Visualizzazione post con etichetta Gaza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gaza. Mostra tutti i post

31 luglio 2014

Il riarmo di Kiev e la fine di Gaza

PANDORA TV - Il Punto di Giulietto Chiesa – 31 luglio 2014.

http://www.pandoratv.it/?p=1633

Il messaggio più drammatico di sempre, mentre tutto accelera verso una guerra immane.
Il riarmo di Kiev grazie all’afflusso dei capitali americani avviene nel quadro di uno scenario internazionale di forte instabilità: la pulizia etnica dei palestinesi a Gaza, il califfato in Siria e in Iraq, la destabilizzazione dell’Egitto, la deflagrazione della Libia. Con l’Europa incapace di opporre un’alternativa unitaria alla politica estera degli Stati Uniti. 
E' il momento di agire, o il futuro sarà divorato da una guerra che non lascerà ripari.

Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=1633.



SOSTIENI LA NASCITA DI PANDORA TV:




30 luglio 2014

Piccola storia di un blitz palestinese

di Pino Cabras.
da Megachip.

Vi mostriamo una scena drammatica, il video dell'incursione delle Brigate Ezzedin al-Qassam nella base militare israeliana di Nahal Oz, dove gli uomini del braccio armato di Hamas hanno ucciso dieci soldati.


La sequenza - una sortita-lampo che scorre in meno di quattro minuti - è stata pubblicata in inglese su Facebook, accompagnata da frasi bellicose e irridenti, le stesse che corredano da sempre la crudele epifania di ogni battaglia vinta da un gruppo di umani in armi con l'annientamento di un gruppo di nemici altrettanto umani.
Si vedono gli atletici combattenti palestinesi uscire da un tunnel scavato fin oltre il confine di Gaza, a pochi passi da una piccola guarnigione con la stella di David, una delle tante che punteggiano l'orribile Muro israeliano. In pochi minuti il manipolo – grazie a un effetto sorpresa da manuale – riesce a sopraffare i giovani militari dell'IDF. Si vedono le azioni, si sentono gli spari, la lotta corpo a corpo con gli israeliani in svantaggio. L'arma alla quale viene dato il compito più importante non è tuttavia un mitra o una pistola: è la videocamera del telefonino, tenuta con mano salda per tutta la scena. Sarà quell'arma ad essere poi usata per spargere un senso di possibile ribellione fra gli umiliati di Gaza. Nell'ambito di una Storia più grande e più tragica, che i vincitori raccontano a modo loro, viene inserito il sottotesto di una piccola storia, anch'essa scritta da vincitori. Provvisori, come tutti.
Non manca il trofeo: i mitra nuovi di zecca sottratti al potente nemico occupante. Sono inquadrati anche i numeri di matricola. Tutto è documentato dai miliziani palestinesi. Quel tunnel che li riporta a casa (se una gliene sarà rimasta), costruito sicuramente con grande dispendio di energie per quella unica sortita, sarà certamente distrutto dalle bombe dell'esercito israeliano, che lo localizzeranno anche grazie al video. I rapporti di forza materiali non saranno rovesciati da questa azione.
Ma la scena deve far riflettere tutti coloro che hanno la condanna facile per la resistenza armata palestinese, e che non riescono a vedere nemmeno le stragi decise da Netanyahu. Nessuna soluzione militare potrà superare quella resistenza.

Fonte: https://www.facebook.com/photo.php?v=1508400706044488&set=vb.1395636543987572&ty 



25 giugno 2014

Iganzio Marino, basta complicità con Israele.

Pino Cabras - PANDORA TV - Editoriale dall'utilitaria.


"Sindaco, basta con le complicità con Israele."

Dall’abitacolo della mia automobile commento la decisione del sindaco di Roma, Ignazio Marino, di affiggere in Campidoglio le gigantografie dei tre giovani coloni israeliani misteriosamente scomparsi, mentre tace sulla brutale repressione scatenata dal governo di Netanyahu nei territori occupati, con recenti arresti di centinaia di persone, uccisioni e atti di punizione collettiva.

http://www.pandoratv.it/?p=1289

Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=1289.

22 novembre 2012

Gaza, Repubblica e Odifreddi: la censura impossibile

di Pino Cabras - da Megachip.


Qualcuno si stupisce che La Repubblica abbia censurato brutalmente un post di Piergiorgio Odifreddi sul nuovo massacro di Gaza, portando  l'autore a chiudere il suo blog intitolato "Il non-senso della vita". Noi non ci sorprendiamo, da osservatori della parabola seguita per anni dai più importanti organi di informazione in tema di Israele e Palestina. Così, sul quotidiano israeliano Haaretz possiamo trovare articoli estremamente critici verso i crimini della classe dirigente di Israele. Su Repubblica invece non si può. Questo perché Repubblica non è la nostra Haaretz, ma la nostra Pravda. Non sia mai che accolga paragoni come quelli di Odifreddi. Infatti non ha mai pubblicato gli analoghi raffronti pronunciati nel 2009 nientemeno che da un deputato ebreo inglese, Gerald Kaufman.  Patetici davvero, questi censori, che ancora oggi pensano che quel che non pubblicano non esista, e invece si ritrovano a essere travolti da una reazione web virale. Lo hanno fatto tanti siti e lo facciamo anche noi: riproponiamo a futura memoria sia il testo oscurato, sia il post con il quale il matematico si congeda dal blog. 

Dieci volte peggio dei nazisti

di Piergiorgio Odifreddi, 19 novembre 2012.
«Uno dei crimini più efferati dell’occupazione nazista in Italia fu la strage delle Fosse Ardeatine. Il 24 maggio 1944 i tedeschi “giustiziarono”, secondo il loro rudimentale concetto di giustizia, 335 italiani in rappresaglia per l’attentato di via Rasella compiuto dalla resistenza partigiana il 23 maggio, nel quale avevano perso la vita 32 militari delle truppe di occupazione. A istituire la versione moderna della “legge del taglione”, che sostituiva la proporzione uno a uno del motto “occhio per occhio, dente per dente” con una proporzione di dieci a uno, fu Hitler in persona.
Il feldmaresciallo Albert Kesselring trasmise l’ordine a Herbert Kappler, l’ufficiale delle SS che si era già messo in luce l’anno prima, nell’ottobre del 1943, con il rastrellamento del ghetto di Roma. E quest’ultimo lo eseguì con un eccesso di zelo, aggiungendo di sua sponte 15 vittime al numero di 320 stabilito dal Fuehrer.
Dopo la guerra Kesselring fu condannato a morte per l’eccidio, ma la pena fu commutata in ergastolo e scontata fino al 1952, quando il detenuto fu scarcerato per “motivi di salute” (tra virgolette, perché sopravvisse altri otto anni). Anche Kappler e il suo aiutante Erich Priebke furono condannati all’ergastolo. Il primo riuscì a evadere nel 1977, e morì pochi mesi dopo in Germania. Il secondo, catturato ed estradato solo nel 1995 in Argentina, è tuttora detenuto in semilibertà a Roma, nonostante sia ormai quasi centenario.
In questi giorni si sta compiendo in Israele l’ennesima replica della logica nazista delle Fosse Ardeatine. Con la scusa di contrastare gli “atti terroristici” della resistenza palestinese contro gli occupanti israeliani, il governo Netanyahu sta bombardando la striscia di Gaza e si appresta a invaderla con decine di migliaia di truppe.
Il che d’altronde aveva già minacciato e deciso di fare a freddo, per punire l’Autorità Nazionale Palestinese di un crimine terribile: aver chiesto alle Nazioni Unite di esservi ammessa come membro osservatore! Cosa succederà durante l’invasione, è facilmente prevedibile. Durante l’operazione Piombo Fuso di fine 2008 e inizio 2009, infatti, compiuta con le stesse scuse e gli stessi fini, sono stati uccisi almeno 1400 palestinesi, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, a fronte dei 15 morti israeliani provocati in otto anni (!) dai razzi di Hamas. Un rapporto di circa 241 cento a uno, dunque: dieci volte superiore a quello della strage delle Fosse Ardeatine. Naturalmente, l’eccidio di quattro anni fa non è che uno dei tanti perpetrati dal governo e dall’esercito di occupazione israeliani nei territori palestinesi. Ma a far condannare all’ergastolo Kesserling, Kappler e Priebke ne è bastato uno solo, e molto meno efferato: a quando dunque un tribunale internazionale per processare e condannare anche Netanyahu e i suoi generali?»

809 giorni di libertà

di Piergiorgio Odifreddi, 20 novembre 2012.

l non-senso della vita è iniziato il 31 agosto 2010, e ha cercato di gettare uno sguardo il più possibile razionale, e dunque non convenzionale, sugli avvenimenti che la cronaca proponeva quotidianamente alla nostra attenzione. Lo stesso titolo del blog, nonostante la palese provocazione filosofica e teologica, intendeva programmaticamente indicare che gli spunti di meditazione e di discussione sarebbero stati scelti, in maniera idiosincratica, tra quelli che potevano essere considerati come “portatori di non senso”.
Per 809 giorni Repubblica.it ha generosamente ospitato le mie riflessioni, che spesso non coincidevano con la linea editoriale del giornale, e ha offerto loro l’invidiabile visibilità non solo del suo sito, ma anche di un richiamo speciale nella sezione Pubblico. Da parte mia, ho approfittato di questa ospitalità per parlare in libertà anche di temi scabrosi e non politically correct, che vertevano spesso su questioni controverse di scienza, filosofia, religione e politica.
Naturalmente, sapevo bene che toccare temi sensibili poteva provocare la reazione pavloviana delle persone ipersensibili. Puntualmente, vari post hanno stimolato valanghe (centinaia, e a volte migliaia) di commenti, e aperto discussioni che hanno fatto di questo blog un gradito spazio di libertà. Altrettanto naturalmente, sapevo bene che la sponsorizzazione di Repubblica.it poteva riversare sul sito e sul giornale proteste direttamente proporzionali alla cattiva coscienza di chi si sentiva messo in discussione o criticato.
Immagino che il direttore del giornale e i curatori del sito abbiano spesso ricevuto lagnanze, molte delle quali probabilmente in latino. Ma devo riconoscere loro di non averne mai lasciato trasparire più che un vago sentore, e di aver sempre sposato la massima di Voltaire: “detesto ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”. Mai e sempre, fino a ieri, quando anche loro hanno dovuto soccombere di fronte ad altre lagnanze, questa volta sicuramente in ebraico.
Cancellare un post non è, di per sè, un grande problema: soprattutto nell’era dell’informatica, quando tutto ciò che si mette in rete viene clonato e continua comunque a esistere e circolare. Non è neppure un grande problema il fatto che una parte della comunità ebraica italiana non condivida le opinioni su Israele espresse non soltanto da José Saramago e Noam Chomsky, al cui insegnamento immodestamente mi ispiro, ma anche e soprattutto dai molti cittadini israeliani democratici che non approvano la politica del loro governo, ai quali vanno la mia ammirazione e la mia solidarietà.
Il problema, piccolo e puramente individuale, è che se continuassi a tenere il blog, d’ora in poi dovrei ogni volta domandarmi se ciò che penso, e dunque scrivo, può non essere gradito a coloro che lo leggono: qualunque lingua, viva o morta, essi usino per protestare. Dovrei, cioè, diventare “passivamente responsabile”, per evitare di procurare guai. Ma poiché per natura io mi sento “attivamente irresponsabile”, nel senso in cui Richard Feynman dichiarava di sentirsi in Il piacere di trovare le cose, preferisco fermarmi qui.
Tenere questo blog è stata una bella esperienza, di pensiero e di vita, e ringrazio non solo coloro che l’hanno ospitato e difeso, ma anche e soprattutto coloro che vi hanno partecipato. La vita, con o senza senso, continua. Ma ci sono momenti in cui, candidamente, bisogna ritirarsi a coltivare il proprio giardino.

Fonte: http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/2012/11/20/809-giorni-di-liberta/.

4 ottobre 2012

Estelle va a Gaza: la speranza salpa da Napoli

Intervista a Paola Mandato e Fortuna Sarnataro a cura di Pino Cabras Megachip.



Estelle, il veliero svedese che vuole rompere il lungo assedio di Gaza, si trova in acque italiane, dopo un vero e proprio periplo dell’Europa.
Arriva oggi a Napoli, da dove salperà il 6 ottobre alla volta di Gaza. Sarà quella la parte più difficile del viaggio, quando si porterà a contatto con il “muro” della marina israeliana e delle sue forze speciali.
Ne parliamo in dettaglio con due attiviste italiane, Paola Mandato e Fortuna Sarnataro, del coordinamento italiano della Freedom Flotilla. 

Quali nuovi rapporti avete costruito nella fase del viaggio “europeo”?
Paola Mandato: Prima è necessario risalire un po’ indietro, alla storia dei movimenti delle flotille per capire l’importanza che proprio l’evoluzione di questi rapporti internazionali ha avuto attraverso di esse. Rapporti che si sono evoluti da semplici contatti tra attivisti fino a diventare campagne nazionali strutturate, in contatto tra loro. Questo è proprio uno degli obiettivi che ci siamo sempre posti con le flotille: creare un coordinamento di una popolazione civile internazionale indignata e quindi attiva, attenta alla necessità di interrompere il blocco di Gaza e l’illegalità della politica di occupazione israeliana della Palestina. Direttamente, visto che nessuna delle istituzioni internazionali preposte lo fa.

La maggior parte dei media e dei cittadini ha sentito parlare per la prima volta di Freedom Flotilla soltanto il 31 maggio 2010, quando le forze speciali israeliane fecero strage sulla nave Mavi Marmara. Cosa c’era prima?
Tutto ebbe origine nel 2006, da parte di un gruppo di attivisti per la Palestina, statunitensi e inglesi, con all’attivo esperienze varie in Cisgiordania e a Gaza. L’idea era di estrema semplicità politica: partire con una nave diretta a Gaza per interrompere l’assedio. Non altrettanto semplice è stato farlo. Gli attivisti hanno raccolto fondi negli angoli delle strade, nei supermercati, in occasione di qualsiasi evento in cui si parlasse di Palestina, utilizzando tutti i contatti personali, etc … Hanno impiegato due anni per raccogliere fondi, e hanno dovuto fare slalom tra i tanti ostacoli posti lungo la via dal Mossad: da quelli oscuri, come le minacce alla sicurezza personale, le barche identificate per l’acquisto che gli acquirenti improvvisamente non erano più intenzionati a vendere, fino a ostacoli tangibili tramite le istituzioni americane, incluse denunce penali di vario tipo.

Quando è stata aperta la prima “breccia” sull’assedio di Gaza?
Finalmente nell’agosto 2008 il Free Gaza Movement - è questo il nome del movimento - riesce a rompere il blocco, arrivando a Gaza da Cipro, con due improbabili pescherecci con a bordo una quarantina di attivisti, tra cui il nostro Vittorio Arrigoni. Le prime imbarcazioni internazionali che arrivano a Gaza dopo 42 anni. Altre 4 missioni sono riuscite a fare avanti e indietro portando a Gaza vari parlamentari, giornalisti, attivisti e, fuori da Gaza, studenti palestinesi con borse di studio all’estero o semplicemente persone che volevano ricongiungersi con i familiari. Tutto questo fino a “Piombo Fuso”. Poi, nessuna imbarcazione è più riuscita a passare. Israele le ha fermate tutte, arrembandole violentemente, in acque internazionali, arrestando gli attivisti, deportandoli per ingresso illegale in Israele e confiscando beni, merci e imbarcazioni.
Tutto questo, blocco di Gaza incluso, è avvenuto senza che gli organismi internazionali preposti intervenissero in alcun modo per riportare Israele nell’ambito della legalità internazionale.

L’operazione “Piombo Fuso” ha cambiato le carte in tavola. Come ha reagito il Free Gaza Movement?
Il movimento, composto da individui da tutto il mondo, ha deciso di cambiare strategia e di coinvolgere altri movimenti internazionali e campagne nazionali per creare una coalizione in grado di avere maggior peso politico nell’affrontare il blocco di Gaza. Nasce così la Coalizione internazionale della Freedom Flotilla. I punti di unione sono politicamente semplici e rimangono inalterati: metodi di azioni non violenti, nessuna particolare identificazione politica né religiosa, sono esclusi antisemiti e fascisti; gli obiettivi politici fondamentali sono due: far cessare il blocco di Gaza e l’occupazione illegale di territorio da parte di Israele con relativo diritto al ritorno dei profughi. Tutti obiettivi, tra l’altro, perfettamente in linea con le risoluzioni ONU.

Quando è partita la fase della Freedom Flotilla?
La Freedom Flotilla è in azione, la prima volta, nel maggio 2010, con 9 imbarcazioni e circa 600 attivisti diretti a Gaza, dalla Grecia e da Cipro. Tutti sappiamo purtroppo con quale esito drammatico. Ricordiamolo in dettaglio: nove attivisti barbaramente uccisi dalla Marina israeliana, quando attaccò la Mavi Marmara in acque internazionali, a circa 80 miglia da Gaza. E tutti sappiamo quanto ciò non abbia avuto nessuna conseguenza legale per Israele, mentre sappiamo che ha avuto conseguenze negative per l’economia, date le scelte di non consumo dei prodotti israeliani, da parte di individui indignati nel mondo.

Da noi non se ne sa molto.
Così invece riporta addirittura una rivista economica israeliana, nell’ottobre del 2010, dopo la tragica FF1, parlando anche di interruzioni di rapporti economici da parte di aziende. Ancora una volta a prendere l’iniziativa sono individui, a dispetto del silenzio e della estraneità delle istituzioni.

Dopo FF1, la FF2, e ora la Estelle…
La seconda flotilla è stato un tentativo di ripetere la prima. Israele ha dimostrato che è in grado di estendere il blocco di Gaza fino alla Grecia. Noi lo abbiamo capito e cerchiamo di difendere e rivendicare l’autodeterminazione della popolazione europea con gli strumenti che la popolazione civile dispone: tanto coraggio, coinvolgimento personale diretto, raccolta fondi all’interno delle varie campagne per poter ospitare la prossima nave nei diversi porti europei e raccogliere solidarietà e consenso politico dalle nostre popolazioni, prima che la barca di nome Estelle si diriga a Gaza. La barca Estelle “è stata acquistata direttamente dai cittadini svedesi, non dal nostro movimento” ci tiene a precisare Dror Feiler, il portavoce di Ship to Gaza. Hanno risposto in migliaia con piccole donazioni.

Capiamo così che Estelle è preceduta da una ricca serie di avvenimenti. A questo punto possiamo addentrarci nel viaggio di questa barca?
Sì. Per tornare alla domanda d’origine, i nuovi rapporti costruiti dall’inizio del viaggio sono il consolidamento dei rapporti con le varie componenti della società civile e tra le società civili delle varie citta, regioni, nazioni coinvolte nel viaggio di Estelle. Quando diciamo che vogliamo interrompere l’assedio di Gaza e scegliamo di farlo andando direttamente con navi, vogliamo anche che questo si sappia, sia condiviso, che la Estelle sia anche uno strumento per parlare di Gaza, del blocco, della situazione drammatica di un popolo palestinese senza terra e speranza da anni. Mettere in contatto la società civile di tutto il mondo con la società civile di Gaza: questo è un obiettivo che la Estelle ha già raggiunto, prima ancora di partire da Napoli per Gaza.

Come ha reagito la politica istituzionale alle sollecitazioni delle vostre iniziative nei vari paesi?
Paola Mandato: Noi dobbiamo mettere a repentaglio le nostre vite, disarmati, su barche che vanno a fronteggiare l’esercito più armato del mondo perché la politica istituzionale nazionale e internazionale è completamente inattiva, se non connivente, con il blocco di Gaza e tutti i crimini che Israele commette a tutte le latitudini, impunemente. Noi ci siamo rivolti alle istituzioni nazionali solo in prossimità delle partenze e solo per notificare ai rispettivi Ministeri degli Esteri che saremmo partiti.

E come hanno risposto?
Le risposte sono sempre state solleciti a "non andare", perché non erano in grado di garantire la nostra sicurezza. In una risposta del genere, noi leggiamo solo la conferma di una precisa volontà: non voler prendere posizione nei confronti di Israele e della sua condizione di illegalità internazionale. Quindi, la politica istituzionale reagisce omettendo di fare il proprio dovere anche verso i propri connazionali in missione umanitaria.

Questo i governi. E le altre istituzioni?
Ci hanno sostenuto e continuano a farlo Parlamentari di tutta Europa, di propria iniziativa, per propria coscienza, turbati quanto noi dal grave dramma della popolazione palestinese ma impotenti all’interno degli organi istituzionali.
C’è una petizione (la petizione è in varie lingue:http://upprop.shiptogaza.se/it) firmata, finora, da circa 79 Parlamentari Irlandesi, 45 Parlamentari Svedesi, 71 Greci, una quindicina di Parlamentari Italiani e una ventina di Europarlamentari. (l’appello è ancora alla firma e sarà reso pubblico dopo la partenza della Estelle da Napoli).
Inoltre, a Napoli arriveranno Jim Manly, ex Parlamentare canadese ed ex Ministro delle Chiese Unite, e varie personalità internazionali, tra le quali alcuni Parlamentari svedesi e norvegesi. Si imbarcheranno sull’Estelle per percorrere l’ultimo tratto, da Napoli a Gaza (Comunicato Stampa di Ship to Gaza: http://www.gazaark.org/2012/09/28/former-canadian-mp-sails-against-gaza-blockade/).
Sono individui, come noi, che rispondono a un richiamo urgente di coscienza, come noi. Rappresentano le Istituzioni? Anche se non lo potrei dire, le Istituzioni dovrebbero tenerne conto.

Avete registrato sinora visibili pressioni politiche, burocratiche, militari, contro la vostra missione?
Paola Mandato: Finora stiamo nella media. Abbiamo avuto un “assaggio”, al momento della partenza da La Spezia, sotto forma di controlli puntigliosi e intimidatori inusuali per navi civili. Ma siamo abituati, e soprattutto siamo in regola, il nostro cargo è puntigliosamente ispezionato almeno due volte in ogni porto. Ma, a tutt’oggi, stiamo nella normalità; ovviamente, parlo di quel tipo di normalità che si riscontra quando c’è di mezzo l’arbitrio israeliano...

Avete rafforzato l’enfasi sull’appoggio della società civile, mentre non perseguite l’appoggio di soggetti forti (miliardari o Stati). Perché?
Paola Mandato: Non abbiamo rafforzato l’enfasi sull’appoggio della società civile, ci siamo limitati a mostrare la realtà. Se ci appoggiassero quelli che Lei, giustamente, definisce “soggetti forti, miliardari o Stati”, questo significherebbe che Israele avrebbe perso i suoi sostenitori. Significherebbe, quindi, che avrebbe vinto il diritto universale, che si sarebbe rotta la catena delle complicità, che l’assedio starebbe cessando. Sono anni che noi denunciamo queste complicità che, di fatto, rappresentano le basi d’acciaio che permettono a Israele di commettere i suoi delitti, senza pagare con alcuna reale sanzione.  No, non abbiamo né chiediamo l’appoggio di Stati o di miliardari vari, anche se il tentativo di screditare la Freedom Flotilla ha mandato in giro calunnie in tal senso. Ma, per la loro manifesta stupidità, si sono sgonfiate da sole, mostrando, più ancora che la pericolosità delle calunnie, il ridicolo di chi le aveva suggerite e di chi le aveva ripetute.
Come i cittadini svedesi hanno contribuito con piccole donazioni in migliaia , così ha fatto anche la cittadinanza di La Spezia e sta facendo la cittadinanza di Napoli per pagare i costi del passaggio della Estelle dai porti. Naturalmente, hanno contribuito anche tanti altri donatori da tutta Italia. Questa è solidarietà, e per questo non occorrono grandi finanziatori, basta il contributo di tante persone di coscienza.

Fortuna Sarnataro: Questa è una questione rilevante, che tocca il senso del sostegno che noi riteniamo sia importante dare alla causa palestinese. Secondo noi, perseguire l’appoggio dei poteri forti e, quindi, rinunciare o relegare a un piano secondario il dialogo e la divulgazione delle ragioni palestinesi rischierebbe di essere, permettetemi l’espressione, un autogoal. Bisogna, infatti, chiedersi qual è la posizione dei poteri forti in relazione alla pluridecennale questione della Palestina. Saremmo ingenui se consumassimo le nostre forze cercando di inseguire il consenso di soggetti che, nella maggior parte dei casi, partecipano attivamente alla creazione e al mantenimento delle condizioni disumane subite dai palestinesi o, anche solo, ne traggono profitto. Inoltre – e si tratta di un aspetto ancor più importante – pensare di poter risolvere il problema appellandosi a poteri forti significherebbe non riconoscere che il problema non è confinato nel ridotto spazio mediorientale; non si tratta semplicemente dell’ingiustizia inflitta per cattiveria a una popolazione. Si tratta, invece, di un problema di ordine più generale, che riguarda direttamente una serie di questioni per noi centrali: quella dell’economia capitalista, quella degli strumenti di repressione e controllo sociale, quella di una organizzazione diversa della società...

Non vi limitate dunque a uno “specifico palestinese”. Perché?
Fortuna Sarnataro: Diffondere il più possibile le ragioni palestinesi, e tutto ciò che vi è connesso, sensibilizzando il maggior numero possibile di persone è prima di tutto una scelta strategica. L’intento è, da un lato, quello di trasmettere la consapevolezza che quel che subiscono i palestinesi deve riguardare la società intera, poiché quel che lì si sperimenta o realizza in maniera acutizzata non è estraneo a quel che accade o potrebbe accadere da noi. Sperimentazione di sistemi di sicurezza e collaborazioni universitarie nella ricerca scientifica e militare sono lì a mostrarlo (basti pensare, al riguardo, all’appalto a una società israeliana per un sistema di radar che permetta di azzerare gli sbarchi di clandestini nel sud Italia o all’uso sempre più diffuso di droni anche nella sicurezza civile). Dall’altro lato, l’intento è sottolineare che quel che ricaviamo, a livello sociale, in termini di benessere deriva anche dall’avvantaggiarsi di quelle condizioni di sfruttamento, occupazione, segregazione (basti pensare alle società italiane che hanno vinto appalti israeliani nei territori occupati). Il coinvolgimento della società civile, con la creazione di una consapevolezza diffusa della realtà palestinese, è l’unica via per destabilizzare il sistema consolidato dei poteri che a livello internazionale – e l’Italia ne è purtroppo una conferma lampante – sostiene e tutela l’indifendibile posizione israeliana, sottraendogli la base di consenso esplicito o implicito (ignoranza, indifferenza...) grazie a cui agisce indisturbato.

La parte del viaggio che porterà la Estelle verso Gaza sarà cruciale per l’attenzione mediatica. Quali sono le “finestre” che volete aprire sulla blogosfera, e nei media in genere?
Fortuna Sarnataro: La nostra azione per la diffusione mediatica del viaggio dell’Estelle e di tutto quel che ne è connesso si svolge su due piani. Da un lato, diffondiamo e diffonderemo le informazioni generali, gli aggiornamenti e gli appuntamenti pubblici diretti a mantenere vigile l’attenzione sul viaggio della nave attraverso dei comunicati stampa, delle interviste e delle mail ai grandi media pubblici, giornali e televisione, spingendo perché queste informazioni vengano diffuse. Dato, però, che la realtà a cui siamo abituati è quella per cui esiste una sostanziale autocensura dei grandi mezzi di informazione, quando non un comportamento ossequioso verso i desideri dei poteri forti e visto che il coinvolgimento delle persone passa anche per molti strumenti di comunicazione capillare, daremo continuamente degli aggiornamenti tramite siti internet, twitter e facebook.

Paola Mandato: Sappiamo che l’attenzione mediatica e, in particolare, l’attenzione mediatica “corretta” sarà cruciale ma conosciamo anche il robusto tessuto di cui è fatto il bavaglio imposto ai media dai sostenitori di Israele. Mi lasci dire, per inciso, che forse i nove pacifisti uccisi a freddo dai soldati israeliani in acque internazionali durante la prima Freedom Flotilla sarebbero ancora vivi se la stampa – alla quale inviavamo accorati appelli affinché seguisse la missione – non si fosse auto imbavagliata. Solo all’alba di quel terribile 31 maggio, quando dagli elicotteri israeliani è scesa la morte sulla Mavi Marmara, solo allora la “notizia” ha avuto gli onori della cronaca.

E ora?
Paola Mandato: Lei mi chiede quali finestre vogliamo aprire. Bene, io le rispondo che vorremmo aprirle tutte, tutte quelle che sanno parlare di legalità ma che, spesso, lo sanno fare a senso unico. Ci stiamo provando, inviamo comunicati, foto, filmati … e ci riproveremo, in ogni caso, anche se siamo abbastanza convinti che i media non daranno lo spazio giusto al nostro veliero e al messaggio che porta. Per questo, useremo tutti i mezzi tecnologici  a disposizione; useremo, quanto meglio possibile, la rete.
Siamo convinti – e sappiamo che anche i nostri avversari lo sono – che la nostra è una battaglia per la giustizia che va oltre i sacrosanti diritti, violati, del popolo palestinese e dei gazawi in particolare. Anche se, volte, la disparità di mezzi può far pensare che sia difficile vincere questa battaglia, noi non ci fermiamo.

Lo scenario che descrivete è molto arduo e pericoloso, e sembra chiedere una dose di coraggio speciale contro i silenzi del potere. Cosa può incoraggiare la vostra azione?
Il nostro viatico lo troviamo in un’affermazione storica, una di quelle  che anche i vecchi partigiani della nostra Resistenza ci hanno ricordato in questi giorni, rimettendo insieme le parole di Gramsci: “loro hanno la forza, ma noi abbiamo la ragione. Andiamo avanti con l’ottimismo della volontà senza lasciarci immobilizzare dal pessimismo della storia”.  Ecco, con questa convinzione cerchiamo di aprire le finestre dei media nelle diverse forme. Sappiamo anche che le finestre che cerchiamo di aprire fanno paura a tanti nostri democratici, perché, una volta entrata la luce, la verità parla chiaro:  Gaza è una prigione, per di più una prigione senza neanche i diritti minimi che spettano ai reclusi. E il carceriere si chiama Israele. Chi non sostiene la nostra battaglia, fatta di principi, di non violenza, di solidarietà e di civiltà, sostiene i carcerieri. E’ un’azione che parla la lingua del diritto, no?   Sappiamo che non basta ad aprire tutte le finestre, ma noi seguitiamo a provarci.
D’altronde, ci sono alcuni giornalisti che non hanno paura di raccontare quanto accade in Palestina, in modo obiettivo; che non cedono alle pressioni o alle lusinghe di Israele; che non si limitano a passare le veline che quel Governo invia. Vuol dire che si può fare. Chiediamo, quindi, agli altri di farsi avanti, di scegliere la parte della difesa della libera Informazione, una cosa difficile per i tanti loro colleghi che cercano di documentare la vita in Palestina, a rischio della propria: insieme si è forti e Israele non potrebbe ignorarlo.
Auspichiamo che, sui media, si apra, finalmente, un dibattito aperto sulla Palestina.


28 maggio 2012

Siria. Cronache dell'orrore e della libanizzazione

di Pino Cabrasda Megachip.

 
Una strage in Siria, venerdì 25 maggio 2012, nella città di Houla, ha superato la soglia cinica che i media usano per dare importanza a una notizia nei casi di conflitti a “bassa intensità”. Cento morti in un giorno sono stati annunciati molte volte, spesso falsamente o senza poterlo verificare.
Stavolta, però, tutte le parti del conflitto siriano concordano: la gamma delle atrocità misurate a Houla si pesa proprio su una scala orrenda e verificabile, quella della carneficina di massa che colpisce gli innocenti. Per metà bambini.
Ecco dunque le prime pagine, che raccontano l’imminente fallimento del piano di pace di Kofi Annan accettato il 27 marzo dal governo siriano. Ma in questi ultimi due mesi le prime pagine poco hanno detto sulle enormi difficoltà e le gravi azioni che hanno indebolito e svuotato sin da subito il piano delle Nazioni Unite. La strage di Houla è solo l’ultimo fatto in ordine di tempo, fra le migliaia di violazioni del piano fin qui registrate, fra bombe stragiste contro i gangli dello stato, azioni di guerriglia, massacri interetnici perpetrati da squadroni della morte, traffici transfrontalieri di armi (con una tensione sempre maggiore in Libano), fino a sottrazioni di controllo del territorio che diventeranno la premessa per “zone cuscinetto” in grado di rendere endemica la guerra civile e l’internazionalizzazione del conflitto.
La parola “libanizzazione”, vecchia di decenni, torna in auge per provare a descrivere quel che può attendere la Siria.
Il coinvolgimento dei carri armati negli scontri di Houla è stato interpretato da un’organizzazione londinese inattendibile, l’Osservatorio siriano per i diritti umani, come l'unica causa del massacro: i morti sarebbero da imputare ai bombardamenti dell’esercito di Assad durante le manifestazioni antiregime di venerdì. Gran parte dei media occidentali e delle petromonarchie arabe accredita questa versione. Un riflesso rimane nel comunicato di condanna scaturito dalla riunione del Consiglio di sicurezza dell'Onu, con la Russia che si è allineata agli altri membri nel menzionare una responsabilità dell'esercito siriano nella violazione del cessate il fuoco. Le agghiaccianti immagini delle vittime che possiamo osservare sollevano però alcuni dubbi. I morti non appaiono colpiti da bombardamenti indiscriminati ma da esecuzioni, compresi i bambini. In un contesto in cui operano squadroni della morte e agenti del caos di diverse tendenze, la vicenda assume una luce diversa (e non meno inquietante).
In questo film dell’orrore non vedrete la testa di una bambina che spunta dalle macerie, come a Gaza nel 2009, ma corpicini di infanti stesi a fianco di un muro intatto e macchiato da uno schizzo di sangue. Nella contabilità dell’orrore cambia poco. Nella comprensione dei fatti cambia prospettiva.
Anche in questa occasione il Centro di informazioni “Vox Clamans” della diocesi greco-cattolica di Homs raccoglie testimonianze che descrivono uno scenario analogo a quello di altri massacri avvenuti negli scorsi mesi: bande sempre meglio armate attaccano sia l’esercito - impegnandolo in una reazione e di fatto bloccandolo dopo avergli causato gravi perdite - sia i civili di diverse etnie.
Emerge una strategia criminale, con famigerati precedenti in Centroamerica e in Iraq, in grado di fare a pezzi il livello minimo di sicurezza che gli stati hanno il compito di garantire nel patto di cittadinanza. È un tipo di pressione che di per sé azzera qualsiasi piano di pace, o qualunque tentativo di ricondurre a un’autorità statale il monopolio legittimo della violenza.
Chi alimenta tutto questo? Ne abbiamo parlato in passato, offrendo una panoramica. Il piano di Annan non piace a chi vuole il cambio di regime costi quel che costi. Non piace agli USA né alle petromonarchie del Golfo. Una delle più patenti violazioni del piano è stata l’escalation del traffico di armamenti e altri equipaggiamenti dall’estero in favore dei settori più inflessibili dell’opposizione siriana. Il piano non piace ai gruppi sempre più organizzati del terrorismo di tipo al-qaedista (che in Libia è stato un soggetto chiave della guerra e da lì alimenta un flusso per la Siria), milizie di assassini fanatici che vogliono condizionare violentemente la loro oggettiva alleanza con Washington e Riyad. E sicuramente non piace ai settori più incredibilmente miopi e retrivi del regime siriano, che sentono minacciate le loro rendite di posizione dalle riforme impostate da Assad sotto la pressione degli eventi.
In una situazione che muta di giorno in giorno sono persino possibili convergenze d’interessi da parte di chi da una transizione pacifica ritiene di avere soltanto da perdere.
Ci sono molti osservatori, anche in Italia, che guardano ai fatti di Siria leggendoli con categorie fuorvianti, fino ad attribuire le migliaia di morti dei disordini a un’unica mano assassina. La realtà si presenta invece molto sfaccettata, e non si presta a essere giudicata con il metro italiano. Perché, se volessimo proprio usare questo metro, in Siria sta succedendo una Nassiriya al giorno e una strage di Bologna alla settimana. Noi non siamo venuti a capo delle nostre tensioni causate da episodi diluiti nei decenni. Dovremo perciò essere molto prudenti nel giudicare cosa sia bene per i siriani quando gli episodi hanno una frequenza e una dimensione immensamente più grave della nostra esperienza storica.
In pochi hanno letto una proposta di Johan Galtung (“Siria: le soluzioni sono possibili invertendo le formule. Ecco come”) per cercare soluzioni al dramma siriano. Andrebbe invece diffusa e dibattuta, fra quanti hanno a cuore il futuro della pace in Medio Oriente e nel mondo.


obamassad-giochi


2 novembre 2011

Il Capo dello Stato che difende la gente di Gaza

di Pino Cabras - da Megachip.

È un uomo prudente e misurato, proviene da una lunga militanza nel partito più importante della sinistra ed è presidente della Repubblica. Poco tempo fa ha preso la parola con parole fermissime, argomentazioni lucide e allo stesso tempo accalorate per condannare l’embargo israeliano che strozza Gaza. Tranquilli però, il mondo non si sta rovesciando, non è Giorgio Napolitano. Figuriamoci se lui solleva la questione. Non lo farà mai. È invece il nuovo presidente dell’Irlanda, il politico-poeta laburista Michael D. Higgins, eletto con il 61 per cento dei voti. A metà del 2010 Higgins pronunciò nel parlamento di Dublino un vibrante atto d’accusa nei confronti del governo israeliano. Vi proponiamo il video che attesta il discorso. 



Michael d_higginsHiggins contesta il blocco attuato dalle forze armate di Tel Aviv come "illegale", enumera la lunga serie di violazioni del diritto internazionale perpetrate dallo stato ebraico, delinea la drammatica condizione umanitaria della striscia di Gaza (dove Higgins si è recato in diverse occasioni), e non manca di criticare la politica estera comunitaria, laddove questa mette al bando Hamas e con ciò si impedisce qualsiasi via negoziale.
Attorno al minuto 6’50’’ del video Higgins s’infervora contro la decisione di alcuni paesi europei (tra cui l'Italia) che si sono rifiutati di pronunciare la condanna del bombardamento di una scuola delle Nazioni Unite effettuato dall’aviazione israeliana durante l’operazione Piombo Fuso del 2008-2009, mentre altri paesi europei si erano pronunciati senza problemi.
Nel corso della sua carriera politica, Higgins ha pronunciato discorsi e petizioni contro le violazioni dei diritti umani avvenute in tanti paesi.
Non per questo appoggia la truffa delle “guerre umanitarie”. Da buon poeta ama il senso delle parole e non asseconda le loro derive orwelliane.
Higgins non sembra avere le intermittenze di quei politici che giustificano la guerra alla Libia «per evitare una catastrofe umanitaria a Bengasi» e poi coprono l’assedio che ha martoriato Sirte girandosi dall’altra parte.
Possiamo anche augurargli buon lavoro e scrivergli due righe di incoraggiamento per il suo nuovo ruolo istituzionale, grazie al quale la sua voce sarà udita con più forza: http://www.president.ie/index.php?section=4&lang=eng

15 aprile 2011

ADDIO VITTORIO

di Pino Cabras – da Megachip - ARTICOLO AGGIORNATO.



Non hanno nemmeno aspettato il farsesco ultimatum che avevano inscenato. Vittorio Arrigoni, un uomo mite e coraggiosissimo, è stato ucciso. Con il contrappasso del soffocamento dopo il contrappasso degli occhi bendati, per giunta: per dirci - a tutti noi che in tanti paesi del mondo perdiamo un fratello - che saranno soffocate le voci libere, i corpi che respirano, gli occhi che vedono e non nascondono.
Gli israeliani bombardavano da due settimane la popolazione civile di Gaza, quel 13 gennaio 2009, quando scrissi con angoscia un articolo che denunciava una concreta e incombente minaccia alla vita di Vittorio Arrigoni. Vi ripropongo ora quel pezzo, perché aiuta a capire il lungo rodaggio della macchina preparata per stritolare l’attivista italiano, testimone del dramma di Gaza. L’articolo racconta di come nel 2009 certi ambienti "anti islamici" incitavano pubblicamente a ucciderlo. Oggi vediamo invece la drammatica conclusione nelle mani di islamisti fanatici. È assurdo questo passaggio di testimone fra carnefici così lontani e tra loro nemici?
Per chi ha studiato quali sono i veri obiettivi della galassia di terroristi più estremisti questa non può essere una sorpresa. La stessa Hamas era nata come creazione dell’intelligence israeliana, che voleva rendere permanente l’emergenza e dividere il campo palestinese, ma poi la creatura politica aveva seguito una traiettoria tutta sua che la rese irriconoscibile e meno malleabile. La fabbrica delle emergenze ha sfornato però nuovi prodotti, gruppuscoli sempre pronti ad alimentare la strategia della tensione, e con essa fomentare la totale militarizzazione dell’agenda politica. Colpisce sapere ad esempio che Azzām al-Amrīki, Azzam l’Americano, l’«anchorman» bilingue di quei “video di al-Qa’ida” costruiti con la stessa cifra stilistica del video in cui compare Arrigoni nelle mani dei “salafiti”, si chiami in realtà Adam Pearlman, e sia nipote di uno dei più eminenti esponenti della lobby dei falchi filoisraeliani in USA.
Il potere nel mondo post 11 settembre si è giovato ampiamente del terrorismo come instrumentum regni. Ha fatto passi enormi nel distruggere un ordinamento giuridico internazionale che ammetteva norme non basate sul solo diritto di potenza, inquinare i punti di riferimento concettuali per la definizione di ciò che è aggressione o tirannia o resistenza, far abdicare gli Stati dalla difesa dei loro prevalenti interessi nazionali a vantaggio di una coalizione dominata da interessi imperialistici, condizionare l’economia – vicina a un baratro finanziario – entro la gabbia delle priorità militari.
Il lavoro di Vittorio Arrigoni nel decennio post 11/9 va nella dimensione “micro”: è azione concreta e locale, nella Gaza assediata e massacrata, nella prigione a cielo aperto più grande del mondo, nel tiro a bersaglio per droni, fra i pescatori che non possono pescare, i muratori che non possono edificare, i bambini che non si possono curare. Ma è anche azione globale, racconto, narrazione, rivendicazione della verità, pacata polemica nei confronti dei silenzi e delle menzogne politiche e mediatiche che hanno dato forza all’incubo militarista del Sionismo Reale. Aprirà bocca, vorrà dire qualcosa su Arrigoni quel Roberto Saviano che si accompagna ai falchi israeliani e alla Casta politica, al quale Arrigoni diceva: «scendi dal carro armato dei carnefici, e vieni ad abbracciare le vittime»?
Mentre tutto il Vicino e Medio Oriente è ora soggetto a un immenso scossone, ovunque, molti conti saranno regolati. I ponti, in guerra, sono i primi a saltare in aria. Appena il 4 aprile scorso era stato ucciso Juliano Mer-Khamis, il  pacifista "al 100% ebreo e al 100% palestinese". La morte terribile di Vittorio "Utopia" Arrigoni, come molti amavano chiamarlo, annuncia un tempo drammatico, annuncia una fase diversa della vita politica in un'area vasta del pianeta. Dovete sentirlo questo pericolo, e capire l'enigma delle parole semplici che ci lasciano gli uomini giusti: Restiamo umani. Restiamo umani. Restiamo umani.

Quelli che vogliono ammazzare i testimoni della strage

di Pino Cabras, Megachip – 13 gennaio 2009.
L’incitazione è esplicita: uccidere un gruppo di persone, con nome e cognome, abitudini e idee, appartenenze politiche e immagini facilmente identificabili. Chiedono la collaborazione di delatori per completare le liste con gli indirizzi. La schedatura è esplicitamente rivolta ai militari, quelli israeliani, se non ci pensano altri killer, per facilitarli nell’eliminazione fisica di “pericolosi” bersagli: i nemici da colpire sono gli attivisti occidentali – infermieri e altri volontari - che lavorano e sono testimoni di quanto succede nei Territori occupati.
Tutto questo lo potete leggere in un sito web, gestito da un gruppo di estremisti, una sorta di Ku Klux Klan ebraico americano: Stop the ISM. Può essere di interesse far notare che fra i bersagli c’è anche un cittadino italiano, Vittorio Arrigoni, di cui abbiamo letto i toccanti reportage da Gaza. Il tenutario del sito è Lee Kaplan.
Kaplan è uno dei tanti agitatori fascisteggianti della pancia reazionaria americana, un coagulo che ultimamente ha preso piede sia nell’ambito dei movimenti cristianisti, sia nelle frange del fondamentalismo ebraico, ora uniti in un inedito oltranzismo anti-islamico.
In USA la saldatura fra questi ambienti si è rafforzata, tanto che Kaplan talora ascende anche al salotto buono, si fa per dire, dei talk show con la bava alla bocca, su Fox News.
Ma si rafforza soprattutto in Terrasanta.
I fondamentalisti ebrei controllano gli insediamenti coloniali più estremisti dei territori (come già si leggeva in un libro di Israel Shahak e Norton Mezvinsky, Jewish fundamentalism in Israel, London, Pluto Press, 1999). I fondamentalisti cristiani li appoggiano per accelerare l’avvento dell’Armageddon, la lotta finale fra il Bene e il Male, che proprio da quelle parti dovrà svolgersi.
Forse per portarsi un po’ di lavoro avanti, il signor Kaplan lascia briglia sciolta al sito per sollecitare l’eliminazione di Arrigoni e altri. Non senza profetizzare che il governo italiano non si preoccuperà più di tanto se qualcuno provvederà all’auspicata «rimozione permanente» del nostro connazionale. Lo ripetiamo: questi auspici criminali non appaiono in un forum semiclandestino, ma in un sito accessibile gestito da un noto personaggio pubblico.
Ora, dal momento che anche le forze armate israeliane non vogliono testimoni nello scempio di Gaza, e il nostro mainstream si è subito docilmente accodato rispettando il divieto, siccome l’unica voce ci giunge da Arrigoni, in tal caso facciamo due più due e fiutiamo un grosso pericolo. Abbiamo visto che lì non si va per il sottile, se già vengono bombardati ospedali, ambulanze, scuole, e se si prende di mira qualunque soccorso.
Mentre la conta dei morti ammazzati a Gaza si avvicina a quota mille, accade una cosa singolare. Il cumulo di cadaveri non si può più nascondere sotto un editoriale di Bernard-Henry Lévy, l’uso di armi orrende – che un domani vedrete proibire - nemmeno. I giornali nostrani cominciano timidamente a parlarne. Ma non in prima pagina e in apertura, come abbiamo fatto già diversi giorni fa su questi schermi, ma a pagina dieci e in taglio basso. Nascondere non si può. Ma diluire, questo sì. E questo i nostri grandi organi di informazione lo fanno benissimo. In attesa di chissà cosa, un successo politico militare, una chimera, la fine di Hamas. A che prezzo? È in atto la censura più sottile, ma questa sottigliezza non la salva dall’essere accostata alla censura più violenta e più minacciosa, quella che vuole colpire chi vuole salvare il popolo palestinese dalla sua distruzione.
Tanti intellettuali italiani indicano inorriditi il dito insanguinato del Movimento di Resistenza Islamico (Hamas), ma non vedono la luna desolata degli altri fondamentalismi che egemonizzano sempre di più la classe dirigente israeliana. L’idea che le forze armate israeliane difendano i Lumi contro la barbarie è un ideologismo foriero di tragedie, dal quale è bene liberarsi con un’operazione onesta di ricognizione storica e politica della memoria mediorientale. Il racconto di quel che accade ora è un passo fondamentale, con tutti i testimoni da rispettare.

L'ARTICOLO IN LINGUA INGLESE:
Clicca qui

14 aprile 2011

Restiamo Umani!



Ora che la vita di Vittorio Arrigoni è in estremo pericolo, dev'essere chiaro a tutti quanto sia decisivo fare il possibile per fermare le lunghe mani di chi manovra i suoi rapitori. E' in gioco una vita umana importante. E' in gioco la libertà di testimoniare. Sono in questione i diritti a ribellarsi contro le ingiustizie. A lungo minacciato di morte dai fiancheggiatori di ogni risma dello stato più bellicoso del Medioriente, Israele, Vittorio ha sinora trovato un enorme moto di solidarietà che ha ravvivato la sua instancabile battaglia per la giustizia e per la vita dei palestinesi. Oggi la minaccia diventa estremamente concreta, fisica, irragionevole, all'interno di un contesto disumanizzante. Valga sempre la frase con cui quest'uomo coraggiosissimo corregge la rabbia che nasce di fronte ai quotidiani rovesci della giustizia degli esseri umani: "Restiamo Umani".

13 ottobre 2010

«Saviano, scendi dal carro armato dei carnefici, e vieni ad abbracciare le vittime»

L’attivista per i diritti umani e scrittore Vittorio Arrigoni risponde in un video-messaggio da Gaza alle dichiarazioni di Roberto Saviano rilasciate durante la manifestazione di Roma «Per la verità, per Israele», partecipata da una rappresentanza bipartisan della Casta politica italiana e organizzata dai “Friends of Israel”, un’emanazione neocon che appoggia l’oltranzismo di Netanyahu e Liebermann.





Il messaggio è stato pubblicato anche su Megachip: QUI.

1 giugno 2010

Perché la strage della Flotilla è terrorismo

di Claudia Milani – da Megachip.



Le organizzazioni pacifiste attaccate affermano che al momento dell’assalto la nave Mave Marmara, battente bandiera turca, si trovasse a 75 miglia marine dalla costa della Striscia di Gaza e di Israele e avesse issato bandiera bianca. Israele non ha finora negato che l’assalto compiuto dalla Marina Militare Israeliana nei confronti della flotta si sia compiuto in acque internazionali. Al Jazeera riporta, anzi, una dichiarazione di Avital Leibovich, portavoce dell’Esercito Israeliano, in cui si afferma «… è accaduto in acque esterne a quelle israeliane ma noi abbiamo il diritto di difenderci.» In questa frase si riassume, sotto il profilo strettamente giuridico, l’illegalità dell’azione militare in oggetto.

Per poter comprendere quali diritti Israele potesse esercitare in acque internazionali e di quali crimini possa essersi macchiata, è necessaria una breve disamina di alcuni concetti basilari del Diritto Internazionale Marittimo e del Diritto Internazionale Umanitario.

La prima affermazione del principio per cui ciascuno è libero, per il diritto delle genti, di «viaggiare sul mare in quei luoghi e presso quelle Nazioni che a lui piaccia», si deve a Hugo Grotius, che nella sua Dissertazione «Mare Liberum» del 1601, sostenne la tesi della libertà di navigazione degli Olandesi contro le pretese portoghesi di esercitare diritti sovrani nell’Oceano Indiano.

Il concetto affermato da Grotius, relativo al mare come bene non suscettibile di appropriazione esclusiva e perciò aperto alla libera navigazione, è sopravvissuto a quattro secoli di Storia, trovando collocazione nella nuova Convenzione per la ricodificazione del Diritto Internazionale Marittimo (DIM), o Convenzione del Diritto del Mare, firmata a Montego Bay nel 1982, costituita da 320 articoli, entrata in vigore nel novembre del 1994, integrata da un Accordo applicativo che modifica la sua parte XI e che, secondo il disposto dell’art. 311, sostituisce le 4 precedenti Convenzioni di Ginevra.
Testo vincolante per i 2/3 della comunità internazionale e che molti Stati, che pur non l’hanno ancora ratificato, a cominciare dagli Stati Uniti, hanno riconosciuto come testo guida in materia.

Il principio generale che informa l’intero Diritto Internazionale Marittimo è, secondo la Convenzione, che ogni nave è sottoposta esclusivamente alla sovranità dello Stato di cui ha nazionalità, ovvero il cosiddetto Stato di bandiera o Stato nazionale, al quale è riservato il diritto all’esercizio esclusivo del potere di governo sulla comunità navale, potere esercitato attraverso il comandante, che viene considerato quale organo dello Stato.
Esistono, tuttavia, ovvie limitazioni a detto principio. La prima e più rilevante è costituita dalle acque territoriali.

Queste sono una zona di mare sulla quale si estende la sovranità dello Stato costiero, al di là della terraferma e delle acque (Ginevra, I,1,1, UNCLOS 2,1). L’ampiezza massima delle acque territoriali è attualmente stabilita in 12 miglia marine misurate a partire dalle linee di base (UNCLOS 3). Sulle acque territoriali ogni Paese ha la stessa sovranità di cui gode sulla propria terraferma. E tuttavia il principio della libertà dei mari trova spazio e parziale riconoscimento anche nelle acque territoriali, giacché vi è previsto il diritto di transito inoffensivo persino delle unità militari e mercantili straniere.

In linea generale si può affermare che i Paesi rivieraschi del Mediterraneo hanno adottato il limite delle 12 miglia delle acque territoriali. Anche la Siria ha ridotto a 12 miglia, con la legge n. 28/2003 del 19 novembre 2003, la propria precedente pretesa di 35 miglia di acque territoriali. La Grecia mantiene tuttora il limite di 6 mg dalla costa stabilito con la legge 17 settembre 1936, n. 230 nel 1936. Egualmente di 6 miglia è l’estensione generale delle acque territoriali della Turchia -che pure non ha ratificato la Convenzione del Diritto del Mare del 1982-, secondo l’art. 1 della legge n. 2674 del 26 maggio 1982.

In tema di acque territoriali è da osservarsi, altresì, che nell’ambito dell’Accordo del 4 maggio 1994 sulla Striscia di Gaza tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), con cui è stato attuato un primo riconoscimento dell’OLP come entità giuridica rappresentante il popolo palestinese, è stata prevista (Annesso I, art. IX) la creazione di una Maritime Activity Zone, ovvero una zona di attività marittima lungo la costa della Striscia di Gaza, estesa 20 miglia verso il largo, e pertanto sostanzialmente corrispondente alle cosiddette acque territoriali, divisa in tre zone di cui:
— le zona «K» e «M» contigue alle acque territoriali di Israele ed Egitto, della larghezza rispettiva di 1,5 ed 1 miglio, che costituiscono «closed areas», ovvero aree interdette alla navigazione palestinese, in cui la navigazione è riservata alle attività della Marina Israeliana;
— la zona «L», compresa tra le due zone precedenti», aperta alle attività di pesca e ricreative riservate ai battelli autorizzati dall’Autorità della Palestina.
Di fatto con la suddetta suddivisione si sono create le premesse per l’attribuzione di una fascia di acque territoriali al futuro Stato della Palestina.

Pertanto Israele gode di piena sovranità sulle acque prospicienti la propria costa fino al limite di 12 o 20 miglia marine e in tale tratto ben può esercitare poteri atti a tutelare la propria sicurezza nazionale. In linea meramente teorica, anche la Striscia di Gaza godrebbe di analoga sovranità.

Oltre il limite delle 12 miglia nautiche dalla linea di base, si estende un tratto di ulteriori 12 miglia –e quindi 24 miglia nautiche dalla costa - in cui lo Stato può continuare a fare valere le proprie leggi rispetto – principalmente - al controllo del contrabbando o dell'immigrazione clandestina. Si tratta della cosiddetta zona contigua.
In essa uno Stato può esercitare i controlli necessari a prevenire e reprimere le violazioni alle leggi di polizia doganale, fiscale, sanitaria o d’immigrazione vigenti sul proprio territorio (Ginevra, I, 24, 1.;UNCLOS 33, 1).
E’ oggetto di contestazione e dibattito la possibilità di esercizio della giurisdizione ai fini della sicurezza nazionale anche nella zona contigua. Pertanto, già nel tratto di mare compreso tra le 12 e le 24 miglia marine dalla costa, non è pacifico che lo Stato possa avere poteri atti a tutelare la propria sicurezza nazionale.
E’ inoltre pacifico che all’interno di essa le navi e gli aeromobili di tutte le nazioni, godano delle libertà dell’alto mare in analogia a quanto espressamente stabilito per la zona economica esclusiva (UNCLOS 58).
I battelli stranieri vi possono esercitare la pesca, a meno che lo Stato costiero non abbia proclamato la zona economica esclusiva o la zona riservata di pesca. Le navi da guerra straniere possono, in particolare, svolgere attività operative e di addestramento che prevedano anche l’uso di armi, senza che lo Stato costiero possa pretendere di interferire. La zona contigua, che per poter esistere deve essere formalmente proclamata, costituisce una porzione delle acque internazionali. Algeria, Cipro, Egitto, Francia, Marocco, Malta, Siria e Tunisia hanno dichiarato di avere istituito una propria zona contigua. Israele no. Questo significa che la giurisdizione di Israele passa direttamente dall’essere totale sulle proprie acque territoriali, ovvero dalla costa fino a dodici o venti miglia, ad essere nulla, poiché versa direttamente in acque internazionali. Ovviamente conserva il diritto di sfruttamento esclusivo delle risorse naturali nella zona economica esclusiva, anche nota con l'acronimo ZEE, ovvero l’area di mare che si estende per 200 miglia nautiche dalla linea di base.

Pertanto, al di là dei diritti di natura prettamente economica e di sfruttamento sulla ZEE e di quelli eventuali su una presunta zona contigua, è possibile affermare che il potere sovrano di Israele si esaurisce al limite delle proprie acque territoriali, ovvero entro e non oltre le dodici o venti miglia marine dalle proprie coste.

Oltre le acque territoriali di ogni Paese che si affacci sul mare, si estendono le cosiddette acque internazionali, categoria generale che comprende la zona contigua e la zona economica esclusiva- esse si estendono fino alle 200 miglia marine della costa e si fondono, per regime e dimensioni, con l’alto mare.

Al di là dei poteri dei singoli Stati sulla zona contigua e sulla zona economica esclusiva, che sono sostanzialmente diritti di natura economica e di sfruttamento delle risorse marine, le acque internazionali sono sottoposte al medesimo regime dell’alto mare, ovvero della zona di mare ulteriore rispetto a alle acque internazionali stesse. Secondo nozione consolidata (Ginevra, I, 1) per alto mare si intendono tutte quelle parti del mare che non appartengono al mare territoriale. Il termine alto mare indica gli spazi marini al di là della zona economica esclusiva e quindi non sottoposti alla sovranità di alcuno Stato. Negli spazi marini situati oltre la zona economica esclusiva cessa ogni tutela degli interessi degli Stati costieri.

L’alto mare è aperto a tutti gli Stati, sia costieri che interni, che possono esercitarvi, con l’unico limite di non intaccare le libertà degli altri Stati, tra le altre, le attività di navigazione.

Ogni Stato, sia costiero che interno, ha diritto di navigare in alto mare con navi battenti la sua bandiera le quali sono soggette alla sua giurisdizione esclusiva. Dal punto di vista giuridico il principio di riferimento è quello della «perfetta eguaglianza e completa indipendenza» di tutti gli Stati in un luogo come l’alto mare in cui non esiste alcuna autorità.
L’alto mare deve essere riservato a scopi pacifici e nessuno Stato può pretendere di assoggettarne alcuna parte alla sua sovranità.
L’alto mare è l’unica zona in cui trova ancora applicazione il classico principio della “libertà dei mari”, che ha dominato per secoli il DIM, il quale indica che il singolo Stato non può impedire e neanche soltanto intralciare l’utilizzazione degli spazi marini da parte degli altri Stati né delle comunità che da altri Stati dipendono. L’utilizzazione degli spazi marini incontra l’unico limite della pari libertà altrui. Sulle navi che vi transitano vige la legge di bandiera, cioè quella del Paese di appartenenza.
Anche nei confronti di navi sospettate di attività terroristiche, sono stati confermati i tradizionali principi della libertà dei mari secondo cui nessuno Stato può interferire in alto mare con la navigazione di un mercantile a meno di espressa autorizzazione del Paese di bandiera, ed è pertanto da escludersi l’esercizio di poteri di enforcement.

In linea generale, nessuno Stato può fermare o abbordare navi battenti bandiera straniera in acque internazionali.

I casi in cui uno Stato, in tempo di pace, pretenda di esercitare giurisdizione in acque internazionali nei confronti di mercantili stranieri senza la preventiva autorizzazione dello Stato di bandiera, costituiscono dunque un’eccezione alla regola generale e, come tali, devono essere rigorosamente giustificati.
Il principio è che nessuno Stato ha il diritto di interferire in tempo di pace con una nave di altra bandiera che navighi in alto mare, a meno che non si verta in una delle ipotesi in cui è esercitabile il diritto di visita o il diritto d’inseguimento.

Il diritto di visita è la facoltà attribuita alle navi da guerra di sottoporre a visita in alto mare, in tempo di pace, una nave mercantile straniera nei soli casi (Ginevra II, 22; UNCLOS 110, 1) in cui vi sia fondato sospetto che questa sia dedita alla pirateria o alla tratta degli schiavi, effettui trasmissioni radio o televisive non autorizzate, sia priva di nazionalità ovvero usi più bandiere come bandiere di convenienza.
La più recente prassi internazionale, recepita peraltro in accordi sul contrasto a traffici illeciti in mare (si pensi al terrorismo marittimo, o al traffico e trasporto illegale di migranti in mare), evidenzia comunque, nell’esecuzione in mare di visite ed ispezioni a mercantili, la necessità di operare secondo stringenti misure di salvaguardia per la tutela dell’integrità fisica, dei diritti umani e della dignità delle persone trasportate e della sicurezza dei mezzi e del carico, tenendo anche conto che i pericoli connessi alla messa in atto di abbordaggi in mare possono consigliarne la loro esecuzione in porto.

Qualora, a seguito della visita, i sospetti si rivelassero fondati, la nave mercantile potrebbe essere condotta, per gli opportuni provvedimenti, in un porto nazionale o in un porto estero ove risieda un’autorità consolare, purché si tratti di:
- una nave nazionale che eserciti pirateria o tratta degli schiavi, o che abbia commesso gravi irregolarità occultando la propria nazionalità (CN 200 e 202) o falsificando i documenti di bordo;
- una nave straniera dedita alla pirateria (UNCLOS 105);
- una nave priva di nazionalità (stateless);

Al di fuori di queste ipotesi, alla nave da guerra è solo consentito di raccogliere le prove dell’attività illecita, trasmettendo un dettagliato rapporto alle autorità superiori nazionali per l’inoltro allo Stato di cui la nave batte la bandiera: è questo, per esempio, il caso del danneggiamento di cavi e condotte sottomarine. Se l’esito della visita porti a ritenere infondati i sospetti, la nave fermata deve essere indennizzata per le perdite e i danni subiti.
Non risultando integrati gli elementi della fattispecie, Israele non avrebbe potuto neppure legittimamente esercitare il mero diritto di visita, il quale, come visto, benché a carico di navi sospettate dei crimini più odiosi quali la tratta degli esseri umani, deve comunque obbligatoriamente essere condotto dalla nave da guerra nel rispetto dei diritti e dell’integrità dei passeggeri.

E’ altresì da escludersi che Israele abbia legittimamente esercitato il diritto di inseguimento, che si sostanzia nel potere attribuito alle navi da guerra, alle navi in servizio governativo e agli aeromobili militari di inseguire una nave straniera quando si abbiano fondati sospetti che questa abbia violato leggi o regolamenti nazionali (Ginevra, II, 23; UNCLOS 111). L’inseguimento deve essere iniziato quando l’imbarcazione sospetta si trovi nelle acque interne, nelle acque arcipelaghe o nel mare territoriale dello Stato che effettua l’inseguimento o nelle acque contigue al proprio mare territoriale e può continuare in alto mare, al di fuori delle aree di giurisdizione nazionale, soltanto se non sia stato interrotto. Per potersi configurare un legittimo esercizio del diritto d’inseguimento è necessario che si siano realizzate cumulativamente tutte le condizioni previste dall’art. 111 della Convenzione del Diritto del Mare del 1982. Pertanto Israele avrebbe avuto diritto d’inseguimento qualora fossero stati integrati i seguenti requisiti: l’imbarcazione si sarebbe dovuta trovare, originariamente, in acque a sovranità israeliana o in acque ad esse contigue e dovrebbe, altresì, aver violato la legge israeliana.

Come conseguenza dell’esercizio illegittimo, sarebbe stato perfettamente congruo sotto il profilo strettamente giuridico l’intervento in alto mare di una nave da guerra della stessa bandiera del mercantile inseguito, al fine di proteggerlo dall’azione coercitiva della nave inseguitrice, cioè a dire l’intervento di una nave da guerra turca, il che tuttavia non si è verificato. E’ appena il caso di osservare che, qualora una nave sia stata fermata o catturata al di fuori delle acque territoriali in circostanze che non giustificavano l’esercizio del diritto d’inseguimento, essa deve essere risarcita per i danni e le perdite subite (Ginevra, II, 23, 7; UNCLOS, 111, 8).

Ma allora, vi è da chiedersi, se dalle considerazioni innanzi svolte appare evidente come Israele non avesse alcun diritto di interferire con la navigazione della «flottilla» in acque internazionali, né di esercitare neppure un semplice diritto di visita, né tantomeno di esercitare un legittimo diritto di inseguimento, in base a quale norma Israele è comunque intervenuto?

Nella nota rilasciata oggi dall’ambasciata israeliana in Italia, si legge una dichiarazione dell’Ambasciatore israeliano a Roma, Gideon Meir, il quale sottolinea che «Israele ha dichiarato, dal 2007, un blocco navale davanti alle coste di Gaza. Il blocco navale è completamente in linea con il diritto internazionale marittimo e, come previsto nella normativa, è vietato il passaggio a qualsiasi nave civile e militare non autorizzata».

Il blocco navale, o naval blockade, è una misura di guerra volta a impedire l’entrata o l’uscita di qualsiasi nave dai porti di uno Stato belligerante. Si tratta di una misura di interferenza con la navigazione neutrale e, ovviamente, con quella nemica, volta a impedire tutte le comunicazioni marittime, in ingresso ed in uscita dalle coste nemiche nel corso di un conflitto armato e, di regola, dovrebbe svolgersi in prossimità delle acque territoriali nemiche.
La prassi del blocco è disciplinata, se si esclude la Dichiarazione di Parigi del 16 aprile 1856 sui Principi della Guerra Marittima, da norme di natura consuetudinaria, non essendo mai entrata in vigore la Dichiarazione di Londra del 26 febbraio 1909 sul Diritto della Guerra Marittima destinata a regolamentarla.
Tuttavia, con l’entrata in vigore della Carta delle Nazioni Unite del 1945, il blocco non può ritenersi consentito al di fuori dei casi di legittima difesa di cui all’art. 51 della stessa Carta: esso contrasta infatti con l’art. 2, nn. 3 e 4 che vieta il ricorso all’uso della forza nelle relazioni tra gli Stati, come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Per questo motivo «il blocco dei porti o delle coste di uno Stato da parte delle forze armate di un altro Stato» è compreso tra gli atti di aggressione (ci sia stata o no dichiarazione di guerra) dall’art. 3, lettera c della Risoluzione dell’Assemblea Generale delle NU 3314 (XXXIX) del 14 dicembre 1974.

Ammesso in ipotesi che sussistessero le condizioni di legittima difesa tali da sostenere la legittimità di un simile blocco imposto sulla Striscia di Gaza, la presenza del blocco stesso configurerebbe pacificamente Israele quale stato occupante e perciò lo vincolerebbe al disposto della Quarta Convenzione di Ginevra, ovvero la Convenzione per la protezione delle persone civili in tempo di guerra firmata a Ginevra nel 1949 e che è posta alla base delle fonti del Diritto Internazionale Umanitario. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite già nel 1979 dichiarò che ai territori occupati da Israele nel 1967 si dovesse applicare la Convenzione in oggetto. Pertanto, anche nell’ipotesi in cui il blocco fosse legittimo, Israele sarebbe comunque obbligato a garantire alla popolazione di Gaza il rispetto del diritto umanitario e men che mai potrebbe, pertanto, opporsi all’arrivo di una flotta carica di aiuti umanitari. Al contrario, sarebbe obbligata a consentirne l’accesso, pena la violazione della Convenzione stessa.

Tuttavia, Israele ha sempre sostenuto che la Quarta Convenzione sia inapplicabile ai territori occupati, giacché la Convenzione è destinata ad essere applicata solo ai territori occupati ma dotati di sovranità, sovranità che Israele non riconosce ai territori occupati. Una simile affermazione sfugge a qualunque inquadramento non solo giuridico ma anche meramente logico induttivo.

Vi è altresì da osservare come, a dispetto di quanto affermato oggi dall’Ambasciatore israeliano, Israele continua a sostenere di non occupare più Gaza dal 2005.
E tuttavia, al di là degli abiti più o meno giuridici con i quali si voglia vestire l’occupazione, il ragionamento è stringente: se sussiste un blocco, si deve rispettare la Convenzione di Ginevra e permettere l’ingresso degli aiuti umanitari; se il blocco non sussiste, non sussiste neanche la questione, giacché qualsivoglia imbarcazione sarebbe libera di raggiungere il porto di Gaza.

La succitata dichiarazione del portavoce dell’Esercito Israeliano, in cui si afferma «… è accaduto in acque esterne a quelle israeliane ma noi abbiamo il diritto di difenderci» potrebbe integrare una volontà di ascrizione dell’accaduto nella Legittima Interdizione Marittima, riconducibile alla figura elaborata dalla marina statunitense di Maritime Interdiction Operations. Le MIO, inquadrate nell’ambito più generale delle Maritime Security Operations (MSO), indicano l’attività di sorveglianza e interdizione del traffico marittimo commerciale di qualsiasi bandiera posta in essere da navi da guerra sulla base di un embargo navale decretato dall’ONU o nell’ambito dell’esercizio del diritto di legittima difesa internazionale.
Sebbene di norma le MIO costituiscano misure applicative di specifiche Risoluzioni ONU che stabiliscano un embargo navale - come nel caso del regime sanzionatorio marittimo verso la ex Iugoslavia adottato con le Risoluzioni 713, 724, 757, 787 e 820 nel periodo 1992-1995, o dell’embargo nei confronti dell’Iraq iniziato nel 1991 sulla base della Risoluzione 665 -, esse possono trovare substrato giuridico nel principio della legittima difesa internazionale, ex art. 51 della Carta, o anche nella difesa preventiva.
Questa può assumere la forma della anticipatory self-defence, quando si è nell’imminenza di un attacco armato, ed è da escludersi che tale forma risultasse integrata giacché Israele non stava per subire alcun attacco armato, o della pre-emptive self defence, qualora si voglia evitare una potenziale minaccia. Ed è questa l’unica categoria nella quale potrebbe rientrare una qualsiasi pur pacifica interferenza della Marina Militare Israeliana nei confronti di imbarcazioni straniere in acque internazionali. Peraltro la giustificazione della pre-emptive self defence è già stata storicamente posta a fondamento di operazioni marittime: si pensi al blocco di Cuba messo in atto dagli Stati Uniti nel 1962, definito «Maritime Quarantine», o a quelle più recenti condotte a partire dal 2002 contro al-Qa‛ida nel Golfo Arabico, integrante un vero e proprio blocco navale.

In tali ipotesi, le navi da guerra impegnate in operazioni di interdizione adottano misure navali di interferenza con la libertà di navigazione dei mercantili di bandiera straniera. E tuttavia risulta arduo riuscire a riscontrare la radice giuridica della loro legittimità, che potrebbe sussistere solo sulla base di un generico riferimento al regime della neutralità marittima proprio dei conflitti armati sul mare. Cioè a dire che Israele attuerebbe non già un’autodifesa anticipata rispetto ad un eventuale attacco armato ai suoi danni - anticipatory self-defence-, ma un’autodifesa preventiva -pre-emptive self defence- atta a contrastare una minaccia generica e solo potenziale, e sulla base di tale temuta minaccia attuerebbe un’interdizione marittima delle acque internazionali mediterranee.

E’ appena il caso di ricordare che, anche in caso di legittime interdizioni marittime, le misure adottabili dalla marina sono nell’ordine:
- query, ovvero richiesta di identificazione e di informazioni circa destinazione, origine, immatricolazione e carico;
- visit and search, ossia fermo, visita e ispezione;
- diversion, dirottamento in porti diversi da quelli di destinazione anche in vista dell’eventuale sequestro del carico qualora ciò sia autorizzato da Risoluzioni ONU;
- uso della forza secondo principi di necessità, proporzionalità e gradualità contro i mercantili che non obbediscono all’intimazione di fermo.
Questo è quanto, secondo il diritto consolidato, pur sulla base delle suesposte fragili motivazioni poste alla basa di una simile necessità, si sarebbe potuto legalmente verificare.

Appare opportuno smentire le voci che qualificano l’intervento israeliano come un atto di pirateria. Difatti, costituiscono pirateria gli atti di depredazione o di violenza compiuti in alto mare o in zone non soggette alla giurisdizione di alcuno Stato per fini privati dall’equipaggio di una nave o aereo privato ai danni di altra nave o aereo privato (Ginevra II,15; UNCLOS, 1O1 e 102).

Il fine privato può anche essere diverso dallo scopo di depredazione (animus furandi) ma la nave che esercita l’atto di violenza deve essere comunque privata e non statale. Allo stesso modo non rientrano nella relativa nozione gli atti di violenza o depredazione posti in essere da una nave ai danni di un’altra nave per fini politici.

Si potrebbe, al contrario, ravvisare un ben più grave atto di terrorismo marittimo. La materia costituisce oggetto della Convenzione di Roma del 10.3.1988 per la repressione dei reati diretti contro la sicurezza della navigazione marittima, la quale è stata conclusa sotto gli auspici dell’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) per porre rimedio alle lacune della normativa internazionale in tutti quei casi in cui l’aggressione, difettando di alcuni requisiti per l’inquadramento nella nozione di pirateria, sarebbe rimasta scoperta di qualsivoglia abito giuridico.

Rientrano, pertanto, nella nozione di terrorismo marittimo tutti i casi di violenza commessi per finalità politiche o terroristiche a bordo di una nave privata che non possono essere considerati come pirateria. Tra le ipotesi criminose previste vi sono gli atti di violenza e minaccia per impadronirsi di una nave o causare danno a una persona imbarcata.

La Convenzione si applica nel caso in cui le azioni suindicate, che debbono essere commesse per mettere in pericolo la sicurezza della navigazione latamente intesa, in aderenza alla nozione di safety, vengano compiute quando la nave è in acque site «al di là dei limiti esterni del mare territoriale di un solo Stato» o, in base alla sua rotta, stia per navigare in tali acque o provenga dalle stesse. L’azione condotta dalla Marina Militare Israeliana potrebbe integrare tutti i requisiti per essere qualificata come atto di terrorismo marittimo.

Ma vi è di più. L’azione condotta dalla Marina Militare Israeliana potrebbe integrare anche una fattispecie di terrorismo tout court, stando alle definizioni del terrorismo date dall’ONU.

Si pensi alla definizione di terrorismo adottata per consensus dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nella Risoluzione 49/60 del 9 dicembre 1994: «atti criminali finalizzati o volti a provocare uno stato di terrore tra la popolazione, all’interno di un gruppo di persone o tra determinate persone per fini politici. –Tali atti- sono, in ogni circostanza, ingiustificabili, quali che siano le considerazioni di natura politica, filosofica, ideologica, razziale, etnica, religiosa o di qualsiasi altra natura che possano essere addotte per giustificarli.»
Ancor più utile appare la cosiddetta definizione globale “indiretta” di terrorismo della Convenzione delle Nazioni Unite del 1999 per la soppressione delle attività di finanziamento del terrorismo che, all’art. 2, definisce indirettamente il terrorismo come «ogni atto finalizzato a causare la morte o lesioni personali gravi ad un civile o ad ogni altra persona che non prende attivamente parte alle ostilità in una situazione di conflitto armato, quando lo scopo di questo atto, per propria natura ovvero per il contesto nel quale viene commesso, è quello di intimidire una popolazione ovvero di costringere un governo od una organizzazione internazionale a compiere o ad astenersi dal compiere un determinato atto.»

Secondo Antonio Cassese, vi sarebbe la convergenza della Comunità internazionale su una nozione di terrorismo basata sui seguenti tre elementi: 1) gli atti posti in essere devono essere atti penalmente rilevanti per la maggior parte dei sistemi giuridici nazionali (omicidio, sequestro di persona, tortura ecc.); 2) essi devono avere la finalità di imporre ad un governo o ente internazionale di compiere o astenersi dal compiere un determinato atto, spargendo il terrore nella popolazione; 3) tali atti devono essere commessi sulla base di motivazioni politiche, religiose ovvero ideologiche, non devono pertanto essere motivati dal perseguimento di fini di lucro o interessi privati.

Il terrorismo come crimine internazionale autonomo. Gli atti terroristici possono essere qualificati come crimini internazionali laddove possiedano le seguenti caratteristiche: 1) devono esplicare i loro effetti in più Stati per persone coinvolte, mezzi impiegati, grado di violenza sprigionata; 2) devono essere commessi con il sostegno, la tolleranza o l’acquiescenza dello Stato nel cui territorio è insediata l’organizzazione terroristica. Il fatto che uno Stato sia incapace di debellare un’organizzazione terroristica che si trovi sul suo territorio (acquiescenza), oppure incoraggi o tolleri (sostegno o tolleranza) la sua presenza attribuisce internazionalità all’attività terroristica. Tale connotazione internazionale dell’atto terroristico lo rende una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale, la terza e ultima caratteristica necessaria per poter qualificare l’atto terroristico come un crimine internazionale.

Atti di terrorismo e crimini contro l’umanità. Un atto di terrorismo è un crimine contro l’umanità laddove possa essere inserito nel contesto di una politica, statale o non statale, diretta alla commissione sistematica e generalizzata di atti inumani. Non vi è dubbio che l’attacco armato ad una missione umanitaria composta da volontari pacifisti in acque internazionali ben possa integrare un crimine contro l’umanità.

Competente a giudicare sui «più gravi crimini di portata internazionale», che costituiscono «motivo di allarme per l’intera Comunità internazionale» (artt. 1 e 5 Statuto CPI) è la Corte Penale Internazionale, il cui trattato istitutivo è entrato in vigore il 1 luglio 2002, al raggiungimento del deposito della 60a ratifica. Essa ha competenza a giudicare, tra gli altri, sui crimini contro l’umanità (art. 7), sui crimini di guerra (art. 8), e, formalmente, anche sul crimine di aggressione (art. 5, par. 2). Tuttavia, la competenza della CPI sull’aggressione è sospesa fino a quando l’Assemblea degli Stati parti della CPI non adotterà una definizione del crimine contro la pace costituito dall’aggressione. La CPI può intervenire sui crimini commessi nel territorio di uno Stato parte dello Statuto - ma Israele non ha mai ratificato il Trattato istitutivo -, oppure sui crimini commessi da persone aventi la nazionalità di una Parte contraente. L’attività della Corte è incentrata sul principio di complementarietà (art. 1), nel senso che la repressione dei crimini internazionali è riservata alla CPI solo laddove si riscontri che lo Stato che ha giurisdizione sia unable or unwilling, incapace o non intenzionato ad avviare e svolgere il processo (art. 17).
Una situazione nella quale siano stati commessi crimini internazionali può essere portata all’attenzione della Corte secondo tre diverse modalità.
E’ riconosciuto un potere generale di ogni Stato parte dello Statuto di richiedere alla Corte di indagare su ipotesi di commissione di crimini.
Il procuratore della CPI ha il potere di avviare un procedimento ex officio, dunque di aprire un’indagine di sua iniziativa, previo controllo della Pre-Trial Chamber, la Camera preliminare composta da tre giudici.
Infine, il Consiglio di Sicurezza può richiedere alla CPI di indagare su una situazione, nell’ambito delle azioni prevista dal Capitolo VII della Carta ONU (art. 13 dello Statuto CPI).

In conclusione, in aderenza al Diritto Internazionale Marittimo e al Diritto Internazionale Umanitario è possibile affermare che la sovranità di Israele sul mare si esaurisce all’interno delle sue acque territoriali e non si estende alle acque internazionali. Pertanto Israele non aveva il diritto di interferire con una nave di altra bandiera che navigasse in acque internazionali, neppure attraverso l’esercizio del diritto di visita o del diritto d’inseguimento.
Il blocco navale, qualora legittimamente effettuato, vincolerebbe Israele al disposto della Quarta Convenzione di Ginevra, e quindi a permettere il pacifico transito degli aiuti umanitari.
La Legittima Interdizione Marittima, qualora legittimamente effettuata, obbligherebbe Israele ad un uso della forza secondo principi di necessità, proporzionalità e gradualità.
La fattispecie di pirateria non risulterebbe integrata.
L’azione condotta dalla Marina Militare Israeliana appare integrare fattispecie di terrorismo marittimo, terrorismo tout court, terrorismo internazionale e crimini contro l’umanità, sottoponibili al giudizio della Corte Penale Internazionale.

Claudia Milani
Avvocato e Giurista



Fonti:

 
Articolo correlato:
Gaza. È terrorismo. È strage. Si può raccontare il crimine.