I lettori ci sono testimoni di quanta attenzione dedichiamo in questi mesi e settimane alla crisi greca, tanto più alla vigilia del referendum indetto dal governo Tsipras sulle vessazioni degli usurai della trojka. Ma vogliamo lo stesso aprire una finestra su un'altra crisi, che al momento coinvolge solo chi punta sulle borse cinesi, ma che ha riflessi potenzialmente enormi sul mondo. Mentre per vicinanza e facilità culturale, nel bene e nel male, tutti gli europei sanno quel che accade ad Atene, la Cina non ci è vicina (almeno sui media). Solo gli specialisti si sono accorti che in meno di un mese la borsa di Shanghai e quella di Shenzhen sono crollate del 25%, mandando in fumo un controvalore pari a 10 volte il PIL della Grecia. Più sotto proponiamo all'attenzione dei lettori una corrispondenza da Shanghai per il sito Rischio Calcolato, che racconta con tono quasi scanzonato alcuni fatti che in realtà parlano di drammi improvvisi, estesi, giganteschi: le tipiche fiammate sociali che esplodono in occasione dei grandi crack borsistici causando improvvise tragedie esistenziali e suicidi, panico e paura di contagio finanziario, per giunta in un paese dove tutto corre verso l'essere grande e veloce. Anche nei disastri. Senza anticipare troppo, c'è una prima riflessione: la crisi sistemica può avere sviluppi improvvisi e capaci di collegarsi. Se ad esempio qualcuno spera che l'equazione della crisi greca sia risolta da un cavaliere bianco (o giallo) che arriva da Pechino, ora dovrà mettere nel conto nuove incognite che complicheranno i calcoli: in Cina hanno le loro gatte da pelare. E se le grandi riserve di dollari incamerate per decenni dai fondi sovrani vorranno correggere il crollo di borsa cinese, magari dovranno disinvestire da altre parti, innescando altre crisi (vedi gli USA). Vedremo. Per ora la Cina ha una finanza meno interconnessa di altri paesi, ma niente in quest'epoca è davvero completamente sconnesso. La crisi in borsa riflette (amplificando follemente l'ampiezza) il rallentamento nell'economia reale cinese. Troviamo così le tendenze globali, tutte in grado di interagire fra di loro. Troppa liquidità non ha trovato mete remunerative e si è congelata nelle alchimie finanziarie e nei debiti. Pertanto il capitale non ha abbastanza sbocchi nel reale, e allora li trova nelle bolle speculative o rapinando interi popoli. Sullo sfondo c'è un ulteriore pericolo, visto che definiamo questa come una crisi sistemica. Le crisi sistemiche bruciano i libri contabili in guerra, e in effetti i focolai si moltiplicano. Cercare alternative a questo sistema economico suicida diviene una questione di sopravvivenza. Buona lettura.
Cina, Crollo della Borsa, Suicidi di Massa, La Signora con le Borse di Arance è Morta
Dal corrispondente di Rischio Calcolato in Cina:
Ciao Paolo,
se ti va di leggere 2 righe da Shanghai.
A Shanghai il meno 25% in Borsa sta picchiando duro
Erano diventati tutti investitori. molti con soldi presi a prestito da banche, parenti e amici, o addirittura vendendo la casa. malgrado la cultura finanziaria bassissima.
All'inizio della discesa ci scherzavano sopra, tutti convinti che comunque era qualcosa che non riguardava loro stessi ma solo gli altri, ed il tutto si sarebbe risolto rapidamente.
Ora sono però partiti in maniera importante i suicidi, sai qui in Asia il suicidio fa parte della vita, quando perdi il tuo ruolo, la tua posizione socio economica.via.!!! (tanto per fare un esempio i vostri Schettino, Galan, e via con altri migliaia di nomi sarebbero tutti "suicidi")...
Il governo cerca di calmare la cosa: - non diffonde le notizie di suicidi - giornali e TV per 24h al giorno parlano super-esperti di finanza e luminari di economia che spiegano che nel giro di pochi mesi la borsa tornerà a correre come prima
e poi si arriva agli estremi delle foto allegate -quella con i vigili del fuoco con un "non Buttatevi dalla Finestra aspettate che la situazione si risollevi".
- quella sullo stabile con un patriottico "qualunque tonfo non spaventa l'Eroico Mercato Azionario Cinese"
Tempo fa scrivevo ad un'amico:
Da un lato la borsa è sicuramente vista più come un casinò dove buttare sul tavolo delle "fiches", che un posto dove comprare "pezzi di aziende/servizi" remunerativi nel tempo.
Negli ultimi mesi è stato un crescendo di attenzione verso la borsa ed i facili denari fatti "giocando" con le azioni, questo in modo estremamente esagerato, molto più di quanto accaduto a fine anni novanta in Italia con le "dot-com". TV e giornali sono pieni di notizie che riguardano massaie e macellai arricchitesi in pochi mesi borsa. poi sai qui è tutto esasperato e veloce rispetto all'Occidente, a Shanghai i pensionati armati di smartphone non giocano più a "majian" (una loro specie di scacchi) come in passato, ma giocano in borsa dalla panchina dei giardini pubblici. non sto scherzando è proprio così.
(un aneddoto, una collega di mia moglie ha triplicato il suo capitale in poco tempo, si è quindi licenziata e sta facendo il giro del mondo con i soldi guadagnati in borsa è convinta che quando torna potrà poi fare altrettanto.)
Altra considerazione, conosco personalmente e bene aziende piccolissime che non hanno nessun titolo ne struttura per stare in borsa, non hanno nemmeno una contabilità decente, ma sono riuscite a quotarsi ed ora beneficiano di un gran flusso di denaro "gratis". finchè qualcuno non ci metterà il naso.
Entrando poi nell'economia generale direi che la situazione attuale è tutt'altro che allegra (in generale, non per quanto riguarda l'azienda dove lavoro che anzi.) Le aziende che esportano verso l'Occidente (moltissime) sono in grossa difficoltà a causa dell'aumento dei costi locali (manodopera di basso livello a +12% annuo per 10 anni fa oltre +300% in un decennio.) e soprattutto per la variazione del tasso di cambio, con uno Yuan che ha preso quasi 30% contro €uro da Nov'14 a Mag'15. molti esportatori non ci stanno più dentro, ho incontrato titolari di attività che hanno perso enne milioni di euro in pochi mesi ed ora hanno i magazzini pieni di componenti che nessuno gli comprerà mai.
Altra importante nota negativa è che anche il mondo dei grandi investimenti statali Cinesi in Real Estate ed infrastrutture è in questo momento congelato, per volontà politica. tutto da vedere quando e come ripartirà.
Quanto detto sopra mi porta a pensare che è meglio stare lontani dalla borsa di Shanghai e credo che le prospettive di lungo periodo non possono essere che negative. il tema è quanto lungo?.
Va anche detto però che i Cinesi sono in generale "risparmiatori", molto attratti dal "profit" ed a volte "creduloni" al limite dell'ingenuità. queste caratteristiche fanno saltare gli schemi a cui siamo abituati in Occidente. Di fatto in questo momento ha investito in borsa solo una piccolissima parte delle persone. e se questa voglia di borsa si estendesse anche agli altri? Ai molti ? Fin dove potrà proseguire la bolla?.
p.s. se non sapete chi sia la signora con le arance, ve la presento. Molti anni fa una signora con la borsa della spesa piena di arance entrò nella banca in cui lavoravo (si lo ammetto. ne ho fatte di cose brutte nella vita), aprì un conto trading con la segretaria e versò circa 9000€ (l'equivalente in lire, la borsa era in Euro, ma c'erano le lire). Poi venne da me al trading desk, si presentò e mi disse "Presto, dottore, presto, mi compri la Aisoftware prima che finiscano". Le comprò mi pare a 248€ per azione sul mercato non regolamentato Easdaq (non esiste neppure più), l'ultima volta che le vidi erano sotto 2€. E' stata una delle mie più grandi esperienze di vita e ho avuto la fortuna di farne tesoro senza pagarne io il prezzo. Non capita spesso.
Al simposio internazionale Global WARning - tenutosi il 12
dicembre 2014 e organizzato da Pandora TV, Megachip-Democrazia nella
Comunicazione e Alternativa - ha partecipato anche il giornalista Pepe Escobar, il "corrispondente nomade" di Asia Times ed autore di 'Empire of Chaos: The Roving Eye Collection' (Nimble Books, 2014).
Nel Video, di 15'16'',
Escobar spiega come i cosiddetti paesi BRICS stanno allargando i propri accordi commerciali in modo esponenziale e hanno già creato una banca alternativa alla Banca Mondiale. La guerra fredda 2.0 ha lo scopo di impedire la creazione di un’area di mercato Eurasiatica che toglierebbe agli Stati Uniti la propria egemonia economica.
Buona visione!
Intervento Video al simposio internazionale Global WARning del 12 dicembre 2014.
In occasione del
simposio internazionale Global WARning - tenutosi il 12
dicembre 2014 e organizzato da Pandora TV, Megachip-Democrazia nella
Comunicazione e Alternativa - uno degli interventi più forti è
stato quello di Paul Craig Roberts, intervistato da Piero
Pagliani. Roberts era stato sottosegretario al Tesoro durante la
prima Amministrazione Reagan, e ha poi scritto migliaia di
editoriali, oltre che diversi libri argomentati con una prosa limpida
e precisa, che descrivono l'involuzione imperiale del potere
atlantico.
Il Video, di 17'29'',
riporta la parte più interessante della conversazione, di cui vi
offriamo anche una trascrizione.
Buona visione e buona
lettura!
Intervista a Paul Craig Roberts a cura di Piero Pagliani.
Intervento Video al simposio internazionale Global WARning del 12 dicembre 2014.
D.
Dottor Roberts, grazie per averci concesso questa intervista.
Possiamo incominciare. Come sa ho uno scenario da sottoporle.
All’indomani
della II Guerra Mondiale, gli USA possedevano il 70% delle riserve
auree mondiali e la concentrazione negli Stati Uniti della domanda
effettiva e della capacità produttiva èra senza precedenti nella
storia. Queste condizioni costituivano l’aspetto economico
dell’egemonia statunitense mondiale.
Nell’agosto
del 1971, il presidente Nixon dichiarando l’inconvertibilità del
Dollaro in oro mise fine al sistema monetario stabilito a Bretton
Woods.
Oggi,
la Russia e la China ammassano migliaia di tonnellate di oro fisico e
i BRICS hanno lanciato la Nuova Banca di Sviluppo.
Nel
marzo del 2009, il Governatore della Banca Centrale Cinese ha
proposto di rimpiazzare il Dollaro come valuta dominante e di creare
una valuta di riserva internazionale indipendente da singole nazioni.
Mr.
Roberts, in quale modo questo scenario riesce a descrivere i
cambiamenti attuali negli equilibri geopolitici? In
quale misura un mondo multipolare può riuscire a fare
superare la presente crisi sistemica?
R.
A mio modo di vedere, una valuta internazionale non è più
necessaria. All’indomani della II Guerra Mondiale quando tutte le
altre grandi nazioni industriali avevano economie distrutte e
strutture industriali distrutte solo il Dollaro americano aveva
valore e quindi poteva diventare la moneta mondiale.
Oggi
chiaramente ci sono molte zone sviluppate del mondo con valute
legittime e quindi è possibile condurre scambi tra nazioni tramite
le loro proprie valute. Avete l’Euro, avete il Rublo, avete la
valuta cinese, avete la giapponese, la canadese, l’australiana,
ognuna già ora con un grande volume di attività economica sulla
faccia del pianeta che non esisteva nel 1945. E quindi una valuta di
riserva non è veramente più necessaria. Una valuta di riserva
connessa a nazioni assicura a quella nazione un potere, le dà
l’egemonia finanziaria sopra altre nazioni.
Stiamo
osservando come Washington faccia un cattivo uso di questo potere. Un
altro problema è il modo in cui Washington usa la valuta di riserva
per pagare i suoi conti. Se sei la nazione con la valuta di riserva
puoi rilassarti perché puoi pagare i tuoi conti emettendo moneta di
credito. Negli anni recenti ciò che è successo è stato che
Washington ha espanso oltre misura la sua disponibilità monetaria e
il Dollaro ha denominato il debito. Washington inflaziona la sua
valuta come ha fatto anno dopo anno, dopo anno e dopo anno ancora col
Quantitative Easing. Una politica che strettamente parlando, non è
finita. Ciò costringe le altre nazioni a inflazionare le proprie
valute, altrimenti il valore di scambio delle loro valute aumenta e
le esportazioni vengono tagliate, e quindi per proteggere i mercati
di esportazioni tutti devono inflazionare se lo fanno gli Stati
Uniti. Così la conseguenza è che il mondo ora è sommerso da fiat
money, ma la produzione di merci e di servizi non è cresciuta inmodocommensurabile alla crescita
del denaro. Ci aspettiamo una seria inflazione mondiale per molte
ragioni. Molta di questa moneta è sotto chiave nel sistema bancario.
E’ comunque una situazione molto instabile ogni volta che create
più fiat money di quanto non siano prodotti beni e servizi.
Quindi,
io penso che la situazione abbia raggiunto il punto in cui molte
nazioni, parlo di nazioni potenti come la Russia e la Cina, si
rendono conto che il sistema del Dollaro, il sistema di pagamenti
basato sul Dollaro, si sta frantumando, ed è anche il sistema che
può essere usato per imporre sanzioni su nazioni che non seguono le
imposizioni di Washington. Avete sanzioni se vi comportate
indipendentemente da Washington e quindi si possono vedere movimenti
per abbandonare il sistema e ciò certamente avverrà.
D.
Così, in un certo senso, la proposta del governatore cinese della
banca centrale, è una sorta di provocazione politica. Dire: “Abbiamo
bisogno di un Bancor invece che del Dollaro”.
R.
Beh, lei sa che la Cina è il più grande creditore del Tesoro
statunitense. Possiede la partemaggiore
del debito USA. Ha legato la sua valuta al Dollaro per dimostrare che
la sua valuta è buona quanto il Dollaro . E ciò che vediamo è che
la valuta cinese è meglio del Dollaro. Io penso che l’obiezione
della Cina è il modo in cui gli Stati Uniti usano la loro valuta
come un’egemonia finanziaria sopra tutte le altre nazioni. La usa
per minare la sovranità delle altre nazioni. Lo vediamo con le
sanzioni contro la Russia. Questo è il modo per costringere la
Russia a sottomettersi al volere di Washington. Ma stanno ottenendo
il risultato opposto. La Russia sta lasciando il sistema dei
pagamenti basati sul Dollaro.
E
la Russia inoltre, a causa della la stupidità dei governi europei,
sta riorientando il suo commercio dall’Europa all’Oriente. Lo
vediamo oggi con gli sviluppi in campo energetico. Così ciò manderà
in frantumi il sistema di pagamento basato sul dollaro. E finirà.
D.
Questo ci porta alla prossima domanda, Mr. Roberts. A quanto sembra
gli Stati Uniti stanno cercando di mantenere la loro supremazia
mondiale costi quel che costi. Qual è la sua opinione riguardo le
possibilità degli USA di mantenere la loro egemonia nel breve e
medio termine? Quale è, in quest’ottica, il ruolo delle forze
armate, delle istituzioni finanziarie, delle corporations e
dell’agribusiness? Cosa dovrebbero fare le nazioni europee per
ribilanciare questo squilibrio a favore degli USA?
R.
Le nazioni europee sono i grandi facilitatori dell’egemonia di
Washington. Se le nazioni europee fossero davvero sovrane e fossero
in grado di condurre politiche internazionali indipendenti non
sarebbero stati vassalli degli Stati Uniti e questo limiterebbe lo
strapotere degli USA e priverebbe gli Stati Uniti della copertura per
le sue guerre di aggressione.
Cosa
può fare l’Europa? Può disimpegnarsi dalla Nato. Essere un
membro della Nato vuol dire assoggettarsi al controllo di Washington.
La Nato esisteva per proteggersi dall’invasione dell’Europa da
parte dell’Armata Rossa, l’esercito sovietico. Questa minaccia è
bella e spartita da almeno vent’anni. Eppure la Nato continua ad
espandersi e viene usata dagli Stati Uniti per le sue guerre in
Africa e nel Medio Oriente. Cosa ci guadagna l’Europa da tutto ciò?
Niente. E adesso viene trascinata in un confronto militare con la
Russia. Che cosa ne uscirà da tutto ciò? Nulla di buono per
l’Europa. È quindi è necessario che i Paesi europei riacquistino
la loro sovranità. Ma non sono sovrani, Sono colonie. Sono regimi
fantocci. Non hanno politiche estere indipendenti. Sono assoggettate
al volere di Washington. E ciò costituisce una grande facilitazione
per l’egemonia di Washington. Senza ciò gli Stati Uniti sarebbero
solo un altro Paese tra tanti. Magari un Paese molto forte, certo, ma
un Paese tra tanti. Ma quando uno ha tutta l’Europa, il Canada,
l’Australia il Giappone come regimi fantocci e stati vassalli,
diventa strapotente.
Quindi,
ciò che l’Europa può fare? Lasciare la Nato. La Nato non protegge
più l’Europa, ma la mette in pericolo perché la coinvolge nelle
guerre di Washington.
D.
Mr. Roberts. In che modo gli USA riescono ad assoggettare le nazioni
europee? C’è una ragione principale?
R.
Ci sono vari motivi. Un motivo è che dopo la II Guerra Mondiale il
Dollaro è diventato la moneta di riserva, ciò che dà un potere
enorme a questo Paese. Un’altra ragione è stata la lunga Guerra
Fredda con l’Unione Sovietica e la propaganda secondo cui l’Europa
poteva essere invasa dall’Unione Sovietica. Con la conseguente
dipendenza dell’Europa, che dura da decenni, dalla protezione
americana. Se tu dipendi dalla protezione di un altro Paese finisci
per dover seguire le politiche di quel Paese perché dipendi da quel
Paese. E’ il ruolo che assumi col tempo.
Tutto
ciò avrebbe dovuto finire con il collasso dell’Unione Sovietica.
Sfortunatamente il collasso dell’Unione Sovietica ha portato alla
ribalta negli Stati Uniti l’ideologia dei neoconservatori che dice
che la Storia ha scelto gli Stati Uniti per dominare il mondo.
Sarebbe la Nazione Eccezionale, la Nazione Indispensabile e il
collasso del comunismo, del socialismo avrebbe provato che gli Stati
Uniti dovevano esercitare la loro egemonia sul mondo. Questa
ideologia è stata istituzionalizzata nella politica estera e
militare degli Stati Uniti. Abbiamo la dottrina Brzezinski e la
dottrina Wolfowitz.
E
nell’essenziale queste dottrine dicono che gli Stati Uniti devono
prevenire l’ascesa di ogni altro Paese che abbia il potere e le
capacità di bloccare i propositi di Washington nel mondo. E questi
due Stati oggi sono la Russia e la Cina. E quindi questa ideologia è
estremamente pericolosa perché mette il mondo in conflitto con la
Russia e la Cina. E questi sono tra i principali paesi nucleari, e
sono grandi economie ed enormi aree geografiche. E quindi l’ideologia
dell’egemonia americana è una minaccia alla stessa esistenza della
vita sulla terra.
D.
La Germania potrebbe giocare un ruolo importante in questo scenario.
Ma sembra che non stia affatto per giocarlo. Cosa pensa della
Germania?
R.
Temo che la Merkel sia solo un pupazzo di Washington. E’ molto
difficile per un leader europeo alzarsi in piedi e rappresentare il
proprio popolo invece che gli Stati Uniti. Tutti i leader europei
rappresentano gli Stati Uniti e non rappresentano il popolo della
Francia, della Germania o il popolo britannico. Rappresentano gli
Stati Uniti. E certamente sono ben remunerati per questo. E quindi i
leader che mostrano una qualche disposizione a non stare al gioco
sono sempre rovinati . Perciò se la Germania dovrebbe alzarsi in
piedi, dovesse fare qualcosa, immaginatevi se la Germania dovesse
semplicemente lasciare l’UE . Restare non serve agli interessi
della Germania. Perché la Germania verrebbe munta e pagherebbe i
debiti dell’UE. E dell’Ucraina.
O
se la Germania lasciasse la Nato. Perché la Germania dovrebbe stare
nella Nato? La Germania ha grandi collegamenti economici con la
Russia. Ma questi stanno per essere sacrificati per far piacere agli
Americani.
Quindi
la Germania potrebbe fare molto. Potrebbe lasciare la UE, potrebbe
lasciare la Nato. Questo sarebbe la fine dell’egemonia
statunitense.
D.
E’ quindi anche un problema di democrazia. Non c’è perciò più
democrazia nei Paesi occidentali, in un certo senso.
R.
I Paesi occidentali non hanno più, a mio avviso la democrazia,
perché i loro leader non rappresentano il popolo.
Negli
stati Uniti rappresentano ideologie e rappresentano potenti gruppi di
interessi, come ad esempio il complesso militare e di sicurezza, Wall
Street e le grandi banche e l’agribusiness, la lobby israeliana, le
industrie estrattive, petrolio, miniere e l’industria del legno.
Tutti questi sono interessi potentissimi le cui donazioni determinano
chi viene eletto e la gente che trae beneficio da questi contributi
alle campagne elettorali sono alleate alle fonti del denaro. Quindi
tutto il processo viene rimosso dalla rappresentazione del popolo. Il
popolo non fornisce i soldi che eleggono i candidati. E quindi si ha
una situazione in cui l’Europa è solo un vassallo degli Stati
Uniti
Quindi
questi leader non possono nemmeno rappresentare gli interessi del
loro popolo ma devono conformarsi alle politiche degli Stati Uniti.
Perciò si può solamente dire che la democrazia in fin dei conti non
esiste. E’ solo una copertura perché i governi sono incapaci di
rappresentare gli interessi del popolo.
R.
Questo mi ricorda un suo articolo recente. In questo articolo lei ha
denunciato, cito, che dall’Amministrazione Clinton in poi “il
potere di contrappeso dei lavoratori nei confronti del capitale è
svanito”. Questa denuncia significa che dovremmo fare qualcosa per
ribilanciare lavoro e capitale. Cosa dovrebbero fare i lavoratori e
le persone comuni per ribilanciare lo squilibrio nei confronti del
capitale?
R.
E chiaro che non possono fare nulla all’interno di questo sistema.
Ciò che ha distrutto il potere dell’uomo comune negli Stati Uniti
è stato la delocalizzazione all’estero dei posti di lavoro
dell’industria manifatturiera e quando l’industria è stata
delocalizzata all’estero i sindacati sono stati distrutti. E quando
i sindacati sono stati smantellati, la fonte indipendente di
finanziamento del Partito Democratico è stata distrutta e di
conseguenza i Democratici ora devono rivolgersi agli stessi gruppi di
interesse che finanziano i Repubblicani. Devono rivolgersi al
complesso militare-sicurezza, a Wall Street, alle banche e così
entrambi i partiti sono finanziati dalle medesime fonti. Così a
tutti gli effetti c’è un unico partito.
E
quindi all’interno di ciò cosa possono fare i lavoratori
spossessati? Non possono fare veramente nulla all’interno del
sistema. Tutto quello che possono fare è contestare la legittimità
del governo e ribellarsi. E’ l’unica alternativa che hanno. Non
c’è nessuna possibilità di cambiare il sistema dall’interno.
Fin quando protestare vuol dire protestare pacificamente vuol dire
che la gente accetta la struttura e semplicemente cerca di convincere
coloro che hanno il potere che devono cambiare le proprie idee. Ma
questo non avverrà. Non succede mai.
Abbiamo
raggiunto un punto in cui i lavoratori sono spinti ai margini. Non
hanno nessuna influenza non hanno nessuna rappresentanza. E tutto
quello che possono fare è contestare la legittimità del sistema e
ribellarsi. Non c’è nient’altro che possano fare.
D.
È una posizione molto forte.
Molto precisa.
R.
Non lo sto proponendo. Sto solo rispondendo alla sua domanda.
D.
Certo, la comprendo.
R.
All’interno del sistema non hanno praticamente nessun potere. E
tutto questo è dovuto alla delocalizzazione dei posti di lavoro.
Perché ciò ha tolto il loro potere economico. Questo era il potere
che controbilanciava il potere dei capitalisti. Senza i sindacati non
c’è un potere controbilanciante.
D.
Lo scenario che dobbiamo affrontare è molto pericoloso. Grazie
ancora per averci concesso questa intervista. Le voglio chiedere se
ha qualcosa da dire all’audience europeo e italiano. Liberamente.
R.
Tutto quello che posso dire è che i Paesi in Europa che hanno una
così lunga storia non devono rinunciare alla loro sovranità, per
Washington. Devono riconquistare la loro sovranità per proteggere il
mondo dall’aggressione di Washington. Perché questa ideologia
dell’egemonia mondiale è molto pericolosa. E’ un’ideologia
molto pericolosa. Potete vedere i morti e le distruzioni nel Medio
Oriente da tredici anni. Puoi vedere l’ingerenza irresponsabile del
governo degli Stati Uniti in Ucraina, le accuse irresponsabili contro
la Russia, contro la Cina, la costruzione di basi militari sulle
frontiere della Russia e in Asia per bloccare l’accesso della Cina
alle risorse. Tutto questo ci porterà alla guerra. Ma La Russia e la
Cina non sono la Libia o l’Iraq.
Quindi
i Paesi europei dovrebbero recuperare la loro sovranità e
ridiventare Paesi indipendenti . Così da costringere gli Stati Uniti
a mollare questa ideologia della supremazia mondiale.
Essa
è pericolosa per gli Americani, è pericolosa per i Russi, per i
Cinesi, per gli Europei. E’ pericolosa per tutti.
I
tratti salienti del 2015 iniziano a delinearsi. Cercherò in futuro
di analizzarli meglio, ma quelli centrali mi sembrano che vertano su
alcuni punti salienti.
Due
parole sul metodo
Come
al solito non uso una sfera di cristallo, ma un po’ di logica
applicata ai fatti. Alcuni sono fatti certi, altri sono il risultato
di incroci di fonti informative di diversa provenienza e di diversa
tendenza. Non ho servizi di intelligence a mia disposizione e quindi
mi devo accontentare. Quelli che invece si accontentano di una sola
fonte, di fatto si accontentano anche di essere ricettori passivi di
servizi di intelligence. Data l’origine promiscua delle mie
informazioni, requisito essenziale è non fare il tifo per una
parte, ma cercare di essere un lettore equilibrato. Ciò non vuol
dire che il mio cuore non stia dalla parte degli aggrediti, degli
umiliati e degli offesi. L’osservatore puramente razionale e
neutrale è una mostruosa finzione al servizio del pensiero
dominante. Essere equilibrato nell’osservazione e nell’analisi
non vuol dire essere indifferente, bensì analizzare con
disincanto il maggior numero possibile di linee di forza in gioco per
poter intervenire a vantaggio degli aggrediti, degli umiliati e degli
offesi.
Non
solo, per l’analisi del comportamento di entità statali e
dei conflitti in corso tra loro non è né lecito né produttivo
suddividere il mondo tra Buoni e Cattivi. Gli scontri geopolitici
avvengono tra sistemi costituiti di potere che agiscono
guidati dal criterio dell’interesse e dell’opportunità e quindi
attraverso tali criteri devono essere interpretati e analizzati. Cosa
che tra l’altro dimostra l’idiozia di insignire del Nobel per la
Pace, che dovrebbe avere un significato etico, tali entità o i loro
rappresentanti, qualunque essi siano.
Durante
le crisi agiscono in primo o secondo piano anche entitàsubstatali, che possono essere classi o raggruppamenti sociali
di altra natura, o più precisamente rispecchianti le molteplici
nature che emergono o riemergono quando un sistema di sicurezze viene
messo in crisi e si aprono vistose crepe nell’ordinamento sociale,
istituzionale e simbolico che fino a quel momento era stato
sovrimposto all’intera società e in diversa misura accettato.
Un’entità
substatale richiede un’analisi duplice, la prima riguardante la sua
origine economica e sociologica (come ad esempio l’emarginazione) e
quella simbolica e mitologica in senso lato (come la costruzione o
ricostruzione di un’identità attraverso l’adesione a fedeltà
ideali concepite come antagoniste dell’ordine emarginante; queste
fedeltà ideali possono essere totalmente differenti e avere origini
e storie situate agli antipodi: si pensi alla lotta di classe
e allo jihadismo); la seconda riguarda il ruolo di queste
entità nell’ambito dei conflitti tra quei sistemi di interessi e
di rappresentazioni del mondo di ordine superiore che sono appunto
gli Stati, quegli scontri cioè che caratterizzano le grandi linee di
forza di ogni crisi sistemica. Tutto sommato questa è la lezione
leniniana.
E’
bene quindi non applicare agli Stati giudizi di carattere morale per
spiegare l’analisi del loro operato. Ovverosia, è da evitare di
dare agli Stati giudizi etici essenzialistici, del tipo “lo Stato X
è intrinsecamente aggressivo” o “lo Stato Y è amante della
pace”.
Rispetto
alle entità statali, la suddivisione da applicare è di altro tipo.
In questo momento storico ritengo che la suddivisione più pertinente
sia:
a)
potenze che tendono alla guerra, attualmente gli Usa e
poi l’Europa, perché non trovano altre soluzioni alle loro
enormi difficoltà.
b)
potenze che vogliono preservare la pace perché la guerra non
gli conviene, come attualmente la Russia e la Cina.
Questo
è quanto e non rivestirò questa differenza con altre qualità,
riguardanti l’etica o le cosiddette “caratteristiche nazionali”,
se non forse negli elogi o nelle invettive, che non sono moti
propriamente razionali. Non perché l’etica non sia importante o
perché non esistano “caratteristiche nazionali”, che ad ogni
modo non dipendono da apparati simbolici particolari o da fenomeni
metafisici come il “destino manifesto”, bensì dalla collocazione
delle nazioni nella storia e nella geografia. Non uso questi criteri
perché produrrebbero rumori di sottofondo in analisi per forza di
cose stringate e che richiedono perciò di arrivare velocemente al
dunque.
Ho
però sbagliato quando scrissi che dalla signora Mogherini nella sua
carica di Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Sicurezza
della UE, mi aspettavo qualche guizzo di dignità e indipendenza.
Così non è stato. La signora Mogherini si sta comportando come un
ripetitore passivo del Minculpop atlantico. La sua richiesta di nuove
sanzioni alla Russia motivate dal nulla ne è l’ennesima
prova.
E
il nulla è proprio il nulla, nel senso più stretto del termine.
Gli
analisti militari indipendenti hanno stabilito che i proiettili che
hanno ucciso i civili a Mariupol sono stati lanciati dalle forze
armate ucraine, UAF, e caduti su Mariupol per errore (d’altra
parte spessissimo la UAF bombarda a casaccio o con vistosi errori).
Quindi non sono state lanciate dalle forze armate della Novorussia,
NAF, che in quel momento non avevano in corso nessuna operazione
militare nella zona di Mariupol (stavano invece combattendo nella
zona di Donetsk).
In
secondo luogo, che le forze armate russe stiano intervenendo nel
Donbass è stato escluso dal Capo di Stato Maggiore ucraino, generale
Viktor Muzhenko. Una dichiarazione che ha irritato tutto il
menzognificio atlantico:
Le
due motivazioni per le sanzioni quindi semplicemente non esistevano.
Può essere che la presa di posizione della UE sia “diplomatica”
e nasconda manovre dietro le quinte.
Ma mentre la UE fa i suoi giochi
diplomatici e non riesce ad esprimere nessuna politica estera
indipendente, ogni ora che passa in Ucraina si muore.
Il re è nudo
ma la coscienza dei dirigenti europei è invece opaca e anche su di
essa pesano le morti non solo dei civili e dei soldati della
Novorussia, ma anche di tutti quei giovani ucraini mandati allo
sbaraglio in missioni disperate, fallite già prima di iniziare.
In
questi giorni ci sono frenetici incontri incrociati, a Monaco, Kiex e
Mosca, tra Kerry, Mogherini, Poroshenko, Hollande, Merkel, Lavrov e
Putin. È successo sempre così quando la junta è stata
sull’orlo di un disastro militare. E, come vedremo subito, oggi la
junta è sull’orlo dell’ennesimo disastro militare.
Da
questi incontri uscirà qualcosa di più di un ennesimo cessate il
fuoco ad hoc? Lo spero ardentemente, ma non ci credo, non riesco a
trovare nessun ragionevole motivo per crederlo. E Dio solo sa quanto
sarei immensamente felice di sbagliarmi.
La
guerra in Europa nel 2015
Partiamo
quindi da qui. Il 2015 sarà l’anno in cui la crisi ucraina
raggiungerà il punto di catastrofe, in senso matematico. Cioè
subirà un cambiamento di forma radicale.
E’
la prima volta che mi dovrò soffermare sui particolari di un
conflitto armato, ma occorre farlo. La guerra è e sarà uno degli
ingredienti centrali dello sviluppo della crisi sistemica.
I
dati parlano chiaro. La NAF, benché in enorme minoranza numerica
(circa 20.000 combattenti e 15-20.000 addetti alle retrovie, alla
sicurezza e alla logistica) è estremamente piùmotivata
e più efficiente della UAF, a parte gravissimi errori come a Peski e
Avdeevki, dovuti probabilmente a scontri interni alla dirigenza della
Novorussia.
Attualmente
a Debaltsevo circa 6.000-8.000 soldati ucraini, presumibilmente quasi
la metà delle forze ucraine oggi effettivamente in grado di
combattere, stanno per essere definitivamente chiusi in una sacca.
Anzi, recentissime notizie danno la sacca ormai chiusa. Una sorta di
piccola Stalingrado che potrebbe essere feroce se gli ucraini non si
arrendono. In tutti i casi una sconfitta pesantissima per la junta
di Kiev.
La
NAF si è mossa molto lentamente, evitando di utilizzare tutta la sua
potente artiglieria perché la città è piena di civili. Civili
russofoni,
quindi considerati sottouomini dalla junta.
Non dimentichiamo che la
Timoshenko dopo il golpe li voleva eliminare tutti con le atomiche:
Oggi
dovrebbe iniziare l’evacuazione. Un’operazione delicatissima,
perché potrebbe essere boicottata dalla UAF assediata, dato che i
civili sono l’unica ragione per cui l’artiglieria della NAF non
si scatena e perché si presta a sanguinose provocazioni false
flag.
Guardando
il conflitto nel suo complesso, osserviamo che la NAF deve comunque
frenarsi nello slancio. C’è un motivo militare: spingendosi in
avanti avrebbe il problema di consolidare e mantenere linee molto
lunghe con pochissimo personale. Ma c’è un motivo ben più
importante, ed è politico. Mosca non desidera affatto che la NAF si
faccia attrarre dalla prospettiva di un’espansione e tiene a freno
i comandanti militari e politici più focosi, suscitando così accuse
a Putin da parte dei nazionalisti russi di “tradire” il Donbass.
Basta informarsi un po’ per sapere che le cose stanno così. A noi,
al contrario, viene raccontato che Mosca sta spronando la NAF alla
conquista dell’Ucraina. Menzogne costruite scientemente e ripetute
da media ignoranti.
Nel
campo ucraino solo i battaglioni di volontari sono motivati; e
l’ideologia che li motiva purtroppo la conosciamo. La UAF è in
seria difficoltà. Tutti gli ultimi attacchi (quelli che hanno rotto
la tregua) sono stati di fatto missioni suicide, spiegabili solo
dalla volontà statunitense di fare dell’Ucraina un punto di crisi
permanente e di permanente divisione tra Europa e Russia.
“Combatteremo la Russia fino all’ultimo ucraino”, non è
più solo lo slogan virtuale di Washington, ma un dato di fatto. A
volte i comandanti ucraini mentono apertamente ai soldati
sull’obiettivo della missione. Come quei poveracci inviati a
riconquistare il Nuovo Terminal dell’aeroporto di Donetsk ai quali
avevano fatto credere fino all’ultimo che dovevano andare a
“recuperare i feriti”. E’ stato un massacro, come si può
capire da un video:
Avvertiamo
che questo video è la versione non censurata delle immagini
solitamente divulgate; non è un bello spettacolo ma nel vederlo si
capisce l’orrore di quella guerra in mezzo all’Europa, a cui noi,
colpevolmente, non prestiamo la minima attenzione.
Un
alto responsabile degli uffici di reclutamento ucraini ha rivelato
che interi villaggi sfuggono alla coscrizione rifugiandosi in Russia,
aggiungendo “si stenta a crederlo, proprio in Russia”.
Solo una persona obnubilata dall’ideologia di guerra può stentare
a crederlo. Un quotidiano ucraino ha scritto che la 4ª
mobilitazione, l’ultima, ha visto l’80 per cento dei
coscritti rifiutarsi di andare a combattere.
Per
contro la Novorussia ha proclamato la mobilitazione generale. Sarà
su base volontaria, tuttavia i responsabili si aspettano un afflusso
di 100mila uomini e potrebbe non essere solo propaganda.
Se
non interverranno altri fatti, cioè un intervento diretto o
indiretto massiccio della Nato o nuovi negoziati di pace, ciò
che si può quindi prevedere è che la NAF nel 2015 conquisti Odessa
e Mariupol, dando così continuità territoriale alla Crimea e
tagliando fuori Kiev dall’accesso al mare. A quel punto si fermerà.
Non andrà ad assediare Kiev, ma attenderà la mediazione
internazionale. Se ci sarà. E si può anche prevedere che Mosca a
quel punto avrà parecchie difficoltà a rifiutare per la seconda
volta la richiesta dei territori controllati dalla NAF di essere
annessi alla Russia.
La
junta di Kiev è nel panico e in questo 2015 rischia di
frantumarsi. Assediato dalla destra ultrà (a Kiev ci sono ripetute
manifestazioni antigovernative dei battaglioni di volontari nazisti
che protestano contro il progetto di loro scioglimento) e prostrato
dal disastro della sua “offensiva invernale”, nessun analista
sano di mente oggi scommette un euro sulla vita dell’oligarca
Poroshenko, primo ministro della junta (se il governo
pre-golpe faceva gli interessi degli oligarchi, il governo dopo-golpe
è direttamente in mano agli oligarchi, un gran passo in
avanti).
Poroshenko
ha capito che l’esistenza sua e quella dell’Ucraina dipendono
dalla pace con la Novorussia (per questo vuole sciogliere i
battaglioni di volontari, che vedono la pace come il fumo negli
occhi, visto che la sola ragione per cui esistono e hanno un ruolo è
la guerra). Oggi la sua propensione al compromesso è spalleggiata
anche dal mondo degli affari, persino dai settori che erano più
oltranzisti. E non a caso Putin gli ha fin da subito teso la mano,
riconoscendo le elezioni di maggio, pur pesantemente viziate
dall’esclusione dei partiti di opposizione e di larghe regioni del
Paese, e non riconoscendo invece ufficialmente le elezioni di
novembre nel Donbass(attirandosi anche
in questo caso feroci critiche dai nazionalisti russi).
Come
è stato detto, Putin preferisce una cattiva pace a una buona
guerra. Una verità che in Occidente è da nascondere, perché il
presidente russo deve essere a tutti i costi demonizzato. Anche nel
suo caso è iniziato l’accostamento a Hitler. Un classico: Hitler-Milosevic, Hitler-Saddam, Hitler-Ahmadinejad, Hitler-Gheddafi,
Hitler-Assad e adesso Hitler-Putin.
Putin
invece sa che un’Ucraina unita e federale sarebbe lo scenario più
vantaggioso per la Russia e un punto di ricucitura con la UE. Lo
sanno bene anche negli Usa. E quindi se il deciso hard-power
statunitense avrà la meglio sull’indeciso soft-power di
Obama le cose si metteranno molto male per Poroshenko, per l’Ucraina
e per l’Europa intera.
Ci
si può immaginare la signora Clinton, che stufa di una politica
estera in confusione, stufa delle micro-fronde e delle
micro-diplomazie sotterranee europee, dice; «Obama,
move over there,
let me work! And
you, European ”leaders”, shut the fuck up! Line
the fuck up! Fuck the Eu!».
Purtroppo
gli ultimi sviluppi mostrano un Obama assediato e costretto, almeno
apparentemente, ad adeguarsi alle richieste dei falchi, cioè aiuti
letali all’Ucraina e sostegno massiccio anche politico al partito
della guerra, ovvero all’ultra destra nazionalista. In questo
scenario Poroshenko sarà visto con crescente sospetto dagli Usa e
sempre più contestato da nazisti e nazistoidi.
Alla
fine, potrebbe essere più utile come vittima sacrificale di un
attacco terroristico false flag, mettiamo al Parlamento di
Kiev. Una sorta di incendio del Reichstag.
Altre
opportune vittime dello stesso attentato, cioè i capi dell’ultra
destra, farebbero scattare una decomposizione tribale dell’Ucraina,
con presa del potere da parte di isterici signori della guerra e con
bande di nazisti alla caccia degli oppositori e specialmente dei
russofoni che sarebbero costretti a formare bande di autodifesa. Il
caos imperiale al suo apogeo. Il massimo a cui possono
attingere gli Usa a meno di dichiarare apertamente guerra alla
Russia. O a meno di una revisione radicale della loro strategia.
Evento ad oggi inconcepibile, e vedremo perché.
Il
caos imperiale nel 2015
La
crisi sistemica genera caos sistemico che decompone le società in
quelle formazioni sociali che lo sviluppo aveva incastrato e
accomodato in un sistema garantito da patti costituzionali. I
nazionalismi etnici e religiosi, tutta la varietà di particolarismi
oggi sotto i nostri occhi, sono un risultato di questa
decomposizione, iniziata in una larga parte del mondo all’inizio
degli anni Novanta, quando le riforme neoliberiste hanno
codificato la crisi sistemica. Ecco perché anche le Costituzioni
devono essere “riformate”. Perché in quella guisa oggi non
servono più.
Laddove
si ha interesse a limitare o tenere sotto controllo la decomposizione
sociale occorre che si instauri uno stato autoritario, che
imponga un nuovo senso comune, che non può più far leva su
uno sviluppo esistente ma dovrà ricorrere alla mitologia di un
nuovo sviluppo legata alla realtà di una situazione di
guerra. Guerra con un nemico interno o esterno. È ciò che sta
succedendo negli Usa e nella UE.
Ma
altrove l’impero del caos cerca di utilizzare per i suoi fini ogni
forma di divisione, sociale, etnica, culturale, religiosa, per far
fallire compagini statali non asservibili. Che altro è il Piano per
il Medioriente del ministro
degli Esteri israeliano, Oded Yinon,
presentato nel 1982? Che
altro voleva dire il “take
out” di Iraq, Siria,
Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran, deciso dal Pentagono fin dal
2001 e rivelato
dal generale Wesley Clark?
A
questi Paesi si è aggiunta da un anno l’infelicissima Ucraina,
centro di snodo dell’Europa geografica e politica.
La
UE non ha nessuna intenzione di pagare la sopravvivenza dell’Ucraina,
e nemmeno gli Usa. L’insidioso Soros ha calcolato che servirebbero
50 miliardi di dollari all’anno. Ma gli alleati della junta
hanno pianificato solo 20 miliardi in tre anni. Aspettiamoci una
migrazione biblica da quel Paese, in parte verso la Russia e in parte
verso la UE. Una migrazione che porterà con sé rancori per il
nostro tradimento e la consapevolezza che li abbiamo usati come carne
da macello contro i Russi. Una migrazione che porterà nella UE anche
un gran numero di persone radicalizzate a destra, piene di rabbia e a
volte addestrate militarmente; una sorta di rientro di jihadisti.
Per
molti osservatori l’Ucraina è ormai uno Stato fallito. Obama è
entrato nell’usuale trip decisionale (armo la junta,
non armo la junta,
armo la junta).
Quella confusione e quella indecisione che gli sono state
rimproverate. L’ultima mossa è stata una rivendicazione della
paternità del regime
change, ammettendo pochi
giorni fa alla CNN che Washington “had
brokered a deal to transition power in Ucraine”.
Vuol dire che armerà veramente la junta
prima della fine dell’inverno, quando è verosimile un’offensiva
della NAF? O sta prendendo tempo nei confronti dei falchi, mentre
pensa che la strategia migliore sia lasciare l’Ucraina nel caos
imperiale, come immensa gatta da pelare per la UE e la Russia? Con il
rischio però che questa gatta da pelare invece che fonte di dissidio
diventi motivo per una riconciliazione tra Bruxelles e Mosca? Ma se
c’è riconciliazione, le probabilità di successo della
Transatlantic Trade and
Investment Partnership
(il Ttip) si riducono al
lumicino. E gli Usa si ritroverebbero potenti ma quasi isolati,
essendo a un punto morto anche le trattative per la parallela
Trans-Pacific
Partnership (Tpp).
Sono
eventualità che Obama non può controllare e che impensieriscono i
falchi.
Ed
è possibile un’escalation in Ucraina e una de-escalation
in Medioriente? C’è da dubitarne.
Putin
per ora non ha sbagliato una mossa. Ha usato le sanzioni per rendere
autonoma la Russia in molti settori e ha stretto un numero
straordinario di accordi economici e finanziari coi sei settimi di
umanità che circondano l’Occidente in crisi (senza contare che
lo stesso interscambio tra Usa e Russia è aumentato del 7% da quando
sono iniziate le sanzioni). È riuscito a non far coinvolgere il suo
Paese nel conflitto e a riprendersi la Crimea senza colpo ferire. Ma
nonostante la sua accortezza e pazienza, la crisi ucraina potrà
finire solo con tre scenari: a) una provocazione diretta contro la
Russia con suo inevitabile coinvolgimento nel conflitto; b)
un’Ucraina a pezzi e al collasso, abbandonata dall’Occidente
e lasciata come problema alla sfera d’influenza della Russia e -
nelle intenzioni, ma non è detto - come causa di perenne discordia
con l’Europa; c) una negoziazione seria tra Russia e UE con
all’ordine del giorno la denazificazione dell’Ucraina, la
sua neutralità e la ricostruzione del Paese.
Per
ora l’unica mossa consentita alla UE dal suo padrino d’oltre
Atlantico è stata l’estensione di sanzioni talmente
imbarazzanti e controproducenti che vengono proclamate a gran voce ma
la cui precisa definizione viene rimandata nella speranza che succeda
qualcosa.
L’Europanel 2015
Le
nuovi sanzioni, se saranno prese, non hanno nessuna possibilità di
danneggiare la Russia. Ma sono un pesante segnale di subordinazione
alla logica della contrapposizione. Segnali che costano morti.
Tuttavia
sembra che la diplomazia della Grecia di Syriza abbia giocato
un ruolo importante nel frenare la UE da decisioni affrettate e
troppo pesanti riguardo Mosca. Io non sono un tifoso tripudiante di
Syriza, ma prendo le distanze da una sinistra italiana che,
dimenticandosi di essere la più incapace d’Europa, si è lanciata
in una sequenza di critiche massimaliste e puriste al nuovo governo
greco, senza nemmeno dargli il tempo di insediarsi e orientarsi nel
potere. Vedo anch’io alcuni segnali preoccupanti ma credo che sia
d’obbligo non affrettarsi nel giudizio.
Secondo
molti puri e duri, il governo greco in due giorni avrebbe dovuto: a)
proclamare il default, b) uscire dall’Euro, c) uscire dalla Nato,
d) opporsi con un veto alle nuove sanzioni contro la Russia.
L’unica
maniera che il nuovo governo greco avrebbe per fare queste cose
dall’oggi al domani senza un contraccolpo catastrofico passa
attraverso una militarizzazione della società, previa sostituzione
di tutte le linee di comando dei militari greci (che hanno espresso i
famigerati “colonnelli” negli anni Sessanta-Settanta) a sostegno
di una mobilitazione di massa continua.
La
nostra sinistra, maestra delle concettualizzazioni pure e dure, ha da
tempo perso di vista la realtà materiale, sperduta così com’è
nel concetto e nei modelli. Si dimentica ad esempio che la Grecia ha
11 milioni di abitanti, non 1.100 milioni. Non ha la bomba atomica ma
un esercito striminzito di meno di 90.000 uomini. Ha meno di 132.000
kmq e non 9 milioni. Dove va con la Dracma un Paese così? Qual è la
potenza politica, militare, economica e finanziaria che starebbe
dietro alla nuova Dracma, che la sosterrebbe in una crisi sistemica
teatro di battaglia di contendenti colossali? Una Dracma non
ereditata dalla storia e quindi inserita in qualche modo nei giochi
finanziari ed economici attuali, ma nata da una rottura con l’Europa,
con la Nato e con gli Stati Uniti?
Non
è lecita la prudenza? Non è lecito sondare il terreno,
cercarsi prima degli alleati sicuri e con la possibilità di
intervenire? È difficile ricordarsi cosa succedeva ai Paesi in odore
di defezione durante la Guerra Fredda? Ci siamo già scordati di
Gladio? Ci siamo già scordati delle bombe in Italia per dieci anni
consecutivi? Ci siamo scordati, per l’appunto, dei Colonnelli
greci? E la guerra allora era fredda mentre oggi è già molto
calda. E la crisi sistemica era agli inizi, non era arrivata ai
livelli di oggi che non lasciano più molto spazio di manovra.
È
vero, ripeto, ci sono indizi preoccupanti su come si muoverà Syriza.
Ma per ora sono solo indizi, non prove. Alla fine dell’anno ci
saranno le elezioni spagnole. Ma già da prima, con la semplice
prospettiva di una vittoria di Podemos, l’Unione Europea
dovrà fare parecchi conti. Senza parlare delle elezioni britanniche
in maggio che potrebbero dare molto fiato alle posizioni cosiddette
“euroscettiche”. E spero che non si obietti l’ovvietà che
l’Ukip non è di sinistra. Il quadro sta cambiando. Potrebbe non
essere un cambiamento sufficiente, ma un cambiamento è in atto.
Non
per nulla la Bce cerca di arrivare a più miti consigli, e vara in
barba a una quasi impotente Germania il quantitative easing
(QE) di Mario Draghi. Ovviamente, come vedremo, non è l’unico
motivo per cui lo fa. E inoltre bisogna vedere i vincoli e le
costrizioni a cui la Germania cercherà di sottoporre la decisione di
Draghi. Ad esempio il QE potrebbe venire incontro alla Grecia.
Sarebbe la cosa più naturale. Ma potrebbe anche essere usato in modo
discriminatorio per ricattare ancora di più Tsipras. Le recentissime
dichiarazioni di Mario Draghi sembrano accreditare
quest’ultima ipotesi. Ma attenzione alle apparenze. Attenzione alle
declamazioni. Attenzione allo spettacolo che avviene sul
palcoscenico, perché è più importante il backstage. Attenzione a
non urlare “al lupo! al lupo!” prima di controllare se il lupo è
alla catena.
Ad
ogni modo c’è chi dice che è tardi per il QE e chi dice
che è insufficiente. La realtà è che comunque vada servirà solo
come lenitivo per guadagnare un attimo di respiro e avrà come
effetto netto finale l’inasprimento della crisi. A meno che non
si riconsideri tutta la costruzione europea e il nostro “modello di
sviluppo” (termine che non amo) fin dalle radici.
La
crisi finanziaria nel 2015
Con
molta probabilità il 2015 sarà infatti anche l’anno della nuova
crisi finanziaria. Non possiamo dire molto sul futuro dell’Europa
se non vediamo più da vicino questo punto.
La
prossima crisi finanziaria sarà peggiore di quelle precedenti per il
semplice motivo che tipicamente nel tentativo di superare una crisi
si creano effetti che vanno a ingigantire esponenzialmente la
crisi successiva, e così via.
È
impressionante constatare sui grafici come dal 2000 il prezzo
dell’oro fisico sia cresciuto nella stessa ragione della sua
crescita dopo il Nixon
shock, cioè dopo
l’inizio della crisi sistemica attuale. Solamente negli ultimi tre
anni si è abbassato grazie alle manovre
sull’oro cartaceo (futures)
tese a sostenere il corso del Dollaro.
Cosa
che - classico effetto inintenzionale - ha consentito alla Cina
e alla Russia di acquistare quantità straordinarie di oro
fisico in vista della prossima crisi finanziaria globale e della
progressiva sostituzione del Dollaro nel commercio mondiale.
Poco
da stupirsi se “Holt unser Gold heim!”, rimpatriamo il
nostro oro, sia da tempo un motto molto popolare in Germania. Non si
sa mai, meglio far ritornare alla base le 2.400 tonnellate d’oro
depositate negli Usa e in altri Paesi, in particolare in Inghilterra
e Francia. Ma i tedeschi quell’oro non lo avranno mai indietro.
Gli Stati Uniti praticamente non hanno più un’oncia di quel
metallo e i pochissimi lingotti che hanno restituito alla Germania
erano probabilmente quelli rubati alla Libia, un furto che è costato
qualche decina di migliaia di morti. Farne sparire le origini è
infatti una delle più plausibili spiegazioni che sono state date
all’inspiegabile fatto che i lingotti sono stati rifusi dalla
Bundesbank. Ad ogni modo, con una media di 78 tonnellate all’anno,
stando alle dichiarazioni della stessa BuBa, la Germania dovrà
attendere 30 anni per rivedere tutto il suo malloppo. Ma tutti sanno
che sarà un’attesa vana. A partire dalla BuBa, che infatti aveva
inizialmente chiesto indietro solo 300 delle 1.500 tonnellate
depositate a New York e si era preoccupata poco del ritmo lentissimo
di rientro, fino a dichiarare che in fin dei conti l’oro tedesco
stava benissimo anche negli Usa. Per poi ricredersi per le pressioni
di un agguerrito comitato e probabilmente per i nuovi calcoli
economici, finanziari e politici che si sono fatti.
Un
analogo problema lo stanno sperimentando Belgio e Olanda, gli unici
in Europa che abbiano iniziato un piano di rimpatrio dell’oro.
L’Italia, che ufficialmente possiede la terza riserva del mondo,
cosa aspetta? Non vuole irritare la Fed o ha stabilito che tanto è
fiato sprecato? Qualcuno si sta chiedendo perché i Paesi europei di
“area tedesca” stiano cercando di rimpatriare il loro oro?
Qualcuno si è chiesto perché Russia e Cina lo accumulino a ritmi
mai visti prima nella storia?
Facciamoci
allora un’altra domanda: il QE di Mario Draghi seguirà la stessa
sorte del QE di ShinzoAbe (o più precisamente del QQE,
perché il Governatore Kuroda-san pretende che sia anche
“qualitative” oltre che quantitative - non per
nulla son giapponesi)?
La
domanda da porsi è se il QE, o QQE, europeo sia, parimenti a quello
asiatico, un tentativo di aumentare l’inflazione nella speranza di
rilanciare l’economia reale. È una domanda importante perché in
Giappone, come si sa, non ha funzionato. Il reddito delle famiglie è
sceso del 6% e il Pil del 7%. In compenso si sono formatebolle speculative più grandi di quelle già rovinose del
“decennio perso” dell’economia nipponica. Un periodo nero,
voglio ricordare, innescato dal Plaza Accord del 1985 che di
fatto è da considerare come il canto del cigno del potere di
lobbying dell’economia reale statunitense prima della
finanziarizzazione selvaggia iniziata alla fine degli anni Ottanta e
consacrata nel 1995 da un accordo opposto chiamato, infatti, Reverse
Plaza Accord (gli accordi del 1985 non erano altro che
l’imposizione forzata da parte degli Usa della rivalutazione dello
Yen - che viene però incensato da qualcuno in quanto esempio di
“moneta indipendente”).
Un
effetto sicuro della Abenomics è stato quello di indebolire
lo Yen senza per altro riuscire a ridurre l’enorme debito pubblico,
240% del Pil. In altre parole il Giappone è come un’enorme Grecia,
col vantaggio formale di avere una moneta e una banca centrale
indipendenti e quello sostanziale di essere la terza economia del
mondo, quindi too big to fail, e, soprattutto, di essere
geopoliticamente strategico per gli Usa.
Ciò
nonostante, più di un analista non esclude un futuro default del
debito sovrano e un collasso dell’economia del Sol Levante.
L’Europa
sta per diventare il Giappone occidentale?
Il
QE europeo è un aiuto agli Usa per bilanciare il famoso tapering
della Fed, che stenta ad essere implementato, dopo trilioni di
dollari stampati e messi in circolazione? Trilioni che non
hanno sortito sull’economia reale un grande effetto, se sono
veri i dati di una caduta a picco dei prezzi dei beni industriali
negli Usa, cosa che farebbe direttamente a pugni col +5% di Pil
sbandierato da Obama.
La
realtà è che questi trilioni, come vedremo, hanno gonfiatonuove bolle speculative.
Analisti
di lungo corso operanti quotidianamente sui mercati, suggeriscono di
sostituire il termine “Teoria monetaria” con “Bubbleology”,
scienza delle bolle monetarie. La loro analisi della crisi
solitamente non va molto indietro al 2008, anno dello scoppio della
bolla immobiliare (d’altronde da noi non si va quasi mai indietro
al 2000, anno dell’Euro), tuttavia sono persone concrete, poco
avvezze alla (inconsistente) teoria ma spaventate dalla (consistente)
pratica. E quindi il suggerimento è molto pertinente.
La
Cina dal canto suo ha deciso di utilizzare lo stesso antidoto
per contrastare l’indebolimento della propria economia. E quindi
non c’è da stupirsi che lo stesso effetto sia stato raggiunto: una
bolla borsistica. Per loro fortuna la bolla è scoppiata
abbastanza alla svelta. Forse perché sono cattivi “comunisti” e
hanno un governo centrale molto occhiuto. Ad ogni modo, dato che
l’Impero di Mezzo ha i migliori “fondamentali” economici del
mondo, la vicenda cinese è una riprova di quanto stiamo dicendo:
quando la crescita della base monetaria e degli strumenti creditizi
diventa non una leva per la crescita dell’economia reale ma il
sostituto di questa crescita, le bolle speculative sono
inevitabili.
La
discesa a picco del prezzo del petrolio ha solo parzialmente
danneggiato l’economia del babau russo, ma avrà invece effetti
molto brutti in Occidente. È fantastico che fino a ieri il prezzo
crescente del petrolio fosse visto come il peggior incubo - tanto che
una delle giustificazioni dell’Euro era che costituiva uno scudo
rispetto alla crescita dei prezzi dell’energia - e oggi ci dicono
invece che è tutto il contrario. Come mai? Schizofrenia?
Il
fatto è che il prezzo alto del barile era un problema per l’economia
reale. Ma il prezzo basso è un grossissimo problema per un’economia
finanziarizzata. Solo per fare un esempio, si prenda il Canada, dove
l’enorme bolla immobiliare (più grande di quella statunitense del
2008, secondo gli esperti) rischia di scoppiare dato che non è più
sostenuta dall’alto prezzo del petrolio. Ed è solo un esempio.
Di
tipo peculiare sono poi le sofferenze per il circuito “mercato
delle armi-mercato del petrolio”, col risultato che uno dei pochi
settori dell’economia reale che ancora tira, quello (orrendo) della
produzione di armamenti, rischia una forte riduzione.
La
situazione in Canada è un esempio di come l’economia
finanziarizzata e quella reale, non solo divergano in misura
geometrica, ma abbiano anche logiche contrastanti.
Per
quale motivo Renzi e Padoan hanno deciso di rendere scalabili le
Banche Popolari? Per quale motivo stanno stravolgendo
la natura e la missione della Cassa Depositi e Prestiti? Perché
hanno deciso di svendere quei pochi istituti finanziari che ancora
avevano legami con l’economia reale e coi cittadini? Perché
vogliono privatizzare quel mondo e quell’altro? C’è un unico
vero motivo, al di là dei side-effect: per fornire alle
fauci insaziabili della finanza un po’ di carne fresca e rimandarne
per qualche tempo il suo collasso. Perché il nostro debito
pubblico aumenta nonostante un’austerity feroce, se non,
essenzialmente, per la trasformazione delle sofferenze finanziarie
private in sofferenze pubbliche?
E
allora ci si domanderà: perché di quell’enorme flusso di soldi
generato finora negli Usa e in Europa, solo miseri rivoli sono
arrivati all’economia reale, e la stessa cosa è destinata a
ripetersi col QE europeo?
Esiste
una risposta sbagliata e una risposta giusta.
La
risposta più semplice è nota ed è divulgata sia a destra sia a
sinistra: è in atto da tempo un complotto dei banchieri
massonico-giudaici. Questa è la risposta sbagliata! I banchieri e i
finanzieri, che siano framassoni o non lo siano, che siano ebrei o
gentili, sono solo agenti (non innocenti) di un fenomeno più
generale e oggettivo.
La
risposta giusta, infatti, è che imprestare soldi a una economia
reale che non produce sufficienti profitti o non ne produce affatto,
equivale a un prestito a fondo perduto. I soldi vanno solo dove se
ne producono altri e in Occidente questo luogo da decenni è la
finanza speculativa. E se il denaro prodotto dal denaro è carta
straccia tanto quello prestato lo si vedrà solo se qualcuno non ne
riconosce più il valore. Chi minaccia di farlo è, ovviamente,
passibile di eliminazione fisica. Lo potranno fare, quando lo
riterranno conveniente, solo in pochi, bene armati: la Cina, la
Russia, forse l’India. Succederà nel 2015? Sarà una catastrofe o
sono ancora possibili sgonfiamenti pilotati delle bolle? Chi ne farà
le spese?
L’impero
nel 2015
Ecco
allora l’importanza centrale dei giochi geopolitici di alleanza e
di conflitto nella crisi sistemica. Gli Usa sanno benissimo che il
bluff finanziario smetterà di reggere quando esso metterà
seriamente a repentaglio lo sviluppo cinese e quello russo, oltre a
quello dei loro alleati di fatto o di diritto. Questo bluff serve a
mantenere l’egemonia planetaria statunitense sul mondo e, di
converso, l’egemonia serve a sostenere il bluff. Per gli Usa è
vitale, a meno di riformare la propria società fin dalle radici.
Cosa che nemmeno il più audace dei candidati alla Casa Bianca
oserebbe mettere nel suo programma: per cose infinitamente più
timide, l’esclusione a priori dalla corsa presidenziale è certa e
l’eliminazione fisica quasi.
Allora
occorre indebolire i competitor. Si suscitano così “primavere”
sulla sponda Sud del Mediterraneo per escludere da quei paesi la
Russia e la Cina e contemporaneamente creare un cordone sanitario
rivolto all’Europa, per scongiurare ipotesi di politiche
indipendenti del Vecchio Continente; e per completare l’opera, dopo
aver capito che un attacco diretto in Medioriente era troppo
rischioso, si è consentito che un esercito di decapitatori,
lapidatori e tagliagole dilagasse nella Mezzaluna Fertile. Poi ci si
rivolge all’Europa e si scatena un golpe nazista a Kiev con tanto
di minaccia di pulizia etnica degli ucraini russofoni, per suscitare
la prevista reazione della Russia, sanzionarla, aprire un fronte
orientale di guerra anche in Europa e stringere così a coorte il
Vecchio Continente, per metà imbelle e per metà comprato.
Ma
gli effetti sono spesso inintenzionali. Russia e Cina cementano
un’alleanza inimmaginabile fino a qualche anno prima, che
riguarda infrastrutture, energia, armamenti, cibo, tecnologia.
L’India tiene i piedi in due staffe e rifiuta di sbilanciarsi
verso gli Usa.
Il
Dollaro, che gli Usa vogliono strenuamente difendere, si trova così
sempre più alla mercé dei grandi competitor, specialmente della
Cina. Se gli Stati Uniti non riescono a imbrigliare l’economia
cinese in una nuova mondializzazione, innanzitutto finanziaria,
l’affondamento del Dollaro può essere solo questione di tempo e di
scelta politica. In sole due mosse: 1) vendita degli immensi asset
finanziari denominati in dollari posseduti dalla Cina, 2) vendita dei
dollari guadagnati con la prima vendita. In pochi minuti, anni di
Quantitative Easing
verrebbero vanificati (si veda quanto
ha scritto in proposito l'ex sottosegretario al Tesoro di Reagan,
Paul Craig Roberts). Questa sarebbe la mossa
finanziaria, quella
cinese. Dal canto suo la Russia potrebbe attuare la mossa
energetica, tagliando gas
e petrolio all’Europa Occidentale.
Sarebbero
mosse rischiosissime, è più che evidente, ma potrebbero essere
obbligate in assenza di negoziazioni serie e globali sul disarmo,
l’economia e la finanza. E quindi, in definitiva, sul Potere.
L’alternativa per Cina e Russia è attendere nella speranza che
Washington non lanci un attacco nucleare. Una speranza e un’attesa
che rischiano seriamente di essere vane, perché tutte le mosse
intermedie degli Stati Uniti hanno mostrato ritorni progressivamente
decrescenti ed effetti inintenzionali disastrosi. E le mosse rimaste
sono poche e verosimilmente non migliori di quelle precedenti.
Come
conseguenza, la forza di attrazione degli Usa e dell’Occidente
scema senza soste, mentre quella del nuovo asse euroasiatico aumenta
allo stesso ritmo.
La
guerra e la pace nel 2015
Dato
questo quadro, si capisce perché l’hard power statunitense
accusi
Obama di avere una strategia confusa e proponga invece un uso
diretto e massiccio della forza militare. Un uso, però,
rischiosissimo, perché di fronte ci sono potenze che a detta di Paul
Craig Roberts, possono singolarmente far polpette degli Usa. Roberts
non afferma ciò per perorare un massiccio riarmo statunitense. Al
contrario, quel che vuole è un ridimensionamento della potenza degli
Usa e la loro accettazione di negoziati globali. Cioè il
riconoscimento che l’epoca dell’egemonia incontrastata degli Usa
sta tramontando. Un processo testimoniato dal fatto che dall’inizio
del millennio gli Stati Uniti sono permanentemente in guerra con
quasi tutto il mondo.
Con
gli Usa presi in mezzo a queste contraddizioni, si capisce perché il
boccino del QE, che anche in Europa non potrà mai essere un QQE, sia
ora passato all'Unione Europea.
Nell’ambito
di questa nuova politica monetaria espansiva è verosimile un
allentamento dell’austerity e l’accomodamento di parte delle
esigenze dei PIIGS, a partire dalla Grecia (a meno di un’impuntatura
da parte della Merkel per far saltare tutto e uscire dall’Euro
dando la colpa agli altri). Anzi, i PIIGS potrebbero diventare i
migliori alleati di questa novella politica Fed-Bce che
soppianterebbe quella della Troika.
Cosa
ciò possa significare per il futuro dell’Euro e della UE non è
facile da capire. Innanzitutto perché nonostante le apparenze sarà
più una scelta politica che non economica. In secondo luogo perché
nel corso del processo potrebbero prendere forza dinamiche più
radicali dovute alla crescente paura per l’aggressiva politica
imperiale e all’insoddisfacente recupero economico e sociale (se la
fonte finanziaria all’origine è più copiosa, il rivolo che
arriverà all’economia reale sarà più grande, ma sarà sempre un
rivolo). Non solo. È da escludere un effetto uniforme nel tempo,
nelle regioni europee e in tutti i settori dell’economia europea.
Gli effetti saranno a macchia di leopardo sia nel tempo che nello
spazio.
Anche
i quattro QE statunitensi hanno generato effetti contrastanti. Ad
esempio dopo i primi due c’è stato un ribasso della Borsa, ma dopo
il terzo e il quarto un rialzo. L’effetto netto comunque è stato
l’indebolimento del Dollaro e l’approfondimento della frattura
del mercato internazionale.
L’annuncio
del QE europeo ha già provocato la nota reazione della Banca
Nazionale Svizzera, una reazione che alla Borsa di Zurigo è costata
100 miliardi di franchi. Certo, l’Euro indebolito sta facendo
tirare un po’ il fiato agli esportatori, ma in un mercato
mondiale diviso in due, quanto lunga sarà questa boccata d’aria?
Certo, se il Ttip verrà firmato i grandissimi esportatori ne avranno
notevoli guadagni, ma per il resto della società si tratterà di
raschiare il fondo del barile a prezzi altissimi in termini di
democrazia, diritti, salute e ambiente.
Tuttavia
il problema centrale rimane l’accumulo mostruoso di capitale
fittizio rispetto alle possibilità dell’economia reale. Un
accumulo che come il famoso tirannosauro di Jurassic Park si
avventa su tutto ciò che si muove nell’economia reale e,
soprattutto, si configura come il più grande problema economico
della nostra epoca.
Ci
sono troppi capitali accumulati per un singolo mondo. Figurarsi
per un mondo diviso in due. E “troppi” significa che questi
capitali rischiano di essere considerati per quel che sono, cioè
carta straccia. Quadrilioni di potere, ovvero di possibilità
di mobilitare risorse, che diventano improvvisamente carta straccia.
Questo è l’incubo. Il loro incubo. Capitali in forte
“esubero” possiamo dire. Milioni di miliardi pronti per essere
macellati. E non è solo un problema occidentale. È un problema
dell’accumulazione di capitale, anche se oggi è principalmente un
problema storico dell’Occidente.
Non
c’è quindi da stupirsi che qualcuno in Occidente pensi che la
guerra sia la sola igiene del mondo. D’altra parte, non ha mica
tutti i torti: senza più il mondo ogni vincolo materiale scompare e
di conseguenza i problemi. L’apogeo dell’economia virtuale.
Che significa e come si è svolta l’oscura uscita di scena di Osama bin Laden? Che fine ha fatto Al-Qa’ida, ed è mai stata come ci hanno raccontato? Chi sta andando al potere in Egitto e altrove, dopo le primavere arabe, e in che modo gli Stati Uniti tentano di controllare la riorganizzazione del potere? Chi sono i cirenaici a sostegno dei quali gli USA e noialtri abbiamo deciso di far guerra a Gheddafi? Eroici difensori della libertà o i complici di turno dell’impero? Che svolgimento avranno i tesissimi rapporti con Iran e Siria? In che modo la crisi dei Paesi europei più deboli è legata alla guerra euro-dollaro? E che cosa stanno tentando di fare gli Stati Uniti, segretamente o meno, per controbilanciare la rapidissima ascesa cinese?
Tante questioni che i nostri media lasciano irrisolte, trovano qui, grazie alla penna acuminata di Giulietto Chiesa e Pino Cabras, una luce nuova. Se non rasserenante, almeno molto chiara: sullo sfondo di una guerra globale per il momento a (relativamente) bassa intensità, il ruolo degli Stati Uniti di Obama – oramai non diverso dai predecessori, e in fondo espressione più correct degli stessi interessi reali – è quello di un impero al declino, gravato dall’immenso debito, dallo svuotamento della democrazia e dalla feroce concorrenza internazionale, che tuttavia dovrà vender cara la pelle. Il più cara possibile: e a pagare potremmo essere tutti noi
Chi cura questo blog
Pino Cabras (1968) è laureato in Scienze Politiche e lavora in una finanziaria d’investimento, per la quale ha curato diversi programmi negli Stati Uniti e in Asia. Ha pubblicato "Balducci e Berlinguer, il principio della speranza" (La Zisa, 1995), "Strategie per una guerra mondiale" (Aìsara, 2008); con Giulietto Chiesa ha pubblicato "Barack Obush (2011), uscito nel 2012 in edizione russa con il titolo «Глобальная матрица» (Global'naja Matrica). E' condirettore del sito www.megachip.info e co-fondatore della webTv PandoraTv.it.
Pino Cabras
Complotti e complottismi
dal libro "Strategie per una guerra mondiale":
Se volete mettere in cattiva luce qualcuno che scrive o parla scostandosi dalla corrente principale delle spiegazioni di certi grandi fatti, bollatelo come ‘teorico della cospirazione’, o ‘complottista’. È uno stigma molto comodo, un potente silenziatore, una densa notte che cala su tutte le vacche e le fa tutte nere... [leggi tutto]
DIETRO GLI ESPERTI MILITARI IN TV, IL PENTAGONO MUOVE I FILI Versione italiana di un'inchiesta di David Barstow comparsa su «The New York Times» il 20 aprile 2008: [LEGGI QUI]
Sul giornalismo
"Periodismo es difundir aquello que alguien no quiere que se sepa, el resto es propaganda".
Giornalismo è diffondere quel che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda.
(Horacio Verbitsky)