28 ottobre 2014
Il testamento della condannata a morte? Conservate i fazzoletti
Tutti commossi dal messaggio alla madre pronunciato dall'ultima donna iraniana giustiziata,
Reyhaneh Jabbari? Le parole sono toccanti, richiamano quel
genere estremo di letteratura che ci ha emozionato quando leggevamo
le lettere di condannati a morte della Resistenza, brevi e strazianti
lasciti di umanità che sopravvivevano all'annichilimento delle loro
vite materiali.
Eppure mi sento di invitare tutti alla
prudenza, e a controllare attentamente le fonti, per cercare di
capire da dove provenga ogni singolo dato di questa vicenda. Lo ha già fatto in parte Francesco Santoianni. Qui aggiungo nuovi
particolari.
La storia della povera Reyhaneh è come un treno. In testa c'è la
locomotiva del nudo fatto: l'applicazione della pena capitale per un
caso di omicidio, in uno dei troppi paesi che ancora prevedono la
pena di morte. Ma alla locomotiva sono attaccati tanti altri vagoni,
con passeggeri che nessuno conosce. In alcuni vagoni c'è anche
esplosivo.
Raccomando sempre di rileggere in
proposito la storia molto istruttiva di Sakineh, e di come sia stata usata per
preparare un clima ostile all'Iran con formidabili manipolazioni.
I giornali anglosassoni sono meno
imparziali di quel che vorrebbero far credere, ma sicuramente sono
migliori dei nostri media nell'usare espressioni come “alleged”
(presunto), “claim” (asserire), “labelled as her
will” (etichettato come sua volontà). Lo hanno fatto anche per il caso della supposta trascrizione del
testamento morale della giovane Reyhaneh. Nei giornali italiani
queste forme basilari di prudenza giornalistica spariscono: tutto è
scritto all'indicativo, quello è il messaggio autentico, e più
non dimandare. L'edizione serale del Tg3 del 27 ottobre aggiunge
alla sua lettura una musica di pianoforte, voi aggiungete i
fazzoletti.
L'Huffington Post, richiamando la sua versione britannica, ci fa alla fine sapere che il messaggio è stato
fatto circolare «da
pacifisti iraniani».
E sulla parola «Iranian
peace activists»
c'è il link che porta al testo dell'estremo saluto di Reyhaneh
Jabbari. Seguite dunque il link e atterrate su
una pagina gestita dal NCRI– National
Council of Resistance of Iran.
Sarebbero dunque loro i pacifisti. Loro, l'unica fonte da cui parte
il tutto.
Il
bravo cittadino medio europeo, che dà un significato positivo alla
parola 'pacifista', si ferma lì, non è mica pagato per scavare
nelle notizie. Il giornalista medio, che- lui sì - dovrebbe essere
pagato per verificare le fonti e non abboccare a chi gli dà la pappa
pronta, si ferma lì, anche lui. Riposti i fazzoletti che hanno
asciugato le lacrime, migliaia di persone intanto condividono la
storia su Facebook. Il loro click non sa più che farsene
dell'aggettivo “presunto”. L'indignazione si nutre ormai di
certezze irriflessive. Condividete, Fate girare. Indignatevi. Odiate.
Segnalo
perciò sommessamente che il NCRI, l'unica
fonte della notizia,
non è affatto un circolo gandhiano. È un'organizzazione di
opposizione che ha largamente fatto uso di metodi terroristici per
combattere il potere dell'Iran post rivoluzionario, causando la morte
di migliaia di persone. È gestita con metodi da psico-setta, tanto
che ricorrono persino denunce
di abusi sessuali consumati al suo interno. Non so quanto queste ultime siano
accuse attendibili, o frutto di opposta propaganda, ma è un fatto
che i nostri media non colgono l'esistenza di controversie che non
corrispondono minimamente al ritratto pubblico di un'organizzazione pacifista.
Tra
i suoi maggiori sostenitori a livello internazionale troviamo i
campioni statunitensi dell'ingerenza (neocon repubblicani e
democratici tutti insieme, come sempre): John Bolton, Howard Dean,
Newt Gingrich e Rudy Giuliani. Erano loro a urlare di più, quando si
scatenavano le campagne mediatiche sulla “Bomba Iraniana”. E
citavano proprio il NCRI, che molto spesso gridava “al lupo al
lupo” quando descriveva il normale programma nucleare civile di
Teheran come una fabbrica di bombe atomiche pronte «entro
pochi mesi» e riportava notizie "di prima mano", dimostratesi poi ogni volta infondate.
Alcune
lunghe e faticose azioni lobbystiche hanno fatto sì che l'Unione
europea e il Dipartimento di Stato USA togliessero infine il NCRI
dalla lista delle organizzazioni terroristiche (uno degli ultimi atti
di Hillary Clinton in veste di Segretario di Stato).
Qui
si entra in un terreno minato, in tutti i sensi, come sempre succede
per organizzazioni che hanno un'intreccio indistinguibile fra “ala
politica” e “ala militare”, che hanno intrecci ulteriori con le "fabbriche" delle “rivoluzioni colorate” e un costante riferimento anche finanziario presso i falchi di Washington.
Mentre
ogni singolo episodio terroristico in Occidente scatena ondate di
allarme e di nuove leggi liberticide, si rimuove completamente il
fatto che l'Iran sia uno dei bersagli più colpiti al mondo
dal terrorismo, proprio per mano dei “mujaheddin del popolo” collegati al
NCRI. L'ambiguo ruolo dei miliziani di questo movimento di
opposizione pieno di porte girevoli che lo riconducono alla politica
USA è completamente sconosciuto presso il pubblico che si informa
solo con i media occidentali.
Raccomando
perciò di conservare i fazzoletti per le lacrime da versare in
guerra. Perché la gerarchia delle notizie ha già oggi la falsità
della manipolazione bellica.
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22 ottobre 2014
Monsieur Total, la morte del meno atlantista
di Pino Cabras.
Un incidente aereo in quel di Mosca lo
ha ieri eliminato dalla scena.
Per molte ore, l'edizione on line di
'Le Monde' aveva come titolo, anziché "muore il capo della
Total", il seguente epitaffio: "Christophe de Margerie, un «vrai ami» de la Russie".
La nuda cronaca del disastro che al momento
conosciamo ci dice che quello dell'aeroporto Vnukovo appare come un
banale incidente che il destino cinico e baro ha gettato nella
fornace dei sospetti, in un'era che conserva ancora la memoria di
Enrico Mattei.
Quel titolo di 'Le Monde' sembra voler dire invece: "guardate cosa succede a un vero amico della Russia".
Potrete scommetterci: anche quando gli porteranno prove irrefutabili che è stata la vodka e non la CIA a fare le sue mosse fatali, nessun alto dirigente di questa Europa asservita rimarrà sereno di fronte al destino toccato in sorte all'alto dirigente meno asservito che c'era sulla piazza europea.
Quel titolo di 'Le Monde' sembra voler dire invece: "guardate cosa succede a un vero amico della Russia".
Potrete scommetterci: anche quando gli porteranno prove irrefutabili che è stata la vodka e non la CIA a fare le sue mosse fatali, nessun alto dirigente di questa Europa asservita rimarrà sereno di fronte al destino toccato in sorte all'alto dirigente meno asservito che c'era sulla piazza europea.
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20 ottobre 2014
Geopolitica della guerra contro la Siria e di quella contro Daesh
«Sotto
i nostri occhi», cronaca di politica internazionale n°101
In
questa analisi, nuova e originale, Thierry Meyssan espone le ragioni
geopolitiche del fallimento della guerra contro la Siria e gli
obiettivi reali della presunta guerra contro Daesh. Questo articolo è
particolarmente importante per capire le attuali relazioni
internazionali e la cristallizzazione dei conflitti nel Levante
(Iraq, Siria e Libano).
DAMASCO
(Siria)
Le
tre crisi in seno alla coalizione
Stiamo
assistendo alla terza crisi nel campo degli aggressori dall'inizio
della guerra contro la Siria.
- Nel
giugno 2012, in occasione della Conferenza di Ginevra 1, che doveva
segnare il ritorno della pace e doveva organizzare una nuova
spartizione in Medio Oriente tra gli Stati Uniti e la Russia, la
Francia - che aveva appena eletto François Hollande - sancì
un'interpretazione restrittiva della dichiarazione finale. Poi
organizzò il rilancio della guerra, con l'aiuto di Israele e della
Turchia e il sostegno
del Segretario di Stato Hillary Clinton e del direttore della CIA
David Petraeus.
- Dopo
che Clinton e Petraeus erano stati eliminati dal presidente Obama, la
Turchia organizzò nell'estate del 2013, con Israele e la Francia, il
bombardamento chimico della Ghoutta presso Damasco facendolo
attribuire alla Siria. Ma gli Stati Uniti rifiutarono di lasciarsi
imbarcare in una guerra punitiva.
- A
gennaio 2014, gli Stati Uniti fecero votare in una sessione segreta
del Congresso il finanziamento e la fornitura d'armi a Daesh con la
missione di invadere le aree sunnite dell'Iraq e la zona curda della
Siria, al fine di dividere questi grandi Stati. La Francia e la
Turchia armarono quindi Al-Qa'ida (il Fronte al-Nusra) affinché
attaccasse Daesh e costringesse gli Stati Uniti a tornare al piano
originale della Coalizione. Sebbene Al-Qa'ida e Daesh si siano
riconciliati a maggio a seguito di un appello alla calma di Ayman
al-Zawahiri, la Francia e la Turchia non partecipano ancora ai
bombardamenti alleati.
In
generale, la Coalizione deli Amici della Siria, che comprendeva nel
luglio 2012 «un centinaio di Stati e organizzazioni internazionali»,
non ne comprende ora più di 11. La Coalizione contro Daesh
raggruppa, da parte sua, «più di 60 Stati», ma hanno talmente poco
in comune che il loro elenco resta segreto.
Interessi
distinti
In
realtà, la Coalizione è composta da numerosi Stati che perseguono
ciascuno obiettivi specifici e non riescono ad accordarsi sul loro
obiettivo comune. Si possono distinguere quattro forze:
- Gli
Stati Uniti cercano di controllare gli idrocarburi della regione. Nel
2000, il National
Energy Policy Development Group
(NEPDG) presieduto da Dick Cheney aveva identificato - attraverso
immagini satellitari e dati di trivellazione - le riserve mondiali di
petrolio e aveva osservato le immense riserve del gas siriano.
Durante il colpo di stato militare del 2001, Washington decise di
attaccare in successione otto paesi (Afghanistan, Iraq, Libia, Libano
e Siria, Sudan, Somalia, Iran) per impadronirsi delle loro risorse
naturali. Il suo stato maggiore ha poi adottato il piano per
rimodellare il «Medio Oriente allargato» (che prevede anche lo
smantellamento della Turchia e dell'Arabia Saudita), mentre il
Dipartimento di Stato ha creato l'anno successivo il suo dipartimento
MENA per organizzare le "primavere arabe".
-
Israele difende i suoi interessi nazionali: a breve termine, ha
continuato passo a passo la sua espansione territoriale.
Contemporaneamente e senza attendere di controllare l'intero spazio
tra i due fiumi, il Nilo e l'Eufrate, intende controllare tutta
l'attività economica della zona, tra cui beninteso gli idrocarburi.
Per assicurarsi la sua protezione nell'era dei missili, intende da
una parte prendere il controllo di una zona di sicurezza lungo la sua
frontiera (oggi ha cacciato le forze di pace al confine del Golan e
le ha sostituite con Al-Qa'ida) e dall'altra parte neutralizzare gli
eserciti egiziano e siriano prendendoli alle spalle (dispiegamento di
missili Patriot della NATO in Turchia, creazione di un Kurdistan in
Iraq e del Sud Sudan).
- la
Francia e la Turchia continuano il sogno di restaurare i loro imperi.
La Francia spera di ottenere un mandato sulla Siria, o almeno su una
parte del paese. Ha creato l'Esercito siriano libero e gli ha dato la
bandiera verde, bianca, nera a tre stelle del mandato francese. La
Turchia, dal canto suo, intende restaurare l'Impero Ottomano. Ha
designato un wali fin da settembre 2012 per amministrare questa
provincia. I progetti turchi e francesi sono compatibili perché
l'Impero ottomano aveva ammesso che alcune sue province potessero
essere amministrate con altre potenze coloniali.
-
Infine, l'Arabia Saudita e il Qatar sanno che non possono
sopravvivere se non servendo gli Stati Uniti e combattendo i regimi
laici, di cui la Repubblica araba siriana resta ormai l'unica
espressione nella regione.
L'evoluzione
della Coalizione
Queste
quattro forze hanno potuto collaborare solo durante la prima parte
della guerra, da febbraio 2011 a giugno 2012. Si trattava in effetti
di una strategia di quarta generazione: alcuni gruppi di forze
speciali organizzavano incidenti e agguati qui e lì, mentre le
televisioni atlantiste e del Golfo mettevano in scena una dittatura
alauita che reprimeva una rivoluzione democratica. Le somme investite
e i soldati schierati non rappresentano granché e ognuno pensava di
poter tirare un po' la coperta su di sé una volta che la Repubblica
araba siriana fosse stata rovesciata.
Tuttavia,
nei primi mesi del 2012, il popolo siriano ha cominciato a dubitare
che il presidente Bashar al-Assad torturasse i bambini e che la
Repubblica venisse rovesciata a favore di un sistema confessionale di
tipo libanese. La sede dei takfiristi dell'Emirato Islamico di Baba
Amr lasciava presagire la sconfitta dell'operazione. La Francia
negoziò allora l'uscita della crisi e la restituzione degli
ufficiali francesi che erano stati fatti prigionieri. Gli Stati Uniti
e la Russia negoziarono al fine di sostituirsi al Regno Unito e alla
Francia e di spartirsi l'insieme della regione, così come fecero
Londra e Parigi con gli accordi Syke-Picot del 1916.
Da
quel momento, niente funzionava più nella coalizione. I suoi
successivi fallimenti dimostrano che non può vincere.
Nel
luglio 2012, la Francia organizzava in pompa magna a Parigi
l'incontro più importante della Coalizione e rilanciava la guerra.
Il discorso pronunciato da François Hollande era stato scritto in
inglese, probabilmente dagli israeliani, e poi tradotto in francese.
Il Segretario di Stato Hillary Clinton e l'ambasciatore Robert S.
Ford (formato da John Negroponte) s'impegnavano nella più vasta
guerra segreta della storia. Come era già accaduto in Nicaragua,
eserciti privati reclutavano mercenari e li inviavano in Siria. Solo
che stavolta questi mercenari vebivano inquadrati ideologicamente per
addestrare delle orde jihadiste. La supervisione delle operazioni
sfuggiva al Pentagono per tornare in mano al Dipartimento di Stato e
alla CIA. Il costo di questa guerra fu enorme, ma non fu imputato al
Tesoro degli Stati Uniti, né della Francia né della Turchia,
giacché fu interamente coperto dagli esborsi dell'Arabia Saudita e
del Qatar.
Secondo
la stampa atlantista e del Golfo, qualche migliaio di stranieri
vennero e dare manforte alla "rivoluzione democratica siriana."
Ma non c'era nulla di una "rivoluzione democratica", bensì
gruppi di fanatici che scandivano slogan come «Rivoluzione pacifica:
i cristiani a Beirut, gli alauiti nella tomba!» [1] oppure ancora
«No a Hezbollah, no all'Iran, vogliamo un presidente che tema
Dio!»[2]. Secondo l'Esercito arabo siriano, non sono state poche
migliaia, bensì 250mila, gli jihadisti stranieri che sarebbero
venuti a combattere, e spesso a morire, dal luglio 2012 al luglio
2014.
Ora,
il giorno dopo la sua rielezione, Barack Obama costringeva alle
dimissioni il direttore della CIA, il generale David Petraeus, e si
sbarazzava di Hillary Clinton durante la formazione della sua nuova
amministrazione. Cosicché all'inizio del 2013, la Coalizione si
basava quasi solo esclusivamente sulla Francia e la Turchia, con gli
Stati Uniti che facevano il meno possibile. Questo era ovviamente il
momento che aveva atteso l'Esercito arabo siriano per lanciare la sua
inesorabile riconquista del territorio.
François
Hollande e Recep Tayyip Erdoğan, Hillary Clinton e David Petraeus
intendevano rovesciare la repubblica laica per imporre un regime
sunnita che sarebbe stato posto sotto il dominio diretto della
Turchia, ma che avrebbe compreso anche alti funzionari francesi. Un
modello ereditato dalla fine del XIX secolo, ma che non rappreentava
alcun interesse per gli Stati Uniti.
Il
democratico Barack Obama e i suoi due segretari democratici e
repubblicani alla Difesa, Leon Panetta e Chuck Hagel sono guidati da
una politica radicalmente diversa: Panetta è stato espresso dalla
Commissione Baker-Hamilton e Obama è stato eletto sulla scorta del
programma di tale Commissione. Secondo loro, gli Stati Uniti non sono
né devono essere una potenza coloniale nel senso mediterraneo del
termine, il che vale a dire che non dovrebbero prendere in
considerazione di controllare un territorio installandovi dei coloni.
L'esperienza dell'amministrazione Bush in Iraq è stata estremamente
costosa rispetto al suo ritorno sugli investimenti. Non dovrebbe
essere riprodotta.
Dopo
che la Turchia e la Francia hanno cercato di impelagare gli Stati
Uniti in un vasto bombardamento della Siria, mettendo in scena la
crisi chimica dell'estate 2013, la Casa Bianca e il Pentagono hanno
deciso di riprendere il bandolo della matassa. Nel gennaio del 2014,
hanno convocato una riunione segreta del Congresso al quale è stata
fatta votare una legge segreta che approva un piano di divisione
dell'Iraq in tre parti nonché la secessione della regione curda
della Siria. Per far questo, hanno deciso di finanziare e armare un
gruppo jihadista in grado di realizzare ciò che il diritto
internazionale proibisce all'esercito statunitense: una pulizia
etnica.
Barack
Obama ei suoi armati non stanno prendendo in considerazione il
rimodellamento del "Medio Oriente allargato" come un
obiettivo in sé, ma solo come un mezzo per controllare le risorse
naturali. Usano un concetto classico, divide
et impera,
non per creare posizioni di re e presidenti in nuovi Stati, ma per
continuare la politica degli Stati Uniti in vigore dai tempi di Jimmy
Carter.
Nel
suo discorso sullo stato dell'Unione del 23 gennaio 1980, il
Presidente Carter sanciva la dottrina che porta il suo nome:
Washington ritiene che gli idrocarburi del Golfo siano indispensabili
alla sua economia e gli appartengono. Pertanto, qualsiasi rimessa in
causa da parte di chiunque, in virtù di questo assioma, sarà
considerata «un
attacco agli interessi vitali degli Stati Uniti d'America, e un tale
attacco sarà respinto con ogni mezzo necessario, compresa la forza
militare».
Nel corso del tempo, Washington si è dotata dello strumento di
questa politica, il CentCom, e ha esteso la sua zona riservata al
Corno d'Africa.
Pertanto,
l'attuale campagna di bombardamenti della Coalizione non ha più
alcun rapporto con l'obiettivo iniziale di rovesciare la Repubblica
araba siriana. Non ha rapporto alcuno con la sua vetrina di "guerra
al terrorismo". Essa punta esclusivamente a difendere gli
interessi economici dei soli Stati Uniti, se necessario con la
creazione di nuovi Stati, ma non necessariamente.
Allo
stato attuale, il Pentagono è simbolicamente aiutato da qualche
aereo saudita e qatariota, ma non dalla Francia né dalla Turchia.
Rivendica esso stesso di aver condotto più di 4.000 sortite, ma di
aver ucciso soltanto poco più di 300 combattenti dell'Emirato
islamico. Se ci atteniamo al discorso ufficiale, ne risulta che per
uccidere un solo jihadista occorrono più di 13 missioni aeree e un
numero imprecisato di bombe e missili. Si tratterebbe perciò della
campagna aerea più costosa e più inefficiente della Storia. Ma se
si considera il ragionamento precedente, l'attacco di Daesh contro
l'Iraq corrisponde a una manipolazione dei prezzi del petrolio che li
ha fatti cadere da 115 dollari al barile a 83 dollari, ossia un calo
di quasi il 25%. Nouri al-Maliki, il primo ministro iracheno
legittimamente eletto, che vendeva la metà del suo petrolio alla
Cina, è stato subitaneamente stigmatizzato e rovesciato. Daesh e il
governo regionale del Kurdistan iracheno hanno ridotto essi stessi il
loro furto di petrolio e l'esportazione di circa il 70%. L'insieme
degli impianti petroliferi utilizzati dalle aziende cinesi sono stati
puramente e semplicemente distrutti. Di fatto, il petrolio iracheno e
il petrolio siriano sono sfuggiti agli acquirenti cinesi e sono stati
reintegrati nel mercato internazionale controllato dagli Stati Uniti.
In
definitiva, questa campagna aerea è un'applicazione diretta della
"Dottrina Carter" e un monito al presidente Xi Jinping che
tenta di concludere, qua e là, dei contratti bilaterali di fornitura
di idrocarburi per il suo paese, senza passare per il mercato
internazionale.
Anticipare
il Futuro
Da
questa analisi possiamo concludere che:
- Nel
periodo attuale, gli Stati Uniti sono disposti a condurre una guerra
solo per difendere il loro interesse strategico a controllare il
mercato internazionale del petrolio. Di conseguenza, possono andare
in guerra contro la Cina, ma non contro la Russia.
- La
Francia e la Turchia non saranno mai in grado di realizzare i loro
sogni di ricolonizzazione. La Francia dovrebbe riflettere al ruolo
che l’AfriCom le ha assegnato sul continente nero. Essa può
continuare a intervenire in tutti gli stati che tentano di
avvicinarsi alla Cina (Costa d'Avorio, Mali, Repubblica
Centrafricana) e riportare l'ordine "occidentale", ma non
sarà mai in grado di ripristinare il suo impero coloniale. La
Turchia dovrebbe ugualmente abbassare i toni. Anche se il presidente
Erdoğan riesce a fare un'alleanza contro natura tra i Fratelli
Musulmani e gli ufficiali kemalisti, dovrebbe abbandonare le sue
ambizioni neo-ottomane. Soprattutto, dovrebbe ricordarsi che finché
è un membro della NATO, il suo paese è più di ogni altro
suscettibile d'essere la vittima di un colpo di Stato
filo-statunitense, così come lo sono stati prima di lui il greco
Georgios Papandreou e il turco Bülent Ecevit.
-
L'Arabia Saudita e il Qatar non saranno mai rimborsati dei miliardi
che hanno investito a fondo perduto per rovesciare la Repubblica
araba siriana. Peggio ancora, è probabile che dovranno pagare per
una parte della ricostruzione. La famiglia Saud dovrebbe continuare a
soddisfare gli interessi economici statunitensi, ma evitare di
perseguire guerre di grande ampiezza e considerare che - in qualsiasi
momento - Washington può decidere di partizionare la loro proprietà
privata, l'Arabia Saudita.
-
Israele può sperare di continuare a giocare sotto il tavolo per
provocare nel medio termine l'effettiva divisione dell'Iraq in tre
parti. Otterrebbe così un Kurdistan iracheno paragonabile al Sud
Sudan che è stato già creato. È tuttavia improbabile che possa
collegarvi immediatamente il Nord della Siria. Allo stesso modo, è
improbabile che possa spodestare la missione UNIFIL nel Libano
meridionale e sostituirla con Al-Qa'ida come ha fatto con la missione
UNDOF alla frontiera siriana. Ma in 66 anni Israele ha preso
l'abitudine di osare molto spesso per ottenere ogni volta qualcosa in
più. In realtà è l'unico vincitore in questa guerra contro la
Siria e all'interno della Coalizione. Non solo ha indebolito il suo
vicino siriano per lunghi anni, ma è riuscito a costringerlo ad
abbandonare il suo arsenale chimico. Così è oggi l'unico Stato al
mondo a disporre ufficialmente sia di un arsenale nucleare
sofisticato, sia un arsenale chimico e biologico.
-
L'Iraq è di fatto diviso in tre Stati separati di cui uno, il
Califfato, non potrà mai essere riconosciuto dalla Comunità
internazionale. Inizialmente, non vediamo che cosa impedirebbe la
secessione del Kurdistan, se non la difficoltà di spiegare per quale
incanto abbia aumentato il suo territorio del 40% in rapporto alla
sua definizione amministrativa, compresi i campi petroliferi di
Kirkuk. Il Califfato dovrebbe gradualmente lasciare il posto a uno
Stato sunnita, probabilmente governato da uomini che hanno
ufficialmente "lasciato" Daesh, ma in maniera meno crudele.
Si tratterebbe in tal caso di un processo paragonabile a quello della
Libia, dove sono stati collocati al potere veterani di Al-Qa'ida
senza sollevare la minima protesta.
- La
Siria gradualmente ritroverà la pace e si concentrerà sulla sua
lunga ricostruzione. Si rivolgerà allo scopo alle imprese cinesi, ma
terrà Pechino lontano dai suoi idrocarburi. Per ricostruire la sua
industria petrolifera e per sfruttare le sue riserve di gas, si
rivolgerà a imprese russe. La questione dei gasdotti che la
attraverseranno dipenderà dai suoi sostegni iraniano e russo.
- Il
Libano continuerà a vivere sotto la minaccia di Daesh ma mai
l'organizzazione avrà un ruolo diverso da quello dei terroristi. Gli
jihadisti saranno solo un mezzo per congelare un po' di più il
funzionamento politico di un paese che affonda nell'anarchia.
-
Infine, la Russia e la Cina dovrebbero urgentemente intervenire
contro Daesh, in Iraq, in Siria e in Libano, non tanto per
compassione per le popolazioni locali, quanto perché questo
strumento sarà presto utilizzato contro di loro dagli Stati Uniti.
Già ora, se Daesh è controllata dal principe saudita Abdul Rahman,
che finanza, e dal califfo Ibrahim, che dirige le operazioni, i suoi
ufficiali principali sono georgiani, tutti membri dei servizi segreti
militari, e talvolta cinesi turcofoni. Inoltre, il ministro della
difesa georgiano ha ammesso, prima di smentirsi, di aver ospitato
campi di addestramento per jihadisti. Se Mosca e Pechino esitano,
dovranno affrontare Daesh nel Caucaso, nella valle di Ferghana, e
nello Xinjiang.
NOTE:
[1] «Rivoluzione
pacifica» significa qui che non si farà del male ai sunniti.
[2] All'inizio della
guerra, Hezbollah non era presente in Siria, ma la Siria ha sostenuto
militarmente Hezbollah nella sua lotta contro l'aggressore
israeliano. Non si trattava quindi di mettere Hezbollah fuori dalla
Siria, ma di smettere di sostenere la Resistenza.
Questa
"cronaca settimanale di politica estera" appare
simultaneamente in versione araba sul quotidiano"Al-Watan"(Siria),
in versione tedesca sulla "Neue
Reinische Zeitung",
in lingua russa sulla "Komsomolskaja
Pravda",
in inglese su"Information
Clearing House",
in francese sul "Réseau
Voltaire".
Thierry
Meyssan, 19 ottobre 2014.
Traduzione
per Megachip a cura di Matzu Yagi.
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10 ottobre 2014
L’inizio del nuovo ordine mondiale: Asiacentrismo
di Raúl Zibechi.
Tradotto da
Daniela Trollio
Nonostante
le crisi in Medio Oriente ed in Ucraina si rubino a vicenda i
titoli sui media, esse sono solo le punte emergenti di un movimento
tellurico molto più grande: la nascita di un nuovo ordine mondiale
post-statunitense centrato in Asia, sulla base della triplice alleanza
Cina-Russia-India.
Uno dei nuclei del colonialismo e dell’imperialismo consiste nel proibire ai paesi periferici di fare quello che sono soliti fare i paesi del centro. Quando questo non funziona più, è perché il vecchio ordine centrato sulla relazione centro-periferia sta lasciando il passo a nuove relazioni internazionali.
Le stesse potenze occidentali che gridano al cielo per
l’intervento della Russia in Ucraina, bombardano la Siria senza
l’autorizzazione del suo governo con la scusa di combattere
un’organizzazione terroristica, lo Stato Islamico, nella cui
creazione queste stesse potenze hanno giocato un ruolo rilevante.
Che Cina e Russia rifiutino questo tipo di azioni
militari, che in altri tempi venivano coperte per lo meno con
l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non è
quindi una novità. Che il primo ministro dell’India, Narendra Modi,
abbia dichiarato alla catena CNN, ore prima della sua visita negli
Stati Uniti, che la Russia ha “interessi legittimi in Ucraina”
è già una cosa più seria. Non solo ha rifiutato di criticare
l’annessione della Crimea da parte della Russia, ma ha anche mostrato
“fiducia” in come Pechino sta gestendo le dispute territoriali nei
mari del sud della Cina (The Brics Post, 22.9.2014).
E’ come se una nuova aria di Bandung (la conferenza che nel 1955 spinse la decolonizzazione) soffiasse sul pianeta. “Se
lei guarda nei dettagli gli ultimi cinque o dieci secoli, vedrà che
Cina e India sono cresciute a ritmi similari. I loro contributi al PIL
mondiale sono aumentati in parallelo e sono caduti in parallelo.
L’era attuale appartiene all’Asia”, ha detto Modi. Stava facendo
un discorso anticolonialista con un’ottica di lunga durata, negli
stessi giorni in cui avveniva la visita del presidente cinese Xi
Jinping in India, avvenimenti che hanno consolidato una potente
alleanza tra i due più grandi paesi della regione.
Politica, o la OCS
Il grande cambiamento è che l’India ha chiesto la piena
integrazione nell’Organizzazione della Cooperazione di Shangai (OCS)
durante il recente vertice tenutosi l’11 e 12 di settembre a Dushanbe,
capitale del Tagikistan. Fino a quel momento era solo un
osservatore.
La OCS fu creata nel 2001 da Russia, Cina, Kazakistan,
Kirghizistan e Uzbekistan con l’obiettivo di garantire la sicurezza
regionale e di combattere il terrorismo, il separatismo e l’estremismo,
definiti “le tre forze maligne”. In futuro potranno aggiungersi
Iran e Pakistan, anche se questi passi saranno complessi, vista la
disputa tra India e Pakistan sulle loro rispettive frontiere.
Nei fatti, la OCS è una sfida alla leadership
statunitense in una regione dove la superpotenza ha sempre meno
influenza. L’organizzazione orbita intorno alla Cina, come indica il
suo nome. Il consolidamento dell’alleanza Russia-Cina, con il suo
lato geopolitico e geoenergetico (che comprende il già iniziato
gasdotto per fornire gas russo a Pechino), è motivo di profonda
preoccupazione a Washington, come analizzano alcuni media come The Washington Post.
Ma la recente visita di Xi in India presuppone un
passo decisivo nel disegno di un nuovo ordine globale. I dodici
accordi firmati a Ahmedabad tra Modi e Xi, che vanno dagli investimenti
al commercio fino alla cooperazione per l’energia nucleare, fanno
parte del “processo storico di rivitalizzazione nazionale” in entrambe le nazioni emergenti, come ha affermato il ministro cinese agli esteri Wang Yi (Xinhua, 19.9.2014).
La potenza dell’alleanza tra India e Cina sfida i
presunti allineamenti ideologici e ha radice nelle necessità
geopolitiche di potenze che affrontano problemi e nemici comuni.
Nel maggio di quest’anno ha assunto il potere
Narendra Modi in rappresentanza del Bharatiya Janata Party (BJP), che
ha vinto le elezioni generali contro il Congresso Nazionale Indiano
(CNI) guidato dall’ex primo ministro Manmohan Singh. Sulla carta il
CNI funge da forza progressista, erede della famiglia Gandhi e di
Jawaharlal Nehru, alleata con socialdemocratici e comunisti,
mentre il BJP è considerato nazionalista e conservatore.
Ma negli allineamenti geopolitici le ideologie
hanno poco da dire. Modi sta mostrando una profonda comprensione delle
tendenze storiche in questo periodo di cambiamento del sistema-mondo e,
in modo particolare, del ruolo che tocca giocare al continente
asiatico. La cooperazione tra la OCS è giunta anche al terreno
militare. A fine agosto è stato realizzato “un esercizio antiterrorista
internazionale” in Mongolia interna (Cina) a cui hanno partecipato
settemila soldati di Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan e
Tagikistan (Diario del Pueblo, 24.8.2014).
Economia, o la via della seta
Se la OCS è la risposta asiatica alla presenza
destabilizzatrice degli Stati Uniti nella regione, la Via della Seta è
la risposta economica all’accerchiamento che essi pretendono di imporre
sulla Cina, chiamato “pivot verso l’Asia” dall’amministrazione di
Barak Obama. Ma è molto di più: significa l’alleanza di Russia e Cina
con l’Europa, in concreto con la Germania.
La nuova Via della Seta unisce due potenti centri
industriali: Chongqing in Cina con Duisburg in Germania, attraversando
Kazakistan, Russia e Bielorussia, eludendo così le zone più
conflittuali a sud del Mar Caspio come Afganistan, Iran e Turchia.
E’ destinata ad essere la più grande via commerciale del mondo, la cui
ferrovia taglia il tempo dei trasporti marittimi da cinque settimane a
soli quindici giorni. Si prevede che la Cina diventerà il primo
partner commerciale della Germania, il che presuppone un dislocamento
geopolitico di grande importanza.
Sta venendo tracciata anche la Via della Seta
marittima, che attraversa l’Oceano Indiano, e il Cinturone Economico
della via terrestre. La rotta marittima è, in un certo senso, la
riattivazione del “collare di perle”, un sistema di porti che attorniava l’India e assicurava il commercio cinese verso l’Europa.
Ma è anche la risposta all’Associazione
Transpacifica (TPP in inglese), iniziativa degli Stati Uniti che esclude
la Cina e comprende Giappone, Australia, Nuova Zelanda, più quattro
membri della AEAN (Brunei, Malaysia, Singapore e Vietnam) e i paesi
dell’Alleanza del Pacifico (Perù, Messico, Cile e probabilmente
Colombia). La strategia di Washington consiste nell’isolare la Cina
generando conflitti intorno a lei (col Giappone e il Vietnam,
principalmente), scusa per militarizzare i mari della Cina,
chiudendo così il cerchio commerciale, politico e militare intorno
ad una potenza che nel 2012 è diventata la principale importatrice
di petrolio del mondo, superando gli Stati Uniti.
Questo spiega l’accordo energetico con la Russia, che è
l’unico modo in cui la Cina può assicurarsi un rifornimento sicuro. Ma
spiega anche il tracciato della nuova Via della Seta, sia quella
terrestre che quella marittima. L’80% del petrolio che la Cina
importa passa attraverso lo Stretto di Malacca (un angusto corridoio di
800 km. che unisce gli Oceani Pacifico e Indiano tra Indonesia e
Malaysia), facilmente bloccabile in caso di guerra.
Per questo la Cina sta costruendo una rete portuaria che
comprende porti, basi e stazioni di osservazione in Sri Lanka,
Bangladesh e Birmania. Tra questi paesi c’è un porto strategico in
Pakistan, Gwadar, la “gola” del Golfo Persico, a 72 km. dalla
frontiera con l’Iran e a circa 400 km. dal più importante corridoio di
trasporto del petrolio molto vicino allo strategico stretto di Ormuz.
Il porto è stato costruito e finanziato dalla Cina ed è gestito
dall’impresa statale China Overseas Port Holding Company (COPHC).
“Il porto è visto dagli osservatori come il primo punto di appoggio della Cina in Medio Oriente” scriveva la stampa occidentale il giorno dell’inaugurazione (BBC News,
20.3.2007). La regione che circonda il porto di Gwadar contiene
due terzi delle riserve mondiali di petrolio. Di lì passa il 30% del
petrolio del mondo (ma l’80% di quello che la Cina riceve) e si trova
sulla strada più corta verso l’Asia.
La Cina guadagna anche spazi nel cuore
dell’Occidente. Il governo britannico ha dato via libera per rafforzare
Londra quale centro di commercio mondiale e di investimenti in yuan,
la moneta cinese. Ancor più, “il governo britannico si trasformerà nel primo paese occidentale ad emettere un buono sovrano in moneta cinese”, cosa che si deve interpretare come "appoggio alle ambizioni della Cina di utilizzare la sua moneta su scala globale” (Market Watch, 15.9.2014).
Potenza militare
“Le sanzioni alla Russia sono un atto di guerra” ragione il redattore capo della rivista Executive Intelligence Review, Jeff Steinberg (EIR, 199.2014). Intanto The Economist considera la OCS come “una specie di NATO guidata dalla Cina”.
E’ evidente che la guerra tra grandi potenze non è ormai più vista come una remota possibilità.
Ognuno, quindi, fa il suo gioco. La Cina e l’Iran
realizzano le loro prime esercitazioni navali congiunte nel Golfo
Persico, dove partecipano “navi dell’Armata cinese coinvolte nella protezione della navigazione nel golfo di Aden” (Russia Today,
22.9.2014). La Cina è ora il primo compratore di crudo saudita e
non permetterà che le strade che la riforniscono restino nelle mani di
forze nemiche.
A fine agosto è trapelato che Russia e Cina stanno negoziando un “accordo militare storico” che comprende l’acquisto da parte del paese asiatico di sottomarini diesel ‘nascosti’, con “interscambio di tecnologia”,
mentre continuano i negoziati per la vendita di caccia Sukhoi-35 e
sistemi di difesa aerea S-400, considerati i più avanzati del mondo
( Russia Today, 19.8.2014).
Finora i russi si sono mostrati reticenti a vendere
certe armi alla Cina, perché questa le copia e finisce per fabbricare i
propri prototipi. A loro volta India e Russia, che hanno una vasta
cooperazione militare che comprende sottomarini nucleari e
portaerei, si dispongono a fabbricare insieme un caccia di quinta
generazione.
Siamo davanti ad un punto molto sensibile, su cui
Washington ha alcune difficoltà. Anche se continua ad avere il più
grande bilancio della difesa del mondo (circa 600 mila milioni di
dollari all’anno, a fronte dei poco più di 100 mila della Cina e
poco meno dei 100 mila della Russia), questo bilancio è declinante
mentre quello dei suoi avversari cresce. La Cina è passata da poco più
di 5 mila milioni di dollari all’anno in investimenti militari del
1990 a 110 mila milioni nel 2012.
“Ma l’importante non è quanto si spende, ma come si spende” sostiene un periodico statunitense (The Fiscal Times,
16.9.2014). Secondo la pubblicazione, le enormi spese militari del
Pentagono vengono destinate a mantenere la sua costosa flotta di 11
portaerei, alla modernizzazione di vecchi sistemi e a progetti falliti
come il caccia F-35.
Intanto Cina e Russia investono in moderni sottomarini
nucleari e nella guerra cibernetica. Le armi anti-navi cinesi sono
molto meno care che una portaerei, ma possono affondarla o renderla
inutilizzabile anche se il Pentagono le considera inespugnabili.
Contrasti
Le autorità della Difesa degli Stati Uniti sono afflitte da innumerevoli denunce di malversazioni dei bilanci.
Nello scorso luglio la flotta degli F-35 non ha
potuto volare per falle a un motore, dopo vari problemi ai sistemi di
software, agli armamenti e all’assetto. Dopo due decenni di
progettazione e sviluppo il costo del progetto è schizzato a 400.000
milioni di dollari, il progetto di armamento più caro della storia del
Pentagono, nonostante il fatto che il debutto del caccia sia stato
cancellato in due esibizioni aeree nel Regno Unito (El Periodico, 11.7.2014)
La una volta potente Boeing è un buon esempio dei
problemi difensivi del Pentagono. La scommessa che l’F-35 fosse
sviluppato dalla Lockheed Martin sta drenando i fondi del Pentagono al
di fuori della Boeing, che era l’impresa principale della forza
aerea. Di fatto la branca della difesa della Boeing si è ristretta al
56% della sua produzione totale nel 2003, ad appena il 38% nel 2013 e
si stima che in pochi anni non produrrà più aerei da combattimento,
essendo fallita la sua ricerca di mercati alternativi in Brasile, India e
Corea del Sud (Wall Street Journal, 20.9.2014). Boeing
chiuderà la sua fabbrica di cargo C-18 a Long Beach e può chiudere
quella degli F-18 Saint Louis nel 2017 se non ottiene più
commesse.
In sintesi, la politica estera della Casa Bianca è erratica, mentre quella dei suoi avversari ha un orizzonte definito.
Il giornalista Robert Parry analizza come i
neo-conservatori siano riusciti a bloccare la “strategia realista” di
Obama, consistente nel collaborare con Vladimir Putin per dipanare il
caos geopolitico in Medio Oriente. I neocons continuano a
scommettere sulla caduta di Bashar al Assad e spingono per creare
situazioni caotiche, come quella che vive la Libia, invece che
tollerare l’esistenza di regimi avversari (Consortiumnews.com, 19.9.2014).
Vari analisti sostengono che la fabbricazione di crisi è
quanto di meglio sa fare la superpotenza e che questo può essere
l’unico modo per contenere la sua decadenza. Il conflitto in Ucraina,
dove hanno spinto la caduta di un presidente eletto, punta ad
isolare la Russia dall’Europa. L’attacco allo Stato Islamico cerca di
spingerlo sempre più verso nord.
Tutte e due le operazioni puntano a danneggiare il
tracciato della Via della Seta, considerata una delle travi maestre del
nuovo ordine mondiale.
Per concessione di Centro di Iniziativa Proletaria "G. Tagarelli"
Fonte: http://alainet.org/active/77463&lang=es
Data dell'articolo originale: 26/09/2014
Tratto da: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=13618
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5 ottobre 2014
Ucraina e Isis: il vice di Obama rivela (per sbaglio) la verità
di Marcello Foa.
Questo è un esempio di come certe informazioni non circolino sui media occidentali. Un amico che pesca molto bene online mi ha inviato la segnalazione di alcuni articoli che recavano un titolo forte: “Il vicepresidente americano Joe Biden ammette di aver obbligato i Paesi europei ad adottare le sanzioni contro la Russia”.
Come mio dovere, verifico le fonti. E scopro che a dare questa notizia sono Russia Today e altre agenzie di stampa russe. Da esperto di spin mi sorge il dubbio che si tratti di una strumentalizzazione da parte di Mosca. E verifico ulteriormente. In pochi minuti.
Sì, Biden ha tenuto un lungo discorso sulla politica estera all’università di Harvard, discorso a cui i media americani hanno dato ampio spazio ma per evidenziare una battuta, anzi una gaffe su quanto sia frustrante fare il vicepresidente, espressa con un linguaggio molto colorito. Negli articoli, però, nessun riferimento alla frase sull’Europa.
Allora indago ulteriormente, vado sul sito della Casa Bianca dove è pubblicata la trascrizione integrale del discorso di Biden. E, come potete verificare voi stessi, la frase riportata dai media russi è corretta e l’indifferenza con cui è stata accolta dai media occidentali, ma anche europei significativa. Praticamente nessun giornalista ha saputo valutare la portata delle dichiarazioni di Biden. Il che è grave professionalmente, ma non sorprendente: a dare il tono sono state le agenzie di stampa e le tv all news che si sono soffermate sull’aspetto più leggero e sensazionale ovvero la gaffe di Biden; tutto il resto è passato in secondo piano. Anche sulla stampa più autorevole. Perché Biden poteva reggere un titolo, non due. E quelle dichiarazioni formulate nell’ambito di un lungo discorso in cui Biden ha toccato molti aspetti. Gli spin doctor della Casa Bianca si sono ben guardati dall’evidenziarle e sono scivolate via assieme ad altre.
Nessuna manipolazione, nessuna censura: se conosci le logiche e le debolezze dei media puoi orientarli a piacimento. Negli Stati Uniti, ma anche in Europa.
In realtà le dichiarazioni di Biden sono davvero sensazionali,una gaffe in termini diplomatici:
L’ammissione è fortissima: è stata l’America a costringere l’Europa a punire Putin, contro la sua volontà.“Abbiamo dato a Putin una scelta semplice: rispetta la sovranità ucraina o avrai di fronte gravi conseguenze. E questo ci ha indotto a mobilitare i maggiori Paesi più sviluppati al mondo affinché imponessero un costo reale alla Russia. “E’ vero che non volevano farlo. E’ stata la leadership americana e il presidente americano ad insistere, tante di quelle volte da dover mettere in imbarazzo l’Europa per reagire e decidere per le sanzioni economiche, nonostante i costi”.
Poi un’altra strabiliante ammissione, sull’Isis, che l’America combatte con toni accorati salvo poi ammettere che il pericolo per gli stessi americani non è così rilevante:
“Non stiamo affrontando un pericolo esistenziale per il nostro stile di vita o la nostra sicurezza. Hai due volte più possibilità di essere colpito da un fulmine per strada che di essere vittima di un evento terroristico negli Stati Uniti”.Dunque l’Isis non è una minaccia seria, così come non lo è più il terrorismo negli Stati Uniti.
Quando qualcuno dice la verità – e chi più di un vicepresidente americano? – il mondo appare molto diverso rispetto alla propaganda ufficiale. In Ucraina e sul terrorismo.
Ma se i media non ne parlano, la propaganda diventa, anzi resta apparente verità. E la vera verità limitata ai pochi che la sanno davvero cogliere e trasmettere.
Seguimi anche su Facebook: Marcello Foa
e su twitter: @MarcelloFoa
Fonte: http://blog.ilgiornale.it/foa/2014/10/05/ucraina-e-isis-il-vice-di-obama-rivela-per-sbaglio-la-verita/.
Sull'impegno diretto di Biden sulle questioni ucraine, leggi anche:
Pino Cabras, I denti degli oligarchi. Il caso Biden..
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30 settembre 2014
Le Agende Occulte di Washington
di
Paul Craig Roberts.
Si potrebbe
pensare che ormai perfino gli americani avrebbero mangiato la foglia davanti al
flusso costante di falsi allarmi che Washington fa suonare per ingannare il
popolo affinché sostenga le sue agende occulte.
Il pubblico si è bevuto la bugia che i talebani in Afghanistan fossero terroristi alleati con al Qa'ida. Gli americani hanno combattuto una guerra per 13 anni che ha arricchito l’azienda di Dick Cheney, Halliburton, nonché altri interessi privati, il tutto soltanto per sfociare verso un altro fallimento di Washington.
Il pubblico si è bevuto la bugia che Saddam Hussein in Iraq avesse "armi di distruzione di massa", che costituivano una minaccia per l'America e che, se gli USA non avessero invaso l'Iraq gli americani avrebbero rischiato un «fungo atomico in ascesa sopra una città americana». Con l'avanzata dell’ISIS, questa lunga guerra appare essere tutt'altro che finita. Miliardi di dollari in più in profitti saranno versati nelle casse del complesso della sicurezza militare USA, nel momento in cui Washington combatte coloro che stanno ridisegnando i falsi confini del Medio Oriente creati dai britannici e dai francesi dopo la Prima Guerra Mondiale, quando Londra e Parigi si impadronirono dei territori dell'ex Impero Ottomano.
Il pubblico americano si è bevuto anche le bugie raccontate su Gheddafi in Libia. Quel paese, un tempo stabile e prospero, è ora nel caos.
Il pubblico americano si è bevuto la bugia che l'Iran abbia, o stia costruendo, le armi nucleari. Sanzionato e disprezzato dall'Occidente, l'Iran si è spostato verso un posizionamento più orientale, sottraendo in tal modo uno dei principali produttori di petrolio all’influenza occidentale.
Il pubblico si è bevuto la bugia che Assad di Siria abbia usato «armi chimiche contro il suo popolo». Gli jihadisti che Washington ha inviato per rovesciare Assad si sono rivelati essere, secondo la propaganda di Washington, una minaccia per l'America.
La più grande minaccia per il mondo è l'insistenza di Washington sulla propria egemonia. L'ideologia di una manciata di neoconservatori è la base di questa insistenza. Siamo di fronte alla situazione in cui una manciata di psicopatici neoconservatori americani pretende di determinare il destino dei paesi.
Molti
credono ancora alle bugie di Washington, ma sempre di più il mondo vede
Washington come la più grande minaccia per la pace e la vita sulla terra.
L'affermazione secondo cui l'America sia "eccezionale e
indispensabile" è usata per giustificare il diritto di Washington di
imporsi sugli altri paesi.
Le
vittime dei bombardamenti di Washington sono invariabilmente i civili, e le
morti produrranno più reclute per l'ISIS. Già ci sono appelli affinché
Washington faccia rientrare gli "stivali sul terreno" in Iraq. In
caso contrario, la civiltà occidentale è spacciata, e le nostre teste saranno
tagliate. La propaganda nuova di zecca circa una "minaccia russa"
richiede una maggiore spesa NATO e più basi militari lungo le frontiere della
Russia. Una "forza di reazione rapida" è stata creata per rispondere
alla minaccia inesistente di una invasione russa del Baltico, della Polonia, e
dell'Europa.
Di solito al pubblico americano occorrono un anno, o due, tre, o quattro per rendersi conto di essere stato ingannato tramite menzogne e propaganda, ma a quel punto il pubblico ha già ingoiato una nuova confezione di menzogne e propaganda ed è tutto preoccupato per l'ultimissima “minaccia”. Il pubblico americano sembra incapace di capire che proprio come la prima, la seconda, la terza, quarta e quinta minaccia erano una bufala, altrettanto lo è la sesta minaccia, e così lo saranno la settima, l'ottava, e la nona.
Inoltre, nessuno di questi attacchi militari americani ad altri paesi ha portato a una situazione migliore, come Vladimir Putin dichiara onestamente. Eppure, il pubblico e i suoi rappresentanti al Congresso sostengono ogni nuova avventura militare, nonostante il record di inganni e fallimenti.
Forse, se agli americani fosse stata insegnata la loro vera storia al posto di certe favole idealistiche, sarebbero meno ingenui e meno influenzabili dalla propaganda governativa. Ho già consigliato The Untold History of the US (“La storia non raccontata degli USA”, ndt) di Oliver Stone e Peter Kuznick, A People’s History of the US, (“Una storia del popolo degli USA”, ndt) di Howard Zinn, e ora vi consiglio The Brothers di Stephen Kinzer, la storia del lungo periodo di governo di John Foster e Allen Dulles in seno al Dipartimento di Stato e alla CIA e la loro demonizzazione dei governi riformisti che spesso ben riusciti a rovesciare. La storia di Kinzer sulle trame dei fratelli Dulles volte a rovesciare ben sei governi fornisce un'idea di come Washington funziona oggi.
Nel 1953 i fratelli Dulles rovesciarono il leader eletto dell'Iran, Mossadegh, e imposero lo Scià, avvelenando così le relazioni americano-iraniane fino al presente. Gli americani potrebbero essere ancora oggi trascinati in una guerra costosa e inutile con l'Iran a causa dell'intossicazione delle relazioni causata dai fratelli Dulles nel lontano 1953.
I fratelli Dulles rovesciarono il popolare presidente del Guatemala Arbenz, perché la sua riforma agraria minacciava l'interesse della United Fruit Company, cliente dello studio legale Sullivan & Cromwell dei fratelli Dulles. I fratelli lanciarono una pazzesca campagna di disinformazione che raffigurava Arbenz come un pericoloso comunista e una minaccia per la civiltà occidentale. I fratelli arruolarono dittatori come Somoza in Nicaragua e Batista a Cuba contro Arbenz. La CIA organizzò attacchi aerei e una forza d'invasione. Ma nulla poteva accadere fino a che non fosse stato distrutto il forte consenso ad Arbenz tra la gente in Guatemala. I fratelli organizzarono tutto questo attraverso il cardinale Spellman, che a sua volta arruolò l'arcivescovo Rossell y Arellano. «Una lettera pastorale è stata letta il 9 aprile 1954 in tutte le chiese del Guatemala.»
Da
vero capolavoro di propaganda, la lettera pastorale rappresentava
scorrettamente Arbenz come un pericoloso comunista che non era altro che il
nemico di tutti i guatemaltechi. Trasmissioni radiofoniche false producevano
una realtà menzognera che raccontava di combattenti della libertà e defezioni
dell'esercito. Arbenz chiese all'ONU di inviare investigatori che indagassero i
fatti, ma Washington impedì che ciò accadesse. I giornalisti americani, con
l'eccezione di James Reston, sostennero le bugie. Washington minacciò e comprò
gli alti comandanti militari del Guatemala, che costrinsero Arbenz a
dimettersi. Il "liberatore" scelto e ben pagato dalla CIA, il
colonnello Castillo Armas, fu installato come successore di Arbenz.
Recentemente
abbiamo assistito a un'operazione simile in Ucraina.
Il presidente Eisenhower ringraziò la CIA per aver scongiurato «una testa di ponte comunista nel nostro emisfero», e il segretario di Stato John Foster Dulles pronunciò un discorso alla nazione via radio e in TV nel quale dichiarava che gli eventi in Guatemala «dimostrano gli scopi malvagi del Cremlino». Questo nonostante il fatto incontestato che l'unico potere esterno che operasse in Guatemala fossero i fratelli Dulles.
Quel
che era realmente accaduto era che un governo democratico e riformista fu
rovesciato perché risarciva la United Fruit Company per la nazionalizzazione
delle terre incolte della società in base al valore indicato dalla società
sulle sue dichiarazioni dei redditi. Lo studio legale americano più importante
– o meglio, forse più precisamente: il soggetto che produceva la politica
estera americana - ossia lo studio
Sullivan & Cromwell, non aveva intenzione di permettere a un governo
democratico di prevalere sugli interessi del cliente dello studio legale,
soprattutto quando i partner maggiori dello studio controllavano sia la
politica estera palese sia quella occulta degli Stati Uniti.
I due fratelli, i cui familiari erano investitori nella United Fruit Company, semplicemente applicarono le risorse della CIA, del Dipartimento di Stato e dei media statunitensi per la tutela dei loro interessi privati. La straordinaria credulità del popolo americano, i media americani corrotti, nonché il Congresso indottrinato e impotente hanno permesso ai fratelli Dulles di avere successo nel rovesciare una democrazia.
I due fratelli, i cui familiari erano investitori nella United Fruit Company, semplicemente applicarono le risorse della CIA, del Dipartimento di Stato e dei media statunitensi per la tutela dei loro interessi privati. La straordinaria credulità del popolo americano, i media americani corrotti, nonché il Congresso indottrinato e impotente hanno permesso ai fratelli Dulles di avere successo nel rovesciare una democrazia.
Tenete
a mente che questo uso del governo degli Stati Uniti in favore di interessi privati
è avvenuto 60 anni fa, molto prima dei regimi
corrotti di Clinton, George W. Bush, e Obama. E senza dubbio ciò avvenne anche
in epoche anteriori ancora.
La vittima designata successiva dei fratelli Dulles era Hò Chi Minh. Hò, un leader nazionalista, aveva chiesto l'aiuto dell'America per liberare il Vietnam dal dominio coloniale francese. Ma John Foster Dulles, un ipocrita anti-comunista, collocò assurdamente Hò nel ruolo di una Minaccia Comunista che stava facendo sorgere la teoria del domino a danno degli innocenti occidentali. Il nazionalismo e l'anti-colonialismo, dichiarava Foster, erano solo una copertura per la sovversione comunista.
Paul
Kattenburg, il funzionario del Dipartimento di Stato per il Vietnam, suggerì
che invece della guerra, gli USA avrebbero dovuto dare a Hò 500 milioni di
dollari di aiuti per ricostruire il paese risollevandolo dalla guerra e dal
malgoverno francese, che avrebbero liberato Hò dal dover dipendere dal sostegno
russo e cinese, e, in tal modo, dalla loro influenza. Hò Chi Minh fece appello
a Washington diverse volte, ma la demoniaca inflessibilità dei fratelli Dulles
impedì qualsiasi risposta sensata. Invece, tutta l'isteria montata sulla
"minaccia comunista" dai fratelli Dulles fece atterrare gli Stati
Uniti nel lungo e costoso fiasco meglio noto come Guerra del Vietnam.
Kattenburg più tardi scrisse che era un suicidio per gli Stati arrivare a «tagliare i loro occhi e le
orecchie, castrare la loro capacità analitica, per chiudersi fuori dalla verità
a causa del cieco pregiudizio». Purtroppo per gli americani e il mondo, la
capacità analitica castrata è l'abito che va più per la maggiore a Washington.
I successivi obiettivi dei fratelli Dulles furono il presidente Sukarno dell'Indonesia, il Primo Ministro del Congo Patrice Lumumba, e Fidel Castro. La trama contro Castro è stata un fallimento talmente disastroso che è costato ad Allen Dulles il suo posto. Il presidente Kennedy perse la fiducia nell'agenzia e disse a suo fratello Bobby che, dopo la sua rielezione, era in procinto di rompere la CIA in mille pezzi. Quando il presidente Kennedy rimosse Allen Dulles, la CIA capì la minaccia e colpì per prima.
Warren Nutter, il professore che presiedeva alla mia dissertazione di dottorato, poi Assistente Segretario alla Difesa per gli Affari di Sicurezza Internazionale, insegnava ai suoi allievi che affinché il governo degli Stati Uniti conservasse la fiducia del popolo - che la democrazia esige - le politiche del governo devono essere affermazioni dei nostri principi e devono essere apertamente comunicate al popolo. Le agende occulte, come quelle dei fratelli Dulles e dei regimi di Clinton, Bush e Obama, devono basarsi sulla segretezza e la manipolazione e, di conseguenza, suscitare la sfiducia del popolo. Sebbene gli americani siano troppo soggetti al lavaggio del cervello per riuscire ancora a notare le cose, molti cittadini stranieri non lo sono.
Le agende occulte del governo USA sono costate terribilmente agli americani e a molti popoli in tutto il mondo. In sostanza, i fratelli Dulles hanno creato la guerra fredda con le loro agende occulte e con l’isteria anticomunista. Le agende occulte hanno vincolato gli americani a lunghe, costose e inutili guerre in Vietnam e in Medio Oriente. Le agende occulte della CIA e dei militari che intendevano operare un cambiamento di regime a Cuba furono bloccate dal presidente John F. Kennedy e provocarono l'assassinio di un presidente, che – pur con tutti i suoi difetti – avrebbe probabilmente terminato la guerra fredda vent'anni prima che Ronald Reagan ne cogliesse l’occasione.
Le agende
occulte hanno prevalso per così tanto tempo che gli americani stessi sono ora corrotti.
Come dice il proverbio, “il pesce puzza dalla testa”. Il marciume di Washington
permea ormai l’intero paese.
Paul Craig Roberts è stato Assistente
Segretario del Tesoro per la Politica Economica economica e redattore associato
del Wall Street Journal. È stato editorialista di Business Week, Scripps Howard
News Service e Creators Syndicate. Ha avuto numerosi incarichi universitari. Le
sue rubriche su internet hanno attirato un seguito in tutto il mondo. Il suo
ultimo libro, The Failure of Laissez Faire Capitalism and
Economic Dissolution of the West è ora disponibile.
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25 settembre 2014
Confermata la solita rotta: quella per l'altrove
di Michela Murgia.
Ne ha scritto la stampa italiana, ne hanno scritto il Guardian e Le Monde, ma noi che continuiamo a leggere restiamo ancora senza parole: il sindaco di Elmas Valter Piscedda paga il viaggio di sola andata ai giovani disoccupati che se ne vogliono andare. Sembra una barzelletta, invece è la realtà della classe politica sarda nel 2014.
Eppure io me lo ricordo cosa scriveva Valter Piscedda, il sindaco di Elmas, nel suo sito istituzionale da candidato PD alle elezioni regionali:
"Il pensiero va anche ai più giovani: pensiamo a quei ragazzi che nonostante i loro studi non vedono prospettive. Questa situazione non è più sostenibile. Ecco perché ho deciso di candidarmi, è necessario invertire la rotta. Con Francesco Pigliaru presidente possiamo fare in modo che questa Sardegna riparta con rinnovata speranza."
Quell' “Invertire la rotta” suona oggi ironico, visto che la rotta suggerita da Valter Piscedda ai giovani di Elmas è quella che li porta fuori dalla Sardegna con un biglietto di sola andata e dita incrociate per un lieto futuro da emigrati. Chi ha votato Francesco Pigliaru presidente e Valter Piscedda come suo consigliere regionale forse non aveva capito che la Sardegna che aspettava di “ripartire con rinnovata speranza” lo avrebbe poi fatto con un bando che le regalava un viaggio di sola andata per emigrare.
Il gesto del sindaco di Elmas significa solo una cosa: “Andatevene: qui non c'è speranza, non solo perché non c'è lavoro, ma anche perché chi vi governa, cioè io nel paese e la mia maggioranza in regione, non ha la minima idea di come cambiare le vostre condizioni.”
Un atto di resa politica avvilente e offensivo che fa venire voglia di chiedere a Valter Piscedda e al Partito Democratico sardo: ma se non avevi idea di come provare a risolvere il problema della disoccupazione, perché diamine ti sei candidato sindaco? Se la tua giunta non ha alcuna risposta da dare ai giovani disoccupati, perché diamine vi siete fatti eleggere al governo della Sardegna? Se il tuo partito non sa come dare ai sardi risposte diverse da quelle dell'emigrazione, della militarizzazione e dei tagli ai finanziamenti per la ripresa, perché avete promesso alle persone che avreste risolto la situazione? Se queste sono le vostre risposte, dimettetevi. Non siete stati eletti per mandare via i sardi dall'isola mentre i militari e gli imprenditori dalla trivella facile si preparano a sbarcarci con la benedizione del decreto SbloccaItalia voluto dal vostro governo.
Queste le domande.
Per le risposte leggete cosa ha scritto Matteo Bellu Ticca sul sito di Sardegna Possibile. Sono troppe le cose che di questa giunta non tornano ed è tempo di cominciare a mostrare che qualcosa di diverso, a volerlo davvero, lo si sarebbe potuto fare.
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