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6 marzo 2015

Le armi USA e l'ascesa nazista in Ucraina


di Glenn Greenwald.
The Intercept. 


James Clapper, il massimo funzionario della sicurezza nazionale di Obama e direttore della National Intelligence, chiede di armare le forze ucraine: chi verrebbe rafforzato in realtà?
 


È facile dimenticare che, appena due anni fa, il presidente Obama era deciso a bombardare la Siria e a rovesciare il regime di Assad, e che organismi dell’establishment statunitense avevano lavorato alla creazione delle basi su cui si fondava quella campagna. La NPR (National Public Radio) cominciò scrupolosamente a pubblicare relazioni di funzionari statunitensi anonimi secondo cui la Siria aveva accumulato grandi quantità di armi chimiche; il New York Times riportò che Obama stava «incrementando gli aiuti ai ribelli e raddoppiando gli sforzi per radunare una coalizione di paesi allineati per abbattere Assad con la forza»; il segretario di Stato John Kerry sottolineò che la destituzione forzata di Assad era «una questione di sicurezza nazionale» nonché «una questione di credibilità degli Stati Uniti d'America».
Coloro che si opponevano alla campagna di bombardamenti contro il “cambiamento di regime” anti-Assad sostenevano che, mentre alcuni ribelli erano siriani qualsiasi, i “ribelli” armati e legittimati dagli Stati Uniti (cioè, gli unici combattenti di fatto contro Assad) erano in realtà estremisti violenti e anche terroristi legati ad Al-Qa'ida o peggio. Coloro che argomentavano tutto ciò venivano sistematicamente additati come sostenitori di Assad perché si dava il caso che questo fosse lo stesso ragionamento che faceva Assad, cioè che i combattenti più efficaci contro di lui erano jihadisti e terroristi.
Ma nel momento in cui si è reso necessario giustificare il coinvolgimento degli Stati Uniti in Siria, questo discorso a Washington è stato rapidamente trasformato da tabù in saggezza popolare. Gli Stati Uniti ora bombardano la Siria, naturalmente, ma anziché combattere contro Assad, il dittatore siriano è (ancora una volta) alleato e partner dell'America. La base logica per la campagna di bombardamenti americana è la stessa cui Assad si è a lungo richiamato: che quelli che combattono contro di lui sono peggio di lui perché sono legati ad Al-Qa'ida e ISIS (anche se per anni gli americani hanno finanziato e armato quelle fazioni e i più stretti alleati degli USA nella regione continuano a farlo).
Una dinamica simile è in atto in Russia e Ucraina. Ieri James Clapper − il massimo funzionario della sicurezza nazionale di Obama e direttore della National Intelligence − ha detto in una commissione del Senato «che sostiene l’armamento delle forze ucraine contro i separatisti filorussi», come ha riportato il Washington Post. Gli USA hanno già fornito aiuti “non letali” alle forze ucraine, e Obama ha detto che sta valutando di armarle. Chi, esattamente, verrebbe rafforzato?
Da tempo il presidente russo Vladimir Putin ha detto che gruppi ultranazionalisti, fascisti e anche neonazisti hanno guidato il colpo di Stato dell’anno scorso in Ucraina e il conseguente regime di Kiev. Anche la testata giornalistica televisiva Russia Today fa spesso riferimento al «ruolo attivo che gruppi di estrema destra hanno giocato sul versante filogovernativo in Ucraina a partire dal violento colpo di Stato dell’anno scorso».
Per questo motivo, evidenziando che armare il regime di Kiev rafforzerebbe i fascisti e i neonazisti, chiunque sarebbe immediatamente accusato di essere un propagandista di Putin: esattamente come sono stati accusati di essere propagandisti di Assad quelli che sostenevano che i migliori combattenti contro Assad erano affiliati di Al-Qa'ida (finché questa non è diventata la posizione ufficiale del governo degli Stati Uniti). I resoconti dei media americani rappresentano costantemente il conflitto in Ucraina come una nobile lotta combattuta da amanti della libertà: i democratici filooccidentali di Kiev contro gli aggressivi oppressori separatisti dell’est “sostenuti dai russi”.
Ma proprio come era vero in Siria, mentre alcuni partecipanti al colpo di Stato ucraino erano ucraini normali in lotta contro un regime corrotto e oppressivo, le dichiarazioni sui teppisti fascisti che capeggiano la lotta per il governo di Kiev sono in realtà vere. Lo scorso agosto, scrivendo di politica estera dall'Ucraina orientale, Alec Luhn ha fatto queste osservazioni:

«Le forze filorusse hanno detto che stanno combattendo contro i nazionalisti e i “fascisti” ucraini, e nel caso dell’Azov e di altri battaglioni queste affermazioni sono sostanzialmente vere... Il battaglione Azov, il cui emblema comprende anche il "Sole Nero", simbolo occulto usato dalle SS naziste, è stato fondato da Andriy Biletsky, capo dei gruppi neonazisti di Assemblea Sociale Nazionale e Patrioti dell'Ucraina».

Nel mese di settembre, Shaun Walker – il corrispondente da Mosca per il Guardian ha raccontato la sua esperienza di giornalista aggregato alle forze − schierate con Kiev − del battaglione Azov, che ha definito «la forza più potente e affidabile dell'Ucraina sul fronte contro i separatisti». Mentre ha liquidato come “gonfiati” gli avvertimenti russi secondo cui questi gruppi cercano di fare pulizia etnica in tutta l’Ucraina, Walker ha descritto «le tendenze di estrema destra, anche neonaziste, di molti dei suoi membri», e ha evidenziato che «Amnesty International ha chiesto al governo ucraino di indagare sulle violazioni dei diritti e sulle possibili esecuzioni da parte di Aidar, un altro battaglione». La principale preoccupazione di Walker era che queste milizie fasciste, una volta sconfitti i separatisti, intendessero mantenere il controllo di Kiev per imporre la propria visione ultranazionalista su tutto il paese.
Da quando è avvenuto il colpo di Stato di Kiev, questi fatti spiacevoli riguardanti le forze filogovernative sono stati per lo più ignorati dalla maggior parte dei resoconti dell’establishment mediatico USA, lasciando una manciata di commentatori a rilevarli. Nel gennaio dello scorso anno, durante il colpo di Stato, Seumas Milne del Guardian ha dichiarato che il racconto della moralità occidentale sull’Ucraina – democrazia/combattenti contro Putin/oppressori − «riporta solamente il legame più superficiale con la realtà» e che, invece, «i nazionalisti di estrema destra e i fascisti sono stati al cuore delle proteste e degli attacchi contro edifici governativi». La britannica Channel 4 ha parlato del ruolo centrale svolto da estremisti di destra ultranazionalisti in quel colpo di Stato, rilevando che il senatore John McCain si è recato nella capitale ucraina [vedi foto sopra] e ha condiviso il palco con i peggiori elementi fascisti. Justin Raimondo di antiwar.com da molto tempo sta denunciando «l’ascesa di un movimento di massa autenticamente fascista nei corridoi del potere a Kiev», rilevando che, lungi dall'essere un pugno di elementi marginali, «gli attivisti dei due principali partiti fascisti in Ucraina − Svoboda e ‘Settore Destro’ – forniscono agli insorti il nerbo necessario per prendere il controllo di edifici governativi a Kiev e in tutta l'Ucraina occidentale».
Questi fatti sono ormai talmente evidenti che anche le organizzazioni occidentali più mainstream sono ora costrette a rilevarli. La scorsa settimana, Vox ha pubblicato un articolo di Amanda Taub sui «circa trenta di questi eserciti privati che combattono dalla parte ucraina», i cui «combattenti sono accusati di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui rapimenti, torture ed esecuzioni senza un regolare processo». Sebbene sostenga che le milizie operino in gran parte autonomamente rispetto al governo centrale di Kiev, Taub rileva comunque la loro progressiva centralità nella lotta contro i separatisti e ne riconosce anche l'uso esplicito da parte dei funzionari di Kiev:

«Le milizie hanno anche guadagnato più potere perché il governo ucraino, guidato dal nuovo presidente Petro Poroshenko, ha portato i loro amici nelle alte sfere. Per esempio, Arsen Avakov − il ministro degli Interni di Poroshenko − è stato in precedenza il leader del blocco politico dell'ex primo ministro Yulia Timoshenko in Ucraina orientale. Ha un'alleanza di lunga data con i membri del battaglione Azov, un'organizzazione di estrema destra i cui aderenti hanno una storia di propaganda antisemita e idee neonaziste. Avakov ha usato la sua posizione per sostenere il gruppo, arrivando a nominare Vadim Troyan − un vice-leader dell’Azov − capo della polizia per l'intera regione di Kiev. E anche il leader dell’Azov, Andriy Biletsky, è ora un membro del Parlamento».

Ieri The Intercept ha pubblicato il reportage di Marcin Mamon sul ruolo che gli jihadisti stanno giocando nel conflitto per conto del governo di Kiev.
La propaganda mediatica statunitense ha cercato non solo di glorificare il regime di Kiev sopprimendo tutti questi elementi, ma ha anche attivamente demonizzato i separatisti come poco più che pedine controllate da Putin. Infatti, come Max Seddon del sito web d’informazione BuzzFeed descrive in un eccellente articolo da una roccaforte separatista in Ucraina orientale, quelli che combattono contro Kiev hanno una serie di considerevoli rimostranze contro il governo ucraino abbastanza indipendenti da qualsiasi agenda di Putin, compresa la violenza contro i civili e l’antico disprezzo per gli abitanti dell’est del paese:

«Proprio in quelle aree in cui l’Ucraina sta lottando per riconquistarle, il pressoché costante bombardamento dell’artiglieria e un blocco economico paralizzante hanno irrigidito gli atteggiamenti a un punto di non ritorno. Quasi ogni giorno un bombardamento esige la vita di civili: la madre di qualcuno, un marito, un figlio. E ogni giorno la riconciliazione tra i milioni di cittadini ucraini di qui e il governo ucraino appare sempre più lontana».

A prescindere da qualsiasi altra cosa, questo è l'ennesimo caso in cui il governo USA − seguito come sempre dal suo supporto mediatico − fabbrica un racconto morale manicheo per giustificare il proprio coinvolgimento e il militarismo. Così mentre gli Stati Uniti hanno passato anni a finanziare e armare esattamente gli elementi estremisti che dichiarano di voler combattere − in Libia, in Siria, e molto prima di questo in Afghanistan – attrezzando militarmente le forze ucraine, hanno dato potere a una squadra mostruosa di fascisti ed espliciti simpatizzanti nazisti. Il colpo di stato in sé, che il governo degli Stati Uniti ha sostenuto, quasi certamente ha fatto esattamente questo.
Si può discutere se conferire forza a questi delinquenti sia una qualità o un errore: non è certo raro per gli Stati Uniti il fatto di armare e sostenere deliberatamente elementi fascisti e altri tiranni assortiti che si pensa possano favorire gli interessi americani (si veda l’articolo odierno di David Ignatius in cui sostiene che il dittatore egiziano, il generale Abdel Fata Sisi, è malvagio come Mubarak quando si tratta di violazioni dei diritti umani, tuttavia gli Stati Uniti devono continuare fermamente a sostenerlo affinché conservi la "stabilità"). Ma almeno, quando gli Stati Uniti vanno a letto con regimi come quello saudita o quello egiziano, la maggior parte delle persone capisce il tipo di alleato che ha abbracciato. Nel caso dell'Ucraina, questi fatti sono stati quasi del tutto esclusi dal discorso principale. Ora che il funzionario capo della sicurezza nazionale di Obama chiede espressamente di armare tali forze, è vitale che si capisca la vera natura degli alleati dell'America in questo conflitto.

Foto: Sergei Chuzavkov/AP, via The Intercept
Email dell’autore: glenn.greenwald@theintercept.com

Traduzione per Megachip a cura di Emilio Marco Piano.
Link alla versione italiana: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=116784&typeb=0&Le-armi-USA-e-l-ascesa-nazista-in-Ucraina.

9 gennaio 2015

#CharlieHebdo e gli Spudorati


di Piotr.
da Megachip.



Se mai ci fossero stati dei dubbi, il “ritrovamento” del documento nell’auto usata dai killer del Charlie Hebdo è la conferma che la strage è stata organizzata e diretta dai Servizi, forse direttamente eseguita da loro. 
Tuttavia spingersi fino all’ipotesi di quali Servizi siano non è più un esercizio politico ma investigativo. Un esercizio arduo - e noi italiani abituati alle “stragi di stato” dovremmo ben saperlo - specialmente nell’epoca del caos sistemico.

Fatto sta che tutti gli esperti francesi in questioni militari e di sicurezza hanno subito messo in evidenza la professionalità degli assassini di Parigi. Lo hanno capito da come tenevano le armi. Lo hanno capito da come si muovevano. Lo hanno capito da come procedevano. Persone addestrate ad uccidere. Qualcuno ipotizzava in Siria, qualcuno in Iraq e qualcuno non escludeva la Francia. Incidentalmente noi facciamo un passo in più e ci chiediamo chi addestra ad uccidere in Siria e in Iraq. Non sono gli stessi squadroni della morte atlantici che abbiamo visto all’opera in Libia, in Iraq, in Siria e, con variazioni sul tema, in tutte le “rivoluzioni colorate”?

Partiamo da qui, perché, come vedremo, ci riguarda ormai da vicino. In ognuna di queste “rivoluzioni colorate” c’è un momento centrale ed è l’impiego di killer professionisti che devono gettare scompiglio e far imbestialire i dimostranti inconsapevoli e, soprattutto, i media “democratici”.

Spesso le modalità di organizzazione ed esecuzione del killeraggio saltano fuori. Come è successo, grazie a prove inoppugnabili, nei vari tentativi di defenestrare Chavéz in Venezuela.

A volte, sorprendentemente, sono gli organizzatori stessi delle stragi che fanno “outing”, come Audrius Butkevicius, che divenne ministro della Difesa della Lituania dopo averla “liberata” dai sovietici grazie alle proteste seguite a una strage organizzata proprio da lui: «Non posso giustificare il mio operato di fronte ai familiari delle vittime ma davanti alla storia io posso» (Obzor, maggio-giugno 2000). Comodo. E soprattutto proficuo, visto la carriera che quella strage gli ha fatto fare.

La strage è dunque un’arma politica imputata dagli autori ad altri soggetti, in ossequio ad uno schema che viene spudoratamente ripetuto.



Ma possibile che siano così spudorati, vi chiederete? Sì, è possibile, perché il Potere per definizione è spudorato. Lo è perché pensa di essere inattaccabile. Lo è perché pensa che le regole le fa lui. Lo è anche perché pensa di essere nel giusto, di essere moralmente e socialmente giustificato. Altrimenti perché gli inquisitori avrebbero documentato dettagliatamente quelle che a noi oggi sembrano indecenti e inammissibili atrocità? Perché lo avrebbero fatto i nazisti?

Perché un Potere pensa sempre di avere un mandato storico o divino e quindi finisce per credere veramente al Gott mit uns. Chi è al potere sa che rischia la propria pelle e quella degli altri e quindi deve darsi una giustificazione che vada al di là del semplice tornaconto personale, che è comunque miserabile per quanto grande possa essere materialmente.

In termini filosofici si chiama “falsa coscienza”. 

Il Potere è anche convinto che qualsiasi spudoratezza faccia sarà accettata, digerita e dimenticata. In tempi moderni si va dal piccolo caso al caso enorme, da Napoleone III che comprava casualmente tutti i biglietti vincenti della lotteria nazionale fregandosene delle critiche e delle denunce, a Hitler che riferendosi al genocidio degli Armeni commentava che tutti ormai se ne erano dimenticati, perché chi vince normalizza e la normalizzazione fa dimenticare.

Perché quindi sforzarsi a trovare scuse plausibili?

Pensate alla strage di Piazza Fontana e a tutte le bugie indecenti che sono state scritte su di essa. Pensate a Ustica.
Ma andiamo al di là dell’Atlantico e pensate all’omicidio Kennedy. Quante palle ci hanno spudoratamente raccontato. Palle e pallottole:


«CLOWN DARIO È  estremamente  semplice.  Come  noi  vediamo chiaramente  su  questa  lavagna,  l’assassino della  signora  si trovava  in  A,  cioè  sulla  piattaforma  n.  1;  eccolo  là.  Un dilettante  avrebbe mirato  direttamente  il  punto  B,  dove  si trovava  la  signora.  Ma  noi  abbiamo  a  che  fare  con  uno specialista.  Egli  mira  esattamente  nel  senso  opposto,  in direzione della piattaforma n. 4; il proiettile colpisce il palo; rimbalza,  torna  indietro  e  va  una  prima  volta,  a  colpire  la signora  nel  punto  B.  Attraversa  la  signora  e  raggiunge  il campanello  del  qui  presente  telefono  in  un  punto  che chiameremo Alfa e del quale impatto possiamo ben rilevare la  traccia. Nuovo  rimbalzo,  il  proiettile  atterra  qui,  con  un angolo di 116 gradi nella direzione del lampione lassù, dove stava appollaiato il cagnolino. Chissà poi perché proprio sul lampione  invece  che disotto  come di buona  regola. Questo verrà chiarito dall’inchiesta

CLOWN BOB Certamente

CLOWN DARIO Rimbalzo, del proiettile, non del  cane  randagio, che  è  rimasto  al  suo  posto.  Rimbalzo,  dicevamo,  in direzione  dello  sparatore  che,  brandendo  una  mazza  da baseball  ha  ribattuto  con  estrema  precisione  il  proiettile verso  la signora. Ricolpita  la signora,  trapassata, ricolpito  il campanello  del  telefono;  lo  scontro  con  il  campanello, questa  volta,  come  si  può  ben  notare  dal  vistoso  segno rimasto  nel  punto Beta,  punto  convesso,  provoca,  non  più, come  prima,  un  rimbalzo  con  relativa  traiettoria  rettilinea, ma  una  traiettoria  curvilinea  in  direzione  opposta, descrivendo  una  specie di parabola  che noi  chiameremo  in linguaggio  tecnico “protoparabola  d’Archimede”.  Nuovo impatto  col  terreno  e  nuovo  rimbalzo,  in  direzione  del lampione,  sul  quale  nel  frattempo  si  era  arrampicato  il soccorritore  del  cane  randagio: l’autista  della  signora, colpito  l’autista,  rimbalzo  sia  del  proiettile  che  dell’autista verso  lo  sparatore che, con  la mazza, colpisce quest’ultimo sulla  nuca,  costringendolo  a  sputare  il proiettile:  stessa traiettoria,  nuovamente  trapassata  la  signora.  La  corsa  del proiettile  sarebbe  continuata  all’infinito  se,  per  un  caso davvero  fortuito,  non  si  fosse  venuta  a  trovare,  proprio  in quel punto, la gomma di un carrettino dei gelati, gomma che ha  letteralmente  frenata  la  corsa del proiettile  stesso! Stop.

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(Dario Fo, “La signora è da buttare”)



Il rapporto della Commissione Warren era all’incirca così. Incredibile ma vero. Cioè l’incredibile era il vero ufficiale al quale tutti dovevano credere.

Non è importante che tutti credano alle bugie del Potere. L’importante è che si faccia finta di crederci e che specialmente lo faccia chi dispone dei media e di anche minime possibilità decisionali. Chi non si adegua alla sceneggiata può sempre essere liquidato come “complottista”.



Nel suo genere, come spudoratezza il ritrovamento della carta d’identità “persa” sull’auto della fuga da uno dei killer del Charlie Hebdo è seconda solo al ritrovamento del passaporto intatto di Satam al-Suqami, presunto attentatore suicida dell’11 settembre del 2001, da parte di un passante sconosciuto, addirittura prima che le Torri Gemelle crollassero. Ben poco si salvò delle parti metalliche degli aerei, quel giorno. Ma in vista dell’insano gesto il saudita si era munito di documento d’identità fatto con un nuovo ritrovato tecnico: una carta indistruttibile. Mai usata prima e mai usata dopo. Un’esclusiva. E che tempismo quel ritrovamento, in mezzo a quella confusione!

Oggi i killer di Parigi perdono sulla loro auto un documento d’identità, come degli affannati dilettanti. Peccato che tutti, testimoni ed esperti, concordino nel dire che erano degli imperturbabili professionisti.

Si potrebbe sospettare che il Potere sia a corto di espedienti. Non è vero. Il Potere sa che comunque la passa liscia e quindi non deve arrovellarsi più di tanto a trovare espedienti più “smart”.

In particolare, un potere imperiale può sembrare pasticcione in un’epoca di caos sistemico. Ma lo è solo nella misura in cui subisce esso stesso il caos, oltre a crearlo e sfruttarlo. Caos vuol dire, tra le altre cose, che i percorsi non sono certi, che una mossa che doveva sortire un effetto ne sortisce un altro, più spesso di quanto già succedeva nei periodi di stabilità.


Ma non ci si illuda, il potere imperiale ha ancora ottime risorse e ottime idee. Una per tutte è la sua fantastica strategia di occupare l’intero spettro politico e ideologico disponibile.


Ne riparleremo, ma di questa occupazione Charlie Hebdo era un caso di studio. 

Una rivista con le radici nella sinistra radicale che rinascerà dalle ceneri di Hara-Kiri grazie ai fondi segreti dell’Eliseo, sponsor il presidente socialista François Mitterand. Una rivista influente, che sempre più sosterrà le politiche di Washington (e in subordine di Tel Aviv) davanti alla sua audience naturale di sinistra. Sarà irriverente coi potenti, ma collaborerà a costruire il milieu ideologico-culturale di sostegno alle loro politiche, cercando di riplasmare a questo fine la mentalità di sinistra e seguendo le desolanti orme di Libération (il povero Jean-Paul Sartre non smette un attimo di rigirarsi nella tomba). Questo tragitto avrà come pietra miliare il sostegno a spada tratta della versione ufficiale dell’11 Settembre, per poi specializzarsi nella provocazione antislamica con la scusa della laicità. Questo percorso sfocerà infine nella teoria della contrapposizione tra un “antimperialismo antiautoritario”, sano e da sostenere, e un “antimperialismo terzomondista”, marcio e filoislamico, da combattere. In realtà il primo sarà semplicemente la foglia di fico del sostegno alle politiche imperiali e si intreccerà non casualmente col lavoro di Bernard-Henri Lévy, noto per essere stato l’ombra e il rincalzo del senatore McCain in Libia, in Ucraina e in Siria.

E’ questo il motivo per cui nel titolo di un precedente articolo abbiamo parlato di “satira sacrificale”. Se da vivi sono stati usati per preparare con materiale infiammabile il terreno, da morti i redattori di Charlie Hebdo possono appiccare l’incendio. Non sono stati colpiti a caso.


Già la Politica islamofoba e razzista si sta mobilitando, a partire dal Front National della Le Pen. A riprova che non basta tuonare contro l’Euro per essere al di fuori della cassetta degli attrezzi imperiali. Nuovi incendi di banlieue, con scontri a fuoco e conflitti in piazza tra opposte parti, sarebbero l’avvertimento del boss del quartiere che la Francia può facilmente essere soggetta al caos imperiale, così come il resto dell’Europa, tutta incendiabile in misura maggiore o minore.


A chi si intestardiva a cercare il pelo di classe nell’uovo delle “rivolte” in Libia e in Siria, abbiamo spesso risposto che se “qualcuno” avesse interesse a incendiare l’Italia avrebbe solo da distribuire un po’ di armi da guerra e un po’ d’istruzione militare, perché una ragione “plausibile” per innescare scontri sanguinosi la si troverebbe anche da noi senza troppi sforzi, vuoi il sempre più intollerabile disagio giovanile, vuoi la famosa “indipendenza della Padania”.


Il neoliberismo e la precedente fase di “globalizzazione” hanno iniettato negli stati-nazione contraddizioni di ogni tipo
I membri della UE hanno aggiunto a questo scenario una specifica e micidiale contraddizione, cioè la perdita di sovranità nazionale senza alcuna ricostruzione di una sovranità sovranazionale. Semplicemente la sovranità è stata regalata a un gruppo di filibustieri, avidi, incapaci, paurosi, violenti e cinici che se ne stanno per i fatti loro a preparare catastrofi dopo catastrofi perché altro non sanno fare e perché non sono pagati per far altro.

Siamo tutti nel mirino. E quindi stare fermi è un suicidio.


Immagine tratta da cdnds.net



26 agosto 2014

Alcune domande per i creatori del Califfo


di Pino Cabras.
da Megachip
 

Dopo un lungo sonno dalle parti del Palazzo di vetro, la Risoluzione n. 2170 del Consiglio di sicurezza dell’ONU finalmente condanna chiunque aiuti e fornisca armi all’ISIL [Stato (Emirato) Islamico dell'Iraq e del Levante] e ad altre entità jihadiste. Benissimo. Dunque la domanda da fare adesso all’ONU è molto semplice, ed è la stessa che fanno anche i politici iracheni: «Chi è che sta comprando il petrolio siriano all’Emirato Islamico del Califfo, e come fa questo petrolio ad arrivare sui mercati europei?».  

Sarebbero in tanti ad ammutolirsi.

Il sedicente Califfo che abbiamo visto nelle foto con John McCain, assieme ai suoi tagliagole che scorrazzano su fiammanti mezzi Made in USA, si è impossessato di parecchi pozzi petroliferi in Siria e in Iraq, e ricava dalle vendite – secondo fonti irachene - circa tre milioni di dollari al giorno.

La domanda può da qui articolarsi in tante sottodomande altrettanto cruciali.

Come mai un’organizzazione terrorista (oggi definita così anche dall’ONU, dopo che da sempre in quel modo la definiva anche – inascoltato - il presidente siriano Assad, quando ne subiva gli attacchi finanziati da Occidente, Turchia e petromonarchie arabe) ottiene di poter smerciare senza impedimenti l’oro nero rubato?

Il traffico passa per la Turchia, paese membro della NATO. Chi protegge questo traffico se non le alte sfere turche sotto l’occhio onnisciente di spie e satelliti occidentali? I turchi hanno consentito per anni che la galassia jihadista saccheggiasse intere fabbriche siriane, smontate pezzo per pezzo, e poi contrabbandate attraverso i suoi confini. Erdoğan non ha da dire nulla sulle fabbriche di ieri e sul petrolio di oggi?

E perché Abu Bakr al-Baghdadi e i suoi apostoli non figurano nella lista nera dei banditi per terrorismo internazionale? Perché i loro patrimoni non sono stati congelati? Perché non sono stati denunciati presso la Corte penale internazionale? Forse perché un processo risulterebbe compromettente per gli eminenti oligarchi statunitensi fotografati in compagnia di Al Baghdadi? Il sospetto viene quando la risoluzione specifica che Abu Bakr al-Baghdadi non viene messo in lista perché è già sulla lista dei terroristi sin dal 2011. Uau. Eppure ha incontrato allegramente McCain nel maggio 2013. Qualche giornalone ha voglia di rivolgere qualche domandina al senatore americano?

Più passano le ore e più la pretesa di Obama di intervenire in Siria contro l’ISIS non appare ai danni dell’ISIS ma della Siria: un modo per aggirare i mille ostacoli che gli si erano frapposti rispetto a un implacabile obiettivo di vecchia data: conquistare Damasco, o almeno seminarvi il Caos. 
A questo serviva lo spettacolo hollywoodiano e grandguignolesco imbastito intorno alla testa del giornalista americano in tuta arancione.
Assad, giustamente, non si fida dei bombardamenti USA sul suo suolo. In ogni caso, si apre per lui una nuova fase, ad altissimo rischio.


AGGIORNAMENTO del 27 agosto 2014:
Un troll che interviene spesso nei nostri forum seminando valanghe di notizie false in nome dei sacri interessi USA, per una volta ha portato un link utile che può emendare in modo significativo il mio articolo sulla innegabile liaison fra il senatore statunitense John McCain e gli jihadisti. Il troll mi ha perfino sfidato a correggermi, pensando che non lo farò. Ma egli non sa che io cerco la verità con tanto entusiasmo da apprezzarne i barlumi anche quando passano miracolosamente per le mani di qualche troll mentitore come lui. Il link in questione porta a un articolo di un sito web che non conoscevo, Breizitao, riconducibile a degli indipendentisti bretoni cattolici integralisti e antisemiti, ammiratori di Goebbels (ossia non esattamente il tipico sito che frequento sulla Rete). Il troll in questione, evidentemente, oltre che i nazisti dell'Illinois ama anche quelli della Bretagna.
L'autorevole sito nazi-bretone illustra una serie di immagini che appaiono smentire l'identità del sedicente Califfo recentemente attribuita da Thierry Meyssan a una delle persone che appare assieme ai maggiorenti jihadisti incontrati clandestinamente da McCain in Siria. Non è sempre facile riconoscere un viso, ma in effetti la persona indicata da Meyssan come Abu Bakr al-Baghdadi, pur somigliando al barbuto pagliaccio corvino che guiderebbe l'ISIS, in base alle nuove foto appare corrispondere a tale Abu Yussef, un funzionario dell'ESL, un'altra delle formazioni paramilitari armate da potenze straniere per aggredire lo stato siriano.
Dunque le foto non sembrano bastare a confermare definitivamente la presenza di Abu Bakr al-Baghdadi agli incontri di McCain. Bastano solo a confermare, scusate se è poco, che un importante politico americano che partecipa a tutte le possibili ingerenze a danno di stati guidati da governi sgraditi a Washington, ha partecipato anche a incontri in territorio siriano con gruppi di combattenti estremisti foraggiati da governi alleati degli USA, poi in gran parte confluiti nell'ISIS. Un altro senatore repubblicano statunitense, Rand Paul, impegnato in una direzione opposta all'ingerenza del collega, è molto chiaro sul fatto che armare e combattere a fianco dei ribelli più integralisti ed estremisti, ISIS inclusa, è stata una scelta disastrosa interamente imputabile agli USA.
Le domande da rivolgere al senatore McCain rimangono tutte.