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2 marzo 2016

Il drone Italia verso la Libia

di Manlio Dinucci.



Recitando la parte di Stato sovrano, il governo Renzi ha «autorizzato caso per caso» la partenza di droni armati USA da Sigonella verso la Libia e oltre. 
Quando è noto che già nel 2011 fu un drone USA Predator Reaper, decollato da Sigonella e teleguidato da Las Vegas, ad attaccare in Libia il convoglio su cui si trovava Gheddafi, spingendolo nelle mani dei miliziani di Misurata.

L’Italia entra così nell’elenco ufficiale delle basi dei droni USA da attacco, sotto esclusivo controllo del Pentagono, insieme a paesi quali Afghanistan, Etiopia, Niger, Arabia Saudita, Turchia.

Il ministro degli esteri Paolo Gentiloni, precisando che «l’utilizzo delle basi non richiede una specifica comunicazione al Parlamento», assicura che ciò «non è preludio a un intervento militare» in Libia.

Quando in realtà l’intervento è già iniziato: forze speciali statunitensi, britanniche e francesi – confermano il Telegraph e Le Monde – stanno segretamente operando in Libia. Dall’hub aeroportuale di Pisa, limitrofo alla base USA di Camp Darby, decollano in continuazione aerei da trasporto C-130 (probabilmente anche statunitensi), trasportando materiali militari nelle basi meridionali e forse anche in qualche base in Nordafrica.

Nella base di Istres, in Francia, sono arrivati aerei USA KC-135 per il rifornimento in volo dei cacciabombardieri francesi. L’operazione è diretta non solo alla Libia. Istres è la base della «operazione Barkhane», che la Francia conduce con 3mila militari in Mauritania, Mali, Niger, Ciad e Burkina-Faso.

Nella stessa area e in Nigeria operano gli USA con forze speciali e una base di droni in Camerun. Sempre con la motivazione ufficiale di combattere l’ISIS e i suoi alleati.

Contemporaneamente la NATO ha dispiegato nell’Egeo il Secondo gruppo navale permanente, sotto comando tedesco, e aerei radar AWACS (centri di comando volanti per la gestione del campo di battaglia), con la motivazione ufficiale di «sostenere la risposta alla crisi dei rifugiati» (provocata dalle guerre USA/NATO contro la Libia e la Siria). 

A tale operazione si è aggiunta la «Dynamic Manta 2016», esercitazione NATO nel Mar Ionio e nel Canale di Sicilia con forze aeronavali di USA, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Grecia, Turchia e Italia, che ha fornito le basi di Catania, Augusta e Sigonella. 
Si prepara così «l’operazione di peacekeeping a guida italiana» che, con la motivazione di liberarle dall’ISIS, mira a occupare le zone costiere della Libia economicamente e strategicamente più importanti. Manca solo «l’invito», che potrà essere fatto da un fantomatico governo libico.

Per l’intervento in Libia sta premendo a Washington Hillary Clinton, candidata alla presidenza, che – scrive il New York Times in un ampio servizio – ha «l’approccio più aggressivo verso le crisi internazionali». Fu lei nel 2011 a convincere Obama a rompere gli indugi. «Il Presidente firmò un documento segreto, che autorizzava una operazione coperta in Libia e la fornitura di armi ai ribelli», mentre il Dipartimento di stato diretto dalla Clinton li riconosceva come «legittimo governo della Libia».

Le armi, compresi missili anticarro Tow e radar controbatteria, furono inviate dagli USA e altri paesi occidentali a Bengasi e in alcuni aeroporti. Contemporaneamente la NATO sotto comando Usa effettuava l’attacco aeronavale, con decine di migliaia di bombe e missili, smantellando dall’esterno e dall’interno lo Stato libico.

Quando nell’ottobre 2011 Gheddafi fu ucciso, la Clinton gioì con un «Wow!», esclamando «Venimmo, vedemmo, morì». 


Non sappiamo quale condottiero citerà per la seconda guerra in Libia. Sappiamo, però, chi ci telecomanda.



28 maggio 2014

Ucraina: l'inizio della strage, in attesa di un Pinochet

di Pino Cabras.
da Megachip.

La strage di Odessa non è stata dunque un episodio isolato, ma il macabro preliminare della vera dimensione della tragedia ucraina. 
La conta dei morti nell'est s'impenna sulle centinaia di vittime, e si capisce bene che tipo di scontro stia avvenendo se si osserva chi è che muore. Si contano relativamente pochi morti fra i soldati di Kiev, e la maggior parte di questi è vittima di incidenti molto controversi causati dalle stesse forze armate, in apparenza “fuoco amico”. Gli altri morti, quelli che subiscono attacchi dal cielo, sono invece tanti, tantissimi, per lo più inermi cittadini russi dell'Ucraina orientale.
Quando le proporzioni sono queste, dove si muore quasi solo da una parte e quasi soltanto fra i non combattenti, non è più una guerra codificata dalla ragione e dal diritto, ma una strage. Strage è la parola più adatta a descrivere quel che sta accadendo nell'est dell'Ucraina. Un'immane ecatombe a opera del governo di Kiev, per colpire e terrorizzare la popolazione con la benedizione e il silenzio di Obama, dei maggiordomi europei e della stampa a trazione NATO.
Il neo-eletto presidente ucraino Poroshenko giustifica tutta questa ferocia pianificata in nome della lotta al terrorismo. I morti che vengono accatastati negli obitori di Donetsk sono però civili sorpresi nella loro vita quotidiana.
Nelle elezioni appena svolte, lo stesso giorno in cui si votava in Europa, i partiti paramilitari nazistoidi ucraini hanno ottenuto pochissimi voti, rastrellati invece da satrapi, plutocrati e oligarchi mafiosi. Ma le urne non danno misura del loro potere reale negli apparati repressivi, essendo detti nazistoidi, sin da subito, inquadrati nelle nuove milizie della premiata macelleria "cilena" di Kiev. E a che servono partiti nazisti, quando nazista è l'operato del regime, nazisti i metodi e le rappresaglie? Si sarà capito che non è il consenso dei cittadini né la loro rappresentatività la preoccupazione numero uno dell'operazione in atto.
L'edizione ucraina di Forbes, il 23 maggio, scriveva che all'Ucraina sarebbe servito ripetere la positiva esperienza del Cile di Pinochet, che aveva portato il suo paese ai fasti e i miracoli del vero capitalismo. L'esperimento sul corpo vivo dell'Europa è agli inizi, ormai non lo nascondono nemmeno.
Tre anni fa Napolitano fu instancabilmente loquace per spingere l'Italia all'intervento contro la Libia, non appena Gheddafi aveva dato una risposta militare alla sedizione guidata dagli jihadisti in Cirenaica. Oggi, di fronte agli elicotteri che prendono a bersaglio le casalinghe di Donetsk, il Peggiorista ha problemi di voce, e con lui il coro muto dei governanti europei.
Avete appena cominciato a NON vedere il sangue per le strade, perché i media dicono pochino. Venite a vedere il sangue per le strade. Venite a vedere il sangue, per le strade.


23 agosto 2011

Nebbia di guerra

di Pino Cabras - da Megachip.

Siamo in piena nebbia di guerra. Circolano immagini di Gheddafi morto, che sono evidenti falsi, ma molti siti dei giornali le presentano lo stesso con il dubbio, e intanto colpiscono l'immaginario collettivo e lo predispongono al parossismo della battaglia finale. Era accaduto così anche per quell'incredibile farsa dell'uccisione di Bin Laden. Poi che succede? Annunciano la cattura del figlio di Gheddafi, i media la amplificano in mondovisione, ma Seif el Islam in persona si incarica di smentirla pomposamente. La Repubblica scrive nei titoli che il rais ha ordinato di sparare ai bambini, cosa falsa, ma nasconde che ospedali e obitori sono al collasso per i morti causati dai bombardamenti NATO. Molti i bambini.
Si nasconde da parte di tutta la fabbrica della menzogna mondiale che sono presenti in forze a Tripoli le truppe speciali dei paesi NATO, in spregio perfino della vergognosa risoluzione 1973 che ha ucciso l'ONU prima della Libia. Il mainstream è totalmente inattendibile.
Le poche voci indipendenti fanno un lavoro impossibile, svuotano uno tsunami con i cucchiaini.
La portata delle falsità e delle complicità delle redazioni dei giornali non ha forse precedenti altrettanto clamorosi. Di fronte a una simile mole di operazioni psicologiche, menzogne, annunci inattendibili, foto false, in queste ore concitate - per chi non ha mezzi redazionali sufficienti - è un ottimo modo di cominciare il lavoro fare una piccola operazione preliminare: non credere per principio ai grandi media e ai governi. Chi si fida ancora di Al Jazeera e CNN? Sono enormi strutture embedded.
Il corollario è che occorre cercare fonti alternative, che possono però fuorviare o essere soggette anch'esse all'influenza di false notizie, imbeccate in modo funzionale all'operazione propagandistica nel suo insieme.
Ma deve essere chiaro che il livello di manipolazione è tale che occorre apertamente ipotizzare che esistano interi set allestiti per creare una narrazione totalmente inventata. In Qatar esistono: ufficialmente per addestrare soldati alla guerriglia urbana, ma adatti a creare – perché no? – lo sfondo per qualche abile video, o qualche foto glamour sui ribelli eroici. I precedenti abbondano.
Circola anche un raffronto fra le immagini mostrate dalle TV della Piazza Verde - dove la sera della "spallata" a Tripoli si sarebbero radunate decine di migliaia di persone che festeggiavano "la fine del regime" - con immagini precedenti di quella piazza senza i "ribelli".
Mi appello con urgenza a fotografi esperti che valutino prospettive e parallassi, trovino immagini recenti della piazza. E che analizzino eventuali ristrutturazioni, modifiche, ecc. Sul web circola infatti un accostamento fra le immagini della manifestazione anti-Gheddafi (le migliaia di persone temerariamente festanti nel pieno di un bombardamento) e le immagini degli edifici visibili, in particolare la porta di Bab al-Azizya.
Come nel “trova le differenze” dei settimanali enigmistici, si notano alberi e lampioni che mancano, difformità negli intonaci e nei fregi, ecc.
Non sto annunciando uno scoop. Non cerco scoop. Non c’è tempo. Ma possiamo sfruttare la rete, le competenze collettive per capire se queste immagini sono vere, visto l’accumulo rapido di falsità che via via hanno reso non credibile la narrazione del mainstream mediatico.
Il sospetto non è complottismo: è sfiducia nel lavoro del grande giornalismo, grande solo nei mezzi soverchianti. Faccio appello ai lettori per capire se non siamo dentro il set di una guerra mondiale, posto che siamo dentro la nebbia di guerra.


22 agosto 2011

La tragedia di Tripoli e del Mediterraneo

di Pino Cabras - da Megachip. Con aggiornamenti.



Si consuma una grande tragedia, in queste ore, sulle altre sponde del nostro mare, tra Tripoli e Gaza. Sono le avvisaglie di un dramma e di un disordine più vasto, che arriverà addosso anche a milioni di cittadini europei inconsapevoli. In Libia, le notizie provengono in prevalenza dalla NATO, nel suo ruolo di armata coloniale. È una fonte interessata, ed è una fonte che finora è stata smaccatamente inattendibile. Pur scontate le sue menzogne, la spallata contro Tripoli registra un successo militare reale, perfino mettendo da parte le notizie esagerate sulle folle festanti. C’è morte e distruzione e c’è la fine di uno stato sovrano.
La spallata si è sostanziata nella stessa tattica usata dalla NATO nelle altre città fatte conquistare per poche ore ai “ribelli”, altrimenti incapaci di qualsiasi progresso: anche a Tripoli la condotta militare è consistita in un attacco aereo spietato che ha colpito i civili, creato panico, subissato di fuoco le difese locali, in modo da far penetrare le forze minoritarie e caoticamente disgregatrici dei "ribelli". In parte Iraq e in parte Somalia, con in più l’accanimento contro la capitale lealista. E con in più, ancora, una copertura mediatica che sforna una serie interminabile di notizie false. I media sono stati usati come un’arma psicologica chiave con una potenza mai usata prima. È una tragedia nella tragedia, perché i media sono sempre più docili verso il flusso di notizie che garba al potere militare. E questo aprirà le porte al peggio. Non è un caso che le voci giornalistiche non embedded presenti a Tripoli siano soggette proprio adesso a un attacco fisico diretto e implacabile. Cecchini hanno sparato a Mahdi Nazemroaya, che sinora ha smascherato molte menzogne di guerra (da ultimo la conquista dell’aeroporto di Tripoli) e copre i fatti libici anche per Russia Today. E' scampato all'agguato. Intanto, l’hotel Marriott sarebbe in fiamme dopo che i cecchini hanno tentato di assassinare anche un altro giornalista indipendente, Franklin Lamb. Non abbiamo ancora notizie di Thierry Meyssan.

Aggiornamento delle ore 12 del 22 agosto 2011: abbiamo appreso che Meyssan è per ora al sicuro.
Data la capacità e la visione strategica dimostrata dal regime di Gheddafi rispetto allo strapotere tecnologicamente superiore ma indiscriminato della NATO, alla fine la NATO ha dovuto dare massima priorità alla manipolazione, fino a raccontare nei giorni scorsi conquiste inesistenti, espugnazioni di aeroporti, basi militari, strade e altri luoghi, tutti mai raggiunti fino ad allora dalle modestissime forze dell’Armata Brancaleone di Bengasi.
Era “fumo di guerra” che nascondeva il vero martellamento, l’azione della NATO che bombardava le condotte idriche, i potabilizzatori, le autostrade, le centrali elettriche, le famiglie dei dirigenti libici, i media. Senza risparmio di uranio impoverito. Questa non è una battaglia di civili contro un dittatore. Questa è una tipica Guerra NATO del XXI secolo. L’ennesima guerra «Shock and Awe», che colpisce, sgomenta, sfrutta il potenziale demoralizzante delle stragi di bambini: metodi da guerra totale. Cosa tutto questo abbia a che fare con la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che chiedeva l'istituzione immediata di una tregua e la fine completa delle violenze e degli attacchi ai danni dei civili, sarà materia di valutazione degli storici, visto che i politici nostrani accettano ogni bugia, mentre il fu movimento pacifista italiano è una barzelletta, sempre più oscena.
La sconfitta di Gheddafi non aprirà la strada a nessun processo democratico. Aprirà semmai nuovi corridoi al precipitare delle crisi geopolitiche contemporanee.


5 agosto 2011

L'onda araba e il nuovo disordine mondiale


di Pino Cabras – da Megachip.


Alcune riflessioni sui fatti nuovi in Libia, in Siria e in altri paesi: cercheremo di sgarbugliare importanti informazioni distorte, documentandoci anche con alcuni terribili video. L’onda araba non è ordinata come piacerebbe ai media. Quotidiani e telegiornali fanno a gara per presentare schemi semplici, con cui rinfrancare la buona coscienza democratica: noi siamo quelli della libertà, e ci sdegniamo con barbari e dittatori. Facile, no? È invece un’idea irriflessiva, per giunta falsa e ipocrita (perché a certi dittatori, amici dei portafogli occidentali, lasciamo fare di tutto).
Ma è pur sempre il discorso politico che spicca su tutti gli altri dal grande rumore di fondo dei media. Si rinuncia a distinguere fra un paese e l’altro, né si pensa alle conseguenze di un atto, specie un atto di guerra, tanto meno si fanno valutazioni realistiche delle forze in campo, dei problemi, degli intrecci etnici. Così, però, non si va da nessuna parte nella comprensione dei fenomeni, e infatti la crisi si presenta con scenari imprevisti che fanno a pezzi ogni credibilità delle narrazioni occidentali. Libia e Siria lo dimostrano.
Il disastro Libia
Puntiamo su Bengasi, allora. L’armata dei ribelli libici è stata fin dall’inizio presentata come una schiera di combattenti adamantini che si battevano per la libertà e la democrazia in nome dei nostri stessi valori di fondo. I media più importanti tacevano le loro azioni da tagliagole e le loro sconcertanti alleanze con le peggiori milizie di fanatici suicidi dell’islamismo estremista. Oggi l’imbarazzo dei media è enorme, al punto da nascondere il disastro della Cirenaica, un caos che vede sbriciolarsi lo schieramento dei ribelli, rende velleitaria qualsiasi loro ambizione strategica, e li fa totalmente dipendere da un massiccio intervento coloniale della NATO, senza apprezzabili consensi nel territorio da “liberare”, anzi.
La pressione che può esercitare la superiorità tecnologica delle potenze coloniali è ancora sufficiente a impedire a Gheddafi di ricostruire un ordinamento nazionale sull’intero suolo libico. Eppure siamo già certi che nessun ordinamento potrà essere imposto dall’Occidente, che - al contrario dei libici anticoloniali - è privo ormai di qualsiasi limpidezza strategica e non potrà mai vincere questa guerra, nonostante il vanaglorioso frasario da Sturmtruppen del segretario generale della NATO, Fogh Rasmussen, che da mesi ogni giorno vede la vittoria all’orizzonte del giorno dopo. Rasmussen si fida dell’uranio impoverito, si fida dei bombardamenti - umanitari, s’intende – che polverizzano i potabilizzatori dell’acqua e i ripetitori tv, gli ospedali e le famiglie dei dirigenti libici.
Aumentando la sua pressione, tuttavia, la NATO potrà solo “somalizzare” la Libia, cioè trasformarla in un ennesimo e incontrollabile “stato fallito”, percorso da milizie, deturpato, esposto a ulteriori emergenze umanitarie. È quel che in parte è già avvenuto, e la responsabilità – sia chiaro - non è di Gheddafi, ma di quel signore che passa le vacanze in Toscana con una faccia ritenuta rispettabile e democratica, quel David Cameron primo ministro britannico. Ed è responsabilità del portabigodini di Carlà. Nonché di quell'instancabile manipolatore di Barack Obush. Per non parlare del Caimandrillo che ci tocca in sorte dalle nostre parti. I civili muoiono ogni giorno, intanto. E chissà quanti ne moriranno nei prossimi anni per i veleni sparsi dai missili della NATO. Niente male per una missione che doveva impedire un’emergenza umanitaria.

La destabilizzazione della Siria
Lo schema si sta ripetendo per la Siria. Quella siriana è una società che a lungo ha compresso i suoi i conflitti latenti e palesi, i punti di frizione, il delicatissimo miscuglio etnico, le aspettative economiche. Su questi punti di frizione si sono innestati i disordini degli ultimi mesi.
Non ci sono dubbi sul fatto che le rivolte siano dovute a una grave insufficienza delle istituzioni, né c’è da dubitare che vengano alla luce perché sono affluite nuove generazioni più che mai in grado di fare confronti e capaci di rivendicare giustizia e cambiamento. Come pure è chiaro che le rivolte si inaspriscono per via dall’assenza di meccanismi di rappresentanza delle istanze di protesta e di critica rispetto al regime modellatosi sulla famiglia Assad. Possiamo anche dire che sembra arrivare drammaticamente fuori tempo la spinta del presidente siriano a «costituzionalizzare» il dissenso. Lui fa conto su una maggioranza reale che lo sostiene ancora, ma la crisi economica figlia della destabilizzazione si mangia pezzo dopo pezzo quel consenso di massa. Regge ancora uno specifico timore che domina i pensieri di milioni di siriani: il timore che la democrazia che qualcuno vorrebbe impiantare a Damasco somigli troppo a quella del vicino Iraq, ossia un cataclisma di violenza e insicurezza. I siriani hanno ospitato milioni di iracheni in fuga, e sanno dunque di cosa si tratta.
Il dramma è in corso, ma ha forse senso esporlo come una faccenda di mostri da sbattere in prima pagina? Andrebbe spiegato con pazienza a tutti i direttori dei giornali e dei TG che Bashar al-Assad non va visto attraverso le lenti della reiterata, stupida, ipocrita “reductio ad Hitlerum” con cui l’Occidente vuole sempre bruciare e “mostrificare” i politici sgraditi intanto che preserva i propri stragisti. Bashar è semmai un uomo politico che sino a poco fa era al centro di tanti equilibri e di tanti “crocevia della stabilità” in una regione di ferro e di fuoco, mentre ora non trova molte sponde internazionali che gli possano far trovare soluzioni, una volta che le manifestazioni assumono un carattere violento, ricambiate dalla reazione repressiva sproporzionata di un potere impreparato a gestire questi conflitti.
Il regime siriano ha provato a imbastire riforme troppo tardive rispetto alla portata del sommovimento geopolitico che è arrivato a interessare anche quel paese. Milioni di siriani gli hanno creduto. Ma queste riforme non hanno trovato appoggio in Occidente, che al contrario dà sponda e sostegno all’opposizione, nei media e sul campo. Non fa bene ad Assad come non ha fatto bene a Gheddafi lasciare che i loro paesi fossero gli unici stati mediterranei al di fuori del dispositivo militare della NATO.
Nei media il sostegno riprende lo schema ‘libertà contro dittatura’, con l’accanimento monocorde di quando si fa molto sul serio e i redattori capiscono subito dove va la corrente. L’intero mainstream occidentale, anche sulla Siria, è una sorta di monolite che adopera un solo standard, un’intelaiatura che si presenta simultaneamente linguistica, mentale, temporale e pratica: il pensiero unico blindato nel messaggio unico, non importa quanto svilito dalle falsificazioni.
Quanto all’intervento straniero sul campo, mettiamola così: l’eventualità che potenze straniere vicine e lontane non c’entrino nulla, da sole o perfino insieme, è davvero molto bassa. Assistiamo alle azioni di milizie armate, che compiono operazioni di una certa complessità militare, agguati, azioni contro caserme. Anche se ci sono molti civili che protestano in modo pacifico, è riduttivo definire «civili» gli autori di certe operazioni, con buona pace delle cronache basate sull’emozione più manipolata. I «civili» non portano armi, e quindi non dovrebbero essere attaccati da nessuno, compresi gli insorgenti antigovernativi. Ma se la parola «civile» equivalesse a «combattente» che si dota di armi - comprese le armi pesanti - contro un governo sovrano fornito di legittimazione, non è immaginabile che un esercito regolare si arrenda a questa tipologia di «civili», ne tolleri senza risposta gli assalti militarizzati; e infine capitoli a una sicura disfatta. Non conosciamo alcuno stato che lo farebbe.
I risultati degli scontri in Siria sono drammatici, e si combinano con le risposte ondivaghe di un regime non privo di divisioni e ancora incerto fra bastone e carota intanto che il tempo gli gioca contro.

La situazione sul campo
Veniamo dunque alle novità di questi giorni, gli stessi giorni in cui le stragi perpetrate dai cirenaici in Libia sono riassunte in pochi trafiletti, la brutale repressione in Bahrein e Yemen neanche in due righe, e perfino lo sgombero delle piazze del Cairo da parte delle truppe speciali affoga nell’indistinto.
Un sito filo-siriano in francese, InfoSyrie.fr, analizza in dettaglio la mole di nozioni sui disordini siriani diffuse dai media mainstream. In un articolo da significativo titolo «Hama: le cifre inverificabili e il coro delle vergini occidentali», il sito francese parte proprio dalle dichiarazioni più solenni:
«Ban Ki-moon, segretario generale dell’ONU, esprime una condanna “vigorosa”, Barack Obama è “inorridito”, Alain Juppé [ministro degli esteri francese] esprime la sua “vibrante preoccupazione”, Roma parla di “atto orribile” e domanda che la questione venga deferita al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Berlino promette nuove sanzioni, Ankara esige che Damasco ritiri l’esercito».
Quali sono le cause di questa comune emozione diplomatica, che in Italia hanno portato persino a richiamare l’ambasciatore a Damasco? «Domenica 31 luglio, le truppe siriane sono entrate ad Hama, la grande città nel nord-ovest del paese, per ristabilirvi il controllo della situazione dopo che migliaia di manifestanti dell’opposizione tengono da alcune settimane la città in uno stato di insurrezione più o meno latente. L’intervento avrebbe causato un centinaio di morti – 95 per la precisione – e decine di feriti tra la popolazione, la quale aveva manifestato venerdì – giorno di preghiera e di raccolta dei manifestanti, indicati nel numero di 500mila – contro il regime di Bashar al-Assad. E, in modo da identificare meglio l’unicità dell’evento per renderlo subito emotivamente riconoscibile dal pubblico, i media l’hanno ribattezzato come il “massacro del Ramadan”».
Quali osservazioni fare in proposito? Siamo di fronte a cifre impressionanti e non verificabili di morti e manifestanti, e sentiamo regolarmente che la violenza viene imputata al solo esercito siriano. Il tutto somiglia come una goccia d’acqua allo schema delle settimane che precedettero la guerra di Libia, quando le cifre sui morti erano pompate, si parlava di fosse comuni inesistenti, e si diffondevano decine di altre bugie. InfoSyrie.fr elenca alcuni semplici elementi per criticare l’impalcatura del “messaggio unico”. Non sono cronache dal Regno del Male, sono spunti di parte, ma sono spunti ragionevoli. Vediamoli nella traduzione integrale curata da Simone Santini:

«La totalità delle stime e delle cifre su vittime e manifestanti anti-Bashar, ad Hama come altrove, proviene dai «cyber-dissidenti» che si trovano all’estero e che si appoggiano, a loro dire, su tutta una rete di corrispondenti locali equipaggiati di telefoni, di cui il meno che si possa dire è che possiedono – aldilà delle magie satellitari – una reattività capace di sfidare le leggi dello spazio-tempo! La fonte più citata dalle agenzie di stampa e dai media occidentali è Rami Abdel Rahmane e il suo «Osservatorio siriano dei diritti dell’Uomo», sulla cui identità aleggia un fitto mistero (si veda l’articolo “Ma insomma chi è – e dove si trova – Rami Abdel Rahmane?”,). Ma su questi argomenti sono degni di “fiducia” anche un certo Ammar Qurabi e la sua “Organizzazione nazionale dei diritti dell’Uomo”, senza dimenticare Abdel Karim Rihaui e la “Lega siriana dei diritti dell’Uomo”, nonché Wissam Tarif, rispettabile corrispondente siriano – dall’estero – del gruppo di pressione americano Avaaz (si veda “I super poteri del sig. Wissam Tarif”).
Tutte associazioni che si dividono il mercato dell’indignazione e dei comunicati e di cui risulta arduo apprezzare la rappresentatività, l’obiettività nei loro rapporti, e addirittura dove si trovino.
Tutte associazioni che, come notato da uno dei nostri visitatori, non sono in alcun modo affiliate alla ufficiale "Federazione Internazionale dei Diritti Umani", fondata nel 1922 e composta da 164 leghe "omologate" e operative nel 2010 in più di 100 paesi. Viene da credere che la difesa dei diritti umani sia diventata, per una serie di siriani (ma che non si trova necessariamente in Siria), uno strumento di promozione personale...»
Pensiamo un istante a queste riflessioni, e confrontiamole con i titoli di «Repubblica» e di «Le Monde» del 22 luglio 2011: “Hama e Deir ez-Zor – 1.200.000 dimostranti”.
Questa informazione doveva far suonare grandi campanelli d’allarme, visto che la città di Hama non raggiunge i 700mila abitanti. Per quanto ci possano essere margini di errore e non sia cosa semplice poter contare la gente in piazza, questo è un caso di patente disinformazione.
Un conto sono 500mila dimostranti, che possono mettere in ginocchio qualsiasi governo, altra cosa sono 10 o 20 mila persone, che incidono molto di meno e hanno un significato politico molto diverso. Le foto sono impietose nel ridimensionare la fiumana di oppositori.
«Ci sono, con tutta evidenza, dei morti ad Hama, così come altrove» – evidenzia InfoSyrie.fr - «ma il loro numero è sistematicamente esagerato e addossato esclusivamente alle sole forze armate. L’agenzia ufficiale siriana Sana afferma da parte sua che i soldati siriani hanno affrontato a Hama, domenica 31 luglio, dei gruppi armati che avrebbero fatto almeno due morti tra i militari. Questi gruppi avrebbero eretto barricate e dato alle fiamme delle stazioni di polizia. Sana cita inoltre la testimonianza di un abitante secondo cui «decine di uomini organizzati in bande armate sono attualmente appostate sui tetti dei maggiori edifici della città, sono armati di fucili mitragliatori e terrorizzano la popolazione sparando senza tregua». Propaganda? Non esiste in ogni caso alcuna seria ragione per accordare meno credito alle affermazioni governative rispetto quelle di oppositori risoluti ad infangare il più possibile, dall’estero, il potere siriano. E per quanto riguarda l’esistenza ad Hama di cecchini appartenenti all’opposizione armata, rinviamo al video che abbiamo messo on-line il 20 luglio scorso e che mostra senza possibilità di dubbio un poliziotto siriano cadere vittima del fuoco “nemico” (http://www.infosyrie.fr/actualite/groupes-armes-la-preuve-par-limage/).»

[Attenzione: immagini che possono urtare profondamente la vostra sensibilità]
 

Mentre abbiamo già avuto buon gioco a documentare tecnicamente la falsità di un video che mostrava la presunta morte in presa diretta di un ragazzo che filmava un cecchino del regime, qui proponiamo invece un video difficilmente contestabile, che descrive in modo atroce la situazione sul campo in Siria. Sono immagini crude che non sono certo circolate nel mainstream occidentale, ma in Siria e Russia sì.

Anche se sconsiglio vivamente ai più sensibili di guardare questo prossimo video, lo propongo comunque per comprendere bene che le violenze perpetrate contro persone che appoggiano Assad da una parte degli insorti di Hama – legati ai Fratelli musulmani – cambiano totalmente la lettura degli eventi.

Sono mostrati degli uomini che estraggono dal cassone di un pick-up almeno sette cadaveri insanguinati, che vengono poi gettati, uno dopo l'altro, da un ponte che attraversa l’Oronte, il fiume che attraversa Hama, la città siriana che per settimane ha fatto da sfondo a violente proteste e disordini. Hama è anche la roccaforte dell'opposizione islamico-radicale della Fratellanza musulmana siriana: è gente che gira armata, e la vediamo bene nel video successivo, che mostra un quartiere di Hama in mano agli insorti. Il filmato si conclude proprio con la vista dei cadaveri insanguinati ammucchiati sul cassone del pick-up.




L’articolo di InfoSyrie.fr prosegue così:
«è irresponsabile – da parte di giornalisti che pretendono di informare i loro lettori – il presentare, in un modo tanto rassicurante quanto inesatto, i manifestanti di Hama come semplici partigiani di una democrazia pluralista all’occidentale. Ad Hama, più che ovunque in Siria, sono i Fratelli musulmani che operano, che hanno in questa città una loro roccaforte storica, sono loro che dominano, per ammissione degli stessi giornalisti occidentali, l’opposizione radicale all’estero al regime siriano. Sono loro che sembrano beneficiare della benevolenza degli americani, che hanno mandato il loro ambasciatore in parata in mezzo ai manifestanti di Hama. Americani sempre pronti a manipolare – come attualmente in Libia – tutto ciò che torna utile ai loro propositi destabilizzatori. E mettendo in sordina o tacendo il ruolo degli islamisti radicali di Hama, i giornalisti di Le Monde, di Libération, di Le Figaro, o del Nouvel Observateur, fanno il gioco – coscientemente? – del Dipartimento di Stato americano che non ha mai rinunciato all’opportunità storica di rovesciare o almeno fiaccare in modo decisivo un potere che si oppone all’asservimento del mondo arabo da parte di Washington e dei suoi alleati, con grande giovamento di Israele. Tutto questo lo abbiamo più volte detto sul nostro sito, ma non temiamo di ripeterlo finché disinformatori, coscienti o strumentalizzati, continueranno a martellare con le loro approssimazioni e menzogne. Obama è “inorridito” da ciò che succede ad Hama? Allora, secondo logica, dovrebbe essere più che sconvolto per quanto le sue truppe hanno fatto in Iraq negli ultimi otto anni, nonché per quanto i suoi indefettibili alleati israeliani compiono da tanto tempo a Gaza, a Gerusalemme Est, in Cisgiordania e nel sud del Libano, fatti e abusi che, al contrario delle “uccisioni” di Hama, sono stati pienamente dimostrati.»
Prima di precipitare in infinito botta e risposta in cui si finisca per tirare fuori tutti gli scheletri dei rispettivi armadi, la prima bonifica concettuale da operare è questa: non si può ragionare della cruciale crisi siriana senza analizzare la realtà sul campo in tutta la sua complessità, in base agli interessi in gioco, alle caratteristiche reali delle forze che si combattono, ai margini di composizione pacifica delle questioni irrisolte, che sono ampiamente inesplorati. Tutte le guerre degli ultimi vent’anni – per non andare più indietro – sono state condizionate da un’iniezione propagandistica di “buoni intenti” impastati con menzogne mediatiche sempre più intrusive e manipolatrici. I progetti imperiali sono stati insaporiti da demonizzazioni senza ritorno. Cosa succede se al Sarkozy che bombarda la Costa d’Avorio non si negano gli ossequi dei media e dei salotti buoni? Cosa accade se nel frattempo contro l’Assad che spinge l’esercito contro le sedizioni si riservano invece solo destini da Hitler? Succede che si assiste all’asfissia degli sbocchi giuridici e degli spazi di trattativa. Accettare passivamente i classici due pesi e due misure significa conformarsi ai parametri della guerra totale. Ossia una logica unidirezionale e prepotente che non vorrà né potrà trovare soluzioni. Sulla Libia l’ONU si è fatta torcere il braccio ed è stata scortata, in ceppi, fino a sconfessare se stessa e il suo statuto, che non ammette l’approvazione da parte della comunità internazionale di qualsivoglia azione militare contro uno Stato sovrano che non stia turbando la pace e la sicurezza internazionale. Per il momento alla Siria e all’ONU è stata risparmiata una riedizione della Risoluzione n.1973, per l’opposizione di Russia e Cina.
Molte frodi mediatiche sono state smascherate nel corso degli anni, ma l’area pacifista non ne ha fatto tesoro, e anzi ha sempre più ceduto all’idea che si debba dare credito alle “ingerenze umanitarie”, in un progressivo cumulo di disastri che pure sta davanti a tutti. Fare sbagli è parte dell’umana natura. Ma questo non può essere un modo per giustificare la ripetizione degli errori, quanto semmai un modo per apprendere dall'esperienza.
La diabolica perseveranza nell’errore non riesce a farsi una ragione dell’allargarsi delle aree del pianeta in cui sino a pochi anni fa i bambini andavano regolarmente a scuola e gli indici di sviluppo umano erano decenti, mentre ora – dopo l’intervento degli “esportatori di democrazia” - l’unica presenza ordinatrice rimasta ha il rombo sinistro dei fuoristrada civili equipaggiati in maniera artigianale con armi pesanti, intanto che sul cielo sfrecciano aerei senza pilota che perlustrano e bombardano. Li teleguida dall’Ohio o dal Nebraska qualche bravo padre di famiglia ai comandi di una remota consolle. Lui serve la sua giornata come un qualsiasi impiegato davanti a uno schermo, e poi la sera aiuterà i figli a fare i compiti. Non sentirà la responsabilità delle stragi consumate a ottomila chilometri di distanza quando lui ha fatto clic. A tutti coloro che abboccano alle indignazioni a comando – magari per l’impulso di “fare qualcosa” - propongo di riflettere su questo realistico scenario, per valutare dove avvenga la vera deresponsabilizzazione, dove stiano i rischi umanitari, in un tempo in cui nemmeno il dio del deficit riesce a calmare il dio della guerra, che intanto si camuffa nella routine democratica.

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Il nuovo libro di Giulietto Chiesa e Pino Cabras, Barack Obush (Ponte alle Grazie, 2011).

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La liquidazione di Osama, l'intervento in Libia, la manipolazione delle rivolte arabe, la guerra all'Europa e alla Cina: colpi di coda di un impero in declino.
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3 luglio 2011

Il massacro di Sorman

di Thierry Meyssan - Réseau Voltaire.
Tratto da Megachip.info.

Per una volta, Thierry Meyssan non ci fornisce una fredda analisi di evoluzioni geopolitiche. Riferisce i fatti di cui è testimone: la storia di un suo amico, l’ingegnere Khaled K. Al-Hamedi. Una storia fatta di orrore e di sangue nella quale la NATO incarna il ritorno della barbarie. 



Tripoli (Libia), 1° Luglio 2011 - Era una festa di famiglia alla libica. Tutti avevano appena celebrato il terzo compleanno del piccolo Al-Khweldy. I nonni, i fratelli e le sorelle, i cugini e le cugine gremivano la tenuta familiare di Sorman, settanta chilometri a ovest della capitale, un grande parco entro cui sono state costruite le villette degli uni e degli altri, delle sobrie case a un piano.
Nessuno sfarzo, ma la semplicità delle genti del deserto. Un ambiente pacifico e unito. Il nonno, il maresciallo Al-Khweldy Al-Hamedi, vi allevava uccelli - È un eroe della Rivoluzione che ha partecipato al rovesciamento della monarchia e alla liberazione del Paese dallo sfruttamento coloniale. Tutti sono fieri di lui -. Il figlio, Khaled Al-Hamedi, Presidente dell’IOPCR, una delle più importanti associazioni umanitarie arabe, vi allevava cervi. Una trentina bambini scorrazzavano verso ogni dove in mezzo agli animali. Si preparava anche il matrimonio di suo fratello Mohammed, partito per il fronte a combattere i mercenari stranieri inquadrati dalla NATO. La cerimonia doveva aver luogo qui, tra pochi giorni. La sua sposa era già radiosa.
Nessuno si era accorto che tra gli ospiti si era infiltrata una spia. Faceva finta di mandare dei twitter ai suoi amici. In realtà, aveva appena deposto dei radiofari e li connetteva con la rete sociale del quartier generale della NATO.
All’indomani, nella notte fra il 19 e il 20 giugno 2011, intorno alle ore 2:30, Khaled torna a casa dopo aver visitato e salvato dei connazionali sfuggiti ai bombardamenti dell’Alleanza. È abbastanza vicino a casa sua per sentire il sibilo dei missili e le loro esplosioni.
La NATO ne spara otto, da 900 chili ciascuno. La spia aveva piazzato i radiofari nelle varie ville. Nelle camere da letto dei bambini. I missili sono caduti a pochi secondi di intervallo. I nonni hanno avuto il tempo di uscire di casa prima che fosse distrutta. Era già troppo tardi per salvare figli e nipoti. Quando l’ultimo missile ha colpito la loro villa, il maresciallo ha avuto il riflesso di proteggere la moglie con il suo corpo. Erano appena usciti dalla porta e sono stati proiettati dall’onda d’urto dell’esplosione una quindicina di metri più in là. Sono sopravvissuti.
Quando Khalid arriva, c’è soltanto desolazione. Sua moglie, che aveva tanto amato e il bimbo non ancora nato sono scomparsi. I suoi figli per i quali avrebbe dato tutto, sono stati schiantati dalle esplosioni e dal crollo dei soffitti.
Le ville sono una rovina. Dodici corpi smembrati giacciono sotto le macerie. Dei cervi colpiti dalle schegge agonizzano nel loro recinto.
I vicini lì affluiti cercano in silenzio segni di vita fra i detriti. Ma non c’è nessuna speranza. I bambini non avevano alcuna possibilità di sfuggire ai missili. Si estrae il cadavere decapitato di un bambino. Il nonno recita versetti del Corano. La sua voce è ferma. Non piange, il dolore è troppo forte.
tombelibA Bruxelles, il portavoce della NATO ha dichiarato di aver bombardato la sede di una milizia pro-Gheddafi, al fine proteggere la popolazione civile dal tiranno che la reprime.
Nessuno sa come la cosa sia stata progettata dal comitato degli obiettivi, o come lo stato maggiore abbia seguito gli sviluppi dell’operazione. L’Alleanza Atlantica, i suoi generali tirati a lucido e i suoi diplomatici benpensanti, hanno deciso di assassinare i bambini delle famiglie dei leader libici per troncare la loro resistenza psicologica.
Dal XIII secolo, i teologi e i giuristi europei proibiscono l’assassinio delle famiglie. Questo è uno dei fondamenti stessi della civiltà cristiana. Non c’è altro che la mafia per oltrepassare questo tabù assoluto. La mafia, e ora la NATO.
Il 1° luglio, intanto che un milione e settecentomila persone manifestavano a Tripoli per difendere il proprio paese contro l’aggressione straniera, Khaled è andato al fronte, a fornire aiuti ai rifugiati e ai feriti. Dei cecchini lo stavano aspettando.
Hanno cercato di sparargli. E’ stato gravemente ferito, ma secondo i medici se la caverà.
La NATO non ha finito il suo sporco lavoro.

Fonte: http://www.voltairenet.org/Le-massacre-de-Sorman.
Traduzione per Megachip a cura di Maria Antonietta Giumon

Tratto da: http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/6419-il-massacro-di-sorman.html.

20 marzo 2011

La fine della sovranità italiana

di Pino Cabras, da Megachip.info.


Trovarsi in guerra senza nemmeno sapere perché. Questo ormai tocca in sorte a milioni di persone, milioni di telespettatori che prima assistevano ai salamelecchi pro Gheddafi e ora vedono le immagini dell’attacco militare occidentale, poi vedranno una guerra ancora più grande e catastrofica. Era un’altra musica nell’ottobre 2008, quando Giulio Andreotti, Nicola Latorre, Vittorio Sgarbi e Beppe Pisanu erano al cospetto del Colonnello con la loro brava fascia verde e il cappello bipartisan in mano, grati per il fresco impegno libico che salvava la banca Unicredit dal disastro innescato dagli scricchiolii finanziari dell’Impero in crisi. La spola di politici italiani per Tripoli era continuata per anni, sotto l’occhio benevolo di Re Bunga Bunga. Ma ora hanno tutti votato per la guerra. Perché?

Escludiamo i motivi umanitari. Nicolas Sarkozy solo pochi mesi fa offriva aiuti militari a Ben Alì per soffocare nel sangue l’inizio della rivolta tunisina. David Cameron e Barack Obama non hanno mica bombardato i carri armati del re del Barhein, che invece continua a sparare sulla gente che protesta, mentre l’Onu dorme. Zapatero e Berlusconi non hanno offerto le loro basi per imporre un’urgente No Fly Zone sopra il cielo di Gaza mentre Israele bruciava la popolazione civile con il fosforo bianco e le bombe Dime. Piero Fassino, responsabile esteri del Pd, durante la strage di Gaza, esprimeva solidarietà a Israele. Nessuno convoca il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per ordinare lo stop ai droni di Obama che un giorno sì e l’altro pure fanno strage fra i civili in Pakistan. Gli esempi diventerebbero decine, a cercarli, ma la facciamo breve: le guerre non sono mai mosse da motivi umanitari. Le guerre “umanitarie” sono così umanitarie che bombardano gli ospedali, sempre. Stavolta persino dal primo giorno. I moventi, se non siamo gazzettieri a rimorchio delle bugie del potere, li dobbiamo cercare altrove. Suggerisco in proposito l’interessante lettura geopolitica offerta da Piero Pagliani, che racconta bene il ruolo cruciale della strategia africana degli Usa.

Perché l’Italia ha dunque scelto la guerra?

La Storia a volte si presenta con il volto dell’ironia e del paradosso delle date. Proprio appena passata la festa del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, ossia un giorno che dovrebbe esaltare la sovranità nazionale, abbiamo fatto vedere al mondo che viceversa siamo definitivamente un paese senza sovranità, senza più i distinguo del passato, né le navigazioni ambigue democristiane, le fiammate di autonomia di certe nostre aziende, le impuntature di certi nostri apparati. Senza più la guardinga sottomissione atlantica di un tempo, quando si battevano lo stesso anche le strade sgradite a Washington, Londra e Parigi, in nome di interessi da non liquidare: in nome cioè di una sovranità limitata ma non azzerata. L’attacco alla sovranità della Libia coincide con la fine della sovranità italiana. Due piccioni con una fava, con la desolante complicità del sistema politico, dal Quirinale ai peones di Montecitorio, fino alle redazioni, con qualche spaesata eccezione.

Quali pressioni sono intervenute per spingere questa classe dirigente a non far più valere un trattato di fresca firma come quello fra Italia e Libia? Si tratta di pressioni enormi, in tutta evidenza. L’Italia ha rinunciato di colpo a ogni sua politica autonoma nel Mediterraneo, l’unico suo spazio agibile, e in campi cruciali: l’energia, l’immigrazione, l’influenza geopolitica. Prosegue (anzi, precipita) la linea di ritirata della nostra sovranità economica, lungo quello stesso tracciato che negli anni Novanta ha portato alle privatizzazioni selvagge e al vistoso declino della posizione italiana nella divisione internazionale del lavoro. Per entrare in Libia dovremo chiedere permesso ad altri soggetti.

Nel 1998, quando cadde il primo governo Prodi, il governo D’Alema si formò grazie a massicci via vai di deputati e senatori (da Cossiga a Cossutta), che spaccavano e ricomponevano i gruppi parlamentari: insieme garantirono agli Usa la stabilità di governo indispensabile per usare in tutta tranquillità le basi militari da cui partivano gli aerei anche italiani che pochi mesi dopo bombardarono la Jugoslavia. È un precedente che ci permette di leggere quanto è avvenuto recentissimamente. Non credo che il rientro sfacciato e perfino precipitoso nel Pdl da parte di decine di parlamentari che lo avevano abbandonato per il nuovo partito di Gianfranco Fini sia stato tutto frutto di una compravendita. È più probabile che molti siano stati soggetti a un contrordine, qualcosa che – superata la stoffa dei loro cappucci – dev’essere suonata più o meno così: “Non è più il momento di far cadere il governo, stiamo per fare una guerra in Libia; Silvio, che pure manderemo via, ora ci serve, e sarà ben contento di tirare a campare ancora, non è mica uomo di principio; fate la vostra parte”. E quelli hanno ottemperato alle loro Obbedienze. È gente con molto pelo sullo stomaco: al Caimandrillo concedono le acrobazie giudiziarie più indecenti; lui, in cambio, concede loro la guerra che piace colà dove si puote ciò che si vuole.

E mentre nel 1999 Cossutta faceva sì che in piazza non si facessero troppe manifestazioni contro la guerra, oggi non c’è più nemmeno bisogno di pompieri. La capacità di comprensione della situazione internazionale dell’elettorato di opposizione è stata nel frattempo desertificata. I partiti che ancora prendono i voti di questa opposizione sono invece seduti alla tavola di chi si è mangiato persino le vestigia della sovranità nazionale. Un Paese così decapitato sarà più esposto alle tragedie di una transizione geopolitica che si presentava già difficilissima.


3 marzo 2011

I satelliti russi: la piazza libica non ha subito alcun raid aereo

di Pino Cabras – da Megachip.


Le immagini del suolo libico, viste dallo spazio russo, smentiscono una delle leggende mediatiche di questi giorni, ossia i bombardamenti aerei sulla folla dei manifestanti. Ci sono ancora organi d'informazione importanti che ripetono questa storia regalando brividi di orrore a milioni di persone. Il pretesto per l’«intervento umanitario» in questi giorni parte sempre dalla traccia di una strage mai vista. I militari russi sostengono che questi ipotetici raid aerei ordinati da Gheddafi contro gli oppositori in piazza non sono invece avvenuti.
Lo affermano addirittura al livello dei capi di stato maggiore riuniti: dalla grande mole di immagini satellitari registrate nel corso della crisi non hanno ricavato una sola traccia dei bombardamenti, gli atroci raid raccontati senza prove da tutto il mainstream occidentale e dalle principali catene televisive arabe.


L’analisi condotta a Mosca, unitamente alle robuste controprove che sul web hanno subito smontato la bufala delle fosse comuni, getta una luce inquietante sulle manovre - anche mediatiche - intorno alla crisi del regime libico.
La corrispondente di Russia Today Irina Galushko riferisce in particolare che i supposti raid del 22 febbraio su Bengasi e Tripoli, ampiamente enfatizzati da BBC e Al-Jazira, non sono stati registrati dai capi militari che esaminavano le immagini raccolte dai satelliti russi
Va detto che nessuno dubita che le forze fedeli a Gheddafi stiano usando anche bombardamenti aerei nei combattimenti che avvengono su scala militare con i ribelli armati nella parte orientale del paese. Altra cosa è invece ripetere pappagallescamente l’affermazione dei primi giorni della crisi, secondo cui Gheddafi usava uno sbrigativo metodo Guernica contro chi protestava in piazza. La sproporzione fra la diffusione delle voci sui “diecimila morti” e le verifiche sul campo è stata massima.
Forze potenti, all’ombra dei prelibati pozzi di petrolio libico, stanno lottando per piegare gli avvenimenti ai loro interessi. Una crisi dell’Impero – questo è anche l’arco di instabilità che si sta aprendo in Nord Africa – è comunque affrontata con spregiudicatezza imperiale. Conteranno certamente i consiglieri militari già sguinzagliati lungo tutto il mosaico etnico della Libia (chissà quanti di loro sono reduci delle guerre jugoslave degli anni Novanta). E conterà, prima di loro e sopra di loro, l’uso massiccio dei media, scatenati a far lievitare il giusto climax per far accettare le stragi. Quelle vere, quelle delle “guerre umanitarie”.