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11 luglio 2015

La Grecia nella meccanica bruta dei rapporti di forza

di Pino Cabras.
da Megachip.

Riflessioni su quel che si prepara per la Grecia, in un passaggio storico drammatico durante la crisi definitiva del 'sogno' europeo 



Vi proponiamo alcune riflessioni in ordine sparso su quel che si prepara per la Grecia, in dirittura d'arrivo verso un passaggio storico drammatico: non il primo e non l'ultimo di questa tempesta che segna già la crisi definitiva della narrazione sul costrutto europeo così come è giunta fino ad oggi. Il re è nudo. L'incubo europeo ha terminato le sue riserve di soft power che volevano venderlo come un sogno. Sarà che a Berlino non ci hanno mai saputo fare granché con il soft power. 
Vi proponiamo tre letture di questo importante momento.
Marcello FoaGiuseppe Masala e Giulietto Chiesa ragionano della vicenda da tre diverse angolazioni: l'irriformabilità dell'attuale ordine istituzionale dell'Unione europea, l'enorme fuggevolezza dei risultati e delle visioni degli attori della tragedia greca del XXI secolo, l'incomprensione delle difficoltà strategiche immani toccate in sorte ad Alexis Tsipras in un contesto in cui il potere eurocratico ha i mezzi per strozzare e sopraffare un'intera economia.
rapporti di forza agiscono ormai senza diluizioni, senza veli, con atti di meccanica bruta, come in guerra.
La differenza fra una resa totale di Atene e un compromesso passa attraverso un elemento: la presenza o meno di un consistente taglio del debito nell'accordo finale in queste prossime ore.
La mia previsione è che il taglio del debito greco , una parziale remissione, si farà. 
Tsipras non rientrerà ad Atene a mani vuote. Questo non significa che abbia già ottenuto il via libera a una piena e sovrana gestione della politica economica del suo paese (siamo ancora dentro il paradigma assurdo dell'austerity: sia i debitori che i creditori avrebbero così "comprato tempo" pagando un prezzo, senza però risolvere i nodi di fondo). Dalle interpretazioni delle manovre di questi giorni deduciamo che gli USA, nel loro classico "leading from behind", abbiano imposto alla Germania di impegnarsi per non far andare via la Grecia dal campo della NATO, cosa che sarebbe per Washington una catastrofe geostrategica. Si apriranno nuovi giochi e nuovi scenari, per chi vorrà cogliere le occasioni della storia. Ma tutto si giocherà in un tempo politico estremamente breve in cui nulla sarà "a bocce ferme" e in cui una pistola sarà sempre sulla tempia dei governanti greci (e anche sulla tempia di milioni di europei).
Se non ci sarà taglio del debito (lo scopriremo in poche ore) la crisi della democrazia europea entrerà in una sorta di avvitamento, e dovremo aggiornare in modo drammatico le analisi.
Mi viene in mente la frase dell'avvocato Gavin D'Amato, impersonato da Danny De Vito nella Guerra dei Roses: «in un divorzio non c'è vittoria, solo diverse gradazioni di sconfitta». In questo caso non c'è nemmeno una legge che regoli il divorzio fra la Grecia e l'Euro. Nessuno purtroppo è in grado di assicurare che qualsiasi scelta fatta ora possa garantire una meta certa e vittoriosa. Dobbiamo dunque ragionare sulla gradazione della sconfitta. Questo continente, il continente che ha innescato due guerre mondiali e con delle guerre già in corso, ha davvero poco tempo per riflettere e agire per la propria salvezza.

Buona lettura!


Accordo Grecia: avete capito che l'Unione europea non è riformabile?

di Marcello Foa.

Che cosa resterà della crisi greca, considerato che l'epilogo sembra ormai segnato, salvo sorprese dell'ultimo minuto? Di positivo la capacità di reazione di un popolo. Ilno degli elettori, lo scorso week-end, è stato un no a un'idea di Europa basata sull'austerity, sui vincoli assurdi della moneta unica, su un concetto non democratico e verticistico dell'Unione. Il fatto che oltre il 60% di un popolo si sia espresso con tanta convinzione rappresenta un segnale di malcontento profondo e non eludibile; significa che la coscienza critica dei popoli europei non è sopita e che il Dna democratico è ancora vigoroso e può essere contagioso. Da oggi, come già osservato, la Lega, il Movimento 5 Stelle, Podemos, la Le Pen e, fuori dalla zona euro, lo Ukip di Farage e altri movimenti poco noti, ricevono una spinta propulsiva e vitalizzante i cui effetti si manifesteranno nei mesi a venire.
Purtroppo l'epilogo della splendida rivolta greca non è all'altezza delle aspettative. L'accordo che si sta perfezionando non è molto diverso da quello che è stato respinto alle urne. Tsipras può vantare nuovi aiuti e la verosimile ristrutturazione di una parte del debito, ma i nodi restano intatti e, come ha giustamente osservato Alberto Bagnairiesploderanno nei prossimi mesi. Atene ha preso soltanto tempo.
E allora perché quest'esito gattopardesco? Le ragioni sono due.
La prima: a imporre la «pax greca» sono stati gli Stati Uniti, che dapprima hanno manovrato sotto traccia poi hanno fatto sentire la propria voce tramite il segretario al Tesoro. Gli Usa non possono permettere il grexit per le sue implicazioni strategiche; spingere la Grecia fuori dall'euro avrebbe significato consegnarla nelle braccia di Putin (vedi post), un'eventualità catastrofica per Washington tanto più in un periodo di forti tensioni in Ucraina. Ma Obama non può permettere il grexit perché il progetto dell'euro è fondamentale per la Casa Bianca, che lo ha sempre sostenuto dietro le quinte. Anzi, come è emerso dalla pubblicazione di alcuni documenti desecretati della Cia e del Dipartimento di Stato lo ha ispirato e guidato sin dall'inizio per il tramite dei padri fondatori del progetto europeo.
L'America ha picchiato i pugni sul tavolo sia con il governo greco che con gli europei. E le tensioni si sono sciolte nell'arco di poche ore.
La seconda ragione riguarda le illusioni di Tsipras, che è uno splendido capopopolo, un emozionante condottiero delle piazze e ha dato prova di notevole coraggio, ma non è uno statista. Si illudeva, Tsipras, di poter costringere l'Unione europea a rinnegare se stessa ovvero a gettare a mare 15 anni di politica economica repressiva e ad ascoltare improvvisamente le istanze di un popolo su base autenticamente democratica, come dovrebbe essere, ma come non è quasi mai stato in un'Unione Europea costruita dall'alto verso il basso e terrorizzata dal suffragio universale espresso tramite referendum.
Ora c'è la prova oltre ogni ragionevole dubbio: chi resta nell'euro deve continuare a prendere ordini dall'Unione europea e dalla Banca Centrale; deve sottomettersi all'austerity predicata dal Fondo monetario internazionale; dunque deve continuare a indebitarsi e a sprofondare nel circolo vizioso di una recessione senza fine e senza speranza.
Tsipras non aveva un piano B e non ha mai contemplato l'uscita dall'euro. L'esperienza dimostra, invece, che chi vuole davvero far ripartire l'economia del proprio Paese e sottrarsi al giogo della Troika non può illudersi e deve prepararsi, per tempo, all'unica soluzione realistica: l'uscita programmata - e non imposta - dalla moneta unica. Altre soluzioni non ce ne sono.




Crisi greca: hanno tutti perso la lucidità.

di Giuseppe Masala.

È evidente che si tratti di una situazione nella quale i protagonisti hanno perso totalmente la lucidità.
Alexis Tsipras sa che non ha tempo e sa che la Grecia è totalmente impreparata per il Grexit. Non escludo che abbia subito pressioni fortissime anche da Barack Obama, di quelle che non si possono rifiutare. Ora pare che Tsipras abbia accettato delle proposte concordate con François Hollande che gli spaccheranno il partito e che forse gli costeranno il governo, sempre che non accetti un governo di unità nazionale che ne decreterebbe comunque la fine politica.
Angela Merkel se boccia l'accordo facendo uscire la Grecia dall'euro verrà letteralmente scannata come una gallina da Obama, se accetta verrà scannata come una gallina dagli oltranzisti della CDU e degli altri partiti tedeschi capeggiati daWolfgang Stranamore Schäuble.
Mario Draghi non si capisce cosa farà lunedì in caso di accordo. Accetterà di allargare i cordoni della borsa della liquidità emergenziale quando il suo azionista di maggioranza Weidman ha già detto di no? Ha la maggioranza nel direttivo BCE? Credo di no. Intanto pare che le banche greche abbiano in cassa solo 750 milioni di euro. Lunedì finiscono tutto. Lunedì!
- Nel frattempo Moody's fa un report dove finalmente si dice quello che dico io da 15 giorni: "Accordo o non accordo qui bisogna trovare tra i 30 e i 40 miliardi di euro per una ricapitalizzazione delle banche greche". Sottolineo: ricapitalizzazione, non liquidità (quello è un altro tipo di problema che può risolvere la BCE. ricapitalizzare no, non può proprio farlo).
Insomma, è un casino quasi impossibile da risolvere anche per persone nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali. Che dire? Dubito che in questo momento i protagonisti queste facoltà le abbiano.
A me la situazione pare questa. Ormai, aggiungo che a scompigliare tutto c'è un altro fattore: il tempo. Non so se c'è tecnicamente il tempo...

Fonte: Facebook.


Waterboarding sulla Grecia

di Giulietto Chiesa.

PAROS (Grecia) - Lo rivelò Varoufakis. Adesso lo stanno accelerando. Di fatto stanno facendo crollare il sistema bancario. Nessuno può più comprare niente. Cioè non può più vendere niente. Chiudono i distributori di benzina. I negozi. I ristoranti. Figurarsi cosa succede alle altre attività produttive. Può permettersi di sopravvivere, ma per poco, solo chi aveva i soldi nel materasso. L'UE è un'organizzazione mafiosa. Come previsto puntano al peggio. Schäuble disse a Tsipras: "quanto volete per uscire dall'euro?"
Cioè ci sono due strategie: quella dei tedeschi, che vogliono la Grecia fuori. E quella di Wall Street (cioè di Obama) che vuole la Grecia dentro (ma solo perché teme che finisca in braccio a Putin).
Dal punto di vista tedesco, meglio fuori una Grecia che si ribella e dentro tutti quelli che chinano il capo. In fondo il debito greco è poca cosa rispetto alla sterminata massa di derivati della Deutsche Bank. Il potere è più importante del denaro. In ogni caso poi la Grecia possono ricondurla all'ovile dopo averla strangolata. Così se la mangiano tutta privatizzandola.
Certo, c'è chi insiste: "i ristoranti son pieni,i supermarket stracolmi di ogni mercanzia...turisti a fiumi, e senza restrizioni di sorta...". Falso. Tutto questo riguarda i turisti stranieri. Ma oggi uno dei due distributori di Antiparos (Cicladi) è stato chiuso per mancanza di benzina. Chi voleva comprarsi una radiolina si è sentito dire che non si può prenotare niente ad Atene, perché non inviano, essendo impossibili le transazioni bancarie. Se qualcuno dice che i greci vanno a comprare da mangiare, non mi stupisce. O pensa che debbano anche morire di fame? Anche in Italia i ristoranti sono pieni. Ma tutto il resto è vuoto. Anche noi viviamo con i risparmi. Fino a quando?
Sono in Grecia e riferisco quello che vedo, non quello che leggo. Le banche sono chiuse, non c'è denaro. Mi volete spiegare come fa un ristoratore e comprare il cibo per i suoi clienti con 60 euro al giorno? Se li aveva nel materasso userà quelli. Se non li aveva, abbassa la saracinesca. Inutile chiudere gli occhi. Stanno strozzando la Grecia. E possono strozzare chiunque osi mettere in discussione il loro potere. A meno che la gente non apra gli occhi.
Poi ci sono le mosche cocchiere. Chi, oggi, attacca Tsipras, favorisce le banche che strozzano la Grecia. Nessuno ha la qualifica per giudicare chi ha guidato, come ha potuto, questo processo di rinascita greca.
Tsipras sa meglio di tutti (e fino ad ora lo ha dimostrato, vincendo due confronti elettorali decisivi) quali sono i problemi del suo popolo. Chi parla di tradimento, oggi, non solo non sa valutare i rapporti di forza attuali. Non conosce né il nemico, né l'amico. Dunque invita alla sconfitta. La favorisce, la rende più facile.


Fonte: Facebook.



2 luglio 2015

Come il Pensiero Unico vuole la resa della Grecia

Crisi greca: l'ora delle manipolazioni orwelliane. Le lettere di Tsipras agli usurai: dimezzate dal Financial Times, tradotte male dal Corriere 
di Giuseppe Masala e Pino Cabras.
da Megachip.

La guerra alla Grecia di Tsipras, come tutte le guerre, si combatte prima sui media. Il gioco del cerino che vede impegnati in una serie di proposte e controproposte Bruxelles e Atene entra nella fase più importante dall’inizio della crisi. Più è alta la posta in gioco, più grande diventa la manipolazione.
Il messaggio parte dal centro del centro del potere, e tutti i media si adeguano, modellandosi sull'impronta iniziale. Il Financial Times, organo della City di Londra (e più in generale di tutta la comunità finanziaria globale) pubblica una lettera di Alexis Tsipras indirizzata alla Commissione Europea dove – a detta del giornale – il premier greco accetta quasi in toto le condizioni imposte dalla ex trojka (UE, BCE e FMI).
Ovunque i telegiornali e i siti dei quotidiani rilanciano e strillano la “resa” di Tsipras. Ma è davvero così?
Effettivamente nella missiva si parla di una quasi completa accettazione dei diktat della Trojka: aumento dell’IVA (tranne il regime agevolato presente nelle isole), riforma del mercato del lavoro da farsi entro questo autunno, riforma delle pensioni e inasprimenti fiscali che colpirebbero le imprese individuali e le imprese agricole. A vederla così appare come una oggettiva e completa capitolazione del Governo Tsipras, una vera e propria Caporetto in salsa ellenica. Infatti, sulla scorta di queste notizie, i mercati finanziari si lanciano in un rally molto forte sperando che si confermi la disfatta dei PIGS più porci di tutti, dannati maiali-cicala che non baciano i piedi di Juncker, Draghi, Lagarde e nemmeno di Merkel.
Quasi nessuno spiega che Tsipras di lettere ne ha scritte non una ma due. La n.1 è quella che abbiamo detto, indirizzata ai capoccia della trojka. La n.2 si rivolge al presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, il bellimbusto vampiresco che presiede pure al Meccanismo europeo di stabilità  (ESM- European Stability Mechanism), detto anche Fondo salva-Stati.
Nessuno legge davvero bene la lettera pubblicata dal Financial Times (e ripresa da tutta la stampa mondiale (Lettera n. 1). Se la si legge bene, si nota che l’accettazione delle richieste della trojka è subordinata all’accettazione della Lettera n. 2, anch'essa spedita il 30 Giugno, che prevede la “ristrutturazione e riprofilazione” (taglio e modifica delle scadenze) del vecchio debito con il fondo comunitario e l’accensione di un nuovo debito biennale con il fondo comunitario “Salva Stati”.
Come come?
Ma allora la notizia vera era un'altra: il governo Tsipras è disponibile ad accettare quasi integralmente le condizioni della trojka purché la trojka si sottoponga per la prima volta a uno spettacolare cedimento. Mentre la propaganda strombazza la “resa” di Tsipras e Varoufakis, e sparge la voce che vogliano addirittura annullare il referendum, nessuno si accorge che la lettera n.1 dice che l’accordo con i creditori si fa solo se si accettano gli emendamenti proposti e se si fa un nuovo accordo con l’ESM nei termini esposti nella lettera N.2. In questa seconda lettera si chiede una cosa enorme: la ristrutturazione del debito. Non è una lettera, è un macigno.

I governanti greci richiedono che i creditori accettino la ristrutturazione e il riscadenzamento del vecchio prestito EFSM e che gradiscano che il nuovo piano di salvataggio sia fatto dal solo fondo ESM.
Attenzione, perché anche questa è una novità: si tratterebbe di escludere dal nuovo meccanismo d’intesa le due istituzioni più oltranziste e più segnate da un’ottusa ideologia neoliberista, ossia la Banca Centrale Europea del venerabile maestro Mario Draghi e il Fondo Monetario Internazionale (e washingtoniano) della venerabile maestra Christine Lagarde. Per trattare, bisogna prima immobilizzare sicari, cecchini e vampiri, altro che resa.

Insomma, a essere buoni la notizia è stata interpretata in maniera del tutto fuorviante.
Nella peggiore delle ipotesi siamo invece autorizzati a “pensar male”: può darsi che quelli del Financial Times siano stati traditi da un eccesso di zelo nello scodinzolare davanti agli interessi del proprio “pubblico di riferimento” (la comunità finanziaria internazionale), ma può anche darsi che la velina sia stata inviata al giornale (con relativa interpretazione depistata) da una manina interessata di Bruxelles. Poi per le redazioni è difficile resistere alla corrente. Sai, lo dice il Financial Times... 
E una volta creata questa cornice, nemmeno le sacrosante smentite del governo greco frenano il conformismo dei media.
Si sta facendo di tutto per influenzare l’esito del referendum di domenica con una spietata guerra psicologica, facendo passare l’idea di un governo ellenico ormai in ginocchio di fronte alla trojka.
Non basta. Alla periferia dell'impero mediatico, ci siamo accorti di una grave manipolazione da parte del più prestigioso quotidiano italiano. Che ti fa il Corriere della Sera? Traduce la lettera pubblicata dal Financial Times (la lettera n.1), ma non cita né tanto meno traduce la Lettera n. 2, alla quale la prima vuole fare riferimento. E che ci sia una manipolazione, lo vediamo da un dettaglio decisivo. Mentre il resto della Lettera n. 1 è tradotto in modo impeccabile, nel testo viene alterato astutamente il riferimento alla Lettera N.2.

L'originale dice:
«The Hellenic Republic is prepared to accept this Staff Level Agreement subject to the following amendments, additions or clarifications, as part of an extension of the expiring EFSF program and the new new ESM Loan Agreement for which a request was submitted today, Tuesday June 30th 2015».

La nostra traduzione è:
«La Repubblica Ellenica è pronta ad accettare questo accordo a livello tecnico in conformità alle seguenti modifiche, aggiunte o chiarimenti relativi al programma EFSF in scadenza e al nuovo Accordo di Prestito del Meccanismo Europeo di Stabilità per il quale oggi 30 giugno 2015 è stata sottoposta una richiesta».

Il Corriere traduce invece così:
«La Grecia è pronta ad accettare questo accordo fatte salve le seguenti modifiche, aggiunte o chiarimenti sul programma in scadenza EFSF e il nuovo ESM per il quale era atteso un accordo entro il 30 giugno.»

La differenza salta agli occhi. Nella Lettera n.1 Tsipras fa riferimento a un documento preciso, una proposta certa. Dice in sostanza: quella lettera GIÀ SPEDITA è parte integrante della nostra proposta. Ed è la proposta della ristrutturazione del debito. Il Corriere la fa sparire. Ed ecco la presunta resa.

I fatti poi si incaricano di sgonfiare le ipotesi strampalate, a partire dall'annullamento della consultazione referendaria (ben al contrario, Tsipras è andato in TV a chiedere di votare NO con forza), intanto che i tabù rigoristi di Merkel e Schäuble dettano la linea europea, giù giù fino ai patetici tweet di Matteo Renzi.

Probabilmente in questi giorni assisteremo anche ad altri “colpi di scena” dall’intento manipolatorio di stampo orwelliano. 
Poi, finalmente, domenica parleranno le urne. E di fronte alla volontà del popolo greco nessuno potrà mentire.



28 gennaio 2015

#Tsipras. Il gran botto nel Laboratorio Greco

di Pino Cabras.
da Megachip.

Se consideriamo la Grecia come un laboratorio, così come in molti fanno da anni, in occasione della vittoria di Tsipras abbiamo assistito all'incendio di molti alambicchi. Chi conduce l'esperimento, specie se si tratta di un test pericoloso, corre anche il rischio di collaudare qualcosa che non risponde ai suoi modelli di partenza: mette nel conto di sacrificare risorse, forzare i limiti, spingere al massimo le resistenze, scoprire cosa brucia subito e cosa provoca ritorni di fiamma imprevisti.
Se gli va bene, scopre una nuova formula che potrà ogni volta padroneggiare. Se gli va male, può provare e riprovare ancora sulle cavie, e solo dopo potrà estendere le esperienze sicure su un sistema più vasto. Oppure può circondare di misure di sicurezza quel piccolo e scoppiettante laboratorio isolato.
La Grecia è stata già altre volte un’officina per gli sperimentatori delle élite occidentali. Se ci pensiamo, negli stessi anni in cui in Italia gli ambienti atlantisti influenzavano la vita politica con la strategia della tensione e vari tentativi di colpo di Stato, ad Atene i militari andavano davvero al potere con un golpe, instaurando la Dittatura dei Colonnelli (1967-1974). Nella culla della civiltà europea si poté così sperimentare per qualche anno la soppressione delle normali libertà civili, lo scioglimento dei partiti politici, l’istituzione di tribunali militari speciali, il ricorso alla tortura e al confino per migliaia di oppositori. L’esperimento non funzionò. Il golpe classico suscitava troppa opposizione interna e internazionale, i più intraprendenti fuggivano e l’economia diventava insostenibile. Negli anni successivi, in Italia, appresa la lezione greca, si dimostrò che funzionava meglio un condizionamento di tipo piduista, che faceva sentire la minaccia della violenza, ma usava un approccio più graduale e tentacolare. Il prezzo del test lo avevano già pagato i greci.

Nel nuovo secolo, dall’instancabile cantiere oligarchico è partito un ulteriore “esperimento greco”, proprio negli anni in cui si è via via instaurato un nuovo tipo di regime europeo: cioè un regime che ha portato alle estreme conseguenze i difetti sempre più odiosi e antidemocratici della costruzione comunitaria e ha imposto le disfunzioni permanenti dell’euro, una moneta «che non dovrebbe esistere», (come ha scritto finanche il servizio studi del colosso bancario svizzero UBS), e che impone anche notevoli costi per un'eventuale uscita.

[Naturalmente debbo postulare che a carico dei greci sia stato realizzato un esperimento pienamente intenzionale, altrimenti dovrei concludere che l’Europa è governata da idioti e sprovveduti. Cosa sempre possibile, ma meno probabile, nonostante le facce stolide di molti governanti ed eurocrati.]

La Grecia sarebbe stata sufficientemente piccola da poter disinnescare il suo debito sovrano senza spargimenti di sangue, senza imporre fiscalità assassine, senza deprimere l’economia, ecc. Eppure le sono state imposte regole rigidissime, totalmente insensate e destinate a fare un buco nell'acqua. Solo un mondo intellettualmente fallito di pseudo-economisti traditori e ben pasciuti poteva insistere per anni sull’«austerità espansiva» (ossia praticare il salasso agli anemici aspettandosi di aumentare la massa sanguigna: puro nonsense). Si è abusato impunemente di un intero popolo, quello greco, che aveva la colpa di non essere numeroso e di avere un PIL che incideva sull’Europa quanto quello della provincia di Treviso sul PIL italiano.
La spirale del debito non veniva interrotta ma sovralimentata. Persino negli algidi trattati tecnocratici europei, da Maastricht in poi, è scritto il sacro principio della “Solidarietà fra gli Stati membri”. I padroni del laboratorio hanno invece deciso che quell’ingrediente doveva restare una lettera morta sul ricettario.
Sulla pelle dei greci, i padroni del laboratorio hanno così potuto misurare in una scala relativamente ridotta una serie di fenomeni: quanto può crescere la disoccupazione in un Paese e fino a che punto si deprezzano i beni, quand’è che un sistema sanitario crolla, qual è il punto di ebollizione da cui partono le rivolte violente e gli assalti ai fornai, come si dosa il monopolio della violenza affidato alla polizia, in che proporzione crescono i voti ai nazisti e quanto questi siano utilizzabili per dividere il popolo, quale livello di passività politica può raggiungere chi non ha più tempo per un proprio ruolo sociale e deve pensare solo a sopravvivere mentre evaporano stipendi e pensioni. Fino a che punto i partiti che reggono il sacco alle banche straniere resistono ancora all’erosione dei voti perché offrono ancora in cambio briciole residue per tenersi in vita? Qual è la chimica di una nazione disperata? Esplode, si evolve o implode?

La troika FMI-UE-BCE è andata avanti registrando tutti i movimenti con i suoi schemi immutabili, continuando l’esperimento con impassibilità e recitando le sue orazioni neoliberiste. Naturalmente il messaggio mafioso arrivava agli altri PIIGS, maledetti maiali-cicala: avete vissuto troppo al disopra dei vostri mezzi, siete nati per soffrire e per «fare le riforme strutturali», con una svalutazione del lavoro in favore del capitale finanziario. Nel Laboratorio Grecia si esagerava, fino a volerla trasformare in una Zona Economica Speciale alla cinese, con salari da poche centinaia di euro, non senza aver distrutto quasi un milione di posti di lavoro.
Questo calvario è richiesto ai greci ancora una volta dalla comare secca che guida il FMI, Christine Lagarde, che ha rilasciato una tempestiva intervista su «Le Monde» e «la Repubblica», il 27 gennaio 2015. Sarebbe stato interessante chiedere alla Lagarde se è vero quel che dice su di lei il Gran Maestro Gioele Magaldi nel suo libro “Massoni”, cioè se appartenga a ben due logge massoniche ultraoligarchiche transnazionali, la “Pan Europa” e la “Three Eyes”, alla quale ultima – sostiene Magaldi – sarà possibile rivelare l’affiliazione anche di Giorgio Napolitano e Mario Draghi. Anche senza aspettare le risposte di Christine e i suoi fratelli, sappiamo comunque che la pensano tutti allo stesso modo sulla Grecia. A caldo, ieri, Draghi ha perfino fatto notare che la pressione fiscale in Grecia resta «ben inferiore sia alla media dell’area euro, sia a quella di tutta l’Unione europea a 28.» Ossia: c’è ancora un po’ di carne da staccare dall’osso, che cosa mai vorranno negoziare questi ellenici. Fabio Scacciavillani twitta: «Un popolo di parassiti elegge una banda di ferrivecchi falliti». Scacciavillani, per chi non lo sapesse, è Chief Economist del Fondo d'investimenti dell'Oman. Per la sua ideologia, un insegnante greco è dunque un parassita, laddove il Sultano dell’Oman è un adorabile filantropo e i grandi fondi speculativi sono immacolati agenti del Bene, purché ogni tanto li si foraggi con pubblico denaro: insomma, il solito neoliberista con il mercato degli altri, con proiezioni freudiane sul parassitismo.

L’ascesa di Syriza e del suo leader Alexis Tsipras è nata dunque in reazione a questo esperimento crudele e interminabile, perpetuato da tanti reggicoda e ideologi in seno all’establishment.

Dentro le vampe del laboratorio, Tsipras ha dovuto fare una cosa molto chiara: individuare il nemico sin da subito. Non ha mai pronunciato una frase come quella che invece pronunciò Nichi Vendola in un'intervista all'«Espresso» del 16 giugno 2011, quando vedeva tra i semi della svolta «l’impegno di due grandi cattedre: quella di Papa Ratzinger e quella del papa laico, Mario Draghi. Ambedue hanno colto nella precarietà un dato di crisi globale della nostra società. Il mondo mette in movimento tanti mondi. Tanti mondi mettono in movimento il mondo». Vendola associava uno dei più venerabili maestri della prassi oligarchica, Draghi il “papa laico”, nientemeno che a un nuovo «formidabile processo di critica verso le oligarchie» fra i giovani e i movimenti. Si spiegano molte cose sui diversi destini della sinistra radicale in Grecia e in Italia.
Così come non si sa cosa voglia dire oggi il vicepresidente dell’europarlamento, Gianni Pittella (PD), quando invita Tsipras ad «avviare da subito i negoziati con le forze progressiste ed europeiste greche, per formare un governo stabile e autorevole», cioè con i complici più ipocriti dell’austerity. Tsipras, che è un politico vero, si è guardato bene dal dargli retta, e un minuto dopo ha invece concluso un accordo di governo con un altro partito. Un partito di destra, ma con la faccia al posto della faccia, a differenza di Pittella. Il quale continua il comunicato invitando il buon Alexis ad affrontare insieme le «sfide enormi come la lotta alla corruzione, all’evasione fiscale e alla disoccupazione», cioè gli effetti secondari delle cause che Pittella e sodali hanno favorito, ad esempio promuovendo i Mario Monti e i Papademos, i Jobs Act e le iniquità strutturali dell’attuale moneta.
L’economista anti-euro Alberto Bagnai si è affrettato a dire che Tsipras è solo uno specchietto per le allodole e che serve ad anestetizzare il dissenso. Anche lui, come altri, ha notato che Tsipras non sta guidando la Rivoluzione. Bagnai trascura però un fatto che ha messo bene in luce Giuseppe Masala: le armi in mano al nuovo primo ministro greco sono poche e spuntate, mentre tante armi potenti sono in mano straniera. Tsipras potrà fare politica e trovarsi alleati in Europa, ma l’esperimento (e anche l’incendio del laboratorio) è ancora in corso.
Nelle condizioni attuali, Tsipras non vuole fare la forzatura di una spallata rivoluzionaria: il suo è puro realismo politico.
In troppi dimenticano che il primo partito greco, Syriza, ha ottenuto solo il 36,3% dei voti validi, i quali a loro volta sono da calcolare su appena il 64% del corpo elettorale. Tsipras conosce bene una famosa frase del segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer, a suo tempo molto meditata: «Sarebbe del tutto illusorio pensare che, anche se i partiti e le forze di sinistra riuscissero a raggiungere il 51 per cento dei voti e della rappresentanza parlamentare... questo fatto garantirebbe la sopravvivenza e l'opera di un governo che fosse espressione di tale 51 per cento.»
La frase è del 1973: in Cile è appena andato al potere il generale golpista Pinochet che ha rovesciato Allende, mentre i colonnelli governano ancora Atene. Il dollaro da due anni non è più convertibile in oro, e la domanda di dollari esplode con il boom del prezzo del petrolio. In Italia settori rilevanti delle classi dirigenti atlantiste fanno sentire “tintinnio di sciabole”, in piena strategia della tensione. Berlinguer propone una forza di governo a un paese a sovranità limitata, condizionato da leve che non sono nelle sue mani, per lui ancora irraggiungibili. Con la proposta del “compromesso storico” punta a far tollerare al campo internazionale in cui si trova, all’interno del Patto Atlantico, l’arrivo al governo di una forza in crescita, eterodossa, formatasi con schemi diversi rispetto agli schieramenti organici alla politica occidentale, e per giunta in storici rapporti con l’URSS, nell’altro campo internazionale. Anni dopo, in un’intervista, Berlinguer arriva anche a dichiarare che si sente più sicuro sotto l’ombrello protettivo della NATO che sotto il Patto di Varsavia. Il segretario del PCI porta ai limiti estremi l’ipotesi difficilissima di cambiare la vita di uno Stato sulle ali di un risultato elettorale che non si prefigge un “cambio di campo” della nazione.
Finché in Italia ci furono partiti forti e di massa, questi esercitarono una semi-sovranità in grado di correggere e contenere l’esercizio di poteri sovrani esterni che limitavano la sovranità italiana. Ma c’era evidentemente un limite invalicabile, oltre il quale la semi-sovranità soccombeva ai rapporti di forza opachi del sistema atlantico.
Similmente, Tsipras ha massimizzato la forza politica ottenibile con il voto degli elettori in presenza di una proposta di governo riformatrice, consapevole di muoversi all’interno di vincoli letteralmente incontrollabili.
È soltanto con il senno del poi che possiamo dire che la strategia di Berlinguer non avrebbe mai potuto ottenere i suoi obiettivi. Ma con il senno di chi agiva allora era una scommessa difficilissima, purtuttavia degna di essere perseguita.
Allo stesso modo, anche la scommessa di Alexis Tsipras è estremamente difficile, perché è condizionata da un campo internazionale molto maldisposto verso spinte contrarie al vento neoliberista, nel momento in cui sul piano militare si moltiplicano i focolai di guerra lungo i confini sempre più larghi della NATO, e sul piano economico si va a grandi passi verso una “NATO economica” da regolare con i nuovi trattati atlantici sul commercio e la finanza, con l’obiettivo di abbattere il ruolo della Russia e consolidare un’Europa più debole, In quel contesto, avremmo una Germania gendarme, circondata da un immenso Mezzogiorno europeo impoverito: la versione upgraded del Laboratorio greco. Un incubo reale.
Per parte nostra, è però interessante notare che le strade non siano state tutte percorse, e il futuro riservi quote di imprevedibilità in grado di scottare gli scienziati pazzi. Il nuovo ministro greco delle Finanze, Yanis Varoufakis, un comunista determinato e molto preparato, parla l’inglese meglio dei maggiordomi europei che biascicano un misero anglofinanziese. Il suo è l’inglese con cui conversa ogni giorno con il suo carissimo amico James Galbraith, figlio del grande economista John Kenneth, a sua volta primo consigliere economico di John F. Kennedy e indimenticato autore di “L’economia della truffa”, un libro che faceva già anni fa il ritratto dei nemici della Grecia. I nemici di tutti noi.

Rispetto agli anni settanta prima descritti ora interviene una dose maggiore di caos sistemico. Ai piani alti scommettono sulla controllabilità di questo caos per ottenere nuovi vantaggi, ma non è affatto detto che possano controllare tutto. Attori politici sufficientemente coraggiosi potrebbero cambiare lo scenario. Anche in Italia. Purché sia gente che studi a fondo la figura di Gennaro Migliore, per poi comportarsi in maniera esattamente contraria. Purché sia gente che studi il M5S, ne colga la carica innovativa e ne rigetti le sue tristi derive che portano a un vicolo cieco.

Non ci stancheremo infine di far notare che in Europa hanno voluto aprire un altro importante laboratorio di sperimentazione, stavolta in chiave militare, la crisi ucraina, un golpe a trazione americana, con Kiev occupata da plenipotenziari neocoloniali dell’élite oligarchica e finanziaria, e il Donbass percorso da milizie nazistoidi e da mercenari. Le stesse classi dirigenti che hanno consentito per anni lo scempio della Grecia, chiudono gli occhi di fronte allo scempio dell’Ucraina, dove si stanno incubando i germi di un nuovo modello violento e nazistoide, magari da ibridare con il laboratorio finanziario greco. È perciò significativo che uno dei primissimi pronunciamenti del governo Tsipras sia stato quello di sconfessare il comunicato dei leader europei che prefigurava nuove sanzioni contro la Russia, con tanto di telefonata di Tsipras all'Alto rappresentante UE Federica Mogherini per esprimerle solennemente «il suo malcontento».
La Grecia diventerà un soggetto combattivo. L'Europa che ha affossato il gasdotto South Stream ma non vuole rinunciare al gas dovrà passare proprio dalla Grecia, visto che le pipelines convergeranno in Turchia. L'esperimento greco riserverà sorprese inattese.
Intanto, un fenomeno elettorale nuovo, Podemos, in Spagna, anch'esso con il vento in poppa, individua già un tema chiave: uscire dalla NATO. Il concetto può diventare a sua volta un laboratorio, questa volta in mani popolari, per costruire le premesse della vera libertà e della pace europea. 




26 dicembre 2011

Draghi e i vampiri

di Pino Cabras – da Megachip.

 
Solo gli illusi, purtroppo ancora tanti e inguaribili, potevano sperare che il recente inserimento delle punte di diamante di Goldman Sachs nel cuore della sfera pubblica europea – Draghi, Monti e Papademos - non si sarebbe tradotto in una cuccagna per le banche e in una rovina per le classi medie.
Nessuno però arrivava a pensare che i protagonisti potessero essere così spudorati.
Ma finché avremo presidenti come Napolitano e copertine dell’Espresso che fanno di Napolitano “l’uomo dell’anno”, lo scandalo sarà sopito e troncato. Cos’è successo?
Mettiamola così. Ci viene imposto uno “stato di eccezione” che – dicono – deve “cambiare tutto”: niente di quanto abbiamo è acquisito, e ogni nostra sicurezza sociale deve poter precipitare dalla sera al mattino, per salvarci.
Viceversa, nessuna urgenza può scalfire le regole immutabili della Banca Centrale Europea. Ci descrivono il sacro.
E il sacerdote Mario Draghi lo ripete: non può prestare soldi agli Stati, non può comprare i buoni del Tesoro. Il debito non può essere ingoiato in modo diretto dalla sua moneta creata dal nulla. Può esserlo però in un modo indiretto, ad esempio prestando mezzo trilione di euro alle banche, affinché queste corrano ad acquistare i buoni dei PIIGS, maledetti maiali-cicala. Con l’idea che le banche paghino alla BCE un tasso dell’1%. E che gli Stati paghino alle banche interessi ben più corposi, fino al 7% e oltre: lucro per le banche, tagli per lo stato sociale, insostenibilità economica. L’Italia di Monti e Napolitano, insomma. L'Europa di Draghi.
Ma è possibile che nessuno si ribelli a questo controsenso? Cioè all’assurdità di essere impiccati al profitto preteso da chi dovrebbe solo fallire (se il famoso mercato esistesse davvero)?
Nel mondo alla rovescia ci dicono invece che non può esistere una cosa che funzionerebbe in modo più semplice e ci toglierebbe il cappio dal collo: da Francoforte potrebbero prestare quel mezzo trilione direttamente agli Stati, a tassi di interesse bassissimi. Agli Stati sarebbe risparmiato l’affanno di procacciarsi quella provvista sui mercati offrendo tassi d’interesse elevatissimi (insostenibili anche per un’economia in boom, figuriamoci per una in recessione). Lo spettro del default imminente e lo spettro dei rating sarebbero così debellati, e senza chiamare i ghostbusters. Specie se questi ghostbusters, i banchieri, sono essi stessi dei morti viventi, in termini di credito. Alle casseforti di Francoforte – per loro prodighe - le banche non hanno infatti da offrire granché in garanzia, se non “collaterals” buoni per pulirsi il culo. Ma Draghi non solleva nemmeno un sopracciglio.
E nemmeno Monti, che si è premurato di controgarantire la loro papiraglia - scoperta come una cabriolet - con un impegno del governo italiano.
È come la guerra: mentre nell’ordinamento civile la regola è non uccidere, in guerra è l’opposto. Allo stesso modo, la guerra dei signori banchieri mette in pratica comportamenti che normalmente sarebbero sanzionati con leggi penali. Per lorsignori, niente manette della guardia di finanza, il rischio è semmai di diventare uomini dell’anno.
E se tanto mi dà tanto, il quadro delle garanzie messo in moto dal governo Monti, lungi dal far calare il debito, lo ha incrementato, perché quel che dovevano garantire le banche lo garantiamo noi, in aggiunta a quanto già ci strozzava. Congratulazioni.
È il capolavoro di un’ideologia apparentemente anti-statalista, che arriva all’assurda intransigenza di non prestare a basso interesse agli Stati (le regole sacre della BCE), perché troppo comodo, troppo poco liberista. Ma che prevede che lo Stato copra tutte le acrobazie speculative terminali dei superfalliti.
Poi è successo che dall’Eurotower un fiume di liquidità si è dovuto ugualmente riversare a comprare titoli di stato lungo la sponda sud dell’Euro: le banche non si stanno scapicollando per acquistarli. Se il lupo non perde il vizio, punteranno ancora a qualche alchimia derivata per imbellettare i propri attivi, mostrarsi apparentemente più solvibili, e chiedere ancora più soldi, perché mezzo trilione di euro è ancora poco per le loro voragini.
Come a dire: i mercati non sono mercati. Siamo allo statalismo più assistenziale e classista che si sia mai visto, riverniciato con un’ideologia liberista. Centinaia di milioni di individui e famiglie, milioni di storie, intere classi, interi insediamenti sociali costruiti nel corso di generazioni, dovrebbero essere sacrificati al più costoso, inutile e disordinato programma assistenzialistico della storia, volto a salvare l’attuale assetto della finanza.
Le banche, il cui mestiere sarebbe assistere con prestiti e affidamenti chi investe sul futuro, non sganciano più nulla e anzi sono foraggiate. Una mostruosità.
L’obiezione che il denaro facile ha spinto gli Stati a indebitarsi troppo può essere abbattuta da una contro-obiezione: e il denaro facile elargito alle banche non le spinge forse a debiti che sono perfino multipli di quelli degli Stati? E c’è di peggio. Gli Stati, ormai colonizzati dai banchieri, coprono esattamente quel superdebito con garanzie che nessuno giustificherebbe a cuor leggero, se non Letta Letta.
Nel 2012 le scommesse impossibili appariranno nude: come calcola Aldo Giannuli, «nell’anno prossimo, fra titoli sovrani, obbligazioni di enti pubblici minori, corporate bond (debiti d’impresa), obbligazioni bancarie, scadono titoli per 11.000.000.000.000 (undicimila miliardi) di dollari. Faccio grazia degli spiccioli. Ve l’ho scritto con tutti i 12 zeri per farvi apprezzare la cifra in tutta la sua imponenza: si tratta di poco meno di un sesto del Pil mondiale e di circa l’11% dell’intero debito mondiale.»
Non saranno i giochetti degli ometti di Goldman Sachs che potranno salvarci dal debito. Prima ricollocheremo i loro comportamenti nell’ambito del penale, prima avremo speranza di risorgere.

22 novembre 2011

Noiosi Romantici Crudeli

di Paul Krugman - «New York Times.»

C'è una parola che ultimamente sento di continuo: “tecnocrate”. A volte viene usata come un termine di disprezzo: i creatori dell’euro, ci si dice, erano tecnocrati che non sono riusciti a tenere in conto i fattori umani e culturali. A volte è invece un termine elogiativo: i novelli primi ministri di Grecia e Italia sono descritti come tecnocrati che si eleveranno al di sopra della politica per fare quel che deve essere fatto.  Un attimo. Io lo so bene chi sono i tecnocrati; a volte ho ricoperto anch’io quel ruolo. E queste persone - le persone che hanno costretto l’Europa ad adottare una moneta comune, le persone che stanno costringendo sia l’Europa sia gli Stati Uniti all’austerità - non sono affatto tecnocrati. Sono, invece, dei romantici profondamente privi di senso pratico.
Essi sono, per essere precisi, una razza particolarmente noiosa di romantici, che si esprimono con una prosa altisonante anziché in poesia. E le cose che chiedono in base alle loro visioni romantiche sono spesso crudeli, al punto da implicare sacrifici esorbitanti a carico di lavoratori e famiglie comuni. Ma resta il fatto che quelle visioni sono guidate da sogni sul modo in cui le cose dovrebbero essere, anziché da una valutazione fredda delle cose così come sono realmente.
E per salvare l'economia mondiale, dobbiamo rovesciare questi pericolosi romantici dai loro piedistalli.
Cominciamo con la creazione dell'euro. Se pensate che questo fosse un progetto guidato da un calcolo accurato dei costi e dei benefici, siete stati male informati.
La verità è che il cammino dell’Europa verso una moneta unica è stato, fin dall'inizio, un progetto dubbio privo di una qualche analisi economica oggettiva. Le economie del continente erano troppo diverse per funzionare senza problemi con una politica monetaria unica e buona per tutti, troppo esposte alla probabilità che si verificassero "shock asimmetrici", in cui alcuni paesi crollavano, mentre altri andavano in boom. E a differenza degli Stati Uniti, i paesi europei non facevano parte di una singola nazione con un bilancio unificato e un mercato del lavoro tenuto insieme da una lingua comune.
Perché allora questi "tecnocrati" hanno spinto così fortemente per l'euro, ignorando i molti avvertimenti degli economisti? In parte era il sogno dell'unificazione europea, che l’élite del continente trovava talmente allettante che i suoi esponenti scartavano via le obiezioni pratiche. E in parte è stato un atto di fede economica, la speranza - guidata dalla volontà di credere, nonostante le ampie prove del contrario - che tutto avrebbe funzionato fin quando le nazioni avessero praticato le virtù vittoriane della stabilità dei prezzi e della prudenza fiscale.
Triste a dirsi, le cose non hanno funzionato come promesso. Ma invece che adattarsi alla realtà, quei presunti tecnocrati andavano a raddoppiare la posta: insistendo, ad esempio, sul fatto che la Grecia potesse evitare il default attraverso un’austerità spietata, mentre chiunque sapesse davvero fare i conti era consapevole di soluzioni migliori.
Lasciatemi mettere in evidenza, in particolare, la Banca centrale europea (BCE), che pure dovrebbe essere l'istituzione tecnocratica definitiva, e che è si è fatta notare parecchio per rifugiarsi nella fantasia non appena le cose andavano male. L'anno scorso, per esempio, la banca ha affermato di credere nella fata fiducia: vale a dire l'affermazione che i tagli di bilancio in una economia depressa in realtà promuovevano l'espansione, aumentando gli affari e la fiducia dei consumatori. Eppure, che strano, questo non è successo da nessuna parte.
E ora, con l'Europa in crisi - una crisi che non può essere contenuta a meno che la BCE faccia il passo di fermare il circolo vizioso del collasso finanziario - i suoi leader si aggrappano ancora all'idea che la stabilità dei prezzi sia la panacea di tutti i mali. La scorsa settimana Mario Draghi, il nuovo presidente della BCE, ha dichiarato che «ancorare le aspettative di inflazione» è «il grande contributo che possiamo fare a sostegno della crescita sostenibile, la creazione di occupazione e la stabilità finanziaria».
Questa è un'affermazione assolutamente fantastica da fare in un momento in cui si prevede che l'inflazione europea sia, semmai, troppo bassa, mentre ciò che mette turbolenza nei mercati è la paura di un collasso finanziario più o meno immediato. E suona più come un proclama religioso che come una valutazione tecnocratica.
Giusto per essere chiari, la mia non è una tirata anti-europea, visto che abbiamo anche noi i nostri pseudo-tecnocrati a distorcere il dibattito politico. In particolare, i gruppi di "esperti" suppostamente non di parte - il Comitato per un Bilancio Federale Responsabile, la Coalizione Concord, e così via – hanno avuto fin troppo successo nel dirottare il dibattito di politica economica, spostando la sua attenzione dalle tematiche occupazionali al deficit.
Dei veri tecnocrati avrebbero chiesto se questo avesse un senso nel momento in cui il tasso di disoccupazione è del 9 per cento e il tasso di interesse sul debito degli Stati Uniti è solo il 2 per cento. Ma come nel caso della BCE, anche i nostri bisbetici con la fissa del fisco hanno la loro propria versione su ciò che conta davvero, e vi si attengono a ogni costo, a prescindere da quel che dicono davvero i dati.
Quindi, sono forse contro i tecnocrati? Niente affatto. Mi piacciono i tecnocrati: i tecnocrati sono miei amici. E abbiamo bisogno di competenze tecniche per affrontare i nostri problemi economici.
Ma il nostro discorso è stato malamente snaturato da ideologi e illusi proni ai pii desideri - noiosi, crudeli  e romantici - che fingono di essere tecnocrati. Ed è il momento di sgonfiare le loro pretese.


Traduzione a cura di Pino Cabras.