- La NATO economica, soluzione USA alla crisi;
- L'Euro sostituito dal Dollaro?;
- La "NATO economica": un attacco alla democrazia;
- Nato militare e Nato Economica. Perché han fretta?;
- WikiLeaks: ecco l'accordo segreto per il liberismo selvaggio;
- Pagine supersegrete del Trattato Transatlantico sui Servizi;
- L'autoaffondamento dei governi europei in seno alla UE;
- Dossier sulla 'NATO economica'.
19 agosto 2014
Commercio mondiale: il Ttip e la lotta di classe al contrario
Ttip
sta per Transatlantic Trade and Investment Partnership,
cioè per Partenariato Transatlantico sul commercio
e gli investimenti. Si tratta di un trattato su
libero scambio ed investimenti che Stati Uniti (Usa)
ed Unione Europea (Ue) stanno negoziando. In
segreto. Peccato che tocchi tutti gli aspetti della vita sociale,
economica e culturale della nostra terra.
Tra gli anni novanta ed i duemila un
vasto movimento (i “no-global“) si opposero ai negoziati
portati avanti dalla Omc (Organizzazione Mondiale del
Mercato), che avevano come scopo di eliminare non solamente
tariffe doganali, bensì la possibilità per piccoli
Stati e lavoratori di difendersi dalla concorrenza
selvaggia e dai voleri delle multinazionali.
Grazie ad un vasto movimento di popolo
(ricordate Genova 2001?), e ad una chiara azione dei Brics
(Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), spalleggiati dai paesi
non-allineati, i negoziati fallirono. Gli Usa e la Ue ripiegarono su
trattati bilaterali. Ora è venuto il momento del trattato tra i due
giganti del neoliberismo, che dovrebbe essere
concluso entro il 2015.
C’è poco tempo, e tutto è segreto!
Alla faccia degli open data e della trasparenza,
non si può sapere su cosa si sta trattando. Qualcosa trapela, ma non
sia mai che l’opinione pubblica possa sapere cosa gli succederà.
Il nocciolo del trattato non è la diminuzione delle
tariffe, già quasi nulle, bensì l’eliminazione delle “barriere
normative” che limitano profitti potenzialmente
realizzabili dalle società transnazionali.
Cosa significa “barriere normative”?
Vediamo qualche esempio.
La società francese Veolia, che ha in
gestione lo smaltimento dei rifiuti ad Alessandria,
in Egitto, ha fatto causa allo stato egiziano perché ha aumentato i
salari del settore pubblico e privato al tasso d’inflazione, e
questo ha compresso i propri margini di profitto. Per “barriere
normative” s’intende anche questo. Con le misure proposte dal
Ttip per la protezione degli investitori qualsiasi peggioramento (per
l’investitore) delle condizioni contrattuali può
dar luogo a richieste di risarcimento. Il meccanismo, se entrasse in
funzione, avrebbe una forza dirompente dal punto di vista delle
aspettative e delle azioni governative. Chi più si azzarderebbe ad
aumentare i salari?
Nel caso vi sia una diatriba tra lo
stato ed una multinazionale, questa non sarà costretta a rivolgersi
ai tribunali dello stato nazionale (sono di parte!), bensì ad un
arbitrato internazionale, in cui uno degli arbitri è scelto dalla
multinazionale, uno dallo stato ed il terzo congiuntamente. Peccato
che questi arbitri siano una cinquantina in tutto!
Questo meccanismo è l’Isds
(Investor-State Dispute Settlement), ed è fortemente voluto
dagli Usa. Sta incontrando una crescente resistenza a Bruxelles, però
non è chiaro se nei negoziati ancora se ne sta parlando e se lo si
sta prevedendo. Ma anche senza Isds, per gli agricoltori ed i piccoli
e medi imprenditori europei, insieme a tutti i lavoratori, il Ttip
sarebbe un disastro.
Gli agricoltori, e tutti coloro che
hanno a cuore la propria alimentazione, sappiano che Ttip significa
“deregolamentazione della sicurezza alimentare”. Con
l’eliminazione delle normative europee sulla sicurezza
alimentare (le famose “barriere normative”) entreranno
gli Ogn (Organismi Geneticamente Modificati) e, più in generale,
verrà meno il “principio di precauzione” europeo.
Per quanto riguarda l’ambiente,
il principio è lo stesso. Oltre ad indebolire le normative
fondamentali sull’ambiente, che dovranno allinearsi a quelle Usa,
vi sarà un’inversione dell’onere della prova nel settore
chimico: “Non inquino fin quando tu, Stato, non lo dimostri”.
Ora, in Europa, è il contrario: è l’industria che deve dimostrare
che non si inquina.
Questo e molto altro è il Ttip. A
fronte di una crescita nulla in seguito a questo trattato, sappiamo
però che lavoreremo peggio, che mangeremo cibi meno sani e vivremo
in un ambiente meno pulito. Tutto ciò per favorire qualche
miliardario, che miliardario lo era anche prima. La lotta di classe
al contrario, insomma.
Inoltre,
su PANDORA TV:
Intervista
a Mariangela Rosolen di ActUp Torino
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7 agosto 2014
I finlandesi soffrono? Mangino Babbo Natale
La guerra
è, dapprima, la speranza che uno stia meglio; poi, l’attesa che l’altro stia
peggio; più tardi, la soddisfazione che esso non stia meglio; e, alla fine, la
sorpresa che ognuno stia peggio.
(Karl
Kraus)
Il duro spessore dei fatti
– in forma di reazione russa alle sanzioni occidentali - si sta già dedicando a
spiegare bene agli europei come gira il fumo, anche a quegli europei che negli
ultimi anni pensavano di poter imporre a interi popoli un’austerity criminale e
predatoria in nome delle regole intoccabili dell’Unione europea. Le regole del
prelievo e della distruzione economica erano un tabù e non si potevano modificare. A costo di fare
spallucce se qualcuno osava ricordare che persino questa UE di vampiri scrive nei
propri pessimi trattati che esistono “obblighi di solidarietà fra gli Stati”. Ma per i
PIGS – maledetti maiali-cicala poco ariani – nessuna pietà.
Ora succede che la
Finlandia avrà grossi danni dalle sanzioni decise da Mosca in risposta alle
stolte sanzioni europee che appoggiano gli avventuristi nazistoidi dell’Ucraina (il
53% delle esportazioni finlandesi sono verso la Russia). Con la rapidità di un ninja finnico hanno già chiesto
all’Europa un pacchetto di aiuti per fronteggiare i danni che subiranno. Non
avete mai visto un ninja finnico? Ora li vedrete, con una tutina nera e la
scritta «Itken jotta hitto sinua» (trad.: “chiagn’e fotti”).
Il primo ministro
finlandese, Alexander Stubb, dichiara:
«Non c’è dubbio che se le sanzioni colpiranno la Finlandia in modo sproporzionato, cercheremo un sostegno dei partner europei. Ci appelleremo al principio di solidarietà economica.»
Quando veniva scannata la gente
di Atene il principio di solidarietà economica non esisteva. Lo hanno
introdotto ora, e vale solo se almeno il 50% della popolazione è bionda con gli
occhi azzurri. Sig Heil!
E no, stelline, il prezzo
della Libertà (oh yeah!) va pagato, dovete fare le manovre di aggiustamento
strutturale. E poi, non è forse roba vostra quell'espertone di Olli Rehn, che
si è prodotto in ogni tipo di manovra sadica contro Grecia, Spagna, Italia e
Portogallo? Fatevi fare una consulenza da lui. Ora tocca a voi.
Se avete un
deficit di bilancia commerciale, importate meno carne di vitella e mangiatevi
renna sotto sale. O mangiatevi quel trippone di Babbo Natale, che ha una vasta
riserva di proteine.
E se non vi arriva il gas russo
per cuocerlo, avrete pure qualche bosco di betulle da disboscare come un parco
greco qualsiasi, o no?
Vedete, ci avete imposto
regole economiche inventate, parametri insensati, superstizioni finanziarie assassine
(con la complicità di certi italiani, va detto: i minori economisti della
nostra epoca come Rigor Montis e Alesina, più qualche altro zimbello da esportazione). Ed ecco l’austerità espansiva, la moneta da
prendere a debito, gli spread in mano anglosassone, ogni liquame neoliberista che
potesse affogare lo Stato sociale. La vostra prima ministra di un tempo tuonava da Helsinki per chiedere finanche il Colosseo in garanzia per pochi spiccioli, e non muoveva un dito davanti
a 6 milioni di italiani in povertà assoluta a causa di 22 anni consecutivi di
manovre strutturali. Va bene che il Colosseo fu costruito per un ludico spettacolo di sacrifici umani, ma Obama ha detto che sembra un campo da baseball. Il solito ipocrita. Noi non dimentichiamo il genocidio economico del popolo
greco. Noi non dimentichiamo la sferza che ha torturato spagnoli e portoghesi.
Ora, se i finlandesi e i
baltici e i polacchi hanno un problema di bilancia dei pagamenti e di crescita,
imparino da Rehn le manovre di austerità espansiva. Soffrire aiuta, fa bene,
fortifica. Spetta un po' anche a loro. Imparino sulla loro pelle il significato delle
loro "raccomandazioni", che ci hanno impartito per anni mentre in
mezza Europa edificavano una rete di classi dirigenti in bilico fra
neoliberismo economico e nazismo ideologico, fino all’apoteosi della catastrofe
ucraina, un buco nero neonazista che rischia di inghiottirci tutti.
Giuriamo che se danno
soldi a questi qua ci lanciamo con un trattore contro la sede della Commissione
Europea come il mitico Jose Bové.
#FinlandiaPenitenziagite.
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31 luglio 2014
Il riarmo di Kiev e la fine di Gaza
PANDORA TV - Il Punto di Giulietto Chiesa – 31 luglio 2014.
Il messaggio più drammatico di
sempre, mentre tutto accelera verso una guerra immane.
Il riarmo di Kiev grazie
all’afflusso dei capitali americani avviene nel quadro di uno scenario
internazionale di forte instabilità: la pulizia etnica dei palestinesi a Gaza,
il califfato in Siria e in Iraq, la destabilizzazione dell’Egitto, la
deflagrazione della Libia. Con l’Europa incapace di opporre un’alternativa
unitaria alla politica estera degli Stati Uniti.
E' il momento di agire, o il futuro sarà divorato da una guerra che non lascerà ripari.
Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=1633.E' il momento di agire, o il futuro sarà divorato da una guerra che non lascerà ripari.
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30 luglio 2014
Piccola storia di un blitz palestinese
di Pino Cabras.
da Megachip.
Vi mostriamo una scena drammatica, il video dell'incursione delle Brigate Ezzedin al-Qassam nella base militare israeliana di Nahal Oz, dove gli uomini del braccio armato di Hamas hanno ucciso dieci soldati.
La sequenza - una sortita-lampo che scorre in meno di quattro minuti - è stata pubblicata in inglese su Facebook, accompagnata da frasi bellicose e irridenti, le stesse che corredano da sempre la crudele epifania di ogni battaglia vinta da un gruppo di umani in armi con l'annientamento di un gruppo di nemici altrettanto umani.
Si vedono gli atletici combattenti palestinesi uscire da un tunnel scavato fin oltre il confine di Gaza, a pochi passi da una piccola guarnigione con la stella di David, una delle tante che punteggiano l'orribile Muro israeliano. In pochi minuti il manipolo – grazie a un effetto sorpresa da manuale – riesce a sopraffare i giovani militari dell'IDF. Si vedono le azioni, si sentono gli spari, la lotta corpo a corpo con gli israeliani in svantaggio. L'arma alla quale viene dato il compito più importante non è tuttavia un mitra o una pistola: è la videocamera del telefonino, tenuta con mano salda per tutta la scena. Sarà quell'arma ad essere poi usata per spargere un senso di possibile ribellione fra gli umiliati di Gaza. Nell'ambito di una Storia più grande e più tragica, che i vincitori raccontano a modo loro, viene inserito il sottotesto di una piccola storia, anch'essa scritta da vincitori. Provvisori, come tutti.
Non manca il trofeo: i mitra nuovi di zecca sottratti al potente nemico occupante. Sono inquadrati anche i numeri di matricola. Tutto è documentato dai miliziani palestinesi. Quel tunnel che li riporta a casa (se una gliene sarà rimasta), costruito sicuramente con grande dispendio di energie per quella unica sortita, sarà certamente distrutto dalle bombe dell'esercito israeliano, che lo localizzeranno anche grazie al video. I rapporti di forza materiali non saranno rovesciati da questa azione.
Ma la scena deve far riflettere tutti coloro che hanno la condanna facile per la resistenza armata palestinese, e che non riescono a vedere nemmeno le stragi decise da Netanyahu. Nessuna soluzione militare potrà superare quella resistenza.
Fonte: https://www.facebook.com/photo.php?v=1508400706044488&set=vb.1395636543987572&ty
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28 luglio 2014
Come l'FBI organizza i terroristi
di Pino Cabras.
C’è una clamorosa notizia, appena divulgata
in questo caldo luglio 2014 dall'informazione mainstream, che dimostra quanto traviante sia la definizione di
“complottista”, usata per screditare chi fa normale giornalismo d'inchiesta. La
notizia, per chi la voleva vedere, c'era
già cinque anni fa, ed è semplice e terribile: gran parte degli attentati
terroristici sul suolo USA sono indotti dalla stessa organizzazione che li
dovrebbe combattere: l’FBI.
Noi quella notizia l’avevamo voluta vedere
già nel 2009, quando pubblicammo – tra gli altri - un articolo intitolato «Retroscena di un falso attentato» (leggete più avanti
e confrontate).
A quel tempo, invece, la Rai e la Repubblica ripetevano le veline dell'FBI: fanno così molto spesso, senza correggersi mai, o facendolo solo molti anni dopo, quando chi voleva raggiungere un certo effetto lo ha già raggiunto. Così,
le notizie che possono smentire l’allarme gridato spariscono. Rimane invece la
prima impressione dell’allarme, quando la notizia urlata e falsa si deposita
nella coscienza di lettori e spettatori. Ed è per colpa di questa informazione -
che si è preoccupata solo di aizzare (quando glielo ordinavano), o di sopire e
troncare (quando faceva comodo) - che ogni giorno ci è stato rubato un pezzo di
libertà, di sovranità, e infine imposto lo spionaggio totalitario della NSA.
Non stiamo parlando di un generico
sottofondo di notizie: si tratta dei modi con cui si è lanciato un allarme sicurezza permanente che ha
fatto da base giuridica e premessa politica delle guerre di aggressione
intraprese dal 2001 in poi, nonché delle leggi che hanno consentito lo
spionaggio onnipervasivo e reintrodotto gli arresti extralegali e la tortura.
In questo quadro emerge chiaramente che il terrorismo in USA è un’interminabile
catena di azioni false flag (sotto
falsa bandiera), in cui gli attori hanno sempre il fiato sul collo dell’FBI,
che li manipola per i propri fini. Era così già dal primo attentato alle Torri
gemelle di New York, nel 1993, fu così per una parte dei soggetti implicati nei
mega-attentati dell’11 settembre 2001, è stato così per Mutanda Bomber e per la
maratona di Boston.
L’indagine di Human Rights Watch
sarebbe già sufficiente da sola per dire che questo è un metodo di governo e
che il cosiddetto terrorismo è in prevalenza una forma di manipolazione di
massa coperta da entità statali e usata con l’accordo dei pochi proprietari della
quasi totalità dei grandi organi di informazione che sono adibiti a organizzare
l’isteria collettiva a comando.
La
realtà è tuttavia con ogni probabilità ancora più vasta e incancrenita, tanto
che l’indagine sarebbe da estendere anche oltre gli USA (pensiamo agli
attentati di Londra del 2005), oltre l’FBI (pensiamo al terrorismo
internazionale segnato e finanziato da un intreccio di servizi segreti di vari
paesi), e oltre i piccoli episodi (pensiamo anche all’11 settembre e all’allarme
antrace del 2001).
Vi proponiamo di seguito sia il pezzo di RaiNews
di oggi sia il pezzo pubblicato da Megachip nel 2009. In coda troverete anche i
link ad altri articoli che aiuteranno a comprendere la portata della notizia. Buona
lettura.
Human Rights Watch denuncia:
"Fbi pagava musulmani per attentati"
Secondo un'indagine su
27 processi e 215 interviste, l'agenzia di intelligence interna americana
"ha creato dei terroristi sollecitando i loro obiettivi ad agire e
compiere atti di terrorismo"
da
RAINews.it – 22 luglio 2014.
Musulmani
incoraggiati per compiere atti di terrorismo. A volte anche retribuiti. A
denunciare l'operato dell'Fbi, la polizia federale americana è una ong
statunitense, Human Rights Watch.In un rapporto pubblicato in rete, l'organizzazione accusa l'Fbi di aver
violato la legge e di non aver perseguito le reali minacce (qui la versione pdf scaricabile, in inglese).
Con
la collaborazione dell'Istituto per i diritti umani dell'Università della
Colombia, Human Rights Watch ha esaminato 27 casi di indagini che sono passate
attraverso un processo, intervistando 215 persone, incluse quelle accusate o
condannate per atti di terrorismo.
«In molti casi il governo, usando i suoi
informatori, ha sviluppato falsi complotti terroristici, persuadendo e in
alcuni casi facendo pressione su individui, per farli partecipare e fornire
risorse per attentati», scrive Hrw. Per l'organizzazione, metà
dei casi esaminati fa parte di operazioni portate avanti con l'inganno e nel 30%
dei casi un agente sotto copertura ha giocato un ruolo attivo nel complotto.
«Agli americani è stato detto che il loro governo
veglia sulla loro sicurezza prevenendo e perseguendo il terrorismo all'interno
degli Stati Uniti», ha detto Andrea Prasow, vice direttore di HRW a Washington.
«Ma se si osserva da vicino si scopre che molte di queste persone non avrebbero
mai commesso crimini se non fossero stati incoraggiati da agenti federali, a
volte anche pagati».
Secondo Hrw, l'FBI spesso individua soggetti
vulnerabili, con problemi mentali o dalla scarsa intelligenza, come Rezwan Ferdaus,
un 27enne condannato a 17 anni di carcere perché accusato di voler attaccare il
Pentagono e il Congresso con piccoli droni carichi di esplosivo, in un falso
complotto organizzato dagli stessi agenti americani.
Il ministro della Giustizia, Eric Holder, cui l'Fbi risponde,
ha difeso l'operato dei 'federali' e delle loro "operazioni sotto
copertura".
Retroscena
di un falso attentato
"Attentato sventato a New
York", strombazzavano i media il 20.05.2009. La notizia ha meritato
titoloni e tanti commenti, ma finora si è indagato poco. Così scopriamo che...
di Pino Cabras – Megachip, 27
maggio 2009.
"Attentato
sventato a New York", strombazzavano i media il 20 maggio 2009. La notizia
ha meritato titoloni e tanti commenti che hanno riempito le "breaking
news" e qualche paginone, ma finora si è indagato poco.
Per
la maggior parte dei media è scattato il riflesso di chi dice "non
abbassiamo la guardia". E Dick Cheney, l'anima nera della precedente
amministrazione USA, ne ha approfittato per l'ennesima tirata contro chi vuole
smantellare il sistema da lui messo in piedi. Ma cosa è successo davvero a New
York? Un'analisi appena più approfondita rivela sorprese clamorose.
Le
vicende di "attentati sventati" degli ultimi anni mostrano in comune
il ruolo ambiguo dei servizi di sicurezza.
Non
fa eccezione l'ultimo caso newyorchese.
Scopriamo
che i quattro «terroristi islamici» hanno una biografia da sfigati ricattabili,
delinquenti abituali statunitensi di facile manipolabilità, e dal profilo
jihadista improbabile. Il loro ordigno al plastico disposto dinnanzi a una
sinagoga non è esploso, era "inerte". Gli era stato fornito da un
quinto elemento, un agente dell'FBI infiltratosi con la promessa di fornire un
kit del perfetto terrorista che comprendeva anche un falso missile (per
abbattere un aereo). Le mosse erano seguite passo dopo passo, di fatto
governate, da molti mesi, in sinergia con altre agenzie federali.
Un
importante elemento di raccordo fra i quattro e l'FBI era il cinquantaduenne
pakistano Shahed Hussain, diventato informatore dell'agenzia federale dopo che
nel 2002 era stato incriminato per banali reati legati a questioni
d'immigrazione, e reso così prono ai ricatti. Hussein si presentava ai quattro
con molta disponibilità di denaro e con promesse di procurare armi e ordigni
speciali.
Ma
il pezzo grosso dell'FBI è un altro. Risponde al nome di Robert Fuller. È un
agente che ricompare in diverse vicende controverse, sin dalle circostanze
legate agli eventi dell'11 settembre 2001.
Fuller
nell'agosto del 2001 ebbe l'incarico di rintracciare e arrestare due persone
molto sospette, Khalid al-Mindhar e Nawaf al-Hamzi. La segnalazione era giunta
dalla CIA il 23 agosto dopo che i due erano giunti sul suolo USA. Qualche
settimana ancora, e i loro nomi sarebbero stati ricompresi nella lista dei
presunti dirottatori dell'11/9. La ricerca di Fuller fu talmente svogliata, che
finanche la Commissione sull'11/9 ebbe a menzionarne l'indolente inefficacia.
Fuller
riappare in cronaca nel novembre 2004. A Washington, sul marciapiede davanti
alla Casa Bianca, un uomo si dà fuoco. È lo yemenita Mohamed Alanssi.
Sopravvive con il trenta per cento del corpo coperto di ustioni. Nel frattempo
emerge un documento di suo pugno nel quale spiega in qualche modo l'insano gesto.
È una lettera per Robert Fuller, eccolo lì di nuovo, il quale lo aveva
reclutato come informatore. Alanssi scrive di voler vedere la sua famiglia in
Yemen prima di dover testimoniare in un tribunale USA su spinta di Fuller
perché si dice certo che, dopo quella deposizione, la sua famiglia e lui stesso
moriranno. Al «Washington Post» rivela: «Ho fatto un grosso errore a
collaborare con l'FBI. L'FBI ha distrutto la vita mia e della mia famiglia,
intanto che mi prometteva l'ottenimento della cittadinanza e di pagarmi 100
mila dollari». La somma fu erogata, ma Alanssi non acquisì la cittadinanza USA.
La moneta di scambio era una testimonianza a carico di svariati imputati
islamici.
Robert
Fuller lo rivediamo in Afghanistan, all'aeroporto di Bagram, dove interroga -
con i metodi disumani consentiti in questi anni di torture e pressioni - un
quattordicenne afghano, Omar Khadr, orbo di un occhio dopo il combattimento in
cui è stato catturato. A Khadr sono mostrate diverse foto di presunti
guerriglieri, e gli viene chiesto un qualche riconoscimento. Fuller riesce a
estorcere al giovane l'identificazione di un uomo canadese di origine
mediorientale, Maher Arar, che a quel punto deve rispondere all'accusa di
essere stato fra i guerriglieri afghani. Arar è arrestato sul suolo canadese e
diventa uno dei tanti casi di «extraordinary rendition». Nell'incertezza
giuridica sul grado di copertura sulle pratiche di tortura, Arar è consegnato
alla Siria, dove ci sono meno esitazioni costituzionali sui supplizi di Stato
(e questo è uno dei più stupefacenti casi di collaborazione fra paesi che
altrimenti non si risparmiano atti ostili). Lì Arar viene torturato per mesi e
mesi, come è avvenuto in tanti altri casi. Il ragazzo che lo ha accusato
finisce intanto nel campo di Guantanamo, dove la commissione militare speciale
lo processa nel gennaio 2009. Fuller è chiamato a testimoniare e l'agente FBI
ribadisce che il riconoscimento di Arar è avvenuto sulla base di una foto. Il
controesame del testimone spinge Fuller ad ammettere che all'inizio il
riconoscimento non era stato così netto, anzi era proprio vago, e che solo una
protratta «intensa pressione» aveva spinto Khadr a ricomporre in modo più
assertivo il ricordo.
Peccato
che nel frattempo gli inquirenti canadesi trovano le prove che il loro
concittadino, proprio nel periodo in cui secondo Khadr e Fuller si trovava in
Afghanistan, era invece in patria. Le autorità si rivolgono alla Siria per
riavere Arar, evidentemente innocente. La sua
storia viene raccontata dalla cronista Kerry Pither in un libro (Dark Days: The
Story Of Four Canadians Tortured In The Name Of Fighting Terrorism).
E
poi arriviamo all'ultima vicenda.
I
quattro
terroristi "islamici"
fatti arrestare da Robert Fuller nel 2009 sono: James Cromtie, 44 anni, di cui
12 in prigione, un bugiardo patologico, un violento; David Williams, 28 anni,
pluripregiudicato, il quale possiede una pistola da quando se ne compra una coi
soldi datigli dall'FBI; Onta Williams, 32 anni, una vita dentro e fuori le
prigioni; Laguerre Payen, 27 anni, pregiudicato, schizofrenico sottoposto a
trattamento con psicofarmaci.
I
quattro hanno incontrato questa caricatura di jihadismo soltanto perché un
agente provocatore glielo ha proposto, con insistenze e azioni perseveranti,
prospettando loro denaro e armi. Li ha messi insieme lui, insomma. L'allegra
compagnia "islamista" non si priva di droghe, banchetti e sontuose bevute.
Il
ritratto che emerge somiglia a quello di altri personaggi bizzarri che abbiamo
imparato a riconoscere anche nelle cronache sulle deviazioni dei servizi
segreti italiani nel corso degli anni, anche di recente, come nei casi di Mario
Scaramella o Igor Marini. Sempre oltre il filo dell'impostura e della
millanteria, questi soggetti compiono atti che si muovono macchiettisticamente
lungo le frange esterne delle trame dei servizi segreti, con coperture,
depistaggi, manovre che creano confusione, ma sempre disseminate di
riconoscibili contatti con autorità governative. La commistione di vero e falso
dei loro racconti e delle schede che li riguardano sembra indicare anche una
loro strutturale indifferenza psicologica rispetto al confine tra verità e
inganno. Basterebbe poco a smascherare le trame.
Tutta
la vicenda dei quattro balordi di New York somiglia maledettamente a un sistema
messo in piedi qualche anno fa nell'ambito della Guerra al Terrore. Un comitato
di consulenti in seno al Pentagono, il Defense Science Board, nell'estate del
2002 ha proposto la creazione di una squadra di un centinaio di uomini, il P2OG
(Proactive, Preemptive Operations Group, ossia Gruppo azioni attive e
preventive), con il compito di eseguire missioni segrete miranti a 'stimolare reazioni'
nei gruppi terroristici, spingendoli a commettere azioni violente che poi li
metterebbero nelle condizioni di subire il 'contrattacco' delle forze
statunitensi.
Il
paradosso di una simile operazione è spinto fino a limiti estremi. Pare che il
piano debba in qualche modo opporsi al terrorismo causandolo.
In
base al documento prodotto presso il Dipartimento della Difesa statunitense,
altre strategie comprendono il furto di denaro a delle cellule di terroristi o
azioni di depistaggio attraverso comunicazioni false. Viene subito alla mente
il caso del falso comunicato n. 7 delle Brigate Rosse durante il sequestro di
Aldo Moro, nel lontano 1978, uno dei tanti depistaggi degli 'anni di piombo',
quando erano in incubazione su scala limitata i metodi poi estesi alla
globalizzazione della paura.
Gli
atti precisi cui ricorrere per 'stimolare reazioni' nei gruppi terroristici non
sono stati svelati, il tutto in ragione della riservatezza di fonti e contatti
da non compromettere.
Un'organizzazione
come questa è perfetta per creare confusione e depistaggi, quel genere di caos
che si determina nel passaggio dall'«infiltrazione» alla «provocazione».
Il
documento del Pentagono si spinge poi a spiegare che l'uso di questa tattica
consentirebbe di considerare responsabili degli atti terroristici provocati
quei paesi che ospitassero i terroristi, a quel punto considerati dei paesi a
rischio sovranità.
Il
grande giornalista investigativo Seymour Hersh, una mosca bianca fra la grande
stampa, ha rivelato già all'inizio del 2005 che il P2OG è stato
rimesso all'opera.
Cosa svelava Hersh?
«Sotto
il nuovo approccio di Rumsfeld, mi è stato riferito (da fonti interne ai servizi
americani, ndr) che agenti militari USA sarebbero stati autorizzati all'estero
a fingersi uomini d'affari stranieri corrotti, intenti a comprare pezzi di
contrabbando che possano essere utilizzabili per sistemi d'armamento atomici.
In certi casi, stando alle fonti del Pentagono, dei cittadini locali potrebbero
essere reclutati per entrare a far parte di gruppi guerriglieri o terroristici.
Ciò potrebbe comprendere l'organizzazione e l'esecuzione di operazioni di
combattimento, o perfino attività terroristiche.»
Evidenziamo:
«perfino attività terroristiche».
Anche
il prossimo libro di Hersh, di imminente pubblicazione, sarà incentrato
sull'esistenza di un mondo pseudo-terroristico e para-terroristico che ha
pericolosi punti di contatto con strutture dotate di una qualche patina di
legalità.
La
recente vicenda di New York, così come le vicende degli attentati londinesi
reali o sventati tra il 2005 e il 2007, e altri episodi ancora, sembrano
indicare un metodo di lavoro molto consolidato, in grado di inquinare la scena
pubblica con una paura indotta.
Fonte: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=58359&typeb=0&retroscena-di-un-falso-attentato.
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19/02/2012
- Miguel Martinez, Come produrre un terrorista.
05/05/2013
– Giulietto Chiesa, Boston: una prova generale?
27/05/2013
- Matzu Yagi, Attentato di Boston: muoiono agenti e testimoni.
24 luglio 2014
Tra Putin e Frank Capra. Aria di guerra mondiale
di Pino Cabras.
da Megachip.
Con Pandora TV analizziamo un originale video, un
pezzo di propaganda, per giunta fatta maledettamente bene: non è tutti i giorni
che si producono video con un'infografica così ben curata. La clip di 3 minuti
si rivolge a un pubblico di nazionalisti russi (milioni di spettatori), ma
colpisce anche chi non è il destinatario diretto, muovendo (manipolando)
sensazioni profonde. Dove avevo già provato la stessa impressione? Poi dirò.
Il video incalza lo spettatore con una ricostruzione
geopolitica globale che spiega la portata di quanto avviene in Ucraina e si
rivolge con severità a una vasta platea di “interventisti da tastiera” o “da
divano”, cioè quegli impazienti che fanno appello a Vladimir Putin affinché
sconfigga i massacratori nazisti che stanno facendo strage fra i russi
d'Ucraina e gli chiedono una grande azione militare diretta. Ossia un'invasione dell'Ucraina.
Il video spiega agli interventisti perché l'entrata
sul suolo di un paese già virtualmente in bancarotta, qual è l'Ucraina, sarebbe
chiamata aggressione, e addosserebbe soltanto ai russi le responsabilità
drammatiche della sua catastrofe economica, per giunta nel contesto di una
trappola bellica: gli USA, vicini a essere travolti dal debito e dalla crisi
del dollaro, preferirebbero scatenare ora una grande guerra in cui bruciare i
libri mastri e azzerare la spirale debitoria giunta ormai a 17 trilioni di
dollari.
Dunque? «La scelta è tra una decisione cattiva e una
pessima»: sopportare alcune centinaia di vittime o doverne sopportare persino
milioni. Il Cremlino ha “già dato” trent'anni fa con l'Afghanistan. Fu un’altra
trappola, preparata meticolosamente dagli USA ai danni dell’URSS. Ergo: oggi
non si deve cadere nella trappola preparata anche a Kiev da una Washington che
non cambia schema.
In Occidente non siamo più abituati a questa
franchezza. A Mosca, l'ultimo paradossale sgarbo che si fa al
sistema mediatico Occidentale, zavorrato dalla menzogna, è questo: manipolare
le masse proprio con dosi brutali di verità. O dosi di verità brutali. È
stato così anche nella impressionante conferenza
stampa dei capi militari russi sul misterioso abbattimento del volo della
Malaysia Airlines, mentre gli USA finora non hanno tirato fuori neanche una foto. Solo i loro megafoni tirano fuori video tratti dalla rete, grossolane falsificazioni che i media e i militari russi hanno sbugiardato in mezza giornata.
C'è in questo tutta la cifra degli anni di Putin,
caratterizzati da una politica internazionale che mira a essere “prevedibile”,
ossia molto chiara nel dichiarare i propri interessi di lungo periodo, che ci piacciano o meno.
Le classi dirigenti dei paesi BRICS ormai non
capiscono più la “lingua di legno” dei leader politici occidentali (in
prevalenza insignificanti maggiordomi dei loro opachi elemosinieri elettorali),
mentre s'intendono benissimo con la dirigenza russa, che fa quel che dice e
dice quel che fa. E infatti pochi giorni fa i paesi BRICS hanno deciso di fare
una banca alternativa alla Banca mondiale.
Sono decollati molti aerei da quel giorno. Uno è stato
abbattuto.
Che con Putin si possa parlare chiaro lo sa molto bene anche Angela Merkel, che invece non sa che
farsene delle promesse di Obama di non spiarla, e sa che una rottura con Mosca
farebbe crollare l'economia tedesca con tutto il vantaggioso meccanismo di
prelievo dell'euro. Eppure lei, come tutti i colleghi dei paesi NATO, ha margini
di manovra sempre più stretti, in mezzo a uno spionaggio praticamente
totalitario e a un conseguente potere di ricatto e intimidazione senza pari
nella storia, interamente nelle mani di Washington, Londra e New York.
Contrariamente a quello che dicono gli apparati della
menzogna - capaci di occultare le stragi di civili a Gaza in Terrasanta, a
Mosul in Iraq e nel Donbass in Ucraina – la Russia non ha mai avuto alcuna
intenzione di invadere l'Ucraina. Uno
dei dispacci d'ambasciata rivelati da Wikileaks, risalente al 2008, mostra
molto bene che il Cremlino aveva già chiaro allora quale sarebbe stato lo
scenario più plausibile:
«Gli esperti affermano che la Russia sia assai preoccupata per le forti divisioni che esistono in Ucraina in merito alla decisione di aderire alla NATO, a causa della forte componente etnica russa che manifesta contrarietà all’adesione e che potrebbe portare a forti opposizioni, violenze o nel caso peggiore, alla guerra civile. In questo caso la Russia dovrebbe decidere se intervenire, e questa è una decisione che la Russia non vuole dover fronteggiare».
Era manifesto da anni che la Russia considerava
l'eventuale ingresso dell’Ucraina nella NATO come un attentato diretto e
immediato ai propri interessi strategici. L’istituzione recentemente avvenuta a
Kiev di un regime russofobico con forti componenti naziste ha spinto Mosca a
dar seguito al referendum secessionista della Crimea, riportandola alla sovranità della Russia,
la quale non può permettersi di perdere le sue basi militari lì dislocate senza
ricevere un danno strategico irreparabile.
E tuttavia, così come si poteva prevedere questa forma
di "autotutela della superpotenza", avvenuta senza che in Crimea si sparasse, era
altrettanto prevedibile che la Russia non si sarebbe precipitata dentro il
trappolone teso in Ucraina orientale dalle vecchie teste d'uovo americane della
guerra fredda.
Qui, c’è un'ulteriore differenza rispetto
all'Occidente. Mentre Obama e Cameron aizzano alla russofobia, in Russia si
dice ai nazionalisti: “non diffondere il panico!”
Si respira nel video la cupezza di questo momento, in
cui i fronti di guerra si moltiplicano, e sembrano tutti in grado di accendere
la grande polveriera. La clip vibra alle frequenze di questo scenario
pre-apocalittico. Dove avevo già provato la stessa impressione? Ora dunque ve lo dico.
Anni fa avevo visto spezzoni di documentari di Frank
Capra e John Ford che spiegavano in modo martellante e preciso le ragioni
geopolitiche per le quali gli Stati Uniti andavano alla guerra contro i nazisti
e i giapponesi. Di Frank Capra è memorabile Why We
Fight (“Perché combattiamo”, NdT).
Nello stile e con la tecnologia del tempo, si vedevano
anche lì delle infografiche chiare, mappe geopolitiche animate, frasi secche e
precise, E si diceva senza addolcire la pillola che il sacrificio sarebbe stato enorme: milioni di morti, immense distese di croci. L'allusione è simile anche nel
video russo di oggi.
La differenza sta nel fatto che ai combattenti
americani si “vendeva” la necessità della guerra, mentre il video russo “vende”
la necessità di evitarla, almeno per ora.
Eppure il peso calato sul piatto è lo stesso: una sfida
mondiale, apocalittica, in cui il linguaggio è quello della “gravitas”. Perché
è tornato lo spettro della guerra totale.
I russi si sono spiegati bene. Io sarei per ascoltarli
con attenzione, e da europeo comincerei a scaricare nella pattumiera della
storia la banda di nazistoidi e capitalisti mafiosi che massacra i russi
d'Ucraina, prima che ci trascini tutti in guerra.
Il fatto che i governi e quasi tutti i partiti europei
siano stati sin qui complici degli avventuristi di Kiev la dice lunga sulla
loro miopia politica e la loro subalternità al disperato disegno imperiale atlantista.
Un'Europa che si auto-mutila perdendo gli affari e gli
accordi di mutua sicurezza con la Russia si sta privando di ogni spiraglio per
sopravvivere alla Grande Crisi. Significa affidarsi a una scommessa folle sull’orlo
di una guerra combattuta in un mondo nuclearizzato.
Qualche video ben fatto bisogna farlo anche qui a
Ovest, per spiegarlo a chi non ha capito la posta in gioco.
19 luglio 2014
Aereo abbattuto: sicuri che siano stati i filorussi?
di Marcello Foa.
Sono in vacanza e ho poco accesso a internet. La vicenda dell’aereo abbattuto sui cieli dell’Ucraina è molto importante e foriera di sviluppi geostrategici fondamentali. Sono colpito ma non sorpreso dal comportamento dei media occidentali e del presidente Obama che hanno puntato il dito contro i filorussi. Sin dai primi momenti dopo l’abbattimento dell’aereo ho visto molti indizi di spin, naturalmente invisibili al grande pubblico.
Io non so quale sia la verità, ma non è ragionevole nè equo in questo momento accusare i filorussi.
Il Sussidiario mi ha intervistato su questo tema, ripropongo qui il testo dell’intervista, rinnovando l’invito alla cautela.
Ci sono diversi elementi che sembrano far pendere la responsabilità di quanto accaduto verso i ribelli filorussi, lei che idea si è fatto?
Al momento mi limito a leggere e studiare tutte queste ricostruzioni con molta cautela. In prima ragione perché seguendo eventi internazionali da lungo tempo sono consapevole che ci sono in casi analoghi dei cambiamenti improvvisi e la probabilità che la verità non salti fuori in prima battuta è molto alta
La seconda ragione?
La seconda ragione è che abbiamo una memoria recente di due episodi in cui il cattivo di turno alla fine non è risultato tale.
A quali episodi si riferisce?
Mi riferisco alle accuse contro quegli stati cosiddetti canaglia che poi si sono rivelate non veritiere. E cioè l’Iraq di Saddam Hussein con le sue armi di distruzione di massa mai trovate, e le accuse alla Siria di Assad di aver compiuto stragi con armi chimiche, quando poi si è saputo che a farle sono stati i ribelli islamici dell’Isis. I lettori più attenti si ricorderanno come un anno fa per queste accuse si è arrivati a un soffio dalla guerra contro la Siria.
Però l’ipotesi dell’errore sembra alquanto ragionevole, non crede? In fondo le guerre sono costellate di terribili errori di cui pagano le conseguenze i civili.
Delle ricostruzioni che ho letto al momento non mi convince nessuna. C’è chi dice che è colpa dei russi, chi dei ribelli, c’è chi dice che in realtà il Boeing era stato seguito da jet militari ucraini e che sono stati loro a far fuoco. E’ vero che i ribelli hanno armi molto dotate, ma hanno missili, e questo è provato, che raggiungono al massimo i 4mila metri di altitudine e per centrare un aereo a 10mila metri bisogna avere armi più sofisticate.
Siamo davanti a un bel mistero, su questo non c’è dubbio…
Una risposta adesso vale l’altra. La mia sensazione è che siamo davanti a un autentico war game. Ai tempi della guerra fredda di avvenimenti analoghi ce ne sono stati molti, la gran parte dei quali ancora oggi nascosta all’opinione pubblica. Potremmo perfino supporre un avvenimento procurato allo scopo di ribaltare la guerra sul terreno. Personalmente, al momento non sposo le ricostruzioni che in queste ore prevalgono in maniera netta sui media occidentali, che cioè siano stati i filorussi.
C’è poi la gravissima responsabilità, non chiarita, di cosa ci facesse una aereo civile in una zona di guerra.
Il buon senso dice che in quella zona non bisognerebbe volare. Ma vorrei portare l’attenzione su che cosa succedeva sul terreno fino a 48 ore prima.
Si spieghi.
La guerra in Ucraina ha avuto una vampata e poi non si è saputo più niente. Se andiamo a vedere invece cosa succedeva sul terreno fino a prima dell’incidente, veniamo a sapere che gli ucraini stavano subendo pesanti sconfitte. Questo è un elemento che va considerato, un episodio di questo genere scombussola completamente le carte in tavola.
C’è un elemento però interessante delle ultime ore: Putin che dice di voler trattare con il presidente ucraino il fine duraturo delle ostilità. Che ne pensa?
Putin, se è per quello, ha parlato anche con Obama. Un’eventualità del genere me la auguro ma non ci credo.
Perché?
La crisi ucraina non nasce tanto da una situazione di differenza etnica fra russi e ucraini, quanto da una rivoluzione avvenuta nel paese. Quando ci sono interessi così alti in gioco, l’esperienza insegna che più la partita è grande, più episodi di questo tipo portano solo all’allargamento del conflitto in atto. Se la Russia viene messa all’angolo dall’Occidente il rischio è una nuova guerra fredda, con conseguenze che non possiamo immaginare e questo da europeo mi preoccupa.
Fonte: http://blog.ilgiornale.it/foa/2014/07/19/aereo-abbattuto-sicuri-che-siano-stati-i-filorussi/.
Etichette:
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