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21 marzo 2017

Il MES ormai dietro l'angolo

di Alberto Micalizzi.


Due giorni fa il Sole24Ore ha riportato la notizia che Popolare Vicenza e Veneto Banca hanno inviato una lettera al Ministero dell’Economia e delle Finanze ed alla BCE per richiedere l’applicazione della ricapitalizzazione preventiva, già applicata lo scorso Dicembre al Monte dei Paschi (“Popolare Vicenza e Veneto Banca chiedono l’aiuto di Stato”).
Si tratta della forma più morbida di gestione di una crisi bancaria, applicabile solo a certe condizioni, senza le quali occorre procedere con il Bail-in. La ricapitalizzazione preventiva è stata introdotta dalla stessa direttiva europea che regolamenta il Bail-in ed è finalizzata alla ricostituzione del capitale della banca. In particolare, si basa sull’intervento dello Stato prima che la situazione diventi critica tant’è che per potervi accedere la banca deve essere solvibile, criterio tutt’altro che oggettivo. Lo Stato italiano, in questo caso, può intervenire direttamente o tramite la Cassa Depositi e Prestiti. Con la ricapitalizzazione preventiva l’onere del salvataggio ricade dunque sugli azionisti, che vengono diluiti, sugli obbligazionisti subordinati e certamente sulla collettività ma non sui correntisti.
Nel caso di Popolare Vicenza e Veneto Banca si parla di una necessità di ricapitalizzazione fino a €5 miliardi. Ciò dipenderà anche dall’esito del progetto di fusione che le due banche stanno studiando, che però è ostacolato sia dalla BCE che dall’agenzia di rating Fitch, a processo a Trani per manipolazione di mercato, che lo scorso Venerdì ha tagliato il rating della Popolare di Vicenza.
Laddove la banca non sia ritenuta solvibile, si dovrebbe optare per la forma di salvataggio più drastica, quella del Bail-in, che espande il perimetro di inclusione dei soggetti che contribuiscono alle perdite, arrivando a toccare i correntisti con depositi maggiori di €100.000, oltre naturalmente agli azionisti e a tutti gli obbligazionisti della banca.
Ma cosa succede se lo Stato non avesse i mezzi necessari per intervenire, né per una ricapitalizzazione preventiva né per un Bail-in? Si aprirebbe la terza via, quella del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).
Avevo ammonito circa questo rischio durante l’intervista a Pandora TV del Gennaio 2017 (“L’intrigo Politico del MES – Parte 2”) nella quale facevo notare che sinora il MES ha eseguito 5 interventi su Stati dell’Eurozona ma mai interventi diretti su banche, che sono tuttavia ampiamente previsti dal regolamento istitutivo il MES.
Rimandando al mio articolo introduttivo sul MES (“Pronto il MES per commissariarci: alzare gli scudi – Parte 1) mi limito qui a ricordare che il MES non è un “meccanismo” ma un vero e proprio fondo che ha la veste di organizzazione intergovernativa (sul modello FMI) embrione del primo governo direttamente espressione di organismi internazionali. Raccoglie contributi da parte degli Stati (l’Italia si impegna con €125 miliardi) ma interviene prestando denari ai Paesi sottoscrittori a fronte dell’accettazione di programmi di governo prestabiliti. In poche parole, a fronte del commissariamento del Paese richiedente.
Se leggiamo i criteri di ammissibilità al programma MES che riguardano specificamente le banche, apprendiamo che uno Stato può accedere al MES a 3 condizioni: i) non essere in grado di gestire la situazione con risorse dei privati; ii) non essere in grado di intervenire con finanze pubbliche senza compromettere la stabilità finanziaria; iii) la banca deve essere di rilevanza sistemica o porre rischi alla stabilità finanziaria dell’area Euro.
Ove ricorrano queste condizioni, lo Stato italiano dovrà impegnarsi ad applicare un programma di riforme stabilito dal MES che riguardano misure di taglio alla spesa pubblica, privatizzazione e incremento di imposte e tasse, oltre a riforme a favore della ricapitalizzazione del settore bancario (tradotto letteralmente dal sito del MES).
Qual è la probabilità che si finisca nella rete del MES? Direi piuttosto alta, considerando che con Popolare Vicenza e Veneto Banca sono già tre le banche che entrano nella ricapitalizzazione preventiva, ma ce ne sono almeno un ventina in condizioni di simile sotto-capitalizzazione.
A ciò aggiungerei i circa €330 miliardi di crediti incagliati nei bilanci delle banche italiane, iscritti mediamente al 41% del valore nominale, che con elevata probabilità saranno ceduti a prezzi inferiori ai valori di bilancio, generando ulteriori ammanchi di capitale che richiederanno ulteriori interventi di ricapitalizzazione (vedi mio articolo Si orchestra la svendita di 330 miliardi di crediti bancari: bad bank/good profit”).
D’ora in avanti, se non mettiamo mano seriamente e rapidamente ad un piano urgente di rilancio dell’economia, dovremo abituarci a convivere con il MES benché, a pensarci bene, qualcuno dirà che non sarà poi così traumatico dato che con governi non eletti che stanno distruggendo l’economia nazionale abbiamo a che fare ormai da anni.
Non abbiamo però molto tempo. Dobbiamo aprire subito una fase di transizione basata su un piano giuridico ed economico attuabile in breve tempo (vedi mio articoloLe basi economiche di un New Deal italiano”) e soprattutto occorre: 1) convertire la Cassa Depositi e Prestiti in una vera banca pubblica, visto che è essenziale per il salvataggio delle banche commerciali; ed 2) istituire una bad bank pubblica per le sofferenze bancarie gestita dal Tesoro, visto che è comunque lo Stato a dover intervenire sul capitale delle banche. Solo così potremo schivare il MES e ridare fiato ad un’azione più ampia di ricostruzione di sovranità politica ed economica.


10 ottobre 2014

L’inizio del nuovo ordine mondiale: Asiacentrismo

di Raúl Zibechi.
Tradotto da  Daniela Trollio


Nonostante le crisi in Medio Oriente ed in Ucraina si rubino a vicenda i titoli sui media, esse sono solo le punte emergenti di un movimento tellurico molto più grande: la nascita di un nuovo ordine mondiale post-statunitense centrato in Asia, sulla base della triplice alleanza Cina-Russia-India. 






Uno dei nuclei del colonialismo e dell’imperialismo consiste nel proibire ai paesi periferici di fare quello che sono soliti fare i paesi del centro. Quando questo non funziona più, è perché il vecchio ordine centrato sulla relazione centro-periferia sta lasciando il passo a nuove relazioni internazionali. 
Le stesse potenze occidentali che gridano al cielo per l’intervento della Russia in Ucraina, bombardano la Siria senza l’autorizzazione del suo governo con la scusa di combattere un’organizzazione terroristica, lo Stato Islamico, nella cui creazione queste stesse potenze hanno giocato un ruolo rilevante. 
Che Cina e Russia rifiutino questo tipo di azioni militari, che in altri tempi venivano coperte per lo  meno con l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non è quindi una novità. Che il primo ministro dell’India, Narendra Modi, abbia dichiarato alla catena CNN, ore prima della sua visita negli Stati Uniti, che la Russia ha “interessi legittimi in Ucraina” è già una cosa più seria. Non solo ha rifiutato di criticare l’annessione della Crimea da parte della Russia, ma ha anche mostrato “fiducia” in come Pechino sta gestendo le dispute territoriali nei mari del sud della Cina (The Brics Post, 22.9.2014).
 E’ come se una nuova aria di Bandung (la conferenza che nel 1955 spinse la decolonizzazione) soffiasse sul pianeta. “Se lei guarda nei dettagli gli ultimi cinque o dieci secoli, vedrà che Cina e India sono cresciute a ritmi similari. I loro contributi al PIL mondiale sono aumentati in parallelo e sono caduti in parallelo. L’era attuale appartiene all’Asia”, ha detto Modi. Stava facendo un discorso anticolonialista con un’ottica di lunga durata, negli stessi giorni in cui avveniva la visita del presidente cinese Xi Jinping in India, avvenimenti che hanno consolidato una potente alleanza tra i due più grandi paesi della regione.

Politica, o la OCS 
Il grande cambiamento è che l’India ha chiesto la piena integrazione nell’Organizzazione della Cooperazione di Shangai (OCS) durante il recente vertice tenutosi l’11 e 12 di settembre a Dushanbe, capitale del Tagikistan. Fino a quel momento era solo un osservatore.
La OCS fu creata nel 2001 da Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan con l’obiettivo di garantire la sicurezza regionale e di combattere il terrorismo, il separatismo e l’estremismo, definiti “le tre forze maligne”. In futuro potranno aggiungersi Iran e Pakistan, anche se questi passi saranno complessi, vista la disputa tra India e Pakistan sulle loro rispettive frontiere.
Nei fatti, la OCS è una sfida alla leadership statunitense in una regione dove la superpotenza ha sempre meno influenza. L’organizzazione orbita intorno alla Cina, come indica il suo nome. Il consolidamento dell’alleanza Russia-Cina, con il suo lato geopolitico e geoenergetico (che comprende il già iniziato gasdotto per fornire gas russo a Pechino), è motivo di profonda preoccupazione a Washington, come analizzano alcuni media come The Washington Post.
Ma la recente visita di Xi in India  presuppone un passo decisivo nel disegno di un nuovo ordine globale. I dodici accordi firmati a Ahmedabad tra Modi e Xi, che vanno dagli investimenti al commercio fino alla cooperazione per l’energia nucleare, fanno parte del “processo storico di rivitalizzazione nazionale” in entrambe le nazioni emergenti, come ha affermato il ministro cinese agli esteri Wang Yi (Xinhua, 19.9.2014). 
La potenza dell’alleanza tra India e Cina sfida i presunti allineamenti ideologici e ha radice nelle necessità geopolitiche di potenze che affrontano problemi e nemici comuni.
Nel maggio di quest’anno ha assunto il potere Narendra Modi in rappresentanza del Bharatiya Janata Party (BJP), che ha vinto le elezioni generali contro il Congresso Nazionale Indiano (CNI) guidato dall’ex primo ministro Manmohan Singh. Sulla carta il CNI funge da forza progressista, erede della famiglia Gandhi e di Jawaharlal Nehru, alleata con  socialdemocratici e comunisti, mentre il BJP è considerato nazionalista e conservatore.
Ma negli allineamenti geopolitici le ideologie hanno poco da dire. Modi sta mostrando una profonda comprensione delle tendenze storiche in questo periodo di cambiamento del sistema-mondo e, in modo particolare, del ruolo che tocca giocare al continente asiatico. La cooperazione tra la OCS è giunta anche al terreno militare. A fine agosto è stato realizzato “un esercizio antiterrorista internazionale” in Mongolia interna (Cina) a cui hanno partecipato settemila soldati di Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan (Diario del Pueblo, 24.8.2014).

Economia, o la via della seta 
Se la OCS è la risposta asiatica alla presenza destabilizzatrice degli Stati Uniti nella regione, la Via della Seta è la risposta economica all’accerchiamento che essi pretendono di imporre sulla Cina, chiamato “pivot verso l’Asia” dall’amministrazione di Barak Obama. Ma è molto di più: significa l’alleanza di Russia e Cina con l’Europa, in concreto con la Germania.
La nuova Via della Seta unisce due potenti centri industriali: Chongqing in Cina con Duisburg in Germania, attraversando Kazakistan, Russia e Bielorussia, eludendo così le zone più conflittuali a sud del Mar Caspio come Afganistan, Iran e Turchia. E’ destinata ad essere la più grande via commerciale del mondo, la cui ferrovia taglia il tempo dei trasporti marittimi da cinque settimane a soli quindici giorni. Si prevede che la Cina diventerà il primo partner commerciale della Germania, il che presuppone un dislocamento geopolitico di grande importanza.
Sta venendo tracciata anche la Via della Seta marittima, che attraversa l’Oceano Indiano, e il Cinturone Economico della via terrestre. La rotta marittima è, in un certo senso, la riattivazione del “collare di perle”, un sistema di porti che attorniava l’India e assicurava il commercio cinese verso l’Europa.
Ma è anche la risposta all’Associazione Transpacifica (TPP in inglese), iniziativa degli Stati Uniti che esclude la Cina e comprende  Giappone, Australia, Nuova Zelanda, più quattro membri della AEAN (Brunei, Malaysia, Singapore e Vietnam) e i paesi dell’Alleanza del Pacifico (Perù, Messico, Cile e probabilmente Colombia). La strategia di Washington consiste nell’isolare la Cina generando conflitti intorno a lei (col Giappone e il Vietnam, principalmente), scusa per militarizzare  i mari della Cina, chiudendo così il cerchio commerciale, politico e militare intorno ad  una potenza che nel 2012 è diventata la principale importatrice di petrolio del mondo, superando gli Stati Uniti.
Questo spiega l’accordo energetico con la Russia, che è l’unico modo in cui la Cina può assicurarsi un rifornimento sicuro. Ma spiega anche il tracciato della nuova Via della Seta, sia quella terrestre che quella marittima. L’80% del petrolio che la Cina importa passa attraverso lo Stretto di Malacca (un angusto corridoio di 800 km. che unisce gli Oceani Pacifico e Indiano tra Indonesia e Malaysia), facilmente bloccabile in caso di guerra.
Per questo la Cina sta costruendo una rete portuaria che comprende porti, basi e stazioni di osservazione in Sri Lanka, Bangladesh e Birmania. Tra questi paesi c’è un porto strategico in Pakistan, Gwadar, la “gola” del Golfo Persico, a 72 km. dalla frontiera con l’Iran e a circa 400 km. dal più importante corridoio di trasporto del petrolio molto vicino allo strategico stretto di Ormuz. Il porto è stato costruito e finanziato dalla Cina ed è gestito dall’impresa statale China Overseas Port Holding Company (COPHC).
Il porto è visto dagli osservatori come il primo punto di appoggio della Cina in Medio Oriente” scriveva la stampa occidentale il giorno dell’inaugurazione (BBC News, 20.3.2007). La regione che circonda il porto di Gwadar contiene due terzi delle riserve mondiali di petrolio. Di lì passa il 30% del petrolio del mondo (ma l’80% di quello che la Cina riceve) e si trova sulla strada più corta verso l’Asia.
La Cina guadagna anche spazi nel cuore dell’Occidente. Il governo britannico ha dato via libera per rafforzare Londra quale centro di commercio mondiale e di investimenti in yuan, la moneta cinese. Ancor più, “il governo britannico si trasformerà nel primo paese occidentale ad emettere un buono sovrano in moneta cinese”, cosa che si deve interpretare come "appoggio alle ambizioni della Cina di utilizzare la sua moneta su scala globale” (Market Watch, 15.9.2014).

Potenza militare
Le sanzioni alla Russia sono un atto di guerra” ragione il redattore capo della rivista Executive Intelligence Review, Jeff Steinberg (EIR, 199.2014). Intanto The Economist considera la OCS come “una specie di NATO guidata dalla Cina”.
E’ evidente che la guerra tra grandi potenze non è ormai più vista come una remota possibilità.
Ognuno, quindi, fa il suo gioco. La Cina  e l’Iran realizzano le loro prime esercitazioni navali congiunte nel Golfo Persico, dove partecipano “navi dell’Armata cinese coinvolte nella protezione della navigazione nel golfo di Aden” (Russia Today, 22.9.2014). La Cina è ora il primo compratore di crudo saudita e non permetterà che le strade che la riforniscono restino nelle mani di forze nemiche.
A fine agosto è trapelato che Russia e Cina stanno negoziando un “accordo militare storico” che comprende l’acquisto da parte del paese asiatico di sottomarini diesel ‘nascosti’, con “interscambio di tecnologia”, mentre continuano i negoziati per la vendita di caccia Sukhoi-35 e sistemi di difesa aerea S-400, considerati i più avanzati del mondo ( Russia Today, 19.8.2014).
Finora i russi si sono mostrati reticenti a vendere certe armi alla Cina, perché questa le copia e finisce per fabbricare i propri prototipi. A loro volta India e Russia, che hanno una vasta cooperazione militare che comprende sottomarini nucleari e portaerei, si dispongono a fabbricare insieme un caccia di quinta generazione.
Siamo davanti ad un punto molto sensibile, su cui Washington ha alcune difficoltà. Anche se continua ad avere il più grande bilancio della difesa del mondo (circa 600 mila milioni di dollari all’anno, a fronte dei poco più di 100 mila della Cina e poco meno dei 100 mila della Russia), questo bilancio è declinante mentre quello dei suoi avversari cresce. La Cina è passata da poco più di 5 mila milioni di dollari all’anno in investimenti militari del 1990 a 110 mila milioni nel 2012. 
Ma l’importante non è quanto si spende, ma come si spende” sostiene un periodico statunitense (The Fiscal Times, 16.9.2014). Secondo la pubblicazione, le enormi spese militari del Pentagono vengono destinate a mantenere la sua costosa flotta di 11 portaerei, alla modernizzazione di vecchi sistemi e a progetti falliti come il caccia F-35.
Intanto Cina e Russia investono in moderni sottomarini nucleari e nella guerra cibernetica. Le armi anti-navi cinesi sono molto meno care che una portaerei, ma possono affondarla o renderla inutilizzabile anche se il Pentagono le considera inespugnabili.

Contrasti 
Le autorità della Difesa degli Stati Uniti sono afflitte da innumerevoli denunce di malversazioni dei bilanci.
Nello scorso luglio la flotta degli F-35 non ha potuto volare per falle a un motore, dopo vari problemi ai sistemi di software, agli armamenti e all’assetto. Dopo due decenni di progettazione e sviluppo il costo del progetto è schizzato a 400.000 milioni di dollari, il progetto di armamento più caro della storia del Pentagono, nonostante il fatto che il debutto del caccia sia stato cancellato in due esibizioni aeree nel Regno Unito (El Periodico, 11.7.2014)
La una volta potente Boeing è un buon esempio dei problemi difensivi del Pentagono. La scommessa che l’F-35 fosse sviluppato dalla Lockheed Martin sta drenando i fondi del Pentagono al di fuori della Boeing, che era l’impresa principale della forza aerea. Di fatto la branca della difesa della Boeing si è ristretta al 56% della sua produzione totale nel 2003, ad appena il 38% nel 2013 e si stima che in pochi anni non produrrà più aerei da combattimento, essendo fallita la sua ricerca di mercati alternativi in Brasile, India e Corea del Sud (Wall Street Journal, 20.9.2014). Boeing chiuderà la sua fabbrica di cargo C-18 a Long Beach e può chiudere quella degli F-18  Saint Louis nel 2017 se non ottiene più commesse. 
In sintesi, la politica estera della Casa Bianca è erratica, mentre quella dei suoi avversari ha un orizzonte definito.
Il giornalista Robert Parry analizza come i neo-conservatori siano riusciti a bloccare la “strategia realista” di Obama, consistente nel collaborare con Vladimir Putin per dipanare il caos geopolitico in Medio Oriente. I neocons continuano a scommettere sulla caduta di Bashar al Assad e spingono per creare situazioni caotiche, come quella che vive la Libia, invece che tollerare l’esistenza di regimi avversari (Consortiumnews.com, 19.9.2014).
Vari analisti sostengono che la fabbricazione di crisi è quanto di meglio sa fare la superpotenza e che questo può essere l’unico modo per contenere la sua decadenza. Il conflitto in Ucraina, dove hanno spinto la caduta di un presidente eletto, punta ad isolare la Russia dall’Europa. L’attacco allo Stato Islamico cerca di spingerlo sempre più verso nord.
Tutte e due le operazioni puntano a danneggiare il tracciato della Via della Seta, considerata una delle travi maestre del nuovo ordine mondiale. 





Per concessione di Centro di Iniziativa Proletaria "G. Tagarelli"
Fonte: http://alainet.org/active/77463&lang=es
Data dell'articolo originale: 26/09/2014
Tratto da: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=13618


8 maggio 2014

Dichiarazione globale degli studenti per il pluralismo in economia

Rethinking Economics Italia


Negli ultimi sette anni, con gli effetti della crisi finanziaria sotto gli occhi di tutti, un’altra crisi economica, con implicazioni profonde per tutti noi, è passata quasi inosservata: la crisi teorica dell’economia e del suo stesso insegnamento. La stagnazione dell’offerta didattica e di una pedagogia ridotta e riduttiva è durata decenni, nonostante ripetuti sforzi, da parte degli studenti, volti a cambiare questa situazione. Ora, nel pieno della crisi finanziaria globale, tali iniziative studentesche hanno trovato nuova linfa ed una rinnovata energia in diversi paesi tra cui Argentina, Austria, Brasile, Canada, Cile, Danimarca, Francia, Germania, India, Inghilterra, Israele, Italia, Nuova Zelanda, Scozia e Stati Uniti. Cosa più importante, gli studenti coinvolti in queste iniziative hanno trovato una causa comune nella promozione di un vero insegnamento plurale dell’economia. All’interno delle università il pluralismo significherà una più ampia varietà teorica e metodologica nei nostri libri di testo, ed una formazione più solida e reattiva. Fuori dalle università, invece, il pluralismo comporterà una più ampia gamma di opzioni nell’“inventario” degli strumenti dei nostri governi, per migliorarne la capacità di trovare soluzioni collettive ai problemi globali dell’economia, siano essi urgenti o più a lungo termine.

Il pluralismo cerca inoltre di costruire dei legami più forti tra questi due mondi e di integrare sempre meglio le teorie e gli strumenti acquisiti nell’ambito accademico, con le sfide morali, politiche, ambientali, culturali, nonché con molte altre di estrema complessità che caratterizzano il XXI secolo. Nessuna scuola di pensiero gode di un monopolio delle soluzioni a queste sfide, e data l’immensità delle conseguenze nel mondo reale del loro lavoro, gli economisti hanno la responsabilità di assicurare che la loro professione sia dotata di una diversificazione interna che le permetta di affrontare una simile complessità esteriore.

Il pluralismo teorico enfatizza il bisogno di allargare il raggio di scuole di pensiero rappresentate nei corsi universitari. In questo contesto è importante notare che non obiettiamo contro nessuna tradizione economica in particolare. Il pluralismo non è una scelta di campo, ma riguarda il sano incoraggiamento a un dibattito teorico che non può che rafforzare la professione dell’economista nella sua interezza. Una formazione economica onnicomprensiva è finalizzata a promuovere un’esposizione bilanciata alle varie prospettive teoriche che vanno dai più comuni insegnamenti dell’approccio neoclassico fino a quelle tradizioni largamente escluse come quelle classica, post-keynesiana, istituzionale, ambientalista, femminista, marxista e austriaca, per citarne qualcuna. Quando la maggior parte degli studenti di economia si laurea senza mai incontrare una simile varietà di prospettive durante gli studi, allora si capisce che tale percorso educativo si rivela insufficiente e soprattutto inefficiente. Basta immaginare un corso di laurea in storia dell’arte focalizzato solo sull’impressionismo, oppure un corso di scienze politiche che si concentri solo sul socialismo, e si potrà iniziare ad apprezzare i limiti di un tipico corso di economia.

Il pluralismo metodologico impone l’impiego di un ampio ed eterogeneo insieme di strumenti nell’analisi delle questioni economiche. Con ciò non si vuole sottostimare la necessità del rigore analitico-matematico e quantitativo-statistico. Ma troppo spesso gli studenti acquisiscono acriticamente le suddette competenze “tecniche” evitando le più elementari riflessioni epistemologiche: come e perché tali strumenti vadano utilizzati, la neutralità delle assunzioni e l’applicabilità dei risultati. Inoltre, esistono importanti aspetti economici impossibili da indagare esclusivamente per mezzo dell’approccio quantitativo: ad esempio, le istituzioni, le culture e la storia rappresentano elementi determinanti dei meccanismi e processi economici e, come tali, dovrebbero essere parte integrante dei piani di studio. Ciononostante, la grande maggioranza degli studenti non frequenta nemmeno un singolo corso di “metodi qualitativi” durante il proprio percorso formativo.

Il pluralismo interdisciplinare sviluppa ulteriormente il discorso metodologico, riconoscendo che l’economia è più efficace quando integrata con altre scienze sociali ed umanistiche. Così come le politiche economiche non prescindono dale lezioni derivanti dalla politica, dall’etica, dalla psicologia, dalla storia, dalla sociologia e dall’ecologia, nemmeno l’insegnamento dell’economia dovrebbe prescindere da questi stessi ambiti. L’apprendimento interdisciplinare è vitale per fornire agli economisti la profondità cognitiva necessaria ad apprezzare le numerose implicazioni che le loro idee comportano per lo sviluppo globale.

Mentre gli approcci per implementare queste forme di pluralismo varieranno di luogo in luogo, le idee generali per il loro sviluppo dovrebbero includere le due seguenti linee guida:

  •  Verso un pluralismo teorico e metodologico: dare la priorità a docenti e ricercatori che possono essere fonte di diversità teorica nei programmi economici; ideare testi e altri strumenti di insegnamento a supporto di un’offerta formativa pluralista; dare la priorità nei giornali professionali a lavori pluralisti.
  •  Verso un pluralismo interdisciplinare: formalizzare le collaborazioni tra dipartimenti di scienze sociali e di studi umanistici o stabilire dipartimenti speciali che possano sovraintendere programmi che combinino l’economia e gli altri campi.

Il progresso su questi fronti richiede non solo la costruzione di un nuovo consenso attorno al pluralismo, ma anche che una varietà di altre sfide sia messa in evidenza, inclusa la ricerca di professori con una formazione pluralistica e di fondi per sostenere le iniziative sopra elencate. Di conseguenza, se speriamo di dotare la professione dell’economista di un profilo pluralista in un arco di tempo che si accordi con l’urgenza della crisi globale, allora dobbiamo iniziare a connetterci, ad essere coordinati e creativi nella ricerca di nuove soluzioni. Con questo obbiettivo in mente i nostri network studenteschi hanno iniziato a premere per un cambiamento, e a superare le lacune educative organizzando seminari, conferenze e altre iniziative creative.

Abbiamo bisogno di studenti, professori, ricercatori e sostenitori da tutto il mondo che si uniscano a noi per formare la “massa critica” necessaria al cambiamento. Visitate il sito (www.isipe.net e www.rethinkecon.it) per capire come supportare la nostra causa. Come la grande crisi finanziaria ci ha ricordato, nell’economia le idee vanno ben oltre le aule universitarie, e raggiungono ogni angolo della nostra vita. La spinta per il pluralismo non è semplicemente uno sforzo per rafforzare la professione dell’economista, ma uno sforzo per rafforzare le fondamenta stesse del benessere umano e della nostra abilità collettiva di prosperare.


Rethinking Economics Italia. Studenti promotori in Italia:

Nicolò Fraccaroli, portavoce RE Italia
Mattia Maria Achei
Giacomo Bracci
Michele Cantarella
Luca Eduardo Fierro
Ivan Invernizzi
Marco Schito
Roberto Geno Volpe


Rivista promotrice:
Rivista di Economia e Politica

Hanno sostenuto questo manifesto in Italia:
Ardeni Pier Giorgio, Università di Bologna
Salvatore Biasco, Università “Sapienza” di Roma
Giancarlo Beltrame, Università di Bergamo
William K. Black, UMKC
Emiliano Brancaccio, Università del Sannio
Katia Caldari, STOREP e Università di Padova
Sergio Cesaratto, Università di Siena
Daniele Checchi, Università di Milano
Giuseppe Di Gaspare, LUISS
Massimo Egidi, LUISS
Jean-Paul Fitoussi, LUISS e Sciences Po
Mathew Forstater, UMKC
Luciano Gallino, Università di Torino
Nino Galloni, INPS
Nadia Garbellini, Università di Bergamo
Stephanie B. Kelton, UMKC
Marc Lavoie, University of Ottawa
Stefano Lucarelli, Università di Bergamo
Giorgio Lunghini, Università di Milano e di Pavia
Sebastiano Maffettone, LUISS
Marcello Messori, LUISS
Cristina Montesi, Università di Perugia
Luciano Monti, LUISS
Warren Mosler, COfFE, CFEPS e Università di Bergamo
Raimondello Orsini, Università di Bologna
Laura Pennacchi, Scuola per la Buona Politica Fondazione Basso
Stefano Perri, Università di Macerata
Gustavo Piga, Università di Roma “Tor Vergata”
Riccardo Realfonzo, Università del Sannio
Roberto Romano, ricercatore CGIL
Alessandro Roncaglia, Università “Sapienza” di Roma
Francesco Saraceno, Sciences Po e OFCE
Claudio Sardoni, Università “Sapienza” di Roma
Mario Seccareccia, University of Ottawa
Stefano Solari, Università di Padova
Antonella Stirati, Università degli Studi Roma Tre
Guido Tortorella Esposito, Università del Sannio
Stefano Toso, Università di Bologna
Gianfranco Tusset, Università di Padova
Anna Maria Grazia Variato, Università di Bergamo
Marco Veronese Passarella, University of Leeds
Larry R. Wray, UMKC
Stefano Zamagni, Università di Bologna


Gruppi studenteschi promotori nel mondo: 
  • Economics Student Forum – Haifa, Israel
  • Post-Crash Economics Society Essex,
  • Network for Pluralist Economics, Germany
  • Society for Pluralist Economics; Vienna, Austria
  • Glasgow University Real World Economics Society, Scotland
  • Rethinking Economics Italia
  • Rethinking Economics, Quebec
  • The Socio-Economic Society, Aarhus, Denmark
  • Cambridge Society for Economic Pluralism (CSEP), Cambridge, United Kingdom,
  • Rethinking Economics, UK
  • Better Economics UCLU, London
  • Movement for Pluralistic Economics, Ljubljana,
  • Lunds Kritiska Ekonomer, Lunds Universitet, Sweden
  • Sociedad de Economía Crítica, Argentina and Uruguay
  • Nova Ágora, Brazil
  • Rethinking Economics New York, United States
  • The Post-Crash Economics Society, University of Manchester, UK
  • PEPS-Economics, France
  • Grupo de estudiantes y egresados de la Facultad de Economía y Negocios de la Universidad de Chile, Chile
  • Det Samfundsøkonomiske Selskab (DSS), Denmark
  • Oikos Köln, Germany
  • Real Economics Mainz, Germany
  • Kritische WissenschaftlerInnen Berlin, Germany
  • Arbeitskreis Plurale Ökonomik, Germany
  • Was ist Ökonomie, Germany
  • Alternative Thinking for Economics Society Sheffield, United Kingdom
  • Jodhpur University Heterodox Economics Association, India
  • Mouvement étudiant québécois pour un enseignement pluraliste de l’économie, Canada
  • Oeconomics Economic Club MGIMO, Russia
  • Lunds Kritiska Ekonomer, Sweden
  • Handels Students for Sustainability, Sweden
  • PEPS-Helvetia, Switzerland
  • Post-Crash Barcelona, Spain
Studenti
Achei Mattia Maria, LUISS
Agostinis Matteo, Università di Udine
Baccanelli Angelo, Università Cattolica di Milano
Baccini Alberto, Università di Siena
Bergamaschi Francesco, Università di Bologna
Biondo Francesca, Università di Roma Tre
Bracci Giacomo, Università di Bologna
Busi Daniele, Politecnico di Milano
Bustacchini Francesco, Università di Bologna
Campigotto Nicola, Università di Bologna
Canducci Caterina, LUISS
Cantarella Michele, LUISS
Capacchione Jacopo, Università del Sannio
Casati Federica, Università di Bergamo
Catillo Marialaura, Università del Sannio
Cetrulo Armanda, Università di Bologna
Ciancimino Francesco, Università di Bologna
Ciervo Romina, Università del Sannio
Cifani Marco, Università Bocconi
Ciotti Fabrizio, Università Bocconi
Colicchio Lorenzo, Università del Sannio
Corda Daniela, Università di Cagliari
Crespi Giulio Gipsy, Università di Milano
D’Angelis Nico, Università “Sapienza” di Roma
De Cristofaro Fabiana, Università di Bologna
De Guio Andrea, Università Bocconi
De Vivo Giovanni, Università “Federico II” di Napoli
Del Seppia Giulio Paolo, Università degli studi di Roma “Tor Vergata”
Desidera Lorenzo, Università di Bologna
Di Caprio Carmen, Università del Sannio
Di Domenico Pasquale, Università di Bologna
Di Lorenzo Giulio, LUISS
Di Talia Elisa, Università del Sannio
D’Occhio Anna, Università del Sannio
Doukakis Marco, Università di Perugia
Esposito Simone, Università di Bologna (Forlì)
Ferrara Maria Vincenza, Università del Sannio
Fierro Luca Eduardo, Università di Bologna
Fraccaroli Nicolò, LUISS
Franciosi Francesco, Università del Sannio
Gabbuti Giacomo, Università degli studi di Roma “Tor Vergata”
Gambardella Elisa, Università di Genova
Garilli Simone, Università di Verona
Giacobbe Valentina, LUISS
Giovino Luigi, Università del Sannio
Guerra Federica, Università Bocconi
Guglielmo Edoardo-Elia, Università di Urbino
Ianella Antonella, Università del Sannio
Invernizzi Ivan, Università di Bergamo
Lochis Michael, Università di Bergamo
Lombardi Pietro, Università del Sannio
Lucidi Francesco Simone, Università “Sapienza” di Roma
Marcassoli Hedi, Università di Bergamo
Margheri Matteo, Università di Bologna
Marinelli Francesca, Università di Bologna
Mascia Clara, Università “Sapienza” di Roma
Medeossi Erica, Università di Bologna
Mereta Francesca, Università Bocconi
Mesisca Patrizia, Università del Sannio
Mignone Giusy, Università del Sannio
Minutolo Alessandro, Università di Bologna
Molinaro Mattia, Università di Bologna
Monticelli Elena, Università “Sapienza” di Roma
Montisci Maria Francesca, Università di Firenze
Mori Gioia, Università Bocconi
Moroni Pietro, LUISS
Pagliuca Daniela, Università del Sannio
Palmieri Augusto, LUISS
Palomba Gabriele, Università “Sapienza” di Roma
Pangrazi Pier Paolo, Università Bocconi
Paniconi Paolo, Università Politecnica delle Marche
Paoloni Pierpaolo, Università di Bologna
Parrella Pasquale, Università del Sannio
Petrova Gabriela, Università di Bologna
Raffaeli Riccardo, Università “Sapienza” di Roma
Rao Cristina, Università di Bologna
Ricottilli Massimo, Università di Bologna
Ruggeri Francesco, Università “Sapienza” di Roma
Salemme Michele, Università di Bologna
Sandalli Maria Elena, LUISS
Schito Marco, LUISS
Scuto Valeria, LUISS
Secomandi Riccardo, Università Cattolica di Milano
Simone Giuseppe, Università di Bologna
Terracciano Tammaro, Università di Bologna
Testa Alice, Università di Bergamo
Trimboli Nicola, Università di Bergamo
Tropeano Laura, Università del Sannio
Vara Eva, Università Bocconi
Viola Antonio, Università del Sannio
Viscione Barbara, Università del Sannio
Viscione Angelantonio, Università del Sannio
Volpe Roberto Geno, LUISS
Zampetti Carmen, Università del Sannio


Fonte: http://www.rethinkecon.it/manifesto-dichiarazione-globale-degli-studenti-per-il-pluralismo-in-economia/#more-208.

8 gennaio 2014

Il Mario Monti sardo

di Daniele Basciu.


Nei tempi in cui l’austerity sta distruggendo la civiltà in un intero continente si terranno in Sardegna le elezioni regionali. Il PD presenta come candidato per la presidenza l’economista Francesco Pigliaru, schierato con Matteo Renzi ed ex assessore della giunta Soru.
Bisogna aver chiaro qual è la vision di Pigliaru, è sufficiente leggere le sue parole di due anni fa. Commentando la lettera del 2011 della BCE inviata all’Italia, Pigliaru scriveva:
“Mentre aspettiamo che Berlino abbia il coraggio politico di fare la cosa giusta, noi italiani abbiamo una precisa agenda di cose da fare. L’elenco stilato il 5 agosto scorso da Draghi e Trichet nella lettera a Berlusconi basta e avanza per fare chiarezza tecnica sulle questioni principali: si tratta, in sostanza, di liberalizzare i servizi pubblici locali e i servizi professionali; di ridurre la rigidità della contrattazione salariale, per riconoscere differenze fra aziende e fra territori; di adottare la flexsecurity proposta da Pietro Ichino per avere più occupazione insieme a più garanzie per chi perde il lavoro; di mettere ordine nel sistema pensionistico, “rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità”
In altre parole perorava l’ABC del credo che sta devastando l’Europa: liberalizzazioni, privatizzazione dei servizi pubblici, deregolamentazione del lavoro, irrigidimento sulle pensioni. Interventi che, è stato già abbondamente evidenziato anche in contesto accademico (nel caso in cui qualcuno non si accorgesse di ciò che avviene guardandosi intorno), hanno avuto esiti disastrosi per la collettività. Si veda ad esempio questo ottimo documento di Stefano Lucarelli, docente di Economia Monetaria Internazionale presso l’Università di Bergamo nel dipartimento intitolato ad Hyman Minsky.

Ma perchè Pigliaru è convinto che si debbano applicare le ricette della BCE ? Semplice, perchè secondo Pigliaru il bilancio dello Stato è come quello di una famiglia, scrive: “Basta far finta che si tratti di una famiglia e il meccanismo appare in tutta la sua semplicità“.
 Questa affermazione applicata agli Stati sovrani è totalmente priva di senso, e fa parte dei “manuali di fantascienza” che vengono studiati e insegnati in molte facoltà di Economia al posto del funzionamento dell’economia reale.  Viene presentata da Pigliaru come una “condizione naturale” ma in realtà è la peculiare condizione creata in  eurozona, in cui gli Stati da monopolisti della valuta sono stati ridotti ad esserne utilizzatori, come accade nel terzo mondo. “Facendo finta” che lo Stato sia una famiglia, e che il debito pubblico debba essere gestito come il debito privato, un gruppetto di tecnocrati non eletti sta devastando un continente intero, imponendo una deflazione indotta che annienta il mercato interno per costruire una “macchina da export”, come spiega Mario Monti in questo delirio. È spaventoso che un economista Prorettore Delegato per la ricerca scientifica dell’Università di Cagliari sia portatore di questa superstizione economica, ed è grottesco il fatto che a sostenere questo economista sponsor delle ricette della BCE ci sarà anche il partito di cui fa parte il sindaco di Cagliari, che sulle “ricette della BCE” diceva queste cose qui: LINK
Dove portano queste ricette? qui (fonte tradingeconomics):


Questa è la lista dei 21 paesi al mondo con la peggior crescita anno su anno: 13 su 21 sono paesi Eurozona, che stanno “facendo le riforme”, trattano il debito pubblico come se fosse debito privato, e ignorano che la disoccupazione e la crisi economica sono una conseguenza dei deficit pubblici troppo bassi, e non del contrario.
Ma c’è in Sardegna una deformazione di lunga data, che considera come assolutamente “speciale e peculiare” quello che accade nell’isola, come se fosse un mondo a parte. Così ad esempio la deindustrializzazione in corso da oltre vent’anni è vista come una conseguenza del fatto che “l’industria petrolchimica non faceva parte delle nostre tradizioni“, ignorando completamente l’evidenza oggi lampante che la deindustrializzazione della Sardegna è stata un pezzo di un processo di smantellamento industriale molto più ampio consapevolmente condotto in Italia a vantaggio della Germania, con la svendita del sistema misto Stato-impresa che Letta intende completare da qui a breve. Il corollario è che spesso i soggetti politici locali sono visti e descritti come slegati dai partiti che li esprimono, ma qualsiasi ipotetico scenario futuro in una regione italiana deve necessariamente essere inquadrato nella realtà concreta costituita dall’Eurozona di concentramento e dall’isteria religiosa anti-debito pubblico che domina l’Europa.
E Pigliaru non è un entità autonoma. È l’espressione del partito che ha votato il pareggio di bilancio in Costituzione, il Fiscal compact, che ha sostenuto i governi Monti e Letta, e che ha posizionato un ex FMI come Cottarelli a capo della commissione spending review. É uno che scrive che “Il problema della crisi in Italia è che ha colpito un organismo economico molto debole, abituato a cavarsela con svalutazioni competitive e creazione di debito pubblico”
La Sardegna non è su Marte, è in Unione Europea. C’è la deindustrializzazione (c’è stata in anteprima), c’è la crisi, 700mila persone che vivono sotto la soglia di povertà, c’è il 41% di disoccupazione giovanile. Se Pigliaru vince le elezioni, ci sarà anche un sacerdote dell’austerity al governo dell’isola, esattamente come accade in tutta Europa, e con gli stessi risultati.
Se ne uscirà l’Italia ne uscirà anche la Sardegna, altrimenti non cambierà niente. A meno che la Sardegna non diventi uno Stato indipendente, che emette e spende come monopolista la propria moneta, di cui impone l’uso con la tassazione. Uno Stato consapevole del funzionamento dei sistemi monetari moderni fiat e del fatto che il deficit dello Stato diventa la ricchezza materiale e finanziaria del settore privato, e che spende per ottenere il benessere della collettività e la piena occupazione. Niente di nuovo, ma solo quello che Warren Mosler ha spiegato al Quebec quasi vent’anni fa e a Cagliari per due giorni interi, nel 2012, si chiama MMT.

Fonte: http://econommt.wordpress.com/2014/01/07/il-mario-monti-sardo/.



10 dicembre 2013

I missionari del dio mercato

di Daniela Palma e Francesco Sylos Labini.

La crisi economica è giunta al suo sesto anno e, soprattutto in Europa, ancora pochi sono i segni di un suo arretramento. La ricerca di una via di uscita s’impone con sempre più urgenza, ma le contraddizioni che hanno scatenato la crisi continuano a mettere in discussione l’intero periodo che ha segnato lo sviluppo economico del secondo dopoguerra. 

L’irruzione sulla scena dei debiti pubblici ha mascherato le fragilità del sistema finanziario privato – vero responsabile della crisi – che per troppo e lungo tempo ha drogato il mercato, incapace di autosostenersi. 

Così, senza esitazione, il dito è stato puntato contro lo “Stato spendaccione”. E l’“austerità espansiva” è sciaguratamente diventata la chiave di volta delle politiche per la ripresa, riaffermando la posizione di thatcheriana e reaganiana memoria. Quella secondo cui “lo Stato è il problema”. Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti: una nuova e più profonda depressione, l’azzeramento delle prospettive di ripresa e lo spettro di dover fare un balzo all’indietro, cancellando di colpo decenni di storia in cui il progresso economico è stato reso inscindibile dalla conquista dei diritti sociali e dal radicamento della democrazia.

La verità è che lo Stato è diventato una stampella del mercato, senza però assolvere a un ruolo costruttivo per lo sviluppo dell’economia e della società. I bilanci pubblici sono esplosi per salvare le banche, senza per questo riuscire a recuperare le sorti dell’economia reale, visto che il credito rimane “congelato”: malgrado ciò si continua ad affermare che la zavorra dell’economia è rappresentata dal welfare, e che bisognerà rinunciarvi, pena l’impossibilità di dare spazio alla ripresa.

Per capire la crisi bisogna andare oltre. Oltre il quadro teorico del neoliberismo – trasmessoci dall’alto e acriticamente accettato. Andare oltre il neoliberismo, significa innanzitutto riconoscere le ragioni culturali della crisi. Un po’ meno austerità forse ci sarà concessa, ma se non si dà una lettura corretta delle vere cause che hanno portato alla crisi, essa sarà destinata a riprodursi in forme sempre più drammatiche e sempre più tendenti a compromettere lo sviluppo dei Paesi e la loro coesione sociale.

Il modo con cui la riflessione economica prevalente si è rapportata alla crisi fin dal suo nascere è tipico della visione mainstream, che affonda le sue radici nei riferimenti principali della cosiddetta teoria neoclassica: 
l’economia è concepita come una scienza (economics) che studia le scelte alternative tra risorse scarse; 
il mercato è il luogo di allocazione ottima delle risorse, garantita da soggetti razionali in grado di utilizzare tutta l’informazione disponibile. Nel mercato si determina “naturalmente” un equilibrio che è il punto d’incontro tra domanda e offerta, stabilito nel prezzo, inteso come misura della scarsità, capace di assicurare l’allocazione ottimale delle risorse
Un processo che è di tipo esclusivamente logico, che prescinde totalmente dalle diversità nel tempo e nello spazio delle diverse economie. 

Secondo questa lettura eventuali scostamenti dall’equilibrio del mercato hanno solo natura temporanea perché il sistema economico è destinato a convergere verso l’equilibrio. 

In tale contesto la crisi non può essere prevista, semplicemente perché non è neppure concepita

Ed anche di fronte al suo manifestarsi è possibile attribuirle un carattere di momentanea accidentalità, oppure individuare imperfezioni del mercato che non consentono il raggiungimento dell’equilibrio. Le crisi possono essere innescate solo da grandi perturbazioni esogene come gli uragani, i terremoti o sconvolgimenti politici, ma certo non causate dal mercato stesso.

Molti economisti hanno, infatti, interpretato la crisi del 2008 attraverso il pregiudizio ideologico secondo cui essa è stata innescata da cause del tutto imprevedibili – come il fallimento della Lehman Brothers – ma giacché i mercati liberi tendono alla stabilità, non ci sarebbero dovute essere ripercussioni sull’economia reale. È questo paradigma che deve essere messo profondamente in discussione, perché la crisi del 2008 ha mostrato in maniera spettacolare che sono le fluttuazioni stesse dei mercati a generare instabilità: i mercati liberi non tendono all’equilibrio ma generano squilibri selvaggi e pericolosi.

Dunque, l’economics si traveste dietro una veste pseudo-scientifica, si presenta come una disciplina tecnica e apolitica. Ma non è stato sempre così. Anzi, secondo la visione che ha segnato lo stesso nascere della disciplina economica e che si afferma all’indomani della prima Rivoluzione industriale con il pensiero di Adam Smith, l’economia è invece una riflessione scientifica sulla società, tesa a studiarne le caratteristiche che ne assicurano le condizioni di riproducibilità e di sviluppo, in un contesto sociale, istituzionale e normativo che condiziona l’azione dei soggetti

Non a caso si parla di “economia politica”, guardando al mercato come a un complesso sistema di norme, storicamente determinato e privo di qualsiasi connotato di naturalità, non necessariamente capace di assicurare il pieno impiego delle risorse. L’approccio dell’economia politica classica è dunque intrinsecamente predisposto a concepire il prodursi di crisi e la necessità di operare quei correttivi che assicurino la riproducibilità del sistema economico. Di là dalle diverse versioni ed approfondimenti che si sono succeduti passando per Ricardo, Marx e arrivare fino a Keynes, la visione dell’economia politica resta ancorata a una rappresentazione del sistema economico in cui la dimensione delle classi sociali e la diversità di interessi che a queste si associano ne determinano un assetto fondamentalmente instabile.

Invece nella visione neoclassica mainstream è assente un qualsiasi ruolo della politica. La predominanza trentennale di questa visione ha tuttavia prodotto una specifica egemonia culturale, dura a morire, nonostante il perdurare della crisi. La visione mainstream appare dotata di un’intrinseca capacità di sopravvivenza: il sistema economico, inteso come dato di natura suscettibile di essere studiato con il metodo delle scienze naturali, porta ad escludere l’esistenza di qualunque alternativa con la quale confrontarsi. La visione mainstream è fatta di assiomi. Le uniche discussioni ammissibili sono quelle condotte entro la propria cinta concettuale.

La lettura della crisi e le terapie per superarla continuano pertanto a essere appannaggio degli economisti mainstream. Con la possibilità, peraltro, di condizionare l’opinione pubblica e di creare consenso a proprio favore. 

A questo proposito Luciano Gallino, Giorgio Lunghini, Guido Rossi e altri hanno recentemente denunciato quella che è, a loro avviso, una gravissima distorsione della realtà da parte dei principali media del Paese:
«La politica è scontro d’interessi, e la gestione di questa crisi economica e sociale non fa eccezione. Ma una particolarità c’è, e configura, a nostro avviso, una grave lesione della democrazia. Il modo in cui si parla della crisi costituisce una sistematica deformazione della realtà e un’intollerabile sottrazione di informazioni a danno dell’opinione pubblica. Le scelte delle autorità comunitarie e dei governi europei, all’origine di un attacco alle condizioni di vita e di lavoro e ai diritti sociali delle popolazioni che non ha precedenti nel secondo dopoguerra, vengono rappresentate come comportamenti obbligati immediatamente determinati da una crisi a sua volta raffigurata come conseguenza dell’eccessiva generosità dei livelli retributivi e dei sistemi pubblici di welfare. Viene nascosto all’opinione pubblica che, lungi dall’essere un’evidenza, tale rappresentazione riflette un punto di vista ben definito (quello della teoria economica neoliberale), oggetto di severe critiche da parte di economisti non meno autorevoli dei suoi sostenitori».

Legenda: Abbiamo  considerato la lista dei professori di economia politica, che erano 704 nel 2008, e per ognuno abbiamo contato quanti articoli hanno scritto su la Repubblica, il Corriere della Sera, Il Sole 24 ore e La Stampa negli ultimi 5 anni e precisamente dal 1 gennaio 2007 al 31 dicembre 2011 (per questo abbiamo utilizzato l’archivio della Camera dei Deputati). Per capire le relazioni tra i diversi autori è interessante misurare il loro grado di connessione. A questo scopo abbiamo usato Repec che è il più grande database bibliografico di economia disponibile gratuitamente su internet. Abbiamo dunque costruito il grafo seguente, mettendo una connessione tra due diversi autori se sul database Repec compare almeno un articolo scientifico in cui sono coautori. Le connessioni in rosso se due autori sono coautori di articoli su quotidiani. (Fonte originale)

Il nuovo e vincente attore nella politica internazionale è dunque l’estrema destra economica che ha finalmente rimpiazzato il vuoto dell’estrema destra politica
In Italia l’estrema destra economica ha riempito il vuoto politico cercando di sovvertire la Costituzione nei suoi tre punti fondamentali: rimuovere ogni controllo alle decisioni del settore privato, togliere al governo dei cittadini il controllo e la responsabilità della spesa pubblica con il vincolo del pareggio del bilancio e tagliare i diritti dei lavoratori

Nella confusione politica generale che stiamo vivendo, le idee dell’estrema destra economica hanno permeato i partiti di centrosinistra in tutta Europa. Nel vuoto generale d’idee, spesso artificialmente indotto, questa lobby di pensieri prefabbricati cerca dunque di vendere a una politica ormai priva di contenuti la soluzione liberista come l’unica possibile, spesso falsando i dati e manipolando la realtà

La battaglia culturale è dunque intrinsecamente legata a quella politica: senza un punto di riferimento culturale l’azione politica rimane alla mercé di chi è più organizzato per manipolare l’opinione pubblica.  Ed è proprio questa la battaglia che bisogna intraprendere a partire dalla nostra Costituzione e dal ruolo fondamentale che essa assegna all’attore pubblico: quello di essere artefice di una “programmazione” economica mirata alla piena e buona occupazione e per una società giusta e democratica, capace al tempo stesso di farsi interprete delle domande più urgenti poste dalla storia e del tempo presente.


Fonte: Left, 7 dicembre 2013.
Tratto da: http://keynesblog.com/2013/12/09/i-missionari-del-dio-mercato/.