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15 marzo 2017

Il fondamentalismo hollywoodista


PANDORATV - The Jolly.
di Roberto Quaglia.


Il fondamentalismo hollywoodista ovvero l’invisibile ideologia dell’Occidente. Un’ideologia invisibile, che non si dichiara, i cui testi sacri sono le migliaia e migliaia di film e telefilm che veicolano i modi di pensare e di vedere il mondo dell’Occidente, caricandoli quotidianamente in miliardi di cervelli. Così si forma la nostra visione del mondo. Ma In quali modi i film prodotti da Hollywood modificano il nostro modo di percepire ed interpretare la realtà? E in quale misura questo fenomeno è il frutto di un preciso progetto ed in quale è invece solo la conseguenza del conformismo agli stereotipi vigenti?

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IL TESTO DEL VIDEO, tratto da roberto.info.


Ho appena terminato di scrivere Il fondamentalismo hollywoodista.

Cos’è il fondamentalismo hollywoodista? Per capirlo, dobbiamo innanzitutto renderci conto che non è vero che tutte le ideologie siano morte, come si usa dire. Anche il mondo delle ideologia è probabilmente soggetto alla selezione naturale di Darwin, alcune ideologie agonizzano, altre si estinguono, ma le nicchie ecologiche che si liberano vengono subito occupate da qualche nuovo arrivato. La natura aborrisce il vuoto. In molti casi assistiamo all’insorgere di piccoli culti più o meno strampalati, culti pseudoreligiosi o pseudoscientifici. Di solito rimangono confinati a quattro gatti e durano poco. Ma in altri casi compare un nuovo grande predatore, una super ideologia che in quattro e quattr’otto si pappa tutto e tutti in vastissime porzioni del mondo. Il paradosso è che più questa ideologia è vasta, più chiunque ne venga assorbito non la riconosce più in quanto ideologia. Quando ci si è dentro, l’ideologia assume la forma della realtà, e tutto ciò che si trova al di fuori dell’ideologia diventa un’eresia. Quando la Chiesa perseguiva gli eretici, era proprio perché per lei essi si collocavano al di fuori della realtà, e così facendo mettevano in crisi, per la Chiesa, il concetto stesso di realtà. Per quanto possa suonare strano alle nostre orecchie, un fenomeno analogo è in atto proprio ora, ed il “Vaticano” di questa nuova ideologia-religione – i due concetti in parte si sovrappongono – è situato a Hollywood.


L’Occidente oggi non si rende conto di essere ideologico, profondamente ideologico, così ideologico da fare impallidire le altre grandi ideologie del passato. No, no sto parlando del capitalismo, del liberismo, e nemmeno della democrazia – queste sono tutte cosucce nel confronto dell’ideologia di cui sto parlando, ed in una certa misura ne sono parte. La grande ideologia della quale non siamo bene consapevoli di essere succubi in Occidente è l’Hollywoodismo, un vero e proprio sistema completo di valori, di modelli di comportamento e di pensiero, di come ci si debba abbigliare e cosa si debba mangiare, eccetera eccetera. Insomma, un intero modello di realtà, a cui in varia misura finiamo per credere. Ed è proprio chi non è consapevole della natura fideistica della fede che lo attanaglia che in men che non si dica si ritrova essere un fondamentalista, cioè qualcuno che crede ciecamente ai propri modelli di riferimento senza rendersi conto in nessuna misura della loro relatività. Ci piaccia o no siamo quindi tutti fondamentalisti hollywoodisti – in vita nostra abbiamo guardato troppo cinema e televisione americani per non esserlo. Alcuni lo saranno più di altri, ma nessuno sfugge.
Da cento anni Hollywood rappresenta l’immaginario occidentale all’interno dei propri prodotti cinematografici, e così facendo lo costruisce, lo omogenizza, ne stabilisce gli standard. Ma da quale momento in poi possiamo cominciare a chiamare questa attività di strutturazione dei nostri gusti e costumi, una vera e propria attività di manipolazione? Difficile da stabilire, tuttavia c’è evidenza del fatto che negli ultimi decenni la cinematografia statunitense è sempre più traboccante di elementi di manipolazione di massa chiaramente intenzionali, possiamo identificarli, riconoscerli e descriverli, e queste tecniche di manipolazione sono frutto di conoscenze straordinarie sui modi esatti nei quali le masse di persone possano venire condizionate. Il quadro è quindi quello di una lucidissima scienza di ingegneria sociologica, roba nuova, roba che non si insegna neppure nelle migliori università – a parte eventualmente qualche università militare della quale sappiamo poco o nulla. Di tutto ciò ignoriamo quasi tutto, ma possiamo tuttavia scoprire molto sottoponendo a rigorosa analisi i vettori di tale presunta manipolazione – cioè i film con cui Hollywood ci tempesta. Vogliono che guardiamo i loro film? Va bene, facciamo però un passo ulteriore – oltre a guardarli, studiamoceli ben bene, per capire esattamente cosa contengono, visto che di qualsiasi cosa si tratti, poi ce la ritroviamo nei nostri cervelli.

E questo è esattamente quello che ho voluto fare nel mio nuovo libro, Il fondamentalismo hollywoodista. Ho identificato undici tecniche principali di manipolazione, che tipicamente troviamo in molti film di Hollywood. Nel mio libro assegno ad ognuna di esse un nome e ne spiego il funzionamento e le finalità. La seconda parte del libro consiste in una rassegna di film e serie televisive americane che io ho analizzato – questo spiega perché mi ci siano voluti 4 anni per scrivere questo libro, uno non è che ha voglia di guardarsi film americani tutti i giorni – e per ognuno dei quali elenco le tecniche di manipolazione che in esso sono state utilizzate. Imparare a conoscere i trucchi e le leve psicologiche che vengono utilizzate per influenzare la nostra mente è il primo passo per difenderci dalle intrusioni nella nostra testa e per riappropriarci di noi stessi. In questo senso il mio è anche un libro di autodifesa, ma non è leggendo il mio libro soltanto, ahimé, che terremo la nostra mente al riparo dagli artifici degli apprendisti stregoni dell’hollywoodismo. Troppo potente la loro potenza di fuoco, che va sistematicamente a colpire i nostri inconsci. Tuttavia, bisogna pur iniziare da qualche parte se vogliamo avviare una guerra di indipendenza della nostra mente. Una guerra puramente mentale, beninteso, dato che di guerra esclusivamente mentale si tratta.

I gerarchi dell’hollywoodismo vogliono possedere e controllare la tua mente, così come quella di tutti gli altri, ed il possesso si manifesta ogniqualvolta tu pensi nei termini da loro prefissati. E loro la tua mente già la posseggono, almeno in parte , anche se tu credi di no. Magari ogni tanto ti piace citare Matrix, nei tuoi discorsi controcorrente, oppure film come V come vendetta…. ma in questo caso ho una brutta notizia per te, amico mio, anche Matrix, anche V come vendetta ti sono stati iniettati in testa dagli stregoni dell’hollywoodismo, sono allegorie che hanno messo in circolazione loro, non è farina del tuo sacco. E loro lo hanno fatto per te. Per aiutarti ad esprimere meglio il tuo dissenso. Ed esprimendo il tuo dissenso negli esatti termini che essi hanno disposto per te, tu dimostri di fare interamente parte del loro regno immateriale, e così facendo lo rendi più stabile. Non ci credi? Pensaci meglio. Magari aiutandoti con la lettura de Il fondamentalismo hollywoodista. Non ci facciamo troppe illusioni. Continuerai anche in seguito a citare Matrix, così come dopotutto ho appena fatto anch’io – chi è senza influsso dall’hollywoodismo scagli la prima pietra – ma per lo meno lo farai con un più elevato senso di consapevolezza di cosa sia accaduto nella tua mente. La prima tappa di un cambiamento è la comprensione, non ci sono altre vie. Dobbiamo capire perché pensiamo nel modo in cui pensiamo, e quali parti di questo processo siano state progettate a tavolino. Solo così, forse, potremo cessare di essere i fondamentalisti hollywoodisti che a nostra insaputa siamo, limitandoci ad un più dignitoso ruolo di hollywoodisti moderati consapevoli.

Il libro contiene anche una breve cronaca di un mio viaggio in Iran, qualche anno fa, ad una conferenza sull’hollywoodismo, dove per la prima volta ho udito di questo termine, questo vocabolo immaginifico che mi ha ispirato in questa ricerca. Su tale mio viaggio in Iran ho raccontato estensivamente in un mio precedente video, che se vi interessa vi invito a cercare.

Per il momento Il fondamentalismo hollywoodista è pubblicato soltanto su Amazon, quindi in libreria non lo trovate. Se qualche editore serio vuole portarlo in libreria, si accomodi pure. Nel frattempo, chiunque sia interessato se lo può procurare su Amazon.it con un paio di click ed in men che non si dica verrà recapitato a casa vostra. Un ultimo consiglio che vi do in quanto genovese: se volete risparmiare le spese di spedizione, ordinate anche qualche altro libro, non necessariamente mio. A partire da 29 euro di spesa godrete infatti della spedizione gratuita. Un’ultima raccomandazione: dato che Il fondamentalismo hollywoodista non esiste in libreria e nessun editore lo promuove, se l’argomento vi appassiona e non volete vederlo morire nel nulla, fate voi stessi qualcosa per farlo conoscere. Se avete un sito o un blog parlate di questo libro ai vostri lettori, condividete questo video, sul blog e sui social network. Ci sono e ci saranno anche miei altri video nei quali dirà altre cose sui contenuti de Il fondamentalismo hollywoodista. Li trovate su Pandora TV e su YoutubeFate del vostro meglio per far girare queste informazioni ed a questo modo avrete dato il vostro contributo alla lotta di liberazione delle nostre menti dal caleidoscopio di sogni, miti, illusioni e fantasie che gli apprendisti stregoni dell’hollywoodismo ci hanno intrufolato in testa. Infine un grazie sentito a Pandora TV, unica voce televisiva fuori dal coro in Italia oggi, senza la quale queste mie parole non sarebbero mai giunte a voi. Tutto questo detto, a tutti i migliori auguri di una felice dehollywoodismizzazione da Roberto Quaglia.


Marzo 2017



“Il fondamentalismo hollywoodista ovvero l’invisibile ideologia dell’Occidente. Un’ideologia invisibile, che non si dichiara, i cui testi sacri sono le migliaia e migliaia di film e telefilm che veicolano i modi di pensare e di vedere il mondo dell’Occidente, caricandoli quotidianamente in miliardi di cervelli. Così si forma la nostra visione del mondo. Ma In quali modi i film prodotti da Hollywood modificano il nostro modo di percepire ed interpretare la realtà? E in quale misura questo fenomeno è il frutto di un preciso progetto ed in quale è invece solo la conseguenza del conformismo agli stereotipi vigenti?”



ARTICOLI CORRELATI:

Antonello Cresti, Fuori i rossi da Hollywood!, 27 ottobre 2013


Pino Cabras:  Iran e Hollywoodismo: un progetto per cambiare la fabbrica dei sogni, 14 febbraio 2013.


20 novembre 2016

L’Occidente si è trumpato il cervello

di Roberto Quaglia.



Queste elezioni americane sono senza alcun dubbio state le più incredibili da parecchi decenni a questa parte. Quanto di ciò che abbiamo visto sia reale e quanto sia invece abile teatro lo scopriremo solo nel tempo. Le opzioni principali sono due: o le cose sono come sembrano, oppure sono come non sembrano.
Iniziamo con la prima opzione.
Trump ha vinto le elezioni americane contro tutti i pronostici, contro tutti i sondaggi, contro il coro di tutti i media occidentali compattamente schierati contro di lui, contro l’opinione univoca e compatta dei ceti “liberal” di cultura medio-alta.
Più che fare un’analisi politica di questo avvenimento, opera in cui al momento si sbizzarriscono tutti, è interessante soffermarsi su alcune considerazioni che attengono più alla sociologia, che alla politica.
Perché i giornalisti e gli intellettuali mainstream in questa faccenda si sono sbagliati tutti e completamente? Prima incapaci di capire che Trump si sarebbe aggiudicato la nomination repubblicana, poi incapaci di capire che avrebbe vinto. E già in precedenza incapaci di prevedere l’esito del Brexit. Sbagliarsi completamente una volta può essere un caso, ma due o tre volte di fila inizia a configurare una norma. Nel caso italiano poi si aggiunge l’incapacità di prevedere e capire ed infine di prendere atto dell’ascesa del fenomeno dei Cinque Stelle. In altre parole: il mainstream è stupido. Mi sovviene la famosa citazione “se tutti pensano allo stesso modo, allora qualcuno non sta pensando”.
E per colmo di beffa, ora quello stesso circo mediatico corrotto ed incapace che da qualche tempo le sbaglia tutte, ci vomita in salotto le inutilissime arrampicate sugli specchi degli opinionisti che non ne hanno azzeccata una, e che ora pretendono di spiegarci ciò che manifestamente non hanno capito ed evidentemente non sono proprio in grado di capire. Tutto ciò in attesa dei salti carpiati con doppio avvitamento dei giornalisti e politici italiani (Renzi in testa) che hanno sempre sfottuto quando non addirittura insultato Trump e che ora, da un giorno all’altro, con la stessa passione di prima inizieranno a coglierne le virtù nascoste fino a giungere a tesserne lodi sempre più sperticate. Non perdetevi lo spettacolo infame, destinato a trasformarsi in un culto trash. Il voltagabbanismo nell’epoca di internet è infatti un gioco con un prezzo da pagare, il prezzo del ridicolo, dato che i precedenti insulti non scompaiono dalla memoria della rete – nossignori, non li si può cancellare da Internet – ed una volta abilmente accostati alle successive leccate di culo possono dare vita a dei disgustosi quadretti che immortaleranno lo squallore dei vari personaggi per l’ilare e sacrosanto dileggio dei posteri.
Come già per il caso del Brexit, assistiamo ora ad un altro fenomeno eclatante: il rifiuto del risultato della votazione da parte dell’elettorato perdente. Questo, naturalmente, nel nome della democrazia. Nel caso del Brexit, si manifestò con petizioni che chiedevano di votare di nuovo ed elucubrazioni sul fatto che il voto potesse venire legalmente ignorato. Questo, naturalmente, nel nome della democrazia. Nel caso delle elezioni di Trump invece abbiamo gente che scende in piazza contro l’esito delle elezioni, senza tuttavia un argomento diverso da quello della propria insoddisfazione. Non si scende in piazza per qualcosa che Trump ha fatto o sta per fare – è troppo presto per questo, lui non è nemmeno ancora presidente. No, si scende in piazza perché semplicemente non si è d’accordo con l’esito del voto. Contemporaneamente, iniziano a udirsi voci intellettualoidi che si esprimono contro il suffragio universale. Tutto questo, naturalmente, nel nome della democrazia.
Dico ciò perché l’aspetto forse più interessante di queste elezioni è proprio l’aperto manifestarsi di questa visione cripto-totalitaria di una parte di popolazione erudita sinceramente convinta di incarnare la vera ed unica identità democratica possibile della società. Oltre al blocco compatto dei media e della “intelligentsija” o presunta tale, si tratta dei ceti di istruzione medio-alta della società. Nel loro rifiuto di considerare legittimo il voto delle fasce di istruzione minore essi di fatto senza accorgersene hanno dichiarato una feroce lotta di classe che in sostanza si riassume nell’idea: la democrazia è vera democrazia solo quando vinciamo noi, che siamo persone più erudite e migliori. Quando vincono gli altri non vale, dato che sono ignoranti e sempliciotti, non vale a meno che il vincitore sia anche di nostro gradimento. Il rifiuto dell’esito del gioco è un comportamento tipico dei bambini. Nel caso del Brexit tutti ad urlare come i bambini “voglio la rivincita!” e coerentemente oggi tutti a strepitare “Non vale! Non vale” senza però essere in grado di spiegare perché non dovrebbe valere. Un comportamento molto infantile. Anche l’argomento, spesso utilizzato in questi casi, che la gente ignorante sia stata convinta dai media a votare per l’impresentabile di turno non vale, dato che i media spingevano invece a votare la Clinton con una univocità che – questo sì – rappresentava la morte del pluralismo politico, fatto che curiosamente non ha preoccupato nessuno di tutti questi colti benpensanti. In effetti, il fatto straordinario è proprio che metà degli elettori abbia votato a dispetto del coro compatto dei media – in direzione contraria. Questo significa inequivocabilmente che più di metà della popolazione votante, per non parlare di quella non votante, non crede più a ciò che sente in televisione per quello che riguarda la politica, non crede più a quello che scrivono i giornali mainstream. I sacerdoti del ministero della verità stanno rapidamente perdendo il loro pubblico.
Fino ad ora non sono entrato nel merito dell’analisi politica, interessandomi di più il mistero del comportamento delle masse di persone. Qualcosa tuttavia si può dire anche sul piano dell’analisi politica.
Una delle letture più lucide è forse stata data dal grande giornalista John Pilger in una bellissima intervista a RT che invito tutti a guardare. Ben due volte premiato come giornalista dell’anno in Inghilterra, John Pilger non può certo essere tacciato di simpatie sospette. Eppure, Pilger mette il dito nella piaga: per quanto Trump possa essere impresentabile, la Clinton è già compromessa da una miriade di fatti inaccettabili e semplicemente non è un’opzione. Massima garante dello status quo criminal-finanziario di Wall Street e del complesso militar-industriale, già criminale di guerra corresponsabile della distruzione di Libia e Siria, corrotta dai sauditi a cui assicurava le armi destinate ai tagliagole dell’ISIS, come rivelato da Wikileaks, aveva già promesso che se eletta avrebbe fatto guerra all’Iran – e molto probabilmente avrebbe scatenato la terza guerra mondiale. Non c’è antipatia per il personaggio Trump che regga al confronto con la prospettiva di un cataclisma del genere. Colpisce la confusione mentale di quel blocco di società benpensante per il quale maschilismo, rozzezza e cattivo gusto pesano di più dei crimini di guerra e della promessa di nuove guerre e possibilmente di una guerra nucleare. Una confusione mentale tale che, messi di fronte alle rivelazioni di Wikileaks che inchiodano la Clinton ai suoi crimini, anziché prendere atto della realtà chiudono gli occhi e piuttosto accusano Wikileaks di avere rivelato il malaffare. Anche il Guardian si è spinto a dare la colpa ad Assange. Siamo quindi al delirio. Fra la criminale sobria ed il maleducato pacchiano i benpensanti preferiscono la criminale sobria. Fra una guerrafondaia dichiarata, però persona elegante, ed un riccone maschilista, per lo più buzzurro, i benpensanti preferiscono la guerrafondaia elegante. Per quanto sia assurdo i benpensanti preferiscono, in America come in Italia ed in Europa, una guerra nucleare quasi certa piuttosto che il trionfo del cattivo gusto. Come si spiega questa follia? La risposta è semplice e banale: la gente capisce facilmente i problemi piccoli, ma non è assolutamente in grado di fronteggiare i problemi grossi. Cattivo gusto, razzismo ed esternazioni maschiliste sono le piccole cose che incontriamo nella nostra vita di tutti i giorni e per le quali abbiamo criteri di comprensione ed un codice di comportamento. Una guerra nucleare è invece un problema troppo grosso perché la nostra mente sappia occuparsene e quindi la nostra mente lo nega in blocco, rifiuta di vederlo, lo confina nell’ambito delle prospettive astratte che non ci possono davvero riguardare. In parole povere, la tattica dello struzzo che ficca la testa sotto terra per non vedere, la tattica dei bambini che chiudono gli occhi davanti a ciò che li spaventa convinti che questo basti a farlo sparire dalla realtà, oltre che dalla loro vista. I benpensanti hanno paura del parrucchino di Trump perché capiscono cosa voglia dire un parrucchino, ma non hanno paura della guerra, forse nucleare, promessa dalla Clinton perché non capiscono cosa voglia dire una guerra, soprattutto nucleare.
Naturalmente, è interamente possibile che anche Trump conduca il mondo alla catastrofe. Ciò non toglie che che con la Clinton questa sarebbe stata una certezza. E quando devi scegliere fra un disastro possibile ed un disastro garantito, il disastro garantito non è affatto la scelta migliore. Ubi maior minor cessat.
Adesso che abbiamo ragionato sulla premessa che le cose sono come sembrano, spendiamo due parole anche sull’ipotesi che le cose siano come non sembrano. Mi perdonerete la sospettosità, ma dall’11 settembre in poi ho sviluppato un certo scetticismo rispetto a qualsiasi teatrino venga rappresentato davanti a me. Ogni volta che cado in tentazione e credo alla realtà di uno scenario, prima o poi saltano fuori elementi che mi convincono di essere stato fregato per l’ennesima volta – stavo assistendo ad un teatrino e non me ne ero accorto perché la sceneggiatura era stata scritta troppo bene. E, come sappiamo, in politica i teatrini sono di solito la norma, non l’eccezione. Quanta gente a suo tempo cadde nel tranello del teatrino del mito di Obama il Buono, che nell’immaginario popolare, costruito ad arte, avrebbe portato la pace in terra? In seguito Obama avrebbe bombardato sette paesi. Oggi ci viene presentata una narrativa del tutto diversa, ma quanto di tutto ciò è reale?
Ci sono almeno tre elementi che stonano nel quadro che ci viene presentato. L’indagine ad orologeria dell’FBI su Hillary Clinton ed il timing delle rivelazioni di Wikileaks sono le prime due stonature. Wikileaks non è propriamente ciò che in molti credono, in realtà è parte del sistema, tanto è vero che fa sempre bella figura sulle prime pagine dei giornali – i veri oppositori del sistema sono ignorati dai media. E non solo Assange rispetto ai misteri dell’11 settembre non ha mai spifferato nulla, ma addirittura ha difeso l’indifendibile versione ufficiale. Non mi stupirei se Trump finisse per dargli la grazia, a cui seguirebbe il Nobel. 

E la terza stonatura, per quanto possa sembrare strano è costituita dai mancati brogli elettorali a favore della Clinton, brogli che in molti si aspettavano dato che si erano verificati in elezioni precedenti e che stavolta non sono avvenuti. Oppure che ci sono stati, ma a favore di Trump. La grande discrepanza fra gli exit poll ed il voto a favore di Trump in stati chiave suggerisce infatti che anche stavolta ci siano stati dei brogli, però a favore di Trump.
E bisogna essere incredibilmente ingenui a credere che le macchine elettroniche per il voto negli Stati Uniti, una vera e propria black box dal software segreto e di proprietà dei soliti sospetti, i cui risultati sono inverificabili, con le quali già in passato si sono truccate elezioni, proprio stavolta siano state usate senza imbrogliare.
C’mon, do you really believe that?
Se quindi ci vengono presentati tutti i soldatini del potere visibile schierati compatti per la Clinton, si intravvedono però in trasparenza i grandi alfieri del potere nascosto operare in appoggio a Trump.
E’ un’epoca di crescente ribellione contro i cosiddetti Padroni dell’Universo, ovvero i poteri forti, fortissimi, che tirano le fila dei burattini politici – e dopo questa elezione a sorpresa essi ci vengono presentati come sconfitti, disperati, messi all’angolo dalla vittoria di Trump. Ma lo sono davvero? Oppure fa tutto parte di uno spettacolo dai fini misteriosi? Come Obama fu il contentino per i benpensanti, è oggi forse Trump il contentino per i malpensanti? Obama l’anti-Bush seguito da Trump l’anti-Obama, lo stesso schema a ruoli invertiti, uno schema good cop – bad cop per tutta l’umanità?
L’attacco dell’FBI alla Clinton rivela uno schierarsi evidente dello deep state – lo stato profondo statunitense. Ma è lo stato profondo che si ribella ai Padroni dell’Universo costringendoli a cambiare strategia oppure sono sempre i Padroni dell’Universo quelli che conducono il gioco tirando abilmente le fila anche dell’FBI e di altre agenzie?
Le rivelazioni di Steve Pieczenik, un insider di alto livello e di lungo corso del potere americano (leggetevi la sua interessante biografia su Wikipedia, è stato anche fortemente coinvolto nel caso Moro), parrebbero suggerire che la ribellione del deep state sia sincera e patriotica. Ma come facciamo ad esserne certi?
Ed anche l’immagine delle proteste spontanee di strada contro la elezione di Trump inizia a vacillare quando scopriamo che ci sono annunci per reclutare gente che protesti a 1500 dollari la settimana. Si stanno creando le basi per una guerra civile in America? Che magari possa servire ad imporre una legge marziale? Oppure l’obiettivo principale è di restituire importanza alla narrativa della dialettica democratica, esasperando i contrasti apparenti fra ogni presidente in carica ed il suo successore, al fine di corroborare il mito di una democratica alternanza politica?
Altro che House of Cards, la puzza qui è piuttosto quella del Truman Show, però facciamo attenzione, qui siamo nel campo della speculazione, ipotizzare è doveroso, ma balzare a conclusioni certe è prematuro. La situazione è troppo complessa e con troppe incognite per nutrire certezze. Non sappiamo fino a che punto si sia evoluta l’arte di manipolarci e di prenderci in giro, ma dobbiamo considerare seriamente la possibilità che abbia trasceso la nostra capacità di immaginarlo. L’unica cosa certa è che il tempo ce lo dirà – forse. E fino ad allora, teniamo acceso il cervello, sospendiamo il giudizio e, poiché siamo comunque relegati al ruolo di spettatori, cerchiamo di goderci lo spettacolo.
Trump ha vinto il 9 novembre, 11/9 ovvero il 9/11 al contrario, l’11 settembre al contrario. Nell’anniversario in cui 27 anni fa venne abbattuto il muro di Berlino. I numerologi e gli analisti dei simboli ci andranno a nozze.
In conclusione, torniamo a limitarci a guardare agli eventi per come ci appaiono. Al di là delle sceneggiate elettorali e delle trame dietro le quinte rimane il dato straordinario di un voto di massa controcorrente. Chiediamoci ancora una volta come mai così tante persone hanno potuto votare per Trump, contro il politicamente corretto, contro il coro compatto di tutti i media. Grillo ha dichiarato che si è trattato del più grosso vaffa-day della storia, ma meglio di lui si è espresso un mio amico americano, un sociologo, riportando sul suo facebook il seguente piccolo test che vi invito tutti a seguire e – se tenevate per Clinton – a dare la vostra risposta:

Quando tutti i non-razzisti, non-misogini, non-omofobi, non-bigotti normali comuni cittadini ne hanno talmente abbastanza che voi li chiamiate razzisti, misogini, omofobi e bigotti da decidere di votare contro il vostro candidato – voi cosa fate?

Opzione A: Rivedete la vostra condotta personale e la strategia per convincere la gente a condividere la vostra politica.
Opzione B: Li chiamate razzisti, misogini, omofobi e bigotti più che mai urlando contro di loro ancora più forte.
A giudicare dai post che leggo su facebook, la maggioranza di voi ha scelto l’Opzione B.
Ed è soprattutto per questo che il vostro candidato ha perso.


20 Novembre 2016
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Fonte: http://roberto.info/it/2016/11/20/occidente-trumpato-il-cervello/.
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14 febbraio 2015

Nessun mondo multipolare se i media sono unipolari

di Roberto Quaglia.
da Megachip.


TEHERAN - Il grande interrogativo della geopolitica globale di oggi è se il mondo andrà verso un mondo unipolare a tempo indeterminato dominato dagli Stati Uniti (ciò che con orgoglio – o con arroganza − gli americani chiamano Full Spectrum Dominance, "dominio sull'intero spettro") o se invece si muoverà verso un mondo multipolare in cui coesistono diversi centri di potere.

Dal punto di vista economico il mondo è già multipolare, essendo la quota statunitense del prodotto mondiale lordo di appena circa il 18 per cento (dati 2013) e in costante diminuzione. Allora come mai gli USA sono ancora così dominanti a livello globale? La ragione non è il suo gigantesco budget militare, dal momento che non si può realisticamente bombardare tutto il mondo.

Il primo strumento magico che gli Stati Uniti usano per dominare il mondo è il loro dollaro. La parola "magico" è qui licenza non poetica: il dollaro è effettivamente una creatura magica, in quanto la Federal Reserve può crearlo in quantità illimitate dentro i computer, e tuttavia il mondo lo considera come qualcosa di prezioso, pensando comunque ai petrodollari. Il che rende un compito facile per gli Stati Uniti finanziare con miliardi di dollari le “rivoluzioni colorate” e altre sovversioni in tutto il globo, praticamente a costo zero. Questo è un problema grave che ogni mondo che cerca la multipolarità dovrebbe affrontare.
L'altra super-arma degli Stati Uniti è il loro dominio folle dei mezzi d’informazione, qualcosa di molto vicino all’egemonia assoluta, la cui dimensione è fuori dall'immaginazione della maggior parte degli analisti.
Hollywood è la più straordinaria macchina della propaganda mai vista in questo mondo. Hollywood trasmette in miliardi di cervelli di tutto il mondo i canoni hollywoodiani per la comprensione della realtà, che includono − ma non solo − il modo di pensare, di comportarsi, di vestirsi, cosa mangiare e bere, fino a come esprimere il dissenso. Sì, Hollywood è perfino in grado di istruirci su come esattamente esprimere il nostro dissenso verso lo stile di vita americano. Solo per citare un esempio (ma ce ne sono molti), i dissidenti occidentali spesso citano il film “Matrix” [1999] per riferirsi a un’invisibile rete di controllo sulle nostre vite, ma anche Matrix fa parte della stessa matrice, se posso metterla in chiave umoristica. Ecco la confezione hollywoodiana del processo di comprensione che viviamo in un mondo ingannevole: utilizzando allegorie, simboli e metafore prodotti negli Stati Uniti, facciamo comunque pienamente parte del loro sistema e quindi contribuiamo a rendere questo reale.


Gli Stati Uniti hanno anche il controllo dell’informazione mainstream a livello mondiale, essendo la CIA infiltrata nella maggior parte dei più importanti network. Il giornalista tedesco Udo Ulfkotte, che ha lavorato per la Frankfurter Allgemeine Zeitung, uno dei principali quotidiani tedeschi, nel suo libro bestseller Gekaufte Journalisten [“Giornalisti venduti”] ha recentemente confessato di essere stato pagato per anni dalla CIA per manipolare le notizie, e che questo è del tutto normale nei media tedeschi. Possiamo tranquillamente ritenere che ciò sia molto comune anche in altri paesi. Questo controllo globale sui mezzi d’informazione permette agli Stati Uniti di dominare la guerra della percezione in tale misura da rendergli possibile trasformare facilmente il bianco in nero agli occhi del pubblico. È incredibile come i media europei sotto il controllo americano abbiano potuto distorcere i fatti durante le recenti crisi in Ucraina: la giunta filonazista di Kiev, salita al potere con un colpo di Stato, è stata capace di bombardare e uccidere i propri cittadini per mesi, mentre i media occidentali la raffigurano sempre come la parte buona e Putin è descritto come il nuovo Hitler senza nessun motivo realmente fondato.

Per capire fino a che punto il dominio delle informazioni è di per sé sufficiente a plasmare una realtà effettiva, ricordiamo questa citazione del 2004 attribuita a Karl Rove, all'epoca consulente senior di George W. Bush: 
«Noi siamo un impero e quando agiamo creiamo la nostra realtà; così, mentre voi studiate quella realtà – con tutto l’equilibrio di cui siete capaci – noi agiamo di nuovo, creando altre nuove realtà che voi potete anche studiare, ed è così che le cose si gestiscono: noi siamo i protagonisti della storia... e a voi, a tutti voi, sarà solamente consentito di studiare ciò che noi facciamo.»
E se tutto questo non bastasse, la maggior parte delle informazioni che circolano oggi nel mondo è elaborata da computer con sistemi operativi americani (Microsoft e Apple), mentre le persone − compresi coloro che si oppongono agli Stati Uniti − comunicano fra loro attraverso Facebook, Gmail e altri canali controllati dalla CIA.
È proprio questo pressoché totale monopolio dell’informazione che fa la vera differenza. Così, anche se l’importanza economica americana ha subìto un netto declino negli ultimi decenni, la sua influenza sul piano dell’informazione è paradossalmente cresciuta. 
Perciò i paesi che oggi guardano a un vero e proprio mondo multipolare dovrebbero rivedere le loro priorità e iniziare a competere seriamente sul campo dell’informazione, piuttosto che concentrarsi solo su questioni economiche.

Oggi il potere è solo una questione di percezione, e gli Stati Uniti sono ancora gli impareggiabili maestri di questo gioco. Non avremo nessun mondo veramente multipolare fino a quando altri giocatori con competenze analoghe non entreranno in gioco.

Ci sono già alcuni casi di servizi di news non allineati con gli Stati Uniti di qualità eccellente e con l'ambizione di un’audience globale, fra i quali i più notevoli sono Russia Today e l’iraniana Press TV, ma questo è ancora poco o niente in confronto al costante tsunami di informazioni audiovisive filoamericane che dilaga in tutto il mondo 24 ore su 24. Russia Today sta progettando di allestire anche canali in francese e tedesco: questo è un passo in avanti, ma ancora lontano dall'essere sufficiente.
Gli USA non sono davvero preoccupati dai paesi che li sorpassano nei propri interessi, però cominciano a innervosirsi se questi paesi utilizzano valute diverse dal dollaro per i loro commerci e letteralmente impazziscono quando sullo scacchiere dell’informazione appaiono importanti network non allineati
Il che suona abbastanza strano, dato che la libertà di stampa è un punto centrale della moderna mitologia americana, ma ogni fonte di informazione non allineata con gli Stati Uniti mette appunto in pericolo il loro monopolio della realtà. Questo è il motivo per cui hanno bisogno di demonizzare i concorrenti e di etichettarli come antiamericani o peggio. 
Tuttavia, spesso i giornalisti o gli editori non allineati sono semplicemente una realtà non americana, non necessariamente antiamericana; ma agli occhi degli egemonisti americani tutte le informazioni non-americane sono per definizione antiamericane, dal momento che la compattezza del loro impero si fonda soprattutto sul loro monopolio della realtà percepita. Ricordate la citazione di Karl Rove.

Così, i paesi non allineati con gli USA che veramente aspirano a un mondo multipolare non hanno altra scelta se non quella di imparare dal loro avversario e agire di conseguenza. Al di là della creazione di un proprio news network all’avanguardia, essi dovrebbero anche cominciare a fornire un sostegno concreto all’informazione indipendente nei paesi in cui le notizie sono attualmente controllate dagli Stati Uniti. Giornalisti indipendenti, scrittori e ricercatori dei paesi occidentali oggi stanno facendo il loro lavoro solo per passione civile, spesso non pagati e al costo di pubbliche derisioni, emarginazione sociale e sacrifici economici. Diffamati nelle loro patrie e senza nessun aiuto da parte dei paesi che presumibilmente mirano a sottrarsi al giogo statunitense: questo non è un buon inizio per la fine della Full Spectrum Dominance degli Stati Uniti.
Non c’è e non ci sarà mai un mondo realmente multipolare senza una gamma veramente multipolare di punti di vista sulla scena. Un impero postmoderno è più che altro una condizione mentale: se questa condizione rimarrà unipolare, il mondo resterà tale.



Traduzione per Megachip a cura di Emilio Marco Piano.

21 luglio 2013

Una serie di telefilm aveva previsto 11 settembre e antrace


Era il 2001: la serie di telefilm “The Agency”, della CBS - con l'aiuto della CIA - aveva già scritto prima sia lo scenario dell’11/9 sia gli attacchi all'antrace

di Shoestring 9/11.
con nota di Pino Cabras in coda all'articolo.

The Agency, un’importante serie di telefilm della CBS sulla CIA che si iniziò a trasmettere alla fine di settembre del 2001, era caratterizzata da trame ricche di notevoli analogie con gli attentati dell'11/9 e con gli attacchi all’antrace che si sono verificati negli USA subito dopo. Uno dei produttori esecutivi della serie ha affermato che i paralleli erano così evidenti che «le persone mi chiedono: 'Stiamo mostrando i cattivi della nostra sceneggiatura?'», Perché «sembrano essere una sorta di seguito, in qualche maniera, delle cose che stiamo facendo.» [1]
Risulta significativo che queste storie siano state scritte prima dell'11 settembre, e che i telefilm furono realizzati godendo di una vasta assistenza da parte della CIA. Alcune delle trame della serie, tra cui quelle che assomigliavano all’11/9 e agli attacchi all'antrace, furono in effetti suggerite a uno degli sceneggiatori da parte della CIA. [2]
Gli articoli pubblicati intorno al periodo in cui The Agency andò in onda notarono la somiglianza tra le trame della serie e gli orribili eventi che avevano avuto luogo negli USA. Nessuno ha suggerito, tuttavia, che questa somiglianza possa essere stata un risultato determinato da persone che avevano una conoscenza anticipata degli attentati terroristici che colpirono l'America negli ultimi mesi del 2001. Ma sicuramente abbiamo bisogno di guardare più da vicino e considerare se per caso alcuni individui, forse dipendenti della CIA, abbiano effettivamente saputo di questi attacchi in anticipo e se -per ragioni ancora sconosciute – volessero che degli episodi di The Agency rappresentassero eventi simili a quello che stava per accadere .

La Serie è stata realizzata con una vasta ASSISTENZA della CIA
The Agency era una serie tv in prima serata che raccontava storie di vita all'interno della CIA e rappresentava degli agenti che affrontavano i problemi di sicurezza nazionale. [3]
Fra i cattivi cui gli agenti facevano fronte c’erano terroristi arabi, spacciatori colombiani, iracheni.
La serie era animata da attori famosi come Gil Bellows, Will Patton, Ronny Cox, e Gloria Reuben. [4]
Il suo principale produttore esecutivo era Wolfgang Petersen, che ha diretto film di grande successo commerciale tra cui Air Force One e Nel centro del mirino. [5]
La CIA fornì un notevole sostegno a The Agency. Esercitava un controllo preventivo sulle sceneggiature e consentiva ai propri dipendenti di essere usati come comparse. The Agency è stato anche il primo programma televisivo a cui è stato consentito di filmare dentro il quartier generale della CIA a Langley, in Virginia. [6]
Stava perfino per esserci una "grande première da red carpet" per il lancio dell'episodio pilota della serie presso il quartier generale della CIA la settimana prima che andasse in onda in TV, il 18 settembre, ma l'evento fu annullato perché la CIA era occupata a rispondere agli attacchi dell'11 settembre. [7]

SCENEGGIATURE INEDITE CONTEMPLAVANO DIROTTAMENTI AEREI
Tre sceneggiature scritte per The Agency risultano particolarmente degne di nota. Due di queste furono trasformate in episodi, ma una non fu mai utilizzata.
La trama che non venne usata era segnata da una sorprendente somiglianza con gli eventi dell'11 settembre, quando, secondo la versione ufficiale, Osama bin Laden dirottò quattro aerei statunitensi. Michael Frost Beckner, il creatore di The Agency, ha rivelato alla rivista Variety che, quattro mesi prima dell'11/9, scrisse un episodio «nel quale Bin Laden aveva dirottato tre aerei USA». La sceneggiatura, tuttavia, «non fu mai completata.» [8]
Un episodio di The Agency basato su questa trama sarebbe stato prodotto plausibilmente tra il maggio 2001, quando la sceneggiatura fu scritta, e l'11 settembre, quando sarebbe diventato inutilizzabile. Ma Beckner non ha detto perché un tale episodio non fu mai prodotto.
Beckner ha rivelato, tuttavia, che alcune sceneggiature per The Agency gli furono suggerite da Chase Brandon, l'ufficiale di collegamento della CIA per l'industria dell'intrattenimento (che guarda caso è un cugino dell'attore da premio Oscar Tommy Lee Jones). [9]
Ma Beckner non ha precisato se Brandon gli abbia suggerito la trama su Bin Laden che dirottava tre aerei americani.


L'EPISODIO PILOTA SCENEGGIAVA UN EVENTO ANALOGO ALL'11/9 IN INGHILTERRA
Anche l'episodio pilota di The Agency presentava delle similarità con quanto è successo l'11 settembre. David Clennon, una delle star della serie, ha commentato che l'episodio era "agghiacciante" per come prevedeva «un evento del tipo dell'11/9, solo che era ambientato a Londra.» [10]
La trama, secondo Beckner, che ha scritto l'episodio, «si basava sul presupposto che Bin Laden attaccasse l'Occidente e una guerra al terrorismo rinvigorisse la CIA.» [11]
Il nome di Osama bin Laden è citato due volte nella puntata. [12]
L’autrice Tricia Jenkins ha commentato che la tempistica dell’episodio pilota è stata anche «da brividi», poiché l'episodio era originariamente previsto in onda «appena due settimane dopo l’11/9,» il 27 settembre 2001. [13]
Nella puntata, viene rivelato che la CIA ha identificato al-Qa’ida come una minaccia, e ha scoperto che il gruppo terroristico ha in programma di realizzare un grandissimo attentato in Europa. Un agente della CIA che si è infiltrato nel gruppo riesce a fornire all'Agenzia la data per la quale è pianificato l’attentato, ma questo obiettivo è a soli tre giorni di distanza. Gli agenti poi apprendono che i terroristi che intendono colpire con bombe i grandi magazzini Harrods di Londra: un obiettivo che uno dei personaggi descrive come «un simbolo internazionale del consumismo». La CIA condivide le notizie apprese con ufficiali dei servizi segreti britannici e aiuta a prevenire l'attentato all'ultimo minuto. [14]
Nel notare «l’inquietante coincidenza di un attacco a un “simbolo del capitalismo”», Newsday ha sottolineato che l'episodio «ha inavvertitamente anticipato i dibattiti seguiti agli attentati [dell’11/9] su quanto debba essere dura e indiscriminata la nostra risposta ai terroristi, e su che cosa possano fare di più, se lo possono fare, i nostri operatori dell’intelligence in termini di autorizzazione ad agire per difesa preventiva. Il telefilm anticipava anche, almeno allusivamente, la risposta dei sostenitori della CIA… i quali hanno affermato che le nostre spie non sono riuscite a individuare gli attentati [dell’11/9] perché avevano le mani legate dai difensori dei diritti civili che si preoccupano più di essere 'bravi ragazzi' che di vincere.» [15]
La messa in onda della puntata pilota il 27 settembre fu annullata in reazione agli attentati dell'11/9, con un altro episodio di The Agency che la sostituiva.[16]
Gail Katz, uno dei produttori esecutivi della serie, commentava intorno a quel periodo: «La nostra serie sembra essere troppo vicina a quel che c’è in prima pagina. Troppo così vicina, infatti, da ... non essere adatta alla visione dei telespettatori» L'episodio pilota alla fine andò in onda il 1° novembre, con i riferimenti a Osama bin Laden tutti rimossi. [17]


LA TRAMA DELL’EPISODIO PILOTA PROVENIVA DALLA CIA.
In merito alle somiglianze tra le sceneggiature di The Agency e gli eventi del mondo reale, Bill Harlow, capo portavoce della CIA, ha sostenuto che non vi era implicata "nessuna magia" nell’apparente capacità del telefilm di «prevedere i titoli dei giornali.» Ha asserito che «The Agency semplicemente ha avuto la fortuna che i titoli dei giornali combaciassero così ordinatamente con le sue sceneggiature.» Tuttavia, Beckner ha rivelato che la trama dell'episodio pilota è stata una delle svariate storie suggeritegli da Chase Brandon, l’ufficiale di collegamento della CIA per le produzioni di intrattenimento. Quel che tutto ciò significa, ha sottolineato Tricia Jenkins, è che è stata «originata dalla CIA.»[18]
Beckner ha dichiarato di aver scritto l'episodio «oltre un anno prima dell’11/9», volendo dire presumibilmente intorno all’estate dell’anno 2000. [19]
Ha lavorato con Brandon per sviluppare la sceneggiatura, e ha inviato le prime bozze a Brandon. [20]
«Io ho fatto alcuni commenti e lui ha fatto alcune modifiche,» ha affermato Brandon. [21]
Beckner ha anche precisato che la somiglianza tra la trama dell'episodio pilota di The Agency e quel che è successo l'11 settembre si è avuta perché, durante la sua carriera di scrittore, aveva fatto «tutto un lungo va e vieni con la CIA», e, ha concluso , «la CIA avrebbe permesso a chiunque, compreso un piccolo scrittore come me, di sentire che al-Qa’ida e bin Laden erano in procinto di attaccarci.» [22]


LA ‘CBS’ NON AVEVA IDEA DI BIN LADEN PRIMA DELL’11/9
Quando prendiamo in considerazione le due sceneggiature per The Agency prima descritte quella dell’episodio pilota e la trama non utilizzata sui tre aerei americani che vengono dirottati - vale la pena notare che, prima dell'11 settembre, la scelta di Osama bin Laden e di Al Qa'ida per i ruoli dei cattivi era piuttosto inconsueta per un’importante serie televisiva, dal momento che sono diventati molto noti tra il pubblico soltanto dopo l’11/9.
Beckner ha infatti ricordato che quando presentò per la prima volta la sua sceneggiatura per l'episodio pilota alla CBS, l’emittente non aveva la minima idea di bin Laden né di Al Qa'idaIn un'altra occasione, prima dell'11 settembre, la CBS si rivolse così a Beckner: «Questa roba di al-Qa'ida, mi sa che la devi mollare. Nessuno è interessato. Fidati di noi...» [23]
Alla luce della generale mancanza di consapevolezza su al-Qa'ida che si riscontrava a quel tempo, pertanto, sarebbe sorprendente che si trattasse semplicemente di una coincidenza il fatto che, prima dell'11/9, Beckner stesse già scrivendo sceneggiature su attentati commessi da Bin Laden e dal suo gruppo terroristico.


UN EPISODIO MISE IN SCENA UN ATTACCO PIANIFICATO CON L'ANTRACE IN USA
Mentre due delle sceneggiature di The Agency avevano somiglianze con quel che è successo l'11 settembre, un'altra trama è degna di nota perché verteva su un attacco terroristico pianificato negli USA con l'uso di antrace, e perché, al momento in cui l'episodio con questa sceneggiatura stava per essere trasmesso, gli USA erano effettivamente al centro di una serie di attacchi all'antrace.
L'episodio, intitolato “A Slight Case of Anthrax”, (trad.: "Un lieve caso di Antrace"), si basava sulla storia di un terrorista tedesco che aveva ottenuto il tipo di antrace che gli Stati Uniti avevano sviluppato e venduto all'Iraq quando era un alleato.
Il terrorista ha già commesso un attentato in Belgio con l'antrace. La CIA scopre la sua identità e trova le prove sul fatto che intende realizzare il suo prossimo attentato a Washington, utilizzando un aeroplano - normalmente usato per l'irrorazione dei raccolti - per spruzzare la malattia mortale. Agenti della CIA poi si precipitano per fermare l'uomo prima che si muova. [24]
In origine, si stava per mettere al Qa'ida dietro gli attacchi all'antrace della finzione. Ma dopo le obiezioni della CBS, la trama fu modificata in modo da inserire «degli iracheni che facevano un attentato all'antrace per procura tramite terroristi tedeschi.» [25]
L'episodio, girato nel mese di agosto 2001, era programmato per andare in onda l'11 ottobre del 2001, ma dovette essere riprogrammato, perché il Presidente Bush aveva deciso di tenere una conferenza stampa proprio quella sera. Andò poi in onda il 18 ottobre, ma fu cancellato perché fu ritenuto sconveniente alla luce degli attacchi all'antrace del mondo reale che stavano avendo luogo proprio allora. A quel tempo, l'antrace era stato scoperto in tre stati e nel District of Columbia; almeno 13 persone avevano avuto la malattia o erano state esposte a sue spore, e una persona era morta. [26]
L'episodio andò finalmente in onda l'8 novembre. [27]
Significativamente, Michael Frost Beckner, che aveva scritto "A Slight Case of Anthrax", ha rivelato che la sceneggiatura dell'episodio fu un'altra delle trame suggeritegli da Chase Brandon. Questo significa che la sceneggiatura ebbe origine alla CIA. [28]
Considerando che le sceneggiature scritte per The Agency sembrano aver previsto gli attentati terroristici che hanno effettivamente avuto luogo negli USA, vale la pena notare che la cooperazione con la serie da parte della CIA implicava la revisione dei testi. La CIA quindi avrebbe presumibilmente visto i testi di "A Slight Case of Anthrax" e dell'episodio pilota prima che le puntate fossero filmate. Varrebbe certamente la pena scoprire in che modo l'agenzia avesse reagito a questi testi. Se la CIA abbia anche visto la sceneggiatura su Osama bin Laden che si curava del dirottamento di tre aerei americani, e se del caso come abbia reagito, è cosa ignota.

LA SERIE FU “PUNTUALE” PERCHÉ IL PUBBLICO AVEVA BISOGNO DI “UN SENSO DI RASSICURAZIONE”
Il fatto che un'importante serie TV con sceneggiature sui terroristi e sugli sforzi della CIA per combatterli fosse pronta ad andare in onda a poche settimane dsll'11/9, quando il terrorismo era diventato improvvisamente un'enorme motivo di allarme, sembra una strana coincidenza.
Quando ai rappresentanti della stampa fu mostrato l'episodio pilota di The Agency prima dell'11 settembre, la loro "grande domanda", secondo Michael Frost Beckner, fu: «Chi mai vorrebbe fare una serie televisiva sulla CIA?»[29]
A quel tempo, secondo Tricia Jenkins, «la CIA stava subendo un logoramento, soffriva gli attacchi del Congresso, nonché la mancanza di un forte sostegno pubblico.» Ma, come ha osservato Jenkins, The Agency successivamente si è rivelata particolarmente «tempestiva ... sia perché le trame della serie ricalcavano le aperture dei notiziari, sia perché rispondeva alla necessità della CIA di deviare le critiche taglienti rivolte all'organizzazione nel periodo immediatamente successivo all'11/9.» [30]
Poco dopo l'11 settembre, Chase Brandon ha similmente commentato che «una serie come The Agency non avrebbe potuto essere più tempestiva.» Questo, affermò, era perché, «proprio ora, il pubblico americano ha bisogno di un senso di rassicurazione». [31]
In effetti, la CBS trasmise dei messaggi promozionali per lanciare la serie, nei quali la voce fuori campo dichiarava: «Ora, più che mai, l'America ha bisogno degli oscuri eroi di The Agency.» [32]
Brandon ha aggiunto che, come cosenguenza degli attentati dell'11/9, «Tutta la nostra coscienza nazionale sta per cambiare, e credo che un film o un episodio TV sull'agenzia che siano responsabili , persino uno che intrecci elementi di terrorismo nella trama, possa mostrare la dimensione di ciò che è in gioco.» [33]
Una questione da considerare è se sia stata solo una coincidenza che The Agency fosse pronto per essere trasmesso appena dopo l'11 settembre, quando il pubblico americano aveva bisogno di imparare «la dimensione di ciò che è in gioco» e di avere «un senso di rassicurazione». O se la scansione temporale della serie possa essere capitata in quel modo perché alcune persone che si trovavano in posizioni che consentivano loro di influenzare quali programmi far produrre a una rete televisiva sapevano già dell'11/9 e della "guerra al terrore" che quell'evento avrebbe innescato? Essi pertanto volevano programmi già fatti che sarebbero stati immediatamente pronti per adattarsi alla nuova realtà che sarebbe emersa dopo l'11 settembre.

LE SCENEGGIATURE INDICAVANO UNA CONOSCENZA PRECEDENTE DEGLI ATTENTATI TERRORISTICI
Allo stesso modo, potrebbe darsi che la somiglianza di alcune delle trame di The Agency con l'11/9 e con gli attacchi all'antrace negli USA sia stata determinata da persone che sapevano già prima di questi eventi?
La CNN ha suggerito che la somiglianza era dovuta al fatto che produttori e sceneggiatori di The Agency «leggono i manuali dell'intelligence, estrapolano da casi reali della CIA, e conferiscono a lungo con il consulente della serie, l'agente operativo in pensione [della CIA] Bazzel Baz». [34]
Tuttavia, Michael Frost Beckner ha rivelato che queste sceneggiature gli sono state suggerite dalla CIA, attraverso il suo ufficiale di collegamento per l'industria dell'intrattenimento. Ciò indica sicuramente che alcune persone in seno alla CIA avevano una consoscenza anticipata dell'11/9 e degli attacchi all'antrace.
Questo problema dovrebbe chiaramente essere esaminato nell'ambito di una nuova inchiesta sull'11/9. Una tale indagine avrebbe bisogno di scoprire che cosa si sapesse già, e chi lo sapesse.


[2] Tricia Jenkins, The CIA in Hollywood: How the Agency Shapes Film and Television. Austin, TX: University of Texas Press, 2012, pp. 55, 65-66.
[3] Elaine Sciolino, "Cameras Are Being Turned on a Once-Shy Spy Agency."
New York Times, May 6, 2001; John Patterson, "The Caring, Sharing CIA." The Guardian, October 5, 2001.
[4] Duncan Campbell, "Hollywood Helps CIA Come in From the Cold." The Guardian, September 6, 2001; Julie Salamon, "Two New Spy Series at Unexpected Risk." New York Times, September 29, 2001.
[5] Ed Bark, "CBS' 'The Agency' Skips Terror-Themed Episode." Dallas Morning News, September 27, 2001.
[6] Philip Taubman, "Making Over the Central Intelligence Agency." New York Times, August 26, 2001; Tricia Jenkins, The CIA in Hollywood, p. 56.
[7] Brooks Boliek, "CIA Calls off 'Agency' Plan." Hollywood Reporter, September 17, 2001; Ed Rampell, "Hollywood's Year of Living Clandestinely." CounterPunch, May 2013.
[8] Army Archerd, "Art Imitates Life, Sort Of." Variety, November 20, 2001.
[9] Tricia Jenkins, The CIA in Hollywood, pp. 65-66.
[10] Ed Rampell, "Hollywood's Year of Living Clandestinely."
[11] Tricia Jenkins, The CIA in Hollywood, p. 66.
[12] Ed Bark, "CBS' 'The Agency' Skips Terror-Themed Episode."
[13] Tricia Jenkins, The CIA in Hollywood, p. 63.
[14] Julie Salamon, "Two New Spy Series at Unexpected Risk"; Tricia Jenkins, The CIA in Hollywood, pp. 62-63; Ed Rampell, "Hollywood's Year of Living Clandestinely."
[15] Noel Holston, "Three New Spy-Themed Series Also May End up Victims of the Terrorist Attacks on the World Trade Center and Pentagon." Newsday, September 22, 2001.
[16] Julie Salamon, "Two New Spy Series at Unexpected Risk."
[17] "Reworked Agency Pilot to Air Nov. 1 on CBS." South Florida Sun Sentinel, October 25, 2001; Lauren Hunter, "'The Agency' Finds Art a Little Too Close to Reality."
[18] Tricia Jenkins, The CIA in Hollywood, pp. 66-67.
[19] "Critical Issues in Writing About Bioterrorism." Hollywood, Health & Society, April 2, 2002.
[20] Tricia Jenkins, The CIA in Hollywood, p. 56.
[21] Duncan Campbell, "Hollywood Helps CIA Come in From the Cold."
[22] "Critical Issues in Writing About Bioterrorism."
[23] Ibid.
[24] Eric Deggans, "Leave Attacks' Aftermath to Real Life." St. Petersburg Times, October 29, 2001; Bridget Byrne, "'Anthrax' Shows up for Sweeps." E! Online, November 2, 2001; Stephen M. Silverman, "Fictional Anthrax Hits 'The Agency.'" People, November 6, 2001; Tricia Jenkins, The CIA in Hollywood, p. 68.
[25] "Critical Issues in Writing About Bioterrorism."
[26] "CBS Pulls Anthrax Episode of CIA Drama 'The Agency.'" Associated Press, October 17, 2001; Bridget Byrne, "'Anthrax' Shows up for Sweeps."
[27] Stephen M. Silverman, "Fictional Anthrax Hits 'The Agency.'"
[28] Tricia Jenkins, The CIA in Hollywood, p. 66.
[29] Bernard Weinraub, "The Moods They Are a'Changing in Films; Terrorism is Making Government Look Good." New York Times, October 10, 2001.
[30] Tricia Jenkins, The CIA in Hollywood, pp. 55, 61.
[31] Patrick Goldstein, "The CIA Spins Itself." Los Angeles Times, September 29, 2001.
[32] Brian Lowry, "TV Viewers Flock to What is Familiar." Los Angeles Times, October 2, 2001
.
[33] Patrick Goldstein, "The CIA Spins Itself."
[34] Lauren Hunter, "'The Agency' Finds Art a Little Too Close to Reality."




NOTA DI PINO CABRAS

Le opere di fiction statunitense che hanno anticipato gli attentati dell'11 settembre e dintorni non si fermano in effetti a quelle citate in questo articolo. Di queste inquietanti "coincidenze" si era parlato già nel libro di Roberto Quaglia "Il mito dell'11 settembre" (Ponsinmor, 2007, www.mito11settembre.it) ove si leggeva di un altro episodio pilota, quello della serie The Lone Gunman (un telefilm spin-off di X-Files) - realizzato sempre nel fatidico 2001, a gennaio - nel quale alcuni alti papaveri del Pentagono complottavano di schiantare aerei civili contro le Torri Gemelle per ottenere un aumento di fondi.
Nel libro di Quaglia si riportava anche il caso del film "Anthrax" (www.imdb.com/title/tt0250214) realizzato subito prima dei notori attacchi all'antrace del 2001, che investigazioni successive hanno dimostrato essere stato interamente "made in USA" (ad opera dell'immancabile scienziato pazzo, provvidenzialmente suicidatosi al momento opportuno).
Usciva nelle sale nell'estate del 2001 anche il film Pearl Harbor, un kolossal da 135 milioni di dollari, per rinfrescare e ristrutturare su larga scala la memoria delle nuove generazioni rispetto al primo grande shock statunitense, quello del 1941, quando la nazione fu chiamata alla guerra contro un nemico che attaccava all'improvviso. Il film fu ampiamente sponsorizzato dal Pentagono, che offrì un enorme sostegno logistico.
Le rivelazioni dell'articolo qui riportato non fanno che rendere più surreale ancora il quadro che ci viene presentato. La straordinaria capacità di Hollywood di "predire" catastrofi ed attentati che di lì a poco si consumano proprio come narrato è davvero difficile da inquadrarsi in una logica di fortuite coincidenze.

Nel grande show che unisce informazione e intrattenimento c'è la sistematicità, la ripetitività. Ne parlo assieme a Giulietto Chiesa nel nostro BarackObush: «Senza queste non c'è la necessaria "sedimentazione" di pensieri e, soprattutto, di immagini. Una volta che si è riusciti a far "sedimentare" nelle menti la propria narrazione del mondo (di quel problema in particolare) risulta allora più facile risvegliarla. Allora essa riappare obbediente, sollecitata da associazioni mentali che sono state accuratamente predisposte in anticipo. Ben sopra gli opinion makers, ci sono i creatori degli “états d’esprit”, le mentalità generali».
Roberto Quaglia, nel suo libro sull'11/9 ricorda anche un altro elemento: «la fantascienza ci viene ancora una volta in aiuto, proponendoci un'interpretazione alternativa di un certo fascino e suggestione, ed è quella della Plausible Deniability (smentibilità plausibile): non so se avete presente la serie televisiva Stargate, quella dove c'è il "gate" che permette di viaggiare nella Galassia, ed è un progetto militare tenuto segretissimo. In un episodio accade che per una fuga di informazioni viene iniziata la produzione di un telefilm di fantascienza basato sul programma Stargate. Uno si aspetterebbe che i militari facessero in modo di boicottarlo e mettere tutto a tacere, invece lo lasciano stare, per il principio della Plausible Deniability: da quel momento in poi, qualunque fuga di notizie ci fosse stata dal progetto Stargate avrebbe potuto essere facilmente ridicolizzata affermando che era presa dal telefilm di fantascienza.»


Articolo pubblicato anche su Megachip: QUI.