Distrutte
tutte le armi chimiche e condonati 20 miliardi di debiti africani. Sono due
notizie “hard” di notevole rilevanza politica mondiale e provengono da Mosca.
In sé meriterebbero un’attenzione cospicua, ma il modo di operare del sistema informativo
dominante è così impermeabile alle notizie vere sulla Russia, che anche gli
eventi suscettibili di grande peso simbolico e politico in campo militare ed
economico passano praticamente inosservati. Così siamo informati fino all’ultimo
tweet sulla lite fra Donald Trump e i giocatori di football, ma non ci viene
detto con bastevole attenzione che il più formidabile arsenale chimico della
storia, capace di distruggere diverse volte l’intera vita sul pianeta, ha concluso
la sua esistenza il 27 settembre 2017. Né ci viene detto che – sempre in quella
data - la Russia ha deciso unilateralmente di cancellare il grosso dei sui
crediti che gravavano sui paesi africani più indebitati.
Dunque,
i fatti.
La fine delle armi chimiche russe
Con tre
anni di anticipo sulla tabella di marcia, Mosca ha adempiuto in toto alla
Convenzione sulle armi chimiche ratificata 20 anni fa, nel 1997, quando ancora possedeva
ben 40mila tonnellate fra gas nervini e sostanze vescicanti. Il presidente
Vladimir Putin ha riservato a questo fatto una notevole solennità, come quando si posa la
prima pietra di una grande manifattura. Solo che in questo caso la cerimonia è
stata invece riservata al mettere fine all’ultimo chilogrammo rimasto degli
ultimi due ordigni.
Il
quantitativo terminale è stato definitivamente distrutto con un ordine
impartito da Putin in persona, in videoconferenza con i funzionari inviati presso
il villaggio di Kizner, dove si trovava l’ultima goccia dell’arsenale chimico
che Mosca ha ereditato dall’URSS. Putin lo ha definito «un enorme passo verso
un maggiore equilibrio e sicurezza nel mondo di oggi.» Ha ricordato che per
adempiere al trattato internazionale il suo paese ha speso tanto e ha investito
in imprese high-tech in grado di neutralizzare l’intero arsenale. Ha poi
ricordato che gli Stati Uniti stanno opponendo ogni tipo di scusa economica e
finanziaria per giustificare i continui rinvii sulla completa distruzione del
proprio arsenale. «Onestamente, questa storia della mancanza di fondi mi suona
proprio strana», ha ironizzato Putin.
La
Russia in questi anni ha padroneggiato strategicamente il tema dell’eliminazione
delle armi chimiche, al punto da ottenere grandi dividendi politici nelle
negoziazioni internazionali: nel 2013 Mosca impedì l’aggressione diretta delle
forze armate occidentali alla Siria mettendo sul piatto della bilancia la
completa eliminazione dell’arsenale chimico siriano (che a suo tempo Damasco
aveva costruito come deterrente opposto alle decine di bombe atomiche detenute
da Israele). Fu una tappa diplomatica fondamentale per rovesciare poi le sorti
del conflitto siriano a sfavore della galassia jihadista.
E ora arriva
quella che il turco Ahmet Üzümcü - direttore dell’Organizzazione per la proibizione
delle armi chimiche – definisce come una «grande
pietra miliare» per il disarmo chimico mondiale.
Ovviamente
questa non è ancora la fine delle armi di distruzione di massa, visto che tutte
le potenze nucleari continuano a testare nuovi armamenti sempre più micidiali e
sofisticati. In proposito, nel suo discorso in videoconferenza, Putin ha
sottolineato di avere piena consapevolezza «dei pericoli potenziali e dei
rischi associati alla ripresa della corsa agli armamenti e ai tentativi di
sconvolgere la parità strategica». Ha sottolineato che la sicurezza globale
richiede il dialogo e il «rafforzamento delle misure per la creazione di
fiducia». Il disarmo chimico è un passo politico importante e dimostra in modo
pratico che grandi misure strategiche di disarmo sono possibili e governabili,
magari un domani anche nel campo degli armamenti nucleari.
Il condono del debito africano
Lo ricorda il sito Sputnik: il presidente Putin ha
annunciato la decisione di cancellare «oltre 20 miliardi di dollari di debiti
ai paesi dell'Africa», il tutto nell'ambito delle «iniziative per aiutare i paesi
poveri fortemente indebitati».
Molte
partite geopolitiche si stanno giocando ora nel continente africano, e avranno
tutte enormi conseguenze sull’energia, le materie prime, le basi militari e i
grandi flussi migratori. Il Cremlino cala sul campo una carta che può cambiare
lo scenario, con un maggior peso della Russia.
L’annuncio
del presidente russo è stato fatto in occasione del suo incontro con Alpha Condé,
che è sì il presidente della Guinea, un paese di meno di 11 milioni di abitanti,
ma è soprattutto il presidente dell’Unione Africana, che ricomprende tutti i 54
Stati dell’Africa (1,1 miliardi di abitanti).
Il mattatoio siriano, malgrado mille voci troppo manipolate, riesce a fare notizia. Ma c’è un altro mattatoio, lo Yemen, dove ugualmente è in corso una guerra totale, che non arriva ai nostri schermi. Eppure le notizie ci sono. Ci sono i morti e i feriti. Ci sono le immagini, tante e nitide, che potrebbero raccontare bene le loro storie. Il direttore della tv yemenita Al-Masirah, con ragione, rimprovera noi dell’Ovest: “Dove siete?“.
Da settembre scorso una coalizione guidata dall’Arabia Saudita conduce una terribile aggressione ai danni di questo paese di 25 milioni di abitanti, con un bombardamento continuo e indiscriminato. La coalizione comprende anche i paesi del CCG (Consiglio di Cooperazione del Golfo) ossia Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar, con altre truppe di paesi clienti dei sauditi e con il beneplacito degli Stati Uniti.
Dopo neanche un anno, il bilancio di questa guerra assurda, scatenata contro uno dei paesi arabi più poveri, è già terribile, prima di tutto dal punto di vista umanitario: 10mila morti, di cui 2.200 bambini e 1.900 donne, decine di migliaia di feriti e mutilati. Inoltre, ci sono un milione e mezzo di sfollati e mezzo milione di case danneggiate. I bombardamenti non risparmiano nulla: totalmente o parzialmente distrutte 680 moschee (alcune antichissime), 258 strutture sanitarie, 669 tra scuole e istituti.
In termini di infrastrutture, gli attacchi della coalizione saudita hanno colpito: 19 aeroporti, 10 porti, 512 ponti, 125 centrali elettriche, 167 stazioni di comunicazione,164 reti idrauliche. Oltre dieci milioni di persone non hanno più l’acqua. La vecchia manovalanza di al-Qa’ida fa l’ennesimo favore ai sauditi, che li proteggono, terrorizzando intere città e regioni. Come se non bastasse, imperversa anche l’Isis, che prospera nel caos irradiato da Riad, fino a sfuggire al controllo degli aspiranti stregoni e affacciarsi così sulla porta del Mar Rosso, lungo le rotte mercantili più importanti.
Nessuna meraviglia dunque se il Paese risulta paralizzato. Tanto più perché anche le attività economiche sono sistematicamente bombardate. Case, botteghe, officine, mezzi di trasporto, sono tempestati di bombe a grappolo vietate dagli accordi internazionali, ma non dalle convenienze commerciali e geopolitiche. Sono affari d’oro per la Textron, una multinazionale con sede a Providence (Usa) che produce le micidiali CBU-105, presentate alla clientela in un video promozionale con tanto di musichetta.
Nel video le sub-munizioni che si separano dall’ordigno principale vanno a colpire ordinatamente un carro armato per ciascuna. Nel mondo reale, cioè in Yemen, le munizioni a grappolo cadono invece su quartieri densamente popolati. Nessun problema per la Textron. Ma gli affari sono affari anche per una fabbrica localizzata a Domusnovas, in Sardegna, dove la Rwm Italia sforna giorno e notte enormi carichi di bombe destinate a colpire lo Yemen, dopo un viaggio per nave o spesso per aereo cargo: questo quando i sauditi hanno fretta. Nessun problema nemmeno per la ministra della Difesa, Roberta Pinotti. Basterebbe unire i puntini che tratteggiano un unico disegno, che connette le bombe che produciamo con i crateri prodotti da quelle bombe. Un disegno che poi prosegue con le masse delle persone in fuga da quei crateri, fino a riversarsi su paesi vicini e lontani.
Il tutto il mondo arabo movimenti politici e associazioni umanitarie esprimono la loro condanna e preoccupazione per l’aggressione di Riad. Come se non fossero sufficienti le sofferenze di un popolo colpito con tanta furia omicida, ora rischiano di saltare tutti gli equilibri delicati di un paese già di per sé difficile, che diventa l’ennesimo nuovo affluente del grande fiume dei rifugiati.
Ne parliamo con il direttore della tv Al-Masirah, forse l’unica televisione oggi in grado di trasmettere immagini dallo Yemen al mondo. Si tratta di Ibrahim Mohammad al-Douleimi. Oltre a dirigere la tv, fa anche fa parte del Movimento sciita Huthi, ossia Ansar Allah, che difende il territorio yemenita assieme all’Esercito rimasto fedele al Presidente Saleh, tutti nemici acerrimi dell’Isis, di al-Qa’ida e dei piranhas di Casa Saud. Come in tutte le guerre del mondo, anche gli Huthi stanno dentro il quadro delle violenze belliche e dei calcoli di un conflitto spietato, ma Al-Douleimi ci ricorda con forza il contesto più importante, al momento: adesso è in corso un’aggressione internazionale straniera e il suo popolo è la parte oppressa che resiste.
Il giovane direttore della tv comincia inviando un messaggio accorato all’opinione pubblica europea che fin qui non ha visto sui propri schermi neanche una delle tante vittime dello Yemen. Al-Douleimi si rivolge in particolare ai giornalisti: “La pace sia con voi. In veste di vostro collega e giornalista faccio un appello a tutti i giornalisti liberi nel mondo, a tutte le organizzazioni dei diritti umani. Voglio chiedervi dove siete, ora, di fronte a quel che succede nello Yemen da 11 mesi in qua, da quando una guerra saudita e americana è stata scatenata contro il nostro Paese. Dove siete? Non sentiamo la vostra voce. Non vediamo nessun giornalista presente nella nostra terra bruciata. Esiste un vero e proprio progetto criminale, uccidono donne e bambini, vengono utilizzati i bombardamenti più moderni, armi proibite, che viaggiano dai vostri aeroporti fino alle basi saudite. Dobbiamo continuare a morire? Dov’è l’opinione pubblica? Dove sono i giornalisti liberi? Lo Yemen vi aspetta, noi vi aspettiamo”.
Mentre guardiamo insieme le atroci immagini in esclusiva dei combattimenti in Yemen e delle vittime, chiediamo ad Al-Douleimi di approfondire le spiegazioni di questa guerra così importante eppure sconosciuta in Occidente.
Come si può spiegare ciò che sta succedendo nello Yemen? Cosa ha spinto l’Arabia Saudita ad aggredire il vostro Paese?
L’aggressione è stata una risposta alla volontà dello Yemen e del suo popolo di mettere fine nel 2015 all’egemonia saudita sul Paese e la sua scelta di stabilire rapporti indipendenti con i vicini. Noi per lungo tempo abbiamo sofferto la sottomissione all’egemonia saudita. Gli yemeniti sono stati privati dalla loro indipendenza e la loro sovranità sul loro territorio. Lo Yemen, malgrado la sua ricchezza, è rimasto un Paese arretrato legato alla volontà dominante della dinastia saudita. I sauditi sono intervenuti dopo una rivolta popolare che ha prodotto un clima nuovo di libertà e indipendenza. Contro la volontà del popolo yemenita è stata organizzata questa guerra distruttiva.
Esiste un vero oscuramento sulla situazione nello Yemen, i giornalisti non riescono arrivare a Sanaa per riferire quel che possono vedere. Eppure ci informano che l’Arabia Saudita vuole addirittura inviare già adesso le sue truppe in Siria. C’è da chiedersi: se ora Riad ha la forza per inviare truppe in Siria, ha forse già vinto in Yemen?
Di fronte al fallimento della politica regionale saudita possiamo aspettarci di tutto: i governanti sauditi sono infuriati, per niente lucidi, e possono commettere qualsiasi atto di stupidità. Purtroppo tutto può succedere di fronte al Caos totale, all’assenza delle Nazioni Unite che non si assumono le proprie responsabilità. L’odio saudita verso gli altri può spingere la monarchia a commettere ulteriori atti criminali, violando il diritto internazionale. Quel che sta succedendo nello Yemen in questo momento non è che un “esperimento” dei sauditi in un solo paese che vogliono ben presto estendere e generalizzare nella regione, in Iraq, in Siria o altrove. Quelli di Casa Saud possono collaborare con qualunque Stato per realizzare i loro obiettivi, perfino con la Turchia, Israele o altri Stati che condividano la loro visione. È vergognoso, di fronte all’aggressione e al disastro umanitario all’assedio del Paese, che ci sia un vero e proprio black-out dei mezzi di informazione. Anche i giornalisti che vogliono andare nello Yemen non possono farlo. I sauditi non vogliono testimoni. Tutti gli aerei diretti a Sanaa devono atterrare in un aeroporto saudita e i giornalisti tornano indietro.
I sauditi hanno raggiunto i loro obiettivi nello Yemen?
Sono riusciti distruggere le infrastrutture, sono riusciti ad aiutare l’Isis e al-Qa’ida ad entrare in importanti città nelle provincie del Sud. I bombardamenti dell’Arabia Saudita ci hanno costretto ad abbandonarle mentre al-Qa’ida avanzava nel Sud, anche ad Aden. Sono riusciti a distruggere lo Yemen ma hanno fallito perché non sono riusciti a far inginocchiare gli yemeniti, che combattono perfino all’interno delle Province saudite. L’Arabia Saudita dopo mesi di bombardamenti non riesce ad affermarsi come una potenza regionale e raccoglie ogni giorno nuove sconfitte.
Vedremo se lo stesso accadrà in Siria, dove i sauditi hanno detto di volersi impegnare con “decisione irrevocabile”, nel momento in cui i loro combattenti per procura, i tagliagole inquadrati nelle tante formazioni salafite, sono vicini a perdere la guerra per effetto dell’intervento russo. Un intervento diretto di Riad in Siria (magari assieme alla Turchia) introdurrebbe variabili molto più pericolose. L'”esperimento” yemenita non depone a favore di Riad, che non coltiva alcun senso della misura, aggiungendo disastri a disastri.
Diventa urgente, qui in Europa, capire subito chi sono gli attori di un’unica grande catena di guerre, quali sono gli anelli dimenticati della catena, come lo Yemen e altri paesi, chi sono i nemici e chi invece sono i potenziali alleati. Scopriremo che questi potenziali alleati sono numerosi anche presso quelli con cui l’Occidente non ha familiarità.
Un esposto in diverse Procure per chiedere un’indagine sulle spedizioni di bombe aeree dall’Italia all’Arabia Saudita. Questa l’iniziativa della Rete Italiana per il Disarmo, illustrata ieri durante una conferenza stampa alla Camera — dal titolo «Controllarmi» — e presentata in Procura da Alfio Nicotra, Lisa Pelletti Clark, Massimo Valpiana, Giorgio Beretta, Maurizio Simoncelli e Francesco Vignarca.
L’articolo 1 della legge 185/90 — ha spiegato ieri Vignarca, coordinatore della Rete — vieta l’esportazione di armi verso paesi in stato di conflitto armato e che violino i diritti umani. Invece, partono dalla Sardegna «continue spedizioni con tonnellate di bombe aeree dirette in Arabia Saudita»: 5 dal 2015 a oggi. Bombe che servono a rifornire i velivoli della Royal Saudi Air Force che «dallo scorso marzo bombardano lo Yemen senza alcun mandato da parte delle Nazioni unite, esacerbando un conflitto che ha provocato quasi 6.000 morti, la metà dei quali vittime civili e sta determinando la maggior crisi umanitaria in tutto il Medio Oriente».
Le spiegazioni fornite dal governo, sono state tardive e ambigue, «al punto da farmi rimpiangere i governi Andreotti — ha detto Giuseppe Civati, presente in sala, e ha proposto che ogni parlamentare pubblichi gli allarmanti dati del traffico di armi e il testo dell’esposto. «Il Parlamento non è più la sede politica adatta per chi tiene alla pace e al rispetto delle norme», ha rincarato Giulio Marcon, criticando la risposta del governo secondo cui la vendita di armi viene «decisa caso per caso»: perché occorrerebbe comunque una decisione del Consiglio dei ministri e il voto delle Camere.
Riccardo Noury, di Amnesty International, ha ricordato le violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita.
Giorgio Beretta ha denunciato le complicità del governo Renzi «per le nuove autorizzazioni alle esportazioni rilasciate (almeno 5 monitorate, via aerea e via mare), ma anche per il mancato controllo per gli invii di materiali militari decisi in precedenza, com’è espresso compito dell’esecutivo».
Il senatore 5S Roberto Cotti e il deputato di Unidos, Mauro Pili hanno raccontato come «un carico di migliaia di bombe» sia partito in tutta segretezza ancora due settimane fa dall’aeroporto di Cagliari con destinazione la base dell’aeronautiva militare saudita di Taif, non lontano dalla Mecca.
Dall’ottobre scorso, due spedizioni sono partite via aereo cargo, altre due dai porti di Olbia e Cagliari. Secondo il ministero della Difesa — ha detto Pili — si tratterebbe di materiale in transito: «Bombe in vacanza — ha ironizzato, attratte dalla bellezza del paesaggio». Bombe prodotte dalla RWM Italia, azienda tedesca del gruppo Rheinmetall con sede legale a Ghedi (Brescia) e stabilimento a Domunovas (Carbonia-Iglesias), in Sardegna.
Per questo, l’esposto della Rete italiana è stato depositato, oltre che alla Procura di Roma, anche a quella di Brescia. Cotti ha chiamato in causa anche le responsabilità del governo della Regione Sardegna.
Significativa la considerazione finale di Beretta: «Le bombe — ha affermato — vengono costruite in una regione come la Sardegna dove le fabbriche chiudono e agli operai non resta che quel tipo di produzione. E vengono gettate in un’altra parte del mondo altrettanto povera, per i profitti di un paese ricco, attraverso l’impresa tedesca».
Il sito reported.ly pubblica un'inchiesta
clamorosa a partire da un recentissimo episodio che sembrava avere una
dimensione appena locale: il carico-scarico di molte tonnellate di bombe a un passo dagli aerei civili dell'aeroporto di
Cagliari. Ma un mega-carico di bombe non
è cronaca locale, è un fatto di portata internazionale che si lega a una catena di notizie. Tuttavia - tranne, in parte, ilgiornale.it - nessuna grande testata ha
voluto dedicare risorse a un qualche articolo che indagasse su questa catena, che parte
da un'industria italiana e finisce
negli ospedali bombardati in Yemen,
passando anello dopo anello per i trattati disattesi in
materia di diritti umani, la complicità
dei governi, e i pericoli crescenti legati all'aumento delle tensioni militari.
C'è un legame
diretto fra le bombe saudite e qatariote
acquistate in Italia e i milioni di
sfollati yemeniti, e le loro presenti e future pressioni migratorie. Ma quando
si devono coprire le cause delle migrazioni di massa, gli organi di
informazione europei sono capaci perfino di rinunciare a uno scoop. Proprio la Sardegna, in questi giorni è uno dei
teatri più affollati della grande esercitazione NATO Trident Juncture. Ci
sarebbe molto da raccontare su questo war game, una fornace di guerra che brucia risorse
immense sottratte alla vita dei popoli per esporla ai pericoli di un conflitto
apocalittico (e da subito a una pressione ambientale devastante).
Ma i grandi media non disturbano la NATO. Perché sono organi
della NATO.
Ci voleva un sito in lingua inglese per
ricomporre la storia delle bombe. L'abbiamo tradotto per voi, con l'aiuto delle redazioni di Megachip e di PandoraTV.
Buona lettura.
Esclusivo: L'Italia
invia altre bombe RWM in Arabia Saudita
di
Malachy Browne.
Utilizzando dei contenuti sociali originati
da fonti della comunità di origine e il servizio di monitoraggio in diretta
delle rotte aeronautiche, FlightRadar24.com,
il sito reported.ly ha seguito le
tracce di un carico di bombe a bordo di un Boeing 747 mentre veniva condotto da
un aeroporto civile in Sardegna verso una base militare in Arabia Saudita.
L'approvazione italiana della spedizione plausibilmente contravviene al
trattato sul commercio delle armi.
___________________________
Giovedì 29 ottobre, diversi testimoni
oculari e medialocalidell'isola di Sardegna
hanno fotografato decine di bombe sulla pista dell'aeroporto di Cagliari.
Sorvegliate dalla polizia italiana, le bombe sono state caricate a bordo di un
aereo cargo Boeing 747.
Le prove suggeriscono che le bombe siano
state prodotte presso il vicino impianto di produzione di RWM Italia, società di munizioni che ha
venduto migliaia di bombe all'Arabia Saudita e ad altre forze armate che
bombardano lo Yemen, come rivelato da questa indagine di reported.ly
dello scorso giugno. Questo reporter ha visto prove documentali delle bombe con
codici di fabbricazione RWM Italia sul terreno in Yemen.
Il giornalista locale Michele Ruffi ci ha
inviato il video qui sopra che mostra il velivolo e il carico. Abbiamo
verificato tutto ciò in maniera indipendente abbinando foto geo-referenziate diInstagramscattate giovedì, individuando così l'aereo
sulla pista.
Separatamente, il politico sardo Roberto
Cotti ha twittato questa foto del carico, che ci permette di identificarlo come
un carico di bombe di serie MK80, prodotte ed esportate dalla RWM Italia con contratti del valore di centinaia di milioni di dollari sin dal
2011.
L'operatore del Boeing 747 è la Silk WayAirlines, una compagnia di cargo dell'Azerbaigian. I registri
di volo storici mostrano che l'aereo viaggia regolarmente tra Baku e Dubai,
Francoforte, Kiev e Zhengzhou in Cina.
Ian Petchenik con FlightRadar24.com
ci ha aiutato a trovare il segnale dell'aereo sulla pista in Sardegna per
tracciare poi il modo in cui è partito giovedì sera per l'Arabia Saudita (la
destinazione non era registrata a quel momento).
Dopo aver perso traccia dell'aereo mentre
sorvolava l'Egitto, lo abbiamo captato di nuovo mentre attraversava il Mar
Rosso e cominciava a scendere verso Gedda. In un cambio di rotta dell'ultimo
minuto, l'aereo è stato dirottato verso Taif, un aeroporto regionale
che è anche una base militare delle forze armate del Regno saudita. Il
transponder sembra essere stato spento, una volta raggiunta Taif, ma i dati di
volo confermano che è partito
da lì venerdì mattina, 30 ottobre.
Un 'volo commerciale
regolare'
Infuriato per la spedizione avvenuta da un
aeroporto civile, il politico sardo Mauro Pili riferisce di aver chiesto
all'Ente Nazionale dell'Aviazione Civile (ENAC)
se l'aereo cargo fosse stato autorizzato a caricare armi. L'ENAC ha rilasciato
una dichiarazione, pubblicata dall'agenzia di stampa Ansa, sul fatto che
l'aereo fosse "regolarmente autorizzato" come "un volo
commerciale regolare". Pili ha anche pubblicato la prova video sul cargo
in fase di caricamento.
La dichiarazione dell'ENAC:
“In
merito alle notizie apparse oggi su alcune agenzie di stampa relativamente ad
un volo operato dall’aeroporto di Cagliari con a bordo materiale bellico, [...] si trattava di un volo di natura commerciale
regolarmente autorizzato nel contesto delle previsioni normative internazionali
tecniche che disciplinano il trasporto di tali materiali”.
Questa affermazione suggerisce che il
carico sia stato autorizzato dal Ministero della Difesa o dal Ministero degli
esteri. Con l'aiuto dei nostri contatti italiani, chiediamo ai ministeri se sia
questo il caso, e se necessario, presenteremo un'interrogazione parlamentare
per scoprirlo.
[AGGIORNAMENTO: Una serie di
interrogazioni parlamentari è stata presentata durante la seduta di venerdì 30
ottobre.]
Anche se non possiamo dire con assoluta
certezza che queste bombe siano state scaricate all'aeroporto di Taif per
l'utilizzo da parte delle forze armate saudite, è molto probabile che lo siano
state per davvero dato il conflitto
in corso e dato il commercio che è stato dimostrato tra RWM Italia e l'Arabia Saudita. A luglio, l'esperto
italiano di armamenti Giorgio Beretta aveva scoperto ancora un altro carico di
bombe verso l'Arabia Saudita.
Quest'ultima prova suggerisce una maggiore urgenza nel fornire le bombe
ai sauditi: in un precedente contratto
con gli Emirati Arabi Uniti, le bombe furono spedite via mare attraverso il porto di Gedda.
Insieme, queste prove suggeriscono
fortemente che il governo italiano continui a concedere licenze per
l'esportazione di armi a forze che stanno bombardando lo Yemen con conseguenze
orrende. Almeno tre spedizioni sono state fatte da quando è iniziato questo
conflitto sanguinario.
Dopo
migliaia di morti civili, milioni di sfollati e la metà della popolazione che
affronta la scarsità di cibo, la società yemenita è quasi totalmente crollata. Sono
state documentate eclatanti violazioni
dei diritti umani sia da parte sia della coalizione a guida saudita sia
delle milizie Houthi che combattono per mantenere il controllo (vedi la nostra
"StoryMap" più sotto). Compreso il recente bombardamento di un
ospedale di MSF nella città settentrionale di Saada.
Denaro sporco,
questioni giuridiche
Molti fondi pensione europei e americani,
compresi i fondi statali, si sono avvantaggiati dei ricavi da miliardi di dollari
della RWM Italia e della sua
società capogruppo tedesca, la Rheinmetall
Defence AG. Ma si tratta di denaro sporco. Gli Stati membri dell'UE sono vincolati da criteri specifici
sulle esportazioni di armi, come spiegato in precedenza per reported.ly da Patrick Wilcken, Ricercatore di Amnesty International sul controllo
degli armamenti, il commercio dei materiali di sicurezza e diritti umani:
Ai sensi
del Trattato sul commercio delle armi e della Posizione Comune dell'UE sul
controllo delle esportazioni di armamenti, l'Italia
deve intraprendere una rigorosa valutazione del rischio caso per caso di ogni
proposta di trasferimento di armi per determinare se vi sia un notevole
rischio che le armi possano essere usate dal destinatario per commettere o
facilitare gravi violazioni del diritto internazionale in materia di diritti
umani. Se c'è un rischio sostanziale,
l'Italia deve negare la licenza di esportazione. [corsivo di reported.ly]
Questa ultima spedizione di armi arriva
proprio nel giorno in cui il blogger saudita incarcerato, Raif Badawi, è stato insignito del massimo premio dell'Unione Europea sui diritti umani. L'Unione europea farebbe bene a esaminare
la legalità di queste spedizioni e sanzionare l'Italia qualora si dimostri che
siano illegali.
Ecco come il tuo fondo pensione si
avvantaggia dei bombardamenti in Yemen
La nostra
precedente indagine sulle bombe della RWM Italia trasportate verso gli
Emirati e ritrovate in Yemen
Jeudi 4 septembre 2014 - Kolomoisky,
plurimilliardaire avec la citoyenneté d'Ukraine, Chypre et Israël,
mérite d'être aussi sous les projecteurs de chez nous. Tignasse de Beppe
Grillo et coeur de Totò Riina.
par Pino Cabras.
Ceux qui le connaissent ne sont pas nombreux chez nous mais Ihor Kolomoisky mériterait
les spots des médias italiotes aussi. Ce plurimilliardaire avec la
triple citoyenneté ukrainienne, chypriote et israélienne -
co-propriétaire de la banque Privat et de plusieurs sociétés qui veulent mouiller le biscuit sur les grosses réserves de gaz naturel tout juste dans les zones ukrainiennes en guerre - aurait beaucoup de qualités pour s'installer sur notre scène, parce qu'il inclut dans sa personne un collage de personnes diversissimes mais quelque part à nous familières : il a une tignasse identique à Beppe Grillo, mais le même coeur que Totò Riina, l'estomac aspire-tout de De Benedetti, les tentacules médiatiques de Berlusconi, le poches de Mario Draghi, les visqueuses toiles d'araignée de Licio Gelli. Et il a aussi les mêmes amis que Netanyahu.
Qui l'a assemblé ? Personne, il se vante d'être un self-made man. Un Self-Frankenstein, en somme. De plus, un grimpeur avec une idée sienne précise de la méritocratie : une enquête de Forbes a décrit en effet que
"Kolomoisky a employé des forces "presque-militaires" de la banque
Privat pour faire valoir l'acquisition hostile d'entreprises, enrôlant
un groupe de "hooligans, armés de battes de baseball, de barres de fer,
gaz et pistolets avec des projectiles de cahoutchou et de tronçonneuses"
pour arracher de force une usine sidérurgique à Kremenchuk en 2006 et
il a utilisé "un mix d'ordres factices du tribunal (souvent par la main
de juges et/ou greffiers corrompus) et de méthodes musclées" pour
remplacer des administrateurs dans les conseils d'administration des
sociétés desquelles ils achetait des participations".
C'est vrai, un entrepreneur si performant ne s'arrête pas là. Le
gouvernement putschiste qui en février 2014 a conquis Kiev l'avait élu
gouverneur de Dnipropetrovsk, la région cruciale pour ses affaires. Malgré qu'il ait le passeport israélien et qu'il soit le fondateur de la European Jewish Union (Union Juive Européenne), il a d'étroitissimes relations avec les partis et les formations paramilitaires néo-nazies
qui ont fait le sale boulot soit contre l'opposition dans tout le pays,
soit dans les zones dans lesquelles il y a les combats de la guerre
civile.
Forbes lui attribue un patrimoine de 1,7 milliards de dollars, tandis que Korrespondent dit que ce sont le double de plus.
En relisant les données biographiques que j'exposais plus haut, je
renverrai à une prochaine date une éventuelle visite d'inspection près
de ses entreprises pour vérifier laquelle des revues ait raison.
Ce qui compte est ceci : Kolomoisky est un des deux-trois boss qui dictent la loi à Kiev. Le fils du vice-résident des Etats Unis aussi, Biden,
en bon oligarque, sait reconnaître un de ses semblables, et il fait des
affaires avec. Si seulement il n'y avait ces millions d'ukrainiens qui
s'obstinent à parler le russe et à avoir une maison où il y a le gaz ! Un million de réfugiés
n'ont pas suffi, il y a encore plusieurs millions de russophones, tous
encore là, et maintenant ces têtus du Donbass se sont même organisés à
tel point qu'ils ont renvoyé dans des centaines de sacs en plastique les
nervis qui voulaient les déloger, en plus des pauvres soldats envoyés
au casse-pipe par les chocolatiers de Kiev.
Et pourtant Kolomoisky ne s'arrête pas devant une défaite. Pendant que Porochenko parle de cessez-le-feu, lui se rappelle d'être un ami de Netanyahu. Et qu'est-ce qu'il propose ? Une belle idée ! Un grand mur qui casse en deux le continent, semblable à celui construit par les israéliens contre les territoires palestiniens, seulement trois fois plus long : une muraille de 1900 km,
entourée de mines anti-personnel, avec l'objectif d'arrêter la Russie.
L'idée a été formulée par Kolomoisky en juin, mais le premier ministre Iatzeniuk la dépoussière en septembre. Inutile de dire qu'il s'agit d'une idée politiquement hystérique, masochiste et surtout militairement idiote :
l'Armée Russe aurait quelques moyens de plus que les bantoustans
palestiniens pour réduire le mur en boulettes avec son infanterie et le
chevaucher par toute sorte de solution aérienne.
Tous les derniers voyages en Europe du président USA Barack Obama ont consisté en un vulgaire tour promotionnel en faveur des armements
de son complexe militaro-industriel. Le sommet OTAN d'aujourd'hui aussi
est orienté par une seule chose : crier au danger russe, récompacter les moutons que nous nous obstinons à appeler leaders européens, et augmenter les dépenses militaires.
Il n'y a plus le mur de Berlin ? Le Rideau de Fer n'existe plus depuis
vingt-cinq ans ? Patience ! Il y a toujours un Kolomoisky qui fera
monter quelque muraillon. De toute façon, ce ne sont pas nos journaleux
qui essaieront de raconter dans quelles mains nous sommes en train de
mettre le futur de nos enfants.
Da
noi lo conoscono in pochi, ma Ihor Kolomoyskyi meriterebbe i riflettori anche dei
media italioti. Questo plurimiliardario con tripla cittadinanza ucraina,
cipriota e israeliana - co-proprietario della banca Privat e di varie società
che vogliono inzuppare il biscotto sulle grosse riserve di gas naturale proprio
nelle zone ucraine in guerra - avrebbe molte qualità per stare sulla nostra scena,
perché include nella sua persona un collage di persone diversissime ma in
qualche modo a noi familiari: ha una chioma identica a Beppe
Grillo, ma lo stesso cuore di Totò Riina, lo stomaco aspiratutto di De
Benedetti, i tentacoli mediatici di Berlusconi, le tasche di Mario Draghi, le viscose
ragnatele di Licio Gelli. E ha anche gli stessi amici di Netanyahu.
Chi
lo ha assemblato? Nessuno, si vanta di essere un self-made man. Un Self-Frankenstein, insomma. Di più, un
arrampicatore con una sua precisa idea di meritocrazia: un’inchiesta di Forbes ha descritto infatti che
«Kolomoyskyi ha usato delle forze
"quasi-militari" della banca Privat per far valere l'acquisizione
ostile di aziende, arruolando un gruppo di "teppisti, armati di mazze da
baseball, spranghe di ferro, gas e pistole con proiettili di gomma e motoseghe"
per prendersi con la forza un impianto siderurgico a Kremenchuk nel 2006 e ha
usato "un mix di ordini del tribunale fasulli (spesso per mano di giudici
e/o cancellieri corrotti) e di maniere forti" per sostituire
amministratori nei consigli di amministrazione delle società delle quali
acquistava le partecipazioni».
Un imprenditore così performante non si ferma mica qui. Il governo
golpista che a febbraio 2014 ha conquistato Kiev lo ha nominato governatore di
Dnipropetrovsk, la regione cruciale per i suoi affari. Nonostante abbia il passaporto
israeliano e sia il fondatore della European Jewish Union (Unione ebraica
europea), ha strettissime relazioni con i partiti e le formazioni paramilitari
neonaziste che hanno fatto il lavoro sporco sia contro l’opposizione in tutto
il paese, sia nelle zone in cui si combatte la guerra civile.
Forbes gli
attribuisce un patrimonio di 1,7 miliardi di dollari,
mentre Korrespondent dice che sono più del doppio. Rileggendo i dati biografici che esponevo poco fa, differirò a data
da destinarsi un’eventuale mia visita ispettiva presso le sue aziende per appurare
quale delle due riviste abbia ragione.
Quel che conta è questo: Kolomoyskyi è uno
dei due-tre boss che dettano legge a Kiev. Anche il figlio del vicepresidente degli Stati Uniti, Biden, da buon oligarca, sa riconoscere
un suo simile, e ci fa affari. Se solo non ci fossero questi milioni di ucraini
che si ostinano a parlare russo e ad avere casa dove c’è il gas! Un milione di
sfollati non sono bastati, ci sono ancora tanti milioni di russofoni, tutti ancora lì, e
adesso questi testardi del Donbass si sono persino organizzati a tal punto da far
rientrare dentro centinaia di sacchi di plastica gli scagnozzi che volevano
sloggiarli, oltre a i poveri soldati mandati allo sbaraglio dai cioccolatai di
Kiev.
Eppure
Kolomoyskyi non si arresta di fronte a una disfatta. Mentre Poroshenko parla di
cessate-il-fuoco, lui si ricorda di essere amico di Netanyahu. E che ti
propone? Ideona! Un grande muro che spezzi in due il continente, simile a quello costruito dagli
israeliani contro i territori palestinesi, solo tre volte più lungo: una
muraglia di 1900 km, circondata di mine antiuomo, con l’obiettivo di fermare la
Russia. L’idea è stata formulata da Kolomoyskyi a giugno, ma il primo ministro
Yatsenyuk la rispolvera a settembre.
Inutile dire che si tratta di un’idea politicamente
isterica, autolesionista in termini di geografia economica, ma soprattutto militarmente
idiota: l’Armata Russa avrebbe qualche mezzo in più dei bantustan palestinesi
per fare polpette del muro con la sua fanteria e scavalcarlo con ogni sorta di
soluzione aeronautica.
Tutti
gli ultimi viaggi in Europa del presidente USA Barack Obama sono consistiti in
un volgare tour promozionale in favore degli armamenti del suo complesso
militare-industriale. Anche il vertice NATO di oggi è orientato a una sola cosa: gridare
al pericolo russo, ricompattare gli ovini che ci ostiniamo a chiamare leader
europei, e aumentare le spese militari. Non c’è più il muro di Berlino? Non c’è
da venticinque anni la Cortina di ferro? Pazienza! C’è sempre un Kolomoyskyi
che tirerà su qualche muraglione. Tanto, i nostri giornaloni non proveranno a
raccontare in che mani stiamo mettendo il futuro dei nostri figli.
Che significa e come si è svolta l’oscura uscita di scena di Osama bin Laden? Che fine ha fatto Al-Qa’ida, ed è mai stata come ci hanno raccontato? Chi sta andando al potere in Egitto e altrove, dopo le primavere arabe, e in che modo gli Stati Uniti tentano di controllare la riorganizzazione del potere? Chi sono i cirenaici a sostegno dei quali gli USA e noialtri abbiamo deciso di far guerra a Gheddafi? Eroici difensori della libertà o i complici di turno dell’impero? Che svolgimento avranno i tesissimi rapporti con Iran e Siria? In che modo la crisi dei Paesi europei più deboli è legata alla guerra euro-dollaro? E che cosa stanno tentando di fare gli Stati Uniti, segretamente o meno, per controbilanciare la rapidissima ascesa cinese?
Tante questioni che i nostri media lasciano irrisolte, trovano qui, grazie alla penna acuminata di Giulietto Chiesa e Pino Cabras, una luce nuova. Se non rasserenante, almeno molto chiara: sullo sfondo di una guerra globale per il momento a (relativamente) bassa intensità, il ruolo degli Stati Uniti di Obama – oramai non diverso dai predecessori, e in fondo espressione più correct degli stessi interessi reali – è quello di un impero al declino, gravato dall’immenso debito, dallo svuotamento della democrazia e dalla feroce concorrenza internazionale, che tuttavia dovrà vender cara la pelle. Il più cara possibile: e a pagare potremmo essere tutti noi
Chi cura questo blog
Pino Cabras (1968) è laureato in Scienze Politiche e lavora in una finanziaria d’investimento, per la quale ha curato diversi programmi negli Stati Uniti e in Asia. Ha pubblicato "Balducci e Berlinguer, il principio della speranza" (La Zisa, 1995), "Strategie per una guerra mondiale" (Aìsara, 2008); con Giulietto Chiesa ha pubblicato "Barack Obush (2011), uscito nel 2012 in edizione russa con il titolo «Глобальная матрица» (Global'naja Matrica). E' condirettore del sito www.megachip.info e co-fondatore della webTv PandoraTv.it.
Pino Cabras
Complotti e complottismi
dal libro "Strategie per una guerra mondiale":
Se volete mettere in cattiva luce qualcuno che scrive o parla scostandosi dalla corrente principale delle spiegazioni di certi grandi fatti, bollatelo come ‘teorico della cospirazione’, o ‘complottista’. È uno stigma molto comodo, un potente silenziatore, una densa notte che cala su tutte le vacche e le fa tutte nere... [leggi tutto]
DIETRO GLI ESPERTI MILITARI IN TV, IL PENTAGONO MUOVE I FILI Versione italiana di un'inchiesta di David Barstow comparsa su «The New York Times» il 20 aprile 2008: [LEGGI QUI]
Sul giornalismo
"Periodismo es difundir aquello que alguien no quiere que se sepa, el resto es propaganda".
Giornalismo è diffondere quel che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda.
(Horacio Verbitsky)