo...

Fonte: Facebook.


Waterboarding sulla Grecia

di Giulietto Chiesa.

PAROS (Grecia) - Lo rivelò Varoufakis. Adesso lo stanno accelerando. Di fatto stanno facendo crollare il sistema bancario. Nessuno può più comprare niente. Cioè non può più vendere niente. Chiudono i distributori di benzina. I negozi. I ristoranti. Figurarsi cosa succede alle altre attività produttive. Può permettersi di sopravvivere, ma per poco, solo chi aveva i soldi nel materasso. L'UE è un'organizzazione mafiosa. Come previsto puntano al peggio. Schäuble disse a Tsipras: "quanto volete per uscire dall'euro?"
Cioè ci sono due strategie: quella dei tedeschi, che vogliono la Grecia fuori. E quella di Wall Street (cioè di Obama) che vuole la Grecia dentro (ma solo perché teme che finisca in braccio a Putin).
Dal punto di vista tedesco, meglio fuori una Grecia che si ribella e dentro tutti quelli che chinano il capo. In fondo il debito greco è poca cosa rispetto alla sterminata massa di derivati della Deutsche Bank. Il potere è più importante del denaro. In ogni caso poi la Grecia possono ricondurla all'ovile dopo averla strangolata. Così se la mangiano tutta privatizzandola.
Certo, c'è chi insiste: "i ristoranti son pieni,i supermarket stracolmi di ogni mercanzia...turisti a fiumi, e senza restrizioni di sorta...". Falso. Tutto questo riguarda i turisti stranieri. Ma oggi uno dei due distributori di Antiparos (Cicladi) è stato chiuso per mancanza di benzina. Chi voleva comprarsi una radiolina si è sentito dire che non si può prenotare niente ad Atene, perché non inviano, essendo impossibili le transazioni bancarie. Se qualcuno dice che i greci vanno a comprare da mangiare, non mi stupisce. O pensa che debbano anche morire di fame? Anche in Italia i ristoranti sono pieni. Ma tutto il resto è vuoto. Anche noi viviamo con i risparmi. Fino a quando?
Sono in Grecia e riferisco quello che vedo, non quello che leggo. Le banche sono chiuse, non c'è denaro. Mi volete spiegare come fa un ristoratore e comprare il cibo per i suoi clienti con 60 euro al giorno? Se li aveva nel materasso userà quelli. Se non li aveva, abbassa la saracinesca. Inutile chiudere gli occhi. Stanno strozzando la Grecia. E possono strozzare chiunque osi mettere in discussione il loro potere. A meno che la gente non apra gli occhi.
Poi ci sono le mosche cocchiere. Chi, oggi, attacca Tsipras, favorisce le banche che strozzano la Grecia. Nessuno ha la qualifica per giudicare chi ha guidato, come ha potuto, questo processo di rinascita greca.
Tsipras sa meglio di tutti (e fino ad ora lo ha dimostrato, vincendo due confronti elettorali decisivi) quali sono i problemi del suo popolo. Chi parla di tradimento, oggi, non solo non sa valutare i rapporti di forza attuali. Non conosce né il nemico, né l'amico. Dunque invita alla sconfitta. La favorisce, la rende più facile.


Fonte: Facebook.



2 luglio 2015

Come il Pensiero Unico vuole la resa della Grecia

Crisi greca: l'ora delle manipolazioni orwelliane. Le lettere di Tsipras agli usurai: dimezzate dal Financial Times, tradotte male dal Corriere 
di Giuseppe Masala e Pino Cabras.
da Megachip.

La guerra alla Grecia di Tsipras, come tutte le guerre, si combatte prima sui media. Il gioco del cerino che vede impegnati in una serie di proposte e controproposte Bruxelles e Atene entra nella fase più importante dall’inizio della crisi. Più è alta la posta in gioco, più grande diventa la manipolazione.
Il messaggio parte dal centro del centro del potere, e tutti i media si adeguano, modellandosi sull'impronta iniziale. Il Financial Times, organo della City di Londra (e più in generale di tutta la comunità finanziaria globale) pubblica una lettera di Alexis Tsipras indirizzata alla Commissione Europea dove – a detta del giornale – il premier greco accetta quasi in toto le condizioni imposte dalla ex trojka (UE, BCE e FMI).
Ovunque i telegiornali e i siti dei quotidiani rilanciano e strillano la “resa” di Tsipras. Ma è davvero così?
Effettivamente nella missiva si parla di una quasi completa accettazione dei diktat della Trojka: aumento dell’IVA (tranne il regime agevolato presente nelle isole), riforma del mercato del lavoro da farsi entro questo autunno, riforma delle pensioni e inasprimenti fiscali che colpirebbero le imprese individuali e le imprese agricole. A vederla così appare come una oggettiva e completa capitolazione del Governo Tsipras, una vera e propria Caporetto in salsa ellenica. Infatti, sulla scorta di queste notizie, i mercati finanziari si lanciano in un rally molto forte sperando che si confermi la disfatta dei PIGS più porci di tutti, dannati maiali-cicala che non baciano i piedi di Juncker, Draghi, Lagarde e nemmeno di Merkel.
Quasi nessuno spiega che Tsipras di lettere ne ha scritte non una ma due. La n.1 è quella che abbiamo detto, indirizzata ai capoccia della trojka. La n.2 si rivolge al presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, il bellimbusto vampiresco che presiede pure al Meccanismo europeo di stabilità  (ESM- European Stability Mechanism), detto anche Fondo salva-Stati.
Nessuno legge davvero bene la lettera pubblicata dal Financial Times (e ripresa da tutta la stampa mondiale (Lettera n. 1). Se la si legge bene, si nota che l’accettazione delle richieste della trojka è subordinata all’accettazione della Lettera n. 2, anch'essa spedita il 30 Giugno, che prevede la “ristrutturazione e riprofilazione” (taglio e modifica delle scadenze) del vecchio debito con il fondo comunitario e l’accensione di un nuovo debito biennale con il fondo comunitario “Salva Stati”.
Come come?
Ma allora la notizia vera era un'altra: il governo Tsipras è disponibile ad accettare quasi integralmente le condizioni della trojka purché la trojka si sottoponga per la prima volta a uno spettacolare cedimento. Mentre la propaganda strombazza la “resa” di Tsipras e Varoufakis, e sparge la voce che vogliano addirittura annullare il referendum, nessuno si accorge che la lettera n.1 dice che l’accordo con i creditori si fa solo se si accettano gli emendamenti proposti e se si fa un nuovo accordo con l’ESM nei termini esposti nella lettera N.2. In questa seconda lettera si chiede una cosa enorme: la ristrutturazione del debito. Non è una lettera, è un macigno.

I governanti greci richiedono che i creditori accettino la ristrutturazione e il riscadenzamento del vecchio prestito EFSM e che gradiscano che il nuovo piano di salvataggio sia fatto dal solo fondo ESM.
Attenzione, perché anche questa è una novità: si tratterebbe di escludere dal nuovo meccanismo d’intesa le due istituzioni più oltranziste e più segnate da un’ottusa ideologia neoliberista, ossia la Banca Centrale Europea del venerabile maestro Mario Draghi e il Fondo Monetario Internazionale (e washingtoniano) della venerabile maestra Christine Lagarde. Per trattare, bisogna prima immobilizzare sicari, cecchini e vampiri, altro che resa.

Insomma, a essere buoni la notizia è stata interpretata in maniera del tutto fuorviante.
Nella peggiore delle ipotesi siamo invece autorizzati a “pensar male”: può darsi che quelli del Financial Times siano stati traditi da un eccesso di zelo nello scodinzolare davanti agli interessi del proprio “pubblico di riferimento” (la comunità finanziaria internazionale), ma può anche darsi che la velina sia stata inviata al giornale (con relativa interpretazione depistata) da una manina interessata di Bruxelles. Poi per le redazioni è difficile resistere alla corrente. Sai, lo dice il Financial Times... 
E una volta creata questa cornice, nemmeno le sacrosante smentite del governo greco frenano il conformismo dei media.
Si sta facendo di tutto per influenzare l’esito del referendum di domenica con una spietata guerra psicologica, facendo passare l’idea di un governo ellenico ormai in ginocchio di fronte alla trojka.
Non basta. Alla periferia dell'impero mediatico, ci siamo accorti di una grave manipolazione da parte del più prestigioso quotidiano italiano. Che ti fa il Corriere della Sera? Traduce la lettera pubblicata dal Financial Times (la lettera n.1), ma non cita né tanto meno traduce la Lettera n. 2, alla quale la prima vuole fare riferimento. E che ci sia una manipolazione, lo vediamo da un dettaglio decisivo. Mentre il resto della Lettera n. 1 è tradotto in modo impeccabile, nel testo viene alterato astutamente il riferimento alla Lettera N.2.

L'originale dice:
«The Hellenic Republic is prepared to accept this Staff Level Agreement subject to the following amendments, additions or clarifications, as part of an extension of the expiring EFSF program and the new new ESM Loan Agreement for which a request was submitted today, Tuesday June 30th 2015».

La nostra traduzione è:
«La Repubblica Ellenica è pronta ad accettare questo accordo a livello tecnico in conformità alle seguenti modifiche, aggiunte o chiarimenti relativi al programma EFSF in scadenza e al nuovo Accordo di Prestito del Meccanismo Europeo di Stabilità per il quale oggi 30 giugno 2015 è stata sottoposta una richiesta».

Il Corriere traduce invece così:
«La Grecia è pronta ad accettare questo accordo fatte salve le seguenti modifiche, aggiunte o chiarimenti sul programma in scadenza EFSF e il nuovo ESM per il quale era atteso un accordo entro il 30 giugno.»

La differenza salta agli occhi. Nella Lettera n.1 Tsipras fa riferimento a un documento preciso, una proposta certa. Dice in sostanza: quella lettera GIÀ SPEDITA è parte integrante della nostra proposta. Ed è la proposta della ristrutturazione del debito. Il Corriere la fa sparire. Ed ecco la presunta resa.

I fatti poi si incaricano di sgonfiare le ipotesi strampalate, a partire dall'annullamento della consultazione referendaria (ben al contrario, Tsipras è andato in TV a chiedere di votare NO con forza), intanto che i tabù rigoristi di Merkel e Schäuble dettano la linea europea, giù giù fino ai patetici tweet di Matteo Renzi.

Probabilmente in questi giorni assisteremo anche ad altri “colpi di scena” dall’intento manipolatorio di stampo orwelliano. 
Poi, finalmente, domenica parleranno le urne. E di fronte alla volontà del popolo greco nessuno potrà mentire.



22 novembre 2011

Noiosi Romantici Crudeli

di Paul Krugman - «New York Times.»

C'è una parola che ultimamente sento di continuo: “tecnocrate”. A volte viene usata come un termine di disprezzo: i creatori dell’euro, ci si dice, erano tecnocrati che non sono riusciti a tenere in conto i fattori umani e culturali. A volte è invece un termine elogiativo: i novelli primi ministri di Grecia e Italia sono descritti come tecnocrati che si eleveranno al di sopra della politica per fare quel che deve essere fatto.  Un attimo. Io lo so bene chi sono i tecnocrati; a volte ho ricoperto anch’io quel ruolo. E queste persone - le persone che hanno costretto l’Europa ad adottare una moneta comune, le persone che stanno costringendo sia l’Europa sia gli Stati Uniti all’austerità - non sono affatto tecnocrati. Sono, invece, dei romantici profondamente privi di senso pratico.
Essi sono, per essere precisi, una razza particolarmente noiosa di romantici, che si esprimono con una prosa altisonante anziché in poesia. E le cose che chiedono in base alle loro visioni romantiche sono spesso crudeli, al punto da implicare sacrifici esorbitanti a carico di lavoratori e famiglie comuni. Ma resta il fatto che quelle visioni sono guidate da sogni sul modo in cui le cose dovrebbero essere, anziché da una valutazione fredda delle cose così come sono realmente.
E per salvare l'economia mondiale, dobbiamo rovesciare questi pericolosi romantici dai loro piedistalli.
Cominciamo con la creazione dell'euro. Se pensate che questo fosse un progetto guidato da un calcolo accurato dei costi e dei benefici, siete stati male informati.
La verità è che il cammino dell’Europa verso una moneta unica è stato, fin dall'inizio, un progetto dubbio privo di una qualche analisi economica oggettiva. Le economie del continente erano troppo diverse per funzionare senza problemi con una politica monetaria unica e buona per tutti, troppo esposte alla probabilità che si verificassero "shock asimmetrici", in cui alcuni paesi crollavano, mentre altri andavano in boom. E a differenza degli Stati Uniti, i paesi europei non facevano parte di una singola nazione con un bilancio unificato e un mercato del lavoro tenuto insieme da una lingua comune.
Perché allora questi "tecnocrati" hanno spinto così fortemente per l'euro, ignorando i molti avvertimenti degli economisti? In parte era il sogno dell'unificazione europea, che l’élite del continente trovava talmente allettante che i suoi esponenti scartavano via le obiezioni pratiche. E in parte è stato un atto di fede economica, la speranza - guidata dalla volontà di credere, nonostante le ampie prove del contrario - che tutto avrebbe funzionato fin quando le nazioni avessero praticato le virtù vittoriane della stabilità dei prezzi e della prudenza fiscale.
Triste a dirsi, le cose non hanno funzionato come promesso. Ma invece che adattarsi alla realtà, quei presunti tecnocrati andavano a raddoppiare la posta: insistendo, ad esempio, sul fatto che la Grecia potesse evitare il default attraverso un’austerità spietata, mentre chiunque sapesse davvero fare i conti era consapevole di soluzioni migliori.
Lasciatemi mettere in evidenza, in particolare, la Banca centrale europea (BCE), che pure dovrebbe essere l'istituzione tecnocratica definitiva, e che è si è fatta notare parecchio per rifugiarsi nella fantasia non appena le cose andavano male. L'anno scorso, per esempio, la banca ha affermato di credere nella fata fiducia: vale a dire l'affermazione che i tagli di bilancio in una economia depressa in realtà promuovevano l'espansione, aumentando gli affari e la fiducia dei consumatori. Eppure, che strano, questo non è successo da nessuna parte.
E ora, con l'Europa in crisi - una crisi che non può essere contenuta a meno che la BCE faccia il passo di fermare il circolo vizioso del collasso finanziario - i suoi leader si aggrappano ancora all'idea che la stabilità dei prezzi sia la panacea di tutti i mali. La scorsa settimana Mario Draghi, il nuovo presidente della BCE, ha dichiarato che «ancorare le aspettative di inflazione» è «il grande contributo che possiamo fare a sostegno della crescita sostenibile, la creazione di occupazione e la stabilità finanziaria».
Questa è un'affermazione assolutamente fantastica da fare in un momento in cui si prevede che l'inflazione europea sia, semmai, troppo bassa, mentre ciò che mette turbolenza nei mercati è la paura di un collasso finanziario più o meno immediato. E suona più come un proclama religioso che come una valutazione tecnocratica.
Giusto per essere chiari, la mia non è una tirata anti-europea, visto che abbiamo anche noi i nostri pseudo-tecnocrati a distorcere il dibattito politico. In particolare, i gruppi di "esperti" suppostamente non di parte - il Comitato per un Bilancio Federale Responsabile, la Coalizione Concord, e così via – hanno avuto fin troppo successo nel dirottare il dibattito di politica economica, spostando la sua attenzione dalle tematiche occupazionali al deficit.
Dei veri tecnocrati avrebbero chiesto se questo avesse un senso nel momento in cui il tasso di disoccupazione è del 9 per cento e il tasso di interesse sul debito degli Stati Uniti è solo il 2 per cento. Ma come nel caso della BCE, anche i nostri bisbetici con la fissa del fisco hanno la loro propria versione su ciò che conta davvero, e vi si attengono a ogni costo, a prescindere da quel che dicono davvero i dati.
Quindi, sono forse contro i tecnocrati? Niente affatto. Mi piacciono i tecnocrati: i tecnocrati sono miei amici. E abbiamo bisogno di competenze tecniche per affrontare i nostri problemi economici.
Ma il nostro discorso è stato malamente snaturato da ideologi e illusi proni ai pii desideri - noiosi, crudeli  e romantici - che fingono di essere tecnocrati. Ed è il momento di sgonfiare le loro pretese.


Traduzione a cura di Pino Cabras.