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20 ottobre 2014
Geopolitica della guerra contro la Siria e di quella contro Daesh
«Sotto
i nostri occhi», cronaca di politica internazionale n°101
In
questa analisi, nuova e originale, Thierry Meyssan espone le ragioni
geopolitiche del fallimento della guerra contro la Siria e gli
obiettivi reali della presunta guerra contro Daesh. Questo articolo è
particolarmente importante per capire le attuali relazioni
internazionali e la cristallizzazione dei conflitti nel Levante
(Iraq, Siria e Libano).
DAMASCO
(Siria)
Le
tre crisi in seno alla coalizione
Stiamo
assistendo alla terza crisi nel campo degli aggressori dall'inizio
della guerra contro la Siria.
- Nel
giugno 2012, in occasione della Conferenza di Ginevra 1, che doveva
segnare il ritorno della pace e doveva organizzare una nuova
spartizione in Medio Oriente tra gli Stati Uniti e la Russia, la
Francia - che aveva appena eletto François Hollande - sancì
un'interpretazione restrittiva della dichiarazione finale. Poi
organizzò il rilancio della guerra, con l'aiuto di Israele e della
Turchia e il sostegno
del Segretario di Stato Hillary Clinton e del direttore della CIA
David Petraeus.
- Dopo
che Clinton e Petraeus erano stati eliminati dal presidente Obama, la
Turchia organizzò nell'estate del 2013, con Israele e la Francia, il
bombardamento chimico della Ghoutta presso Damasco facendolo
attribuire alla Siria. Ma gli Stati Uniti rifiutarono di lasciarsi
imbarcare in una guerra punitiva.
- A
gennaio 2014, gli Stati Uniti fecero votare in una sessione segreta
del Congresso il finanziamento e la fornitura d'armi a Daesh con la
missione di invadere le aree sunnite dell'Iraq e la zona curda della
Siria, al fine di dividere questi grandi Stati. La Francia e la
Turchia armarono quindi Al-Qa'ida (il Fronte al-Nusra) affinché
attaccasse Daesh e costringesse gli Stati Uniti a tornare al piano
originale della Coalizione. Sebbene Al-Qa'ida e Daesh si siano
riconciliati a maggio a seguito di un appello alla calma di Ayman
al-Zawahiri, la Francia e la Turchia non partecipano ancora ai
bombardamenti alleati.
In
generale, la Coalizione deli Amici della Siria, che comprendeva nel
luglio 2012 «un centinaio di Stati e organizzazioni internazionali»,
non ne comprende ora più di 11. La Coalizione contro Daesh
raggruppa, da parte sua, «più di 60 Stati», ma hanno talmente poco
in comune che il loro elenco resta segreto.
Interessi
distinti
In
realtà, la Coalizione è composta da numerosi Stati che perseguono
ciascuno obiettivi specifici e non riescono ad accordarsi sul loro
obiettivo comune. Si possono distinguere quattro forze:
- Gli
Stati Uniti cercano di controllare gli idrocarburi della regione. Nel
2000, il National
Energy Policy Development Group
(NEPDG) presieduto da Dick Cheney aveva identificato - attraverso
immagini satellitari e dati di trivellazione - le riserve mondiali di
petrolio e aveva osservato le immense riserve del gas siriano.
Durante il colpo di stato militare del 2001, Washington decise di
attaccare in successione otto paesi (Afghanistan, Iraq, Libia, Libano
e Siria, Sudan, Somalia, Iran) per impadronirsi delle loro risorse
naturali. Il suo stato maggiore ha poi adottato il piano per
rimodellare il «Medio Oriente allargato» (che prevede anche lo
smantellamento della Turchia e dell'Arabia Saudita), mentre il
Dipartimento di Stato ha creato l'anno successivo il suo dipartimento
MENA per organizzare le "primavere arabe".
-
Israele difende i suoi interessi nazionali: a breve termine, ha
continuato passo a passo la sua espansione territoriale.
Contemporaneamente e senza attendere di controllare l'intero spazio
tra i due fiumi, il Nilo e l'Eufrate, intende controllare tutta
l'attività economica della zona, tra cui beninteso gli idrocarburi.
Per assicurarsi la sua protezione nell'era dei missili, intende da
una parte prendere il controllo di una zona di sicurezza lungo la sua
frontiera (oggi ha cacciato le forze di pace al confine del Golan e
le ha sostituite con Al-Qa'ida) e dall'altra parte neutralizzare gli
eserciti egiziano e siriano prendendoli alle spalle (dispiegamento di
missili Patriot della NATO in Turchia, creazione di un Kurdistan in
Iraq e del Sud Sudan).
- la
Francia e la Turchia continuano il sogno di restaurare i loro imperi.
La Francia spera di ottenere un mandato sulla Siria, o almeno su una
parte del paese. Ha creato l'Esercito siriano libero e gli ha dato la
bandiera verde, bianca, nera a tre stelle del mandato francese. La
Turchia, dal canto suo, intende restaurare l'Impero Ottomano. Ha
designato un wali fin da settembre 2012 per amministrare questa
provincia. I progetti turchi e francesi sono compatibili perché
l'Impero ottomano aveva ammesso che alcune sue province potessero
essere amministrate con altre potenze coloniali.
-
Infine, l'Arabia Saudita e il Qatar sanno che non possono
sopravvivere se non servendo gli Stati Uniti e combattendo i regimi
laici, di cui la Repubblica araba siriana resta ormai l'unica
espressione nella regione.
L'evoluzione
della Coalizione
Queste
quattro forze hanno potuto collaborare solo durante la prima parte
della guerra, da febbraio 2011 a giugno 2012. Si trattava in effetti
di una strategia di quarta generazione: alcuni gruppi di forze
speciali organizzavano incidenti e agguati qui e lì, mentre le
televisioni atlantiste e del Golfo mettevano in scena una dittatura
alauita che reprimeva una rivoluzione democratica. Le somme investite
e i soldati schierati non rappresentano granché e ognuno pensava di
poter tirare un po' la coperta su di sé una volta che la Repubblica
araba siriana fosse stata rovesciata.
Tuttavia,
nei primi mesi del 2012, il popolo siriano ha cominciato a dubitare
che il presidente Bashar al-Assad torturasse i bambini e che la
Repubblica venisse rovesciata a favore di un sistema confessionale di
tipo libanese. La sede dei takfiristi dell'Emirato Islamico di Baba
Amr lasciava presagire la sconfitta dell'operazione. La Francia
negoziò allora l'uscita della crisi e la restituzione degli
ufficiali francesi che erano stati fatti prigionieri. Gli Stati Uniti
e la Russia negoziarono al fine di sostituirsi al Regno Unito e alla
Francia e di spartirsi l'insieme della regione, così come fecero
Londra e Parigi con gli accordi Syke-Picot del 1916.
Da
quel momento, niente funzionava più nella coalizione. I suoi
successivi fallimenti dimostrano che non può vincere.
Nel
luglio 2012, la Francia organizzava in pompa magna a Parigi
l'incontro più importante della Coalizione e rilanciava la guerra.
Il discorso pronunciato da François Hollande era stato scritto in
inglese, probabilmente dagli israeliani, e poi tradotto in francese.
Il Segretario di Stato Hillary Clinton e l'ambasciatore Robert S.
Ford (formato da John Negroponte) s'impegnavano nella più vasta
guerra segreta della storia. Come era già accaduto in Nicaragua,
eserciti privati reclutavano mercenari e li inviavano in Siria. Solo
che stavolta questi mercenari vebivano inquadrati ideologicamente per
addestrare delle orde jihadiste. La supervisione delle operazioni
sfuggiva al Pentagono per tornare in mano al Dipartimento di Stato e
alla CIA. Il costo di questa guerra fu enorme, ma non fu imputato al
Tesoro degli Stati Uniti, né della Francia né della Turchia,
giacché fu interamente coperto dagli esborsi dell'Arabia Saudita e
del Qatar.
Secondo
la stampa atlantista e del Golfo, qualche migliaio di stranieri
vennero e dare manforte alla "rivoluzione democratica siriana."
Ma non c'era nulla di una "rivoluzione democratica", bensì
gruppi di fanatici che scandivano slogan come «Rivoluzione pacifica:
i cristiani a Beirut, gli alauiti nella tomba!» [1] oppure ancora
«No a Hezbollah, no all'Iran, vogliamo un presidente che tema
Dio!»[2]. Secondo l'Esercito arabo siriano, non sono state poche
migliaia, bensì 250mila, gli jihadisti stranieri che sarebbero
venuti a combattere, e spesso a morire, dal luglio 2012 al luglio
2014.
Ora,
il giorno dopo la sua rielezione, Barack Obama costringeva alle
dimissioni il direttore della CIA, il generale David Petraeus, e si
sbarazzava di Hillary Clinton durante la formazione della sua nuova
amministrazione. Cosicché all'inizio del 2013, la Coalizione si
basava quasi solo esclusivamente sulla Francia e la Turchia, con gli
Stati Uniti che facevano il meno possibile. Questo era ovviamente il
momento che aveva atteso l'Esercito arabo siriano per lanciare la sua
inesorabile riconquista del territorio.
François
Hollande e Recep Tayyip Erdoğan, Hillary Clinton e David Petraeus
intendevano rovesciare la repubblica laica per imporre un regime
sunnita che sarebbe stato posto sotto il dominio diretto della
Turchia, ma che avrebbe compreso anche alti funzionari francesi. Un
modello ereditato dalla fine del XIX secolo, ma che non rappreentava
alcun interesse per gli Stati Uniti.
Il
democratico Barack Obama e i suoi due segretari democratici e
repubblicani alla Difesa, Leon Panetta e Chuck Hagel sono guidati da
una politica radicalmente diversa: Panetta è stato espresso dalla
Commissione Baker-Hamilton e Obama è stato eletto sulla scorta del
programma di tale Commissione. Secondo loro, gli Stati Uniti non sono
né devono essere una potenza coloniale nel senso mediterraneo del
termine, il che vale a dire che non dovrebbero prendere in
considerazione di controllare un territorio installandovi dei coloni.
L'esperienza dell'amministrazione Bush in Iraq è stata estremamente
costosa rispetto al suo ritorno sugli investimenti. Non dovrebbe
essere riprodotta.
Dopo
che la Turchia e la Francia hanno cercato di impelagare gli Stati
Uniti in un vasto bombardamento della Siria, mettendo in scena la
crisi chimica dell'estate 2013, la Casa Bianca e il Pentagono hanno
deciso di riprendere il bandolo della matassa. Nel gennaio del 2014,
hanno convocato una riunione segreta del Congresso al quale è stata
fatta votare una legge segreta che approva un piano di divisione
dell'Iraq in tre parti nonché la secessione della regione curda
della Siria. Per far questo, hanno deciso di finanziare e armare un
gruppo jihadista in grado di realizzare ciò che il diritto
internazionale proibisce all'esercito statunitense: una pulizia
etnica.
Barack
Obama ei suoi armati non stanno prendendo in considerazione il
rimodellamento del "Medio Oriente allargato" come un
obiettivo in sé, ma solo come un mezzo per controllare le risorse
naturali. Usano un concetto classico, divide
et impera,
non per creare posizioni di re e presidenti in nuovi Stati, ma per
continuare la politica degli Stati Uniti in vigore dai tempi di Jimmy
Carter.
Nel
suo discorso sullo stato dell'Unione del 23 gennaio 1980, il
Presidente Carter sanciva la dottrina che porta il suo nome:
Washington ritiene che gli idrocarburi del Golfo siano indispensabili
alla sua economia e gli appartengono. Pertanto, qualsiasi rimessa in
causa da parte di chiunque, in virtù di questo assioma, sarà
considerata «un
attacco agli interessi vitali degli Stati Uniti d'America, e un tale
attacco sarà respinto con ogni mezzo necessario, compresa la forza
militare».
Nel corso del tempo, Washington si è dotata dello strumento di
questa politica, il CentCom, e ha esteso la sua zona riservata al
Corno d'Africa.
Pertanto,
l'attuale campagna di bombardamenti della Coalizione non ha più
alcun rapporto con l'obiettivo iniziale di rovesciare la Repubblica
araba siriana. Non ha rapporto alcuno con la sua vetrina di "guerra
al terrorismo". Essa punta esclusivamente a difendere gli
interessi economici dei soli Stati Uniti, se necessario con la
creazione di nuovi Stati, ma non necessariamente.
Allo
stato attuale, il Pentagono è simbolicamente aiutato da qualche
aereo saudita e qatariota, ma non dalla Francia né dalla Turchia.
Rivendica esso stesso di aver condotto più di 4.000 sortite, ma di
aver ucciso soltanto poco più di 300 combattenti dell'Emirato
islamico. Se ci atteniamo al discorso ufficiale, ne risulta che per
uccidere un solo jihadista occorrono più di 13 missioni aeree e un
numero imprecisato di bombe e missili. Si tratterebbe perciò della
campagna aerea più costosa e più inefficiente della Storia. Ma se
si considera il ragionamento precedente, l'attacco di Daesh contro
l'Iraq corrisponde a una manipolazione dei prezzi del petrolio che li
ha fatti cadere da 115 dollari al barile a 83 dollari, ossia un calo
di quasi il 25%. Nouri al-Maliki, il primo ministro iracheno
legittimamente eletto, che vendeva la metà del suo petrolio alla
Cina, è stato subitaneamente stigmatizzato e rovesciato. Daesh e il
governo regionale del Kurdistan iracheno hanno ridotto essi stessi il
loro furto di petrolio e l'esportazione di circa il 70%. L'insieme
degli impianti petroliferi utilizzati dalle aziende cinesi sono stati
puramente e semplicemente distrutti. Di fatto, il petrolio iracheno e
il petrolio siriano sono sfuggiti agli acquirenti cinesi e sono stati
reintegrati nel mercato internazionale controllato dagli Stati Uniti.
In
definitiva, questa campagna aerea è un'applicazione diretta della
"Dottrina Carter" e un monito al presidente Xi Jinping che
tenta di concludere, qua e là, dei contratti bilaterali di fornitura
di idrocarburi per il suo paese, senza passare per il mercato
internazionale.
Anticipare
il Futuro
Da
questa analisi possiamo concludere che:
- Nel
periodo attuale, gli Stati Uniti sono disposti a condurre una guerra
solo per difendere il loro interesse strategico a controllare il
mercato internazionale del petrolio. Di conseguenza, possono andare
in guerra contro la Cina, ma non contro la Russia.
- La
Francia e la Turchia non saranno mai in grado di realizzare i loro
sogni di ricolonizzazione. La Francia dovrebbe riflettere al ruolo
che l’AfriCom le ha assegnato sul continente nero. Essa può
continuare a intervenire in tutti gli stati che tentano di
avvicinarsi alla Cina (Costa d'Avorio, Mali, Repubblica
Centrafricana) e riportare l'ordine "occidentale", ma non
sarà mai in grado di ripristinare il suo impero coloniale. La
Turchia dovrebbe ugualmente abbassare i toni. Anche se il presidente
Erdoğan riesce a fare un'alleanza contro natura tra i Fratelli
Musulmani e gli ufficiali kemalisti, dovrebbe abbandonare le sue
ambizioni neo-ottomane. Soprattutto, dovrebbe ricordarsi che finché
è un membro della NATO, il suo paese è più di ogni altro
suscettibile d'essere la vittima di un colpo di Stato
filo-statunitense, così come lo sono stati prima di lui il greco
Georgios Papandreou e il turco Bülent Ecevit.
-
L'Arabia Saudita e il Qatar non saranno mai rimborsati dei miliardi
che hanno investito a fondo perduto per rovesciare la Repubblica
araba siriana. Peggio ancora, è probabile che dovranno pagare per
una parte della ricostruzione. La famiglia Saud dovrebbe continuare a
soddisfare gli interessi economici statunitensi, ma evitare di
perseguire guerre di grande ampiezza e considerare che - in qualsiasi
momento - Washington può decidere di partizionare la loro proprietà
privata, l'Arabia Saudita.
-
Israele può sperare di continuare a giocare sotto il tavolo per
provocare nel medio termine l'effettiva divisione dell'Iraq in tre
parti. Otterrebbe così un Kurdistan iracheno paragonabile al Sud
Sudan che è stato già creato. È tuttavia improbabile che possa
collegarvi immediatamente il Nord della Siria. Allo stesso modo, è
improbabile che possa spodestare la missione UNIFIL nel Libano
meridionale e sostituirla con Al-Qa'ida come ha fatto con la missione
UNDOF alla frontiera siriana. Ma in 66 anni Israele ha preso
l'abitudine di osare molto spesso per ottenere ogni volta qualcosa in
più. In realtà è l'unico vincitore in questa guerra contro la
Siria e all'interno della Coalizione. Non solo ha indebolito il suo
vicino siriano per lunghi anni, ma è riuscito a costringerlo ad
abbandonare il suo arsenale chimico. Così è oggi l'unico Stato al
mondo a disporre ufficialmente sia di un arsenale nucleare
sofisticato, sia un arsenale chimico e biologico.
-
L'Iraq è di fatto diviso in tre Stati separati di cui uno, il
Califfato, non potrà mai essere riconosciuto dalla Comunità
internazionale. Inizialmente, non vediamo che cosa impedirebbe la
secessione del Kurdistan, se non la difficoltà di spiegare per quale
incanto abbia aumentato il suo territorio del 40% in rapporto alla
sua definizione amministrativa, compresi i campi petroliferi di
Kirkuk. Il Califfato dovrebbe gradualmente lasciare il posto a uno
Stato sunnita, probabilmente governato da uomini che hanno
ufficialmente "lasciato" Daesh, ma in maniera meno crudele.
Si tratterebbe in tal caso di un processo paragonabile a quello della
Libia, dove sono stati collocati al potere veterani di Al-Qa'ida
senza sollevare la minima protesta.
- La
Siria gradualmente ritroverà la pace e si concentrerà sulla sua
lunga ricostruzione. Si rivolgerà allo scopo alle imprese cinesi, ma
terrà Pechino lontano dai suoi idrocarburi. Per ricostruire la sua
industria petrolifera e per sfruttare le sue riserve di gas, si
rivolgerà a imprese russe. La questione dei gasdotti che la
attraverseranno dipenderà dai suoi sostegni iraniano e russo.
- Il
Libano continuerà a vivere sotto la minaccia di Daesh ma mai
l'organizzazione avrà un ruolo diverso da quello dei terroristi. Gli
jihadisti saranno solo un mezzo per congelare un po' di più il
funzionamento politico di un paese che affonda nell'anarchia.
-
Infine, la Russia e la Cina dovrebbero urgentemente intervenire
contro Daesh, in Iraq, in Siria e in Libano, non tanto per
compassione per le popolazioni locali, quanto perché questo
strumento sarà presto utilizzato contro di loro dagli Stati Uniti.
Già ora, se Daesh è controllata dal principe saudita Abdul Rahman,
che finanza, e dal califfo Ibrahim, che dirige le operazioni, i suoi
ufficiali principali sono georgiani, tutti membri dei servizi segreti
militari, e talvolta cinesi turcofoni. Inoltre, il ministro della
difesa georgiano ha ammesso, prima di smentirsi, di aver ospitato
campi di addestramento per jihadisti. Se Mosca e Pechino esitano,
dovranno affrontare Daesh nel Caucaso, nella valle di Ferghana, e
nello Xinjiang.
NOTE:
[1] «Rivoluzione
pacifica» significa qui che non si farà del male ai sunniti.
[2] All'inizio della
guerra, Hezbollah non era presente in Siria, ma la Siria ha sostenuto
militarmente Hezbollah nella sua lotta contro l'aggressore
israeliano. Non si trattava quindi di mettere Hezbollah fuori dalla
Siria, ma di smettere di sostenere la Resistenza.
Questa
"cronaca settimanale di politica estera" appare
simultaneamente in versione araba sul quotidiano"Al-Watan"(Siria),
in versione tedesca sulla "Neue
Reinische Zeitung",
in lingua russa sulla "Komsomolskaja
Pravda",
in inglese su"Information
Clearing House",
in francese sul "Réseau
Voltaire".
Thierry
Meyssan, 19 ottobre 2014.
Traduzione
per Megachip a cura di Matzu Yagi.
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19 maggio 2014
L'Ukraine et les dents des oligarques. Le cas Biden
Ci-dessous une traduction en français de mon article intitulé "L'Ucraina e i denti degli oligarchi. Il caso Biden", parue sur le site en ligne blogs.mediapart.fr.
par Pino Cabras
Le fils du vice-président Usa élu à un poste central de l'industrie gazière en Ukraine, ensemble avec l'ex président de la Pologne. Les alliances flexibles avec des mondes mafieux.
R. Hunter Biden, fils du vice-président Usa, Joe, a hérité du père un nombre incroyable de dents. Avec ceux-ci il nous sourit énergiquement depuis ses photos officielles. Maintenant on nous informe que ces dents arrachent l'un des fauteuils les plus convoités de l'Ukraine, tout en faisant de lui l'un des nouveaux patrons de la Kiev post-putchiste. Biden le Jeune vient en effet de s'installer dans le conseil d'administration de la compagnie ukrainienne la plus importante d'extraction du gaz, la Burisma, avec ses puits en Europe et son siège à Chypre, où elle est contrôlée par une autre entreprise off-shore de droit chypriote, laBrociti Investments Ltd. On verra par la suite où iront les traces.
Pendant le vol qui l'a amené des cieux de l'élite états-unienne aux hautes sphères de l'oligarchie d'un pays ex-soviétique, le fiston américain a pu lui aussi réfléchir sur comment à changé le mot oligarque. Jusqu'à il y a vingt ans, l'oligarque était un représentant générique d'un système de gouvernement que quelques personnes imposaient à tous. L'oligarque post-soviétique est par contre une chose bien plus spécifique : c'est un homme d'affaires qui a arraché - pendant qu'il occupait une position dominante dérivant de la politique - les immenses richesses publiques sous-tirées par la sauvage privatisation de l'économie soviétique après la chute de l'URSS. Ce type humain est désormais l'unique à être étiqueté comme oligarque. La russophobie qui règne dans le discours public occidental fait le reste : à est, ou plutôt, en Russie, il y a des oligarques ; chez nous, par contre, de sains entrepreneurs à la vertu cristalline qui n'oseraient jamais spolier une nation. Comment définir autrement un De Benedetti ?
Tant pis si un nombre écrasant d'oligarques russes, avant de décider si favoriser ou combattre la nouvelle "verticale du pouvoir" de Poutine, avaient été avant tout des créatures occidentales.
Mais Hunter Biden est là pour nous rappeler, avec son cursus honorum et ses dents, serrées sur une cuillère d'argent, que les oligarques existent même ici à l'Ouest, et prospèrent et fréquentent tous les couloirs qui conduisent aux salles de l'argent, des gouvernements, de l'intelligence. Avec une colossale 'exusatio non petita' (justification non demandée) à Washington ils essayent néanmoins de nous le dire : d'après eux, les entrées au gouvernement pour le fils du 'number one' de la Maison Blanche, ne comptent pas. Et par conséquent Biden a obtenu sa nomination dans la lointaine colonie européenne seulement par la voie de son curriculum. Si les faits nous diront autre chose, c'est de notre faute, qui serons prévenus.
C'est seulement une coïncidence, en effet, que le 21 avril Biden le Vieux amène son dentier à Kiev pour dicter ses volontés, et que justement dans les mêmes jours Biden le Jeune devienne l'homo americanus de l'agence la plus stratégique du Pays, en pleine bataille du gaz.
Le soupçon et que là-bas il faille un oligarque expérimenté, justement, qui fasse office d'agent de liaison entre l'oligarque local et les optimates de Washington. Et le docteur Hunter Biden avait vraiment le curriculum adéquat pour cette tâche urgente : carrière universitaire auprès des universités privées les plus prestigieuses et élitistes, et puis un travail impressionnant d'inter-connexion intérieure et internationale entre multi-nationales, organisations non gouvernementales imbues de valeurs (d'argent) gouvernementales, bureaux légaux de super-lobbyistes, etc.
Surtout, Hunter Biden est l'un des collaborateurs les plus étroits du président de la National Democratic Institute for International Affairs (NDI), une organisation crée par le gouvernement Usa en tant qu'émanation du National Endowment for Democracy (NED) pour canaliser les fonds et les donations visant à "renforcer la démocratie" dans 125 nations différentes. C'est-à-dire un quémandeur politique, l'une des usines des révolutions colorées de la moitié du monde, présidée rien que ça, par Madeleine K. Albright, ex Secrétaire d'Etat à l'époque de Clinton et du bombardement de la Serbie. C'est la même personnalité politique qui dit à la TV qu'un demi-million d'enfants morts par embargo en Iraq avait été "un prix juste", que ça en avait valu la peine ("the price is worth it?")
Madeleine Albright - 60 Minutes
Biden se choisit de bonnes compagnies. Toujours ensemble avec Albright, il est parmi les administrateurs du Truman National Security Project, un centre de formation qui emploie des ressources colossales pour former des générations entières de représentants politiques progressistes autour des thèmes de la sécurité nationale. Lorsque vous entendez quelque vague représentant de la gauche qui parle bien de la guerre, vous saurez d'où on lui aura donné la bécquée.
D'après Hunter Biden, son rôle à Kiev consistera à donner les bons conseils sur "transparence, corporate governance et responsabilité, expansion internationale et d'autres priorités" afin de contribuer, rien que ça, " à l'économie et au bien-être du peuple ukrainien ".
On se croirait entendre les mots prononcés en 2003 pour l'Iraq par Paul Bremer, le gouverneur colonial installé par le président George W. Bush lorsqu'il envahit et dévasta ce pays. Mais tandis que les impérialistes républicains avaient une conception rudimentaire de l' "exportation de la démocratie", le monde de l'NDI est plus ductile, parce qu'il affirme que "l'NDI ne présume pas d'imposer des solutions ni considère que le système démocratique puisse être dupliqué quelque part ailleurs." Tout au plus, l'NDI "partage des expériences et offre une série d'options de manière à ce que les leaders puissent adapter ces pratiques et que les institutions puissent travailler mieux dans leur environnement."
"Adapter" est donc le mot-clef. Et les impérialistes démocratiques américains en Ukraine se sont "adaptés" tellement qu'ils se sont alliés avec des partis à tendance fasciste et des formations para-militaires nazies.
Il s'agit d'une alliance scandaleuse qui n'embarrasse aucunement les représentants du Parti Socialiste Européen. De la même manière qu'elle ne scandalise pas le multi-milliardaire Ihor Kolomoyshyi, fondateur de la European Jewish Union, double citoyenneté ukrainienne et israélienne, co-propriétaire de la banque Privat et de plusieurs sociétés qui ont détecté de grosses réserves de gaz naturel justement dans les zones ukrainiennes dans lesquelles se poursuivent les combats.
Une enquête de Forbes a décrit très bien la manière dont Kolomoyskyi a fait fortune : "Kolomoyskyi a employé des forces "presque-militaires" de la banque Privat pour faire valoir l'achat hostile d'entreprises, enrôlant un groupe de "hooligans, armés de battes de baseball, des barres de fer, de gaz et des pistolets avec des balles en caoutchouc et des "tronçonneuses" pour prendre par la force un complexe sidérurgique à Kremenchuk en 2006 et a employé "un mix d'ordres du tribunal falsifiés (souvent par la main de juges et /ou de greffiers corrompus) et de manières fortes" pour remplacer des administrateurs dans les conseils d'administration dans les sociétés dont il achetait les participations".
Probablement chez Forbes, ils n'ont pas beaucoup de familiarité avec la chronique anti-mafia, qui emploierait des concepts plus courts pour décrire le profil criminel d'un tel personnage.
Le président putchiste Turchynov, en tout état de cause, l'a élu gouverneur de l'Oblast de Dnipropetrovsk, une région frontalière avec les points chauds de la révolte des russes d'Ukraine. Kolomoyskyi a promis "une taille pour qui capturera des militants soutenus par les russes et des récompenses pour qui dépose les armes".
Ce magnat de la finance et du gaz - dans le temps qui lui reste, à part celui consacré aux affaires entre groupes mafieux - sera l'un de ces champions de "transparence, corporate governance et responsabilité" avec lesquels aura à négocier Mister Biden jr.
Et ici il y a un point encore plus intéressant.
Le site de documentation anti-corruption ukrainien (AntAC), d'inspiration assez américaine, en 2012 a essayé de reconstruire à qui puisse appartenir réellement la Burisma, qui se présente comme la vitrine la plus exposée à la lumière du soleil de la chaîne propriétaire de l'entreprise gazière. Une fois qu'elles se déplacent dans le territoire financier off-shore, les traces deviennent plus difficiles, comme une chasse mondiale au trésor.
Le site de documentation anti-corruption ukrainien (AntAC), d'inspiration assez américaine, en 2012 a essayé de reconstruire à qui puisse appartenir réellement la Burisma, qui se présente comme la vitrine la plus exposée à la lumière du soleil de la chaîne propriétaire de l'entreprise gazière. Une fois qu'elles se déplacent dans le territoire financier off-shore, les traces deviennent plus difficiles, comme une chasse mondiale au trésor.
Nous avons vu que la Burisma est contrôlée par l'entité chypriote Brociti Investments Ltd, qui l'avait rélevée des propriétaires précédents, les oligarques Mykola Zlochevsky (ministre de l'énergie du président Yanoukovitch déstitué) et Mykola Lisin (mort entretemps). Il semblerait que dans le schéma financier de la vieille Brociti soit impliquée une autre grosse entreprise du secteur des hydrocarbures, la Ukrnaftoburinnya. Si nous voulons savoir qui possède Ukrnaftoburinnya, les traces reviennent à Chypre, où 90% de la société se trouve dans le ventre de la Deripon Commercial Ltd. Ici nous devons faire un vol plus long, parce que la Deripon est contrôlée à son tour par une holding des îles Vierges britanniques, la Burrad Financial Corp. Là-bas le brouillard, malgré les tropiques, devient épaississime. Mais le nom de la Burrad n'est néanmoins pas insignifiant, parce qu'il revient dans plusieurs enquêtes qui reconstruisent les opérations financières gérées par la banque Privat. C'est-à-dire la banque Kolomoyskyi.
Pour Forbes, cependant, reste probable que le propriétaire soit encore Zlochevsky (avec la possibilité d'un double jeu de sa part).
Je le sais, vous vous êtes perdus. Moi aussi. Mais j'essaye de résumer.
Kolomoyskyi, moyennant des sociétés off-shore, était le dominusde la Burisma, l'entreprise la plus importante d'extraction du gaz en Ukraine, dans laquelle est actuellement employé ce dentu de Hunter Biden.
Kolomoyskyi l'a officiellement cédée, grâce à un schéma financier qui lui était familier, à une entreprise off-shore dont nous perdons la trace des propriétaires.
En même temps, Kolomoyskyi est devenu une autorité politique territoriale de référence pour les aires dans lesquelles on présume la présence de grandes réserves de gaz en possession de la société dont Biden est administrateur.
L'Ukraine, grâce aux nouvelles technologies extractives pour les hydrocarbures développées dans les dernières années par les Usa, est désormais un centre d'attraction pour les explorations et l'exploitation de nouvelles aires. Le soin apporté à ces gisement - maintenant pleinement exploitables dans l'orbite américaine - menace ouvertement la position dominante de Gazprom, c-est-à-dire la poutre énergétique maîtresse de la puissance russe renaissante.
Le fait que le coeur du pouvoir Usa se dérange pour gérer de si près l'affaire du gaz en envoyant le fils du Vice-président confirme l'importance croissante de cette partie. Seulement la sub-alternance, la possibilité d'être mis sous chantage, et les misérables ambitions sous-dominantes des politiciens européens pouvaient consentir à ce jeu.
Ce n'est pas un hasard si l'autre éminent conseiller d'administration de la Burisma - un profil lui aussi tout politique - soit l'ex-président de la Pologne, Aleksander Kwasniewki, un champion de l'ingérence atlantiste (et polonaise) en Ukraine.
Le représentant du Kremlin, Dmitri Peskov, ironise, pendant qu'il déclare de ne pas voir de conflit d'intérêts dans le rôle de Biden. "Au fond, comme tout le monde sait, il n'y a pas pas de gaz du tout en Ukraine. Le gaz en Ukraine est russe." Et il montre les dents. Les siennes.
Source: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=103429&typeb=0&I-denti-degli-oligarchi-Il-caso-Biden.
Source de la version française: http://blogs.mediapart.fr/blog/segesta3756/160514/lukraine-et-les-dents-des-oligarques-le-cas-biden.
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USA
15 maggio 2014
I denti degli oligarchi. Il caso Biden
di Pino Cabras.
da Megachip.
Il figlio del vicepresidente USA al centro dell'industria del gas in
Ucraina, assieme all'ex presidente della Polonia. Le alleanze flessibili
con mondi mafiosi.
R.
Hunter Biden, figlio del
vicepresidente USA, Joe,
ha ereditato dal padre un numero incredibile di denti. Con questi ci
sorride energicamente dalle sue foto ufficiali. Ora ci informano che
quei denti azzannano una delle più ambite poltrone dell’Ucraina,
facendo di lui uno dei nuovi padroni della Kiev post-golpista. Biden
il Giovane si è infatti da poco insediato nel consiglio di
amministrazione della più importante compagnia ucraina di estrazione
del gas, la Burisma,
con i pozzi in Europa e la sede a Cipro, dove la controlla un'altra
impresa
off-shore
di diritto cipriota, la Brociti
Investments Ltd.
Vedremo poi dove vanno le tracce.
Durante
il volo che lo ha portato dai cieli dell’élite statunitense alle
alte sfere dell’oligarchia di un paese post-sovietico, il rampollo
americano ha potuto anche lui riflettere su come è cambiata la
parola oligarca.
Sino a vent’anni fa l’oligarca era un generico esponente di un
sistema di governo che poche persone imponevano a tutti. L’oligarca
post-sovietico è invece una cosa più specifica: è un uomo d’affari
che ha arraffato - mentre occupava una posizione dominante derivante
dalla politica – le immense ricchezze pubbliche tratte dalla
selvaggia privatizzazione dell’economia sovietica dopo il crollo
dell’URSS. Questo tipo umano è ormai l’unico a essere
etichettato come oligarca. La russofobia che regna nel discorso
pubblico occidentale fa il resto: a est, anzi, in Russia, ci sono
oligarchi; da noi, invece, sani imprenditori di specchiata virtù che
mai oserebbero spolpare una nazione. Come definire altrimenti un De
Benedetti?
Pazienza
se moltissimi oligarchi russi, prima di decidere se appoggiare o
combattere la nuova “verticale del potere” di Putin, siano stati
per prima cosa delle creature occidentali.
Ma
Hunter Biden è lì a ricordarci, con il suo cursus
honorum e i suoi denti,
stretti su un cucchiaio d’argento, che gli oligarchi
esistono anche qui a Ovest,
e prosperano e frequentano tutti i corridoi che portano alle stanze
del denaro, dei governi, dell’intelligence. Con una colossale
excusatio non petita,
a
Washington ci provano lo stesso
a dircelo: secondo loro, le entrature nel governo, per il figlio del
numero due della Casa Bianca non contano. E pertanto Biden ha
ottenuto la sua carica nella lontana colonia europea solo per via del
suo curriculum.
Se i fatti ci dicono altro, è colpa nostra, che siamo prevenuti. È
solo una coincidenza, infatti, che il 21 aprile Biden il Vecchio
porti la sua dentatura a Kiev per dettare i suoi voleri, e che
proprio negli stessi giorni Biden il Giovane diventi l’homo
americanus
dell’azienda più strategica del Paese, in piena battaglia del gas.
Il
sospetto è che laggiù servisse uno sperimentato oligarca, appunto,
che facesse da ufficiale di collegamento fra l’oligarchia locale e
gli ottimati di Washington. E il dottor Hunter Biden aveva davvero il
curriculum giusto per questo compito urgente: carriera universitaria
presso le più prestigiose ed elitarie università private, e poi
un impressionante lavoro di interconnessione interno e
internazionale fra multinazionali, organizzazioni non governative
imbevute di valori (soldi) governativi, uffici legali di
super-lobbisti, ecc.
Soprattutto, Hunter Biden è uno dei più
stretti collaboratori del presidente del National
Democratic Institute for International
Affairs (NDI),
un’organizzazione creata dal governo USA come emanazione del
National Endowment for
Democracy (NED) per
canalizzare contributi e donazioni miranti a «rafforzare la
democrazia» in 125 diverse nazioni. Cioè un elemosiniere politico,
una delle fabbriche delle rivoluzioni colorate di mezzo mondo,
presieduta nientemeno che da Madeleine
K. Albright, ex
Segretario di Stato ai tempi di Clinton e del bombardamento della
Serbia. È quella stessa personalità politica che disse in TV che
mezzo milione di bambini morti per l’embargo in Iraq erano stati
«un
prezzo giusto»,
e ne era valsa la pena (“the
price is worth it?”)
Biden
si sceglie buone compagnie. Sempre assieme alla Albright, è fra gli
amministratori del Truman
National Security Project, un centro di formazione che impiega
ingenti risorse per forgiare intere leve di esponenti politici
progressisti intorno ai temi della sicurezza nazionale. Quando
sentite qualche vago esponente di sinistra che parla bene della
guerra, sappiate da dove viene imbeccato.
Secondo
Hunter Biden, il proprio compito a Kiev consisterà nel dare buoni
consigli su «trasparenza, corporate
governance e
responsabilità, espansione internazionale e altre priorità» al
fine di contribuire, nientemeno, «all’economia e al benessere del
popolo ucraino.»
Sembra
di sentire le stesse parole pronunciate nel 2003 per l'Iraq da Paul
Bremer, il governatore
coloniale insediato dal presidente George W. Bush quando invase e
devastò quel paese. Ma mentre gli imperialisti repubblicani avevano
una concezione rudimentale dell'«esportazione
della democrazia»,
la gente dell'NDI è più duttile, perché afferma che «l'NDI
non presume di imporre soluzioni né ritiene che un sistema
democratico si possa replicare da qualche altra parte». Semmai,
l'NDI «condivide esperienze e offre una serie di opzioni in modo che
i leader possano adattare quelle pratiche e istituzioni che possano
lavorare meglio nel loro proprio ambiente».
“Adattare”
è dunque la parola chiave. E gli imperialisti democratici americani
in Ucraina si sono “adattati” così bene da allearsi con partiti
fascistoidi e formazioni paramilitari naziste.
Si tratta di un'alleanza scandalosa
che non imbarazza minimamente gli esponenti del Partito Socialista
Europeo. Come non scandalizza nemmeno il plurimiliardario Ihor
Kolomoyskyi, fondatore
della European Jewish Union, doppia cittadinanza ucraina e
israeliana, co-proprietario della banca Privat e di diverse società
che hanno individuato grosse riserve di gas naturale proprio nelle
zone ucraine in cui si combatte.
Un'inchiesta
di Forbes
ha descritto molto bene
il modo in cui Kolomoyskyi ha fatto fortuna: «Kolomoyskyi ha usato delle
forze “quasi-militari” della banca Privat per far valere
l'acquisizione ostile di aziende, arruolando un gruppo di "teppisti,
armati di mazze da baseball, spranghe di ferro, gas e pistole con
proiettili di gomma e motoseghe" per prendersi con la forza un
impianto siderurgico a Kremenchuk nel 2006 e ha usato "un mix di
ordini del tribunale fasulli (spesso per mano di giudici e/o
cancellieri corrotti) e di maniere forti" per sostituire
amministratori nei consigli di amministrazione delle società delle
quali acquistava le partecipazioni».
Si
vede che a Forbes
non hanno molta dimestichezza con la cronaca
antimafia, che userebbe
invece concetti più brevi per descrivere il profilo criminale di un
siffatto personaggio.
Il presidente golpista Turchynov,
a ogni buon conto, lo ha nominato governatore dell'Oblast di
Dnipropetrovsk,
una regione confinante con i punti caldi della rivolta dei russi
d'Ucraina. Kolomoyskyi ha promesso «una taglia per chi catturi
militanti sostenuti dai russi e ricompense per chi depone le armi».
Questo
magnate della finanza e del gas – fra un impegno di cosca e l'altro
- sarà uno di quei campioni di «trasparenza,
corporate governance
e responsabilità»
con cui dovrà interloquire
Mister Biden jr.
Qui c'è un punto ancora più interessante.
Il
sito
di documentazione anticorruzione ucraino (AntAC), d'ispirazione
alquanto americana, nel 2012 ha tentato di ricostruire a chi possa
appartenere davvero la Burisma, che si presenta come la faccia più
alla luce del sole della catena proprietaria dell'impresa gasiera.
Una volta che si muovono nel territorio finanziario off-shore,
le tracce diventano più difficili, come in una caccia al tesoro
mondiale.
Abbiamo
visto che la Burisma è controllata dall'entità cipriota Brociti
Investments Ltd, che l'aveva rilevata dai precedenti proprietari, gli
oligarchi Mykola Zlochevsky (ministro dell'energia del deposto
presidente Janukovich) e Mykola Lisin (nel frattempo deceduto). Nello
schema finanziario della vendita della Brociti sembra essere
coinvolta un'altra grossa impresa del settore degli idrocarburi, la
Ukrnaftoburinnya. Se vogliamo sapere chi possiede Ukrnaftoburinnya,
le tracce ritornano a Cipro, dove il 90% della società sta in pancia
alla Deripon Commercial Ltd. Qua dobbiamo fare un volo più lungo,
perché la Deripon è controllata a sua volta da una holding delle
Isole Vergini britanniche, la Burrad Financial Corp. Laggiù la
nebbia, ancorché ai tropici, diventa fittissima. Ma il nome della
Burrad non è tuttavia insignificante, perché ricorre in svariate
inchieste che ricostruiscono le operazioni finanziarie gestite dalla
banca Privat. Cioè la banca di Ihor
Kolomoyskyi.
Per Forbes, comunque, resta probabile che il proprietario
sia ancora Zlochevsky
(con possibile suo doppio gioco).
Lo
so, vi siete persi. E anche io. Ma provo a riassumere.
Kolomoyskyi,
tramite società off-shore, era il dominus
della Burisma, la più importante impresa estrattiva del gas in
Ucraina, in cui ora si impegna in prima persona quel dentone di
Hunter Biden.
Kolomoyskyi l'ha ufficialmente ceduta, grazie a uno
schema finanziario che gli era familiare, a un'impresa off-shore
di
cui perdiamo le tracce dei proprietari.
Nello stesso tempo Kolomoyskyi
è diventato un'autorità politica territoriale di riferimento per le
aree in cui si presume la presenza di grandi riserve di gas in mano
alla società di cui è amministratore Biden.
L’Ucraina,
grazie alle nuove tecnologie estrattive per gli idrocarburi
sviluppate negli ultimi anni dagli USA, è
ormai un centro di attrazione per esplorazioni e sfruttamento di
nuove aree. La
coltivazione di questi giacimenti – ora pienamente sfruttabili
nell’orbita nordamericana - minaccia apertamente la posizione
dominante di Gazprom, ossia l’architrave energetica della rinata
potenza russa.
Il
fatto che il cuore del potere USA si scomodi per gestire così da
vicino la pratica del gas inviando il figlio del Vicepresidente conferma la crescente rilevanza politica di
questa partita. Solo la subalternità, la ricattabilità e le misere
ambizioni sub-dominanti dei politici europei potevano consentire
questo gioco.
Non è un caso che l'altro eminente consigliere di
amministrazione della Burisma – profilo tutto politico anche il suo - sia l'ex
presidente della Polonia, Aleksander
Kwaśniewski, un campione
di ingerenza atlantista (e polacca) in Ucraina.
Il
portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, fa ironia, mentre dichiara di non vedere un
conflitto d'interesse nel ruolo di Biden. «In
fondo, come tutti sanno, non c'è nessun gas in Ucraina. Il gas in
Ucraina è russo.» E mostra
i denti. I suoi.
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