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28 luglio 2017

La stella spenta dell'europeismo

di Pino Cabras.
da Megachip.


Mi affascina da sempre un fatto astrofisico che si presta a molte metafore: le luce delle stelle che vediamo sulla volta celeste impiega tempi lunghissimi per coprire la distanza fino a noi, e alcune delle stelle che proprio ora percepiamo come contemporanee potrebbero essere spente o esplose da decine di migliaia di anni.
La metafora, con tempi meno lunghi (ma commisurati alle vite umane), si applica bene all'europeismo, al grande sogno dell'Europa unita e armonica. Un sogno bello e luminoso, perfino di più delle dodici stelle della bandiera europea, una fantasia che porta chi la vive a entusiasmarsi della vittoria di Emmanuel Macron alle elezioni di Francia. Ecco, in questi giorni, il presidente francese, proprio questo rutilante campione europeista, sta usando ogni soperchieria per interpretare in modo sfacciatamente favorevole alle classi dirigenti del suo Paese qualsiasi regola e ogni crisi europea, in vista di una spietata spartizione del potere continentale con gli altri fuoriclasse delle regole piegate, quelli dell'élite germanica. 
Per i popoli rimanenti vale l'eterno 'guai ai vinti': greci da umiliare senza fine, italiani da destabilizzare e colonizzare, interi popoli da devastare con vecchi spettri del XIX e XX secolo. Non è un caso che le aggressioni a Libia e Siria sono state condotte fornendo ai miliziani (oltre alle armi) le stesse bandiere dell'epoca coloniale.
Occorrerà certo ripensare una veste istituzionale per la comune sicurezza collettiva europea e le regole economiche fondamentali, per evitare il ripiegamento sui nazionalismi violenti e regressivi. Questa speranza è affidata alle viscere della necessità storica ed è dunque soggetta a un'assoluta incertezza. Quel che è certo è che la soluzione non può scaturire dall'attuale costrutto europeo, con gli attuali rapporti di forza e le attuali classi dirigenti, con l'attuale UE e con la NATO.
Sebbene sia celato dal brillio delle stelle spente che ancora tracciano il firmamento e ci distraggono, avvertiamo la presenza ravvicinata di un buco nero che assorbe tutto nella sua gravità opaca. L'europeismo di oggi è una patina di luci sempre più fioche che ricadono nell'imperturbabile campo gravitazionale della vecchia politica di potenza.


14 novembre 2015

Parigi, un evento militare

di Pino Cabras.
da Megachip.



La tremenda strage di Parigi del 13 novembre 2015 non è solo un evento terroristico spettacolare. È anche un evento militare di notevole entità nel cuore di una grande metropoli europea. Abbiamo già visto in altre circostanze, nel corso degli ultimi 15 anni, una serie di attentati coordinati con precisione e con risorse organizzative capaci di creare forti shock stragisti in grandi città. La macabra contabilità accelera e aumenta ormai la frequenza dei massacri (a Beirut appena ieri).

Anche stavolta si fa notare una manovalanza di assassini che si rifà al jihadismo. Non c'è da stupirsi che essa abbia un peso militare sempre maggiore, essendo una legione di avventurieri istruiti con tecniche sofisticate, schierata su molteplici linee del fuoco geopolitiche, pronta a prestare i suoi servizi per demolire interi Stati, e allo stesso tempo ricca di coperture e sovvenzioni statali, persino degli Stati che ne subiscono le interferenze nella loro sicurezza nazionale. Non si penserà che non abbia conseguenze il fatto che i jihadisti europei arruolati nelle guerre di oggi si contino a migliaia. Si è creato un tipo di soldato che in Libia, in Siria e altrove non si vuole far rispondere alle convenzioni di Ginevra, per poter fare il massimo danno con il minimo di responsabilità.

Ai governanti ci sarebbe da dire: per i vostri sogni neocoloniali dalla tasca avete tirato lo scorpione, non un gattino. Dopo la strage di Charlie Hebdofu facile fare una profezia fredda e precisa: «Lo scorpione pungerà ancora in Europa. I governanti europei, fra i più ricattabili e ricattati in ogni campo, subiranno pressioni enormi contro gli interessi dei propri paesi. È l'Impero del Caos che bussa, non l'Islam».

Il Caos ha lambito il presidente François Hollande, preso di peso mentre assisteva alla partita di calcio Francia-Germania, al momento in cui fuori dallo stadio si udivano esplosioni. Il messaggio, data la circostanza, non certo casuale (proprio quella partita...), lo ha sentito sicuramente anche la Germania.  E i lanciatori del messaggio non sono certo da cercare fra i soldati-terroristi, che sono meri esecutori. Gli autori si trovano fra i soggetti che vogliono che l'Europa non si sottragga alla grande guerra che si sta preparando. Sono pezzi di classi dirigenti occidentali, turche, petro-monarchiche. Gli sponsor dell'ISIS e del Caos.

Il governo di Angela Merkel sta sempre più prendendo atto dell'efficacia dei bombardamenti russi in Siria, delle divisioni in seno alle classi dirigenti statunitensi e dei rapidi cambiamenti negli equilibri strategici internazionali. Berlino sta dunque cercando di ritirarsi da una battaglia tutto sommato persa e di giocare un nuovo ruolo pacificatore in Siria. Il ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, punta da settimane a organizzare un incontro del tipo 5+1 (il formato diplomatico che a Vienna ha spinto verso gli accordi per l'Iran) in modo da risolvere il buco nero terroristico che ha investito la Siria. Dentro quello stadio, accanto a Hollande, c'era proprio Steinmeier. Fuori dallo stadio, sui selciati parigini, decine di innocenti ammazzati, lo stato d'emergenza, la solita strategia della tensione. Dentro e fuori dalla fortezza europea, le braci di una guerra che possono incendiarla.

Dove sarà la prossima strage? Un ottimo argomento per l'imminente G-20 di Antalya (Turchia), che inizia domenica. 

27 agosto 2015

Siria: i migranti ultimo anello di una catena di errori

di Alberto Negri.
da Il Sole 24 Ore.


Campo profughi - © Mohamed Salman, da syrianrefugees.eu


Il problema sono le guerre che assediano l’Europa non i profughi. Se non si fermano le guerre non si fermano neppure i rifugiati. Le migrazioni da fenomeno di natura essenzialmente economica e sociale sono diventate qualche cosa d’altro, il risvolto inevitabile di questioni irrisolte e che si sono aggravate: dalla Siria all’Iraq e alla Libia, dallo Yemen all’Afghanistan, dal fallimento di Stati come la Somalia a dittature africane come quella in Eritrea. 
La rotta balcanica è balzata in prima pagina solo di recente ma è da oltre un anno che questa tratta, come quella africana con il suo terminale in Libia, viene battuta in maniera importante. 
Ma se è complicato risolvere le guerre in corso, l’aspetto più inquietante è l’assenza di un governo europeo. L’Europa non ha imparato dal passato recente – basti pensare alle guerre balcaniche – e neppure da quello remoto: alla fine della seconda guerra mondiale in Europa si aggiravano circa 40 milioni di profughi, molti dei quali non tornarono mai più alle loro case. Soltanto la Germania ne aveva 17 milioni. 
Forse non è casuale che Berlino, con un gesto senza precedenti, abbia aperto automaticamente le porte ai siriani.


La Siria è un caso emblematico. Il conflitto cominciato nel 2011 si è trasformato quasi subito in una guerra per procura tra gli Stati della regione. L’Occidente ha incoraggiato l’afflusso dei combattenti stranieri dalla frontiera turca condividendo l’obiettivo degli alleati arabi sunniti – Turchia, Arabia Saudita, Qatar – di abbattere Bashar Assad, per poi pentirsi tardivamente di fronte all’ascesa barbarica del Califfato. 

Quindi c’è poco da fare gli ipocriti se i jihadisti tornano a seminare il terrore in Europa: la destabilizzazione anti-Assad si è risolta in un boomerang, come già accadde con i mujaheddin lanciati contro l’Armata Rossa in Afghanistan. 
Aggiungiamo che in Iraq l’avanzata dell’ISIS ha generato oltre 200mila profughi, cristiani e yezidi, soltanto nel Kurdistan iracheno. Non lamentiamoci se i cristiani spariscono dal Medio Oriente: dove mai dovrebbero tornare? 
Ora ci sono 2 milioni di rifugiati siriani in Turchia, un milione in Libano – che ha già i suoi problemi di stabilità – oltre 900 mila in Giordania. Anche la generosa accoglienza di Ankara – così generosa che la stessa UNHCR se ne chiedeva da tempo le ragioni – è stata funzionale all’abbattimento di Assad e dei suoi alleati. Ma con lo sdoganamento dell’Iran lo scenario è cambiato e la Turchia, soddisfatta l’esigenza di colpire i curdi del PKK, si sta adattando a un possibile negoziato con USA, Europa, Russia, Iran, Arabia Saudita, per la spartizione del Levante in sfere di influenza. 
I rifugiati non servono più, anzi sono diventati ingombranti e infatti è cominciato l’esodo siriano verso le coste greche e i Balcani. 
E dopo tante manovre per sbalzare di sella Assad, costate 260mila morti e milioni di profughi, sembra che gli americani siano giunti alla conclusione che la via per stabilizzare la Siria, mettendo un freno all’espansione dei jihadisti, sarebbe lasciare il regime che ha governato il Paese per decenni: sconcertante. Tra errori di valutazione, ambiguità, contraddizioni, cambiamenti repentini di linea, i governanti europei devono spiegare che affrontano un’emergenza di cui i migranti sono l’ultimo anello di una catena di clamorosi errori politici.







13 luglio 2015

Le rivelazioni di Varoufakis

Altro che resa, la Grecia negozia la ristrutturazione del debito. E la Germania vuole imporre un'uscita disordinata dall'euro per intimidire mezza Europa.

di Pino Cabras.
Yanis Varoufakis rivela: il suo successore e «grande amico» Tsakalotos ha presentato un piano dettagliatissimo di riduzione e ristrutturazione del debito. Un documento di grande importanza posto proprio sul tavolo dei drammatici negoziati a livello europeo di queste ore, alla vigilia della bancarotta greca. La notizia spazza via la quasi totalità delle letture date fin qui della posizione di Tsipras, vista da molti fronti come una “resa” totale, una giravolta inspiegabile, un tradimento del trionfale No al referendum contro l'austerità, da lui stesso indetto. Varoufakis lo rivela in un modo che non si può equivocare: è dall'accettazione di un compromesso che preveda la ristrutturazione del debito che dipende l'esito dei febbrili vertici europei, e questo aspetto è al centro di enormi contrasti tra la Germania e i suoi satelliti da un lato (ora che durante lo strano silenzio della Merkel parla solo Schäuble, attingendo al peggio dello stile di comando germanico) e la Francia dall'altro (assieme ad altri paesi che ora cominciano a capire la terribile posta in gioco). Avevamo già dato conto delle importanti considerazioni di Varoufakis sulla partita che si gioca adesso. Qui ripubblichiamo la traduzione fatta dal sito Essere Sinistra, che riprende sia il post dal blog di Yanis Varoufakis, sia il suo interessantissimo editoriale su The Guardian.
Leggendo quel che segue, il lettore potrà rendersi conto della portata delle notizie, su cui gran parte dei grandi media ha continuato un'immane opera di falsificazione e su cui anche i media fuori dalla corrente principale hanno usato categorie da teatro dei pupi (quelle di “Tsipras traditore”) anziché sforzarsi di capire che si sta facendo la Storia, e che si stanno toccando sponde impensabili della vicenda europea. I fili della veste dell'imperium germanico sono ormai invisibili. Il Grexit voluto con unilaterale e punitiva protervia dalle classi dirigenti tedesche ci dice che il mulo di Berlino è nudo in tutta la sua testardaggine. Nulla sarà come prima. La crisi della periferia greca innescherà altri fili scoperti della più grande crisi sistemica, di cui il teatro europeo sarà pienamente protagonista. Con molte vittime, purtroppo.


Sostiene Varoufakis. Le vere ragioni del no di Berlino alle offerte di accordo di Atene


Dal sito Essere Sinistra.


Yanis Varoufakis si è dimesso da ministro del governo greco. Ora è ancora più libero di dire la verità. Come ha sempre fatto. Nel suo blog ha introdotto così il suo articolo pubblicato sul quotidiano inglese The Guardian:

Il Vertice UE di domani porrà il suo sigillo sul destino della Grecia nell’Eurozona. Mentre scrivo queste righe, Euclid Tsakalotos, mio ​​grande amico, compagno e successore come Ministro greco delle Finanze si sta dirigendo verso una riunione dell’Eurogruppo che determinerà se sia possibile raggiungere un ultimo accordo per superare la trincea tra la Grecia ed i nostri creditori e se questo accordo contiene il grado di riduzione del debito che potrebbe rendere l’economia greca praticabile all’interno dell’Area Euro.
Euclid sta portando con sé un ben congegnato e moderato piano di ristrutturazione del debito che è senza dubbio nell’interesse sia della Grecia e i suoi creditori. (I cui dettagli ho intenzione di pubblicare qui lunedì, una volta che la polvere delle polemiche si sarà posata).

Se queste proposte di ristrutturazione del debito saranno considerate modeste, come il ministro delle finanze tedesco ha prefigurato, il vertice di UE di domenica deciderà tra sbattere fuori dalla zona euro la Grecia ora o trattenerla per un po’, in uno stato di profonda indigenza, fino a che non sarà lei a uscire in futuro.
La domanda è: perché il ministro tedesco delle finanze, Wolfgang Schäuble, sta resistendo a una possibilità di ristrutturare il debito reciprocamente vantaggiosa? Il seguente editoriale appena pubblicato oggi [10 luglio 2015 ndr] su The Guardian offre la mia risposta”.

Leggiamola.

La redazione

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Il dramma finanziario della Grecia ha dominato i titoli dei giornali per cinque anni per un motivo: l’ostinato rifiuto dei nostri creditori a offrire un’essenziale riduzione del debito. Perché, contro il buon senso, contro il verdetto del FMI e contro le pratiche quotidiane dei banchieri di fronte a debitori stressati, resistono a una ristrutturazione del debito? La risposta non può essere trovata in economia perché risiede in profondità nella labirintica situazione politica dell’Europa.

Nel 2010, lo Stato greco è diventato insolvente. Due opzioni compatibili con il continuare a essere membri della zona euro si presentavano: quella razionale – che ogni banchiere decente consiglierebbe – ristrutturazione del debito e riformare l’economia; e l’opzione tossica – estendere nuovi prestiti a un’entità in bancarotta fingendo che resti solvibile.

L’Europa ufficiale ha scelto la seconda opzione, ponendo l’interesse al salvataggio delle banche francesi e tedesche esposte al debito pubblico greco al di sopra della vitalità socio-economica della Grecia. Una ristrutturazione del debito avrebbe perdite implicite per i banchieri nelle loro quote del debito greco.
Desiderosi di evitare di confessare ai parlamenti che i contribuenti avrebbero dovuto pagare di nuovo per le banche per mezzo di insostenibili nuovi prestiti, i funzionari dell’UE hanno presentato l’insolvenza dello stato greco come un problema di mancanza di liquidità, e giustificato il “salvataggio” come un caso di “solidarietà” con i greci.


Per incorniciare il trasferimento cinico di irreparabili perdite private sulle spalle dei contribuenti, come un esercizio di “amore inflessible”, è stata imposta alla Grecia un’austerità da record, il cui reddito nazionale, a sua volta – da cui i nuovi e vecchi debiti dovevano essere rimborsati – diminuiva di più di un quarto.

Basta l’esperienza matematica di un bambino di otto anni per capire che questo processo non poteva finire bene.

Una volta che la sordida operazione fu completata, l’Europa aveva acquisito automaticamente un altro motivo per rifiutare di discutere la ristrutturazione del debito: essa avrebbe ora colpito le tasche dei cittadini europei! E così dosi crescenti di austerità sono state somministrate mentre il debito è diventato più grande, costringendo i creditori a dare più prestiti in cambio di ancora più austerità.

Il nostro governo è stato eletto su un mandato per porre fine a questo circolo vizioso tra banche e stati; per chiedere la ristrutturazione del debito e la fine dell’austerità paralizzante.
I negoziati hanno raggiunto il loro molto pubblicizzato impasse per un semplice motivo: i nostri creditori continuano a escludere qualsiasi tangibile ristrutturazione del debito pur insistendo che il nostro debito impagabile sia rimborsato “in modo parametrico” da parte della parte più debole dei Greci, dei loro figli e dei loro nipoti.

Nella mia prima settimana come ministro delle finanze sono stato visitato da Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo (i ministri delle finanze della zona euro), che mi sottopose una scelta netta: accettare la “logica” del piano di salvataggio e rinunciare a qualsiasi richiesta di ristrutturazione del debito o il vostro accordo di prestito farà “Crash” – la ripercussione non detta era che le banche della Grecia sarebbero state chiuse.

Cinque mesi di trattative seguirono in condizioni di asfissia monetaria e di assalto indotto agli sportelli bancari supervisionato e gestito dalla Banca centrale europea.

La scritta era sul muro: a meno che non capitoliamo, presto saremmo stati di fronte a controlli sui capitali, bancomat quasi-funzionanti, una prolungata chiusura festiva delle banche e, in ultima analisi, la Grexit.

La minaccia della Grexit ha avuto una breve storia sulle montagne russe. Nel 2010 ha messo il timore di Dio nel cuore e nella mente dei finanzieri poiché le loro banche erano piene di debito greco. Anche nel 2012, quando il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, decise che i costi della Grexit erano un “investimento” utile come un modo per disciplinare la Francia e gli altri, la prospettiva ha continuato a spaventare a morte quasi tutti.

I Greci, a ragione, tremano al pensiero dell’amputazione dall’unione monetaria. L’uscita da una moneta comune non è come troncare un piolo, come ha fatto la Gran Bretagna nel 1992, quando Norman Lamont notoriamente cantò sotto la doccia la mattina che la sterlina usciva dal meccanismo di cambio europeo (ERM). Ahimè, la Grecia non ha una moneta il cui piolo con l’euro può essere tagliato. Ha l’euro – una valuta estera completamente amministrata da un creditore ostile alla ristrutturazione del debito insostenibile della nostra nazione.

Per uscire, dovremmo creare una nuova moneta da zero. Nell’Iraq occupato, l’introduzione della nuova carta moneta ha impiegato quasi un anno, 20 o giù di lì Boeing 747, la mobilitazione della potenza delle forze armate Usa, tre aziende di stampa e centinaia di camion.

In assenza di tale sostegno, la Grexit sarebbe l’equivalente di annunciare una grande svalutazione con più di 18 mesi in anticipo: una ricetta per liquidare tutto lo stock di capitale greco e trasferirlo all’estero con ogni mezzo disponibile.

Con la Grexit che rafforza la corsa agli sportelli indotta dalla Bce, i nostri tentativi di porre la ristrutturazione del debito di nuovo sul tavolo dei negoziati è caduto nel vuoto. Di volta in volta ci hanno detto che si trattava di una questione da affrontare in un futuro non specificato che avrebbe seguito il “successo nel completamento del programma” – uno stupendo Comma 22 dal momento che il “programma” non avrebbero mai potuto avere successo senza una ristrutturazione del debito.

Questo fine settimana segna il culmine dei colloqui quando Euclide Tsakalotos, il mio successore, si sforza, ancora una volta, di mettere il cavallo davanti al carro – per convincere un Eurogruppo ostile che la ristrutturazione del debito è un prerequisito del successo nel riformare la Grecia, non un premio ex-post per questo.

Perché è così difficile da far capire? Vedo tre ragioni.

Uno è che l’inerzia istituzionale è difficile da battere. Un secondo, che il debito insostenibile dà ai creditori immenso potere sui debitori – e il potere, come sappiamo, corrompe anche i migliori. Ma è il terzo che mi sembra più pertinente e, anzi, più interessante.

L’euro è un ibrido di un regime di tassi di cambio fissi, come l’ERM degli anni ’80, o il gold standard degli anni ’30, e una moneta di stato. Il primo si basa sulla paura dell’espulsione per tenere insieme, mentre il denaro statale comporta meccanismi per riciclare eccedenze tra gli Stati membri (per esempio, un bilancio federale, obbligazioni comuni). La zona euro cade fra questi sgabelli – è più di un regime di tassi di cambio e meno di uno stato.

E qui sta il problema. Dopo la crisi del 2008/9, l’Europa non sapeva come rispondere. Dovrebbe preparare il terreno per almeno una espulsione (cioè, la Grexit) per rafforzare la disciplina? O passare a una federazione? Finora non ha fatto nessuna delle due: e la sua angoscia esistenziale è sempre crescente. Schäuble è convinto che allo stato attuale, ha bisogno di una Grexit per pulire l’aria, in un modo o nell’altro. Improvvisamente, un permanentemente insostenibile debito pubblico greco, senza il quale il rischio di Grexit sarebbe svanito, ha acquisito una nuova utilità per Schauble.

Cosa voglio dire con questo? Sulla base di mesi di negoziati, la mia convinzione è che il ministro delle finanze tedesco vuole che la Grecia sia spinta fuori dalla moneta unica per mettere il timore di Dio nei francesi e fargli accettare il suo modello inflessibile di eurozona.





6 luglio 2015

E' caduto il mulo di Berlino


di Pino Cabras.
da Megachip.

In Europa ritorna, ricaricata dai greci di oggi, un'antica parola dei greci di ieri: politica. La parola va a braccetto con un'altra parola plurimillenaria, pure greca: democrazia. Con la squillante vittoria del NO nel referendum greco anti-austerity del 5 luglio 2015, si apre infatti per i popoli europei un mondo di possibilità politiche che gli oligarchi non avevano preso in considerazione. Ma non solo loro. Anche fra coloro che combattono gli oligarchi in troppi avevano perso fiducia nelle possibilità della politica, fino a non capire la portata dirompente del referendum: accusavano Tsipras di essere una specie di Ponzio Pilato, e pensavano che il voto delle elezioni parlamentari di gennaio bastasse al governo per tutte le drammatiche decisioni che doveva affrontare mentre l'Europa gli muoveva guerra, senza rimettere le decisioni al popolo.
C'è invece una grandissima differenza fra il voto del 25 gennaio e quello storico del 5 luglio. A gennaio Syriza raccoglieva il 36 per cento dei voti espressi, che a loro volta erano il 64 per cento del corpo elettorale. Il premio della legge elettorale e l'alleanza con il partito Anel, un altro 5 per cento, consentivano di governare, ma in un contesto di sfiducia nel sistema politico, simile alla disaffezione che colpisce ovunque in Europa i sistemi politici.
Il referendum di luglio ha sollevato l'affluenza e ha chiarito in modo molto solenne che quasi due votanti su tre non sono più disposti ad accettare le vessazioni degli usurai internazionali protetti dall'Europa finanziaria a trazione tedesca. È un NO più forte della paura del salto nel buio, più potente dei bancomat a singhiozzo, più travolgente dei media che hanno inondato i greci e gli europei tutti di una valanga di bugie, come solo in occasione di guerre succede. I nove giorni che sconvolsero l'Europa – quanti appena ne sono passati tra l'annuncio di Tsipras e il giorno del referendum – sono bastati a far cadere tutte le maschere e gli equivoci che occultavano il vero volto delle istituzioni europee nemiche dei popoli. Se i popoli si sollevano, le oligarchie perdono: una verità semplice semplice che spaventa più di tutto i potenti, che infatti reagiscono facendo parlare tutti gli spara-balle del loro arsenale, dai gazzettieri più infami fino ai maggiordomi miracolati come Renzi.
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[A proposito dello scendiletto della Merkel, confrontatelo ora con Tsipras. Il tempo è galantuomo, a volte. Ha ingannato un po' di militanti e militonti con la veste del Rottamatore e gli hashtag del #cambiaverso. Oggi è nudo, con le sue leggi reazionarie e i suoi conservatorismi, tanto da rivelarsi in pieno per quello che è: un manovratore di bassa levatura politica, senza legittimazione popolare misurabile. Un tappo che ostruisce il corso della politica e della democrazia, e comincia anche a fare errori grossolani di valutazione mentre il mondo che lo sostiene rischia di franare rovinosamente].
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Ora si apre una fase in cui l'oligarchia degli eurocrati combatterà una battaglia feroce per sopravvivere. Come nota Pier Luigi Fagan, «il nucleo PPE-socialisti mai concederà nulla ad un rappresentante dell'area critico-scettica perché altrimenti Podemos, Grillo, la Lega, la Le Pen...»
Faranno quindi la guardia a un sistema anelastico, rigidissimo, scaricando tensioni sull'intero Continente. Ma perderanno definitivamente la credibilità residua del loro vecchio inganno spacciato per “sogno europeo”. I più anelastici di tutti, a Berlino, già dichiarano per bocca del ministro delle finanze Sigmar Gabriel che «con il no la Grecia ha bruciato i ponti con l'Europa, non ci sarà un altro piano d'aiuti» (ossia i finanziamenti che in realtà aiutano le banche tedesche e spremono i greci). Testardo come un mulo, questo Gabriel. Il mulo di Berlino.
Il dramma in corso nelle segrete stanze berlinesi è definito da Giuseppe Masala come il dilemma della Prigioniera Angela.
«- Se dice sì a Varoufakis, allora regala la Spagna a Podemos, il Portogallo ai comunisti e l'Italia a Grillo.
- Se gli dice no, allora fa schiantare la moneta unica, l'Italia, la Spagna e il Portogallo (ed altri).
Risultato finale: sia che dica sì, sia che dica no, distrugge la moneta unica e l'egemonia tedesca in Europa.»
Uno scenario simile è descritto anche da Marcello Foa, che aggiunge una terza opzione, quella di un imperio totalitario che si spoglia pienamente di ogni parvenza democratica. Ma anche questa opzione significa la fine dell'Europa istituzionale che conosciamo.

Insomma, grazie al referendum greco siamo giunti al dunque di un grande nodo geopolitico, che si intreccia con altre tensioni europee: non si deve dimenticare che la NATO (ossia gli USA) ha acceso tanti focolai – su tutti l'Ucraina - per impedire all'Europa di fare accordi strategici convenienti con la Russia e altre potenze e legarla così a un futuro di subalternità alla potenza nordamericana in declino, dovesse costare anche l'ascesa di movimenti nazisti. Interverranno altri attori in una scena che cambierà rapidamente già nel corso di questi mesi.
La nuova leva dirigente greca ha dimostrato che con il coraggio e il primato della politica si può mettere di nuovo il peso dei popoli nel corso degli eventi. Le sponde sensibili non mancano, in seno ai popoli, e perfino presso tante cattedre che esprimono idee in grado di buttare nella pattumiera decenni di neoliberismo. Si pensi ad esempio al peso che può avere l'enciclica di questo papa. Sarebbe uno spreco immane non cercare tutte queste voci, ora che è tornata la politica.



15 giugno 2015

Guerre, austerity, migrazioni, e l'autodemolizione del sogno europeo

di Pino Cabras.


Le classi dirigenti francesi e britanniche negli ultimi quattro anni hanno scatenato guerre che oltre ai lutti e oltre alla distruzione di interi Stati con cui noi avevamo relazioni convenienti, hanno provocato un drastico peggioramento nella gestione dei flussi migratori, e ora dicono che gestirli non è affar loro ma solo affar nostro.
Non siamo di fronte a casuale o banale egoismo. 
Stanno invece ridisegnando la gerarchia europea, trasformando il fianco sud dell'Europa in un mondo troppo debole per farsi valere, troppo ripiegato sui suoi problemi per esigere che più a nord si paghi il prezzo delle spietate politiche di potenza. 
Le classi dirigenti di Parigi e Londra hanno scelto cosa voler fare dell'Italia: il paraurti per le tragedie della globalizzazione; così come a Francoforte, Bruxelles e Berlino hanno deciso cosa fare della Grecia: il laboratorio dove sperimentare la futura 'mezzogiornificazione' di mezza Europa. 
E' l'autodemolizione del sogno europeo in vista di un ordine che toglie già, ancora una volta, il velo che nascondeva ciò che non è mai venuto meno: i soliti brutali rapporti di forza guidati dalle grandi capitali dei grandi capitali. Oggi la NATO militare e domani anche la NATO economica (il TTIP) si presentano come i gendarmi della nuova gerarchia che cambierà il destino di centinaia di milioni di persone.

23 febbraio 2015

Grecia come Ungheria. La sovranità sopporterà le umiliazioni?

di Pino Cabras.
da Megachip.

Il nuovo governo greco, in queste prime settimane di vita, ha potuto fare poco, se non segnalare all'Europa che un recupero di sovranità non è più un argomento tabù. Per il resto, il potere della Germania di oggi è enorme, non bilanciato dai tanti nanerottoli che guidano gli altri paesi europei. 
La prima partita in materia di debito fra Germania e Grecia è stata perciò una goleada per i tedeschi. 
Contrariamente a quanto appare, tuttavia, anche questo evento non è da spiegare con un solo schema, quello del padrone che vince e del servo che perde, anche se sappiamo bene che i rapporti di forza in Europa sono brutali. 
Poco più di tre anni fa, anche l’Ungheria di Orbán inziò il suo nuovo corso con dichiarazioni bellicose nei confronti della Troika, subito seguite da ripiegamenti umilianti. Il ministro degli esteri ungherese dovette andare a Bruxelles con il cappello in mano, dopo un’inutile e avvilente anticamera a Washington, presso la sede del Fondo Monetario Internazionale. Eppure, l’iniziale rottura del tabù, dopo aver scontato le prime durissime reazioni e dopo cocenti umiliazioni negoziali, ha consentito all’Ungheria di ridimensionare il ruolo della finanza, togliersi il cappio, correggere la congiuntura economica, iniziare ad aprirsi a nuovi scenari geopolitici fuori dalla gabbia atlantista ed europea. 
Ovviamente ci sono molte differenze fra Ungheria e Grecia, a partire dal fatto che l’Ungheria non ha l’euro, mentre la Grecia sì, con tutti i costi aggiuntivi e immediati che Atene dovrebbe sopportare per uscirne. Proprio questo fatto spinge una parte dei critici a dire: ecco perché Tsipras e Varoufakis dovevano subito uscire dall’euro. Ma anche questi critici devono ammettere che si tratta di una decisione complessa. Se persino Orbán doveva fare passi indietro anche senza avere questa zavorra, figuriamoci i passi indietro a cui viene trascinato il governo greco quando le scadenze dei debiti si misurano a giorni, e quasi tutte le chiavi del laboratorio greco, come abbiamo già spiegato recentemente, sono in mano straniera. Il potere che schiaccia i popoli è un mestiere che non dorme mai, e non può essere sottovalutato. Il senatore americano McCain, quello che semina zizzania in mezzo mondo e diffonde la guerra civile in nome della democrazia, sta già mettendo la prua contro Budapest per organizzarvi l’ennesima rivoluzione colorata. A seconda di come andranno le cose, punterà la prua anche contro Atene. 
E il fascino delle economie russa e cinese, a quel punto, potrebbe risultare irresistibile per la Grecia. 
Ma non precorriamo troppo i tempi.

In coda a queste considerazioni potrete cliccare e leggere tre articoli che offrono interpretazioni critiche molto diverse su come è finita la prima fase del negoziato fra la dittatura europea a trazione tedesca e la Grecia di Tsipras. Consiglio di leggerli con mente aperta per vedere le tante facce del prisma della crisi europea, perché ognuno degli articoli non basta da solo a descrivere tutto il volume di questa crisi, anche se ognuno di essi ci offre uno sguardo verso la profondità del dramma greco.

Il primo articolo è dell’economista francese Alain Parguez, ed è molto tranchant. Come altri esponenti della Teoria Monetaria Moderna e altri che si battono per superare l’euro, anche Parguez ritiene che Syriza sia solo un vicolo cieco.

Il secondo articolo è di Francesco Maria Toscano, che legge lo scontro che coinvolge Germania e Grecia in base all’influenza diretta che esercita su di esso un conflitto più nascosto fra circuiti massonici a livello sovranazionale.

Il terzo articolo, di Claudio Conti, spiega come le regole tedesche non piacciano ai greci ma nemmeno alle banche: uno scenario che apre contraddizioni in seno al potere europeo. Sono contraddizioni abbastanza grandi da suggerirci che il campionato non è chiuso con la goleada di questi giorni.

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La battaglia per la nuova indipendenza della Grecia è appena agli inizi. Nulla è scontato. La crisi è sistemica, ed è lì, nel cuore di un mutamento epocale, che si giocano le scommesse impossibili del caleidoscopio Tsipras. E anche le scommesse di chiunque - ovunque - voglia spegnere la dittatura europea.

13 febbraio 2015

Paul C. Roberts: costringere gli USA a mollare l'ideologia della supremazia mondiale

Pandora TV

In occasione del simposio internazionale Global WARning - tenutosi il 12 dicembre 2014 e organizzato da Pandora TV, Megachip-Democrazia nella Comunicazione e Alternativa - uno degli interventi più forti è stato quello di Paul Craig Roberts, intervistato da Piero Pagliani. Roberts era stato sottosegretario al Tesoro durante la prima Amministrazione Reagan, e ha poi scritto migliaia di editoriali, oltre che diversi libri argomentati con una prosa limpida e precisa, che descrivono l'involuzione imperiale del potere atlantico.
Il Video, di 17'29'', riporta la parte più interessante della conversazione, di cui vi offriamo anche una trascrizione.

Buona visione e buona lettura!



Intervista a Paul Craig Roberts a cura di Piero Pagliani.


Intervento Video al simposio internazionale Global WARning del 12 dicembre 2014.



D. Dottor Roberts, grazie per averci concesso questa intervista. Possiamo incominciare. Come sa ho uno scenario da sottoporle.
All’indomani della II Guerra Mondiale, gli USA possedevano il 70% delle riserve auree mondiali e la concentrazione negli Stati Uniti della domanda effettiva e della capacità produttiva èra senza precedenti nella storia. Queste condizioni costituivano l’aspetto economico dell’egemonia statunitense mondiale.
Nell’agosto del 1971, il presidente Nixon dichiarando l’inconvertibilità del Dollaro in oro mise fine al sistema monetario stabilito a Bretton Woods.
Oggi, la Russia e la China ammassano migliaia di tonnellate di oro fisico e i BRICS hanno lanciato la Nuova Banca di Sviluppo.
Nel marzo del 2009, il Governatore della Banca Centrale Cinese ha proposto di rimpiazzare il Dollaro come valuta dominante e di creare una valuta di riserva internazionale indipendente da singole nazioni.
Mr. Roberts, in quale modo questo scenario riesce a descrivere i cambiamenti attuali negli equilibri geopolitici? In quale misura un mondo multipolare può riuscire a fare superare la presente crisi sistemica?

R. A mio modo di vedere, una valuta internazionale non è più necessaria. All’indomani della II Guerra Mondiale quando tutte le altre grandi nazioni industriali avevano economie distrutte e strutture industriali distrutte solo il Dollaro americano aveva valore e quindi poteva diventare la moneta mondiale.
Oggi chiaramente ci sono molte zone sviluppate del mondo con valute legittime e quindi è possibile condurre scambi tra nazioni tramite le loro proprie valute. Avete l’Euro, avete il Rublo, avete la valuta cinese, avete la giapponese, la canadese, l’australiana, ognuna già ora con un grande volume di attività economica sulla faccia del pianeta che non esisteva nel 1945. E quindi una valuta di riserva non è veramente più necessaria. Una valuta di riserva connessa a nazioni assicura a quella nazione un potere, le dà l’egemonia finanziaria sopra altre nazioni.
Stiamo osservando come Washington faccia un cattivo uso di questo potere. Un altro problema è il modo in cui Washington usa la valuta di riserva per pagare i suoi conti. Se sei la nazione con la valuta di riserva puoi rilassarti perché puoi pagare i tuoi conti emettendo moneta di credito. Negli anni recenti ciò che è successo è stato che Washington ha espanso oltre misura la sua disponibilità monetaria e il Dollaro ha denominato il debito. Washington inflaziona la sua valuta come ha fatto anno dopo anno, dopo anno e dopo anno ancora col Quantitative Easing. Una politica che strettamente parlando, non è finita. Ciò costringe le altre nazioni a inflazionare le proprie valute, altrimenti il valore di scambio delle loro valute aumenta e le esportazioni vengono tagliate, e quindi per proteggere i mercati di esportazioni tutti devono inflazionare se lo fanno gli Stati Uniti. Così la conseguenza è che il mondo ora è sommerso da fiat money, ma la produzione di merci e di servizi non è cresciuta in modo commensurabile alla crescita del denaro. Ci aspettiamo una seria inflazione mondiale per molte ragioni. Molta di questa moneta è sotto chiave nel sistema bancario. E’ comunque una situazione molto instabile ogni volta che create più fiat money di quanto non siano prodotti beni e servizi.
Quindi, io penso che la situazione abbia raggiunto il punto in cui molte nazioni, parlo di nazioni potenti come la Russia e la Cina, si rendono conto che il sistema del Dollaro, il sistema di pagamenti basato sul Dollaro, si sta frantumando, ed è anche il sistema che può essere usato per imporre sanzioni su nazioni che non seguono le imposizioni di Washington. Avete sanzioni se vi comportate indipendentemente da Washington e quindi si possono vedere movimenti per abbandonare il sistema e ciò certamente avverrà.

D. Così, in un certo senso, la proposta del governatore cinese della banca centrale, è una sorta di provocazione politica. Dire: “Abbiamo bisogno di un Bancor invece che del Dollaro”.

R. Beh, lei sa che la Cina è il più grande creditore del Tesoro statunitense. Possiede la parte maggiore del debito USA. Ha legato la sua valuta al Dollaro per dimostrare che la sua valuta è buona quanto il Dollaro . E ciò che vediamo è che la valuta cinese è meglio del Dollaro. Io penso che l’obiezione della Cina è il modo in cui gli Stati Uniti usano la loro valuta come un’egemonia finanziaria sopra tutte le altre nazioni. La usa per minare la sovranità delle altre nazioni. Lo vediamo con le sanzioni contro la Russia. Questo è il modo per costringere la Russia a sottomettersi al volere di Washington. Ma stanno ottenendo il risultato opposto. La Russia sta lasciando il sistema dei pagamenti basati sul Dollaro.
E la Russia inoltre, a causa della la stupidità dei governi europei, sta riorientando il suo commercio dall’Europa all’Oriente. Lo vediamo oggi con gli sviluppi in campo energetico. Così ciò manderà in frantumi il sistema di pagamento basato sul dollaro. E finirà.

D. Questo ci porta alla prossima domanda, Mr. Roberts. A quanto sembra gli Stati Uniti stanno cercando di mantenere la loro supremazia mondiale costi quel che costi. Qual è la sua opinione riguardo le possibilità degli USA di mantenere la loro egemonia nel breve e medio termine? Quale è, in quest’ottica, il ruolo delle forze armate, delle istituzioni finanziarie, delle corporations e dell’agribusiness? Cosa dovrebbero fare le nazioni europee per ribilanciare questo squilibrio a favore degli USA?

R. Le nazioni europee sono i grandi facilitatori dell’egemonia di Washington. Se le nazioni europee fossero davvero sovrane e fossero in grado di condurre politiche internazionali indipendenti non sarebbero stati vassalli degli Stati Uniti e questo limiterebbe lo strapotere degli USA e priverebbe gli Stati Uniti della copertura per le sue guerre di aggressione.
Cosa può fare l’Europa? Può disimpegnarsi dalla Nato. Essere un membro della Nato vuol dire assoggettarsi al controllo di Washington. La Nato esisteva per proteggersi dall’invasione dell’Europa da parte dell’Armata Rossa, l’esercito sovietico. Questa minaccia è bella e spartita da almeno vent’anni. Eppure la Nato continua ad espandersi e viene usata dagli Stati Uniti per le sue guerre in Africa e nel Medio Oriente. Cosa ci guadagna l’Europa da tutto ciò? Niente. E adesso viene trascinata in un confronto militare con la Russia. Che cosa ne uscirà da tutto ciò? Nulla di buono per l’Europa. È quindi è necessario che i Paesi europei riacquistino la loro sovranità. Ma non sono sovrani, Sono colonie. Sono regimi fantocci. Non hanno politiche estere indipendenti. Sono assoggettate al volere di Washington. E ciò costituisce una grande facilitazione per l’egemonia di Washington. Senza ciò gli Stati Uniti sarebbero solo un altro Paese tra tanti. Magari un Paese molto forte, certo, ma un Paese tra tanti. Ma quando uno ha tutta l’Europa, il Canada, l’Australia il Giappone come regimi fantocci e stati vassalli, diventa strapotente.
Quindi, ciò che l’Europa può fare? Lasciare la Nato. La Nato non protegge più l’Europa, ma la mette in pericolo perché la coinvolge nelle guerre di Washington.

D. Mr. Roberts. In che modo gli USA riescono ad assoggettare le nazioni europee? C’è una ragione principale?

R. Ci sono vari motivi. Un motivo è che dopo la II Guerra Mondiale il Dollaro è diventato la moneta di riserva, ciò che dà un potere enorme a questo Paese. Un’altra ragione è stata la lunga Guerra Fredda con l’Unione Sovietica e la propaganda secondo cui l’Europa poteva essere invasa dall’Unione Sovietica. Con la conseguente dipendenza dell’Europa, che dura da decenni, dalla protezione americana. Se tu dipendi dalla protezione di un altro Paese finisci per dover seguire le politiche di quel Paese perché dipendi da quel Paese. E’ il ruolo che assumi col tempo.
Tutto ciò avrebbe dovuto finire con il collasso dell’Unione Sovietica. Sfortunatamente il collasso dell’Unione Sovietica ha portato alla ribalta negli Stati Uniti l’ideologia dei neoconservatori che dice che la Storia ha scelto gli Stati Uniti per dominare il mondo. Sarebbe la Nazione Eccezionale, la Nazione Indispensabile e il collasso del comunismo, del socialismo avrebbe provato che gli Stati Uniti dovevano esercitare la loro egemonia sul mondo. Questa ideologia è stata istituzionalizzata nella politica estera e militare degli Stati Uniti. Abbiamo la dottrina Brzezinski e la dottrina Wolfowitz.
E nell’essenziale queste dottrine dicono che gli Stati Uniti devono prevenire l’ascesa di ogni altro Paese che abbia il potere e le capacità di bloccare i propositi di Washington nel mondo. E questi due Stati oggi sono la Russia e la Cina. E quindi questa ideologia è estremamente pericolosa perché mette il mondo in conflitto con la Russia e la Cina. E questi sono tra i principali paesi nucleari, e sono grandi economie ed enormi aree geografiche. E quindi l’ideologia dell’egemonia americana è una minaccia alla stessa esistenza della vita sulla terra.

D. La Germania potrebbe giocare un ruolo importante in questo scenario. Ma sembra che non stia affatto per giocarlo. Cosa pensa della Germania?

R. Temo che la Merkel sia solo un pupazzo di Washington. E’ molto difficile per un leader europeo alzarsi in piedi e rappresentare il proprio popolo invece che gli Stati Uniti. Tutti i leader europei rappresentano gli Stati Uniti e non rappresentano il popolo della Francia, della Germania o il popolo britannico. Rappresentano gli Stati Uniti. E certamente sono ben remunerati per questo. E quindi i leader che mostrano una qualche disposizione a non stare al gioco sono sempre rovinati . Perciò se la Germania dovrebbe alzarsi in piedi, dovesse fare qualcosa, immaginatevi se la Germania dovesse semplicemente lasciare l’UE . Restare non serve agli interessi della Germania. Perché la Germania verrebbe munta e pagherebbe i debiti dell’UE. E dell’Ucraina.
O se la Germania lasciasse la Nato. Perché la Germania dovrebbe stare nella Nato? La Germania ha grandi collegamenti economici con la Russia. Ma questi stanno per essere sacrificati per far piacere agli Americani.
Quindi la Germania potrebbe fare molto. Potrebbe lasciare la UE, potrebbe lasciare la Nato. Questo sarebbe la fine dell’egemonia statunitense.

D. E’ quindi anche un problema di democrazia. Non c’è perciò più democrazia nei Paesi occidentali, in un certo senso.

R. I Paesi occidentali non hanno più, a mio avviso la democrazia, perché i loro leader non rappresentano il popolo.
Negli stati Uniti rappresentano ideologie e rappresentano potenti gruppi di interessi, come ad esempio il complesso militare e di sicurezza, Wall Street e le grandi banche e l’agribusiness, la lobby israeliana, le industrie estrattive, petrolio, miniere e l’industria del legno. Tutti questi sono interessi potentissimi le cui donazioni determinano chi viene eletto e la gente che trae beneficio da questi contributi alle campagne elettorali sono alleate alle fonti del denaro. Quindi tutto il processo viene rimosso dalla rappresentazione del popolo. Il popolo non fornisce i soldi che eleggono i candidati. E quindi si ha una situazione in cui l’Europa è solo un vassallo degli Stati Uniti
Quindi questi leader non possono nemmeno rappresentare gli interessi del loro popolo ma devono conformarsi alle politiche degli Stati Uniti. Perciò si può solamente dire che la democrazia in fin dei conti non esiste. E’ solo una copertura perché i governi sono incapaci di rappresentare gli interessi del popolo.

R. Questo mi ricorda un suo articolo recente. In questo articolo lei ha denunciato, cito, che dall’Amministrazione Clinton in poi “il potere di contrappeso dei lavoratori nei confronti del capitale è svanito”. Questa denuncia significa che dovremmo fare qualcosa per ribilanciare lavoro e capitale. Cosa dovrebbero fare i lavoratori e le persone comuni per ribilanciare lo squilibrio nei confronti del capitale?

R. E chiaro che non possono fare nulla all’interno di questo sistema. Ciò che ha distrutto il potere dell’uomo comune negli Stati Uniti è stato la delocalizzazione all’estero dei posti di lavoro dell’industria manifatturiera e quando l’industria è stata delocalizzata all’estero i sindacati sono stati distrutti. E quando i sindacati sono stati smantellati, la fonte indipendente di finanziamento del Partito Democratico è stata distrutta e di conseguenza i Democratici ora devono rivolgersi agli stessi gruppi di interesse che finanziano i Repubblicani. Devono rivolgersi al complesso militare-sicurezza, a Wall Street, alle banche e così entrambi i partiti sono finanziati dalle medesime fonti. Così a tutti gli effetti c’è un unico partito.
E quindi all’interno di ciò cosa possono fare i lavoratori spossessati? Non possono fare veramente nulla all’interno del sistema. Tutto quello che possono fare è contestare la legittimità del governo e ribellarsi. E’ l’unica alternativa che hanno. Non c’è nessuna possibilità di cambiare il sistema dall’interno. Fin quando protestare vuol dire protestare pacificamente vuol dire che la gente accetta la struttura e semplicemente cerca di convincere coloro che hanno il potere che devono cambiare le proprie idee. Ma questo non avverrà. Non succede mai.
Abbiamo raggiunto un punto in cui i lavoratori sono spinti ai margini. Non hanno nessuna influenza non hanno nessuna rappresentanza. E tutto quello che possono fare è contestare la legittimità del sistema e ribellarsi. Non c’è nient’altro che possano fare.

D. È una posizione molto forte. Molto precisa.

R. Non lo sto proponendo. Sto solo rispondendo alla sua domanda.

D. Certo, la comprendo.

R. All’interno del sistema non hanno praticamente nessun potere. E tutto questo è dovuto alla delocalizzazione dei posti di lavoro. Perché ciò ha tolto il loro potere economico. Questo era il potere che controbilanciava il potere dei capitalisti. Senza i sindacati non c’è un potere controbilanciante.

D. Lo scenario che dobbiamo affrontare è molto pericoloso. Grazie ancora per averci concesso questa intervista. Le voglio chiedere se ha qualcosa da dire all’audience europeo e italiano. Liberamente.

R. Tutto quello che posso dire è che i Paesi in Europa che hanno una così lunga storia non devono rinunciare alla loro sovranità, per Washington. Devono riconquistare la loro sovranità per proteggere il mondo dall’aggressione di Washington. Perché questa ideologia dell’egemonia mondiale è molto pericolosa. E’ un’ideologia molto pericolosa. Potete vedere i morti e le distruzioni nel Medio Oriente da tredici anni. Puoi vedere l’ingerenza irresponsabile del governo degli Stati Uniti in Ucraina, le accuse irresponsabili contro la Russia, contro la Cina, la costruzione di basi militari sulle frontiere della Russia e in Asia per bloccare l’accesso della Cina alle risorse. Tutto questo ci porterà alla guerra. Ma La Russia e la Cina non sono la Libia o l’Iraq.
Quindi i Paesi europei dovrebbero recuperare la loro sovranità e ridiventare Paesi indipendenti . Così da costringere gli Stati Uniti a mollare questa ideologia della supremazia mondiale.

Essa è pericolosa per gli Americani, è pericolosa per i Russi, per i Cinesi, per gli Europei. E’ pericolosa per tutti.  


15 dicembre 2014

Global WARning: «Une autre guerre en Europe? Pas en notre nom!»

par Pino Cabras.



Vendredi 12 décembre, a eu lieu à Rome un symposium de réflexion pour alerter et prévenir des dangers d’une nouvelle guerre mondiale. Parallèlement, en Allemagne, des dizaines d’intellectuels de premier plan, d’hommes politiques de diverses tendances, d’anciens présidents de la République, de journalistes, de responsables religieux de niveau mondial, etc. ont lancé un appel dramatique en faveur d’une politique de détente pour arrêter de diaboliser la Russie. Cet appel s’intitule « Une autre guerre en Europe ? Pas en notre nom ! ». Mais leurs collègues italiens [et français notamment] se taisent.

Désormais, des pans entiers des classes dirigeantes allemandes voient se profiler le risque toujours plus grand d’une nouvelle guerre mondiale. Ils assistent effarés aux campagnes d’hystérie antirusse dans les médias et font remarquer la soumission des gouvernants allemands et plus généralement européens qui, tel un troupeau allant au suicide, obéissent aveuglément aux mauvais bergers dirigés par les néocons de Washington. Les esprits les plus ouverts en Allemagne pointent du doigt la responsabilité primordiale des médias, infestés qu’ils sont par des éditorialistes et des commentateurs qui diabolisent des nations entières, sans donner un crédit suffisant à leurs récits. Ils rappellent les leçons dramatiques de l’Histoire, qui voient dans la Russie une puissance ayant une fonction dirigeante incontournable dans la vie politique européenne.
Et même si d’éminentes personnalités allemandes appellent les classes dirigeantes russes au respect du droit international, leur doigt est clairement pointé vers cette tentative aussi folle que vouée à l’échec (la troisième après Napoléon et Hitler) de dissocier la Russie de l’Europe. Ceux qui lancent cet avertissement sont des personnalités qui se sont toujours exprimées de façon modérée.
Voilà quelques mois, en août 2014, nous avons publié un superbe article de Gabor Steingart, le rédacteur en chef du plus important quotidien économique allemand, Handelsblatt, traduit en français par L’Occident fait fausse route [1]. Nous avions saisi, au moment de sa publication, une inquiétude extrêmement répandue parmi les classes dirigeantes allemandes. L’appel que nous publions aujourd’hui confirme à quel point cette inquiétude est générale, depuis les artistes jusqu’aux capitaines d’industrie. Naturellement, les grands organes de presse italiens [et français] taisent tout cela de façon parfaitement honteuse.
Pour comprendre à quel point la République italienne [et française – NdT] est mal en point, il ne suffit pas de s’indigner au sujet du dernier scandale de sous-commissions à Rome [ou à Paris- NdT], c’est toujours la même histoire. Il faut surtout constater combien les (soi-disant) classes dirigeantes ignorent la portée et les implications de la crise que traverse actuellement l’Europe. Alors que la crème des crèmes des artistes, scientifiques, et hommes politiques allemands ressentent le besoin de s’informer sur cette nouvelle Guerre froide, et après en avoir compris la gravité et s’en être horrifié, lancent ce gigantesque cri d’alarme, chez nous, rien de la sorte ne semble se profiler parmi nos éminents intellectuels et hommes politiques.
Nous avons désormais une classe d’intellectuels totalement chloroformée : artistes, hommes de cinéma, intellectuels, la plupart ont un électro-encéphalogramme plat, surtout à gauche, en plus d’avoir des hommes politiques pratiquement analphabètes en matière de politique internationale.
Tous lisent des journaux plus mauvais les uns que les autres, se fient à eux, ou alors ils y écrivent eux-mêmes, mais ils ne comprennent plus rien. En attendant, ils répètent comme des perroquets les déclarations de John McCain et évoquent un soi-disant Adolf Poutine. Leurs collègues allemands font exactement le contraire, à savoir que c’est l’Occident qui se comporte comme Hitler. En fait, Kiev est en train de donner carte blanche aux militants à la croix gammée.
Non seulement nous recommandons à nos lecteurs de lire cet appel, mais nous les invitons à le diffuser tous azimuts à travers tous les réseaux dont ils disposent.

L’APPEL À LA DÉTENTE DANS LES RELATIONS
AVEC LA RUSSIE EST ICI

Bonne lecture !
Pino CabrasTraduit par ilfattoquotidiano.fr
Notes
[1] L’Occident fait fausse route, par Gabor Steingart (les-crises.fr, français, 27-08-2014) d’après l’original Der Irrweg des Westens (handelsblatt.com, allemand, 08-08-2014)
[2] Le 12 décembre 2014, le symposium international GlobalWARning réunira des politiciens et intellectuels européens, russes, et américains, avec la participation de Pepe Escobar, Giulietto ChiesaPaul Craig Roberts,Mikhail Vladimirovich LeontyevSergey GlazyevPiero Pagliani, Pino Cabras, Marcello FoaTala Khrais,Marta GrandeTatjana ŽdanokaPaola de Pin. (page Facebook de GlobalWARning)
Sources : ‘Un’altra guerra in Europa? Non in nostro nome!’ (megachip.globalist.it, italien, 08-12-2014) &Appel de personnalités allemandes : « Une autre guerre en Europe ? Pas en notre nom ! » (ilfattoquotidiano.fr, français, 08-12-2014)