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24 luglio 2014

Tra Putin e Frank Capra. Aria di guerra mondiale

di Pino Cabras.


http://www.pandoratv.it/?p=1587

Con Pandora TV analizziamo un originale video, un pezzo di propaganda, per giunta fatta maledettamente bene: non è tutti i giorni che si producono video con un'infografica così ben curata. La clip di 3 minuti si rivolge a un pubblico di nazionalisti russi (milioni di spettatori), ma colpisce anche chi non è il destinatario diretto, muovendo (manipolando) sensazioni profonde. Dove avevo già provato la stessa impressione? Poi dirò.

Il video incalza lo spettatore con una ricostruzione geopolitica globale che spiega la portata di quanto avviene in Ucraina e si rivolge con severità a una vasta platea di “interventisti da tastiera” o “da divano”, cioè quegli impazienti che fanno appello a Vladimir Putin affinché sconfigga i massacratori nazisti che stanno facendo strage fra i russi d'Ucraina e gli chiedono una grande azione militare diretta. Ossia un'invasione dell'Ucraina.
Il video spiega agli interventisti perché l'entrata sul suolo di un paese già virtualmente in bancarotta, qual è l'Ucraina, sarebbe chiamata aggressione, e addosserebbe soltanto ai russi le responsabilità drammatiche della sua catastrofe economica, per giunta nel contesto di una trappola bellica: gli USA, vicini a essere travolti dal debito e dalla crisi del dollaro, preferirebbero scatenare ora una grande guerra in cui bruciare i libri mastri e azzerare la spirale debitoria giunta ormai a 17 trilioni di dollari.
Dunque? «La scelta è tra una decisione cattiva e una pessima»: sopportare alcune centinaia di vittime o doverne sopportare persino milioni. Il Cremlino ha “già dato” trent'anni fa con l'Afghanistan. Fu un’altra trappola, preparata meticolosamente dagli USA ai danni dell’URSS. Ergo: oggi non si deve cadere nella trappola preparata anche a Kiev da una Washington che non cambia schema.

In Occidente non siamo più abituati a questa franchezza. A Mosca, l'ultimo paradossale sgarbo che si fa al sistema mediatico Occidentale, zavorrato dalla menzogna, è questo: manipolare le masse proprio con dosi brutali di verità. O dosi di verità brutali. È stato così anche nella impressionante conferenza stampa dei capi militari russi sul misterioso abbattimento del volo della Malaysia Airlines, mentre gli USA finora non hanno tirato fuori neanche una foto. Solo i loro megafoni tirano fuori video tratti dalla rete, grossolane falsificazioni che i media e i militari russi hanno sbugiardato in mezza giornata.

C'è in questo tutta la cifra degli anni di Putin, caratterizzati da una politica internazionale che mira a essere “prevedibile”, ossia molto chiara nel dichiarare i propri interessi di lungo periodo, che ci piacciano o meno.
Le classi dirigenti dei paesi BRICS ormai non capiscono più la “lingua di legno” dei leader politici occidentali (in prevalenza insignificanti maggiordomi dei loro opachi elemosinieri elettorali), mentre s'intendono benissimo con la dirigenza russa, che fa quel che dice e dice quel che fa. E infatti pochi giorni fa i paesi BRICS hanno deciso di fare una banca alternativa alla Banca mondiale. 
Sono decollati molti aerei da quel giorno. Uno è stato abbattuto.

Che con Putin si possa parlare chiaro lo sa molto bene anche Angela Merkel, che invece non sa che farsene delle promesse di Obama di non spiarla, e sa che una rottura con Mosca farebbe crollare l'economia tedesca con tutto il vantaggioso meccanismo di prelievo dell'euro. Eppure lei, come tutti i colleghi dei paesi NATO, ha margini di manovra sempre più stretti, in mezzo a uno spionaggio praticamente totalitario e a un conseguente potere di ricatto e intimidazione senza pari nella storia, interamente nelle mani di Washington, Londra e New York.
Contrariamente a quello che dicono gli apparati della menzogna - capaci di occultare le stragi di civili a Gaza in Terrasanta, a Mosul in Iraq e nel Donbass in Ucraina – la Russia non ha mai avuto alcuna intenzione di invadere l'Ucraina. Uno dei dispacci d'ambasciata rivelati da Wikileaks, risalente al 2008, mostra molto bene che il Cremlino aveva già chiaro allora quale sarebbe stato lo scenario più plausibile:
«Gli esperti affermano che la Russia sia assai preoccupata per le forti divisioni che esistono in Ucraina in merito alla decisione di aderire alla NATO, a causa della forte componente etnica russa che manifesta contrarietà all’adesione e che potrebbe portare a forti opposizioni, violenze o nel caso peggiore, alla guerra civile. In questo caso la Russia dovrebbe decidere se intervenire, e questa è una decisione che la Russia non vuole dover fronteggiare».
Era manifesto da anni che la Russia considerava l'eventuale ingresso dell’Ucraina nella NATO come un attentato diretto e immediato ai propri interessi strategici. L’istituzione recentemente avvenuta a Kiev di un regime russofobico con forti componenti naziste ha spinto Mosca a dar seguito al referendum secessionista della Crimea, riportandola alla sovranità della Russia, la quale non può permettersi di perdere le sue basi militari lì dislocate senza ricevere un danno strategico irreparabile.

E tuttavia, così come si poteva prevedere questa forma di "autotutela della superpotenza", avvenuta senza che in Crimea si sparasse, era altrettanto prevedibile che la Russia non si sarebbe precipitata dentro il trappolone teso in Ucraina orientale dalle vecchie teste d'uovo americane della guerra fredda.
Qui, c’è un'ulteriore differenza rispetto all'Occidente. Mentre Obama e Cameron aizzano alla russofobia, in Russia si dice ai nazionalisti: “non diffondere il panico!”

Si respira nel video la cupezza di questo momento, in cui i fronti di guerra si moltiplicano, e sembrano tutti in grado di accendere la grande polveriera. La clip vibra alle frequenze di questo scenario pre-apocalittico. Dove avevo già provato la stessa impressione? Ora dunque ve lo dico.
Anni fa avevo visto spezzoni di documentari di Frank Capra e John Ford che spiegavano in modo martellante e preciso le ragioni geopolitiche per le quali gli Stati Uniti andavano alla guerra contro i nazisti e i giapponesi. Di Frank Capra è memorabile Why We Fight (“Perché combattiamo”, NdT).

Nello stile e con la tecnologia del tempo, si vedevano anche lì delle infografiche chiare, mappe geopolitiche animate, frasi secche e precise, E si diceva senza addolcire la pillola che il sacrificio sarebbe stato enorme: milioni di morti, immense distese di croci. L'allusione è simile anche nel video russo di oggi.

La differenza sta nel fatto che ai combattenti americani si “vendeva” la necessità della guerra, mentre il video russo “vende” la necessità di evitarla, almeno per ora.
Eppure il peso calato sul piatto è lo stesso: una sfida mondiale, apocalittica, in cui il linguaggio è quello della “gravitas”. Perché è tornato lo spettro della guerra totale.

I russi si sono spiegati bene. Io sarei per ascoltarli con attenzione, e da europeo comincerei a scaricare nella pattumiera della storia la banda di nazistoidi e capitalisti mafiosi che massacra i russi d'Ucraina, prima che ci trascini tutti in guerra.

Il fatto che i governi e quasi tutti i partiti europei siano stati sin qui complici degli avventuristi di Kiev la dice lunga sulla loro miopia politica e la loro subalternità al disperato disegno imperiale atlantista.
Un'Europa che si auto-mutila perdendo gli affari e gli accordi di mutua sicurezza con la Russia si sta privando di ogni spiraglio per sopravvivere alla Grande Crisi. Significa affidarsi a una scommessa folle sull’orlo di una guerra combattuta in un mondo nuclearizzato.

Qualche video ben fatto bisogna farlo anche qui a Ovest, per spiegarlo a chi non ha capito la posta in gioco.


5 settembre 2013

Giulietto Chiesa: la guerra dei bugiardi al cubo

di Giulietto Chiesa
da La Voce delle Voci di settembre 2013.

Con tutta probabilità il 2013 finirà in guerra. Il colpo contro Damasco viene presentato come “limitato”, “breve”, come un “avvertimento”. In realtà è solo un trucco (questa è una storia di trucchi) per cominciare una guerra lunga. Quanto lunga? Infinita. Cioè fino alla fine. La nostra fine, quella di coloro che leggono queste righe.

In realtà è la prosecuzione di una guerra che cominciò l’11 settembre 2001, ma furono in pochi ad accorgersene. E non se ne accorsero perché non avevano capito che l’Impero era entrato in una crisi ormai irreversibile, e che stava cercando di predisporre gli strumenti politici, militari, psicologici per cambiare il corso della storia, e prolungare a tutti i costi (nostri) il suo potere.
Siamo dunque in guerra da dodici anni, ma facciamo fatica a capire come mai le cose vanno sempre peggio e come mai gli eventi accelerano la loro caduta verso il basso.
È perché, di nuovo, non abbiamo capito bene quello che sta succedendo.

Kosovo, Afghanistan, Iraq, “primavere arabe”, Libia, colpo di stato in Egitto, erano e sono mosse della stessa partita.
Quella siriana è l’ultima in ordine di tempo, ma non è l’ultima affatto.
Come sa ogni discreto giocatore di scacchi, non si può vincere nessuna partita se non si sa prevedere le mosse successive. Quella dopo sarà l’Iran. E ogni passo in avanti delle pedine sarà più grave del precedente, poiché l’Impero ha perso il controllo e la sua “cura” della crisi è peggio della malattia. Non funziona. E sapete perché? Perché Impero vuole dire crescita infinita. E la crescita infinita è invece “finita”.

È finita “l’era dell’abbondanza” ed è cominciata “l’era dell’ insufficienza”. E, se si poteva convincere, costringere a comprare tutto il comprabile, con il fascino della bellezza e, appunto, dell’abbondanza, è molto difficile convincere la gente a tirare la cinghia. Ci vuole la violenza per ottenere questo risultato. Diciamo dunque che ci stanno facendo entrare nella fase pedagogica in cui dobbiamo imparare a subire la violenza.

Ma c’è grande confusione sotto il cielo. Questo nuovo avvitamento ha un che di stralunato. Anche i Padroni Universali pare siano sotto l’urgenza del tempo. Dunque pasticciano. Le guerre precedenti erano state preparate decisamente meglio. Questa sembra avviarsi nel mezzo di convulsioni gravi. Il Parlamento britannico si ribella e mette alle corde Cameron. 
Obama è costretto a fare marcia indietro e a chiedere il parere del Congresso. Lo avrà, io penso, ma sarà utile ricordare che Obama prende una tale decisione contro la volontà di tutto lo staff del proprio Consiglio di Sicurezza. E sapete con quale argomento? Questo, in sintesi: potremmo attaccare senza l’avallo del Congresso, ma dobbiamo sapere che, dopo (la “mossa successiva” di cui ho parlato prima, ndr) quando dovremo andare contro l’Iran, cioè quando dovremo lanciare una nuova guerra di grandi proporzioni non limitata nel tempo e negli obiettivi, allora avremo bisogno di un’autorizzazione formale. Dunque è meglio chiederla anche ora. L’ha riferito il New York Times e io ho una grande fiducia nel New York Times quando annuncia la guerra.
Questa è stata la ragione del rinvio dell’attacco. Che sarà solo di qualche giorno. Le lobbies filoisraeliana e filosaudita che manovrano a Washington avranno facilmente ragione di ogni titubanza.
L’America, quando sono in gioco le sorti dell’Impero, non si divide.
Per ora.
E i sondaggi dicono tutti che il 60% degli americani è pronto a sostenere un attacco contro l’Iran. Dunque si proceda. Singolare, e curioso (ma poiché siamo in pieno delirio possiamo anche ridere un po’), gl’ispiratori principali di questa guerra, e della prossima, sono i fondamentalisti religiosi: i capi sionisti di Israele e i capi wahhabiti dell’Arabia Saudita. Entrambi decisi a stroncare la serpe sciita di Teheran.

Dunque la guerra imperiale è ora sotto l’egida di una specie di, congiunta, guerra di religione. Suggerisco di non sottovalutarne il significato, specie agli ottimisti (che abbondano sempre): quando Dio entra in questa sindrome, la legge di Murphy (“se le cose possono andare peggio, vuol dire che finiranno peggio”) diventa inesorabile.
Il fatto è che gli Stati Uniti non hanno più una linea che sia la loro. Dell’Impero rappresentavano il braccio statuale armato. Ma come stato dovrebbero anche sottostare a certe regole. Almeno ad alcune. E qui viene il problema perché anche in Occidente cominciano a manifestarsi incrinature, che prima non c’erano. I Masters of The Universe vogliono andare allo scontro con il resto del mondo, perché sono consapevoli che ogni alternativa di pace e di cooperazione dev’essere esclusa, in quanto sancisce la fine dell’Impero.
Ma il resto del mondo non è virtuale: c’è la Cina, e anche la Russia. Ci sono sei miliardi d’individui che vogliono vivere e non solo sopravvivere.
E’ qui che frana l’America, che non è più in grado di gestire le convulsioni.
Diciamo che stiamo osservando una crisi di egemonia. C’è una gran confusione. Ci sono diversi attori, ormai potenti, che parlano. Perfino la Bonino, ministro degli esteri di un paese inesistente, osa fare dei distinguo. Non s’era mai vista una cosa del genere.
Il Papa di Roma (lunga vita a Papa Luciani!) sembra un pezzo anomalo di una macchina che cammina a stento. Vede la terza guerra mondiale e, per giunta, lo dice senza neanche chiedere l’autorizzazione di Washington. A differenza del Beato Giovanni Paolo II, non ha da rendere conto del miliarduccio di dollari che ricevette per versarlo a Solidarność. E dunque parla. E digiuna: che disastro d’immagine per Obama. Che andrà in guerra, ma con l’Occidente spaccato, con al seguito solo il burattino Hollande, che è stato eletto con i voti di sinistra. Si procederà a vista, o la va o la spacca. Poi ci si affaccerà sui confini dell’Iran.

Ma bisogna guardarsi dai sempliciotti che sognano una reazione militare immediata di Mosca, tanto meno di Pechino. Non ci sarà nessuna reazione militare. Mosca e Pechino rispondono e risponderanno asimmetricamente. Non sono sciocchi e vogliono aspettare seduti sulla riva del fiume . Lo scontro vero – che nessuno oggi può sapere quali dimensioni e forme assumerà, anche perché nessuno sa con precisione quali armi saranno messe in funzione – è ancora in preparazione e richiederà un certo periodo di tempo, molte verifiche sul campo, molto studio di mosse e contromosse reciproche.

Ma l’accelerazione si vede e si sente. Avete presente come si muove una valanga? Avete presente che tra il 1929 e il 1939 (inizio della seconda guerra mondiale) ci furono dieci anni? Avete presente che l’esplosione della finanza mondiale cominciò nel 2008? Aggiungete dieci anni e farà 2018.
Lo so che la storia non si ripete mai. Ma la stupidità umana (specie quella delle élites dirigenti) è una costante universale.
E, se osserviamo l’impazzimento generale che contraddistingue perfino i mentitori, i gatekeepers, dovremmo essere molto preoccupati. Perché si può mentire in modo credibile, raccattando argomenti dai rigattieri del buon senso. Ma qui siamo di fronte a portavoce che non solo si contraddicono, ma mentono senza argomenti. Bugiardi senza idee, che ripetono a pappagallo ciò che viene detto loro di comunicare.
Tutto il mainstream, dai Ferrara, ai Cazzullo, agli Zucconi, ai De Bortoli, ai Lerner, alle Botteri , danno per acquisito (cioè che Assad ha usato armi chimiche) senza nemmeno soffermarsi un istante sulle prove: che mancano inesorabilmente. E mancheranno anche dopo, sicché la menzogna è già lì, tutta nuda. Eppure non la vedono e la ripetono con sguardi ebeti, incuranti di ogni vergogna, forti dell’impunità che viene loro garantita, insieme agli stipendi che prendono a fine mese. Preoccupante perché già ci annuncia come strilleranno al primo bombardamento sull’Iran. Titolano già ora affibbiando a Bashar frasi che non ha detto, minacce che non ha proferito. Figuriamoci cosa diranno contro gli ayatollah!

Siamo in un acquitrino miasmatico pieno di flatulenze insopportabili che dimostrano lesioni cerebrali e intestinali ormai irrimediabili. Attenzione che questi ci stanno preparando la guerra in casa. E lo faranno fino a che non andremo a stanarli nei loro studi elettronici e non li costringeremo – com’è nostro diritto – a dirci perché hanno mentito sapendo di mentire. E poi li licenzieremo, perché fanno il mestiere senza autorizzazione deontologica.

Infatti abbiamo le prove – noi le abbiamo, le prove – che mentono. Perché basterebbe che andassero a leggere le notizie che pullulano nel web, verificabili, provate, certe, per scoprire che la guerra si fa per cause completamente diverse da quelle, presuntamente umanitarie, che loro invocano.
Ci sono, tra loro, quelli – come Giuliano Ferrara, ex agente informatore della CIA - che, con simpatica e totale improntitudine, ci comunicano perfino che le ragioni umanitarie sono un inutile orpello per indorare la brutalità degl’interessi dell’Impero. Meglio lui, nella sua tracotanza, che i giornalisti e direttori televisivi vigliacchi che, con le loro unte parole, svitano le spolette che uccideranno i civili siriani.

Dunque non ci resta che prepararci. Questo significa dire, chiaro e tondo, che la pace è l’unico modo per sopravvivere. Il che significa che dobbiamo costruire di nuovo un immenso movimento pacifista, italiano, europeo, mondiale.
Dobbiamo preparare ogni forma di resistenza alla guerra . Questa è una parola d’ordine che raccoglie il consenso della stragrande maggioranza. Lo sappiamo. Qui si va con la corrente, non contro la corrente. Solo che bisogna remare in tanti.

E ancora una piccola notazione. L’avvitamento della crisi ha messo in ombra l’Europa e anche tante chiacchiere sull’euro e sulla sovranità monetaria. Si vede che l’accento è altrove. L’Europa, questa penosa Europa, non è il centro della crisi. La crisi – vista nella sua accezione immediata, quella che si sta bruciando nel panico di questi mesi – è finanziaria e mondiale, ma è anche energetica e mondiale, ma anche climatica e mondiale. È questo il contesto dentro cui, volenti o nolenti, saremo chiamati a batterci. È evidente che crisi finanziaria e militare non si elideranno vicendevolmente, ma si sommeranno in modo devastante, straripando in crisi politiche, in governi che cadranno, in fantocci che risorgeranno come zombie. Le Costituzioni saranno stracciate. Tutto ciò nell’arco di una manciata di mesi. È questione di attualità. Lo richiamo perché, ancora una volta, dobbiamo ricordare, anche a noi stessi, che avevamo ragione noi, che venivamo definiti catastrofisti. Ancora oggi mi sento ripetere, talvolta, che il nostro compito è “dare speranze”. Certo la speranza è bella, ma penso sempre di più che, se lo facessimo, faremmo un errore grave. È più che mai il momento della verità, visto che siamo nell’era della menzogna.


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6 agosto 2013

Il nuovo patto transatlantico (TTIP) e il potere dell'economia

di Gaetano Colonna.


Nonostante siano sotto gli occhi di tutti i risultati del liberismo assoluto che ha dominato l'economia globale nel corso degli ultimi decenni, Stati Uniti ed Unione Europea stanno mettendo a punto il nuovo strumento giuridico che consentirà alle grandi compagnie multinazionali di influire sulle scelte sociali e politiche dei singoli Stati europei, allo scopo di affrontare da posizioni rafforzate la competizione globale per l'egemonia sull'economia-mondo del XXI secolo.
Lo scorso luglio infatti, a Washington, si sono ufficialmente aperte le trattative sulla Transatlantic Trade and Investiment Partnership (TTIP), un'ipotesi di accordo economico globale tra Usa e UE che potrebbe stabilire i principi della riorganizzazione economica dell'Occidente nel pieno di una crisi che sempre più dimostra di essere strutturale e non congiunturale. Unione Europea e Stati Uniti, infatti, rappresentano insieme quasi metà del Prodotto Interno Lordo del pianeta ed un terzo del commercio mondiale: ogni giorno tra le due sponde dell'Atlantico vengono scambiati beni e servizi per 2 miliardi di euro, mentre gli investimenti reciproci toccano quasi i 3.000 miliardi di euro. Si tratta quindi non solo dell'area che ha dato storicamente vita al capitalismo occidentale, ma soprattutto della principale concentrazione economico-finanziaria del capitalismo internazionale odierno.
Il progetto TTIP si è sviluppato nel corso della grande crisi epocale che attraversiamo, a partire dal 2007, ma ha conosciuto un'accelerazione negli ultimi mesi, pur restando sotto traccia nell'attenzione mediatica anche a motivo di una particolare riservatezza sui protagonisti effettivi della sua elaborazione, al punto che l'Unione Europea si è rifiutata fino ad ora di fornire i nomi dei componenti della commissione tecnica mista, costituita nel novembre 2011 per predisporre l'agenda dei lavori e le analisi preliminari (High-Level Working Group on Jobs and Growth), a parte quelli dei due responsabili, lo statunitense Ron Kirk ed il commissario per il commercio della Ue, il belga Karel De Gucht: a nulla sono servite, ad esempio, le richieste di conoscere i nomi degli altri autorevoli membri del gruppo di lavoro da parte di Pascoe Sabido, dell'organizzazione Ask the EU, nonostante la sua organizzazione si sia appellata alle norme comunitarie sul diritto all'informazione.


A chi interessa il TTIP?

Non è tuttavia difficile individuare i promotori di questa iniziativa, al di là dei singoli nomi dei protagonisti: sono le grandi multinazionali che dominano il panorama mondiale dell'economia, riuniti in gruppi di pressione su entrambe le sponde dell'Atlantico che da decenni esercitano una fortissima influenza, mediante tutti gli strumenti del lobbying moderno, sugli organismi regolatori del mercato europeo, siano essi l'Unione Europea o i singoli Stati nazionali. Se per esempio consideriamo il principale dei gruppi statunitensi che operano per indirizzare le trattative del TTIP, la Business Coalition for Transatlantic Trade (BCTT), troviamo che nel consiglio direttivo dell'associazione sono direttamente presenti aziende come Amway, Chrysler, Citi, Dow Chemical, FedEx, Ford, General Electrics, IBM, Intel, Johnson & Johnson, JP Morgan Chase, Lilly, MetLife e UPS, mentre tra le associazioni che aderiscono alla coalizione troviamo Business Roundtable, Coalition of Service Industries, Emergency Committee for American Trade, National Association of Manufacturers, National Foreign Trade Council, Trans-Atlantic Business Council, U.S. Chamber of Commerce, U.S. Council for International Business. Ben si vede che il gotha delle grandi imprese americane internazionalizzate è direttamente impegnato per orientare secondo i propri desiderata i rappresentanti dei governi.
Nonostante questo, solamente le preoccupazioni francesi sugli effetti che il TTIP potrebbe avere sui sussidi alla propria industria audiovisiva hanno fatto notizia per qualche giorno, senza che ovviamente il cittadino europeo potesse mettere bene a fuoco i termini della questione.
Eppure questo accordo potrebbe avere effetti importanti su tutti gli aspetti della vita sociale europea nei prossimi decenni, dato che esso investe tutti i settori economici (prodotti, beni e servizi) per assoggettarli al principio fondamentale dell'abolizione di ogni barriera regolamentativa, tariffaria e non, omogeneizzando le normative e gli standard applicativi, eliminando quanto più possibile strumenti a garanzia del consumatore come possono essere, ad esempio, controlli, etichettature e certificazioni, ritenuti tutti "barriere indirette" al libero scambio. Il tutto in una gamma di business che va dalla chimica-farmaceutica alla sanità, dalle auto all'istruzione, dall'agricoltura ai cosiddetti commons (i beni comuni come l'acqua), agli strumenti bancari e finanziari.
L'esempio più semplice è quello degli organismi geneticamente modificati, la cui introduzione massiva nell'agricoltura europea è stata fino ad oggi rallentata da una serie di regole definite dall'Unione Europea, in conseguenza del massiccio rifiuto dell'opinione pubblica continentale nei confronti di queste tecnologie. Regole e controlli che si sono ispirati al cosiddetto "principio di precauzione", secondo cui in presenza di potenziali rischi per la salute e per l'ambiente, sono necessarie speciali cautele nell'introduzione e commercializzazione di tecnologie e di prodotti.
Le grandi multinazionali dell'agro-industria mondiale stanno combattendo da un decennio contro queste regole che a loro dire costituiscono appunto una barriera commerciale indiretta nei confronti di prodotti che, sempre a loro avviso, sarebbero "sostanzialmente equivalenti" alle sementi non ingegnerizzate. Nel caso in cui il TTIP diventasse operativo, a partire dal 2015, molte di queste regolamentazioni che rendono più difficile la diffusione degli Ogm in agricoltura diverrebbero illegittime e quindi i grandi gruppi della chimica e della genetica agricola (spesso aziende dominanti anche nel settore della salute) non avrebbero più ostacoli nella commercializzazione di massa dei loro prodotti in una delle tre più grandi agricolture mondiali, quella europea appunto.


Le multinazionali condizionano la legge degli Stati

In questo modo, quindi, le grandi imprese economiche compiono un passo decisivo nella storia del loro rapporto con il potere regolatorio degli Stati: acquisiscono cioè la capacità di intervenire direttamente sul piano legale contro leggi e regolamenti che esse ritengono non conformi ai propri interessi di profitto.
Il TTIP infatti renderebbe immediatamente possibile citare in giudizio l'Unione Europea e gli Stati nazionali senza dover affrontare la giurisdizione tradizionale pubblica, come già sta accadendo ad esempio nel NAFTA (North-American Free Trade Agreement), eliminando quindi alla radice una delle tradizionali prerogative degli Stati-nazione moderni, vale a dire quello di esercitare il potere giudiziario sul proprio territorio. Non a caso il fenomeno delle investor-state arbitration, che scavalca le giurisdizioni nazionali, si è già sviluppato a livello globale tanto che, alla fine del 2012, erano aperti 514 contenziosi di questo tipo, con una crescita del 250% rispetto all'anno 2000: 58 di essi sono stati aperti solo nell'ultimo anno, dimostrando che il ricorso a questo strumento giuridico non-statale è di crescente importanza per le grandi multinazionali; ben 329 (vale a dire il 64%), interessano gli Usa o la Ue, mettendo in luce una delle più sottili ma fondamentali motivazioni del TTIP, quella appunto di fornire alle imprese multinazionali uno strumento per eliminare quanto più possibile l'intervento normativo dei poteri pubblici rispetto agli interessi di profitto economici.
Non basta: per quanto infatti si possa e si debba oggi essere critici nei confronti dell'Unione Europea, è un fatto che "il Trattato [di Lisbona del 2009] ha creato l'opportunità per la UE di fare tesoro dell'esperienza degli accordi esistenti in tema di investimenti, colmandone le lacune e sviluppando una nuova generazione di trattati, senza necessità di risolvere contenziosi diretti fra investitori e Stati, introducendo obblighi per gli investitori e definizioni più precise e restrittive in merito ai loro diritti" (1). Questa capacità normativa di livello comunitario rappresentava a livello mondiale un'inversione di tendenza rispetto alla crescente capacità del capitalismo internazionale di interferire nel potere legislativo e giudiziario, proprio grazie a strumenti come gli investor-state arbitration.
Non si tratta di una questione da poco, dato che una delle principali linee di tendenza patologiche dei nostri tempi è proprio il fatto che l'economia debordi in maniera ormai incontrollabile nella sfera politico-giuridica, mettendo a rischio diritti essenziali, in primo luogo quelli che tutelano il lavoro, ma anche in tema di protezione dell'ambiente, della salute, dei beni comuni essenziali come suolo, acqua, aria, dei fattori strategici nello sviluppo dei popoli, come la cultura e l'istruzione - insomma tutte quelle aree che dovrebbero essere sottratte alla pura logica del profitto, dato che investono l'essere umano in quanto entità non puramente materiale.


Geopolitica e geo-economia del TTIP

Non vi è dubbio che storicamente lo sviluppo dell'Unione Europea e dell'egemonia del capitalismo Usa siano strettamente connessi. Nessuno può negare infatti che il processo di unificazione europea è stato originariamente dipendente dai legami economici che gli Usa avevano stabilito nel corso della Seconda Guerra mondiale, prima, e consolidato poi con il Piano Marshall, che ha rappresentato un fondamentale strumento di integrazione delle economie del Nord Atlantico. Il TTIP è in perfetta continuità con questa storia: ben comprensibile dunque che lo si voglia introdurre oggi che quell'asse portante della storia economica del secondo dopoguerra è minacciato dalla crescente potenza economica dei Paesi fino ad oggi rimasti ai margini della struttura trilaterale post-bellica, imperniata sugli Usa, Europa occidentale e Giappone. Brasile, Cina, India e Russia sono i nuovi competitori che possono mettere in difficoltà l'asse nord-atlantico, anche perché i loro sistemi politici hanno natura e storia molto diverse da quelli dell'Unione Europea, le cui fondamenta dovrebbero ancora posare sul trinomio libertà, eguaglianza e fraternità.
Il TTIP è quindi prima di tutto concepito nel quadro di una politica di potenza economica che ben poco ha a che vedere con la liberalizzazione dei flussi commerciali e degli investimento a livello mondiale, e ancor meno con quella crescita del lavoro e dell'occupazione che pure viene indicata dai fautori del TTIP come benefico effetto della sua introduzione. Ben poco infatti contano oggi i presunti 120 miliardi di euro di crescita che dovrebbero derivare dall'accordo, dato che, distribuiti nel'arco di un decennio, incidono per nemmeno mezzo punto percentuale del PIL europeo. La crescita in termini di occupazione e di sviluppo non è quindi l'obiettivo reale di cui tanto parlano i documenti del misterioso High Level Working Group on Jobs and Growth, soprattutto in presenza di una crisi che ha devastato l'economia europea in termini che è ancora difficile quantificare, ma rispetto ai quali il citato beneficio è sicuramente ben poca cosa.
Quello che più conta, ai fini della lotta di potere economico globale, è la definizione di una sorta di "carta dei diritti" giuridici fondamentali delle grandi multinazionali, rispetto a quelli dei cittadini e dei lavoratori. Tale "carta dei diritti" si rende sempre più necessaria per le ragioni che l'economista americano Michael Hudson ha recentemente illustrato in modo estremamente chiaro: siamo entrati nella "Fase 2", quella della "eredità" dell'economia speculativa che da trent'anni ha mosso l'economia mondiale, finanziarizzandola. Mentre prima le grandi forze economiche hanno utilizzato speculativamente la loro forza finanziaria, oggi gli stessi protagonisti della speculazione mondiale sono pronti "a comprare proprietà in contanti, a partire dalle proprietà pignorate che le banche vendono a prezzi stracciati" - mentre i cittadini indebitati impiegano i loro salari per pagare i debiti di mutui, carte di credito e acquisiti a rate, restando loro sì e no un quarto della loro disponibilità economica per acquistare beni e servizi.
"Si va creando una nuova classe neo-feudale che vive di rendita, impaziente di acquistare strade per imporvi pedaggi, di acquisire diritti di gestione dei parcometri (come accaduto a Chicago), di comprare prigioni, scuole ed altre infrastrutture essenziali. L'aspirazione è di introdurre costi finanziari e quindi rendite da pedaggio nei prezzi che vengono richiesti per accedere a servizi pubblici essenziali. I prezzi quindi non salgono perché i costi e i salari aumentano ma a motivo di queste rendite monopolistiche e di altre rendite di posizione. (...) Questo ambiente post-speculazione, in un'austerità incatenata al debito, sta permettendo al settore finanziario di diventare un'oligarchia molto simile ai latifondisti del XIX secolo. Si guadagna non più col prestare moneta, dato che l'economia è oberata dai debiti, ma possedendo direttamente beni da cui ricavare una rendita. Siamo quindi nella fase del "collasso economico" dell'economia della speculazione finanziaria. Affrontare questa eredità e la presa di potere della finanza sarà la battaglia politica fondamentale per il resto del XXI secolo"(2).


Un nuovo organismo sociale per l'Europa

La trasformazione della capacità economico-finanziaria in potenza politica è infatti da sempre uno degli aspetti fondamentali della storia del capitalismo, indispensabile per comprendere la crisi attuale e per risolverla.
Il liberismo di matrice anglo-sassone ha sempre costruito questo potere proprio utilizzando l'arma ideologica della libertà di commercio, dell'eliminazione delle barriere tariffarie e della liberalizzazione del profitto da vincoli e obblighi normativi: dietro queste astratte affermazioni si sono in realtà costruiti imperi economici, concentrazioni di capitali, rendite di posizione e oligarchie finanziarie che oggi sono in grado di condizionare la vita di popoli e continenti interi. TTIP è quindi interesse fondamentale solo per quelle aziende multinazionali che hanno oggi bisogno di influire sulle legislazioni statali per difendere le proprie posizioni monopolistiche - non è certo nell'interesse della stragrande maggioranza delle imprese europee, piccole e medie imprese nelle quali l'imprenditore ed i lavoratori collaborano fianco a fianco per fini economici comuni, anche se non sempre con piena coscienza di questa comunanza di vitali interessi economici e sociali.
Chiarire questo punto è fondamentale per il futuro dell'organizzazione sociale dell'Europa: sono proprio le astratte proclamazioni del liberismo che in realtà impediscono che la vita economica, sottratta al pericolo di un nuovo feudalesimo, sia autonomamente organizzata ed amministrata, dato che accordi come TTIP comportano la prosecuzione e l'estensione della patologica commistione della logica del puro profitto con la ricerca del controllo politico, fattori entrambe alla base della crisi sia dell'economia che della democrazia occidentale odierna.
Solo un'economia autonomamente amministrata da imprenditori, lavoratori e consumatori, organizzati in Consigli dell'Economia autonomi dai partiti, può sottrarre la democrazia ai potentati economico-politici che, essendo i veri creatori di questa come delle precedenti crisi del capitalismo, non saranno mai in grado di risolverle con equità ed efficacia. Fino a quando infatti non si comprenderà che l'economia deve essere ricondotta nell'ambito delle pure esigenze della produzione, circolazione e vendita di beni e servizi, restando distinta dalla componente politico-giuridica, per un verso, e culturale-spirituale delle società, dall'altro; e che, di conseguenza, i diritti del lavoro e la creazione della moneta non debbono essere confusi nell'economia, in quanto né il lavoro né la moneta sono merci; fino a quando tutto questo non sarà compreso e tradotto organizzativamente in pratica - il capitalismo occidentale recherà sempre con sé conflitti sociali e guerre fra i popoli. In presenza di un potere economico in grado di dominare quello politico-giuridico, la democrazia non può che rappresentare una finzione dietro la quale si muovono in assoluta libertà gruppi di interessi e poteri occulti.
Il TTIP, i cui colloqui riprenderanno il prossimo ottobre, comporta, da questo punto di vista, un grande pericolo per il futuro assetto dell'Unione Europea, che, già indebolita all'interno da una crisi devastante, si troverà ancor più trascinata nella pedissequa imitazione del capitalismo anglo-sassone, sistema che non è mai stato compatibile con il fondamentale impulso a libertà, eguaglianza e fraternità che da oltre due secoli ispira, nel bene e nel male, la storia di tutta l'Europa.


1) "A transatlantic corporate bill of rights", Corporate Europe Observatory and Transnational Institute, 19 luglio 2013.
http://www.opendemocracy.net/ournhs/corporate-europe-observatory-transnational-institute/transatlantic-corporate-bill-of-rights
2) Michael Hudson, "From the bubble economy to debt deflation and privatization", Real-world Economics Review, issue no. 64, 2 July 2013, pp. 21-22.
http://www.paecon.net/PAEReview/issue64/Hudson64.pdf




Fonte: http://www.clarissa.it/editoriale_n1900/L-accordo-economico-transatlantico-TTIP-e-il-potere-dell-economia

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