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17 maggio 2016

L'israeliano che decimerà i sogni della classe media brasiliana


di Pino Cabras.
da Megachip.
CON AGGIORNAMENTO


A ulteriore conferma che in Brasile c’è un clima da colpo di Stato e non un avvicendamento qualsiasi, ecco una notizia che la quasi totalità dei media mondiali ha ignorato sebbene provenga da una fonte clamorosa: lungi dal limitarsi agli affari correnti, il governo del presidente a interim Michel Temer, come primo provvedimento, avrebbe deciso la nomina del nuovo presidente della Banca Centrale. Si tratta di un nativo israeliano, Ilan Goldfein, esponente di spicco della maggiore banca privata brasiliana e un curriculum da reggi-sacco del FMI e della Banca Mondiale. La notizia è stata anticipata dal solitamente ben informato quotidiano di Tel Aviv Yedioth Ahronoth, è stata ignorata dall’intera stampa mondiale (che sul Brasile si volta dall’altra parte), e inizia a essere rilanciata in Brasile, anche se non si registrano prese di posizione di politici brasiliani, nemmeno quelli spodestati dal golpe. 

Sebbene non ci siano altre conferme, se ne dovrebbe almeno parlare per chiedere riprove o confutazioni. Lo si fa per illazioni molto meno importanti e meno fondate.

Di certo Goldfein è una figura organica alle classi che vogliono distruggere tutto quello che si è costruito nelle presidenze di Lula e di Dilma. Come potrete leggere nell’articolo israeliano, il presunto presidente in pectore del Banco Central do Brasil tuona contro la corruzione come causa di tutti i mali e annuncia sadicamente che la classe media dovrà «affrontare la decimazione dei suoi sogni»: la solita litania neoliberista sul popolo che vive al di sopra dei propri mezzi. Certo sarebbe curioso vedere questo paladino del rigore e della pulizia morale mentre riceve l’incarico dalle mani sporchissime del neogoverno, guidato da politici pieni di carichi penali per corruzione, a partire dall’azzimatissimo “asset” degli USA, Temer.
Non sappiamo se sarà davvero Goldfein a sovrintendere alle riserve d’oro del grande paese sudamericano. Di certo potrà contare su grandi riserve di bronzo, nelle facce dei nuovi governanti usurpatori, e forse nella sua.

Buona lettura.


Un israeliano diventa presidente della Banca Centrale del Brasile



Sullo sfondo della sospensione di Dilma Rousseff da presidente del Brasile in seguito ad accuse di corruzione, è stato annunciato che Ilan Goldfein, capo economista  della più grande banca privata del paese, diventerà presidente della Banca Centrale brasiliana.



di Itamar Eichner - Yedioth Ahronoth



Ilan Goldfein, nato ad Haifa (Israele), è stato indicato giovedì per essere il nuovo presidente della Banca Centrale del Brasile in seguito alla sospensione della presidente brasiliana Dilma Rousseff, accusata di corruzione [NdT: in realtà accusata di manipolazione del bilancio statale: l’errore dell’articolista si ripete anche più avanti].



Goldfein aveva precedentemente lavorato come capo economista presso Itau, la più grande banca privata del Brasile, come assistente del governatore della Banca del Brasile, nonché consulente per la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale.



Goldfein ha conseguito il dottorato di ricerca in economia presso il MIT. È  considerato uno dei maggiori e stimati economisti del Brasile, ha lavorato come docente presso le migliori università ed ha pubblicato numerosi articoli. Oltre al portoghese, parla l'ebraico, l’inglese e lo spagnolo. La sua famiglia risiede in Israele, dove si reca spesso.



La nomina di Goldfein arriva sulla scia di un affare di corruzione che ha portato alla sospensione della presidente brasiliana Dilma Rousseff, che sta affrontando un processo con l’accusa di aver truccato i bilanci per nascondere il deficit del paese durante la sua campagna di rielezione del 2014.



Goldfein si è detto molto confortato dalle indagini per corruzione attualmente in corso contro la Rousseff, altri politici di altissimo profilo e grossi membri della comunità imprenditoriale del Brasile, ritenendo che, anche se il risultato di questa vasta azione di pulizia fosse temporaneo, avrà comunque un effetto di stabilizzazione sull’economia del paese colpito dalla recessione.



La nomina di Goldfein è stata annunciata in un momento di grave difficoltà per l'economia del paese, che continua a perdere di valore, e alla luce di previsioni che indicano come la crescita ecomica del paese stia rallentando. «L'economia brasiliana è enorme», ha affermato Goldfein, «ma è troppo chiusa: esportiamo solo il 15 per cento del nostro prodotto interno lordo, il che non è molto.»



Goldfein indica le responsabilità della attuale situazione nella cattiva condotta fiscale del governo, dicendo che «Si sta attualmente conducendo un'indagine molto importante che si occupa di corruzione con flussi di denaro dal settore privato ad aziende pubbliche, da Petrobras (società petrolifera di stato coinvolta nello scandalo) ai politici. Per la prima volta abbiamo miliardari in carcere. Abbiamo politici in carcere. La gente potrebbe chiedere: 'Perché sta accadendo tutto questo, tutto in una volta?' Con un'attività investigativa senza precedenti, la peggiore recessione della nostra storia e la recente sospensione presidenziale. È solo frutto di una terribile coincidenza? No, ovviamente. Quello che è successo è che la classe media, che aveva pensato di diventare ricca e le cui aspirazioni stavano per avverarsi, deve ora affrontare la decimazione dei suoi sogni».



Goldfein ha stimato che, per uscire con successo dalla crisi attuale, il governo dovrà prendere misure impopolari, come l'aumento delle tasse, tagli al bilancio e l'innalzamento dell'età di pensionamento, che attualmente si attesta su una media di 50-55, fino a 65 anni. «Il problema è che invece di affrontare la realtà, l'economia brasiliana è entrata in una fase di negazione», ha dichiarato.



Goldfein ha continuato dicendo che «il governo ha fallito, motivo per cui tutti sono arrabbiati e sostengono l'indagine in corso. Prossimamente, chi dovesse prendere in considerazione di compromettersi con il governo si dirà, 'Beh, posso scegliere di fare questi soldi legalmente o andare in prigione per 30 anni,' e trarrà da solo le conclusioni. Ci sono già segnali di ripresa, quindi penso che le cose gireranno in positivo, anche se non durerà per sempre.»




Traduzione per Megachip a cura di Simone Santini.

AGGIORNAMENTO DEL 18 MAGGIO 2016 - ore 15:00La notizia è confermata in via ufficiale anche dal governo brasiliano. Il nuovo presidente della Banca Centrale è lui, richiamato con la traslitterazione portoghese, Ilan Goldfajn. Ricordiamolo come un nome chiave del golpe.


12 maggio 2016

La democrazia del Brasile subisce un colpo atroce mentre viene insediato un neoliberista corrotto e ineleggibile

di Glenn Greenwald.
da The Intercept.


Nel 2002, una formazione di centrosinistra del Brasile, il Partito dei Lavoratori (PT) salì alla presidenza quando Lula da Silva vinse a valanga travolgendo il candidato del partito di centro-destra del PSDB (per tutto il 2002, i "mercati" erano indignati per la mera prospettiva di una vittoria del PT). Il PT è rimasto al potere, quando Lula, nel 2006, fu rieletto in un'altra valanga contro un diverso candidato del PSDB. I nemici del PT pensavano di avere l’occasione buona per sbarazzarsi del PT nel 2010, quando la strada di Lula era sbarrata dai limiti dei mandati che gli impedivano di correre ancora, ma le loro speranze furono schiacciate quando il successore attentamente selezionato da Lula, la fin lì sconosciuta Dilma Rousseff, diede 12 punti di distacco allo stesso candidato PSDB che aveva perso con Lula nel 2002.

Nel 2014, i nemici del PT versarono enormi quantità di denaro e di risorse per sconfiggerla, ritenendola vulnerabile e pensando di aver finalmente trovato un candidato PSDB stellare, ma persero di nuovo, questa volta con un margine più stretto, quando Dilma fu rieletta con 54 milioni di voti.
In sintesi, il PT ha vinto quattro elezioni nazionali di fila: l'ultima appena 18 mesi fa. I suoi avversari hanno vigorosamente tentato di sconfiggerlo alle urne, senza riuscirci, in gran parte per via del sostegno di cui il PT godeva tra le classi povere e lavoratrici del Brasile.




Quindi, se sei un plutocrate e hai in mano la proprietà dei media più grandi e influenti della nazione, cosa fai? Elimini del tutto la necessità della democrazia - dopo tutto, essa continua a mandare al potere candidati e politiche che non ti piacciono – e sfrutti le tue catene mediatiche per incitare disordini e quindi insediare un candidato che non avrebbe mai potuto farsi eleggere da solo, ma che servirà fedelmente la tua agenda politica e la tua ideologia.
Questo è esattamente ciò che il Brasile sta facendo oggi. Il Senato brasiliano vota l’accettazione di un processo sulla base delle imputazioni di impeachment approvate dalla Camera bassa, il che si tradurrà automaticamente nella sospensione di Dilma dalla presidenza in attesa della fine del processo.
Il suo successore sarà il vice presidente Michel Temer del partito PMDB (nella foto sopra). Quindi, a differenza dell’impeachment presso la maggior parte degli altri paesi con un sistema presidenziale, qui la messa in stato d’accusa metterà al potere una persona proveniente da un partito diverso da quello del Presidente eletto. In questo caso particolare, la persona che deve essere insediata è impregnata di corruzione: accusato da informatori di un suo coinvolgimento in un sistema illegale di acquisto di etanolo, è stato appena dichiarato colpevole e conseguentemente multato per violazioni nelle spese elettorali e affronta un’interdizione per otto anni da i pubblici uffici. È profondamente impopolare: soltanto il 2% lo sosterrebbe come presidente e quasi il 60% vuole che sia messo sotto accusa (lo stesso numero favorevole all’impeachment di Dilma). Ma servirà fedelmente gli interessi dei brasiliani più ricchi: ha intenzione di nominare funzionari di Goldman Sachs e del FMI per governare l'economia e in caso contrario insediare una squadra totalmente non rappresentativa e neoliberista (composta in parte dallo stesso partito – il PSDB - che ha perso 4 elezioni di fila sotto il PT).

Niente di tutto ciò è una difesa del PT. Questo partito - come lo stesso Lula ha ammesso in un’intervista che gli ho fatto - è pieno di gravi episodi di corruzione. Quella di Dilma, per molti aspetti critici, è stata una presidenza fallimentare, ed è profondamente impopolare. I dirigenti del si sono spesso allineati e assoggettati alle élites del paese a scapito della loro base di sostenitori poveri. Il paese sta soffrendo sia dal punto di vista economico sia in quasi ogni altro aspetto.
Ma la soluzione per tutto ciò è di sconfiggerli alle urne, non semplicemente di eliminarli e sostituirli con qualcuno più conveniente per i più ricchi del paese. Qualunque sia il danno che il PT sta arrecando al Brasile, i plutocrati e i loro giornalisti-propagandisti nonché la banda di ladri di Brasilia che sta allestendo questa parodia sono assai più pericolosi. Stanno letteralmente smontando - frantumando – la democrazia del quinto paese più grande del mondo. Perfino The Economist - che pure è ostile anche ai più moderati partiti di sinistra, odia il PT e vuole che Dilma si dimetta - ha denunciato l’impeachment come «un pretesto per cacciare un presidente impopolare» e appena due settimane fa ha avvertito che «ciò che è allarmante è che coloro che stanno lavorando per la sua rimozione sono, in molti aspetti, peggiori». Prima di diventare un congiurato molto attivo nella sua acquisizione del potere, lo stesso Temer aveva detto l'anno scorso che «l’impeachment è impensabile, creerebbe una crisi istituzionale. Non vi è alcun fondamento giuridico o politico per questo».
La più grande truffa di tutte è che le élite dei media brasiliani stanno giustificando tutto questo in nome della "corruzione" e della "democrazia". Come può credere, chiunque sia minimamente razionale, che tutto questo avvenga per la "corruzione", quando stanno insediando come presidente qualcuno molto più compromesso con la corruzione rispetto alla persona che stanno rimuovendo, e quando le fazioni alle quali si trasferisce il potere sono corrotte oltre ogni possibile descrizione? E se fossero veramente interessati alla "democrazia", perché non muovono l’impeacment anche a carico di Temer e non tengono nuove elezioni, lasciando che siano gli elettori a decidere chi dovrebbe sostituire Dilma?
La risposta è ovvia: le nuove elezioni si tradurrebbero quasi certamente in una vittoria di Lula o di altri candidati che non amano, pertanto quel che temono di più è lasciare che la popolazione brasiliana decida chi la governerà. Questa è la definizione stessa della distruzione della democrazia.

Al di là del suo evidente significato globale, la ragione per cui ho speso così tanto tempo ed energie per scrivere di questi eventi è perché è stato sbalorditivo - e sconfortante – vedere tutto alla luce del sole, specialmente dato il modo in cui i media dominanti del paese, di proprietà di un piccolo manipolo di famiglie ricche, non consente quasi alcuna pluralità di opinioni. Invece, come Reporter Senza Frontiere ha evidenziato all'inizio di questo mese: «In maniera poco velata, i principali media nazionali hanno invitato il pubblico a contribuire a rovesciare il presidente Dilma Rousseff. I giornalisti che lavorano per questi gruppi di media sono chiaramente soggetti all'influenza di interessi privati e di parte, e questi conflitti di interesse permanenti sono chiaramente molto dannosi per la qualità delle notizie che riportano».

Vivendo in Brasile da 11 anni, è stato stimolante e fortificante osservare un paese di 200 milioni di persone spezzare le catene di una dittatura militare di destra durata 21 anni (sostenuta da Stati Uniti e Regno Unito) per portare a maturazione una democrazia giovane e dinamica vibrante e poi prosperare sotto di essa. Il vedere quanto rapidamente e facilmente essa possa venire ribaltata - abolita in tutto, tranne che nel nome - è allo stesso tempo triste e spaventoso da guardare. È anche una lezione importante per chiunque, ovunque nel mondo, presuma allegramente che le cose continuino così come sono o che ci sia stabilità garantita e un continuo progresso.


La scorsa settimana, ho parlato con Democracy Now per circa 10 minuti sul perché io ritenga che questi sviluppi in Brasile siano così significativi:






6 luglio 2015

E' caduto il mulo di Berlino


di Pino Cabras.
da Megachip.

In Europa ritorna, ricaricata dai greci di oggi, un'antica parola dei greci di ieri: politica. La parola va a braccetto con un'altra parola plurimillenaria, pure greca: democrazia. Con la squillante vittoria del NO nel referendum greco anti-austerity del 5 luglio 2015, si apre infatti per i popoli europei un mondo di possibilità politiche che gli oligarchi non avevano preso in considerazione. Ma non solo loro. Anche fra coloro che combattono gli oligarchi in troppi avevano perso fiducia nelle possibilità della politica, fino a non capire la portata dirompente del referendum: accusavano Tsipras di essere una specie di Ponzio Pilato, e pensavano che il voto delle elezioni parlamentari di gennaio bastasse al governo per tutte le drammatiche decisioni che doveva affrontare mentre l'Europa gli muoveva guerra, senza rimettere le decisioni al popolo.
C'è invece una grandissima differenza fra il voto del 25 gennaio e quello storico del 5 luglio. A gennaio Syriza raccoglieva il 36 per cento dei voti espressi, che a loro volta erano il 64 per cento del corpo elettorale. Il premio della legge elettorale e l'alleanza con il partito Anel, un altro 5 per cento, consentivano di governare, ma in un contesto di sfiducia nel sistema politico, simile alla disaffezione che colpisce ovunque in Europa i sistemi politici.
Il referendum di luglio ha sollevato l'affluenza e ha chiarito in modo molto solenne che quasi due votanti su tre non sono più disposti ad accettare le vessazioni degli usurai internazionali protetti dall'Europa finanziaria a trazione tedesca. È un NO più forte della paura del salto nel buio, più potente dei bancomat a singhiozzo, più travolgente dei media che hanno inondato i greci e gli europei tutti di una valanga di bugie, come solo in occasione di guerre succede. I nove giorni che sconvolsero l'Europa – quanti appena ne sono passati tra l'annuncio di Tsipras e il giorno del referendum – sono bastati a far cadere tutte le maschere e gli equivoci che occultavano il vero volto delle istituzioni europee nemiche dei popoli. Se i popoli si sollevano, le oligarchie perdono: una verità semplice semplice che spaventa più di tutto i potenti, che infatti reagiscono facendo parlare tutti gli spara-balle del loro arsenale, dai gazzettieri più infami fino ai maggiordomi miracolati come Renzi.
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[A proposito dello scendiletto della Merkel, confrontatelo ora con Tsipras. Il tempo è galantuomo, a volte. Ha ingannato un po' di militanti e militonti con la veste del Rottamatore e gli hashtag del #cambiaverso. Oggi è nudo, con le sue leggi reazionarie e i suoi conservatorismi, tanto da rivelarsi in pieno per quello che è: un manovratore di bassa levatura politica, senza legittimazione popolare misurabile. Un tappo che ostruisce il corso della politica e della democrazia, e comincia anche a fare errori grossolani di valutazione mentre il mondo che lo sostiene rischia di franare rovinosamente].
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Ora si apre una fase in cui l'oligarchia degli eurocrati combatterà una battaglia feroce per sopravvivere. Come nota Pier Luigi Fagan, «il nucleo PPE-socialisti mai concederà nulla ad un rappresentante dell'area critico-scettica perché altrimenti Podemos, Grillo, la Lega, la Le Pen...»
Faranno quindi la guardia a un sistema anelastico, rigidissimo, scaricando tensioni sull'intero Continente. Ma perderanno definitivamente la credibilità residua del loro vecchio inganno spacciato per “sogno europeo”. I più anelastici di tutti, a Berlino, già dichiarano per bocca del ministro delle finanze Sigmar Gabriel che «con il no la Grecia ha bruciato i ponti con l'Europa, non ci sarà un altro piano d'aiuti» (ossia i finanziamenti che in realtà aiutano le banche tedesche e spremono i greci). Testardo come un mulo, questo Gabriel. Il mulo di Berlino.
Il dramma in corso nelle segrete stanze berlinesi è definito da Giuseppe Masala come il dilemma della Prigioniera Angela.
«- Se dice sì a Varoufakis, allora regala la Spagna a Podemos, il Portogallo ai comunisti e l'Italia a Grillo.
- Se gli dice no, allora fa schiantare la moneta unica, l'Italia, la Spagna e il Portogallo (ed altri).
Risultato finale: sia che dica sì, sia che dica no, distrugge la moneta unica e l'egemonia tedesca in Europa.»
Uno scenario simile è descritto anche da Marcello Foa, che aggiunge una terza opzione, quella di un imperio totalitario che si spoglia pienamente di ogni parvenza democratica. Ma anche questa opzione significa la fine dell'Europa istituzionale che conosciamo.

Insomma, grazie al referendum greco siamo giunti al dunque di un grande nodo geopolitico, che si intreccia con altre tensioni europee: non si deve dimenticare che la NATO (ossia gli USA) ha acceso tanti focolai – su tutti l'Ucraina - per impedire all'Europa di fare accordi strategici convenienti con la Russia e altre potenze e legarla così a un futuro di subalternità alla potenza nordamericana in declino, dovesse costare anche l'ascesa di movimenti nazisti. Interverranno altri attori in una scena che cambierà rapidamente già nel corso di questi mesi.
La nuova leva dirigente greca ha dimostrato che con il coraggio e il primato della politica si può mettere di nuovo il peso dei popoli nel corso degli eventi. Le sponde sensibili non mancano, in seno ai popoli, e perfino presso tante cattedre che esprimono idee in grado di buttare nella pattumiera decenni di neoliberismo. Si pensi ad esempio al peso che può avere l'enciclica di questo papa. Sarebbe uno spreco immane non cercare tutte queste voci, ora che è tornata la politica.



9 gennaio 2015

#CharlieHebdo e gli Spudorati


di Piotr.
da Megachip.



Se mai ci fossero stati dei dubbi, il “ritrovamento” del documento nell’auto usata dai killer del Charlie Hebdo è la conferma che la strage è stata organizzata e diretta dai Servizi, forse direttamente eseguita da loro. 
Tuttavia spingersi fino all’ipotesi di quali Servizi siano non è più un esercizio politico ma investigativo. Un esercizio arduo - e noi italiani abituati alle “stragi di stato” dovremmo ben saperlo - specialmente nell’epoca del caos sistemico.

Fatto sta che tutti gli esperti francesi in questioni militari e di sicurezza hanno subito messo in evidenza la professionalità degli assassini di Parigi. Lo hanno capito da come tenevano le armi. Lo hanno capito da come si muovevano. Lo hanno capito da come procedevano. Persone addestrate ad uccidere. Qualcuno ipotizzava in Siria, qualcuno in Iraq e qualcuno non escludeva la Francia. Incidentalmente noi facciamo un passo in più e ci chiediamo chi addestra ad uccidere in Siria e in Iraq. Non sono gli stessi squadroni della morte atlantici che abbiamo visto all’opera in Libia, in Iraq, in Siria e, con variazioni sul tema, in tutte le “rivoluzioni colorate”?

Partiamo da qui, perché, come vedremo, ci riguarda ormai da vicino. In ognuna di queste “rivoluzioni colorate” c’è un momento centrale ed è l’impiego di killer professionisti che devono gettare scompiglio e far imbestialire i dimostranti inconsapevoli e, soprattutto, i media “democratici”.

Spesso le modalità di organizzazione ed esecuzione del killeraggio saltano fuori. Come è successo, grazie a prove inoppugnabili, nei vari tentativi di defenestrare Chavéz in Venezuela.

A volte, sorprendentemente, sono gli organizzatori stessi delle stragi che fanno “outing”, come Audrius Butkevicius, che divenne ministro della Difesa della Lituania dopo averla “liberata” dai sovietici grazie alle proteste seguite a una strage organizzata proprio da lui: «Non posso giustificare il mio operato di fronte ai familiari delle vittime ma davanti alla storia io posso» (Obzor, maggio-giugno 2000). Comodo. E soprattutto proficuo, visto la carriera che quella strage gli ha fatto fare.

La strage è dunque un’arma politica imputata dagli autori ad altri soggetti, in ossequio ad uno schema che viene spudoratamente ripetuto.



Ma possibile che siano così spudorati, vi chiederete? Sì, è possibile, perché il Potere per definizione è spudorato. Lo è perché pensa di essere inattaccabile. Lo è perché pensa che le regole le fa lui. Lo è anche perché pensa di essere nel giusto, di essere moralmente e socialmente giustificato. Altrimenti perché gli inquisitori avrebbero documentato dettagliatamente quelle che a noi oggi sembrano indecenti e inammissibili atrocità? Perché lo avrebbero fatto i nazisti?

Perché un Potere pensa sempre di avere un mandato storico o divino e quindi finisce per credere veramente al Gott mit uns. Chi è al potere sa che rischia la propria pelle e quella degli altri e quindi deve darsi una giustificazione che vada al di là del semplice tornaconto personale, che è comunque miserabile per quanto grande possa essere materialmente.

In termini filosofici si chiama “falsa coscienza”. 

Il Potere è anche convinto che qualsiasi spudoratezza faccia sarà accettata, digerita e dimenticata. In tempi moderni si va dal piccolo caso al caso enorme, da Napoleone III che comprava casualmente tutti i biglietti vincenti della lotteria nazionale fregandosene delle critiche e delle denunce, a Hitler che riferendosi al genocidio degli Armeni commentava che tutti ormai se ne erano dimenticati, perché chi vince normalizza e la normalizzazione fa dimenticare.

Perché quindi sforzarsi a trovare scuse plausibili?

Pensate alla strage di Piazza Fontana e a tutte le bugie indecenti che sono state scritte su di essa. Pensate a Ustica.
Ma andiamo al di là dell’Atlantico e pensate all’omicidio Kennedy. Quante palle ci hanno spudoratamente raccontato. Palle e pallottole:


«CLOWN DARIO È  estremamente  semplice.  Come  noi  vediamo chiaramente  su  questa  lavagna,  l’assassino della  signora  si trovava  in  A,  cioè  sulla  piattaforma  n.  1;  eccolo  là.  Un dilettante  avrebbe mirato  direttamente  il  punto  B,  dove  si trovava  la  signora.  Ma  noi  abbiamo  a  che  fare  con  uno specialista.  Egli  mira  esattamente  nel  senso  opposto,  in direzione della piattaforma n. 4; il proiettile colpisce il palo; rimbalza,  torna  indietro  e  va  una  prima  volta,  a  colpire  la signora  nel  punto  B.  Attraversa  la  signora  e  raggiunge  il campanello  del  qui  presente  telefono  in  un  punto  che chiameremo Alfa e del quale impatto possiamo ben rilevare la  traccia. Nuovo  rimbalzo,  il  proiettile  atterra  qui,  con  un angolo di 116 gradi nella direzione del lampione lassù, dove stava appollaiato il cagnolino. Chissà poi perché proprio sul lampione  invece  che disotto  come di buona  regola. Questo verrà chiarito dall’inchiesta

CLOWN BOB Certamente

CLOWN DARIO Rimbalzo, del proiettile, non del  cane  randagio, che  è  rimasto  al  suo  posto.  Rimbalzo,  dicevamo,  in direzione  dello  sparatore  che,  brandendo  una  mazza  da baseball  ha  ribattuto  con  estrema  precisione  il  proiettile verso  la signora. Ricolpita  la signora,  trapassata, ricolpito  il campanello  del  telefono;  lo  scontro  con  il  campanello, questa  volta,  come  si  può  ben  notare  dal  vistoso  segno rimasto  nel  punto Beta,  punto  convesso,  provoca,  non  più, come  prima,  un  rimbalzo  con  relativa  traiettoria  rettilinea, ma  una  traiettoria  curvilinea  in  direzione  opposta, descrivendo  una  specie di parabola  che noi  chiameremo  in linguaggio  tecnico “protoparabola  d’Archimede”.  Nuovo impatto  col  terreno  e  nuovo  rimbalzo,  in  direzione  del lampione,  sul  quale  nel  frattempo  si  era  arrampicato  il soccorritore  del  cane  randagio: l’autista  della  signora, colpito  l’autista,  rimbalzo  sia  del  proiettile  che  dell’autista verso  lo  sparatore che, con  la mazza, colpisce quest’ultimo sulla  nuca,  costringendolo  a  sputare  il proiettile:  stessa traiettoria,  nuovamente  trapassata  la  signora.  La  corsa  del proiettile  sarebbe  continuata  all’infinito  se,  per  un  caso davvero  fortuito,  non  si  fosse  venuta  a  trovare,  proprio  in quel punto, la gomma di un carrettino dei gelati, gomma che ha  letteralmente  frenata  la  corsa del proiettile  stesso! Stop.

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(Dario Fo, “La signora è da buttare”)



Il rapporto della Commissione Warren era all’incirca così. Incredibile ma vero. Cioè l’incredibile era il vero ufficiale al quale tutti dovevano credere.

Non è importante che tutti credano alle bugie del Potere. L’importante è che si faccia finta di crederci e che specialmente lo faccia chi dispone dei media e di anche minime possibilità decisionali. Chi non si adegua alla sceneggiata può sempre essere liquidato come “complottista”.



Nel suo genere, come spudoratezza il ritrovamento della carta d’identità “persa” sull’auto della fuga da uno dei killer del Charlie Hebdo è seconda solo al ritrovamento del passaporto intatto di Satam al-Suqami, presunto attentatore suicida dell’11 settembre del 2001, da parte di un passante sconosciuto, addirittura prima che le Torri Gemelle crollassero. Ben poco si salvò delle parti metalliche degli aerei, quel giorno. Ma in vista dell’insano gesto il saudita si era munito di documento d’identità fatto con un nuovo ritrovato tecnico: una carta indistruttibile. Mai usata prima e mai usata dopo. Un’esclusiva. E che tempismo quel ritrovamento, in mezzo a quella confusione!

Oggi i killer di Parigi perdono sulla loro auto un documento d’identità, come degli affannati dilettanti. Peccato che tutti, testimoni ed esperti, concordino nel dire che erano degli imperturbabili professionisti.

Si potrebbe sospettare che il Potere sia a corto di espedienti. Non è vero. Il Potere sa che comunque la passa liscia e quindi non deve arrovellarsi più di tanto a trovare espedienti più “smart”.

In particolare, un potere imperiale può sembrare pasticcione in un’epoca di caos sistemico. Ma lo è solo nella misura in cui subisce esso stesso il caos, oltre a crearlo e sfruttarlo. Caos vuol dire, tra le altre cose, che i percorsi non sono certi, che una mossa che doveva sortire un effetto ne sortisce un altro, più spesso di quanto già succedeva nei periodi di stabilità.


Ma non ci si illuda, il potere imperiale ha ancora ottime risorse e ottime idee. Una per tutte è la sua fantastica strategia di occupare l’intero spettro politico e ideologico disponibile.


Ne riparleremo, ma di questa occupazione Charlie Hebdo era un caso di studio. 

Una rivista con le radici nella sinistra radicale che rinascerà dalle ceneri di Hara-Kiri grazie ai fondi segreti dell’Eliseo, sponsor il presidente socialista François Mitterand. Una rivista influente, che sempre più sosterrà le politiche di Washington (e in subordine di Tel Aviv) davanti alla sua audience naturale di sinistra. Sarà irriverente coi potenti, ma collaborerà a costruire il milieu ideologico-culturale di sostegno alle loro politiche, cercando di riplasmare a questo fine la mentalità di sinistra e seguendo le desolanti orme di Libération (il povero Jean-Paul Sartre non smette un attimo di rigirarsi nella tomba). Questo tragitto avrà come pietra miliare il sostegno a spada tratta della versione ufficiale dell’11 Settembre, per poi specializzarsi nella provocazione antislamica con la scusa della laicità. Questo percorso sfocerà infine nella teoria della contrapposizione tra un “antimperialismo antiautoritario”, sano e da sostenere, e un “antimperialismo terzomondista”, marcio e filoislamico, da combattere. In realtà il primo sarà semplicemente la foglia di fico del sostegno alle politiche imperiali e si intreccerà non casualmente col lavoro di Bernard-Henri Lévy, noto per essere stato l’ombra e il rincalzo del senatore McCain in Libia, in Ucraina e in Siria.

E’ questo il motivo per cui nel titolo di un precedente articolo abbiamo parlato di “satira sacrificale”. Se da vivi sono stati usati per preparare con materiale infiammabile il terreno, da morti i redattori di Charlie Hebdo possono appiccare l’incendio. Non sono stati colpiti a caso.


Già la Politica islamofoba e razzista si sta mobilitando, a partire dal Front National della Le Pen. A riprova che non basta tuonare contro l’Euro per essere al di fuori della cassetta degli attrezzi imperiali. Nuovi incendi di banlieue, con scontri a fuoco e conflitti in piazza tra opposte parti, sarebbero l’avvertimento del boss del quartiere che la Francia può facilmente essere soggetta al caos imperiale, così come il resto dell’Europa, tutta incendiabile in misura maggiore o minore.


A chi si intestardiva a cercare il pelo di classe nell’uovo delle “rivolte” in Libia e in Siria, abbiamo spesso risposto che se “qualcuno” avesse interesse a incendiare l’Italia avrebbe solo da distribuire un po’ di armi da guerra e un po’ d’istruzione militare, perché una ragione “plausibile” per innescare scontri sanguinosi la si troverebbe anche da noi senza troppi sforzi, vuoi il sempre più intollerabile disagio giovanile, vuoi la famosa “indipendenza della Padania”.


Il neoliberismo e la precedente fase di “globalizzazione” hanno iniettato negli stati-nazione contraddizioni di ogni tipo
I membri della UE hanno aggiunto a questo scenario una specifica e micidiale contraddizione, cioè la perdita di sovranità nazionale senza alcuna ricostruzione di una sovranità sovranazionale. Semplicemente la sovranità è stata regalata a un gruppo di filibustieri, avidi, incapaci, paurosi, violenti e cinici che se ne stanno per i fatti loro a preparare catastrofi dopo catastrofi perché altro non sanno fare e perché non sono pagati per far altro.

Siamo tutti nel mirino. E quindi stare fermi è un suicidio.


Immagine tratta da cdnds.net



19 agosto 2014

Commercio mondiale: il Ttip e la lotta di classe al contrario

di Enrico Lobina.

Ttip sta per Transatlantic Trade and Investment Partnership, cioè per Partenariato Transatlantico sul commercio e gli investimenti. Si tratta di un trattato su libero scambio ed investimenti che Stati Uniti (Usa) ed Unione Europea (Ue) stanno negoziando. In segreto. Peccato che tocchi tutti gli aspetti della vita sociale, economica e culturale della nostra terra.

Tra gli anni novanta ed i duemila un vasto movimento (i “no-global“) si opposero ai negoziati portati avanti dalla Omc (Organizzazione Mondiale del Mercato), che avevano come scopo di eliminare non solamente tariffe doganali, bensì la possibilità per piccoli Stati e lavoratori di difendersi dalla concorrenza selvaggia e dai voleri delle multinazionali.
Grazie ad un vasto movimento di popolo (ricordate Genova 2001?), e ad una chiara azione dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), spalleggiati dai paesi non-allineati, i negoziati fallirono. Gli Usa e la Ue ripiegarono su trattati bilaterali. Ora è venuto il momento del trattato tra i due giganti del neoliberismo, che dovrebbe essere concluso entro il 2015.
C’è poco tempo, e tutto è segreto! Alla faccia degli open data e della trasparenza, non si può sapere su cosa si sta trattando. Qualcosa trapela, ma non sia mai che l’opinione pubblica possa sapere cosa gli succederà. Il nocciolo del trattato non è la diminuzione delle tariffe, già quasi nulle, bensì l’eliminazione delle “barriere normative” che limitano profitti potenzialmente realizzabili dalle società transnazionali.
Cosa significa “barriere normative”? Vediamo qualche esempio.
La società francese Veolia, che ha in gestione lo smaltimento dei rifiuti ad Alessandria, in Egitto, ha fatto causa allo stato egiziano perché ha aumentato i salari del settore pubblico e privato al tasso d’inflazione, e questo ha compresso i propri margini di profitto. Per “barriere normative” s’intende anche questo. Con le misure proposte dal Ttip per la protezione degli investitori qualsiasi peggioramento (per l’investitore) delle condizioni contrattuali può dar luogo a richieste di risarcimento. Il meccanismo, se entrasse in funzione, avrebbe una forza dirompente dal punto di vista delle aspettative e delle azioni governative. Chi più si azzarderebbe ad aumentare i salari?
Nel caso vi sia una diatriba tra lo stato ed una multinazionale, questa non sarà costretta a rivolgersi ai tribunali dello stato nazionale (sono di parte!), bensì ad un arbitrato internazionale, in cui uno degli arbitri è scelto dalla multinazionale, uno dallo stato ed il terzo congiuntamente. Peccato che questi arbitri siano una cinquantina in tutto!
Questo meccanismo è l’Isds (Investor-State Dispute Settlement), ed è fortemente voluto dagli Usa. Sta incontrando una crescente resistenza a Bruxelles, però non è chiaro se nei negoziati ancora se ne sta parlando e se lo si sta prevedendo. Ma anche senza Isds, per gli agricoltori ed i piccoli e medi imprenditori europei, insieme a tutti i lavoratori, il Ttip sarebbe un disastro.
Gli agricoltori, e tutti coloro che hanno a cuore la propria alimentazione, sappiano che Ttip significa “deregolamentazione della sicurezza alimentare”. Con l’eliminazione delle normative europee sulla sicurezza alimentare (le famose “barriere normative”) entreranno gli Ogn (Organismi Geneticamente Modificati) e, più in generale, verrà meno il “principio di precauzione” europeo.
Per quanto riguarda l’ambiente, il principio è lo stesso. Oltre ad indebolire le normative fondamentali sull’ambiente, che dovranno allinearsi a quelle Usa, vi sarà un’inversione dell’onere della prova nel settore chimico: “Non inquino fin quando tu, Stato, non lo dimostri”. Ora, in Europa, è il contrario: è l’industria che deve dimostrare che non si inquina.
Questo e molto altro è il Ttip. A fronte di una crescita nulla in seguito a questo trattato, sappiamo però che lavoreremo peggio, che mangeremo cibi meno sani e vivremo in un ambiente meno pulito. Tutto ciò per favorire qualche miliardario, che miliardario lo era anche prima. La lotta di classe al contrario, insomma.



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Intervista a Mariangela Rosolen di ActUp Torino

7 agosto 2014

I finlandesi soffrono? Mangino Babbo Natale

di Pino Cabras e Giuseppe Masala.



La guerra è, dapprima, la speranza che uno stia meglio; poi, l’attesa che l’altro stia peggio; più tardi, la soddisfazione che esso non stia meglio; e, alla fine, la sorpresa che ognuno stia peggio.
(Karl Kraus)

Il duro spessore dei fatti – in forma di reazione russa alle sanzioni occidentali - si sta già dedicando a spiegare bene agli europei come gira il fumo, anche a quegli europei che negli ultimi anni pensavano di poter imporre a interi popoli un’austerity criminale e predatoria in nome delle regole intoccabili dell’Unione europea. Le regole del prelievo e della distruzione economica erano un tabù e non si potevano modificare. A costo di fare spallucce se qualcuno osava ricordare che persino questa UE di vampiri scrive nei propri pessimi trattati che esistono “obblighi di solidarietà fra gli Stati”. Ma per i PIGS – maledetti maiali-cicala poco ariani – nessuna pietà.

Ora succede che la Finlandia avrà grossi danni dalle sanzioni decise da Mosca in risposta alle stolte sanzioni europee che appoggiano gli avventuristi nazistoidi dell’Ucraina (il 53% delle esportazioni finlandesi sono verso la Russia).  Con la rapidità di un ninja finnico hanno già chiesto all’Europa un pacchetto di aiuti per fronteggiare i danni che subiranno. Non avete mai visto un ninja finnico? Ora li vedrete, con una tutina nera e la scritta «Itken jotta hitto sinua» (trad.: “chiagn’e fotti”).

Il primo ministro finlandese, Alexander Stubb, dichiara: 
«Non c’è dubbio che se le sanzioni colpiranno la Finlandia in modo sproporzionato, cercheremo un sostegno dei partner europei. Ci appelleremo al principio di solidarietà economica
Quando veniva scannata la gente di Atene il principio di solidarietà economica non esisteva. Lo hanno introdotto ora, e vale solo se almeno il 50% della popolazione è bionda con gli occhi azzurri. Sig Heil!
E no, stelline, il prezzo della Libertà (oh yeah!) va pagato, dovete fare le manovre di aggiustamento strutturale. E poi, non è forse roba vostra quell'espertone di Olli Rehn, che si è prodotto in ogni tipo di manovra sadica contro Grecia, Spagna, Italia e Portogallo? Fatevi fare una consulenza da lui. Ora tocca a voi
Se avete un deficit di bilancia commerciale, importate meno carne di vitella e mangiatevi renna sotto sale. O mangiatevi quel trippone di Babbo Natale, che ha una vasta riserva di proteine.
E se non vi arriva il gas russo per cuocerlo, avrete pure qualche bosco di betulle da disboscare come un parco greco qualsiasi, o no?

Vedete, ci avete imposto regole economiche inventate, parametri insensati, superstizioni finanziarie assassine (con la complicità di certi italiani, va detto: i minori economisti della nostra epoca come Rigor Montis e Alesina, più qualche altro zimbello da esportazione). Ed ecco l’austerità espansiva, la moneta da prendere a debito, gli spread in mano anglosassone, ogni liquame neoliberista che potesse affogare lo Stato sociale. La vostra prima ministra di un tempo tuonava da Helsinki per chiedere finanche il Colosseo in garanzia per pochi spiccioli, e non muoveva un dito davanti a 6 milioni di italiani in povertà assoluta a causa di 22 anni consecutivi di manovre strutturali. Va bene che il Colosseo fu costruito per un ludico spettacolo di sacrifici umani, ma Obama ha detto che sembra un campo da baseball. Il solito ipocrita. Noi non dimentichiamo il genocidio economico del popolo greco. Noi non dimentichiamo la sferza che ha torturato spagnoli e portoghesi.
Ora, se i finlandesi e i baltici e i polacchi hanno un problema di bilancia dei pagamenti e di crescita, imparino da Rehn le manovre di austerità espansiva. Soffrire aiuta, fa bene, fortifica. Spetta un po' anche a loro. Imparino sulla loro pelle il significato delle loro "raccomandazioni", che ci hanno impartito per anni mentre in mezza Europa edificavano una rete di classi dirigenti in bilico fra neoliberismo economico e nazismo ideologico, fino all’apoteosi della catastrofe ucraina, un buco nero neonazista che rischia di inghiottirci tutti.
Giuriamo che se danno soldi a questi qua ci lanciamo con un trattore contro la sede della Commissione Europea come il mitico Jose Bové.
#FinlandiaPenitenziagite.