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6 agosto 2015

Fabio Mini: 'La guerra spiegata a...'


Intervista di Enzo Pennetta a Fabio Mini.
Fabio Mini è uno dei più grandi conoscitori delle questioni geopolitiche e militari, su Critica Scientifica parla delle crisi attuali ma non solo. E dice cose molto importanti.


Gen. Mini, nel suo libro La guerra spiegata a… afferma che non esistono guerre limitate, o meglio che una potenza che si impegna in una guerra limitata ne prepara in realtà una totale. Nell’attuale situazione di conflittualità diffusa, che sembra seguire una specie di linea di faglia che va dall’Ucraina allo Yemen passando per Siria e Iraq, dobbiamo quindi aspettarci lo scoppio di un conflitto totale?
La categoria delle guerre limitate, trattata dallo stesso Clausewitz, intendeva comprendere i conflitti dagli scopi limitati e quindi dalla limitazione degli strumenti e delle risorse da impiegare. Doveva essere il minimo per conseguire con la guerra degli scopi politici. E la guerra era una prosecuzione della politica. Erano comunque evidenti i rischi che il conflitto potesse degenerare ed ampliarsi sia in relazione alle reazioni dell’avversario sia in relazione agli appetiti bellici, che vengono sempre mangiando. Con un’accorta gestione delle alleanze e delle neutralità, un conflitto poteva essere limitato nella parte operativa e comunque avere un significato politico più ampio. Oggi la guerra limitata non è più possibile neppure in linea teorica: gli interessi politici ed economici di ogni conflitto, anche il più remoto e insignificante, coinvolgono sia tutte le maggiori potenze sia le tasche e le coscienze di tutti. La guerra è diventata un illecito del diritto internazionale e non è più la prosecuzione della politica, ma la sua negazione, il suo fallimento. Nonostante questo (o forse proprio per questo) lo scopo di una guerra non basta più a giustificarla e chi l’inizia, oltre a dimostrare insipienza politica, si assume la responsabilità di un conflitto del quale non conosce i fini e la fine. Con l’introduzione del controllo globale dei conflitti e della gestione della sicurezza (anche tramite le Nazioni Unite), tutti gli Stati e tutti i governanti sono responsabili dei conflitti. E tutti i conflitti sono globali se non proprio nell’intervento militare, comunque nelle conseguenze economiche, sociali e morali. Quindi, a cominciare dalla guerra fredda che i paesi baltici hanno iniziato contro la Russia, dalla guerra “coperta” degli americani contro la stessa Russia, dai pretesti russi contro l’Ucraina, alla Siria, allo Yemen e agli altri conflitti cosiddetti minori o “a bassa intensità” tutto indica che non dobbiamo aspettare un altro conflitto totale: ci siamo già dentro fino al collo. Quello che succede in Asia con il Pivot strategico sul Pacifico è forse il segno più evidente che la prospettiva di una esplosione simile alla seconda guerra mondiale è più probabile in quel teatro. Non tanto perché si stiano spostando portaerei e missili (cosa che avviene), ma perché la preparazione di una guerra mondiale di quel tipo, anche con l’inevitabile scontro nucleare, è ciò che si sta preparando. Non è detto che avvenga in un tempo immediato, ma più la preparazione sarà lunga più le risorse andranno alle armi e più le menti asiatiche e occidentali si orienteranno in quel senso. E’ una tragedia annunciata, ma, del resto, abbiamo chiamato tale guerra condotta per oltre cinquant’anni “guerra fredda” o “il periodo di pace più lungo della storia moderna”. Dobbiamo quindi essere felici di questa “pace annunciata”. O no?

Un’altra sua interessante considerazione riguarda il fatto che la guerra porti sempre ad una politica diversa da quella che l’ha preceduta e preparata, dobbiamo dunque prepararci ad un mondo diverso da quello che sta generando i conflitti attuali? E se sì, ha idea della direzione in cui ci stiamo muovendo?
Direi di si, ma non credo che ci si possano fare molte illusioni sui risultati. Stiamo vivendo un periodo di transizione storica molto importante: il sistema globale voluto dai vincitori della seconda guerra mondiale sta scricchiolando, i blocchi sono scomparsi, molti regimi politici voluti dalle potenze coloniali sono in crisi, l’Africa si sta svegliando un giorno e regredendo il giorno successivo, le istanze economiche hanno il sopravvento su quelle politiche, sociali e militari, le periferie delle grandi potenze e i loro vassalli stanno cercando indifferentemente o maggiore autonomia o una servitù ancora più rigida. I conflitti attuali sono i segnali più evidenti di questo processo che porterà ad una nuova formulazione dei rapporti e degli equilibri internazionali. Tuttavia non è detto che questo passaggio porti al cosiddetto “nuovo ordine mondiale”. Le spinte al cambiamento e alla stabilità sono ancora flebili e rischiano di cronicizzare i conflitti e le situazioni, altrettanto pericolose, di post-conflitto instabile. Ci sono segnali di forte resistenza al cambiamento in senso multipolare da parte delle nazioni più ricche ed evolute come da parte di quelle più povere. Quelle più ricche si stanno di nuovo orientando verso una politica di potenza affidata soprattutto agli strumenti militari; quelle più povere si stanno orientando verso la rassegnazione alla schiavitù. Il cosiddetto “nuovo ordine” potrebbe essere quello vecchio del modello coloniale e le forze armate si stanno sempre di più orientando verso il sistema degli “eserciti di polizia” (constabulary forces). In molti paesi dell’Africa si parla da tempo di “nostalgia” del periodo coloniale o si accusano le potenze coloniali di averli abbandonati. La potenza e la schiavitù sono complementari. Un filosofo cinese diceva del suo popolo:“ci sono stati secoli in cui il desiderio di essere schiavo è stato appagato e altri no”.

Venendo alla situazione italiana, se è vero che una comunità che ospiti anche una sola base militare straniera è da considerarsi “sotto occupazione”, la presenza di basi USA sul territorio nazionale ci rende una nazione sotto occupazione o comunque non libera?
I regolamenti dell’Aja del 1907, stabiliscono i criteri dell’occupazione militare non tanto sulla presenza militare in un paese ma nella sua funzione. Se una presenza militare anche minuscola si assume la responsabilità della sicurezza del territorio (non importa di quale estensione) in cui è stanziata, si ha l’occupazione “de facto”. Le basi degli Usa non garantiscono la nostra sicurezza, ma la loro. Non servono i nostri interessi ma i loro e quindi non sono legalmente “occupanti”. Il fatto che si dichiarino basi Nato o facciano riferimento agli accordi di Parigi del 1963 è una foglia di fico che nasconde la realtà: alcune basi italiane sono aperte anche ai paesi Nato nell’ambito degli accordi dell’Alleanza, ma le basi americane più grandi sono precedenti agli accordi Nato e sono state concesse con accordi bilaterali in un periodo in cui l’Italia non aveva alcuna forza di reclamare autonomia; anzi andava cercando qualcuno da servire in America e in Europa. In queste basi decidono gli americani (e non la Nato) a chi consentirne l’uso temporaneo. Si ha così un doppio paradosso: molti italiani anche di alto lignaggio politico e militare tentano di giustificare le basi con la funzione di sicurezza che svolgono a nostro favore. E avallano la condizione di occupazione militare. Gli americani sono più espliciti, ma non meno paradossali: ogni anno il Pentagono invia una relazione al Congresso nella quale indica e traduce in termini monetari il contributo dei paesi ospitanti delle basi “agli interessi e alla sicurezza degli Stati Uniti”. Dovrebbe essere un accordo fra pari, ma si avalla la nostra condizione di tributari.

Nel suo libro ha mostrato come la guerra si sia evoluta nel corso dei secoli, adesso siamo giunti a teorizzare una guerra di quinta generazione o guerra senza limiti, una guerra cioè che non deve essere percepita come tale e che coinvolge anche mezzi finanziari. Possiamo dire di essere nel corso di una guerra di questo tipo?
Senza dubbio. Ma anche questa quinta generazione sta trasformandosi nella sesta: la guerra per bande. Non essendoci più soltanto fini di sicurezza e non soltanto attori statuali, siamo nelle mani di “bande” con fini propri e senza alcuno scrupolo se non quello verso la propria prosperità a danno di quella altrui. Le bande si muovono senza limiti di confini e di mezzi, senza rispetto, solo all’insegna del profitto. Tendono ad eludere il diritto internazionale e la legalità, tendono a piegare gli stessi Stati ai loro interessi e a controllarne la politica e le armi. Oggi il problema degli eserciti e degli apparati di polizia non è quello di capire perché lavorano, ma per chi. Se lo Stato, per definizione, deve (o dovrebbe) pensare al bene pubblico, la banda pensa soltanto al bene privato, non statale e spesso contro lo stato. Quando nel 2004 chiesero ad un colonnello americano che tipo di guerra stesse combattendo in Iraq, quello rispose candidamente: “è una guerra per bande e noi siamo la banda più grossa”. Anche lui aveva capito che non stava lavorando per uno stato o un bene pubblico ma per qualcosa che esulava dal suo stesso “status” di difensore pubblico: era un mercenario, come tanti altri, al servizio di uno che pagava. E per questo si riteneva un “professionista” delle armi. La finanza è l’unico sistema veramente globale ed istantaneo e si avvale di mezzi leciti e illeciti: esattamente come fa ogni moderna banda di criminali. La struttura di comando delle bande ha due modelli di riferimento: il modello paternalistico e verticale e il modello comiziale e orizzontale. Quest’ultimo sta prevalendo sul primo anche se a certi livelli della gerarchia si ha comunque uno più forte degli altri. Il modello orizzontale è anche quello che meglio riesce a mascherare le guerre intestine e quelle esterne. Ci sono interessi contingenti che spesso portano gli avversari dalla stessa parte.

Dal suo libro emerge anche il concetto di guerra come “strumento d’imposizione”, cioè uno strumento per obbligare una determinata parte a compiere azioni contro la propria volontà, nel recente caso della Grecia in cui la volontà popolare ha dovuto cedere alle richieste di segno opposto dell’Europa, possiamo parlare di un atto di guerra?
Anche in questo caso dobbiamo riferirci alla guerra senza limiti e, purtroppo, a quella per bande. La Grecia ha subito un’imposizione che piegando la volontà del governo e della stessa popolazione è senz’altro un atto di guerra. Ma il vero scandalo della Grecia non è nell’imposizione subita, ma nell’apparente lassismo in cui è stata lasciata proprio dagli organismi internazionali che ne avrebbero dovuto controllare lo stato finanziario. La guerra finanziaria alla Grecia è la guerra per bande quasi perfetta. Solo qualche sprovveduto può pensare veramente che la Grecia abbia alterato i propri bilanci senza che né Unione europea, né Banca Centrale Europea, né Fondo Monetario, né Federal Reserve, né Banca Mondiale, né le prosperose e saccenti agenzie di rating se ne accorgessero. È molto più realistico pensare che al momento del passaggio all’Euro gli interessi politici della stessa Europa prevalessero su quelli finanziari e che gli interessi finanziari fossero quelli di far accumulare il massimo dei debiti a tutti i paesi membri più fragili. Abbiamo la memoria molto corta, ma ben prima del 2001 il dibattito sull’euro escludeva che molti paesi della periferia europea e quelli di futuro accesso (Europa settentrionale e orientale) potessero rispettare i parametri imposti. Non è un caso se proprio i paesi della periferia siano stati prima indotti a indebitarsi e poi a fallire, o ad essere “salvati” dalla padella per essere gettati nella brace. Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia e Grecia sono stati gli esempi più evidenti di una manovra che non è stata né condotta né favorita dagli Stati, ma gestita da istituzioni che si dicono superstatali e comunque sono improntate al sistema privatistico degli interessi del cosiddetto “mercato”.

La “narrativa”, la fiction, gli spin doctors, giocano un ruolo fondamentale nella guerra di nuova generazione, può indicarci qualche caso concreto in cui ultimamente ha visto questi elementi in azione?
In ambito militare ogni operazione è aperta, condotta e accompagnata dalla guerra dell’informazione e da quella psicologica. Dal 2000 in poi in Afghanistan e Iraq furono disseminate dall’alto migliaia di manifestini e radioline con le quali la coalizione tentava di dare la propria versione del conflitto. L’aereo C-130 destinato alla guerra d’informazione, chiamato “Commando Solo”, continua a sorvolare paesi come Iran, Iraq, Afghanistan, Yemen e Siria trasmettendo giornali radio e telegiornali dando la propria versione dei fatti. L’efficacia di tali mezzi tecnologici è minata dal dilettantismo. I primi volantini in Afghanistan e Iraq erano incomprensibili sia nella forma sia nella lingua. Le radioline furono acquistate in fretta dopo aver notato che gli afghani erano immuni alle trasmissioni radio visto che non avevano radio. E quando furono disseminate le radio gli americani si accorsero che oltre il 90% degli afghani non capiva la lingua usata. In Kosovo ho dovuto raddrizzare una campagna d’informazione, condotta tramite materiale edito da Kfor, dopo aver constatato che una rivista non veniva distribuita ai kosovari ma nelle caserme. In pratica si faceva guerra psicologica sui nostri stessi soldati. Più professionali, ma meno centrate sugli scopi militari, sono le trasmissioni radio della VOA (Voce dell’America) che parla in molte lingue e perfino dialetti centro asiatici. La Russia è entrata nel mondo della moderna guerra dell’informazione con nuove reti di stampa, internet, radio e televisione. I cinesi hanno interi canali dedicati all’informazione in varie lingue. Il programma Confucio, col quale s’insegna la lingua cinese all’estero, è ormai presente in tutto il mondo. Gli spin doctors del Pentagono avevano già immaginato nel 2011 come gestire la caduta di Bashar Assad in Siria e uno studio cinematografico ne stava realizzando il film. Il progetto è stato accantonato, ma il Pentagono spera che il film possa uscire nel 2016 (a Bashar Assad piacendo). Lo scopo di queste iniziative è difficilissimo perché la narrativa (la versione dei fatti) che si vuole fornire dovrebbe contrastare quella dell’avversario e della gente del luogo. In realtà nella comunicazione il messaggio più accettato è quello che conferma i fatti o le percezioni e non quello che le contrasta. La narrativa dell’avversario pur non avvalendosi di mezzi sofisticati e basandosi sulla trasmissione orale è molto più efficace anche perché racconta quello che si vede o ciò che qualcuno appartenente alla stessa comunità dice di aver visto. In Iraq, Afghanistan e altrove non è stato infrequente il grido di allarme dei vertici delle coalizioni occidentali: “stiamo perdendo la guerra della narrativa”. Fuori dal contesto militare, la stessa crisi greca è un esempio attuale di guerra dell’informazione accomunata alla guerra delle percezioni e alle operazioni d’influenza. In Grecia, come altrove, l’eccesso di debito pubblico e internazionale di uno stato non è di per sé un fattore fondamentale d’instabilità né d’insolvenza. E’ invece importante la credibilità che può ampliare a dismisura il credito. Per questo la guerra alla Grecia si è sviluppata sul piano della guerra psicologica con un’azione forte di discredito e di delegittimazione di tutto il paese. La delegittimazione che si è vista in maniera palese nel caso greco, non è avvenuta per altri paesi in via di fallimento, come il nostro; anzi, a dispetto dei dati oggettivi (debito, crescita, disoccupazione, investimenti), ci sono paesi che beneficiano di crediti oltre ogni ragionevole misura. Ogni volta che in Italia c’è un’asta di titoli pubblici, i media plaudono al “collocamento” di tutto il pacchetto sottacendo che in realtà si tratta di un aumento di debito. Anche il fatto che il debito di tale tipo sia “interno” viene manipolato e sottovalutato spacciandolo per una cosa senza valore. Come se il debito interno (quello nei confronti degli italiani che hanno acquistato titoli pubblici) non dovesse mai essere restituito ( e di fatto, così è), quasi che il rastrellamento costante del risparmio privato da parte dello stato non penalizzasse la disponibilità di denaro destinata agli investimenti produttivi. Oltre alle bande finanziarie internazionali, in Grecia, come in Italia e altrove, ci sono bande privatistiche interne che monopolizzano la finanza e la comunicazione. In Grecia, come altrove, queste bande hanno sperato e tuttora sperano in un ribaltone politico che le renda più potenti. E’ già successo, anche in maniera violenta.

Pochi anni fa il fisico Emilio dei Giudice e il giornalista Maurizio Torrealta parlarono di armi nucleari estremamente miniaturizzate, di armi di nuova generazione che sarebbero state già impiegate sui campi di battaglia in Iraq e in medio Oriente, e il cui uso sarebbe stato nascosto dietro la radioattività dei proiettili all’uranio impoverito. Crede che esistano elementi per ritenere fondata questa affermazione?
Non mi risultano casi concreti, ma ho sentito le stesse storie in altri casi. Una caratteristica delle guerre moderne è anche la perdita di consapevolezza sulla verità. Di certo c’è che la moderna tecnologia, anche fuori dal campo sperimentale consente questo ed altro. Se tali armi sono state veramente impiegate, si tratta di una violazione del diritto internazionale e dei diritti umani delle vittime. Purtroppo, ogni violazione (anche del buon senso, come nel caso della tortura) è così frequente che non rappresenta più un ostacolo. C’è da sperare che lo abbiano fatto gli americani: almeno tra trent’anni i segreti di stato saranno derubricati e ci diranno la verità. Se le avessero usate i russi o altri paesi, come il nostro, non lo sapremmo mai. Dovremmo aspettare che diventasse un segreto di Pulcinella.

Critica Scientifica è un sito che si occupa molto delle problematiche dell’informazione ed è noto che la prima vittima della guerra è la verità, può dare ai nostri lettori un consiglio per difendersi e cercare di distinguere tra realtà e manipolazione?
Abbiamo due armi formidabili: diffidenza e ironia. La prima serve a neutralizzare il monopolio dell’informazione. Significa cercare continuamente altre fonti e altri riscontri senza bere tutte le scemenze ufficiali. La seconda tende a ridimensionare anche quella che può sembrare la realtà. Perché la verità non è più la vittima del primo colpo di fucile: non esiste più.





12 maggio 2015

Il caso Obama Osama

PANDORA TV



L’indagine di Seymour Hersh, noto giornalista premio Pulitzer, ha rivelato ciò che già molti sostenevano da tempo: il raid della Navy SEAL che avrebbe portato all’uccisione di Osama Bin Laden era semplice fiction.

Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=3353.

25 aprile 2015

Ecco come ci disprezza l'Impero

di Pino Cabras.

Bastano undici minuti e mezzo per capire cos'è in questo momento l'imperialismo nordamericano. Non dico altro: spendete questa piccola porzione della vostra esistenza, guardate questo video tradotto da Pandora TV per accorgervi alla fine di saperne di più senza troppe mediazioni giornalistiche, ascoltando tutto dalla viva voce di George Friedman, il capo della Stratfor, un'influente società privata di spionaggio legata a doppio filo con il complesso militare-industriale USA.


Era già accaduto di sentire con le nostre orecchie le candide agitazioni di un altro Dottor Stranamore, Patrick Clawson, che strillava pubblicamente affinché qualcuno preparasse una provocazione, un atto bellico sotto falsa bandiera con cui gli USA si trovassero "costretti" a entrare in guerra con l'Iran. L'ossessione dei neocon, frenata a stento dall'ala realista dell'establishment statunitense.
Ma il discorso di Friedman, così cinico e organico, va molto oltre. È la prova regina di come ci vede l'Impero: pura carne da cannone, popoli da manipolare, da dividere, mettere l'uno contro l'altro. Se il giornalismo europeo non fosse asservito alla galassia di entità atlantiste di cui fa parte Stratfor, in un sussulto di dignità avrebbe già travolto questo discorso di Friedman come uno dei più disastrosi rovesci nella storia delle pubbliche relazioni. Invece zitti.
Ma chissà, potrebbero esserne invece capaci i lettori, se si scandalizzassero per via di tutta questa cinica strafottenza imperiale, e facessero sapere in ogni angolo del web, diffondendo questo video, cosa guadagniamo a stare con i padroni della NATO: soltanto il loro disprezzo assassino, e la promessa del ritorno della guerra nel nostro suolo.


15 febbraio 2015

Pepe Escobar: l'Impero del Caos e le Vie della seta

Pandora TV


Al simposio internazionale Global WARning - tenutosi il 12 dicembre 2014 e organizzato da Pandora TV, Megachip-Democrazia nella Comunicazione e Alternativa - ha partecipato anche il giornalista Pepe Escobar, il "corrispondente nomade" di Asia Times ed autore di 'Empire of Chaos: The Roving Eye Collection' (Nimble Books, 2014)
Nel Video, di 15'16'', Escobar spiega come i cosiddetti paesi BRICS stanno allargando i propri accordi commerciali in modo esponenziale e hanno già creato una banca alternativa alla Banca Mondiale. La guerra fredda 2.0 ha lo scopo di impedire la creazione di un’area di mercato Eurasiatica che toglierebbe agli Stati Uniti la propria egemonia economica.

Buona visione!

Intervento Video al simposio internazionale Global WARning del 12 dicembre 2014.



9 gennaio 2015

#CharlieHebdo e gli Spudorati


di Piotr.
da Megachip.



Se mai ci fossero stati dei dubbi, il “ritrovamento” del documento nell’auto usata dai killer del Charlie Hebdo è la conferma che la strage è stata organizzata e diretta dai Servizi, forse direttamente eseguita da loro. 
Tuttavia spingersi fino all’ipotesi di quali Servizi siano non è più un esercizio politico ma investigativo. Un esercizio arduo - e noi italiani abituati alle “stragi di stato” dovremmo ben saperlo - specialmente nell’epoca del caos sistemico.

Fatto sta che tutti gli esperti francesi in questioni militari e di sicurezza hanno subito messo in evidenza la professionalità degli assassini di Parigi. Lo hanno capito da come tenevano le armi. Lo hanno capito da come si muovevano. Lo hanno capito da come procedevano. Persone addestrate ad uccidere. Qualcuno ipotizzava in Siria, qualcuno in Iraq e qualcuno non escludeva la Francia. Incidentalmente noi facciamo un passo in più e ci chiediamo chi addestra ad uccidere in Siria e in Iraq. Non sono gli stessi squadroni della morte atlantici che abbiamo visto all’opera in Libia, in Iraq, in Siria e, con variazioni sul tema, in tutte le “rivoluzioni colorate”?

Partiamo da qui, perché, come vedremo, ci riguarda ormai da vicino. In ognuna di queste “rivoluzioni colorate” c’è un momento centrale ed è l’impiego di killer professionisti che devono gettare scompiglio e far imbestialire i dimostranti inconsapevoli e, soprattutto, i media “democratici”.

Spesso le modalità di organizzazione ed esecuzione del killeraggio saltano fuori. Come è successo, grazie a prove inoppugnabili, nei vari tentativi di defenestrare Chavéz in Venezuela.

A volte, sorprendentemente, sono gli organizzatori stessi delle stragi che fanno “outing”, come Audrius Butkevicius, che divenne ministro della Difesa della Lituania dopo averla “liberata” dai sovietici grazie alle proteste seguite a una strage organizzata proprio da lui: «Non posso giustificare il mio operato di fronte ai familiari delle vittime ma davanti alla storia io posso» (Obzor, maggio-giugno 2000). Comodo. E soprattutto proficuo, visto la carriera che quella strage gli ha fatto fare.

La strage è dunque un’arma politica imputata dagli autori ad altri soggetti, in ossequio ad uno schema che viene spudoratamente ripetuto.



Ma possibile che siano così spudorati, vi chiederete? Sì, è possibile, perché il Potere per definizione è spudorato. Lo è perché pensa di essere inattaccabile. Lo è perché pensa che le regole le fa lui. Lo è anche perché pensa di essere nel giusto, di essere moralmente e socialmente giustificato. Altrimenti perché gli inquisitori avrebbero documentato dettagliatamente quelle che a noi oggi sembrano indecenti e inammissibili atrocità? Perché lo avrebbero fatto i nazisti?

Perché un Potere pensa sempre di avere un mandato storico o divino e quindi finisce per credere veramente al Gott mit uns. Chi è al potere sa che rischia la propria pelle e quella degli altri e quindi deve darsi una giustificazione che vada al di là del semplice tornaconto personale, che è comunque miserabile per quanto grande possa essere materialmente.

In termini filosofici si chiama “falsa coscienza”. 

Il Potere è anche convinto che qualsiasi spudoratezza faccia sarà accettata, digerita e dimenticata. In tempi moderni si va dal piccolo caso al caso enorme, da Napoleone III che comprava casualmente tutti i biglietti vincenti della lotteria nazionale fregandosene delle critiche e delle denunce, a Hitler che riferendosi al genocidio degli Armeni commentava che tutti ormai se ne erano dimenticati, perché chi vince normalizza e la normalizzazione fa dimenticare.

Perché quindi sforzarsi a trovare scuse plausibili?

Pensate alla strage di Piazza Fontana e a tutte le bugie indecenti che sono state scritte su di essa. Pensate a Ustica.
Ma andiamo al di là dell’Atlantico e pensate all’omicidio Kennedy. Quante palle ci hanno spudoratamente raccontato. Palle e pallottole:


«CLOWN DARIO È  estremamente  semplice.  Come  noi  vediamo chiaramente  su  questa  lavagna,  l’assassino della  signora  si trovava  in  A,  cioè  sulla  piattaforma  n.  1;  eccolo  là.  Un dilettante  avrebbe mirato  direttamente  il  punto  B,  dove  si trovava  la  signora.  Ma  noi  abbiamo  a  che  fare  con  uno specialista.  Egli  mira  esattamente  nel  senso  opposto,  in direzione della piattaforma n. 4; il proiettile colpisce il palo; rimbalza,  torna  indietro  e  va  una  prima  volta,  a  colpire  la signora  nel  punto  B.  Attraversa  la  signora  e  raggiunge  il campanello  del  qui  presente  telefono  in  un  punto  che chiameremo Alfa e del quale impatto possiamo ben rilevare la  traccia. Nuovo  rimbalzo,  il  proiettile  atterra  qui,  con  un angolo di 116 gradi nella direzione del lampione lassù, dove stava appollaiato il cagnolino. Chissà poi perché proprio sul lampione  invece  che disotto  come di buona  regola. Questo verrà chiarito dall’inchiesta

CLOWN BOB Certamente

CLOWN DARIO Rimbalzo, del proiettile, non del  cane  randagio, che  è  rimasto  al  suo  posto.  Rimbalzo,  dicevamo,  in direzione  dello  sparatore  che,  brandendo  una  mazza  da baseball  ha  ribattuto  con  estrema  precisione  il  proiettile verso  la signora. Ricolpita  la signora,  trapassata, ricolpito  il campanello  del  telefono;  lo  scontro  con  il  campanello, questa  volta,  come  si  può  ben  notare  dal  vistoso  segno rimasto  nel  punto Beta,  punto  convesso,  provoca,  non  più, come  prima,  un  rimbalzo  con  relativa  traiettoria  rettilinea, ma  una  traiettoria  curvilinea  in  direzione  opposta, descrivendo  una  specie di parabola  che noi  chiameremo  in linguaggio  tecnico “protoparabola  d’Archimede”.  Nuovo impatto  col  terreno  e  nuovo  rimbalzo,  in  direzione  del lampione,  sul  quale  nel  frattempo  si  era  arrampicato  il soccorritore  del  cane  randagio: l’autista  della  signora, colpito  l’autista,  rimbalzo  sia  del  proiettile  che  dell’autista verso  lo  sparatore che, con  la mazza, colpisce quest’ultimo sulla  nuca,  costringendolo  a  sputare  il proiettile:  stessa traiettoria,  nuovamente  trapassata  la  signora.  La  corsa  del proiettile  sarebbe  continuata  all’infinito  se,  per  un  caso davvero  fortuito,  non  si  fosse  venuta  a  trovare,  proprio  in quel punto, la gomma di un carrettino dei gelati, gomma che ha  letteralmente  frenata  la  corsa del proiettile  stesso! Stop.

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(Dario Fo, “La signora è da buttare”)



Il rapporto della Commissione Warren era all’incirca così. Incredibile ma vero. Cioè l’incredibile era il vero ufficiale al quale tutti dovevano credere.

Non è importante che tutti credano alle bugie del Potere. L’importante è che si faccia finta di crederci e che specialmente lo faccia chi dispone dei media e di anche minime possibilità decisionali. Chi non si adegua alla sceneggiata può sempre essere liquidato come “complottista”.



Nel suo genere, come spudoratezza il ritrovamento della carta d’identità “persa” sull’auto della fuga da uno dei killer del Charlie Hebdo è seconda solo al ritrovamento del passaporto intatto di Satam al-Suqami, presunto attentatore suicida dell’11 settembre del 2001, da parte di un passante sconosciuto, addirittura prima che le Torri Gemelle crollassero. Ben poco si salvò delle parti metalliche degli aerei, quel giorno. Ma in vista dell’insano gesto il saudita si era munito di documento d’identità fatto con un nuovo ritrovato tecnico: una carta indistruttibile. Mai usata prima e mai usata dopo. Un’esclusiva. E che tempismo quel ritrovamento, in mezzo a quella confusione!

Oggi i killer di Parigi perdono sulla loro auto un documento d’identità, come degli affannati dilettanti. Peccato che tutti, testimoni ed esperti, concordino nel dire che erano degli imperturbabili professionisti.

Si potrebbe sospettare che il Potere sia a corto di espedienti. Non è vero. Il Potere sa che comunque la passa liscia e quindi non deve arrovellarsi più di tanto a trovare espedienti più “smart”.

In particolare, un potere imperiale può sembrare pasticcione in un’epoca di caos sistemico. Ma lo è solo nella misura in cui subisce esso stesso il caos, oltre a crearlo e sfruttarlo. Caos vuol dire, tra le altre cose, che i percorsi non sono certi, che una mossa che doveva sortire un effetto ne sortisce un altro, più spesso di quanto già succedeva nei periodi di stabilità.


Ma non ci si illuda, il potere imperiale ha ancora ottime risorse e ottime idee. Una per tutte è la sua fantastica strategia di occupare l’intero spettro politico e ideologico disponibile.


Ne riparleremo, ma di questa occupazione Charlie Hebdo era un caso di studio. 

Una rivista con le radici nella sinistra radicale che rinascerà dalle ceneri di Hara-Kiri grazie ai fondi segreti dell’Eliseo, sponsor il presidente socialista François Mitterand. Una rivista influente, che sempre più sosterrà le politiche di Washington (e in subordine di Tel Aviv) davanti alla sua audience naturale di sinistra. Sarà irriverente coi potenti, ma collaborerà a costruire il milieu ideologico-culturale di sostegno alle loro politiche, cercando di riplasmare a questo fine la mentalità di sinistra e seguendo le desolanti orme di Libération (il povero Jean-Paul Sartre non smette un attimo di rigirarsi nella tomba). Questo tragitto avrà come pietra miliare il sostegno a spada tratta della versione ufficiale dell’11 Settembre, per poi specializzarsi nella provocazione antislamica con la scusa della laicità. Questo percorso sfocerà infine nella teoria della contrapposizione tra un “antimperialismo antiautoritario”, sano e da sostenere, e un “antimperialismo terzomondista”, marcio e filoislamico, da combattere. In realtà il primo sarà semplicemente la foglia di fico del sostegno alle politiche imperiali e si intreccerà non casualmente col lavoro di Bernard-Henri Lévy, noto per essere stato l’ombra e il rincalzo del senatore McCain in Libia, in Ucraina e in Siria.

E’ questo il motivo per cui nel titolo di un precedente articolo abbiamo parlato di “satira sacrificale”. Se da vivi sono stati usati per preparare con materiale infiammabile il terreno, da morti i redattori di Charlie Hebdo possono appiccare l’incendio. Non sono stati colpiti a caso.


Già la Politica islamofoba e razzista si sta mobilitando, a partire dal Front National della Le Pen. A riprova che non basta tuonare contro l’Euro per essere al di fuori della cassetta degli attrezzi imperiali. Nuovi incendi di banlieue, con scontri a fuoco e conflitti in piazza tra opposte parti, sarebbero l’avvertimento del boss del quartiere che la Francia può facilmente essere soggetta al caos imperiale, così come il resto dell’Europa, tutta incendiabile in misura maggiore o minore.


A chi si intestardiva a cercare il pelo di classe nell’uovo delle “rivolte” in Libia e in Siria, abbiamo spesso risposto che se “qualcuno” avesse interesse a incendiare l’Italia avrebbe solo da distribuire un po’ di armi da guerra e un po’ d’istruzione militare, perché una ragione “plausibile” per innescare scontri sanguinosi la si troverebbe anche da noi senza troppi sforzi, vuoi il sempre più intollerabile disagio giovanile, vuoi la famosa “indipendenza della Padania”.


Il neoliberismo e la precedente fase di “globalizzazione” hanno iniettato negli stati-nazione contraddizioni di ogni tipo
I membri della UE hanno aggiunto a questo scenario una specifica e micidiale contraddizione, cioè la perdita di sovranità nazionale senza alcuna ricostruzione di una sovranità sovranazionale. Semplicemente la sovranità è stata regalata a un gruppo di filibustieri, avidi, incapaci, paurosi, violenti e cinici che se ne stanno per i fatti loro a preparare catastrofi dopo catastrofi perché altro non sanno fare e perché non sono pagati per far altro.

Siamo tutti nel mirino. E quindi stare fermi è un suicidio.


Immagine tratta da cdnds.net



6 gennaio 2015

Il 2015 verterà interamente su Iran, Cina e Russia

di Pepe Escobar.
 
PECHINO - Allacciate le cinture di sicurezza; il 2015 sarà un turbine che opporrrà Cina, Russia e Iran contro quel che ho descritto come “Empire of Chaos" (l'Impero del Caos, NdT).
Quindi sì – sarà tutta una questione di ulteriori passi verso l'integrazione dell'Eurasia mano a mano che gli USA risulteranno sospinti fuori da quell'area. Vedremo un'interazione geostrategica complessa che minerà progressivamente l'egemonia del dollaro quale moneta di riserva e, soprattutto, il petrodollaro.

Per tutte le immense sfide fronteggiate dai cinesi, in tutta Pechino è facile individuare i segni inequivocabili di una superpotenza commerciale sicura di sé, pienamente emersa. Il presidente Xi Jinping e l'attuale dirigenza continueranno a investire pesantemente nel fattore guida dell'urbanizzazione e nella lotta alla corruzione, anche ai più alti livelli del Partito Comunista Cinese (PCC). A livello internazionale, i cinesi accelereranno la loro travolgente spinta in favore delle nuove "Vie della Seta" - sia terrestri sia marittime - che sosterranno la strategia maestra cinese a lungo termine volta all'unificazione dell'Eurasia tramite gli scambi e il commercio.

I prezzi del petrolio globali sono destinati a rimanere bassi. Impossibile scommettere se un accordo nucleare sarà raggiunto o meno entro la prossima estate tra l'Iran e il P5 + 1. Se le sanzioni (vale a dire la guerra economica) contro l'Iran rimangono e continuano a danneggiare seriamente la sua economia, la reazione di Teheran sarà ferma, e comprenderà anche una maggiore integrazione con l'Asia, non con l'Occidente.
Non importa come sia stato architettato, quel che resta è che l'attuale collasso finanziario/strategico del prezzo del petrolio è un attacco diretto contro (e chi se no?) l'Iran e la Russia.
Washington è ben consapevole che un accordo globale con l'Iran non può essere raggiunto senza l'aiuto della Russia. Sarebbe l'unico - e lo ripeto: l'unico – successo della politica estera dell'amministrazione Obama. Un ritorno all'isteria del "Bomb Iran" starebbe bene solo ai proverbiali soliti sospetti (i neo-con). Ancora, non a caso, sia l'Iran sia la Russia sono ora soggetti a sanzioni occidentali. Non importa come sia stato architettato, quel che resta è che l'attuale collasso finanziario/strategico del prezzo del petrolio è un attacco diretto contro (e chi se no?) l'Iran e la Russia.


Quella guerra dei derivati
Ora diamo un'occhiata ai fondamentali russi. Il debito pubblico della Russia è pari appena al 13,4% del suo PIL. Il suo deficit di bilancio in rapporto al PIL è solo dello 0,5%. Se presupponiamo un PIL USA di 16,8 trilioni dollari (la cifra per il 2013), il deficit di bilancio degli Stati Uniti è pari al 4% del PIL, contro lo 0,5% della Russia. La Fed è essenzialmente una società privata di proprietà di banche private regionali americane, anche se si fa passare per un istituto statale. Il debito USA detenuto pubblicamente è pari a un enorme 74% del PIL per l'anno fiscale 2014. In Russia è appena il 13,4%.
La dichiarazione di guerra economica da parte degli Stati Uniti e della UE alla Russia - attraverso l'attacco al rublo e l'attacco alla finanza derivata collegata al petrolio - era essenzialmente un racket basato sui derivati. I derivati - in teoria - potrebbero essere moltiplicati all'infinito. Gli operatori sui derivati hanno attaccato sia il rublo sia il prezzo del petrolio al fine di distruggere l'economia russa. Il problema è che l'economia russa è finanziata con maggiore solidità di quella americana.
Considerando che questa rapida mossa è stata concepita come uno scacco matto, la strategia difensiva di Mosca non era poi così male. Sul fronte chiave dell'energia, il problema rimane dell'Occidente, non della Russia. Se l'UE non compra quel che Gazprom ha da offrire, crollerà.
L'errore cruciale di Mosca è stato quello di consentire all'industria nazionale della Russia di finanziarsi con un debito esterno, denominato in dollari. Stiamo parlando di una mostruosa trappola del debito che può essere facilmente manipolata dall'Occidente. Il primo passo per Mosca dovrebbe essere quello di sorvegliare da vicino le sue banche. Le società russe dovrebbero farsi prestare il denaro nazionalmente e fare la mossa di vendere i loro beni all'estero. Mosca dovrebbe anche prendere in considerazione di rendere operativo un sistema di controlli valutari in modo che il tasso di interesse di base possa essere abbassato rapidamente.
E non si dimentichi che la Russia può sempre usare l'arma di una moratoria sul debito e degli interessi, che riguarderebbe oltre 600 miliardi di dollari. Ciò scuoterebbe il sistema bancario di tutto il mondo fino al midollo. Stiamo parlando di un "messaggio" non velato che costringerebbe l'apparato di guerra economica di USA e UE a sparire.
E non dimenticate che la Russia può sempre usare l'arma di una moratoria sul debito e degli interessi, che riguarda oltre 600 miliardi di dollari.
La Russia non ha bisogno di importare alcuna materia prima. La Russia può facilmente decodificare e re-ingegnerizzare in teoria qualsiasi tecnologia importata, se le occorre. Più di tutto, la Russia è in grado di generare - dalla vendita di materie prime - abbastanza credito in dollari o euro. La vendita da parte della Russia delle sue ricchezze energetiche - o di sofisticati sistemi militari - potrebbe diminuire. Tuttavia, raccoglierà la stessa quantità di rubli - poiché il rublo è calato.
La sostituzione delle importazioni con la produzione interna russa ha perfettamente senso. Ci sarà una fase di inevitabile "aggiustamento" - ma non durerà molto. Le case automobilistiche tedesche, per esempio, non possono più vendere le loro auto in Russia a causa del declino del rublo. Questo significa che dovranno spostare le loro fabbriche in Russia. Se non lo fanno, l'Asia - dalla Corea del Sud alla Cina - le espellerà dal mercato.


Orso e Dragone in giro per prede
La dichiarazione di guerra economica contro la Russia da parte dell'UE non ha comunque senso. La Russia controlla, direttamente o indirettamente, la maggior parte del petrolio e del gas naturale tra Russia e Cina: circa il 25% dell'offerta mondiale. Il Medio Oriente è destinato a rimanere nel caos. L'Africa è instabile. L'Unione europea sta facendo tutto il possibile per isolarsi dal suo approvvigionamento più stabile di idrocarburi, spingendo Mosca a reindirizzare l'energia verso la Cina e il resto dell'Asia. Che regalo per Pechino – visto che riduce al minimo l'allarme circa la marina militare USA che gioca al "contenimento" lungo le aree di alto mare.
Eppure, un assioma non dichiarato a Pechino è che i cinesi restano estremamente preoccupati per via di un Impero del Caos che perde sempre più il controllo e detta le tempestose condizioni del rapporto tra l'UE e la Russia. La linea di fondo è che Pechino non si permetterà mai di porsi in una posizione in cui gli Stati Uniti potrebbero interferire con le importazioni di energia della Cina: come è avvenuto con il Giappone nel luglio 1941, quando gli USA dichiararono guerra attraverso l'imposizione di un embargo petrolifero, tagliando il 92% delle importazioni giapponesi di greggio.
Tutti sanno che uno dei pilastri fondamentali della spettacolare ascesa della Cina in termini di potenza industriale risiede nel requisito per i produttori di produrre in Cina. Se la Russia facesse lo stesso, la sua economia crescerebbe a un tasso di oltre il 5% annuo in pochissimo tempo. Potrebbe crescere perfino di più se il credito bancario fosse legato solo a investimenti produttivi.
Ora si immagini che la Russia e la Cina investano congiuntamente in un una nuova unione monetaria sostenuta da oro, petrolio e risorse naturali come alternativa al fallito modello “democratico” che si regge sul debito, spinto dai Padroni dell'Universo di Wall Street, dal cartello delle banche centrali occidentali, e dai politici neoliberisti. Dimostrerebbero così al Sud del mondo che il finanziare la prosperità e il miglioramento del tenore di vita gravando le generazioni future con il debito era un sistema destinato a non funzionare sin dal principio.
Fino ad allora, una tempesta minaccerà direttamente la nostra stessa vita - oggi e domani. La combinazione Padroni dell'Universo/Washington non rinuncerà alla sua strategia volta a fare della Russia uno stato paria tagliato fuori dal commercio, dai trasferimenti finanziari, dal sistema bancario e dai mercati del credito occidentali, e pertanto soggetto a un cambiamento di regime.
Proseguendo lungo una tale strada, se tutto va secondo i piani, il loro obiettivo sarà (e chi se no?) la Cina. E Pechino lo sa. Nel frattempo, aspettiamoci un paio di bombe a scuotere l'UE fino alle fondamenta. Il tempo potrebbe esaurirsi: ma per l'Unione europea, non per la Russia. Tuttavia, la tendenza generale non risulterà alterata; l'Impero del Caos viene lentamente ma inesorabilmente sospinto fuori dell'Eurasia.


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Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.