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10 maggio 2016

La crisi europea, tra TTIP, UE e NATO

di Pino Cabras.
da Gli Occhi della Guerra.



Non c’è stato l’oceano di persone di Berlino di qualche settimana fa, ma la voce di migliaia di persone contro il TTIP si è sentita anche a Roma, nella bella manifestazione del 7 maggio 2016. La consapevolezza del pericolo rappresentato da questo trattato è cresciuta nel corso del tempo, anche grazie ai tanti articoli che sono stati pubblicati in proposito. Raccomando ad esempio lalettura di un articolo del 2014 di Pierluigi Fagan: Geopolitica dei trattati di libero asservimento, che descriveva in modo esatto la fine della “prima globalizzazione” e l’apertura di una fase del tutto nuova, che nessuno ancora sapeva raccontare.

250mila persone in piazza a Berlino per manifestare contro il Ttip
Ora, dopo la manifestazione, Fagan ci ricorda che il TTIP non è un trattato di libero scambio bensì “un contratto di accoppiamento strutturale per formattare un sistema che abbia gli Usa come centro di gravità: è propriamente un trattato geopolitico”.
All’Europa questo trattato semplicemente non conviene e infatti potrebbe non esser firmato prima della fine della presidenza Obama e con ciò, rimandato sine die.
Nel frattempo, certo, bisogna non abbassare la guardia, visto il livello paranoico di segreto che è stato imposto alla discussione del trattato, come è stato spiegato in dettaglio anche a La Gabbia. Mentre in altri paesi i governi stanno opponendo resistenza, in Italia la propensione di Matteo Renzi è quella di cedere su tutta la linea.
Cosa accadrà adesso? È il momento di immaginare qualche scenario, confrontandolo – come già implicava l’articolo di Fagan – con l’altro grande trattato geopolitico-economico che gli USA stanno modellando, il Partenariato Trans-Pacifico (TPP), una specie di cugino del TTIP. Cugino sì, ma non poi così somigliante.
Il TPP infatti è un trattato che lega stati “sovrani”, nella perfetta logica del cosiddetto “hub & spoke”: ove uno di questi Stati avesse la forza politica di sfilarsi dal trattato, il TPP sopravvivrebbe e potrebbe essere bilanciato dall’aggiungersi di altri Stati.
Il giornalista Simone Santini sottolinea che “la base giuridica del TTIP è diversa dal TPP, perché unirebbe USA e UE, e quest’ultima non è (ancora) uno Stato ma a sua volta un’organizzazione che si basa su un Trattato. Dunque, se il trattato UE dovesse rompersi, ecco che automaticamente anche il TTIP crollerebbe, azzerando tutto. Inoltre, dal punto di vista politico interno degli Stati aderenti alla UE, ai mal di pancia dei settori già euroscettici si assommerebbero quelli anti-TTIP, per cui prenderebbe grande slancio l’idea che UE+TTIP sono irriformabili e l’unica possibilità sarebbe la rottura”.
Chi si oppone a questo mostro transatlantico? A differenza che in passato, a muoversi non sono solo i cortei di manifestanti, ma ingenti forze economiche “nazionali”. Santini lo sottolinea: “Sembrerebbe che ai piani alti di qualche grattacielo americano si siano accorti di questo pericolo e che il TTIP ora basato sull’accordo USA-UE possa essere molto fragile. Le sollecitazioni che sta vivendo la UE (Brexit, Grexit, Schengen, ecc.) ma anche le stesse “fughe di notizie” del TTIPleaks, potrebbero, in parte, arrivare anche da quella direzione».
In effetti sull’Europa si addensa la tempesta perfetta e cresce ovunque la voglia di rompere la dittatura del regime europeo. Ogni crisi – in Gran Bretagna, in Grecia, in Spagna, più la grande crisi delle migrazioni – è la faccia di un prisma, il volume di una grande crisi europea nel suo insieme, dove nessuno osa più parlare, a parte Laura Boldrini, di “sogno europeo”.
Cosa implica, tutto questo? Per Santini c’è chi pensa ormai “che sarebbe meglio disarticolare prima la UE, e solo successivamente fare un trattato con alcuni Stati europei, quelli più affidabili, singolarmente, come nello schema del TPP”. Una sorta di versione “light” del TTIP. Alcuni rimarrebbero fuori, inizialmente, ma poi ne sarebbero fatalmente (tempo al tempo) attratti dentro. Insomma, come è accaduto con la Francia con NATO. Prima fuori, poi dentro.
In altre parole, ciò che anima il progetto contingente del TTIP è in realtà un progetto geopolitico di lungo periodo che eviterà di impiccarsi a una formula, se questa dovesse risultare impossibile, ma cercherà diverse vie per arrivare a blindare un’area geopolitica legata comunque agli USA. È un progetto che vuole formattare il sistema in tanti modi diversi tendenti allo stesso obiettivo.
Mentre si cerca la via giuridica per la “formattazione del sistema” dal lato dalla futuribile “NATO Economica”, vanno intanto avanti gli atti della NATO che c’è già, quella militare:
1) aumentano le pressioni per far aderire alla NATO anche Svezia e Finlandia, che oggi ne sono fuori;
2) aumenta la stretta militare nell’area baltica, dove si incrementano le esercitazioni militari e il tutto si salda a un incoraggiamento della “russofobia” nelle classi dirigenti, fino alla riabilitazione delle correnti naziste;
3) si utilizza la leva ucraina per alimentare la tensione e perpetuare il regime delle sanzioni europee antirusse provocando le contro-sanzioni antieuropee;
4) si fomentano nuove “rivoluzioni colorate” nell’area balcanica, per estendere i luoghi di separazione fra influenza russa e americana.
Ci limitiamo per ora a considerare la cortina di crisi sul suolo europeo e tralasciamo in questa occasione le crisi che si originano nel Medio Oriente – dove la NATO ha giocato ugualmente un ruolo perturbatore – nonostante anch’esse si proiettino sull’Europa.
Il risultato è che i focolai si ricompongono in un sistema di separazione artificiosa fra interessi europei e russi, che altrimenti sarebbero complementari e reciprocamente convenienti in termini di sicurezza militare, energetica ed economica.
Difficile che il TTIP sia firmato nel 2016, anno in cui si vota in USA. Nel 2017 si voterà in Francia, Nel 2018 in Italia e Germania. Nel 2019 si rinnoverà la Commissione europea. L’opzione di “comprare tempo” (temporeggiare, tirare a campare) a questo punto piacerà a molti. Qualcuno perciò si premunisce per il momento in cui i nodi verranno al pettine: la NATO-che-c’è-già sta creando una nuova cortina che circonda un sistema europeo in trasformazione-disgregazione. Chissà se il tempo che tutti compreranno basterà a far prevalere la trasformazione sulla disgregazione. In ogni caso, il volto dell’Europa sarà cambiato, sottoposto a una preponderanza del progetto militare. Inutile sottolineare i pericoli di guerra. Finché i popoli europei non si batteranno per la loro sovranità, questo pericolo incomberà, in aggiunta alle altre insicurezze economiche.
Pubblicato anche da Megachip.


30 maggio 2013

L'Euro sostituito dal Dollaro?

di Comidad.


L'anno diplomatico 2013 ha visto come primo significativo evento il comunicato congiunto di Washington e Bruxelles del 13 febbraio sul comune proposito di avviare dei negoziati per dar vita al TTIP, cioè ad una partnership per il commercio transatlantico e per gli investimenti. Si tratterebbe di una vera e propria unione finanziaria e commerciale delle due sponde dell'Atlantico.
Il comunicato congiunto però non ha avuto alcuna risonanza sui media ufficiali, anzi sembrerebbe che ci sia stata una vera e propria congiura del silenzio. Ha fatto parzialissima eccezione la testata online "Wall Street Italia"; ma il fatto davvero strano è che una testata specializzata in notizie economico-finanziarie per procurarsi del materiale a riguardo abbia dovuto far ricorso al rilancio di un articolo di Michel Collon, che era stato tradotto e pubblicato su un sito di opposizione, ComeDonChisciotte. L'articolo di Collon metteva in guardia contro la prospettiva di una "NATO economica" che comporterebbe la nascita di un governo mondiale svincolato da qualsiasi controllo.
L'espressione "NATO economica" per definire questo partenariato commerciale-finanziario a livello transatlantico, non è affatto arbitraria, poiché è la stessa che viene usata nel dibattito interno al Consiglio Atlantico, l'organo supremo della NATO.
Il 12 marzo scorso la Commissione europea ha deciso di chiedere luce verde agli Stati membri per condurre in porto le trattative con gli USA. In realtà le trattative erano state avviate da tempo, in quanto sul sito della stessa Commissione europea risulta già una dovizia di studi di fattibilità e di possibili protocolli di intesa. Allo scopo di rassicurare i possibili perplessi, la Commissione fa anche sapere che il contenzioso attuale tra Europa ed USA non riguarda più del 2% del totale degli scambi commerciali.
Sempre dal sito dell'Unione Europea, si viene inoltre a sapere che un Consiglio economico transatlantico, incaricato di porre le condizioni di un vero partenariato, era già stato costituito nel 2007, cioè ben un anno prima dello scoppio della bolla speculativa che ha aperto la strada alla crisi finanziaria ed all'attuale depressione economica. Le firme in calce al documento costitutivo, che porta la data del 30 aprile 2007, sono quelle dell'allora presidente USA, George W. Bush, dell'allora presidente del Consiglio europeo, Angela Merkel, e del presidente della Commissione europea, Manuel Barroso.
Non si può quindi inquadrare la "NATO economica" come una risposta della presidenza Obama all'attuale crisi economico-finanziaria. Visti i tempi lunghi che hanno preparato il TTIP, sembrerebbe infatti che la prospettiva di un'unione commerciale e finanziaria tra le due sponde dell'Atlantico, in realtà sia lo sbocco preordinato di un'emergenza economica artificiosa. Infatti soltanto una gravissima depressione economica potrebbe essere in grado di giustificare un passaggio epocale di questa portata, e di superare le resistenze sociali a quella che si configura sfacciatamente come una totale annessione coloniale dell'Europa ai dettami commerciali e finanziari di Washington.
Alla luce di questo documento del 2007, anche l'ormai proverbiale ottusità della Merkel e di Barroso potrebbe essere riletta come pedissequa obbedienza alle direttive di Washington. Quindi, anche questo trascinare oltre i limiti di ogni buon senso l'ormai irreversibile crisi dell'euro, potrebbe trovare come provvidenziale soluzione tutt'altro che un ritorno alle valute nazionali, bensì un'adozione del dollaro come moneta unica europea. A riconferma del nuovo ruolo imperialistico che svolgono le fondazioni private, sul sito del Consiglio Atlantico si sottolinea il contributo fornito nell'operazione TTIP da una fondazione privata come la Bertelsmann Foundation. Che il Consiglio Atlantico e la Bertelsmann Foundation agiscano in un rapporto pressoché alla pari è una cosa che dovrebbe far riflettere.
Le notizie ufficiali su questa fondazione privata ce la presentano come una creatura dell'editore tedesco Reinhard Mohn; manco a dirlo, uno di quelli entrati varie volte nella lista degli uomini più ricchi del mondo. La fondazione agisce su un piano internazionale, con sedi a Berlino, Bruxelles e Washington. Il Dizionario di Economia e Finanza dell'Enciclopedia Treccani si sofferma sul ruolo della fondazione nei progetti di politica estera.
L'azione svolta dalla Bertelsmann Foundation a favore della conservazione della moneta unica europea, conferma che il calice dell'euro debba essere bevuto sino alla feccia, in modo da consentire un aggravarsi dell'emergenza economica, tale da giustificare soluzioni drastiche che oggi potrebbero apparire del tutto impensabili per l'opinione pubblica. Sul sito della stessa fondazione si trovano le notizie su questa sua opera di "persuasione".
La Bertelsmann Foundation ci fa sapere anche di aver ottenuto nel 2010 un generoso finanziamento (definito, con incredibile faccia tosta, una "borsa di studio"!) dalla Rockefeller Foundation per attuare i propri progetti di politica internazionale. Questa informazione è utile sia per sapere chi ci sia davvero dietro la Bertelsmann Foundation e dietro il TTIP , sia per capire che fine facciano le grandi quantità di denaro maneggiate da queste fondazioni no profit.
Il "mercato" è soltanto uno slogan, il "capitalismo" è un'astrazione analitica, mentre il crimine affaristico è un dato di fatto. In nome dell'assistenzialismo per ricchi, le fondazioni private infatti si finanziano l'una con l'altra, attuando così riciclaggi finanziari e investimenti che sono del tutto esenti da tasse. Rockefeller ha finanziato la fondazione della famiglia Mohn; ma, dato che chi è generoso viene premiato, un'altra delle fondazioni di Rockefeller, la Philanthropy Advisors, ha ricevuto a sua volta un ricco premio in denaro dalla Bill & Melinda Gates Foundation, come riconoscimento per un suo progetto.
Le fondazioni private assorbono così molte delle funzioni affaristiche del sistema bancario, sotto l'ombrello di nuovi privilegi. Un articolo del "Washington Post" dell'aprile del 2005 avvertiva che il no profit stava diventando la nuova frontiera dell'evasione fiscale. L'articolo riferiva di un'allarmata lettera del capo dell'Agenzia delle Entrate statunitense di allora, Mark W. Everson, che invocava dal governo misure per contrastare la gigantesca evasione fiscale che si verificava, già a quei tempi, all'ombra del no profit delle fondazioni private. Non risulta che queste misure invocate da Everson siano mai arrivate; anzi, a distanza di otto anni, non si vede quale funzionario governativo possa essere in grado di alzare la voce contro fondazioni private che gestiscono più potere e denaro di un ministero. Alla fiaba del dittatore pazzo, corrisponde la fiaba del miliardario filantropo, alibi mitologico di un potere sovranazionale del tutto incontrollato. Mentre i dittatori pazzi come Assad, Ahmadinejad e Kim Jong-un minacciano il mondo, i miliardari filantropi alla Rockefeller, alla Soros ed alla Gates lo proteggono, come Batman.


Fonte: http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=550.