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16 aprile 2016

Dopo i sauditi, anche l'Egitto imbavaglia Al Manar

di Pino Cabras.


Le pressioni degli sponsor dell'ISIS restringono sempre di più gli spazi televisivi per i loro nemici. Dopo la piattaforma satellitare Arabsat, anche quella egiziana denominata Nilesat, vista in tutto il Vicino e Medio Oriente, ha deciso di oscurare le trasmissioni del canale libanese Al Manar (Il Faro). Dal 5 aprile, uno degli organi di informazione in lingua araba più influenti, legato al movimento di resistenza libanese Hezbollah, è stato escluso dalla piattaforma la cui sede è in Egitto. Sono stati gli stessi media egiziani ad annunciarlo, precedendo l'incontro al vertice tra il presidente egiziano Al Sisi e il re saudita Salman, accolto dunque con un regalo per lui molto gradito

AL MANAR - I PRECEDENTI:
ECCO COME STANNO SOFFOCANDO UNA VOCE FONDAMENTALE PER L'INFORMAZIONE MEDIORIENTALE


In questo cinico scambio di doni fra capi di Stato si assiste a un grande dirottamento di miliardi. I 4 miliardi di dollari che fino a poche settimane fa i sauditi avevano destinato alle forze armate libanesi atterrano invece al Cairo, per rafforzare il rapporto con uno dei maggiori "clientes" di Riad - il regime egiziano - e indebolire la tenuta del fragile Stato libanese. Il tutto avviene per rafforzare l'asse di interessi saudita, impegnato direttamente o indirettamente su varifronti di guerra (Siria e Yemen su tutti) in contrapposizione all'asse legato alle forze sciite (Iran, Repubblica Siriana, Hezbollah). AncheIsraele ha un interesse strategico a mettere il bavaglio ad Al Manar, una delle voci più informate e critiche rispetto alle azioni militari israeliane. Non è il primo caso in cui Israele realizza una forte convergenza d'interessi con Casa Saud.

Non prende nessuna posizione la coalizione libanese del «14 Marzo». Il suo leader Saad Hariri, ha radici familiari, ideologiche ed economiche fortissime con l'Arabia Saudita, perciò tace. Rimangono invece le forti proteste della coalizione dell'«8 Marzo», che associa Hezbollah alla Corrente Patriottica Libera di Michel Aoun(egemonizzata dai cristiani maroniti). Queste diverse posizioni rappresentano bene la spaccatura politica che rischia di paralizzare o persino far esplodere la vita politica libanese.

I reporter di Al Manar hanno raccontato con grande impegno e professionalità dettagli importantissimi della guerra siriana. Senza la loro capillare presenza nei luoghi di battaglia, il mondo avrebbe saputo molto meno e l'ISIS-Daesh e le altre formazioni jihadiste sarebbero apparse come una galassia lontana. Il servizio reso al mondo consiste nel raccontare la portata di questo immenso pericolo per la pace mondiale. E soprattutto nel rivelare chi foraggia gli autori delle brutalità. I sauditi non vogliono testimoni, e nemmeno i loro alleati vicini e lontani, compreso Israele (anche se la liaison fra Tel Aviv e Riad può apparire contro-intuitiva).

Al Manar proseguirà le sue trasmissioni su una piattaforma satellitare russa (il che comporterà qualche macchinoso adattamento per milioni di parabole nelle case arabe) e in streaming, sul seguente canale:
Nel frattempo l'altro grande sponsor dei tagliagole, jihadisti , il regime del presidente turco Erdoğan - che ha il record mondiale di giornalisti incarcerati - ha oscurato il sito in lingua turca dell'agenzia russa Sputnik.

Per parte nostra, ci sentiamo di condannare questo attacco alla libertà di parola che vuole impedire una narrazione più autentica delle vicende mediorientali. Esprimiamo piena solidarietà ai giornalisti colpiti, anche in mezzo al silenzio occidentale. La "saudizzazione" e l'"erdoganizzazione" dei media rappresentano un attentato non solo alla libertà di parola, ma alla comprensione dei temi della pace e della guerra nel mondo.


DONAZIONE


5 dicembre 2015

Gli sponsor dell'ISIS oscurano la TV Al Manar

di Pino Cabras.
da Megachip.



Ora tocca alla TV libanese Al Manar, subire un durissimo colpo che viene da chi protegge l'ISIS-Daesh. L'emittente di Hezbollah, il movimento di resistenza sciita che negli ultimi mesi ha inflitto numerose sconfitte sul campo ai miliziani di Daesh e di Al-Nusra, è stata oscurata dalla piattaforma satellitare della Lega Araba, Arabsat, che ha sede in Arabia Saudita e trasmette canali di venti paesi arabi. L'interruzione è avvenuta senza preavviso e senza spiegazioni, violando clamorosamente i contratti. Gli sponsor dell'ISIS giocano ormai a carte scoperte e non rispettano più nessuna regola, né contrattuale, né legale-costituzionale, né militare: non vogliono fra i piedi un giornalismo che li ostacoli. Si assiste a una vera accelerazione negli ultimi mesi (specie in Turchia, ma non solo): censure, interventi squadristici contro le redazioni, carcere per i direttori dei giornali, canali TV fatti chiudere a forza, centinaia di cronisti licenziati. Qualche giornalista muore in circostanze controverse, e sempre dopo minacce di morte.
Quasi nessuno in Occidente conosce la vicenda della giovane Serena Shim, dell'iraniana Press TV, morta un anno fa in uno strano incidente dopo essere stata accusata dai servizi di sicurezza turchi di essere una spia e minacciata di morte, a seguito di un suo servizio che denunciava la collusione del governo turco con l'ISIS. In particolare, aveva osato svelare il caso degli autocarri carichi di combattenti dell'ISIS che oltrepassano il confine tra Turchia e Siria, spesso con le insegne di organizzazioni non governative o dell'ONU.

In Occidente l'unico caso che sta iniziando a bucare l'indifferenza riguarda due giornalisti, Can Dündar, direttore del quotidiano di Istanbul Cumhuriyet, e il capo-redattore del suo ufficio di Ankara, Erdem Gül, entrambi in prigione dal 26 novembre. Anche per loro l'accusa è spionaggio e terrorismo. Avevano semplicemente pubblicato le prove che dimostravano che i servizi segreti turchi consegnano tante armi ai gruppi islamisti in Siria. Eppure, a parte qualche appello, la massa che diceva "Je suis Charlie Hebdo" ora non dice nulla. Così come difficilmente dirà qualcosa sul caso di Al Manar.

Perché dunque questa accelerazione? Il fatto è che l'intervento militare russo in Siria ha messo a nudo tutte le ipocrisie occidentali e mediorientali sulla questione ISIS: i suoi tanti sponsor non possono più nascondersi, e perciò reagiscono cercando di silenziare le testate che non controllano.

È in questo quadro che ora le petro-monarchie vogliono chiudere la bocca ad Al Manar. Ci aveva provato già Israele, nel 2006: durante l'invasione del Libano l'aviazione israeliana colpì ripetutamente con missili la sede della TV a Beirut. L'attacco del 16 luglio distrusse l'edificio di Al Manar, ma l'interruzione durò appena dieci secondi: la redazione si era preparata a trasmettere in emergenza da località sconosciute e gli israeliani non potevano far nulla per controllare la piattaforma satellitare ArabSat. Solo che ora ci pensano direttamente i piranhas di Riad.

Ai dirigenti sauditi non stavano piacendo i continui reportage di Al Manar dallo Yemen, il paese che da mesi subisce l'aggressione di Arabia Saudita, Qatar e altri paesi loro clienti e alleati: i continui bombardamenti hanno già causato migliaia di morti civili, centinaia di migliaia di sfollati, e dieci milioni di persone senza più acqua potabile (metà della popolazione yemenita). Si tratta di una catastrofe originata da veri e propri crimini di guerra, alimentati da un'enorme quantità di bombe che proviene anche dall'Italia. La redazione di Al Manar non solo mette in prima serata questa guerra orrenda, ma è capofila di una federazione di decine di canali mediorientali (anche dello Yemen) che stanno formando sul campo centinaia di videoreporter in grado di confezionare eccellenti servizi, spesso girati con un semplice telefonino.
Tuttavia, la quasi totalità dei cittadini occidentali non sa nulla di queste guerre né di questo giornalismo. I padroni della comunicazione europei, per esempio, nel 2012 cacciarono dalla piattaforma Eutelsat i canali satellitari iraniani, senza che i giornalisti e i politici europei trovassero nulla da obiettare. La Francia aveva proibito Al Manar già nel 2004, assimilando la redazione a un gruppo terroristico e accusandola di antisemitismo. Altri paesi europei seguirono.
Già prima ad Al Manar era stato precluso il sistema statunitense Intelsat.

Rimaneva Arabsat, attraverso cui Al Manar ha raggiunto ogni giorno un pubblico pan-arabo di decine di milioni di telespettatori, ponendosi come la più combattiva comunicazione anti-ISIS esistente. In un mondo normale sarebbero i primi alleati di chi volesse davvero estirpare Daesh. Invece l'Europa li ha censurati da tempo, mentre ora - improvvisamente - li censura il sistema di alleanze che copre l'ISIS.

Chi ha a cuore la libertà di parola deve capire ora la gravità di questo fatto, che ricade anche sull'Occidente. Negli ultimi dieci anni si erano formati nuovi equilibri nell'informazione globale. Vari paesi hanno proposto con forza una propria visione autonoma in contrasto al flusso informativo dominato dalle potenze anglosassoni. Le emittenti emergenti (la libanese Al Manar, l'iraniana Press TV, la russa RT, la venezuelana Telesur, ecc.) hanno partecipato con un punto di vista certo "di parte". Ma per l'appunto grazie a questa parzialità, mostrano al mondo interessi "altri", e conquistano un nuovo pubblico, ormai stufo dell'informazione prodotta dalla fabbrica dei media nostrana, al netto degli ingenui che pensano che la CNN e altri giganti mediatici siano "neutrali".

Se queste voci "altre" non useranno un sistema autonomo di trasmissione, cioè se non trasmetteranno con propri satelliti, rimarranno sempre vulnerabili rispetto a chi combatte la guerra da un'altra parte della barricata e può decidere di spegnerli da un momento all'altro. Questo discorso vale anche per i canali russi, che sono già entrati nel mirino della NATO e dei suoi maggiordomi. Si parla ormai apertamente di misure per bloccare l'informazione proveniente da un mondo considerato nemico. Qui, nell'Occidente che presume ancora di essere il luogo del "libero" confronto delle idee.
Un imperdibile "manuale" sull'argomento lo ha scritto Roberto Quaglia, converrà padroneggiarlo.

Siamo appena agli inizi di una dittatura che usa la lotta all'ISIS per giustificare restrizioni alla libertà e censure, ma che poi usa queste restrizioni e censure a danno di chi combatte davvero l'ISIS. Sembra un paradosso, ma è il ritratto del doppiogiochismo che sta affossando le democrazie.
Basterebbe poco, con un certo clima di allarme bellico, per "erdoganizzare" e "saudizzare" anche il sistema europeo, che ormai è sempre più istituzionalmente pronto a questa pericolosa mutazione.

Dobbiamo capire da subito che il punto di vista altrui è la garanzia del punto di vista nostro. Difendere Al Manar ed esigere che la TV non sia oscurata è una questione che ci riguarda da vicino.


29 agosto 2011

11/9, il ritorno del giornalismo

Giornalismo è diffondere quel che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda.
(Horacio Verbitsky)

di Pino Cabras - da Megachip.

Sul tema “11 settembre” per dieci anni la RAI ha avuto un grande assente, il giornalismo. La trasmissione di Giovanni Minoli “La storia siamo noi” del 25 agosto 2011 ha riportato il giornalismo nella fascia dei grandi ascolti, sottraendolo al ghetto del satellite: un giornalismo che pone tutte le domande e le questioni su questa materia che - per gran parte degli eredi di quel mestiere - sono un tabù invalicabile. Vediamo in questi giorni, durante la guerra di Libia, quanto estesa, acritica e disinvolta sia l’accettazione delle veline fornite dagli uffici che propagandano la guerra. 

E notiamo quanto faticosa sia l’opera di pochi giornalisti nel contrastare le bugie e la fiumana di propaganda. 

Non è un caso che si sia arrivati a questo punto. Le versioni finora considerate accettabili dall’establishment in merito ai fatti legati all’11 settembre hanno costruito un vero paradigma di antigiornalismo, una potente mitografia in cui il mainstream occidentale nel suo insieme ha agito come una sorta di blocco unico che nemmeno contemplava standard difformi, perché si blindava il linguaggio, la possibilità di esprimere concetti diversi, la capacità di cercare i nessi degli eventi: era un pensiero unico integrato con il messaggio unico.

Chi usciva da quello schema cercava quei nessi, trovava i fatti, e non poteva far altro che notare clamorose incongruenze in seno al mito ufficiale. 

Facendo le domande sgradite al potere si arriva a trovare una diversa correlazione fra i fatti. 

Per anni i film Inganno globale, Loose Change, Zero e altre opere che hanno fatto quelle domande hanno dovuto reggere all’urto di una campagna di attacchi molto scorretti di una minoranza di mitografi delle versioni ufficiali, laddove la maggioranza dei giornalisti si adagiava passivamente sulla corrente del mito. 

La redazione di “La storia siamo noi” ha fatto una scelta fra giornalismo e mito. Ha preferito il primo. 

Il documentario ripercorre lo stesso terreno delle inchieste di chi non era preso dall’esigenza di confermare la propaganda di governo. Facendo a meno della propaganda dei mitografi delle assurde versioni ufficiali - gravata com’è da una montagna di bugie, manipolazioni e omissioni, per non parlar degli insulti - Minoli ha fatto a meno di una fuffa giornalisticamente inservibile. Il risultato è un’ottima trasmissione, di cui raccomandiamo la visione.

119-minoli
Link alla trasmissione: www.rai.tv.

Articolo sullo stesso argomento su Luogocomune.net.

17 luglio 2011

Un video manipolato e tanti pappagalli di guerra

di Pino Cabras - da Megachip.
Con intervista a Pier Paolo Murru, esperto di post-produzioni video.

 

Raccontiamo qui nuovamente un video, una storia che forse si è già impressa nelle vostre menti: la morte in presa diretta, il cecchino che spara al ragazzo che lo filma, voi che vi siete affacciati sulla Siria attraverso la sua paura e poi il suo buio, i giornali che scrivono che questa è «la nuova strategia repressiva del regime: sparare dritto su chi filma.» Vi proponiamo un’analisi tecnica stringente, che smonta pezzo dopo pezzo il video, scompone le sequenze, spiega i segreti dell’audio, fa tutto quello che non hanno fatto Enrico Mentana, Francesco Battistini e tutti gli altri che hanno raccolto la velina e l’hanno rilanciata. Come vedrete tutto fa pensare che il video sia una clamorosa bufala. Ma prima di analizzarla, come è giusto, va richiamato brevemente il contesto.

Il quadro generale: la propaganda è senza esclusione di colpi
Il contesto è quello del grande sommovimento del mondo arabo e islamico del 2011, in cui l’Occidente interviene secondo convenienza, scegliendo quali dittatori sono dei bastardi e quali invece sono pur sempre i «nostri» bastardi. I primi saranno sottoposti a un’implacabile “reductio ad Hitlerum” e accusati di ogni nefandezza, nonché soggetti a ogni tipo di attacco e di provocazione militare, diplomatica, mediatica. I secondi saranno blindati da un silenzio mediatico speculare alla campagna che invece colpisce gli altri. Chi vuole approfondire può farlo. Chi ha già approfondito ha visto operare un’instancabile macchina della menzogna, che sforna di continuo come istanze genuine centinaia di immagini, di filmati, di blog, di profili da social network che spesso si rivelano totalmente falsi. La maggior parte di questa enorme produzione sfugge alla critica, e passa per vera. È in atto un gigantesco sforzo mediatico che occulta la sua radice strategica in seno a comandi militari che lo organizzano.[1]
Il tentativo, fin qui riuscito, è quello di raccontare le vicende mediorientali con una distinzione fra buoni e cattivi che coincide con le linee di frattura degli interessi strategici dettati dall’Occidente e dalle petro-monarchie della penisola araba. Nell’ottica degli strateghi, bersagliare il mondo con messaggi e percezioni «coerenti» è denaro ben speso, tanto quanto i dollari sborsati per un cacciabombardiere. Sono armi entrambe.
Per chi ha pianificato le guerre in corso e sta preparando le prossime entro breve, è meglio azzerare il rischio che non siano accettate, ed è meglio estendere l’ombrello della pianificazione militare totale a ogni aspetto della comunicazione. La parte più succosa saranno le immagini, che dovranno trasmettere messaggi emotivamente coinvolgenti ed eticamente semplificati.

Il video del cecchino, un filmato da dissezionare. Intervista a Pier Paolo Murru, esperto video


Vale dunque la pena ritornare sul video del cecchino che tanto ha emozionato Mentana e Battistini.




Mi aiuta nella traduzione dall’arabo Naman Tarcha, che riesce a trascrivere i contenuti delle voci che si odono nel video. E rivedo svariate volte le immagini con l’aiuto di un esperto di post-produzioni video, Pier Paolo Murru, il quale entra molto in profondità nei dettagli.


Murru, innanzitutto cosa nota nella sequenza dal punto di vista tecnico?
«Vista la risoluzione e la qualità della sequenza analizzata, si tratta probabilmente di un video girato con un palmare/smartphone (forse un iPhone di vecchia generazione). Marca e modello non sono comunque informazioni importanti in questo caso.
L'uso di questo genere di strumenti, in questi contesti ad alto rischio, concederebbe alcuni vantaggi rispetto a quel che si sarebbe costretti a fare con una normale videocamera handy: ovvero tenerla a braccio teso (angolato o disteso), a diretto contatto fisico - attraverso il viewfinder interno (mirino) o a breve distanza per visionare l'LCD esterno. Infatti, grazie alla estrema leggerezza e compattezza degli smartphone, è possibile riprendere con margini di sicurezza ben più ampi proprio in quei casi in cui si renda necessario "rubare" sequenze video senza essere visti o comunque senza avere l'ingombro di un normale cineoperatore e relativa attrezzatura, posizionando l'apparecchio nel punto più consono allo scopo e alla situazione in cui ci si trova. Le lenti di questi sistemi sono tendenzialmente di origine medio grandangolare».

Da quel che mi dice, un apparecchio come quello appena descritto riesce a fare grandi cose, ma le immagini che vediamo sembrano sporche e sgranate. Come mai?
Nella sequenza l'angolo di vista è piuttosto stretto, e questo farebbe ipotizzare l'uso dello zoom digitale che giustificherebbe, in parte, l'evidente tremolio durante il movimento della mano e la qualità decisamente degradata a prescindere dalla compressione.

Ha analizzato il luogo di ripresa dove si sporge il video-operatore misterioso?
«L'operatore si trovava su un volume sopraelevato (un tetto o un balcone di una palazzina) che si affaccia su alcune strade circondate da altre palazzine. Si nota un parapetto di protezione alto circa 100/120cm (4/5 file di blocchi in calcestruzzo).»
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Quali impressioni ricava dalla sequenza video, è normale il comportamento dell’autore del filmato?
«Alla luce di quanto dicevo prima, in relazione alle possibilità concesse da questi strumenti di ripresa, e vista la situazione che presumiamo di altissimo rischio, io mi sarei accovacciato dietro al parapetto, mettendomi in totale sicurezza, e avrei esposto solo il telefono al disopra del muro osservando da basso cosa stessi riprendendo. In questo modo avrei avuto modo di "guardarmi attorno" come farebbe un periscopio a pelo d'acqua. Ma – se fosse vero questo scenario - considerata l'alta frequenza di colpi d'arma da fuoco che si sentono nella sequenza, di certo non mi sarei sporto con la sola testa, o peggio alzato in piedi, rendendomi completamente visibile e vulnerabile all'eventuale mira e tiro dei cecchini.»

Il videomaker appare dunque come un temerario. Che tipo di riprese fa?
«Nel video l'operatore usa il telefonino come fosse una videocamera standard. Cioè ponendo il cellulare fra se e il soggetto e sul medesimo asse del viso. Operazione che ritengo del tutto insensata, visto il rischio a cui si andava incontro e viste le possibilità di "monitoraggio" a distanza offerte dalle riprese effettuate con piccole videocamere come i telefoni cellulari. Anche nel caso in cui avessi deciso di espormi, alzandomi in piedi dietro al parapetto, avrei almeno tenuto il cellulare lontano dal corpo, puntandolo sul soggetto da inquadrare, e tenendo bene in vista il soggetto ad occhio nudo per carpirne le reali caratteristiche e intenzioni. In questo caso, una volta riconosciuto il militare armato (a vista o attraverso l'LCD nell'inquadratura zoomata), mi sarei buttato immediatamente al suolo per mettermi in sicurezza, e al limite avrei cercato di riprenderlo successivamente con la tecnica “a periscopio”prima descritta. Personalmente non avrei nemmeno rischiato di perdere la mano per un colpo di arma da fuoco, ma evidentemente questa è una valutazione del tutto soggettiva.»

Ecco, il momento dell’inquadratura del marmittone armato è un momento cruciale. La mano dell’operatore, che prima era una specie di gelatina sussultante, improvvisamente è fermissima. Lei fa notare che l’operatore è estremamente esposto, e sembra abbandonare ogni precauzione che una persona di buon senso adotterebbe. Cosa accade?
«Nella sequenza in questione, l'operatore dedica l'unica sequenza steady (a mano ferma e stabile) al suo killer. Si ferma, lo individua chiaramente, lo perde di vista per alcuni istanti e lo ricerca senza alcuna titubanza. Non accenna timori, almeno non nel modo con cui continua a riprendere il soldato. Lo tiene inquadrato mentre prende la mira con tutta calma, e si fa uccidere. L'asse di mira del cecchino coincide alla perfezione con l'asse di ripresa e di conseguenza con l'asse della testa o di un altro organo vitale - tale da giustificarne la morte istantanea, o quasi. Personalmente, analizzando la posizione della canna del fucile rispetto all'inquadratura, credo che l'asse sia riferito al capo e quindi dovrei dedurne che l'operatore tenesse il cellulare proprio davanti al viso, esponendosi completamente al suo assassino.»

Alla fine vediamo una strana danza fra vittima e carnefice, una sorta di tempismo perfetto…
«Un altro ragionamento mi fa sottolineare quanto sia stata perfetta la sincronia fra i due soggetti, nel cercarsi e nell'esporsi l'uno all'altro - con il cecchino e l'operatore che si "mirano" a vicenda nel medesimo istante, faccia a faccia e corpo a corpo, malgrado la sequenza precedente indicasse estrema incertezza nella ripresa e il militare avesse, sino al momento della sua inquadratura, la vista occlusa da un balcone della palazzina soprastante.»

Veniamo al clou, la sequenza dell'«uccisione». Cosa ha notato?
«L'operatore trova il militare al minuto 00:32 del video; si vedono solo le sue gambe che in quel momento esatto potevano solo indicare la presenza di una persona appostata o nascosta. Segue una raffica di fuoco che pare molto vicina (ampiezza) ma di cui non si capisce l'esatta provenienza (segnale mono) e l'operatore perde l'inquadratura - forse per cercare la fonte degli spari ma non per mettersi in sicurezza - ma semplicemente alza un po' più in alto la ripresa per poi tornare a cercare il militare. A 00:37 il militare fa il primo passo avanti e la camera risolleva l'inquadratura. L'operatore ritrova il suo soggetto a 00:42 e qui entrambi si fermano, l'uno in fronte all'altro - ma il cecchino ha ancora il fucile in posizione di sicurezza (con la canna puntata al suolo). Ancora l'operatore non si mette in sicurezza. Immediatamente dopo si trovano l'uno, come già detto, nel mirino dell'altro e il cecchino alza la canna del fucile e la punta sulla presunta vittima.»
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L'operatore pare voler fare qualcosa (agita la camera) ma invece di mettersi definitivamente in sicurezza - torna a riprendere il tizio in grigioverde.
«Sì, e lo fa dopo quei 4 secondi che servono al militare per prendere la mira; ed ecco lo sparo, mentre l'operatore continua a riprendere.
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L'uomo che riprende il video, prima di questa sequenza, tiene in mano l'apparecchio oltre il parapetto, visto che in alcuni fotogrammi immediatamente precedenti allo sparo, inquadra la strada sotto la sua posizione dove si vede la stessa ombra dell'edificio che lo ospita». (fotogramma sotto).
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Il video, a questo punto, dopo lo sparo diventa buio, ma si sente ancora l’audio. Diventa meno interessante?
«Tutt’altro. È da notare come il telefono non sia precipitato in strada dopo lo sparo (malgrado la posizione dell'operatore non sia sostanzialmente cambiata), ma sia stato tenuto in mano e riportato all'interno del terrazzo, sino ad impattare al suolo.
Il primo impatto del telefono avviene (analizzando l'audio) a circa 7 decimi di secondo dallo sparo (tempo compatibile con una piccola parabola o una caduta diretta all'indietro) - innescando poi un rimbalzo stretto che dura circa 1.8 secondi. A livello video, l'unica modifica nel segnale, è sancita da un buco nero a breve distanza dallo sparo. Si tratta di totale assenza di informazioni per alcuni fotogrammi, riferibile forse all'impatto sul pavimento dell'apparecchio - anche se si percepisce un fenomeno di rimbalzo (in audio e in video) che farebbe pensare ad un urto più morbido in cui l'energia cinetica sia stata smorzata in più tempi prima del contatto finale con la pavimentazione del terrazzo. Personalmente mi sarei aspettato che il telefono si disintegrasse vista la violenza estrema e la dinamica del fatto, ma qui entra in gioco la fisica e visti i pochi elementi in gioco è difficile scartare o validare un elemento come questo.
Queste sono valutazioni generali e non sempre sostanziali che però, a mio avviso, meritano di essere considerate nell'insieme».

A questo punto l’analisi dell’audio diventa fondamentale, non crede?
«Vi sono diversi aspetti poco chiari nella struttura della colonna audio, ma ne esporrò i principali per evitare di entrare troppo in territori tecnici. Vediamoli però graficamente.
Gli eventi audio più importanti sono due assenze di segnale a ∞ dB, alcuni secondi dopo lo sparo e dopo qualche altro secondo di eventi audio:
videoaudiospettro01
Poco dopo lo sparo e la caduta al suolo del telefono (con conseguente rimbalzo stretto) si presenta il primo silenzio (indicato col segno infinito ):
videoaudiospettro02
Meglio si nota nell'immagine seguente, dove ho indicato il primo "buco", che avviene su una voce che si tronca di netto a 00:49 (primo segno rosso/abrupt interruption). Segue il silenziamento a 00:50 (segno giallo) di circa 5 secondi a ∞ dB. Segue un fading (secondo segno rosso/fade in) di altre voci che proseguono sino ad un ulteriore taglio (terzo segno rosso/fade out) che porta un altro silenzio a ∞ dB a 01:01 (secondo segno giallo) per poco meno di 2 secondi. Un ultimo evento (quarto segno rosso/ abrupt in) reintroduce brutalmente le voci che procedono sino alla fine della sequenza.»
videoaudiospettro03

La nettezza e lunghezza di questi buchi nel sonoro e la regolarità delle dissolvenze sembra abbastanza anomala. Ma vada avanti. Ci sono altri eventi rilevanti nell’audio?
«Sì. Questi altri eventi sono presenti sotto la colonna audio riferita alle vicinanze dell'operatore (dall'inizio sino allo sparo che lo mette al suolo), che hanno strutture ricorrenti. Ovvero si tratta di eventi audio che si ripetono nella medesima forma e nella medesima tonalità lungo lo scorrere del tempo. Seppure non vi sia sovrapponibilità d'onda a causa del fatto che vi sono più fonti di rumore ambientale (spari, urla, voci etc...), questi eventi vanno evidenziati in quanto appaiono e scompaiono in "abrupt waveform changes/awc". Ossia dei cambiamenti repentini della forma d'onda, negli innesti fra eventi sonori, nell'entrata e nell'uscita di altrettante sorgenti di rumore ambientale. Senza doversi vedere tutte le campionature e senza infilarci nell'analisi dei sample, se ne può sentire distintamente uno fra il punto 00:16 e il punto 00:18, ma ve ne sono diversi lungo questa prima parte di sequenza. Così come arrivano determinati "pattern" di sottofondo (insiemi di proteste, cantilene e urla) che si ripetono per poi scomparire di netto, anche al rientro dalle attenuazioni di segnale causate dagli spari. Questa discontinuità generale si manifesta, a livello meramente uditivo, anche all'inizio della sequenza, quando la voce dietro la telecamera (nelle sue immediate vicinanze visto che si sentono chiaramente i suoni delle consonanti occlusive bilabiali, cioè i suoni delle P e delle B, che vanno a "colpire" la pastiglia del microfono) parla velocemente senza tentennare, per poi sottolineare pochi cicli di affanno respiratorio in cui l'emissione d'aria viene sparata anch'essa sul microfono producendo il classico rumore a bassa frequenza simile al wind noise (rumore del vento). Affanni che però si fermano di netto nell'immediato proseguo della sequenza. Si passa da un respiro da debito d'ossigeno che dura 3 secondi (da 00:08 a 00:11), alla totale assenza di respiro per tutto il seguito della sequenza.
Altre considerazioni sulla colonna audio, che a mio avviso meritano interesse, sono la quasi totale assenza di rapporto fra direzionalità del microfono (e dell'apparecchio di ripresa teoricamente solidale) e le caratteristiche dei suoni in relazione all'ambiente in cui questi sono stati presi in audio.»

Cioè il microfono e la “telecamera”, essendo – come dice – «solidali», si spostano assieme. E però i rumori che sentiamo sono slegati dai movimenti che vediamo?
«Sebbene la colonna audio sia in doppio canale/mono (i due canali destro/sinistro sono identici per cui è impossibile fare una preziosa analisi della fase per identificare le diverse sorgenti sonore nello spazio...), non si identificano sostanziali modificazioni in ampiezza dinamica e struttura, al cambiare del punto di ripresa. Questo indicherebbe che, indipendentemente dove si punti l'apparecchio e il relativo microfono, la presa audio conserva le medesime caratteristiche, anche quando l'operatore tiene l'apparecchio basso e in prossimità del parapetto al punto 00:23 (area occlusa). Più precisamente, vi sono modificazioni di volume e struttura, ma apparentemente non collegate ai movimenti/direzione espressi nella sequenza. Ovvero, sono presenti modifiche sostanziali dell'onda sonora malgrado il punto di ripresa video rimanga immutato o con poche variazioni e viceversa. In parte, questo può essere causato dall'attenuazione automatica che segue ogni evento audio particolarmente violento (come gli spari che tipicamente generano awc), ma è meno comprensibile laddove non vi siano eventi di questo genere.»

Non immaginavo che l’analisi dell’audio potesse svelare tanti micro-dettagli. Si possono trovare altri indizi su come viene maneggiato lo strumento di ripresa, sul fatto che sia all’aperto o al chiuso?
«In questo caso specifico possiamo anche registrare la presenza del "ticchettio" che si produce maneggiando questi apparecchi, prodotto dai microurti delle dita sulle parti in plastica del telefono.
Ma c’è di più. Immediatamente dopo la ricomparsa del segnale dai ∞ dB (00:54), le caratteristiche audio riferite alle sequenze audio finali si percepiscono come più soggette a riverbero ambientale, rendendole più simili ad una presa in ambienti chiusi/occlusi piuttosto che a cielo aperto come la prima parte di video. Si ascolti la sostanziale differenza fra la presa iniziale (voce introduttiva) e quella finale (voci attorno alla vittima) in cui si caratterizzano forti similitudini con quanto è ottenibile effettuando una presa audio al chiuso e con sorgenti molto vicine al microfono. In questa parte del video (telecamera al suolo) vi sono anche diversi contatti/strofinamenti con il microfono (humming/rumble a basse frequenze) senza però innescare movimento nella ripresa che appare pressoché identica sino all'ultimo fotogramma.
Le caratteristiche di tipo acustico e di riverberazione ambientale potrebbero anche essere state generate dalla posizione finale dell'apparecchio, magari in una zona occlusa e vicino a delle pareti, malgrado questa specifica caratteristica sia presente su tutte le sorgenti, compresi gli spari in strada che in questa area del filmato, comprendono veri e propri rimbalzi/eco - e code più lunghe. Volendo sforzarsi un poco oltre, forse si tratta di diverse armi posizionate in altrettante aree e forse il telefono è rimbalzato sino a dentro casa (nel caso fosse un balcone). Certo è che questo nuovo assetto audio parte dal silenzio e dai vari cut & fading di cui s'è parlato sopra - e prosegue sino alla fine - e non contiene più nessuno di quei pattern di protesta che erano presenti all'inizio, pur trovandosi molto vicino a livello strettamente temporale a quella zona del video. In definitiva vi sono due macro registri, ognuno con le proprie caratteristiche acustiche.
È comunque una pratica assai difficile quella di comprendere la posizione delle diverse sorgenti audio in relazione al punto di ripresa; nella sequenza l'unico soggetto umano visibile è il cecchino che spara un solo colpo. Tutte le altre voci, urla, spari, cantilene etc. non hanno soggetti/sorgenti a vista e le strade inquadrate appaiano del tutto deserte, malgrado l'apparente prossimità degli eventi audio che è possibile percepire nell'ascolto della sequenza audio. Anche in linea del tutto generale, non c'è molta corrispondenza fra ciò che si sente e ciò che si vede... ma in assenza di analisi di fase (impossibile a causa del segnale dual mono) è impossibile dare un parere profondo e preciso sulla questione riferita a questo aspetto.»

Possiamo trarre delle conclusioni da questa analisi?
«Sbilanciarsi in senso assoluto verso un'unica interpretazione, sopratutto in presenza di così tanti elementi particolari, non è cosa facile né da prendersi alla leggera. Certamente vi sono molteplici aspetti che fanno apparire l'audio come opera di mixaggio di varie fonti preregistrate e sarei disonesto se non ipotizzassi tale configurazione. Situazione che giustificherebbe in un sol colpo tutte le caratteristiche che ho riscontrato nella colonna audio e in quella video. Personalmente, vista la quantità di "sintomi", penso si tratti di un falso, probabilmente creato a tavolino o miscelando diverse altre fonti tratte da altrettanti materiali audiovisivi.
È certo che l'opzione fictional spiegherebbe in un sol colpo tutte le caratteristiche, le contraddizioni e le manipolazioni - riscontrare nella sequenza.»

Le parole di Murru sono giustamente prudenti, ma altrettanto nette nell’indicare quale linea di ricerca privilegiare in base ai fondati elementi di prova raccolti.
Anche la traduzione e trascrizione delle voci che si odono nel video ha qualche stranezza. Leggiamola.

Cosa si dice nel video
00.02: «LA POLIZIA SPARA SUI FRATELLI CITTADINI .. NELLA VIA DI AL SHAM (a Damasco NdR), NELLA ZONA DI KARM AL SHAMI».
(Poi aggiunge la data) «1/7/2011 SENZA MOTIVO, NON C’È NÉ MANIFESTAZIONE NÉ NULLA...»
(le voci non identificate pronunciano parole di cui non si afferra precisamente il senso:
Uno: «OGGI?». Risponde l'altro: «SONO QUI DALLA MATTINA» (sembra di udire un’eco).
00.40: si sentono voci chiare di una presunta manifestazione (sebbene pochi secondi prima si dicesse «NON C’È NÉ MANIFESTAZIONE NÉ NULLA», ammesso che si parlasse del presente.
Le voci della folla urlano:
«TAKBIR»: ossia l'invito a glorificare Dio… e la folla risponde: «ALLAHU AKBAR» («Dio è più grande»)
Dopo lo sparo si ode una parola mozzata: l'inizio di «HROO...» che presumibilmente compone la prima parte di «HROOB»: che significa «SCAPPA!»
00.56: L'annuncio di morte dice: «LA PALLOTTOLA LO HA COLPITO IN TESTA?»
Cui segue un espressione di lutto: «O DIO, O DIO»
Una frase didascalicamente melodrammatica giunge dalla voce della presunta vittima «MI HA UCCISO». Nel frattempo una voce chiede : «COSA? RIPRENDO?»

Conclusioni
Dobbiamo chiederci come faccia il sistema dei media ad accogliere simili video come se fossero stille di oro colato, quando i precedenti delle manipolazioni informative e le caratteristiche intrinseche dei filmati dovrebbero portare a diffidarne radicalmente, per trattarli invece con le pinze. Invece vengono lanciati in prima pagina. I perché non sono rassicuranti.
Per smontare un video ho impiegato molto tempo, e sono dovuto entrare in dettagli tecnicamente complicati, per quanto illuminanti. Nel frattempo, in milioni di case, l’homo videns è stato bombardato da altre decine di filmati, servizi giornalistici, narrazioni molto semplici e molto false.
Smitizzare un video taroccato mentre accade tutto il resto mi sembra come fermare uno tsunami con un cucchiaino. Eppure mi pare un avamposto del dovere.
Le macchine della menzogna paiono invincibili, ma come insegna la vicenda Murdoch in Gran Bretagna in questi giorni, una volta raggiunta una massa critica di eventi che si oppongono a un certo sistema, anche quelle macchine possono essere sconfitte. È sperabile che accada anche per la propaganda dei tanti pappagalli di guerra.



[1] Nick Fielding, Ian Cobain, Revealed: US spy operation that manipulates social media, in The Guardian, 17 marzo 2011.

Articolo correlato: Vietato pubblicare notizie.

7 luglio 2011

Vietato pubblicare notizie

di Pino Cabras, Simone Santini e Naman Tarcha - da Megachip.



Il titolo del «Corriere della Sera» del 6 luglio 2011 a pagina 14 (il pezzo si trova anche nella versione on-line) è perentorio e non lascia margine ai dubbi: “Siria, ordine di sparare su chi filma”. Il sottotitolo conferma: “Ragazzo riprende un cecchino: la sua morte trasmessa su Youtube”. La versione on-line, grazie alle multimedialità, consente di riprendere il video e caricarlo sul canale del CorriereTv, con titolazioni altrettanto forti: “La morte in diretta – Video choc”. Peccato che il video puzzi di tarocco lontano un miglio. L’articolista del «Corriere della Sera», corrispondente da Gerusalemme, ammette, bontà sua, che «nessuno può dire che il video sia autentico». E, tuttavia, aldilà di questo, dismette ogni traccia di senso critico che un qualunque giornalista dovrebbe mantenere, ammesso che desideri pubblicare notizie. 

E, infatti, così il video viene raccontato: «Diversi indizi fanno pensare sia stato girato da un tetto di Homs». Quali indizi specifici? il giornalista se ne sta sul generico. «Si vedono case, balconi, antenne paraboliche. Di colpo, un soldato proprio nel palazzo di fronte. Il cameraman se ne accorge, scappa. Si sentono degli spari. Poi si rivede il soldato. Che mira sull'obiettivo e lo centra. Il cellulare che cade per terra. Urla, pianti, richieste d'aiuto. Una morte in diretta».
Ora guardate voi stessi il video direttamente su YouTube, e dite se vedete le stesse immagini raccontate da Francesco Battistini.



Ora vi raccontiamo le immagini così come le vediamo noi e, crediamo, le vedrebbe chiunque. Immagini mosse girate con una videocamera da un tetto, o balcone, di una città, forse mediterranea, forse araba. In sottofondo si odono clamori di una manifestazione e spari. Il videoamatore tuttavia, riprende tetti, muri e pezzi di cielo in maniera completamente confusa, senza riuscire ad inquadrare uno straccio di immagine della manifestazione e degli scontri.

Fin quando, nemmeno a farlo apposta, dalla strada sottostante sbuca, per una frazione di secondo, l’immagine del supposto soldato che sembra non aspettare altro che il momento buono per cogliere il nostro eroe. Il soldato non è, come ci si aspetterebbe, in tenuta anti-sommossa, non indossa né casco né berretto, sembra piuttosto vestito di grigioverde come un qualsiasi marmittone che ha appena marcato visita e se ne stia rintanato in fureria a giochicchiare con un fuciletto caricato a piombini. Ma con incredibile istinto killer punta il videoamatore e lo fredda. Costui, l’operatore dalla mano più tremolante del mondo, riesce a fare un quasi fermo immagine solo nel momento in cui il cecchino gli punta il fucile contro. Lo sparo. L’eroico videoamatore cade a terra, sicuramente morto, e la camera riprende il vuoto e le voci di persone attorno a lui, angosciate per quanto accaduto.
Così com’è, senza ulteriori dati, a noi sembra di vedere una scena del tutto decontestualizzata, senza riprese degli scontri (il sonoro può essere stato facilmente ripreso altrove e montato su quelle immagini), con la ripresa di un “soldato” che ha un aspetto a dir poco surreale. Non ci meravigliamo se «nessuno può dire che il video sia autentico». Ma per il giornalista del «Corriere» ciò è sufficiente per dimostrare, oltre ogni ragionevole dubbio, «la nuova strategia repressiva del regime: sparare dritto su chi filma». Non gli viene il minimo dubbio che dovrebbero essere i cecchini ad appostarsi su tetti e balconi per sparare su chi si trovi in strada o su balconi e tetti più in basso, e non viceversa come accade nel nostro video. Un cecchino che si apposta in strada per sparare ai videoamatori sui tetti? Nemmeno sull’Almanacco di Topolino.

In realtà tutto l’articolo è intriso di un tono virulento anti-regime siriano, citando di seguito una sequela di testimonianze fredde e imparziali: l’esperto israeliano di Siria, il leader dell’opposizione rifugiato a Beirut, l’ex vice-presidente in esilio…

Una chicca: Battistini riporta che nella città di Hama, la città martire in cui gli estremisti salafiti si ribellarono già nel 1982 e la cui insurrezione fu stroncata a suon di cannonate, si sarebbe svolta una oceanica manifestazione con “mezzo milione in piazza” che ha subito chiamato la repressione del regime che ha accerchiato la popolazione con i tank. Secondo il censimento del 2006 Hama contava una popolazione di 477.812 abitanti. La manifestazione deve ben essere stata oceanica…

Ci permettiamo di segnalarvi, tra i tantissimi a disposizione che testimonierebbero sulla Siria casi di cattiva informazione, tratto sempre da Youtube, un servizio della Tv di Stato siriana sulla scoperta di fosse comuni in cui erano sepolti corpi mutilati di uomini appartenenti alle forze di sicurezza e della polizia. La presenza di queste fosse nei pressi di Jiser al Shughur (nel nord del paese, a 10 km dal confine turco) era già stata segnalata dalla polizia grazie alle intercettazioni telefoniche di alcuni membri dei gruppi salafiti, i quali stavano organizzando riprese video per incolpare l’esercito siriano. Ma il luogo esatto è stato infine indicato da uno dei terroristi catturati. Le riprese sono state effettuate alla presenza di 70 esponenti delle varie rappresentanze diplomatiche in Siria, tra i quali anche l’Ambasciatore americano a Damasco, e più di 20 giornalisti dei media arabi ed internazionali. Una di queste fosse conteneva i corpi di 10 agenti delle forze dell’ordine, mutilati con sciabole, altri uccisi con armi da fuoco di grosso calibro e da distanza ravvicinata, come ha affermato il medico legale. Avvertiamo i lettori che alcune immagini possono risultare piuttosto crude, in particolare dal minuto 1’30 in poi.


Avete visto titoloni riferiti a questo video sui giornali italiani? Lo avete per caso visto trasmesso dai telegiornali nostrani? Non erano queste, forse, immagini altrettanto e più scioccanti per documentare quanto avviene in queste settimane e mesi in Siria?
Perché mai un video anonimo e palesemente artefatto caricato su Youtube dovrebbe essere più attendibile, dovrebbe essere più notizia, rispetto a un servizio giornalistico della televisione di stato siriana?
Immaginiamo l’obiezione di molti: quella è una televisione di un regime monopartitico, e quindi dev’essere per forza falsa. Nessuno però, né in Occidente né nelle tv satellitari arabe, può dare lezioni di correttezza. È già accaduto, per esempio, che una manifestazione - questa sì oceanica - abbia invaso Damasco a sostegno del presidente Assad, ma che sia stata riferita dai tg di mezzo mondo – a partire dai canali via satellite in lingua araba - come l’esatto contrario, ossia come un raduno di oppositori del regime. Una falsificazione smaccata che pochissimi hanno avuto l’onestà di correggere. Sul caso Siria si sta già accumulando un’impressionate campionario di falsità con gli stessi cliché già visti per scatenare la guerra alla Libia.
Ma la casistica va più lontano, e indica un metodo, un sistema di lunga data. Il dittatore amico va trattato con tutti gli onori. Perché lui è un bastardo, ma è il «nostro bastardo». Il dittatore nemico va invece trasformato – meglio dire: ridotto - a un nuovo Hitler. Come raccontarlo? Si deve sceneggiare e produrre una fiction che racconti la malvagità sua e dei suoi soldati, e che la racconti non solo a parole, ma in immagini. Perché puoi «vedere» qualcosa, ma non puoi in nessuna occasione vedere la sua «smentita». La smentita è un pensiero intangibile, tutto teorico, che non ha effetti sui milioni di cavie umane che non leggono. La smentita fa presa solo sull’homo legens, su di te che leggi: a te che appartieni a una specie rara e in pericolo. Per l’homo videns, basta un video confezionato con l’«emotional editing».
Vent’anni fa, la prova della malvagità irachena fu la testimonianza recata dalla quindicenne kuwaitiana Nayrah a Washington davanti alla Commissione Difesa: in un pianto dirotto raccontò che i soldati iracheni svuotavano le incubatrici dei reparti maternità, per fare agonizzare i neonati kuwaitiani sul pavimento freddo.



La testimonianza era totalmente falsa, e la ragazza non era un’infermiera volontaria bensì la figlia dell’ambasciatore kuwaitiano all’ONU. Il copione da lei recitato era stato fabbricato da una società di pubbliche relazioni “estreme”, la “Hill & Knowlton”. La premiata ditta Hill & Knowlton confezionò anche un altro falso che servì a piegare la volontà collettiva in favore della guerra, ossia il presunto video girato proprio il giorno dell’invasione irachena da alcuni turisti tedeschi a Kuwait City, un filmato in bianco e nero e con riprese tremolanti che facevano tanto “autentico”. Nell'agosto 1990 le tv di tutto il mondo, passati diversi giorni senza che ci fossero ancora immagini dell’ingresso dell’esercito di Saddam in Kuwait, mostrarono le prime scene dei tank iracheni che avanzavano nelle strade desolate, qualche sparatoria, nonché alcuni esponenti della resistenza che scrivevano sui muri, in comodo inglese, "Free Kuwait".
La Hill & Knowlton, che aveva girato le scene interamente a Hollywood, negli anni a seguire inserì quel video tra le sue più solide referenze, adatte a spingere all’acquisto i suoi specialissimi clienti.
La fabbrica del falso sta lavorando a pieno ritmo, in questo 2011. Ogni tanto qualche pezzo del mosaico viene smontato, come la falsa blogger lesbica siriano-americana Amina Arraf, «rapita a Damasco da uomini armati del regime siriano». O come il caso del falso attivista gay, anche qui, l’indignatissimo gay statunitense Marc, il quale racconta su YouTube di aver fatto richiesta di partecipazione alla Freedom Flotilla, ricevendo in cambio un no con la giustificazione che il gruppo di omosessuali di cui fa parte non corrisponde agli interessi della Flotilla. Marc chiude la sua performance in video sostenendo di aver compreso che il vero motivo che avrebbe portato a escluderlo è il “forte legame” fra gli attivisti della Flotilla e Hamas, che – si sa - non gradisce gli omosessuali. Naturalmente “Marc” è un personaggio falso come una banconota da 17 euro, perché in realtà è un imprenditore israeliano, esperto di marketing e pubbliche relazioni, che risponde al nome di Omer Gershon e carica i suoi video da siti governativi.
Ora, per due falsi che si scoprono, ce ne sono decine che viaggiano invece indenni dalle agenzie di pubbliche relazioni che li concepiscono fino al pubblico-bersaglio, trovando in mezzo solo giornalisti passacarte. Come definire altrimenti un giornalismo che ammette che «nessuno può dire che il video sia autentico», (ovvero non hanno uno straccio di fonte) per poi dire perfino nel titolo che c’è «l’ordine di sparare su chi
filma»?



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27 novembre 2010

Usi inattesi del brand Saviano

di Pino Cabras - da Megachip.


Quando Andrea, uno degli studenti di Galileo, lamenta nel dramma di Bertolt Brecht: «Sfortunato il Paese che non ha eroi», Galileo replica: «No, sfortunato il Paese che ha bisogno di eroi». Oggi non so se abbiamo gli eroi. Di sicuro abbiamo i “personaggi” degli eroi. Ad averli, a maggior ragione, non si aggiunge fortuna al nostro popolo: perché chiediamo comunque troppo a loro, e troppo poco a noi, cosicché loro non cambiano le cose e neanche noi. Considerate il personaggio Saviano. Vi faremo leggere due critiche spietate alle sue recenti prestazioni televisive.
Forse queste critiche hanno il difetto di trarre ruvide conclusioni – su di lui e su altri personaggi richiamati - dove invece non basterebbero gli elementi. Ma hanno il pregio di farci ascoltare suoni che il rumore di fondo dei media non fa sentire, nella sua incessante produzione di personaggi levigati e vendibili. Queste critiche ci aiutano a vedere le cose in tre dimensioni laddove lo schermo televisivo appiattisce a due dimensioni, se non a una, quella del “brand”. E nel lancio del brand-Saviano, lo ricordava qualche mese fa Federica Sgaggio, «siamo dentro a uno show; non altrove. Dentro uno spettacolo che, grazie all’epifania-esposizione del testimonial-personaggio mobilita risorse emotive, senso e spirito di appartenenza, sogno. Ci può stare, mica dico di no. Però direi che a questo punto non sarebbe privo di senso domandarci a che gioco stiamo giocando, e soprattutto chi sta dando le carte; chi tiene il banco. Chi è il mazziere. E magari, se avanza tempo, anche di domandarci chi potrebbe vincere, e per fare che.»
I due articoli che seguono hanno provato a farsi questo tipo di domande scomode, come vedrete. Scorticano la pretesa del personaggio di turno di offrire la propria santità da «Venerato Maestro» (cito Berselli) quando sponsorizza un modello di organizzazione sociale in realtà discutibilissimo, dove il mazziere che tiene banco non è riducibile alla camorra o alla ‘ndrangheta, manco per sogno.
Il territorio, questo suolo italiano avvelenato, bombardato, cementificato, capannonizzato, saccheggiato, è la preda di poteri forti e semiforti, per lo più criminali, e di certo più vasti e articolati delle rampanti borghesie mafiose di Gomorra e dintorni.
Tra i poteri forti – come ci ricorda il primo dei due articoli - ci sono i comitati d’affari che osteggiano l’obiettivo dei rifiuti zero e alimentano il business degli inceneritori. L’importanza degli inceneritori e dei miliardi che si portano dietro con sé è così grande che ormai traballano i governi nazionali (la Carfagna che sbatte la porta), scatenano lotte politiche furibonde a livello regionale (come in Sicilia) e regalano comode non-belligeranze (la Marcegaglia dei termovalorizzatori pugliesi che in Vendola vede «il miglior governatore del Mezzogiorno»).
Oppure troviamo il business nucleare, con l’altro «Venerato Maestro» Umberto Veronesi che fa la madonna pellegrina dell’atomo.
Trai poteri che condizionano l’uso del territorio ci sono poi quelli connessi alle attività militari. Intere regioni sono ormai condizionate da un reticolo di vincoli in cui la sovranità nazionale è andata a farsi benedire. Mentre molti paesi negli ultimi anni hanno colto l’occasione del declino USA per recuperare sovranità e riavere leve politiche e risorse proprie, il peso statunitense e israeliano sull’intelligence e le forze armate italiane - e quindi sulla gestione del territorio - si è accresciuto, con pessimi effetti sulla tenuta del nostro paese. Il Roberto Saviano che di recente ha esaltato Israele come un modello di tolleranza politica fa sorgere domande e diffidenze nuove sulla sua visione delle cose. Il secondo articolo di seguito proposto, scritto dagli anarchici di Comidad, critica Saviano sui retroscena israeliani. Il pezzo allunga troppo la catena delle congetture, ma ci spinge verso uno sguardo a tutto campo, che ci serve per non farci avvincere dalle polemiche diversive, né dalle polarizzazioni scelte sul terreno di lorsignori, quelle che intanto vogliono farci accettare un modello di sviluppo senza futuro che non contempla alternative.

Gli articoli:

16 novembre 2010

Su Fox News l'11/9 non è più un mito intoccabile

di Pino Cabras – da Megachip.


Per anni Fox News ha attaccato chi criticava le versioni ufficiali sull’11/9.
Ora i suoi conduttori – dopo il peso assunto dal movimento per la verità e dalle denunce dei familiari delle vittime – ammettono di «avere la mente più aperta di qualche tempo fa».
Il video che potete vedere qui di seguito è una novità sbalorditiva.

C'è Robert McIlvaine, che avevamo conosciuto nel film ZERO. E’ il padre di Robert Jr, vittima nell'attentato dell'11 settembre: un genitore con la stessa emozionante determinazione delle madri di Plaza de Mayo. C'è l'ingegnere Tony Szamboti, uno degli animatori del movimento Architects and Engineers for 9/11 Truth (ormai vicino ai 1400 aderenti), e c'è lui, il conduttore Geraldo Rivera, uno che in passato aveva preso di petto chi si dichiarava scettico di fronte al mito dell’11/9, scaricandogli contro tutti i trucchetti e le irrisioni dei mitografi governativi.
Fino a ieri il conduttore avrebbe usato consumati stratagemmi per dileggiare gli ospiti. Oggi ammette di non pensarla più come due anni fa. L’atteggiamento somiglia a quello di uno che si scusa. Perché la forza delle immagini e dei fatti che emergono intorno all'Edificio 7, anche grazie alla campagna «Building What?» è tale che le bugie non reggono, e i trucchi perdono presa ogni giorno di più.
Di recente Fox News ha anche trasmesso dei servizi che ricordavano che Mohammed Atta, il presunto capo del “gruppo di fuoco” dell’11/9, era stato monitorato da tempo come individuo sospetto, mentre l’FBI insabbiava tutto.
Mi chiedo: come mai una delle emittenti più schierate con l’amministrazione Bush e le sue guerre oggi cambia posizione, e in modo così netto?
Nei siti che trattano l’11/9 si maligna che ci sia una sorta di gioco di sponda: siccome l'attuale inquilino della Casa Bianca si è spinto fino a un punto di non ritorno nell’accettare la “verità ufficiale” dell’11/9, come un erede che accetta il lascito senza riserve, se oggi si fanno emergere pezzi di verità, questi faranno più male a Obama che a Bush. Interpretazione suggestiva. Che potrebbe avere dei corollari anche alla periferia dell’impero.
Le macerie delle menzogne cadranno meritatamente anche su quelli che non hanno mai voluto affrontare la questione che ha dato un’impronta al secolo, e perciò si sono privati della possibilità di comprendere sommovimenti politici e sociali di vasta portata. Intrappolati nella fallimentare e disastrosa missione in Afghanistan, non sanno più nemmeno perché hanno creduto alle panzane che la giustificavano.

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Di seguito un video con parti della trasmissione di Fox News, sottotitolato in italiano:
 

22 maggio 2010

Santoro, sei pronto per un'altra tv?

di Giulietto Chiesa - Megachip.




Tra le molte cose giuste e vere che Santoro ha detto nella sua autodifesa di fronte al pubblico di Annozero e ai lettori del «Fatto» del 22 maggio, c’è qualche importante “interstizio” su cui riflettere. Interstizi, tuttavia, rivelatori. Credo inoltre di avere titolo per replicare anch’io alle sue parole, nella mia qualità di autore di una lettera (inviata al «Manifesto» e al «Fatto», ma che solo il «Fatto» ha pubblicato) in cui, in sostanza, invitavo Santoro, e tutti coloro che lo hanno sostenuto nella sua battaglia per una televisione migliore, a prendere atto che la battaglia interna alla televisione berlusconiana non era più praticabile e che bisognava dichiarargli guerra dall’esterno, trasformando Raiperunanotte una tantum in Raiperunanotte tutti i giorni.

Ci fu un grande silenzio, a sinistra. Anche Santoro tacque. Infatti la mia proposta era stata già fatta un anno prima, con il lancio di Pandora TV, che era stato ignorato da tutte le forze democratiche, i movimenti, i partiti semidefunti della sinistra.
Adesso Santoro scrive, testualmente, che «Raiperunanotte insegna che, se il contenuto è forte, i contenitori si trovano, e con ascolti da grande tv generalista. Senza che nessuno ti possa bloccare o condizionare. La sfida è trasferire l’esperienza di quella serata unica nelle forme più efficaci per fare di Raiperunanotte qualcosa di non episodico, stabile».
È esattamente la mia proposta. A Santoro dico soltanto una cosa (ma la dico anche a tutti gl’intellettuali, agli uomini di spettacolo che hanno traccheggiato in tutti questi anni, e la dico anch’io, come Santoro, ai direttori dei grandi giornali di opposizione, come «la Repubblica» e «il Manifesto», e non parliamo de «l’Unità» perché altrimenti ci viene da piangere): perché non l’avete detto, e fatto, prima?
E dico a Santoro: per ragioni storiche perfettamente chiare tu sei l’unico che può capitanare questa squadra di combattimento, l’unico che può trascinare ascolti da grande tv generalista, perché sappiamo che anche il pubblico democratico conosce solo questa televisione “progressista” - la tua – tutta interna, come forma, alla tv che manipola, ma (ed è tuo merito), molto esterna come contenuti al mainstream mentitore.
Perché non lo fai?
Hai dichiarato guerra, dagli schermi della televisione del nemico. Non tutta la tua dichiarazione di guerra ci è piaciuta, ma la sostanza sì, ci è piaciuta. Adesso dichiarala tutti i giorni: dal di fuori. Puoi farlo. Ti sosterremo come possiamo. I soldi si troveranno perché milioni di persone, in Italia, vogliono sapere di più e di diverso. Basta chiederglieli e dare loro, in cambio, un pezzo di verità. Naturalmente purché non si continui a stare dentro un teatrino, con gli stessi rituali, le stesse facce della politica della casta, magari esposte sapientemente (come sai ben fare) al ludibrio della loro stessa esibita sconcezza.
Ovvio che l’obiettivo dovrà essere la riconquista democratica della tv pubblica, non la creazione di un nuovo canale privato multimediale.
E qui sono già entrato negl’interstizi cui ho accennato sopra. Sono almeno due. Ti dipingi troppo ingenuo (e ingenuo non sei) quando dici che aspettavi dal Partito Democratico, dai suoi membri nel Consiglio di Amministrazione, dai suoi deputati nella cosiddetta Commissione Parlamentare di Vigilanza, un qualche segnale di soccorso.
Suvvia! Non hai visto tu stesso, in questi anni, come quella gente ha tenuto bordone a Berlusconi, gli ha lasciato tutto in mano?
Hai atteso, certo non invano, perché hai rafforzato la tua posizione di gladiatore isolato dentro un cerchio di nemici. Il pubblico te ne è grato. Io anche. Ma tu ci devi, adesso, una parte della tua popolarità.
Adesso dici che «è il momento di liberarsi dei grandi gruppi editoriali e di fare da soli». Anch’io lo penso. Da anni penso che l’emergenza informativa e democratica si è trasformata in un attacco campale alla democrazia. Fallo, facciamolo. Ci sono decine di giornalisti, di uomini di cultura, direi il fior fiore del giornalismo italiano che ancora resiste, che non aspetterebbero altro; che, se vedessero alzarsi una bandiera, una decente, darebbero non una ma tutte e due le mani per sostenerla.
Solo che, fuori dalla gabbia, il compito è ben più difficile. Questo è l’altro  interstizio. Tu parli di “pubblico”. È una parola che non si attaglia al compito. Gli spettatori di Raiperunanotte tutti i giorni, non sono più un “pubblico”, sono cittadini. E lo studio non può essere quello di una tv generalista.
Avrai bisogno di quei cittadini per costruire una piattaforma multimediale capace di raggiungere milioni di occhi e orecchie. Il palcoscenico, lo studio, sarà la democrazia. La ricerca di cui parli, giustamente, prevede che anche tu debba cambiare professione. Il tempo lo richiede. Ma non si tratta di rinunciare al giornalismo, tanto meno al giornalismo di battaglia.
Questo non è ciò che occorre. Occorre capire – e tu lo sai bene – che non c’è più una politica e una democrazia senza la televisione. E un’altra televisione significa un’altra politica.


Link: http://www.megachipdue.info/tematiche/democrazia-nella-comunicazione/3761-santoro-sei-pronto-per-unaltra-tv.html.