Vi mostriamo una scena drammatica, il video dell'incursione delle Brigate Ezzedin al-Qassam nella base militare israeliana di Nahal Oz, dove gli uomini del braccio armato di Hamas hanno ucciso dieci soldati.
La sequenza - una sortita-lampo che scorre in meno di quattro minuti - è stata pubblicata in inglese su Facebook, accompagnata da frasi bellicose e irridenti, le stesse che corredano da sempre la crudele epifania di ogni battaglia vinta da un gruppo di umani in armi con l'annientamento di un gruppo di nemici altrettanto umani. Si vedono gli atletici combattenti palestinesi uscire da un tunnel scavato fin oltre il confine di Gaza, a pochi passi da una piccola guarnigione con la stella di David, una delle tante che punteggiano l'orribile Muro israeliano. In pochi minuti il manipolo – grazie a un effetto sorpresa da manuale – riesce a sopraffare i giovani militari dell'IDF. Si vedono le azioni, si sentono gli spari, la lotta corpo a corpo con gli israeliani in svantaggio. L'arma alla quale viene dato il compito più importante non è tuttavia un mitra o una pistola: è la videocamera del telefonino, tenuta con mano salda per tutta la scena. Sarà quell'arma ad essere poi usata per spargere un senso di possibile ribellione fra gli umiliati di Gaza. Nell'ambito di una Storia più grande e più tragica, che i vincitori raccontano a modo loro, viene inserito il sottotesto di una piccola storia, anch'essa scritta da vincitori. Provvisori, come tutti. Non manca il trofeo: i mitra nuovi di zecca sottratti al potente nemico occupante. Sono inquadrati anche i numeri di matricola. Tutto è documentato dai miliziani palestinesi. Quel tunnel che li riporta a casa (se una gliene sarà rimasta), costruito sicuramente con grande dispendio di energie per quella unica sortita, sarà certamente distrutto dalle bombe dell'esercito israeliano, che lo localizzeranno anche grazie al video. I rapporti di forza materiali non saranno rovesciati da questa azione. Ma la scena deve far riflettere tutti coloro che hanno la condanna facile per la resistenza armata palestinese, e che non riescono a vedere nemmeno le stragi decise da Netanyahu. Nessuna soluzione militare potrà superare quella resistenza.
Pino Cabras - PANDORA TV - Editoriale dall'utilitaria.
"Sindaco, basta con le complicità con Israele."
Dall’abitacolo della mia automobile commento la
decisione del sindaco di Roma, Ignazio Marino, di affiggere in
Campidoglio le gigantografie dei tre giovani coloni israeliani
misteriosamente scomparsi, mentre tace sulla brutale repressione
scatenata dal governo di Netanyahu nei territori occupati, con recenti
arresti di centinaia di persone, uccisioni e atti di punizione
collettiva.
Questa videointervista di Dafni Ruscetta al palestinese Fawzi Ismaile a me risale a cinque giorni prima che l'Assemblea generale dell'Onu decidesse di accogliere la Palestina
come "Stato osservatore". Le idee esposte risultano particolarmente
interessanti perché propongono una prospettiva molto diversa dalla
soluzione "Due Popoli Due Stati" che invece domina il dibattito
mondiale. (P.C.)
di Dafni Ruscetta - Movimento 5 Stelle CA.
Nei giorni scorsi, durante l’ennesimo assalto militare a Gaza, abbiamo intervistato a Cagliari Fawzi Ismail, Presidente dell’Associazione Amicizia Sardegna-Palestina.
Fawzi, dopo aver raccontato la sua storia di bambino ex-profugo, ha
fornito una propria versione, un’analisi dell’ultimo attacco israeliano,
parlando di esperimenti su più livelli da parte di
quell’amministrazione. In primo luogo Israele avrebbe sferrato l’assedio
per “testare” la reazione delle piazze arabe dopo la ‘Primavera araba’
del 2011, per meglio comprendere anche l’assetto geopolitico della zona.
Un altro aspetto
dell’azione militare avrebbe avuto – secondo l’esponente palestinese –
l’obiettivo di mettere in imbarazzo la nuova amministrazione Obama,
appena rieletto come Presidente degli Stati Uniti. Un’altra ipotesi,
inoltre, sarebbe quella di voler innescare un’eventuale reazione
dell’Iran, in modo da costringere l’Europa e gli USA ad intervenire
militarmente. In ultimo – sostiene ancora Fawzi Ismail – a gennaio ci
saranno nuovo elezioni in Israele e, normalmente, le campagne elettorali
si aprono con azioni militari. Successivamente Fazwi definisce demagogica e ormai superata l’ipotesi della formula “Due popoli due Stati”,
in quanto esiste già uno Stato (Israele) che impedisce sistematicamente
la nascita dell’altro Stato, quello Palestinese appunto. Questo tema
viene arricchito dall’analisi Pino Cabras, Direttore
Editoriale di Megachip (rivista online fondata e diretta da Giulietto
Chiesa) il quale, partendo da una disamina di due accademici, il
geografo Arnon Sofer e il demografo Sergio Della Pergola (un israeliano
nato e vissuto in Italia fino al 1966) dell’Università di Gerusalemme, a
suo tempo consulenti di Ariel Sharon, arriva alla conclusione che
Israele dovrà risolvere un problema che ha tre variabili: democrazia, ebraicità, dimensione territoriale. Soltanto due di queste variabili potrebbero coesistere nell’Israele degli anni a venire. Potrà essere uno stato democratico ed ebraico, ma allora dovrà essere di ridotte dimensioni. Potrà essere democratico e grande, ma allora non sarà più ebraico. Infine potrà essere ebraico ed esteso, ma allora non sarà più democratico.
Benché la soluzione “due popoli, due stati” sia ormai quasi
unanimemente considerata – sia a livello internazionale che italiano –
come l’unica possibile conclusione del conflitto, una tale soluzione,
ammesso poi che sia mai realizzata, difficilmente potrà condurre ad una
pacificazione dell’area poiché non risponde a criteri di giustizia ed
equità. La
situazione di fatto creata in Palestina (ovvero nei Territori e in
Israele) non consente la nascita dello stato palestinese a fianco di
Israele se non come mera “espressione geografica” priva di elementari
contenuti di sovranità.
Il nascente stato di Palestina, infatti, non avrebbe la possibilità di
realizzare una politica di difesa indipendente né potrebbe stringere
rapporti diplomatici con altri stati in tale funzione; dipenderebbe
totalmente da Israele per l’utilizzo delle risorse primarie, ovvero
acqua ed energia (parte di questa analisi è inserita in un articolo più ampio dello stesso Cabras in collaborazione con Simone Santini, di circa due anni fa su Megachip). L’intervista
si conclude nuovamente con Fawzi che ribadisce, come possibile
soluzione, quella di far tornare i Palestinesi nelle loro case, ma
“senza dover mandar via gli Israeliani che ci abitano ora, i due popoli
potrebbero convivere insieme con pari diritti, diritti
delle persone al di là del sesso, della religione o dell’etnia.
Moralmente non è giusto chiudere un occhio sul massacro di bambini…per
me la Palestina non è solo la Terra di pietre, alberi etc., per me la
Palestina vuol dire la dignità umana”.
«Non voglio essere
seppellito sotto nessuna bandiera, semmai voglio essere ricordato per i
miei sogni. Dovessi morire, tra cento anni, vorrei che sulla mia lapide
fosse scritto ciò che diceva Nelson Mandela: un vincitore è un sognatore
che non ha mai smesso di sognare. Vittorio Arrigoni, un vincitore».
Vittorio si accompagnava con docilità alla grandezza reale dei suoi
sogni, ma alludeva inevitabilmente alla nera ombra che si abbinava al
suo raro coraggio fisico, un’ombra che lo ha raggiunto prima di quei
cent’anni, proprio un anno fa. Un anno dopo la morte di Vittorio
Arrigoni siamo interrogati in profondità dal “vincitore”, anche quando
scontiamo la sconfitta profanatrice che ha spezzato la sua vita.
Le
doppiezze, le disparità fra il dire e il fare, il progressismo che non
smuove nulla, il funambolismo degli intellettuali, la manifattura
usa-e-getta dell’eroismo, tutto questo abita lontano dalla memoria di
Vik. Perciò i cent’anni e più saranno segnati davvero dalla sua memoria.
Non tutto sarà polvere di polvere, fumo di fumo. Non
tutto è destinato all’oblio triturante dei media menzogneri e reticenti.
Anche in mezzo alla guerra dei cent’anni di oggi – questo è il metro
realistico per la Terra Santa – è possibile distinguere ciò che può
durare. Il sogno di Vittorio durerà a lungo e irriderà alle illusioni di
sicurezza riposte nei mezzi militari. La sua assenza però ci
interroga, ci chiede cosa siamo disposti a fare per “restare umani”,
mentre enormi risorse sono mobilitate dal potere per disumanizzare amici
e nemici.
Siccome
la Palestina è sovraccarica di messaggi e simboli storici e religiosi
che si stratificano e sovrappongono, colpisce l’analogia di Vittorio il
Vincitore con la theologia crucis. Il mondo è abbandonato alla
fragilità dell’uomo. Per i cristiani il vero rappresentante di Dio non è
un re seduto sul trono, è un uomo crocifisso. In quell'uomo vedono Dio.
Ma chi vede quell'uomo non vede che l'uomo. Similmente, l’ottimismo dei
sogni di Arrigoni non giustifica né determinismi, né fedi alienate, né
bandiere che neghino l’umano. Proprio per questo Arrigoni era un
testimone ingombrante in vita, e lo è anche un anno dopo la sua morte.
Non
deve stupirci che il processo a Gaza contro i suoi assassini non faccia
passi avanti. Nessuno fra gli attori più potenti del dramma del Vicino
Oriente sembra avere fretta di risolvere i misteri del delitto: un importante delitto politico.
Come per altri crimini di questa portata, anche per Vik il mistero
sembra nascondere inconfessabili convergenze di interessi, con soggetti
improbabili che compaiono dal nulla nel suolo di Gaza per compiere
l’esecuzione lasciando al buio i mandanti, a loro volta manovrati da
leve ancora più irriconoscibili. Non dimentichiamo che l’uccisione di
Arrigoni avviene nel pieno di un sommovimento che ridisegna la sponda
sud del Mediterraneo e il Vicino Oriente, cambia le alleanze, modifica
gli appoggi politici dei movimenti, stipula nuovi compromessi. Uno dei
fatti più rilevanti che inquinano forzatamente la stagione delle rivolte
arabe è la reviviscenza di gruppi armati salafiti, sovvenzionati dalle
petromonarchie del Golfo e alleati con le azioni dei paesi NATO. Un
tempo sarebbero stati inquadrati nello spauracchio al-Qa’ida, ma ora no.
Come mai?
Alla fine del 2010, pochi mesi prima del delitto Arrigoni, in Arabia Saudita ritornava a splendere la stella del principe Bandar bin Sultan,
uomo forte dei servizi segreti messo in disparte per un periodo, ma
subito in grado di approfittare – con l’aiuto di Washington – della
malattia del re Abdallah. La prima cosa che ha fatto Bandar, non appena
in sella, è stata la riattivazione delle sue reti di uomini in armi e
terroristi. Queste reti sono state protagoniste dirette in Libia,
Libano, Siria e Palestina, con tanti gruppi fanatizzati, ideologicamente
anti-sionisti, ma capaci di forti convergenze d’interessi con Israele.
Il
gruppo che ha eseguito la brutale esecuzione di Vittorio Arrigoni è
stato uno dei tanti improvvisamente galvanizzati dalla nuova stagione
politica. Le petromonarchie del Golfo hanno subito compreso che
le rivolte avrebbero potuto travolgere anche loro. Hanno all'istante
messo in campo risorse eccezionali, giocando con una certa abilità su
più piani: sia quello del disordine (il terrorismo riconducibile ai suoi
canali di rifornimento), sia quello della stabilizzazione (in chiave
sunnita, con i Fratelli Musulmani). La stabilizzazione doveva trovare
persino un ricongiungimento con le rive moderate dell’islamismo politico
turco di Recep Tayyip Erdoğan. Questi cambiamenti hanno agito in
profondità anche nella Gaza di Hamas, che ha cambiato alleanze
internazionali con sorprendente velocità.
L'alleanza
con la Siria laica da parte degli integralisti del movimento islamista
palestinese era stata a lungo un “in mancanza di meglio”, che conveniva
anche a Damasco in chiave anti-israeliana.
Nel frattempo è emersa una potenza che aspira a egemonizzare la Sunna, la Turchia, un membro della NATO che porta in dote la sua brava medaglia di morti della Freedom Flotilla,
e con l'ambizione di domare il demone integralista in chiave moderata, a
costo di liquidare un'alternativa laica come Assad e di sopportare i
tagliagole jihadisti nelle nuove instabili coalizioni che vanno al
potere.
Hamas
diventa un punto di cerniera fra la Turchia e le monarchie arabe, che
ora la riempiono di petrodollari freschi freschi, e guadagna così
posizioni sul campo. Magari si farà perfino lo stato palestinese. Probabilmente un Bantustan.
Una prospettiva contro cui Arrigoni e Juliano Mer-Khamis, il pacifista «al 100% ebreo e al 100% palestinese», ucciso anche lui un anno fa, avrebbero sicuramente lottato.
Le
tante città che oggi celebrano Vittorio lo faranno ancora, perché ci
sarà bisogno a lungo del sogno poetico e concreto di chi si contrappone
al ferro dell’oppressione. Parole sue: «Continueremo a fare delle nostre
vite poesie fino a quando la libertà non verrà declamata sopra le
catene spezzate di tutti i popoli oppressi».
Traduzione di Pino Cabras. l'articolo è stato pubblicato su Megachip
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Esplodono bombe in Turchia - un grande profluvio di attentati e attacchi terroristici. Praticamente ogni giorno vengono uccisi soldati e civili turchi. Gli omicidi sono perpetrati in apparenza dai terroristi curdi del PKK, ma in realtà è un nuovo passo nella guerra di Israele contro l'indipendenza turca.
Incoraggiato da parte di Israele, il PKK ha esteso le sue operazioni all'Egeo e alle località del Mar Nero fino a Smirne. Gli israeliani hanno armato, equipaggiato e addestrato i terroristi curdi per molti anni, hanno trasformato il Kurdistan iracheno nel proprio territorio, con molti businessmen israeliani che conducono i loro affari in attesa che il petrolio di Kirkuk fluisca verso Haifa, come ai tempi del dominio coloniale britannico.
I curdi sono rimasti uno strumento occulto di Israele nella regione per molti anni, la loro attivazione mostra ora che Israele ha ancora voglia di impartire ai turchi una lezione.
La principale rivista neocon negli Stati Uniti, frontpagemag.com, ha apertamente chiesto ai curdi di fare rappresaglie per il sostegno della Turchia della Palestina. Un altro think-tank ebreo di destra parla di mobilitare il Congresso degli Stati Uniti affinché denunci l’ormai centenaria tragedia armena come un mezzo per indebolire la Turchia. Dopo molti anni di schieramento con la Turchia, la lobby ebraica ha ora deciso di cambiare fronte e sostenere le rivendicazioni armene. Così la Turchia è sotto attacco da tutte le parti. Questo era prevedibile, per via del popolare slogan israeliano che dice: «Se la forza non funziona, usa più forza».
Questa è la spiegazione del massacro della Flottiglia del 31 maggio 2010. L'attacco alla Mavi Marmara doveva essere un breve e brusco shock da infliggere ai sempre più indipendenti turchi. Gli israeliani intendevano terrorizzarli e spaventarli fino all’obbedienza, per questo hanno ordinato un bagno di sangue a bordo della Mavi Marmara. Come sappiamo, il commando israeliano ha cominciato a sparare ben prima di incontrare alcuna resistenza. Non erano lì per giocare a softball: la sottomissione era quel che cercavano. L’omicidio non era l’effetto dell’essere colti di sorpresa né di una valutazione errata: era un attacco palese alla Turchia.
L’ostilità di Israele nei confronti della Turchia non è stata una ricaduta sfortunata del raid omicida. Il confronto tra di loro è diventato acuto due settimane prima del massacro, il 17 maggio 2010. Insieme al Brasile, la Turchia aveva predisposto e firmato la Dichiarazione di Teheran - un accordo per lo scambio di combustibile nucleare con l'Iran assediato. Questa dichiarazione avrebbe potuto far deragliare i piani di USA-Israele volti a sanzionare l'Iran fino a morte prima di bombardarlo.
Israele vuole l'Iran distrutto, tanto quanto voleva l'Iraq demolito, Gaza affamata e il resto intimidito. L'accordo di scambio minava tutta la logica che stava dietro alle sanzioni. Tutte le trame dei lobbisti israeliani in USA e in Europa era stata spazzata via in un istante. Anzi, come dicono i musulmani: loro tramano, ma Allah trama meglio.
Israele ha ricevuto la notizia dell'accordo Turchia-Brasile-Iran, come un duro colpo. «Siamo stati sconfitti da furbi turchi e iraniani», a leggere i titoli dei giornali israeliani. Non precipitiamo! Il Dipartimento di Stato USA ha minimizzato il danno, chiedendo, in sostanza: «Chi se ne importa delle cose su cui questi emarginati si mettono d'accordo? Se abbiamo deciso di bombardare qualcuno, lo bombarderemo. Non consentiremo mai ai fatti di confonderci.» Thomas Friedman sul «New York Times» era deluso dal fatto che a «un teppista negazionista dell’Olocausto»- era stato consentito di vivere.
Ignorando sfacciatamente l'accordo, il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha approvato le sanzioni il 9 giugno. Mosca e Pechino sono stati corrotti o ricattati per farli stare nell’accordo. La Cina ha preferito giocare la palla, al fine di evitare il confronto sulla Corea del Nord. La storia della nave sudcoreana affondata aveva fornito il pretesto per un attacco alla Corea del Nord, e un simile attacco potrebbe causare molti danni in Cina. I cinesi sono anche vulnerabili nei confronti delle ingerenze occidentali dello Xinjiang e nel Tibet.
I russi hanno ricevuto alcuni doni preziosi: l'Ucraina è stata riportata sotto il manto della Russia, la Georgia è stata emarginata, il nuovo trattato sulle armi nucleari era il migliore per la Russia di qualsiasi altra cosa potessero attendersi.
Allo stesso tempo, Mosca ha subito un grave attacco terroristico, che ha ricordato ai russi la capacità dei loro nemici di seminare zizzania. Malgrado ciò, la Turchia ha votato contro le sanzioni, dimostrando il suo attuale ruolo regionale in qualità di nuovo affidabile perno per il Medio Oriente. Il conflitto tra la Turchia e Israele non è cominciato con lo scambio iraniano: ha avuto inizio prima, nel gennaio 2010, quando il vice ministro degli esteri israeliano Dani Ayalon ha invitato l'ambasciatore di Turchia e lo ha pubblicamente umiliato. Secondo la moda orientale, all'Ambasciatore Chelikkol è stato offerto un posto a sedere su un divano più in basso della poltrona di Ayalon. Ayalon ha rifiutato di stringere la mano all'ambasciatore e ha detto ai giornalisti in ebraico, mentre le telecamere erano accese: «Gradiremmo mostrare che lui occupa un posto più basso e vi è solo la bandiera israeliana sul tavolo».
O forse il conflitto è iniziato un anno prima, nel gennaio del 2009, quando il primo ministro turco, Recep Erdoğan, abbandonò il palco del World Economic Forum di Davos. Erdoğan era stato infastidito dal tentativo di un moderatore occidentale di tagliare la sua furente risposta al presidente israeliano Shimon Peres, che aveva giustificato le uccisioni di massa a Gaza.
O forse è iniziata nel settembre 2007, quando degli aerei israeliani hanno sorvolato la Turchia per bombardare la Siria, senza nemmeno dire un tardivo “è permesso?”.
Forse è stato anche prima, quando la Turchia ha cominciato ad affermare la sua indipendenza, scaricando la sua ideologia trita e centenaria del kemalismo. Il nazionalismo laico di Mustafa Kemal Atatürk era una trappola per l'ex Impero. La brutale Turchia kemalista era necessariamente un membro della NATO, un nemico di arabi e iraniani, un docile cliente degli Stati Uniti, un fedele alleato di Israele e un persecutore dei curdi.
Ora è tempo di ringraziare gli europei per come fanno la loro parte al fine di riformare la Turchia. In interminabili negoziati con la Turchia, l'Unione europea ha chiesto un distacco del pugno di ferro dei militari sul potere. Senza questo suggerimento gentile da parte dell’Europa, la Turchia sarebbe ancora governata da un generale sionista o da una persona nominata da un generale sionista. Con il loro popolo liberato dalla dittatura militare, i Turchi hanno posto fine al loro laicismo violento e ritrovato la pace con l'Islam e con i loro vicini.
Ho visitato la Turchia lo scorso Natale, e ho incontrato gli attivisti che stavano per partire per Gaza. La Turchia se la passa bene: nessuna crisi economica, una crescita costante, la pace con i curdi, un coraggioso tentativo di fare la pace con gli armeni, e un perfetto equilibrio tra religione e libertà. Chi vuole può andare in una moschea ottomana splendidamente restaurata e pregare, o in un caffè e bere un ottimo vino turco. Le ragazze non sono costrette né a disfarsi dei loro veli, né a coprirsi le loro braccia.
«Abbiamo perso la Turchia», ha detto Robert Gates, il segretario USA della Difesa, e ha accusato l'Unione europea di aver rifiutato di accettare la Turchia. Ma dobbiamo ringraziare gli europei di tale rifiuto. Non vogliamo la Turchia nell'Unione europea, abbiamo bisogno della Turchia per noi stessi, per la regione.
Vi è un grande nuovo piano volto a creare un'Unione orientale come un equivalente regionale dell'Unione europea. Questo è il posto giusto per la Turchia, a capo di questa nuova formazione. In un certo senso, sarà una restaurazione dell'Impero ottomano - nella stessa misura che l'Unione europea è una restaurazione dell'impero di Carlo Magno. La differenza è che l'Europa è stata frammentata per secoli, mentre la nostra regione è rimasta unita fino al 1917. Anche se la piena unione politica è una prospettiva remota, questo è un buon inizio sulla strada che porta a questo degno traguardo.
Ci sono già i trattati di libero scambio tra la Turchia ei suoi vicini arabi, la dimensione spirituale è lì, a Istanbul c’è stata l'ultima sede del Califfato nonché la Sede del Patriarcato di Costantinopoli. Ora la Turchia potrebbe istituire un Tribunale internazionale regionale per affrontare i problemi regionali: tra gli altri, gli eccessi sionisti. L'Europa non è ancora libera dal controllo sionista ed è per questo che la Corte internazionale di giustizia e il Tribunale penale internazionale dell'Aia sono luoghi inadatti per processare i criminali sionisti. Inoltre, la loro posizione attuale richiama il mondo eurocentrico di ieri. Un tribunale regionale può anche trattare in maniera convincente i criminali di guerra nell'Iraq occupato e in altri paesi mediorientali. Grandi avvocati come Richard Falk e il giudice Goldstone potrebbero essere invitati a presiederlo.
L'istituzione del Tribunale Internazionale (orientale) sarebbe un passo serio e realistico verso la decolonizzazione della regione e la sua futura unificazione in un'Unione orientale.
Tuttavia, l'Unione orientale sarà diversa dall'Impero Ottomano così come l'Unione europea si differenzia dal Terzo Reich, questo precedente tentativo di unire l'Europa. Sarà una unione volontaria di Stati sovrani, in cui tutti conservano le loro originali culture e tradizioni, un buon vicino dell’Europa unita, della Russia, dell’Iran e della Cina.
Guardando al di là del Medio Oriente
L'Unione potrebbe tranquillamente espandersi ben oltre il Medio Oriente e, riunire i suoi territori naturali da Gibilterra al Danubio. Questo territorio naturale si formò molto tempo fa, nel IV secolo, quando il potente Impero Romano fu diviso in Impero d'Occidente con capitale a Roma, e Impero d'Oriente, o di Bisanzio, con capitale Costantinopoli, come allora veniva chiamata l’odierna Istanbul. L'Impero bizantino divenne l'Impero Ottomano nel 1456. Eppure, è lo stesso 'grande spazio', la stessa grande civiltà unita di musulmani e cristiani orientali. Le genti di Turchia e Grecia, Serbia ed Egitto hanno gli stessi atteggiamenti, condividono i loro valori comuni, sono più religiose rispetto ai loro fratelli occidentali, si oppongono alla colonizzazione occidentale, l'imperialismo americano e al sionismo israeliano.
Il rampante Occidente non poteva soggiogare l’Oriente unito e pertanto, al fine di colonizzare le sue terre, ha tentato le nazioni con un futile sogno di indipendenza. Questo miraggio di indipendenza non era che una trappola: i nuovi paesi "liberati e indipendenti" divennero soggetti al governo occidentale. Possiamo paragonare ciò a un corpo umano: se le nostre braccia e le gambe diventassero indipendenti dalla nostra mente, non funzionerebbero bene. Infatti tutte le membra dell’unico corpo, l'Impero Ottomano, non funzionano bene dopo l'amputazione, o l'indipendenza, a loro imposta.
Questo è stato il caso degli arabi durante la prima guerra mondiale. La rivolta araba è stata portata avanti da Lawrence d'Arabia, un grande agente dei servizi segreti britannici. Le terre arabe sono diventate molto più dipendenti che mai, e ora sono governate da una pletora di sceicchi, burattini e dittatori. L'unico regime democratico in tutto il mondo arabo è l’infelice, assediata Gaza.
Tuttavia, gli arabi non furono le sole vittime di queste politiche occidentali. Gli intrighi inglesi avevano provocato l'indipendenza della Grecia agli inizi del XIX secolo, e poi fiumi di sangue e di trasferimenti avevano reso questa separazione completa. Ma la Grecia non è di casa nella UE, così come la Grecia antica non era di casa durante l'Impero governato da Roma. La recente crisi finanziaria lo ha dimostrato ancora una volta: le radici e il destino della Grecia sono in Oriente.
Nessuna persona sana di mente potrebbe suggerire che la Grecia dovrebbe essere incorporata nella Turchia. Allo stesso modo, nessuno suggerisce alla Francia di essere incorporata nella Germania. Tuttavia, la Francia si è unita alla Germania per formare la UE, la Grecia e la Turchia possono unirsi per creare l'Unione orientale, con il tempo abbracciare altre province balcaniche dei Bizantini, musulmane e ortodosse, ossia l'Albania e la Serbia, la Macedonia e il Montenegro, nonché la Romania e la Georgia. Tutti questi paesi troverebbero l'Unione orientale più adatta di quella europea.
L'Unione orientale raggiungerebbe altri paesi ed ex province che furono strappate e colonizzate dagli europei nel XIX secolo. Soprattutto l'Algeria è un paese che ha bisogno di questo ricollegamento, giacché questa terra ricca di petrolio è gestita da un gruppo di generali laici anti-religiosi e filo-occidentali così come lo è stata la Turchia fino a dieci anni fa. Il Marocco con la sua monarchia obsoleta e fallimentare, che combina la tortura sistematica dei dissidenti con un vile sionismo, l’eccentrica Libia e la fragile Tunisia hanno pure bisogno di un quadro più ampio che non annulli ma anzi rafforzi la loro sovranità.
L'Unione orientale potrebbe anche creare uno spazio di interessi comuni con i russi nel Caucaso. I russi hanno un problema da quelle parti: la separazione di queste province russe è troppo pericolosa poiché presumibilmente porta le forze ostili della NATO nel cortile della Russia. Tenersele contro la volontà della popolazione è una politica costosa e impopolare. Un tentativo russo di concedere l'indipendenza a tutti gli effetti alla Cecenia ha fatto cilecca non appena il piccolo paese ha immediatamente trasformato il suo territorio in una base di incursioni armate nella Russia vera e propria. L'Unione orientale potrebbe mettere fine a queste insurrezioni e portare la pace e la stabilità nel turbolento Caucaso. In cambio, l'Unione può riconoscere gli interessi russi nei siti cristiani ortodossi.
La Palestina diventerà un fiore all'occhiello dell'Unione orientale. La scomparsa del colonialismo porrà fine anche al sionismo, perché dopo tutto il sionismo non avrebbe mai guadagnato terreno senza l'appoggio imperialista europeo. I cristiani, gli ebrei e i musulmani di Palestina avranno pari diritti e doveri in Terra Santa, per sempre liberi da ambizioni politiche e rivalità etniche.
Ogni episodio che confermi la deriva sempre più pericolosa del militarismo israeliano – per chi non se ne fosse accorto: un’emergenza grave - arriva a interrogarci sulla natura profonda dello Stato di Israele.
Per decenni, le cose più militarmente brutali e prive di scrupoli che potevamo reperire nell’immaginario della nostra epoca erano nel razzismo del regime nazista.
La ricorrente brutalità delle azioni militari israeliane – consumate da una classe dirigente bellicista - suscita sempre di più un’associazione di idee con la spregiudicatezza della Germania nazista, un’analogia che risulta sconveniente e scandalosa, perché lo Stato ebraico ha legato la costruzione della sua identità proprio alla memoria della Shoah, la catastrofe in cui gli ebrei furono tra le maggiori vittime sommerse dal nazismo.
Nulla è più scandaloso che fare analogie fra chi espone i segni della vittima e chi ha i segni del carnefice, perché ogni coscienza morale non può mai accettare a cuor leggero che le colpe del carnefice siano attenuate da una qualche disinvolta strumentalizzazione.
Però questo accostamento non si può ignorare con un’alzata di spalle, né combattere con zelo violento.
C’è da chiedersi invece – al di fuori di ogni propaganda – perché Israele dopo ogni massacro, ogni sua violazione del diritto internazionale, ogni sua vessazione inflitta ai palestinesi, susciti dichiarazioni che lo paragonano di volta in volta alla Germania che perseguitava i non ariani o al Sudafrica che perseguitava i non bianchi.
Perché avviene questo, nonostante Israele abbia al suo interno una società pluralista e aperta, con una stampa mediamente vivace e libera, con stili di vita assimilabili a quelli di un avamposto democratico occidentale?
Perché, nonostante le dure rimostranze delle potentissime correnti di opinione e delle lobby di varia natura che nel mondo simpatizzano con l’avventura sionista, Israele viene paragonato proprio agli Stati che più di altri hanno suscitato avversione nel mondo anche a causa delle loro strutture crudelmente discriminatorie? Perché insomma Israele viene visto da molti come uno Stato razzista?
La risposta fa scandalo e nuota contro la corrente principale dei media, ma è semplice e dimostrabile: Israele viene visto come uno Stato razzista perché È uno Stato razzista. Uno Stato che sin dall’origine ha dato un’interpretazione fanatica della questione ebraica a totale discapito dei non ebrei presenti in Terra Santa.
Partiamo da quel che succede oggi sul suolo soggetto alla sovranità israeliana. Ci riferiamo a un territorio al cui interno accade che ci siano due reti stradali separate: una moderna ad uso esclusivo dei coloni ebrei, l’altra residuale e maltenuta per gli autoctoni palestinesi, i quali peraltro nella maggior parte della Cisgiordania non possono guidare le proprie automobili. Quelli che possono farlo devono però sottostare a una fitta rete di checkpoint che chiude i varchi per ore, mentre gli ebrei hanno una mobilità garantita e libera. Ai palestinesi è imposto un sistema di rigido coprifuoco che strangola la vita civile e l’economia. Interi settori della Cisgiordania, classificati come “aree militari chiuse” dalle forze armate israeliane, non sono accessibili ai palestinesi, compresi quelli che vi possiedano dei terreni da generazioni. Viceversa, a chiunque sia applicabile la Legge del Ritorno israeliana - cioè a chiunque sia semplicemente ebreo, ovunque nel mondo - nessuna restrizione è applicata.
Agli israeliani è proibito trasportare palestinesi in un veicolo con targa israeliana, se non con esplicito permesso. L’autorizzazione concerne tanto il guidatore quanto il passeggero palestinese. I lavoratori al servizio dei coloni e i coloni ebrei stessi hanno permessi speciali.
Ai volontari israeliani e di organizzazioni umanitarie internazionali è proibito assistere una donna in travaglio portandola in ospedale. I volontari non possono portare alla stazione di polizia, a sporgere denuncia, un palestinese che sia stato rapinato.
Amnesty International denuncia poi altri elementi di sistematico strangolamento economico, giuridico e politico della società civile araba dei territori occupati, milioni di persone. Sono discriminazioni molto incisive e strutturali, anche quando non passano con la legge ma con pratiche amministrative metodiche e infinitamente replicate: «Le forze israeliane hanno sgomberato con la forza i palestinesi e ne hanno demolito le case, in particolare a Gerusalemme Est, con la motivazione che gli edifici erano privi di permesso. Tali autorizzazioni vengono sistematicamente negate ai palestinesi. Per contro, le colonie israeliane sono state autorizzate a espandersi su terreni illegalmente confiscati ai palestinesi.»
Le discriminazioni non si limitano ai territori occupati. Non parliamo solo della Cisgiordania e di quel campo di prigionia che è ormai Gaza da troppi anni per un milione e mezzo di persone, con l’embargo che colpisce anche la pasta e i quaderni.
Anche dentro Israele la distinzione fra ebrei e non ebrei conta per legge. Ci sono importanti differenze fra cittadini ebrei e goym di Israele in ordine all’accesso ai beni immobili, ai ricongiungimenti familiari e l’acquisizione della cittadinanza. Un cittadino israeliano su cinque è arabo. Uno di loro che voglia maritarsi con una persona araba che vive nei territori non potrà mai vivere insieme ad essa in Israele. Un figlio di una tale coppia può vivere in Israele, ma solo fino ai 12 anni, poi deve emigrare.
Il “carattere ebraico” dello Stato di Israele ha implicazioni discriminatorie evidentissime. I governanti di Israele ci tengono a ribadirlo quasi dettandolo ai loro interlocutori internazionali, che remissivamente se lo lasciano dettare, come l’ex Presidente del Consiglio italiano Romano Prodi in un famoso e imbarazzante fuori onda con l’allora premier israeliano Ehud Olmert.
All’epoca del nazismo, a dispetto delle assurde chimere di Hitler, il tentativo di definire chi era ebreo si presentava spesso come un rompicapo giuridico. Lo spiega bene Roberto Finzi, nel suo libro L’Antisemitismo: «Nonostante tutte le elucubrazioni delle teorie e delle “ricerche scientifiche” razziste in Germania, come più tardi in Italia, non si riesce infatti a individuare altro criterio che quello dell’appartenenza religiosa». Di lì nasceva una minuziosa quanto inconsistente casistica discriminatoria che individuava perfino “meticci di primo grado”. Nella Germania nazista, «ebreo e meticcio di primo grado possono benissimo essere fratelli, magari anche gemelli; basta che l’uno sia innamorato di una ragazza ebrea e l’altro no».
Nel momento in cui la discriminazione cambiasse segno, l’attribuzione di diritti di cittadinanza in base all’ebraicità presenterebbe comunque paradossi irrisolvibili. Irrisolvibili anche in mano a una classe dirigente audace che puntasse sulla soluzione nazionalistica sionista - cioè sull’Israele che conosciamo - per sciogliere tutto il nodo ebraico, senza peraltro riuscirvi. È una pretesa che nessuna spietatezza può soddisfare.
Il perché lo spiegava Ernesto Balducci ne L’Uomo planetario: «il caso ebraico è un caso a sé: più ci si ragiona per discioglierlo nelle articolate spiegazioni della storia e più ci avviene di aggirarci attorno ad un ‘grumo’ inesplicabile. Intanto, mentre non è difficile dire chi è un mussulmano o chi è un negro, è impossibile dire chi è un ebreo. Il termine non indica una appartenenza etnica (non c’è una razza ebraica) né una professione di fede (ci sono ebrei atei) né una patria (ci sono ebrei che non ne vogliono sapere di Israele) né una cultura (ci sono ebrei del tutto integrati nella cultura del paese che abitano). Potremmo forse dire che l’elemento essenziale dell’ebraismo è la comunanza di una memoria storica: se questo filo si spezza, l’ebreo rientra totalmente nella comune degli uomini.»
Questa fedeltà del popolo ebraico alla propria diversità è forse da intendere per forza come il residuo di un tribalismo ostinato? Non necessariamente, come spiegheremo. Le spinte omologatrici del mondo globalizzato sono spesso pericolose, e il caso ebraico può essere visto come un segnale della forte individualità delle etnie che si disporranno domani nel mosaico dell’umanità unificata dalle grandi sfide planetarie.
Per contro, il valore universale dei diritti dell’uomo, sia come conquista del pensiero giuridico sia come pratica concreta, deve accantonare qualsiasi privilegio esclusivista per la singolarità etnica.
Balducci chiariva: «Finora, quando abbiamo scelto sulla linea della fedeltà etnica, abbiamo manomesso i criteri della totale uguaglianza fra gli uomini, e quando abbiamo scelto sulla linea di questa uguaglianza abbiamo mostrato ostilità, teorica e pratica, per ogni forma di diversità, individuale e collettiva.
La questione ebraica ci impedisce di far quadrare il cerchio, e cioè di dare soluzioni ad un problema che ancora non è risolvibile, perché ne mancano le condizioni. Per questo la questione ebraica ci rimanda al futuro.»
Un dilemma così delicato non può perciò risiedere sulle armi (convenzionali, non convenzionali, atomiche e propagandistiche) accumulate per decenni dall’attuale classe dirigente sionista e dai suoi corresponsabili, sia nelle sue correnti religiose fondamentaliste sia in quelle secolarizzate che non rinnegano nulla del laico Ben Gurion, quando dichiarava che «dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca dei terreni e il taglio di tutti i servizi sociali per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba», e che agiscono di conseguenza.
Un nodo come questo è un banco di prova fondamentale per il pianeta. Sottovalutarlo o pensare di scioglierlo con l’avventurismo militare ci porta dritti a una guerra di vastissime e funeste proporzioni, un pericolo che diventa ogni giorno più concreto.
Arrivare a risolverlo creativamente, con disegni politici di scala mondiale che ridisegnino l’assetto politico del Medio Oriente, è l’unico barlume per evitare la catastrofe. E' una tensione in favore di un autentico realismo politico. Proprio perché questo è un problema di dimensione globale, siamo contro l’antisemitismo. Scontrarsi con l’antisemitismo non è solo un modo di tenere in grande considerazione la questione ebraica, è un modo di tener caro il futuro dell’uomo. Perciò dobbiamo essere all’altezza di questa complessità.
Due accademici, il geografo Arnon Sofer e il demografo Sergio Della Pergola (un israeliano nato e vissuto in Italia fino al 1966) dell’Università di Gerusalemme, a suo tempo consulenti di Ariel Sharon, hanno analizzato la situazione in termini che possiamo di seguito riassumere: date le attuali proiezioni sulla crescita demografica, Israele dovrà risolvere un problema che ha tre variabili: democrazia, ebraicità, dimensione territoriale. Soltanto due di queste variabili potrebbero coesistere nell’Israele degli anni a venire.
Potrà essere uno stato democratico ed ebraico, ma allora dovrà essere di ridotte dimensioni.
Potrà essere democratico e grande, ma allora non sarà più ebraico.
Infine potrà essere ebraico ed esteso, ma allora non sarà più democratico.
Benché la soluzione “due popoli, due stati” sia ormai quasi unanimemente considerata - sia a livello internazionale che italiano - come l’unica possibile conclusione del conflitto, una tale soluzione, ammesso poi che sia mai realizzata, difficilmente potrà condurre ad una pacificazione dell’area poiché non risponde a criteri di giustizia ed equità.
La situazione di fatto creata in Palestina (ovvero nei Territori e in Israele) non consente la nascita dello stato palestinese a fianco di Israele se non come mera “espressione geografica” priva di elementari contenuti di sovranità.
Il nascente stato di Palestina, infatti, non avrebbe la possibilità di realizzare una politica di difesa indipendente né potrebbe stringere rapporti diplomatici con altri stati in tale funzione; dipenderebbe totalmente da Israele per l’utilizzo delle risorse primarie, ovvero acqua ed energia.
La conformazione territoriale consolidatasi in loco (in particolare in Cisgiordania) con la politica degli insediamenti e la costruzione del muro “difensivo” rende i territori palestinesi del tutto inadatti a formare un substrato geografico favorevole alla nascita di uno stato sovrano.
Con la situazione diplomatica attuale, poi, la nascita dello stato palestinese non risolverebbe le controverse questioni di Gerusalemme capitale e dello status dei profughi che dal 1948 in poi sono stati costretti ad abbandonare la Palestina.
La soluzione “due popoli, due stati” potrebbe poi innescare un’ulteriore fonte di conflitto, ora latente. Con la nascita dello stato di Palestina, la componente araba con passaporto israeliano che attualmente vive in territorio di Israele (pur con uno status di cittadini di serie B, come abbiamo visto) potrebbe essere “invitata” a trasferirsi nel nuovo stato per realizzare due entità nazionali (Israele e Palestina) etnicamente pure. La storia del Novecento ha mostrato in altre aree del pianeta molti precedenti di questi scambi, con costi umani spaventosi.
La nascita di Israele come stato escludente, su base confessionale ed etnica, così come voluto dalla dottrina sionista, ha prodotto fin dalla sua fondazione una ferita che non è più stata rimarginata. Se fin dagli anni ‘30 si fosse prospettata la nascita di uno stato indipendente su tutto il territorio di Palestina (comprendente l’attuale Israele più i Territori) con caratteri multi-etnici, multi-confessionali, multi-nazionali, lo stato avrebbe ottenuto ben presto, e forse da subito, un carattere pacifico ed unitario.
Ci chiediamo: è possibile recuperare, ora, quella prospettiva? Ovvero la nascita di un unico stato per due popoli? Sessanta anni di guerre e divisioni hanno segnato profondamente le due parti, tanto che una possibilità del genere appare utopistica. Tuttavia esistono ancora, sia negli ambienti pacifisti israeliani, sia a livello internazionale, gruppi e personalità ebraiche che, su una base anti-sionista, prospettano la riconciliazione con i palestinesi e la possibilità della nascita di una entità statale bi-nazionale e multiconfessionale.
Che arabi ed ebrei, insomma, possano vivere insieme con pari diritti e dignità in un unico stato. Per l’architettura giuridica ci si potrebbe ispirare a nazioni già esistenti, come Canada, Belgio, o Svizzera, paesi che, storicamente, pur con pulsioni anche recenti verso la separazione, hanno determinato pace e prosperità tra etnie distinte pur vivendo nello stesso ambito geografico.
Sul piano politico questo significa portare la prospettiva “due popoli, uno stato” a livello di conoscenza e dibattito pubblico al fine di contaminare il pensiero unico fondato su “due popoli, due stati”, una prospettiva che si richiama alla realpolitik, ma si dimostra sempre più sterile e politicamente impraticabile.
Con il patrocinio di esponenti e/o gruppi politici internazionali è forse tempo di promuovere convegni e conferenze sul tema, determinando l’incontro tra esponenti ebrei ed arabi favorevoli a tale progetto, nella prospettiva di creare una organizzazione permanente, internazionale. Un focolare multietnico che sviluppi, promuova, analizzi e risolva tutte le problematiche inerenti alla questione e coaguli attorno a sé sempre maggiori forze.
Certo, l’ipotetico Stato Unico della Terra Santa – oggi collocato in un’area già popolatissima - diventerebbe una delle aree potenzialmente più affollate del pianeta, per via delle speculari Leggi del Ritorno che dovrebbero garantire a palestinesi ed ebrei di vivere ovunque vogliano, in quel territorio. Un processo di “nation building” di questa natura sarebbe costoso. Ma se si pensa ai miliardi attuali bruciati dagli USA ogni anno in forniture di armamenti strategici, se si pensa alle abnormi spese di gestione dell’apartheid, se si pensa in prospettiva allo sbocco che potrebbero avere gli affari mediorientali, le risorse ci sarebbero, eccome.
Gli inevitabili problemi di sicurezza, che oggi Israele affronta con unilateralità militare e in spregio alla comunità internazionale, dovrebbero essere in carico a una massiccia presenza di forze armate, forze di polizia e cooperanti civili di tutto il mondo. Un anno di servizio militare o civile a Hebron, a Gerusalemme, a Gaza, a Tel Aviv sarebbero per un’intera generazione un’esperienza di grande apertura al mondo.
Il discorso oggi più eretico del mondo, ossia volere la sconfitta politica del disegno sionista e volere una trasformazione statuale che rinunci all’assetto esistente, non è certo sinonimo di distruzione della presenza ebraica in Terra Santa. Ben al contrario.
«Ora, di tutti gli improbabili motivi accampati dai sionisti per occupare la Palestina», ricorda Miguel Martinez «l'unico che abbia un minimo di coerenza è quello teologico, basato su una delle possibili letture di ciò che chiamiamo "Antico Testamento", ovviamente per chi ci crede. E non c'è dubbio che le terre israelitiche nella Bibbia (dove peraltro non compare mai l'espressione "Terra d'Israele") corrispondessero all'incirca alla Cisgiordania più la Galilea, con l'esclusione della maggior parte dell'Israele pre-1967. Sono quindi significativi per il giudaismo esattamente quei luoghi che i sostenitori di "due popoli due stati" vorrebbero che venissero restituiti ai palestinesi.»
Non stupisce poter ritrovare perciò fra gli ebrei ortodossi una figura come Menachem Froman, che rovescia i presupposti del «sionismo reale».
La Terra è unica, e umanamente appartiene ai palestinesi; «ma gli ebrei hanno il diritto, e forse il dovere, di vivere nei luoghi più sacri di quella terra.
Quindi stato unico dal Giordano al mare, con uguali diritti per tutti i suoi cittadini; e libertà per gli ebrei religiosi di insediarsi in ciò che loro chiamano Giudea e Samaria. In base allo stesso principio, Froman ha difeso le colonie ebraiche a Gaza».
Froman ha un dialogo vero e caloroso anche con Hamas e con altre formazioni sociali e politiche palestinesi.
Il nuovo realismo politico procederà – dovrà procedere - in ambienti davvero inediti.
Il tramonto del sionismo reale e l’affermarsi di un ordine statuale che custodisca in modo nuovo la casa delle varie religioni e dei popoli del Medio Oriente può essere il “temporis partus masculus” della comunità mondiale.
Quasi alla vigilia dell'anniversario della strage di Gaza, una figura istituzionale nuova e importante ha parlato. Nessun rilievo presso i media più forti, almeno in Italia. Eppure i primi passi dell'Alto rappresentante per la politica estera e di difesa dell'Unione europea, Lady Catherine Ashton, sarebbero stati interessanti, per capire, per giudicare.
Il fatto è che la Ashton ha espresso una posizione dura verso Israele, che continua a imprigionare Gaza. Ma la donna politica britannica ha esteso la sua critica anche al Muro di separazione e alle continue espulsioni delle famiglie palestinesi dalle loro abitazioni a Geruslemme Est, nonché alla politica di colonizzazione.
Ashton, a nome della UE, ha ricordato che «Gerusalemme Est è un territorio occupato, unitamente alla Cisgiordania», il che implica l'obbligo di rispettare convenzioni internazionali che stabiliscono precise responsabilità in capo all’occupante nei confronti della popolazione soggetta all'occupazione. Tanto più forte e rilevante è apparsa la presa di posizione della laburista britannica, quanto più sbucciava come una banana il compagno di partito Tony Blair, che ricopre il ruolo di inviato speciale del «Quartetto» (UE, USA, ONU e Russia), la debole camera di compensazione diplomatica sul conflitto israelo-palestinese.
«Ho ricordato personalmente a Tony Blair che il Quartetto deve dimostrare di valere i soldi che costa, e che può essere rafforzato». Dopo anni in cui l'Europa ha taciuto, alla prima occasione, la prima persona che assume la carica di ministro degli Esteri europeo ha riaffermato la posizione che precedeva il silenzio, dieci anni orsono: soluzione a due stati, Gerusalemme capitale condivisa, confini stabiliti decenni fa dalle Nazioni Unite.
La cosa non è piaciuta affatto al governo d'Israele e a significativi esponenti di spicco della società israeliana. Portavoce politici, ministri, propagandisti, giornalisti si sono lamentati con forza. Compreso il ministro degli Esteri Avigdor Liberman, notoriamente un oltranzista e un falco.
Lady Ashton è stata presentata come un'aristocratica razzista e antisemita, a dispetto di anni e anni di sua militanza per i diritti umani. Eppure quelle della Ashton non erano opinioni personali, ma la posizione ufficiale della UE. Gli ultrà filo-israeliani - a Gerusalemme e nel mondo - hanno invece spinto per la personalizzazione. Sorte simile era toccata anche al presidente USA, Barack Obama, quando aveva blandamente richiesto di congelare i nuovi insediamenti. E' stato irriso a parole e nei fatti. Business as usual, come ai tempi di Bush: gli anni d'oro per il Sionismo Reale, che ha potuto devastare il Libano, fare di Gaza una prigione e un tiro al bersaglio, aumentare i coloni in Cisgiordania da poche migliaia a mezzo milione, creare un sistema di muri, checkpoint, autostrade riservate, leggi razziali. Negli anni di Bush si è perfezionato un sistema spesso paragonato, per difetto, all'apartheid sudafricano.
La strage di Gaza (operazione Piombo Fuso) nacque anche da motivazioni e spinte elettoralistiche. Un primo ministro screditato, Ehud Olmert, e una ministra ambiziosa ma in calo di consensi, Tzipi Livni, contando su un nuovo diffuso senso comune nazionalistico che approvava massicciamente la guerra, cercarono di portarsi avanti il lavoro. Gli fu lo stesso preferita l'estrema destra.
L'uso del fosforo bianco, dei DIME, così come le crudeli pratiche belliche inflitte a una popolazione tenuta in sostanziale stato di detenzione, erano un crimine di guerra, evidente anche prima che la commissione ONU guidata da Richard Goldstone concludesse in tal senso.
Una simile verità è inaccetabile per Israele, che rigetta in toto il rapporto della commissione e rifiuta altre indagini. Anche dopo che la fase intensa dell'operazione Piombo Fuso si era conclusa, Israele ha continuato a vietare a Gaza l'ingresso di materiali che ne consentissero la ricostruzione. L'assedio continua tuttora. Include beni e servizi essenziali e strangola l'economia. L'obiettivo di disarticolare Hamas si è dimostrato peraltro irrealistico.
Le concessioni ora prospettate da Israele potrebbero accontentare però solo un'entità governativa palestinese collaborazionista. Nemmeno gli screditatissimi esponenti dell'Autorità Nazionale Palestinese arrivano a tanto.
Senza Bush, mentre Obama tace, l'Unione Europea ha così qualcosa da dire sul rispetto dei diritti umani e dei trattati violati dalla potenza occupante. E lo fa criticando il principale alleato europeo di George W. Bush, quel Tony Blair che pure aveva puntato a diventare il presidente della UE, lui, complice di troppe guerre e troppo sbagliate, per poter godere ancora di una qualche fiducia, perfino nel suo partito, il Labour.
In Europa si celebra in questi giorni il ventennale della caduta del Muro di Berlino, ma nessuna parola viene spesa, da politici e giornalisti, per ricordare che altrove, nella martoriata Palestina, i muri crescono, altissimi e imponenti, e soffocano milioni di persone. È il Muro dell'apartheid israeliano, condannato dal diritto internazionale e dai maggiori organismi per la tutela dei diritti umani. Invano. Israele, nonostante i crimini di cui si macchia da oltre 60 anni, è accolta a braccia aperte nel consesso delle nazioni occidentali (e non solo!), e si moltiplicano gli accordi politici, commerciali e militari. Pubblichiamo qui di seguito l'articolo scritto da un videmaker italiano, che in questo periodo si trova a Bil'in, una cittadina nei pressi di Ramallah, nota internazionalmente per aver intrapreso circa cinque anni fa, una determinata e coraggiosa resistenza nonviolenta contro gli occupanti e oppressori israeliani.
Di L.M. (*) , da Bil'in.
Venerdì 6 novembre, in occasione del ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, gli abitanti di Bil’in, accompagnati da decine e decine di attivisti internazionali e israeliani, hanno protestato contro il Muro dell’apartheid che da oltre cinque anni opprime le loro vite.
I manifestanti hanno marciato dalla moschea fino alla postazione dei soldati portando un muro fatto di polistirolo con la scritta “Berlin 1989, Bilin ?” e “ Non importa dove, non importa quanto alti, abbattere tutti i muri”. Alcuni manifesti dicevano “Ich bin Biliner”, ricordando la famosa frase “Ich bin Berliner’.
Diversi cori sono stati scanditi e discorsi al megafono ricordavano quanto l’unico desiderio sia quello di vivere in pace, ottenendo come unica risposta una pioggia continua di lacrimogeni. I manifestanti hanno posizionato il muro di fronte al cancello, al di là della recinzione, in modo da farlo abbattere dai soldati stessi. L’azione ha avuto il risultato sperato visto che i soldati per rimuovere il cancello lo hanno fatto cadere accompagnati dalle urla di giubilo dei dimostranti e sommersi dai lacrimogeni lanciati dai loro stessi commilitoni.
Crca venti anni fa, Bil'in ha dovuto subire la perdita delle sue terre, espropriate dallo stato di Israle per costruire delle colonie illegali.
Poi sette anni fa la decisione di Israele di costruire una barriera tra i Territori occupati e lo stato ebraico, che però non segue il tracciato che ufficialmente segna i confini dello stato che di fatto è riuscito ad annettere ulteriore terra palestinese. Solo a Bil'in, degli oltre 40.000 ettari rimasti dopo la costruzione delle colonie, il muro ne ha annessi più della metà. In cinque anni di proteste nei villaggi che sorgono lungo il tracciato del muro, 23 manifestanti sono stati uccisi dall’esercito durante delle manifestazioni pacifiche.
Vi presentiamo un documento filmato sulle questioni irrisolte della Terrasanta, un lavoro giornalistico televisivo di esemplare chiarezza. È andato in onda il 25 gennaio 2009 su una delle ammiraglie del giornalismo televisivo americano, la trasmissione “60 minutes” della CBS. La rete di traduttori Tlaxcala ha aggiunto i sottotitoli in italiano. Il taglio è finalmente oggettivo, il tema dei territori palestinesi occupati assume una sua concreta corporeità, la troupe è andata dove doveva andare, non si sente quel maledetto veleno della propaganda che ci inquina ovunque l’informazione mainstream metta mano a questa vicenda.
I neocon sono andati in letargo, e comincia a emergere l’impensabile: qualche sprazzo di verità, qualche risveglio in tv. La fase letargica continua tuttavia nel mainstream nostrano.
I costi di un reportage come questo, seppure con una squadra attrezzata di tutto punto, i viaggi, i documenti di repertorio, sarebbero stati alla portata della Rai. Ovviamente la Rai non ha prodotto nulla di simile, pur avendone i mezzi. Non l’ha fatto nemmeno Pandora, ma questa i mezzi non ce li ha, per ora. Perciò è importante averli. Per chi crede nella forza dell’informazione.
Quindi cosa succede? Per la gran gioia di chi ama il web, si moltiplicano i siti che meritoriamente riprendono il video. Come Luogocomune, Mirumir e tanti altri. Alla fine, centinaia di migliaia di italiani vedranno il filmato. Saranno però milioni, tante volte di più, a non vederlo mai. Non potranno essere raggiunti in modo diretto.
Nel frattempo, sia come sia, invitiamo a vedere e a diffondere questo programma. È un buon punto di partenza per capire che la questione israeliana e palestinese terrà ancora banco. Abbiamo detto che l’inchiesta è «sulle questioni irrisolte della Terrasanta». In realtà emerge una cosa più preoccupante: che forse si tratta di «questioni “irrisolvibili”», di fronte alle quali si pongono vari tentativi di soluzione, ognuno a suo modo capace di distruggere perfino i pessimi equilibri esistenti, con costi umani su scala più vasta e tragedie storiche. Pulizia etnica, apartheid, democrazia da “una testa un voto” sono altrettante "soluzioni distruttive". I filosofi avrebbero un esempio concreto per spiegare il concetto di “aporia”. Di certo 12 minuti di buon giornalismo ci spronano a non abbruttirci al punto di accontentarci delle spiegazioni correnti.
Intervento di Giulietto Chiesa, europarlamentare, all'assemblea organizzata a Roma da ISM-Italia e Forum Palestina - da Megachip
L’intervento di Ilan Pappé sgombra il terreno da molte delle questioni che io volevo proporvi. La mia posizione, la nostra posizione, è quella di persone che vivono lontano dalla Palestina, in altri contesti. Noi non siamo là e dobbiamo chiederci cosa possiamo fare qui. E prima di tutto capire ciò che è accaduto, e se esso ha o no cambiato il nostro modo di valutare la situazione. Concordo intanto, pienamente, con l'analisi di Pappé. Gli eventi di Gaza hanno messo di fronte a tutti noi la verità, e cioè che Israele è guidata da un gruppo criminale che non intende rinunciare a un centimetro quadrato di quella che loro chiamano la Galilea. Un gruppo di criminali che hanno l’appoggio – anche qui concordo pienamente con Pappé – della grande maggioranza della popolazione israeliana. Questi sono i punti da cui dobbiamo partire anche noi.
Il massacro di Gaza ha un solo significato: se costoro vincono non ci sarà alcuno stato palestinese, né oggi né domani né mai. A meno che Israele non sia costretta ad accettarlo sotto una forte pressione internazionale esterna. Questa ipotesi, tuttavia, è altamente improbabile, per non dire inesistente. Queste, in estrema sintesi, sono le coordinate realistiche del problema. Le élites europee sono state corresponsabili e complici della strategia americana e israeliana (sostanzialmente coincidenti) e non si sposteranno da questa posizione in un periodo di tempo prevedibile. Lo dico da osservatore ravvicinato dei comportamenti europei a Bruxelles. Israele continuerà dunque a martoriare il popolo palestinese occupandone il territorio, aumentando gli insediamenti, trasformando le zone occupate - come è stato qui descritto crudamente - in una prigione a cielo aperto. E dove la popolazione palestinese sarà costretta a misurare sulla sua pelle il livello di repressione cui sarà sottoposta, in proporzione diretta con la quantità di resistenza che sarà in grado di opporre alla violenza e al sopruso degli occupanti.
E' il ritratto di una pulizia etnica esercitata in modo sistematico. Qui Ilan Pappé ci ha detto cose dalle quali è impossibile prescindere e senza le quali non si potrà definire un programma politico di sostegno al popolo palestinese. Tra queste una mi pare cruciale: non riusciremo ad aprire una breccia nella coscienza collettiva europea se non riusciremo a separare l'idea dell'olocausto dal problema palestinese. Cioè se non riusciremo a smontare la più mostruosa delle manipolazioni sioniste, secondo la quale, per riparare alle colpe dell'olocausto, l'Europa deve consentire a Israele di realizzare la pulizia etnica definitiva della Palestina. E' questo il nocciolo dell'ideologia sionista dei tempi moderno. Un segno genocidario che concede alle vittime di allora di diventare carnefici con la benedizione del mondo occidentale.
Possiamo accettare una tale mostruosa equazione, che getta su un popolo intero le conseguenze di una responsabilità alla quale è stato comunque estraneo, ma che scarica su noi europei la responsabilità di accettare un secondo olocausto, questa volta contemporaneo, di dimensioni minori solo perché i palestinesi sono meno degli ebrei di allora. Io ricordo spesso l'aforisma di Hans Magnum Enzensberger, uno scrittore tedesco: «ai tempi del fascismo noi non sapevamo di vivere ai tempi del fascismo». Temo proprio che stia accadendo esattamente la stessa cosa. Ai tempi di Gaza, dello sterminio di un popolo, che avviene sotto i nostri occhi, noi non sapevamo di stare ai tempi del fascismo. O meglio noi che siamo qui lo sappiamo. Fuori da qui sono in pochi a saperlo, soverchiati da messaggi mediatici falsificati. Ma forse anche noi abbiamo capito solo alcune cose, mentre altre, più profonde e più inquietanti, ancora ci sfuggono.
Ecco io credo che molti di noi non abbiamo ancora ben compreso che anche noi, qui, siamo in pericolo. E che la nostra solidarietà con il popolo palestinese è in realtà anche una forma di autodifesa. Ecco il punto fondamentale, per giungere al quale si richiede un salto intellettuale. Noi parliamo di solidarietà e di giustizia con e per il popolo di Palestina, ma in realtà dovremmo renderci conto che stiamo cercando di salvare noi stessi. Perché quello che sta accadendo in Palestina - e non è retorica, è l’analisi politica, cruda e fredda - è la guerra contro di noi.
I dirigenti sionisti israeliani non sono così stupidi da pensare di poter cancellare in tempi brevi il popolo della Palestina. Non sono così stupidi, non lo sono mai stati. Dal 1948 in avanti hanno dimostrato di avere una precisa strategia. Una strategia che, con lievi variazioni, non hanno mai sostanzialmente abbandonato. Sanno, i dirigenti israeliani, che godono dell'appoggio della gran parte della loro popolazione, che c’è un limite oltre il quale nemmeno la schiera degli amici occidentali, nemmeno l’Europa, è in grado di seguirli in "condizioni normali". In "condizioni normali" - cioè le attuali condizioni, gli attuali rapporti di forza politici - hanno dovuto fermarsi a Gaza, perché andare oltre avrebbe significato mettere a repentaglio le loro relazioni privilegiate con il resto del mondo occidentale, perdere il contatto. Sottolineo l'espressione : in condizioni normali.
Non è possibile realizzare la pulizia etnica totale della Palestina, in condizioni normali. In condizioni normali si può procedere solo per tappe, infliggendo colpi sempre più duri, ma senza mai poter risolvere il problema degli "scarafaggi da schiacciare", del "formicaio da incendiare", per usare espressioni rivelatrici dei militari israeliani. Per questo hanno fermato il massacro a un certo punto. In condizioni normali significa poter agitare in continuazione, assecondati dal mainstream mondiale, l'idea che sia Israele e la sua esistenza ad essere minacciata. Anche quando apparirebbe evidente, a chiunque non fosse accecato, che non vi è alcuna possibilità di mettere in discussione, realmente , l'esistenza di Israele. Che nessuno è in condizione di minacciare realmente, neanche lo volesse, per quanto lo proclamasse, l'esistenza di Israele. Anche quando non vi è dubbio alcuno che Israele ha tutto ciò che le occorre per vincere ogni battaglia e ogni guerra. Non solo la superiorità bellica, ma anche quella politico-diplomatica, ma anche quella informativa.
Il trucco consiste dunque nel continuare a gridare di essere le vittime, anche quando si è ormai da tempo diventati carnefici. E lo si può fare in condizioni normali, come quelle che abbiamo vissuto e viviamo. in condizioni in cui l'opinione pubblica mondiale pensa che con Israele si possa parlare di negoziati e di una soluzione pacifica. Ma poiché l'obiettivo sionista è la conquista totale del territorio della Palestina, e poiché questo significa la pulizia etnica finale di quel territorio, e poiché questa è impossibile senza un genocidio, è evidente che i dirigenti israeliani hanno in mente un'ipotesi non "normale".
Se essi pensano - lo pensano anche se non lo dicono pubblicamente, almeno non negli ultimi tempi - che "nemmeno un centimetro di terra sarà lasciato ai palestinesi", al "formicaio palestinese", agli "scarafaggi palestinesi", allora restano due ipotesi materialmente percorribili: pulizia etnica totale, oppure sottomissione totale dei rimanenti, umiliazione, rinuncia, bantustanizzazione del popolo palestinese.
Ma il genocidio è inaccettabile per l'opinione pubblica occidentale, dunque resta l'ipotesi transitoria "dell'apartheid in versione araba". L’esempio sudafricano citato da Pappé è perfettamente attinente. Esso non prevede alcuno stato palestinese realmente indipendente. Prevede l'umiliazione finale del popolo palestinese; in primo luogo la sua divisione (cosa già ottenuta); la estensione degl'insediamenti; il proseguimento sine die dell'occupazione, con l'acquiescenza in primo luogo dei leader palestinesi che hanno già accettato la sconfitta e si sono fatti comprare, in secondo luogo dei regimi arabi reazionari, e, in terzo luogo dell'Europa. Degli Stati Uniti non parlo perché essi sono i principali alleati di questa politica. Con Obama non ci saranno qui cambiamenti: la nomina della signora Hillary Clinton a segretario di stato dice già tutto ciò che occorre per prevedere quale sarà la politica di Obama nel Medio Oriente e in Palestina. È una linea che mette nel conto, per un certo periodo di tempo, anche lungo, una situazione di occupazione sempre più feroce, con assassinii mirati, risposte terroristiche, liquidazioni settoriali dei capi di Hamas, con l’uso di azioni e risposte terroristiche disperate o organizzate, o provocate, o stimolate. Tutte le varianti sono buone e, del resto, sono già state sperimentate se è vero, com'è vero che Hamas è nate da una costola del Mossad, costruita con soldi del Mossad per creare divisione e per impedire ad Arafat di proseguire una politica di raccolta dei consensi attorno all'ipotesi di pace in cambio di territori.
Ogni tipo di provocazioni sarà tentato, come è avvenuto con successo in passato, per scompaginare la resistenza palestinese. Si potrà fare anche perché il mainstream mediatico, composto in gran parte di servi imbecilli del potere, cadrà in tutte le trappole, le amplificherà, le giustificherà. Basti l'esempio, assai significativo, della notizia diffusa da Hezbollah proprio nei giorni dell'attacco contro Gaza. Notizia che rivelava il ritrovamento - appunto da parte dei servizi di Hezbollah - di una postazione di missili telecomandati a distanza, che avrebbero dovuto partire dal Libano del Sud e andare a schiantarsi su case israeliane. Non era stato certamente hezbollah a piazzarli, visto che li ha scoperti. E allora chi ce li aveva messi? E come avrebbe reagito, per esempio il Corriere della Sera alla notizia di questo attacco? Avrebbe parlato di un'azione terroristica, proditoria, organizzata da Hezbollah per creare un secondo fronte in Libano, destinato a indebolire l'offensiva israeliana contro Hamas, eccetera eccetera. E l'aviazione israeliana, che non ha problemi di carburante, e di bombe, sarebbe quindi partita immediatamente per bombardare i villaggi del Libano. Ecco come si organizza la guerra e, prima della guerra, la disinformazione.
Ci saranno provocazioni di ogni genere, questo dobbiamo saperlo. Anche per una questione di consenso dell’opinione pubblica interna, che deve essere mantenuta in uno stato di paura permanente. Tutto questo è ovvio ormai anche se disumano e mostruoso. Ma tutto questo, vorrei sottolinearlo, e spero di essere ben capito, tutto questo è ancora politically correct, cioè comprensibile ai politici occidentali, all’opinione pubblica occidentale che, tutto compreso, lo considerano accettabile, come hanno considerato accettabile per tutti questi anni, l’occupazione della Palestina. Hillary Clinton, ripeto, ha già dichiarato che è pronta ad accettare questa logica. Questa è l’unica pace che Israele riesce a concepire e che può spiegare a tutto il resto del mondo.
Ma attenzione a non fermarsi a questo punto. Perché c’è un risvolto che non è affatto politicamente corretto, la cui mostruosità ancora sfugge persino a molti di noi, sicuramente a una parte della sinistra in Italia e a una larga parte, purtroppo devo dirlo, della sinistra europea, avendo partecipato ai dibattiti del gruppo socialista al parlamento europeo, avendo riscontrato che una metà del gruppo socialista è più o meno apertamente filo-israeliano. Del resto non aderiscono forse all'Internazionale Socialista Shimon Peres e Ehud Barak, quest'ultimo ministro della difesa del governo Olmert? Allora dobbiamo fare un altro passaggio concettuale, che ci aiuti a penetrare all'interno dell’ideologia sionista più estrema.
Ho parlato fino ad ora di una strategia israeliana "limitata", strategia di conquista in "condizioni normali", cioè psicologicamente accettabili da parte dell’opinione pubblica occidentale. Ma che cosa accadrebbe se improvvisamente le condizioni diventassero "anormali"? E che cosa significano condizioni internazionali anormali? Pongo la questione in altra forma. Chi pensa che i dirigenti israeliani possano accettare, un giorno qualsiasi, di perdere il monopolio assoluto della forza di cui dispongono, monopolio che hanno ottenuto in dono da Washington da molti anni? Qualcuno di noi pensa realisticamente che questa ipotesi sia possibile? Chi lo pensasse commetterebbe un errore fatale. Israele non accetterà mai di perdere il monopolio della forza militare atomica. Perché perdere quest'arma di ricatto potrebbe mettere Israele nella necessità di trattare. Perché loro hanno già calcolato anche l'eventualità di perdere l'appoggio incondizionato degli Stati Uniti. Perché hanno perfino previsto che l'Europa potrebbe "tradirli". Quella stessa Europa che essi disprezzano e odiano perché è in Europa che l'olocausto si è realizzato. Ecco perché il Libano del 2006, Gaza del 2008 non sono episodi chiusi in sé, per quanto mostruosi. Sono stati descritti come rappresaglie, ma sono mosse di una strategia ben precisa di carattere internazionale che avrà il suo apice con l’attacco all’Iran.
In tutti i casi sopra citati i sionisti hanno messo nel conto che si difenderanno da soli. Mai sentita la storia di "muoia sansone con tutti i filistei" ? Chi ha messo in cima ai suoi pensieri, ad ogni costo, la "terra promessa", chi la ritiene un dono divino, anzi un ordine divino. Chi interpreta questo ordine come proveniente dal dio degli eserciti, potrebbe essere pronto ad affrontare Armageddon. Noi siamo di fronte a un gruppo di persone che, lasciato a se stesso, andrà fino in fondo, mosso da una ideologia fanatica, razzista, genocidaria. Ecco cosa intendo per "situazione anormale": quando dal ragionamento politico si viene scaraventati fuori e si entra nell'invettiva religiosa, qualcuno si colloca "dalla parte di dio". Avverrà quando Israele scatenerà l’attacco contro l’Iran.
Affermo questo perché non penso che l'Israele prigioniera del sionismo, cioè del fanatismo, rinuncerà al monopolio della forza. Ora anche qui i casi principali sono due: o Barack Obama avvia una politica di dialogo reale con Teheran, per esempio abbandonando esplicitamente e chiaramente l'opzione militare, offrendo all'Iran una sviluppo controllato dell'energia atomica a usi pacifici, proponendo un Medio Oriente libero dalle atomiche (probabilità molto bassa, per non dire inesistente), oppure Tel Aviv metterà in atto (da sola o con Washington, anche tirandola per i capelli con un'azione di sorpresa) un'offensiva per liquidare il potenziale armamento atomico e missilistico iraniano.
E questo momento avverrà presto, perché secondo i calcoli dei servizi segreti israeliani, l’Iran si doterà della bomba, come loro dicono, in uno spazio di tempo abbastanza veloce, due o tre anni. Cioè nel corso del primo mandato del presidente Obama. Questo è quello che intendo per "situazione anormale". Pochi in occidente se ne rendono conto, e, per questo, saranno colti di sorpresa. Eppure è a questo che si sta andando. Perché fermare l’Iran si può fare in uno dei due modi sopra descritto. Obama può prendere l’aereo e andare a Teheran a dire ai dirigenti iraniani che l’America ha rinunciato all’uso della forza nei loro confronti e propone una intesa per la gestione comune internazionale del programma nucleare iraniano? Se non può farlo, resterebbe solo l’opzione del bombardamento. Ma il pericolo per la pace mondiale ci sarebbe anche se lo facesse perché vorrebbe dire che Israele ha perduto l'appoggio incondizionato di Washington e deve prepararsi a trattare con i palestinesi. Cioè a rinunciare al dono del Dio di tutti gli eserciti.
Ricordo a voi che nei giorni che hanno preceduto immediatamente l’attacco di Gaza, il governo israeliano ha chiesto il permesso agli Stati Uniti di bombardare l’Iran, e lo ha chiesto con tre domande molto precise. La risposta del presidente Bush, che ha avuto paura, è stata “no”. Le richieste erano tre: dateci bombe ad alta penetrazione; dateci la possibilità di rifornire i nostri aerei in volo perché tornino alle basi di partenza senza toccare terra; dateci il permesso di passaggio dei nostri aerei sul territorio iracheno Il portavoce di Bush ha risposto in modo singolare: «abbiamo risposto no alla prima domanda, no alla seconda domanda, e alla terza abbiamo risposto no no no». Ma le domande sono state fatte, il che vuol dire che sono pronti. Anzi vuol dire che sono pronti loro, ma che sanno perfettamente che è pronta anche l'America, perché in caso di attacco all’Iran incomincerà la guerra di vaste proporzioni.
È in quella fase che la situazione sarà anormale, e sarà in quel momento che il popolo palestinese subirà il colpo decisivo senza che nessuno possa reagire. Perché saremo tutti in guerra e avremo altro cui pensare, e l'opinione pubblica europea penserà al petrolio che balzerà in alto, al riscaldamento in pericolo, agli ospedali al buio e ai negozi vuoti. Tutto questo sfugge a quasi tutti, ma fa parte del disegno. Saremmo veramente degli ingenui pensassimo che chi ha mandato gli aerei a bombardare la gente di Gaza, con quella smisurata ferocia, pensi in altri termini. A questo scenario sono preparati. Anche perché c'è del genio in questa follia. E loro hanno sempre ragionato con grande acume e freddezza. Oggi con più freddezza di ieri. L’America è in crisi, il loro principale protettore è in crisi. E che ne sarebbe di Israele, della sua potenza militare, del suo monopolio della potenza se i suoi protettori si trovassero improvvisamente non a cambiare idea, ma in difficoltà. Che accadrebbe se Israele si trovasse a non avere più gli alleati solidi che ha avuto in questi anni? Ecco perché gridano alla minaccia all'esistenza di Israele: sanno benissimo di non essere minacciati, ma pensano di perdere la protezione e di dover trattare. Quindi si preparano (è da decenni che si sono preparati) a giocare d’anticipo, a organizzare una guerra più grande. Ecco perché affermo che lo Stato d'Israele è diventato il pericolo principale per la pace del mondo, non solo per la sorte del popolo palestinese.
Ritorno dunque al punto di partenza. Bisogna che incominciamo a ragionare in termini di una battaglia politica per modificare non le posizioni di Israele (che può cambiarle solo se costretto dalla comunità internazionale) ma le opinioni della gente europea, italiana in primo luogo. Per fare questo consentitemi una notazione: noi abbiamo le nostre assemblee, le nostre manifestazioni, quando ci riusciamo. Ma guardate che l’intera narrazione di ciò che è avvenuto in questa guerra l’hanno fatta loro. Noi abbiamo denunciato, ma le nostre voci sono piccole e flebili. Paradossalmente sono state più efficaci le immagini mostruose della gente innocente ammazzata che, in un modo o nell'altro, sono giunte nelle case italiane e che hanno parzialmente disinnescato la versione bugiarda che le accompagnava. Amici diamoci una svegliata, tutti insieme! O noi ci dotiamo di una televisione e di una radio nazionale che parli a un milione di persone al giorno, oppure dobbiamo sapere che non potremo difendere i palestinesi né difendere noi stessi. Né oggi, né mai. Quando dico tutti noi, dico tutta l'area della pace, quella che esisteva e che non esiste più, ma che potrebbe esistere di nuovo, se capissimo dove siamo.
Il che, lo ripeto, equivale a prendere atto che il racconto della storia contemporanea lo stanno facendo loro; che noi siamo stati espulsi dalla narrazione, noi non abbiamo modo di parlare a milioni di persone, non abbiamo voce. Quindi la questione dell’informazione deve diventare il punto principale della nostra attenzione. Possiamo farlo? Certo che possiamo farlo. Ma questi strumenti dobbiamo pagarceli di tasca nostra. Non ce li regalerà nessuno. Io, con parecchi altri giornalisti, ho messo insieme un progetto. Andate a vedere su PandoraTV (www.pandoratv.it). Ci consentirebbe di parlare, con pochissimo denaro, a centinaia di migliaia di persone ogni giorno. Cosa aspettiamo!? Ho chiesto: tirate fuori 100 euro a testa. Facciamo questa televisione per due anni Che è il momento cruciale in cui si deciderà tutto. Volete darci una mano? Perché, se non facciamo questo, noi possiamo anche salvarci la coscienza e dire che abbiamo fatto molto, ma non avremo fatto quello che poteva farci vincere, o almeno non faci perdere ancora una volta.
Ricevo decine di mail ogni giorno, di giovani che mi chiedono spiegazioni, chiarimenti, che fanno domande. Quante migliaia ci sono, che pongono le stesse domande e che non mi scrivono? E a queste domande chi risponde?. Siamo noi che dobbiamo andare da loro. Siamo noi che gli dobbiamo proporre la nostra spiegazione. Siamo noi che dobbiamo capire che non c’è più battaglia in questo momento, in questa fase della storia, se noi non capiremo che è sul terreno dell'informazione, della comunicazione, che i gioca la partita. La grande partita per evitare che altri bambini palestinesi siano bruciati, insieme ai nostri, insieme a noi.
Che significa e come si è svolta l’oscura uscita di scena di Osama bin Laden? Che fine ha fatto Al-Qa’ida, ed è mai stata come ci hanno raccontato? Chi sta andando al potere in Egitto e altrove, dopo le primavere arabe, e in che modo gli Stati Uniti tentano di controllare la riorganizzazione del potere? Chi sono i cirenaici a sostegno dei quali gli USA e noialtri abbiamo deciso di far guerra a Gheddafi? Eroici difensori della libertà o i complici di turno dell’impero? Che svolgimento avranno i tesissimi rapporti con Iran e Siria? In che modo la crisi dei Paesi europei più deboli è legata alla guerra euro-dollaro? E che cosa stanno tentando di fare gli Stati Uniti, segretamente o meno, per controbilanciare la rapidissima ascesa cinese?
Tante questioni che i nostri media lasciano irrisolte, trovano qui, grazie alla penna acuminata di Giulietto Chiesa e Pino Cabras, una luce nuova. Se non rasserenante, almeno molto chiara: sullo sfondo di una guerra globale per il momento a (relativamente) bassa intensità, il ruolo degli Stati Uniti di Obama – oramai non diverso dai predecessori, e in fondo espressione più correct degli stessi interessi reali – è quello di un impero al declino, gravato dall’immenso debito, dallo svuotamento della democrazia e dalla feroce concorrenza internazionale, che tuttavia dovrà vender cara la pelle. Il più cara possibile: e a pagare potremmo essere tutti noi
Chi cura questo blog
Pino Cabras (1968) è laureato in Scienze Politiche e lavora in una finanziaria d’investimento, per la quale ha curato diversi programmi negli Stati Uniti e in Asia. Ha pubblicato "Balducci e Berlinguer, il principio della speranza" (La Zisa, 1995), "Strategie per una guerra mondiale" (Aìsara, 2008); con Giulietto Chiesa ha pubblicato "Barack Obush (2011), uscito nel 2012 in edizione russa con il titolo «Глобальная матрица» (Global'naja Matrica). E' condirettore del sito www.megachip.info e co-fondatore della webTv PandoraTv.it.
Pino Cabras
Complotti e complottismi
dal libro "Strategie per una guerra mondiale":
Se volete mettere in cattiva luce qualcuno che scrive o parla scostandosi dalla corrente principale delle spiegazioni di certi grandi fatti, bollatelo come ‘teorico della cospirazione’, o ‘complottista’. È uno stigma molto comodo, un potente silenziatore, una densa notte che cala su tutte le vacche e le fa tutte nere... [leggi tutto]
DIETRO GLI ESPERTI MILITARI IN TV, IL PENTAGONO MUOVE I FILI Versione italiana di un'inchiesta di David Barstow comparsa su «The New York Times» il 20 aprile 2008: [LEGGI QUI]
Sul giornalismo
"Periodismo es difundir aquello que alguien no quiere que se sepa, el resto es propaganda".
Giornalismo è diffondere quel che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda.
(Horacio Verbitsky)