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20 ottobre 2014

Geopolitica della guerra contro la Siria e di quella contro Daesh

«Sotto i nostri occhi», cronaca di politica internazionale n°101
di Thierry Meyssan.
da Megachip.

In questa analisi, nuova e originale, Thierry Meyssan espone le ragioni geopolitiche del fallimento della guerra contro la Siria e gli obiettivi reali della presunta guerra contro Daesh. Questo articolo è particolarmente importante per capire le attuali relazioni internazionali e la cristallizzazione dei conflitti nel Levante (Iraq, Siria e Libano).



DAMASCO (Siria)

Le tre crisi in seno alla coalizione
Stiamo assistendo alla terza crisi nel campo degli aggressori dall'inizio della guerra contro la Siria.
- Nel giugno 2012, in occasione della Conferenza di Ginevra 1, che doveva segnare il ritorno della pace e doveva organizzare una nuova spartizione in Medio Oriente tra gli Stati Uniti e la Russia, la Francia - che aveva appena eletto François Hollande - sancì un'interpretazione restrittiva della dichiarazione finale. Poi organizzò il rilancio della guerra, con l'aiuto di Israele e della Turchia e il sostegno del Segretario di Stato Hillary Clinton e del direttore della CIA David Petraeus.
- Dopo che Clinton e Petraeus erano stati eliminati dal presidente Obama, la Turchia organizzò nell'estate del 2013, con Israele e la Francia, il bombardamento chimico della Ghoutta presso Damasco facendolo attribuire alla Siria. Ma gli Stati Uniti rifiutarono di lasciarsi imbarcare in una guerra punitiva.
- A gennaio 2014, gli Stati Uniti fecero votare in una sessione segreta del Congresso il finanziamento e la fornitura d'armi a Daesh con la missione di invadere le aree sunnite dell'Iraq e la zona curda della Siria, al fine di dividere questi grandi Stati. La Francia e la Turchia armarono quindi Al-Qa'ida (il Fronte al-Nusra) affinché attaccasse Daesh e costringesse gli Stati Uniti a tornare al piano originale della Coalizione. Sebbene Al-Qa'ida e Daesh si siano riconciliati a maggio a seguito di un appello alla calma di Ayman al-Zawahiri, la Francia e la Turchia non partecipano ancora ai bombardamenti alleati.
In generale, la Coalizione deli Amici della Siria, che comprendeva nel luglio 2012 «un centinaio di Stati e organizzazioni internazionali», non ne comprende ora più di 11. La Coalizione contro Daesh raggruppa, da parte sua, «più di 60 Stati», ma hanno talmente poco in comune che il loro elenco resta segreto.

Interessi distinti
In realtà, la Coalizione è composta da numerosi Stati che perseguono ciascuno obiettivi specifici e non riescono ad accordarsi sul loro obiettivo comune. Si possono distinguere quattro forze:
- Gli Stati Uniti cercano di controllare gli idrocarburi della regione. Nel 2000, il National Energy Policy Development Group (NEPDG) presieduto da Dick Cheney aveva identificato - attraverso immagini satellitari e dati di trivellazione - le riserve mondiali di petrolio e aveva osservato le immense riserve del gas siriano. Durante il colpo di stato militare del 2001, Washington decise di attaccare in successione otto paesi (Afghanistan, Iraq, Libia, Libano e Siria, Sudan, Somalia, Iran) per impadronirsi delle loro risorse naturali. Il suo stato maggiore ha poi adottato il piano per rimodellare il «Medio Oriente allargato» (che prevede anche lo smantellamento della Turchia e dell'Arabia Saudita), mentre il Dipartimento di Stato ha creato l'anno successivo il suo dipartimento MENA per organizzare le "primavere arabe".
- Israele difende i suoi interessi nazionali: a breve termine, ha continuato passo a passo la sua espansione territoriale. Contemporaneamente e senza attendere di controllare l'intero spazio tra i due fiumi, il Nilo e l'Eufrate, intende controllare tutta l'attività economica della zona, tra cui beninteso gli idrocarburi. Per assicurarsi la sua protezione nell'era dei missili, intende da una parte prendere il controllo di una zona di sicurezza lungo la sua frontiera (oggi ha cacciato le forze di pace al confine del Golan e le ha sostituite con Al-Qa'ida) e dall'altra parte neutralizzare gli eserciti egiziano e siriano prendendoli alle spalle (dispiegamento di missili Patriot della NATO in Turchia, creazione di un Kurdistan in Iraq e del Sud Sudan).
- la Francia e la Turchia continuano il sogno di restaurare i loro imperi. La Francia spera di ottenere un mandato sulla Siria, o almeno su una parte del paese. Ha creato l'Esercito siriano libero e gli ha dato la bandiera verde, bianca, nera a tre stelle del mandato francese. La Turchia, dal canto suo, intende restaurare l'Impero Ottomano. Ha designato un wali fin da settembre 2012 per amministrare questa provincia. I progetti turchi e francesi sono compatibili perché l'Impero ottomano aveva ammesso che alcune sue province potessero essere amministrate con altre potenze coloniali.
- Infine, l'Arabia Saudita e il Qatar sanno che non possono sopravvivere se non servendo gli Stati Uniti e combattendo i regimi laici, di cui la Repubblica araba siriana resta ormai l'unica espressione nella regione.

L'evoluzione della Coalizione
Queste quattro forze hanno potuto collaborare solo durante la prima parte della guerra, da febbraio 2011 a giugno 2012. Si trattava in effetti di una strategia di quarta generazione: alcuni gruppi di forze speciali organizzavano incidenti e agguati qui e lì, mentre le televisioni atlantiste e del Golfo mettevano in scena una dittatura alauita che reprimeva una rivoluzione democratica. Le somme investite e i soldati schierati non rappresentano granché e ognuno pensava di poter tirare un po' la coperta su di sé una volta che la Repubblica araba siriana fosse stata rovesciata.
Tuttavia, nei primi mesi del 2012, il popolo siriano ha cominciato a dubitare che il presidente Bashar al-Assad torturasse i bambini e che la Repubblica venisse rovesciata a favore di un sistema confessionale di tipo libanese. La sede dei takfiristi dell'Emirato Islamico di Baba Amr lasciava presagire la sconfitta dell'operazione. La Francia negoziò allora l'uscita della crisi e la restituzione degli ufficiali francesi che erano stati fatti prigionieri. Gli Stati Uniti e la Russia negoziarono al fine di sostituirsi al Regno Unito e alla Francia e di spartirsi l'insieme della regione, così come fecero Londra e Parigi con gli accordi Syke-Picot del 1916.
Da quel momento, niente funzionava più nella coalizione. I suoi successivi fallimenti dimostrano che non può vincere.
Nel luglio 2012, la Francia organizzava in pompa magna a Parigi l'incontro più importante della Coalizione e rilanciava la guerra. Il discorso pronunciato da François Hollande era stato scritto in inglese, probabilmente dagli israeliani, e poi tradotto in francese. Il Segretario di Stato Hillary Clinton e l'ambasciatore Robert S. Ford (formato da John Negroponte) s'impegnavano nella più vasta guerra segreta della storia. Come era già accaduto in Nicaragua, eserciti privati reclutavano mercenari e li inviavano in Siria. Solo che stavolta questi mercenari vebivano inquadrati ideologicamente per addestrare delle orde jihadiste. La supervisione delle operazioni sfuggiva al Pentagono per tornare in mano al Dipartimento di Stato e alla CIA. Il costo di questa guerra fu enorme, ma non fu imputato al Tesoro degli Stati Uniti, né della Francia né della Turchia, giacché fu interamente coperto dagli esborsi dell'Arabia Saudita e del Qatar.
Secondo la stampa atlantista e del Golfo, qualche migliaio di stranieri vennero e dare manforte alla "rivoluzione democratica siriana." Ma non c'era nulla di una "rivoluzione democratica", bensì gruppi di fanatici che scandivano slogan come «Rivoluzione pacifica: i cristiani a Beirut, gli alauiti nella tomba!» [1] oppure ancora «No a Hezbollah, no all'Iran, vogliamo un presidente che tema Dio!»[2]. Secondo l'Esercito arabo siriano, non sono state poche migliaia, bensì 250mila, gli jihadisti stranieri che sarebbero venuti a combattere, e spesso a morire, dal luglio 2012 al luglio 2014.
Ora, il giorno dopo la sua rielezione, Barack Obama costringeva alle dimissioni il direttore della CIA, il generale David Petraeus, e si sbarazzava di Hillary Clinton durante la formazione della sua nuova amministrazione. Cosicché all'inizio del 2013, la Coalizione si basava quasi solo esclusivamente sulla Francia e la Turchia, con gli Stati Uniti che facevano il meno possibile. Questo era ovviamente il momento che aveva atteso l'Esercito arabo siriano per lanciare la sua inesorabile riconquista del territorio.
François Hollande e Recep Tayyip Erdoğan, Hillary Clinton e David Petraeus intendevano rovesciare la repubblica laica per imporre un regime sunnita che sarebbe stato posto sotto il dominio diretto della Turchia, ma che avrebbe compreso anche alti funzionari francesi. Un modello ereditato dalla fine del XIX secolo, ma che non rappreentava alcun interesse per gli Stati Uniti.
Il democratico Barack Obama e i suoi due segretari democratici e repubblicani alla Difesa, Leon Panetta e Chuck Hagel sono guidati da una politica radicalmente diversa: Panetta è stato espresso dalla Commissione Baker-Hamilton e Obama è stato eletto sulla scorta del programma di tale Commissione. Secondo loro, gli Stati Uniti non sono né devono essere una potenza coloniale nel senso mediterraneo del termine, il che vale a dire che non dovrebbero prendere in considerazione di controllare un territorio installandovi dei coloni. L'esperienza dell'amministrazione Bush in Iraq è stata estremamente costosa rispetto al suo ritorno sugli investimenti. Non dovrebbe essere riprodotta.
Dopo che la Turchia e la Francia hanno cercato di impelagare gli Stati Uniti in un vasto bombardamento della Siria, mettendo in scena la crisi chimica dell'estate 2013, la Casa Bianca e il Pentagono hanno deciso di riprendere il bandolo della matassa. Nel gennaio del 2014, hanno convocato una riunione segreta del Congresso al quale è stata fatta votare una legge segreta che approva un piano di divisione dell'Iraq in tre parti nonché la secessione della regione curda della Siria. Per far questo, hanno deciso di finanziare e armare un gruppo jihadista in grado di realizzare ciò che il diritto internazionale proibisce all'esercito statunitense: una pulizia etnica.
Barack Obama ei suoi armati non stanno prendendo in considerazione il rimodellamento del "Medio Oriente allargato" come un obiettivo in sé, ma solo come un mezzo per controllare le risorse naturali. Usano un concetto classico, divide et impera, non per creare posizioni di re e presidenti in nuovi Stati, ma per continuare la politica degli Stati Uniti in vigore dai tempi di Jimmy Carter.
Nel suo discorso sullo stato dell'Unione del 23 gennaio 1980, il Presidente Carter sanciva la dottrina che porta il suo nome: Washington ritiene che gli idrocarburi del Golfo siano indispensabili alla sua economia e gli appartengono. Pertanto, qualsiasi rimessa in causa da parte di chiunque, in virtù di questo assioma, sarà considerata «un attacco agli interessi vitali degli Stati Uniti d'America, e un tale attacco sarà respinto con ogni mezzo necessario, compresa la forza militare». Nel corso del tempo, Washington si è dotata dello strumento di questa politica, il CentCom, e ha esteso la sua zona riservata al Corno d'Africa.
Pertanto, l'attuale campagna di bombardamenti della Coalizione non ha più alcun rapporto con l'obiettivo iniziale di rovesciare la Repubblica araba siriana. Non ha rapporto alcuno con la sua vetrina di "guerra al terrorismo". Essa punta esclusivamente a difendere gli interessi economici dei soli Stati Uniti, se necessario con la creazione di nuovi Stati, ma non necessariamente.
Allo stato attuale, il Pentagono è simbolicamente aiutato da qualche aereo saudita e qatariota, ma non dalla Francia né dalla Turchia. Rivendica esso stesso di aver condotto più di 4.000 sortite, ma di aver ucciso soltanto poco più di 300 combattenti dell'Emirato islamico. Se ci atteniamo al discorso ufficiale, ne risulta che per uccidere un solo jihadista occorrono più di 13 missioni aeree e un numero imprecisato di bombe e missili. Si tratterebbe perciò della campagna aerea più costosa e più inefficiente della Storia. Ma se si considera il ragionamento precedente, l'attacco di Daesh contro l'Iraq corrisponde a una manipolazione dei prezzi del petrolio che li ha fatti cadere da 115 dollari al barile a 83 dollari, ossia un calo di quasi il 25%. Nouri al-Maliki, il primo ministro iracheno legittimamente eletto, che vendeva la metà del suo petrolio alla Cina, è stato subitaneamente stigmatizzato e rovesciato. Daesh e il governo regionale del Kurdistan iracheno hanno ridotto essi stessi il loro furto di petrolio e l'esportazione di circa il 70%. L'insieme degli impianti petroliferi utilizzati dalle aziende cinesi sono stati puramente e semplicemente distrutti. Di fatto, il petrolio iracheno e il petrolio siriano sono sfuggiti agli acquirenti cinesi e sono stati reintegrati nel mercato internazionale controllato dagli Stati Uniti.
In definitiva, questa campagna aerea è un'applicazione diretta della "Dottrina Carter" e un monito al presidente Xi Jinping che tenta di concludere, qua e là, dei contratti bilaterali di fornitura di idrocarburi per il suo paese, senza passare per il mercato internazionale.

Anticipare il Futuro
Da questa analisi possiamo concludere che:
- Nel periodo attuale, gli Stati Uniti sono disposti a condurre una guerra solo per difendere il loro interesse strategico a controllare il mercato internazionale del petrolio. Di conseguenza, possono andare in guerra contro la Cina, ma non contro la Russia.
- La Francia e la Turchia non saranno mai in grado di realizzare i loro sogni di ricolonizzazione. La Francia dovrebbe riflettere al ruolo che l’AfriCom le ha assegnato sul continente nero. Essa può continuare a intervenire in tutti gli stati che tentano di avvicinarsi alla Cina (Costa d'Avorio, Mali, Repubblica Centrafricana) e riportare l'ordine "occidentale", ma non sarà mai in grado di ripristinare il suo impero coloniale. La Turchia dovrebbe ugualmente abbassare i toni. Anche se il presidente Erdoğan riesce a fare un'alleanza contro natura tra i Fratelli Musulmani e gli ufficiali kemalisti, dovrebbe abbandonare le sue ambizioni neo-ottomane. Soprattutto, dovrebbe ricordarsi che finché è un membro della NATO, il suo paese è più di ogni altro suscettibile d'essere la vittima di un colpo di Stato filo-statunitense, così come lo sono stati prima di lui il greco Georgios Papandreou e il turco Bülent Ecevit.
- L'Arabia Saudita e il Qatar non saranno mai rimborsati dei miliardi che hanno investito a fondo perduto per rovesciare la Repubblica araba siriana. Peggio ancora, è probabile che dovranno pagare per una parte della ricostruzione. La famiglia Saud dovrebbe continuare a soddisfare gli interessi economici statunitensi, ma evitare di perseguire guerre di grande ampiezza e considerare che - in qualsiasi momento - Washington può decidere di partizionare la loro proprietà privata, l'Arabia Saudita.
- Israele può sperare di continuare a giocare sotto il tavolo per provocare nel medio termine l'effettiva divisione dell'Iraq in tre parti. Otterrebbe così un Kurdistan iracheno paragonabile al Sud Sudan che è stato già creato. È tuttavia improbabile che possa collegarvi immediatamente il Nord della Siria. Allo stesso modo, è improbabile che possa spodestare la missione UNIFIL nel Libano meridionale e sostituirla con Al-Qa'ida come ha fatto con la missione UNDOF alla frontiera siriana. Ma in 66 anni Israele ha preso l'abitudine di osare molto spesso per ottenere ogni volta qualcosa in più. In realtà è l'unico vincitore in questa guerra contro la Siria e all'interno della Coalizione. Non solo ha indebolito il suo vicino siriano per lunghi anni, ma è riuscito a costringerlo ad abbandonare il suo arsenale chimico. Così è oggi l'unico Stato al mondo a disporre ufficialmente sia di un arsenale nucleare sofisticato, sia un arsenale chimico e biologico.
- L'Iraq è di fatto diviso in tre Stati separati di cui uno, il Califfato, non potrà mai essere riconosciuto dalla Comunità internazionale. Inizialmente, non vediamo che cosa impedirebbe la secessione del Kurdistan, se non la difficoltà di spiegare per quale incanto abbia aumentato il suo territorio del 40% in rapporto alla sua definizione amministrativa, compresi i campi petroliferi di Kirkuk. Il Califfato dovrebbe gradualmente lasciare il posto a uno Stato sunnita, probabilmente governato da uomini che hanno ufficialmente "lasciato" Daesh, ma in maniera meno crudele. Si tratterebbe in tal caso di un processo paragonabile a quello della Libia, dove sono stati collocati al potere veterani di Al-Qa'ida senza sollevare la minima protesta.
- La Siria gradualmente ritroverà la pace e si concentrerà sulla sua lunga ricostruzione. Si rivolgerà allo scopo alle imprese cinesi, ma terrà Pechino lontano dai suoi idrocarburi. Per ricostruire la sua industria petrolifera e per sfruttare le sue riserve di gas, si rivolgerà a imprese russe. La questione dei gasdotti che la attraverseranno dipenderà dai suoi sostegni iraniano e russo.
- Il Libano continuerà a vivere sotto la minaccia di Daesh ma mai l'organizzazione avrà un ruolo diverso da quello dei terroristi. Gli jihadisti saranno solo un mezzo per congelare un po' di più il funzionamento politico di un paese che affonda nell'anarchia.
- Infine, la Russia e la Cina dovrebbero urgentemente intervenire contro Daesh, in Iraq, in Siria e in Libano, non tanto per compassione per le popolazioni locali, quanto perché questo strumento sarà presto utilizzato contro di loro dagli Stati Uniti. Già ora, se Daesh è controllata dal principe saudita Abdul Rahman, che finanza, e dal califfo Ibrahim, che dirige le operazioni, i suoi ufficiali principali sono georgiani, tutti membri dei servizi segreti militari, e talvolta cinesi turcofoni. Inoltre, il ministro della difesa georgiano ha ammesso, prima di smentirsi, di aver ospitato campi di addestramento per jihadisti. Se Mosca e Pechino esitano, dovranno affrontare Daesh nel Caucaso, nella valle di Ferghana, e nello Xinjiang.


NOTE:
[1] «Rivoluzione pacifica» significa qui che non si farà del male ai sunniti.
[2] All'inizio della guerra, Hezbollah non era presente in Siria, ma la Siria ha sostenuto militarmente Hezbollah nella sua lotta contro l'aggressore israeliano. Non si trattava quindi di mettere Hezbollah fuori dalla Siria, ma di smettere di sostenere la Resistenza.


Questa "cronaca settimanale di politica estera" appare simultaneamente in versione araba sul quotidiano"Al-Watan"(Siria), in versione tedesca sulla "Neue Reinische Zeitung", in lingua russa sulla "Komsomolskaja Pravda", in inglese su"Information Clearing House", in francese sul "Réseau Voltaire".
Thierry Meyssan, 19 ottobre 2014.
Traduzione per Megachip a cura di Matzu Yagi.


19 maggio 2014

L'Ukraine et les dents des oligarques. Le cas Biden

Ci-dessous une traduction en français de mon article intitulé "L'Ucraina e i denti degli oligarchi. Il caso Biden", parue sur le site en ligne blogs.mediapart.fr

par Pino Cabras


Le fils du vice-président Usa élu à un poste central de l'industrie gazière en Ukraine, ensemble avec l'ex président de la Pologne. Les alliances flexibles avec des mondes mafieux.




R. Hunter Biden, fils du vice-président Usa, Joe, a hérité du père un nombre incroyable de dents. Avec ceux-ci il nous sourit énergiquement depuis ses photos officielles. Maintenant on nous informe que ces dents arrachent l'un des fauteuils les plus convoités de l'Ukraine, tout en faisant de lui l'un des nouveaux patrons de la Kiev post-putchiste. Biden le Jeune vient en effet de s'installer dans le conseil d'administration de la compagnie ukrainienne la plus importante d'extraction du gaz, la Burisma, avec ses puits en Europe et son siège à Chypre, où elle est contrôlée par une autre entreprise off-shore de droit chypriote, laBrociti Investments Ltd. On verra par la suite où iront les traces.
Pendant le vol qui l'a amené des cieux de l'élite états-unienne aux hautes sphères de l'oligarchie d'un pays ex-soviétique, le fiston américain a pu lui aussi réfléchir sur comment à changé le mot oligarque. Jusqu'à il y a vingt ans, l'oligarque était un représentant générique d'un système de gouvernement que quelques personnes imposaient à tous. L'oligarque post-soviétique est par contre une chose bien plus spécifique : c'est un homme d'affaires qui a arraché - pendant qu'il occupait une position dominante dérivant de la politique - les immenses richesses publiques sous-tirées par la sauvage privatisation de l'économie soviétique après la chute de l'URSS. Ce type humain est désormais l'unique à être étiqueté comme oligarque. La russophobie qui règne dans le discours public occidental fait le reste : à est, ou plutôt, en Russie, il y a des oligarques ; chez nous, par contre, de sains entrepreneurs à la vertu cristalline qui n'oseraient jamais spolier une nation. Comment définir autrement un De Benedetti ?
Tant pis si un nombre écrasant d'oligarques russes, avant de décider si favoriser ou combattre la nouvelle "verticale du pouvoir" de Poutine, avaient été avant tout des créatures occidentales.
Mais Hunter Biden est là pour nous rappeler, avec son cursus honorum et ses dents, serrées sur une cuillère d'argent, que les oligarques existent même ici à l'Ouest, et prospèrent et fréquentent tous les couloirs qui conduisent aux salles de l'argent, des gouvernements, de l'intelligence. Avec une colossale 'exusatio non petita' (justification non demandée) à Washington ils essayent néanmoins de nous le dire : d'après eux, les entrées au gouvernement pour le fils du 'number one' de la Maison Blanche, ne comptent pas. Et par conséquent Biden a obtenu sa nomination dans la lointaine colonie européenne seulement par la voie de son curriculum. Si les faits nous diront autre chose, c'est de notre faute, qui serons prévenus.
C'est seulement une coïncidence, en effet, que le 21 avril Biden le Vieux amène son dentier à Kiev pour dicter ses volontés, et que justement dans les mêmes jours Biden le Jeune devienne l'homo americanus de l'agence la plus stratégique du Pays, en pleine bataille du gaz.
Le soupçon et que là-bas il faille un oligarque expérimenté, justement, qui fasse office d'agent de liaison entre l'oligarque local et les optimates de Washington. Et le docteur Hunter Biden avait vraiment le curriculum adéquat pour cette tâche urgente : carrière universitaire auprès des universités privées les plus prestigieuses et élitistes, et puis un travail impressionnant d'inter-connexion intérieure et internationale entre multi-nationales, organisations non gouvernementales imbues de valeurs (d'argent) gouvernementales, bureaux légaux de super-lobbyistes, etc.
Surtout, Hunter Biden est l'un des collaborateurs les plus étroits du président de la National Democratic Institute for International Affairs (NDI), une organisation crée par le gouvernement Usa en tant qu'émanation du National Endowment for Democracy (NED) pour canaliser les fonds et les donations visant à "renforcer la démocratie" dans 125 nations différentes. C'est-à-dire un quémandeur politique, l'une des usines des révolutions colorées de la moitié du monde, présidée rien que ça, par Madeleine K. Albright, ex Secrétaire d'Etat à l'époque de Clinton et du bombardement de la Serbie. C'est la même personnalité politique qui dit à la TV qu'un demi-million d'enfants morts par embargo en Iraq avait été "un prix juste", que ça en avait valu la peine ("the price is worth it?")
Madeleine Albright - 60 Minutes

Biden se choisit de bonnes compagnies. Toujours ensemble avec Albright, il est parmi les administrateurs du Truman National Security Project, un centre de formation qui emploie des ressources colossales pour former des générations entières de représentants politiques progressistes autour des thèmes de la sécurité nationale. Lorsque vous entendez quelque vague représentant de la gauche qui parle bien de la guerre, vous saurez d'où on lui aura donné la bécquée.
D'après Hunter Biden, son rôle à Kiev consistera à donner les bons conseils sur "transparence, corporate governance et responsabilité, expansion internationale et d'autres priorités" afin de contribuer, rien que ça, " à l'économie et au bien-être du peuple ukrainien ".
On se croirait entendre les mots prononcés en 2003 pour l'Iraq par Paul Bremer, le gouverneur colonial installé par le président George W. Bush lorsqu'il envahit et dévasta ce pays. Mais tandis que les impérialistes républicains avaient une conception rudimentaire de l' "exportation de la démocratie", le monde de l'NDI est plus ductile, parce qu'il affirme que "l'NDI ne présume pas d'imposer des solutions ni considère que le système démocratique puisse être dupliqué quelque part ailleurs." Tout au plus, l'NDI "partage des expériences et offre une série d'options de manière à ce que les leaders puissent adapter ces pratiques et que les institutions puissent travailler mieux dans leur environnement."
"Adapter" est donc le mot-clef. Et les impérialistes démocratiques américains en Ukraine se sont "adaptés" tellement qu'ils se sont alliés avec des partis à tendance fasciste et des formations para-militaires nazies.
Il s'agit d'une alliance scandaleuse qui n'embarrasse aucunement les représentants du Parti Socialiste Européen. De la même manière qu'elle ne scandalise pas le multi-milliardaire Ihor Kolomoyshyi, fondateur de la European Jewish Union, double citoyenneté ukrainienne et israélienne, co-propriétaire de la banque Privat et de plusieurs sociétés qui ont détecté de grosses réserves de gaz naturel justement dans les zones ukrainiennes dans lesquelles se poursuivent les combats.
Une enquête de Forbes a décrit très bien la manière dont Kolomoyskyi a fait fortune : "Kolomoyskyi a employé des forces "presque-militaires" de la banque Privat pour faire valoir l'achat hostile d'entreprises, enrôlant un groupe de "hooligans, armés de battes de baseball, des barres de fer, de gaz et des pistolets avec des balles en caoutchouc et des "tronçonneuses" pour prendre par la force un complexe sidérurgique à Kremenchuk en 2006 et a employé "un mix d'ordres du tribunal falsifiés (souvent par la main de juges et /ou de greffiers corrompus) et de manières fortes" pour remplacer des administrateurs dans les conseils d'administration dans les sociétés dont il achetait les participations".
Probablement chez Forbes, ils n'ont pas beaucoup de familiarité avec la chronique anti-mafia, qui emploierait des concepts plus courts pour décrire le profil criminel d'un tel personnage.
Le président putchiste Turchynov, en tout état de cause, l'a élu gouverneur de l'Oblast de Dnipropetrovsk, une région frontalière avec les points chauds de la révolte des russes d'Ukraine. Kolomoyskyi a promis "une taille pour qui capturera des militants soutenus par les russes et des récompenses pour qui dépose les armes".
Ce magnat de la finance et du gaz - dans le temps qui lui reste, à part celui consacré aux affaires entre groupes mafieux - sera l'un de ces champions de "transparence, corporate governance et responsabilité" avec lesquels aura à négocier Mister Biden jr.
Et ici il y a un point encore plus intéressant.
Le site de documentation anti-corruption ukrainien (AntAC), d'inspiration assez américaine, en 2012 a essayé de reconstruire à qui puisse appartenir réellement la Burisma, qui se présente comme la vitrine la plus exposée à la lumière du soleil de la chaîne propriétaire de l'entreprise gazière. Une fois qu'elles se déplacent dans le territoire financier off-shore, les traces deviennent plus difficiles, comme une chasse mondiale au trésor
Nous avons vu que la Burisma est contrôlée par l'entité chypriote Brociti Investments Ltd, qui l'avait rélevée des propriétaires précédents, les oligarques Mykola Zlochevsky (ministre de l'énergie du président Yanoukovitch déstitué) et Mykola Lisin (mort entretemps). Il semblerait que dans le schéma financier de la vieille Brociti soit impliquée une autre grosse entreprise du secteur des hydrocarbures, la Ukrnaftoburinnya. Si nous voulons savoir qui possède Ukrnaftoburinnya, les traces reviennent à Chypre, où 90% de la société se trouve dans le ventre de la Deripon Commercial Ltd. Ici nous devons faire un vol plus long, parce que la Deripon est contrôlée à son tour par une holding des îles Vierges britanniques, la Burrad Financial Corp. Là-bas le brouillard, malgré les tropiques, devient épaississime. Mais le nom de la Burrad n'est néanmoins pas insignifiant, parce qu'il revient dans plusieurs enquêtes qui reconstruisent les opérations financières gérées par la banque Privat. C'est-à-dire la banque Kolomoyskyi.
Pour Forbes, cependant, reste probable que le propriétaire soit encore Zlochevsky (avec la possibilité d'un double jeu de sa part).
Je le sais, vous vous êtes perdus. Moi aussi. Mais j'essaye de résumer.
Kolomoyskyi, moyennant des sociétés off-shore, était le dominusde la Burisma, l'entreprise la plus importante d'extraction du gaz en Ukraine, dans laquelle est actuellement employé ce dentu de Hunter Biden. 
Kolomoyskyi l'a officiellement cédée, grâce à un schéma financier qui lui était familier, à une entreprise off-shore dont nous perdons la trace des propriétaires.
En même temps, Kolomoyskyi est devenu une autorité politique territoriale de référence pour les aires dans lesquelles on présume la présence de grandes réserves de gaz en possession de la société dont Biden est administrateur.
L'Ukraine, grâce aux nouvelles technologies extractives pour les hydrocarbures développées dans les dernières années par les Usa, est désormais un centre d'attraction pour les explorations et l'exploitation de nouvelles aires. Le soin apporté à ces gisement - maintenant pleinement exploitables dans l'orbite américaine - menace ouvertement la position dominante de Gazprom, c-est-à-dire la poutre énergétique maîtresse de la puissance russe renaissante.
Le fait que le coeur du pouvoir Usa se dérange pour gérer de si près l'affaire du gaz en envoyant le fils du Vice-président confirme l'importance croissante de cette partie. Seulement la sub-alternance, la possibilité d'être mis sous chantage, et les misérables ambitions sous-dominantes des politiciens européens pouvaient consentir à ce jeu.
Ce n'est pas un hasard si l'autre éminent conseiller d'administration de la Burisma - un profil lui aussi tout politique - soit l'ex-président de la Pologne, Aleksander Kwasniewki, un champion de l'ingérence atlantiste (et polonaise) en Ukraine.
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Le représentant du Kremlin, Dmitri Peskov, ironise, pendant qu'il déclare de ne pas voir de conflit d'intérêts dans le rôle de Biden. "Au fond, comme tout le monde sait, il n'y a pas pas de gaz du tout en Ukraine. Le gaz en Ukraine est russe." Et il montre les dents. Les siennes.



15 maggio 2014

I denti degli oligarchi. Il caso Biden

di Pino Cabras
da Megachip

Il figlio del vicepresidente USA al centro dell'industria del gas in Ucraina, assieme all'ex presidente della Polonia. Le alleanze flessibili con mondi mafiosi.


R. Hunter Biden, figlio del vicepresidente USA, Joe, ha ereditato dal padre un numero incredibile di denti. Con questi ci sorride energicamente dalle sue foto ufficiali. Ora ci informano che quei denti azzannano una delle più ambite poltrone dell’Ucraina, facendo di lui uno dei nuovi padroni della Kiev post-golpista. Biden il Giovane si è infatti da poco insediato nel consiglio di amministrazione della più importante compagnia ucraina di estrazione del gas, la Burisma, con i pozzi in Europa e la sede a Cipro, dove la controlla un'altra impresa off-shore di diritto cipriota, la Brociti Investments Ltd. Vedremo poi dove vanno le tracce.

Durante il volo che lo ha portato dai cieli dell’élite statunitense alle alte sfere dell’oligarchia di un paese post-sovietico, il rampollo americano ha potuto anche lui riflettere su come è cambiata la parola oligarca. Sino a vent’anni fa l’oligarca era un generico esponente di un sistema di governo che poche persone imponevano a tutti. L’oligarca post-sovietico è invece una cosa più specifica: è un uomo d’affari che ha arraffato - mentre occupava una posizione dominante derivante dalla politica – le immense ricchezze pubbliche tratte dalla selvaggia privatizzazione dell’economia sovietica dopo il crollo dell’URSS. Questo tipo umano è ormai l’unico a essere etichettato come oligarca. La russofobia che regna nel discorso pubblico occidentale fa il resto: a est, anzi, in Russia, ci sono oligarchi; da noi, invece, sani imprenditori di specchiata virtù che mai oserebbero spolpare una nazione. Come definire altrimenti un De Benedetti?

Pazienza se moltissimi oligarchi russi, prima di decidere se appoggiare o combattere la nuova “verticale del potere” di Putin, siano stati per prima cosa delle creature occidentali.

Ma Hunter Biden è lì a ricordarci, con il suo cursus honorum e i suoi denti, stretti su un cucchiaio d’argento, che gli oligarchi esistono anche qui a Ovest, e prosperano e frequentano tutti i corridoi che portano alle stanze del denaro, dei governi, dell’intelligence. Con una colossale excusatio non petita, a Washington ci provano lo stesso a dircelo: secondo loro, le entrature nel governo, per il figlio del numero due della Casa Bianca non contano. E pertanto Biden ha ottenuto la sua carica nella lontana colonia europea solo per via del suo curriculum. Se i fatti ci dicono altro, è colpa nostra, che siamo prevenuti. È solo una coincidenza, infatti, che il 21 aprile Biden il Vecchio porti la sua dentatura a Kiev per dettare i suoi voleri, e che proprio negli stessi giorni Biden il Giovane diventi l’homo americanus dell’azienda più strategica del Paese, in piena battaglia del gas.

Il sospetto è che laggiù servisse uno sperimentato oligarca, appunto, che facesse da ufficiale di collegamento fra l’oligarchia locale e gli ottimati di Washington. E il dottor Hunter Biden aveva davvero il curriculum giusto per questo compito urgente: carriera universitaria presso le più prestigiose ed elitarie università private, e poi un impressionante lavoro di interconnessione interno e internazionale fra multinazionali, organizzazioni non governative imbevute di valori (soldi) governativi, uffici legali di super-lobbisti, ecc. 

Soprattutto, Hunter Biden è uno dei più stretti collaboratori del presidente del National Democratic Institute for International Affairs (NDI), un’organizzazione creata dal governo USA come emanazione del National Endowment for Democracy (NED) per canalizzare contributi e donazioni miranti a «rafforzare la democrazia» in 125 diverse nazioni. Cioè un elemosiniere politico, una delle fabbriche delle rivoluzioni colorate di mezzo mondo, presieduta nientemeno che da Madeleine K. Albright, ex Segretario di Stato ai tempi di Clinton e del bombardamento della Serbia. È quella stessa personalità politica che disse in TV che mezzo milione di bambini morti per l’embargo in Iraq erano stati «un prezzo giusto», e ne era valsa la pena (“the price is worth it?”)


Biden si sceglie buone compagnie. Sempre assieme alla Albright, è fra gli amministratori del Truman National Security Project, un centro di formazione che impiega ingenti risorse per forgiare intere leve di esponenti politici progressisti intorno ai temi della sicurezza nazionale. Quando sentite qualche vago esponente di sinistra che parla bene della guerra, sappiate da dove viene imbeccato.

Secondo Hunter Biden, il proprio compito a Kiev consisterà nel dare buoni consigli su «trasparenza, corporate governance e responsabilità, espansione internazionale e altre priorità» al fine di contribuire, nientemeno, «all’economia e al benessere del popolo ucraino.»

Sembra di sentire le stesse parole pronunciate nel 2003 per l'Iraq da Paul Bremer, il governatore coloniale insediato dal presidente George W. Bush quando invase e devastò quel paese. Ma mentre gli imperialisti repubblicani avevano una concezione rudimentale dell'«esportazione della democrazia», la gente dell'NDI è più duttile, perché afferma che «l'NDI non presume di imporre soluzioni né ritiene che un sistema democratico si possa replicare da qualche altra parte». Semmai, l'NDI «condivide esperienze e offre una serie di opzioni in modo che i leader possano adattare quelle pratiche e istituzioni che possano lavorare meglio nel loro proprio ambiente».
Adattare” è dunque la parola chiave. E gli imperialisti democratici americani in Ucraina si sono “adattati” così bene da allearsi con partiti fascistoidi e formazioni paramilitari naziste. 
Si tratta di un'alleanza scandalosa che non imbarazza minimamente gli esponenti del Partito Socialista Europeo. Come non scandalizza nemmeno il plurimiliardario Ihor Kolomoyskyi, fondatore della European Jewish Union, doppia cittadinanza ucraina e israeliana, co-proprietario della banca Privat e di diverse società che hanno individuato grosse riserve di gas naturale proprio nelle zone ucraine in cui si combatte.

Un'inchiesta di Forbes ha descritto molto bene il modo in cui Kolomoyskyi ha fatto fortuna: «Kolomoyskyi ha usato delle forze “quasi-militari” della banca Privat per far valere l'acquisizione ostile di aziende, arruolando un gruppo di "teppisti, armati di mazze da baseball, spranghe di ferro, gas e pistole con proiettili di gomma e motoseghe" per prendersi con la forza un impianto siderurgico a Kremenchuk nel 2006 e ha usato "un mix di ordini del tribunale fasulli (spesso per mano di giudici e/o cancellieri corrotti) e di maniere forti" per sostituire amministratori nei consigli di amministrazione delle società delle quali acquistava le partecipazioni».
Si vede che a Forbes non hanno molta dimestichezza con la cronaca antimafia, che userebbe invece concetti più brevi per descrivere il profilo criminale di un siffatto personaggio. 
Il presidente golpista Turchynov, a ogni buon conto, lo ha nominato governatore dell'Oblast di Dnipropetrovsk, una regione confinante con i punti caldi della rivolta dei russi d'Ucraina. Kolomoyskyi ha promesso «una taglia per chi catturi militanti sostenuti dai russi e ricompense per chi depone le armi».
Questo magnate della finanza e del gas – fra un impegno di cosca e l'altro - sarà uno di quei campioni di «trasparenza, corporate governance e responsabilità» con cui dovrà interloquire Mister Biden jr. 
Qui c'è un punto ancora più interessante.
Il sito di documentazione anticorruzione ucraino (AntAC), d'ispirazione alquanto americana, nel 2012 ha tentato di ricostruire a chi possa appartenere davvero la Burisma, che si presenta come la faccia più alla luce del sole della catena proprietaria dell'impresa gasiera. Una volta che si muovono nel territorio finanziario off-shore, le tracce diventano più difficili, come in una caccia al tesoro mondiale.

Abbiamo visto che la Burisma è controllata dall'entità cipriota Brociti Investments Ltd, che l'aveva rilevata dai precedenti proprietari, gli oligarchi Mykola Zlochevsky (ministro dell'energia del deposto presidente Janukovich) e Mykola Lisin (nel frattempo deceduto). Nello schema finanziario della vendita della Brociti sembra essere coinvolta un'altra grossa impresa del settore degli idrocarburi, la Ukrnaftoburinnya. Se vogliamo sapere chi possiede Ukrnaftoburinnya, le tracce ritornano a Cipro, dove il 90% della società sta in pancia alla Deripon Commercial Ltd. Qua dobbiamo fare un volo più lungo, perché la Deripon è controllata a sua volta da una holding delle Isole Vergini britanniche, la Burrad Financial Corp. Laggiù la nebbia, ancorché ai tropici, diventa fittissima. Ma il nome della Burrad non è tuttavia insignificante, perché ricorre in svariate inchieste che ricostruiscono le operazioni finanziarie gestite dalla banca Privat. Cioè la banca di Ihor Kolomoyskyi. 
Per Forbes, comunque, resta probabile che il proprietario sia ancora Zlochevsky (con possibile suo doppio gioco).

Lo so, vi siete persi. E anche io. Ma provo a riassumere.

Kolomoyskyi, tramite società off-shore, era il dominus della Burisma, la più importante impresa estrattiva del gas in Ucraina, in cui ora si impegna in prima persona quel dentone di Hunter Biden. 
Kolomoyskyi l'ha ufficialmente ceduta, grazie a uno schema finanziario che gli era familiare, a un'impresa off-shore di cui perdiamo le tracce dei proprietari. 

Nello stesso tempo Kolomoyskyi è diventato un'autorità politica territoriale di riferimento per le aree in cui si presume la presenza di grandi riserve di gas in mano alla società di cui è amministratore Biden.

L’Ucraina, grazie alle nuove tecnologie estrattive per gli idrocarburi sviluppate negli ultimi anni dagli USA, è ormai un centro di attrazione per esplorazioni e sfruttamento di nuove aree. La coltivazione di questi giacimenti – ora pienamente sfruttabili nell’orbita nordamericana - minaccia apertamente la posizione dominante di Gazprom, ossia l’architrave energetica della rinata potenza russa.

Il fatto che il cuore del potere USA si scomodi per gestire così da vicino la pratica del gas inviando il figlio del Vicepresidente conferma la crescente rilevanza politica di questa partita. Solo la subalternità, la ricattabilità e le misere ambizioni sub-dominanti dei politici europei potevano consentire questo gioco. 
Non è un caso che l'altro eminente consigliere di amministrazione della Burisma – profilo tutto politico anche il suo - sia l'ex presidente della Polonia, Aleksander Kwaśniewski, un campione di ingerenza atlantista (e polacca) in Ucraina.
Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, fa ironia, mentre dichiara di non vedere un conflitto d'interesse nel ruolo di Biden. «In fondo, come tutti sanno, non c'è nessun gas in Ucraina. Il gas in Ucraina è russo.» E mostra i denti. I suoi.