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18 febbraio 2016

Yemen, ancora un disastro per mano saudita

di Pino Cabras.
da Occhi della Guerra.


Il mattatoio siriano, malgrado mille voci troppo manipolate, riesce a fare notizia. Ma c’è un altro mattatoio, lo Yemen, dove ugualmente è in corso una guerra totale, che non arriva ai nostri schermi.  Eppure le notizie ci sono. Ci sono i morti e i feriti. Ci sono le immagini, tante e nitide, che potrebbero raccontare bene le loro storie. Il direttore della tv yemenita Al-Masirah, con ragione, rimprovera noi dell’Ovest: “Dove siete?“.
Da settembre scorso una coalizione guidata dall’Arabia Saudita conduce una terribile aggressione ai danni di questo paese di 25 milioni di abitanti, con un bombardamento continuo e indiscriminato. La coalizione comprende anche i paesi del CCG (Consiglio di Cooperazione del Golfo) ossia Arabia SauditaBahreinEmirati Arabi UnitiKuwaitOman e Qatar, con altre truppe di paesi clienti dei sauditi e con il beneplacito degli Stati Uniti.
Dopo neanche un anno, il bilancio di questa guerra assurda, scatenata contro uno dei paesi arabi più poveri, è già terribile, prima di tutto dal punto di vista umanitario: 10mila morti, di cui 2.200 bambini e 1.900 donne, decine di migliaia di feriti e mutilati. Inoltre, ci sono un milione e mezzo di sfollati e mezzo milione di case danneggiate. I bombardamenti non risparmiano nulla: totalmente o parzialmente distrutte 680 moschee (alcune antichissime), 258 strutture sanitarie, 669 tra scuole e istituti.
In termini di infrastrutture, gli attacchi della coalizione saudita hanno colpito: 19 aeroporti, 10 porti, 512 ponti, 125 centrali elettriche, 167 stazioni di comunicazione,164 reti idrauliche. Oltre dieci milioni di persone non hanno più l’acqua. La vecchia manovalanza di al-Qa’ida fa l’ennesimo favore ai sauditi, che li proteggono, terrorizzando intere città e regioni. Come se non bastasse, imperversa anche l’Isis, che prospera nel caos irradiato da Riad, fino a sfuggire al controllo degli aspiranti stregoni e affacciarsi così sulla porta del Mar Rosso, lungo le rotte mercantili più importanti.
Nessuna meraviglia dunque se il Paese risulta paralizzato. Tanto più perché anche le attività economiche sono sistematicamente bombardate. Case, botteghe, officine, mezzi di trasporto, sono tempestati di bombe a grappolo vietate dagli accordi internazionali, ma non dalle convenienze commerciali e geopolitiche. Sono affari d’oro per la Textron, una multinazionale con sede a Providence (Usa) che produce le micidiali CBU-105, presentate alla clientela in un video promozionale con tanto di musichetta.
Nel video le sub-munizioni che si separano dall’ordigno principale vanno a colpire ordinatamente un carro armato per ciascuna. Nel mondo reale, cioè in Yemen, le munizioni a grappolo cadono invece su quartieri densamente popolati. Nessun problema per la Textron. Ma gli affari sono affari anche per una fabbrica localizzata a Domusnovas, in Sardegna, dove la Rwm Italia sforna giorno e notte enormi carichi di bombe destinate a colpire lo Yemen, dopo un viaggio per nave o spesso per aereo cargo: questo quando i sauditi hanno fretta. Nessun problema nemmeno per la ministra della Difesa, Roberta Pinotti. Basterebbe unire i puntini che tratteggiano un unico disegno, che connette le bombe che produciamo con i crateri prodotti da quelle bombe. Un disegno che poi prosegue con le masse delle persone in fuga da quei crateri, fino a riversarsi su paesi vicini e lontani.
Il tutto il mondo arabo movimenti politici e associazioni umanitarie esprimono la loro condanna e preoccupazione per l’aggressione di Riad. Come se non fossero sufficienti le sofferenze di un popolo colpito con tanta furia omicida, ora rischiano di saltare tutti gli equilibri delicati di un paese già di per sé difficile, che diventa l’ennesimo nuovo affluente del grande fiume dei rifugiati.
Ne parliamo con il direttore della tv Al-Masirah, forse l’unica televisione oggi in grado di trasmettere immagini dallo Yemen al mondo. Si tratta di Ibrahim Mohammad al-Douleimi. Oltre a dirigere la tv, fa anche fa parte del Movimento sciita Huthi, ossia Ansar Allah, che difende il territorio yemenita assieme all’Esercito rimasto fedele al Presidente Saleh, tutti nemici acerrimi dell’Isis, di al-Qa’ida e dei piranhas di Casa Saud. Come in tutte le guerre del mondo, anche gli Huthi stanno dentro il quadro delle violenze belliche e dei calcoli di un conflitto spietato, ma Al-Douleimi ci ricorda con forza il contesto più importante, al momento: adesso è in corso un’aggressione internazionale straniera e il suo popolo è la parte oppressa che resiste.
Il giovane direttore della tv comincia inviando un messaggio accorato all’opinione pubblica europea che fin qui non ha visto sui propri schermi neanche una delle tante vittime dello Yemen. Al-Douleimi si rivolge in particolare ai giornalisti: “La pace sia con voi. In veste di vostro collega e giornalista faccio un appello a tutti i giornalisti liberi nel mondo, a tutte le organizzazioni dei diritti umani. Voglio chiedervi dove siete, ora, di fronte a quel che succede nello Yemen da 11 mesi in qua, da quando una guerra saudita e americana è stata scatenata contro il nostro Paese. Dove siete? Non sentiamo la vostra voce. Non vediamo nessun giornalista presente nella nostra terra bruciata. Esiste un vero e proprio progetto criminale, uccidono donne e bambini, vengono utilizzati i bombardamenti più moderni, armi proibite, che viaggiano dai vostri aeroporti fino alle basi saudite. Dobbiamo continuare a morire? Dov’è l’opinione pubblica? Dove sono i giornalisti liberi? Lo Yemen vi aspetta, noi vi aspettiamo”.
Mentre guardiamo insieme le atroci immagini in esclusiva dei combattimenti in Yemen e delle vittime, chiediamo ad Al-Douleimi di approfondire le spiegazioni di questa guerra così importante eppure sconosciuta in Occidente.
Come si può spiegare ciò che sta succedendo nello Yemen? Cosa ha spinto l’Arabia Saudita ad aggredire il vostro Paese?
L’aggressione è stata una risposta alla volontà dello Yemen e del suo popolo di mettere fine nel 2015 all’egemonia saudita sul Paese e la sua scelta di stabilire rapporti indipendenti con i vicini. Noi per lungo tempo abbiamo sofferto la sottomissione all’egemonia saudita. Gli yemeniti sono stati privati dalla loro indipendenza e la loro sovranità sul loro territorio. Lo Yemen, malgrado la sua ricchezza, è rimasto un Paese arretrato legato alla volontà dominante della dinastia saudita. I sauditi sono intervenuti dopo una rivolta popolare che ha prodotto un clima nuovo di libertà e indipendenza. Contro la volontà del popolo yemenita è stata organizzata questa guerra distruttiva.
Esiste un vero oscuramento sulla situazione nello Yemen, i giornalisti non riescono arrivare a Sanaa per riferire quel che possono vedere. Eppure ci informano che l’Arabia Saudita vuole addirittura inviare già adesso le sue truppe in Siria. C’è da chiedersi: se ora Riad ha la forza per inviare truppe in Siria, ha forse già vinto in Yemen?
Di fronte al fallimento della politica regionale saudita possiamo aspettarci di tutto: i governanti sauditi sono infuriati, per niente lucidi, e possono commettere qualsiasi atto di stupidità. Purtroppo tutto può succedere di fronte al Caos totale, all’assenza delle Nazioni Unite che non si assumono le proprie responsabilità. L’odio saudita verso gli altri può spingere la monarchia a commettere ulteriori atti criminali, violando il diritto internazionale. Quel che sta succedendo nello Yemen in questo momento non è che un “esperimento” dei sauditi in un solo paese che vogliono ben presto estendere e generalizzare nella regione, in Iraq, in Siria o altrove. Quelli di Casa Saud possono collaborare con qualunque Stato per realizzare i loro obiettivi, perfino con la Turchia, Israele o altri Stati che condividano la loro visione. È vergognoso, di fronte all’aggressione e al disastro umanitario all’assedio del Paese, che ci sia un vero e proprio black-out dei mezzi di informazione. Anche i giornalisti che vogliono andare nello Yemen non possono farlo. I sauditi non vogliono testimoni. Tutti gli aerei diretti a Sanaa devono atterrare in un aeroporto saudita e i giornalisti tornano indietro.
I sauditi hanno raggiunto i loro obiettivi nello Yemen?
Sono riusciti distruggere le infrastrutture, sono riusciti ad aiutare l’Isis e al-Qa’ida ad entrare in importanti città nelle provincie del Sud. I bombardamenti dell’Arabia Saudita ci hanno costretto ad abbandonarle mentre al-Qa’ida avanzava nel Sud, anche ad Aden. Sono riusciti a distruggere lo Yemen ma hanno fallito perché non sono riusciti a far inginocchiare gli yemeniti, che combattono perfino all’interno delle Province saudite. L’Arabia Saudita dopo mesi di bombardamenti non riesce ad affermarsi come una potenza regionale e raccoglie ogni giorno nuove sconfitte.
Vedremo se lo stesso accadrà in Siria, dove i sauditi hanno detto di volersi impegnare con “decisione irrevocabile”, nel momento in cui i loro combattenti per procura, i tagliagole inquadrati nelle tante formazioni salafite, sono vicini a perdere la guerra per effetto dell’intervento russo. Un intervento diretto di Riad in Siria (magari assieme alla Turchia) introdurrebbe variabili molto più pericolose. L'”esperimento” yemenita non depone a favore di Riad, che non coltiva alcun senso della misura, aggiungendo disastri a disastri.
Diventa urgente, qui in Europa, capire subito chi sono gli attori di un’unica grande catena di guerre, quali sono gli anelli dimenticati della catena, come lo Yemen e altri paesi, chi sono i nemici e chi invece sono i potenziali alleati. Scopriremo che questi potenziali alleati sono numerosi anche presso quelli con cui l’Occidente non ha familiarità.
Con la collaborazione di Talal Khrais da Beirut

Fonti: 

29 gennaio 2016

Bombe italiane da Cagliari a Riad

di Geraldina Colotti.



Un esposto in diverse Procure per chiedere un’indagine sulle spedizioni di bombe aeree dall’Italia all’Arabia Saudita. Questa l’iniziativa della Rete Italiana per il Disarmo, illustrata ieri durante una conferenza stampa alla Camera — dal titolo «Controllarmi» — e presentata in Procura da Alfio Nicotra, Lisa Pelletti Clark, Massimo Valpiana, Giorgio Beretta, Maurizio Simoncelli e Francesco Vignarca. 

L’articolo 1 della legge 185/90 — ha spiegato ieri Vignarca, coordinatore della Rete — vieta l’esportazione di armi verso paesi in stato di conflitto armato e che violino i diritti umani. Invece, partono dalla Sardegna «continue spedizioni con tonnellate di bombe aeree dirette in Arabia Saudita»: 5 dal 2015 a oggi. Bombe che servono a rifornire i velivoli della Royal Saudi Air Force che «dallo scorso marzo bombardano lo Yemen senza alcun mandato da parte delle Nazioni unite, esacerbando un conflitto che ha provocato quasi 6.000 morti, la metà dei quali vittime civili e sta determinando la maggior crisi umanitaria in tutto il Medio Oriente».

Le spiegazioni fornite dal governo, sono state tardive e ambigue, «al punto da farmi rimpiangere i governi Andreotti — ha detto Giuseppe Civati, presente in sala, e ha proposto che ogni parlamentare pubblichi gli allarmanti dati del traffico di armi e il testo dell’esposto. «Il Parlamento non è più la sede politica adatta per chi tiene alla pace e al rispetto delle norme», ha rincarato Giulio Marcon, criticando la risposta del governo secondo cui la vendita di armi viene «decisa caso per caso»: perché occorrerebbe comunque una decisione del Consiglio dei ministri e il voto delle Camere. 
Riccardo Noury, di Amnesty International, ha ricordato le violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita.

Giorgio Beretta ha denunciato le complicità del governo Renzi «per le nuove autorizzazioni alle esportazioni rilasciate (almeno 5 monitorate, via aerea e via mare), ma anche per il mancato controllo per gli invii di materiali militari decisi in precedenza, com’è espresso compito dell’esecutivo».

Il senatore 5S Roberto Cotti e il deputato di Unidos, Mauro Pili hanno raccontato come «un carico di migliaia di bombe» sia partito in tutta segretezza ancora due settimane fa dall’aeroporto di Cagliari con destinazione la base dell’aeronautiva militare saudita di Taif, non lontano dalla Mecca. 
Dall’ottobre scorso, due spedizioni sono partite via aereo cargo, altre due dai porti di Olbia e Cagliari. Secondo il ministero della Difesa — ha detto Pili — si tratterebbe di materiale in transito: «Bombe in vacanza — ha ironizzato, attratte dalla bellezza del paesaggio». Bombe prodotte dalla RWM Italia, azienda tedesca del gruppo Rheinmetall con sede legale a Ghedi (Brescia) e stabilimento a Domunovas (Carbonia-Iglesias), in Sardegna. 
Per questo, l’esposto della Rete italiana è stato depositato, oltre che alla Procura di Roma, anche a quella di Brescia. Cotti ha chiamato in causa anche le responsabilità del governo della Regione Sardegna.

Significativa la considerazione finale di Beretta: «Le bombe — ha affermato — vengono costruite in una regione come la Sardegna dove le fabbriche chiudono e agli operai non resta che quel tipo di produzione. E vengono gettate in un’altra parte del mondo altrettanto povera, per i profitti di un paese ricco, attraverso l’impresa tedesca».







29 maggio 2013

Un governo ombra contro la nuova guerra fredda

di Pino Cabras e Carlo Tia - da Megachip

Il tempo che trascorre prima della probabile crisi acuta del prossimo autunno ormai vola. I massimi responsabili della crisi non hanno un "piano B". Ma non c'è solo l'economia: c'è la Siria, dove si stanno concentrando le tensioni sismiche del mondo.
Per l'economia rimane del tempo (forse) per far crescere l'opposizione nei confronti dell'Europa dittatoriale del Fiscal Compact e dell'austerity, prima delle fatidiche elezioni tedesche del prossimo 22 settembre, e in vista delle elezioni europee del 2014.
Per la Siria invece, ossia per la guerra - cioè per una guerra catastrofica - non rimane (forse) più altrettanto tempo allo scopo di scongiurarla. Il precipitare delle cose potrà apparire improvviso e inspiegabile ai più. Abbiamo precedenti recenti: in Libia, l'Italia si è trovata in guerra senza che milioni di persone sapessero perché.
Le crisi avvengono in parte perché devono avvenire (dopo che i problemi sociali e politici irrisolti si accumulano), ma in parte si compiono perché sono pianificate. C'è chi pianifica e dosa i tempi della crisi economica, usando l'arma dello spread e analoghe pistole finanziarie, e c'è chi pianifica e dosa la guerra, usando anche tutte le altre armi. Ognuna delle pianificazioni cerca di scandire i tempi, ma ora i tempi non coincidono. I pezzi sulla scacchiera militare si stanno muovendo prima di quelli economici.
Siamo stati purtroppo buoni profeti, oltre un anno fa, nel descrivere dove sarebbe andata a parare la demolizione intenzionale della Siria, quando prevedevamo l'inevitabile scenario di oggi, che comincia a terrorizzare anche gli apprendisti stregoni che non volevano ascoltare le voci ragionevoli.
La pianificazione bellica ricalca un manuale, l'ormai famigerato Path To Persia (la via verso la Persia, NdT) della Brooking Institution: un concentrato di cinismo imperialistico che spiega come si fa a destrutturare le nazioni ("quelle" nazioni). Ovunque si possono scovare buone ragioni amiche da riempire di bigliettoni verdi e di armi, buone ragioni nemiche viceversa da svilire e demonizzare, o cattive ragioni da trattare come irredimibili, o normali contrasti sociali ed etnici da rendere irrisolvibili, o compromessi da respingere rigidamente fino a rendere normale una guerra civile fomentata sotto l'ombrello ipocrita e "umanitario" di una No-Fly Zone.
Sulla crisi siriana si è innestata una pianificazione a tavolino che aveva uno scopo: cacciare via la Russia dal Mediterraneo, sloggiarla dalla sua base siriana di Tartus, una vera spina nel fianco per gli USA e Israele in vista del controllo delle vie di comunicazione aeree, nel momento in cui il Path To Persia prevederà l'attacco all'Iran.
L'accordo USA-Russia per un conferenza di pace sulla Siria a Ginevra sembra essere morto prima ancora di entrare in fase preparatoria, grazie alla sciagurata decisione dei ministri degli esteri dell'Unione Europea di levare l'embargo alla fornitura di armi ai "ribelli" anti regime. La replica della Russia non si é fatta attendere: il vice ministro degli affari esteri russo ha annunciato che, per evitare che «alcune teste calde» immaginino di ripetere in Siria il corridoio umanitario aereo-bombarolo delle zone di interdizione aerea sulla Libia, prima di un intervento armato della NATO, o di alcuni suoi membri, saranno fornite alla Siria batterie missilistiche Terra-Aria tipo S-300.



Questa misura è anche una risposta allo spiegamento di batterie di missili Patriot statunitensi e tedeschi in Turchia, ai confini della Siria.
Israele ha già dichiarato che se Mosca agirà come preannunciato, Gerusalemme non resterà con le mani in mano. In termini geostrategici-diplomatici, tutto ciò significa che è già partito un braccio di ferro fra Russia, Cina, Iran, Siria, da una parte, e un blocco composito formato dagli USA, da Israele, Regno Unito, Francia, Turchia e le petromonarchie feudali, dall'altra parte.
Sappiamo che la decisione dei ministri UE è stata estremamente sofferta, poiché molti responsabili degli affari esteri si sono detti preoccupati per un fatto fondamentale: comunque vadano le cose sul terreno siriano, la decisione di levare l'embargo alle forniture di armi agli "insorti" equivale a seppellire ogni residua speranza di soluzione politica, come invece faceva sperare l'accordo USA-Russia.
Ma c'è stato di più: qualcuno ha avuto il coraggio di dire che questa decisione suona la campana d'avvio ufficiale della Seconda Guerra Fredda. Tutto un bel programma, con la gioiosa partecipazione di Emma Bonino: in rappresentanza dell'Italia (poco, assai poco) e, soprattutto, del Gruppo Bilderberg.
I tempi di questa seconda e ben più pericolosa crisi, sono dunque più ristretti rispetto alla crisi dell'Europa, che - al di là delle fiammate repentine che pure vediamo - ci sta cuocendo a fuoco lento.
È vero che c'è una lotta durissima all'interno dell'establishment statunitense e finanche in seno alle classi dirigenti israeliane sui tempi e i modi del confronto con l'Iran: l'ala "realista" non manca di far sentire la sua voce contro un attacco a Teheran. Lo fa da anni e ha segnato anche dei punti importanti per non far precipitare precocemente le cose. Ma tutti gli attori dello scenario internazionale ormai agiscono ritenendo che USA e Israele abbiano un calendario di guerra (uno scadenzario concordato a Gerusalemme nel corso dell'ultima visita di Obama a Netanyahu) e che intendano rispettarlo, costi quel che costi.
Nel corso dell'estate 2013 entreremo in un azzardato crescendo di tensioni dagli esiti imprevedibili, nei quali, come da copione, all'Italia non resterà che subire passivamente le decisioni degli altri.
Non ci sono più scuse per nessuno. Il pericolo di guerra cresce e bisogna proporre un'alternativa. Serve un progetto, di cui possa farsi carico un Governo Ombra italiano che cominci a lavorare subito e che si faccia conoscere con tutti i mezzi disponibili, insieme ad un progetto di respiro europeo, che, a sua volta, dia origine a un Governo Ombra Europeo, con una rappresentanza che sia la più allargata possibile a livello UE.
Non mancherebbero a tal fine le personalità autorevoli con esperienza, prestigio, convinzione, potenziale seguito presso l'opinione pubblica. Chi se ne fa carico in Italia? Il tempo non lavora a favore dell'opposizione, come ingenuamente crede Grillo. Il Movimento Cinque Stelle non può rimanere disinnescato, privo di incisività politica, esposto al farsi ulteriormente disinnescare, né può pensare di bastare a se stesso, davanti ai tanti elettori traditi dai partiti tradizionali o perplessi dai primi passi del M5S in questa legislatura. Il vero governo ombra che decide le sorti dell'Italia sta già agendo come se avesse scongiurato il "pericolo Grillo" ed è pronto a tutto pur di mantenere al potere i burattini di Palazzo Chigi e del Colle. Farli stare lì è condizione della continuazione delle politiche di austerità UE e garanzia di allineamento automatico al calendario di guerre già programmate.
Non ci saranno quindi prossime elezioni anticipate, né in autunno, né sino a quando non sarà terminato il capitolo "eliminazione Siria- Iran". Un'emergenza e uno "stato d'eccezione" potrebbero proiettare la crisi verso scenari più lunghi, interconnessi con una crisi mondiale più vasta.
Per chi voglia determinare altri scenari il momento per agire è dunque ora. Ripetiamo: chi se ne fa carico?