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5 agosto 2011

L'onda araba e il nuovo disordine mondiale


di Pino Cabras – da Megachip.


Alcune riflessioni sui fatti nuovi in Libia, in Siria e in altri paesi: cercheremo di sgarbugliare importanti informazioni distorte, documentandoci anche con alcuni terribili video. L’onda araba non è ordinata come piacerebbe ai media. Quotidiani e telegiornali fanno a gara per presentare schemi semplici, con cui rinfrancare la buona coscienza democratica: noi siamo quelli della libertà, e ci sdegniamo con barbari e dittatori. Facile, no? È invece un’idea irriflessiva, per giunta falsa e ipocrita (perché a certi dittatori, amici dei portafogli occidentali, lasciamo fare di tutto).
Ma è pur sempre il discorso politico che spicca su tutti gli altri dal grande rumore di fondo dei media. Si rinuncia a distinguere fra un paese e l’altro, né si pensa alle conseguenze di un atto, specie un atto di guerra, tanto meno si fanno valutazioni realistiche delle forze in campo, dei problemi, degli intrecci etnici. Così, però, non si va da nessuna parte nella comprensione dei fenomeni, e infatti la crisi si presenta con scenari imprevisti che fanno a pezzi ogni credibilità delle narrazioni occidentali. Libia e Siria lo dimostrano.
Il disastro Libia
Puntiamo su Bengasi, allora. L’armata dei ribelli libici è stata fin dall’inizio presentata come una schiera di combattenti adamantini che si battevano per la libertà e la democrazia in nome dei nostri stessi valori di fondo. I media più importanti tacevano le loro azioni da tagliagole e le loro sconcertanti alleanze con le peggiori milizie di fanatici suicidi dell’islamismo estremista. Oggi l’imbarazzo dei media è enorme, al punto da nascondere il disastro della Cirenaica, un caos che vede sbriciolarsi lo schieramento dei ribelli, rende velleitaria qualsiasi loro ambizione strategica, e li fa totalmente dipendere da un massiccio intervento coloniale della NATO, senza apprezzabili consensi nel territorio da “liberare”, anzi.
La pressione che può esercitare la superiorità tecnologica delle potenze coloniali è ancora sufficiente a impedire a Gheddafi di ricostruire un ordinamento nazionale sull’intero suolo libico. Eppure siamo già certi che nessun ordinamento potrà essere imposto dall’Occidente, che - al contrario dei libici anticoloniali - è privo ormai di qualsiasi limpidezza strategica e non potrà mai vincere questa guerra, nonostante il vanaglorioso frasario da Sturmtruppen del segretario generale della NATO, Fogh Rasmussen, che da mesi ogni giorno vede la vittoria all’orizzonte del giorno dopo. Rasmussen si fida dell’uranio impoverito, si fida dei bombardamenti - umanitari, s’intende – che polverizzano i potabilizzatori dell’acqua e i ripetitori tv, gli ospedali e le famiglie dei dirigenti libici.
Aumentando la sua pressione, tuttavia, la NATO potrà solo “somalizzare” la Libia, cioè trasformarla in un ennesimo e incontrollabile “stato fallito”, percorso da milizie, deturpato, esposto a ulteriori emergenze umanitarie. È quel che in parte è già avvenuto, e la responsabilità – sia chiaro - non è di Gheddafi, ma di quel signore che passa le vacanze in Toscana con una faccia ritenuta rispettabile e democratica, quel David Cameron primo ministro britannico. Ed è responsabilità del portabigodini di Carlà. Nonché di quell'instancabile manipolatore di Barack Obush. Per non parlare del Caimandrillo che ci tocca in sorte dalle nostre parti. I civili muoiono ogni giorno, intanto. E chissà quanti ne moriranno nei prossimi anni per i veleni sparsi dai missili della NATO. Niente male per una missione che doveva impedire un’emergenza umanitaria.

La destabilizzazione della Siria
Lo schema si sta ripetendo per la Siria. Quella siriana è una società che a lungo ha compresso i suoi i conflitti latenti e palesi, i punti di frizione, il delicatissimo miscuglio etnico, le aspettative economiche. Su questi punti di frizione si sono innestati i disordini degli ultimi mesi.
Non ci sono dubbi sul fatto che le rivolte siano dovute a una grave insufficienza delle istituzioni, né c’è da dubitare che vengano alla luce perché sono affluite nuove generazioni più che mai in grado di fare confronti e capaci di rivendicare giustizia e cambiamento. Come pure è chiaro che le rivolte si inaspriscono per via dall’assenza di meccanismi di rappresentanza delle istanze di protesta e di critica rispetto al regime modellatosi sulla famiglia Assad. Possiamo anche dire che sembra arrivare drammaticamente fuori tempo la spinta del presidente siriano a «costituzionalizzare» il dissenso. Lui fa conto su una maggioranza reale che lo sostiene ancora, ma la crisi economica figlia della destabilizzazione si mangia pezzo dopo pezzo quel consenso di massa. Regge ancora uno specifico timore che domina i pensieri di milioni di siriani: il timore che la democrazia che qualcuno vorrebbe impiantare a Damasco somigli troppo a quella del vicino Iraq, ossia un cataclisma di violenza e insicurezza. I siriani hanno ospitato milioni di iracheni in fuga, e sanno dunque di cosa si tratta.
Il dramma è in corso, ma ha forse senso esporlo come una faccenda di mostri da sbattere in prima pagina? Andrebbe spiegato con pazienza a tutti i direttori dei giornali e dei TG che Bashar al-Assad non va visto attraverso le lenti della reiterata, stupida, ipocrita “reductio ad Hitlerum” con cui l’Occidente vuole sempre bruciare e “mostrificare” i politici sgraditi intanto che preserva i propri stragisti. Bashar è semmai un uomo politico che sino a poco fa era al centro di tanti equilibri e di tanti “crocevia della stabilità” in una regione di ferro e di fuoco, mentre ora non trova molte sponde internazionali che gli possano far trovare soluzioni, una volta che le manifestazioni assumono un carattere violento, ricambiate dalla reazione repressiva sproporzionata di un potere impreparato a gestire questi conflitti.
Il regime siriano ha provato a imbastire riforme troppo tardive rispetto alla portata del sommovimento geopolitico che è arrivato a interessare anche quel paese. Milioni di siriani gli hanno creduto. Ma queste riforme non hanno trovato appoggio in Occidente, che al contrario dà sponda e sostegno all’opposizione, nei media e sul campo. Non fa bene ad Assad come non ha fatto bene a Gheddafi lasciare che i loro paesi fossero gli unici stati mediterranei al di fuori del dispositivo militare della NATO.
Nei media il sostegno riprende lo schema ‘libertà contro dittatura’, con l’accanimento monocorde di quando si fa molto sul serio e i redattori capiscono subito dove va la corrente. L’intero mainstream occidentale, anche sulla Siria, è una sorta di monolite che adopera un solo standard, un’intelaiatura che si presenta simultaneamente linguistica, mentale, temporale e pratica: il pensiero unico blindato nel messaggio unico, non importa quanto svilito dalle falsificazioni.
Quanto all’intervento straniero sul campo, mettiamola così: l’eventualità che potenze straniere vicine e lontane non c’entrino nulla, da sole o perfino insieme, è davvero molto bassa. Assistiamo alle azioni di milizie armate, che compiono operazioni di una certa complessità militare, agguati, azioni contro caserme. Anche se ci sono molti civili che protestano in modo pacifico, è riduttivo definire «civili» gli autori di certe operazioni, con buona pace delle cronache basate sull’emozione più manipolata. I «civili» non portano armi, e quindi non dovrebbero essere attaccati da nessuno, compresi gli insorgenti antigovernativi. Ma se la parola «civile» equivalesse a «combattente» che si dota di armi - comprese le armi pesanti - contro un governo sovrano fornito di legittimazione, non è immaginabile che un esercito regolare si arrenda a questa tipologia di «civili», ne tolleri senza risposta gli assalti militarizzati; e infine capitoli a una sicura disfatta. Non conosciamo alcuno stato che lo farebbe.
I risultati degli scontri in Siria sono drammatici, e si combinano con le risposte ondivaghe di un regime non privo di divisioni e ancora incerto fra bastone e carota intanto che il tempo gli gioca contro.

La situazione sul campo
Veniamo dunque alle novità di questi giorni, gli stessi giorni in cui le stragi perpetrate dai cirenaici in Libia sono riassunte in pochi trafiletti, la brutale repressione in Bahrein e Yemen neanche in due righe, e perfino lo sgombero delle piazze del Cairo da parte delle truppe speciali affoga nell’indistinto.
Un sito filo-siriano in francese, InfoSyrie.fr, analizza in dettaglio la mole di nozioni sui disordini siriani diffuse dai media mainstream. In un articolo da significativo titolo «Hama: le cifre inverificabili e il coro delle vergini occidentali», il sito francese parte proprio dalle dichiarazioni più solenni:
«Ban Ki-moon, segretario generale dell’ONU, esprime una condanna “vigorosa”, Barack Obama è “inorridito”, Alain Juppé [ministro degli esteri francese] esprime la sua “vibrante preoccupazione”, Roma parla di “atto orribile” e domanda che la questione venga deferita al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Berlino promette nuove sanzioni, Ankara esige che Damasco ritiri l’esercito».
Quali sono le cause di questa comune emozione diplomatica, che in Italia hanno portato persino a richiamare l’ambasciatore a Damasco? «Domenica 31 luglio, le truppe siriane sono entrate ad Hama, la grande città nel nord-ovest del paese, per ristabilirvi il controllo della situazione dopo che migliaia di manifestanti dell’opposizione tengono da alcune settimane la città in uno stato di insurrezione più o meno latente. L’intervento avrebbe causato un centinaio di morti – 95 per la precisione – e decine di feriti tra la popolazione, la quale aveva manifestato venerdì – giorno di preghiera e di raccolta dei manifestanti, indicati nel numero di 500mila – contro il regime di Bashar al-Assad. E, in modo da identificare meglio l’unicità dell’evento per renderlo subito emotivamente riconoscibile dal pubblico, i media l’hanno ribattezzato come il “massacro del Ramadan”».
Quali osservazioni fare in proposito? Siamo di fronte a cifre impressionanti e non verificabili di morti e manifestanti, e sentiamo regolarmente che la violenza viene imputata al solo esercito siriano. Il tutto somiglia come una goccia d’acqua allo schema delle settimane che precedettero la guerra di Libia, quando le cifre sui morti erano pompate, si parlava di fosse comuni inesistenti, e si diffondevano decine di altre bugie. InfoSyrie.fr elenca alcuni semplici elementi per criticare l’impalcatura del “messaggio unico”. Non sono cronache dal Regno del Male, sono spunti di parte, ma sono spunti ragionevoli. Vediamoli nella traduzione integrale curata da Simone Santini:

«La totalità delle stime e delle cifre su vittime e manifestanti anti-Bashar, ad Hama come altrove, proviene dai «cyber-dissidenti» che si trovano all’estero e che si appoggiano, a loro dire, su tutta una rete di corrispondenti locali equipaggiati di telefoni, di cui il meno che si possa dire è che possiedono – aldilà delle magie satellitari – una reattività capace di sfidare le leggi dello spazio-tempo! La fonte più citata dalle agenzie di stampa e dai media occidentali è Rami Abdel Rahmane e il suo «Osservatorio siriano dei diritti dell’Uomo», sulla cui identità aleggia un fitto mistero (si veda l’articolo “Ma insomma chi è – e dove si trova – Rami Abdel Rahmane?”,). Ma su questi argomenti sono degni di “fiducia” anche un certo Ammar Qurabi e la sua Organizzazione nazionale dei diritti dell’Uomo, senza dimenticare Abdel Karim Rihaui e la Lega siriana dei diritti dell’Uomo, nonché Wissam Tarif, rispettabile corrispondente siriano – dall’estero – del gruppo di pressione americano Avaaz (si veda I super poteri del sig. Wissam Tarif”).
Tutte associazioni che si dividono il mercato dell’indignazione e dei comunicati e di cui risulta arduo apprezzare la rappresentatività, l’obiettività nei loro rapporti, e addirittura dove si trovino.
Tutte associazioni che, come notato da uno dei nostri visitatori, non sono in alcun modo affiliate alla ufficiale "Federazione Internazionale dei Diritti Umani", fondata nel 1922 e composta da 164 leghe "omologate" e operative nel 2010 in più di 100 paesi. Viene da credere che la difesa dei diritti umani sia diventata, per una serie di siriani (ma che non si trova necessariamente in Siria), uno strumento di promozione personale...»
Pensiamo un istante a queste riflessioni, e confrontiamole con i titoli di «Repubblica» e di «Le Monde» del 22 luglio 2011: “Hama e Deir ez-Zor – 1.200.000 dimostranti”.
Questa informazione doveva far suonare grandi campanelli d’allarme, visto che la città di Hama non raggiunge i 700mila abitanti. Per quanto ci possano essere margini di errore e non sia cosa semplice poter contare la gente in piazza, questo è un caso di patente disinformazione.
Un conto sono 500mila dimostranti, che possono mettere in ginocchio qualsiasi governo, altra cosa sono 10 o 20 mila persone, che incidono molto di meno e hanno un significato politico molto diverso. Le foto sono impietose nel ridimensionare la fiumana di oppositori.
«Ci sono, con tutta evidenza, dei morti ad Hama, così come altrove» – evidenzia InfoSyrie.fr - «ma il loro numero è sistematicamente esagerato e addossato esclusivamente alle sole forze armate. L’agenzia ufficiale siriana Sana afferma da parte sua che i soldati siriani hanno affrontato a Hama, domenica 31 luglio, dei gruppi armati che avrebbero fatto almeno due morti tra i militari. Questi gruppi avrebbero eretto barricate e dato alle fiamme delle stazioni di polizia. Sana cita inoltre la testimonianza di un abitante secondo cui «decine di uomini organizzati in bande armate sono attualmente appostate sui tetti dei maggiori edifici della città, sono armati di fucili mitragliatori e terrorizzano la popolazione sparando senza tregua». Propaganda? Non esiste in ogni caso alcuna seria ragione per accordare meno credito alle affermazioni governative rispetto quelle di oppositori risoluti ad infangare il più possibile, dall’estero, il potere siriano. E per quanto riguarda l’esistenza ad Hama di cecchini appartenenti all’opposizione armata, rinviamo al video che abbiamo messo on-line il 20 luglio scorso e che mostra senza possibilità di dubbio un poliziotto siriano cadere vittima del fuoco “nemico” (http://www.infosyrie.fr/actualite/groupes-armes-la-preuve-par-limage/).»

[Attenzione: immagini che possono urtare profondamente la vostra sensibilità]
 

Mentre abbiamo già avuto buon gioco a documentare tecnicamente la falsità di un video che mostrava la presunta morte in presa diretta di un ragazzo che filmava un cecchino del regime, qui proponiamo invece un video difficilmente contestabile, che descrive in modo atroce la situazione sul campo in Siria. Sono immagini crude che non sono certo circolate nel mainstream occidentale, ma in Siria e Russia sì.

Anche se sconsiglio vivamente ai più sensibili di guardare questo prossimo video, lo propongo comunque per comprendere bene che le violenze perpetrate contro persone che appoggiano Assad da una parte degli insorti di Hama – legati ai Fratelli musulmani – cambiano totalmente la lettura degli eventi.

Sono mostrati degli uomini che estraggono dal cassone di un pick-up almeno sette cadaveri insanguinati, che vengono poi gettati, uno dopo l'altro, da un ponte che attraversa l’Oronte, il fiume che attraversa Hama, la città siriana che per settimane ha fatto da sfondo a violente proteste e disordini. Hama è anche la roccaforte dell'opposizione islamico-radicale della Fratellanza musulmana siriana: è gente che gira armata, e la vediamo bene nel video successivo, che mostra un quartiere di Hama in mano agli insorti. Il filmato si conclude proprio con la vista dei cadaveri insanguinati ammucchiati sul cassone del pick-up.




L’articolo di InfoSyrie.fr prosegue così:
«è irresponsabile – da parte di giornalisti che pretendono di informare i loro lettori – il presentare, in un modo tanto rassicurante quanto inesatto, i manifestanti di Hama come semplici partigiani di una democrazia pluralista all’occidentale. Ad Hama, più che ovunque in Siria, sono i Fratelli musulmani che operano, che hanno in questa città una loro roccaforte storica, sono loro che dominano, per ammissione degli stessi giornalisti occidentali, l’opposizione radicale all’estero al regime siriano. Sono loro che sembrano beneficiare della benevolenza degli americani, che hanno mandato il loro ambasciatore in parata in mezzo ai manifestanti di Hama. Americani sempre pronti a manipolare – come attualmente in Libia – tutto ciò che torna utile ai loro propositi destabilizzatori. E mettendo in sordina o tacendo il ruolo degli islamisti radicali di Hama, i giornalisti di Le Monde, di Libération, di Le Figaro, o del Nouvel Observateur, fanno il gioco – coscientemente? – del Dipartimento di Stato americano che non ha mai rinunciato all’opportunità storica di rovesciare o almeno fiaccare in modo decisivo un potere che si oppone all’asservimento del mondo arabo da parte di Washington e dei suoi alleati, con grande giovamento di Israele. Tutto questo lo abbiamo più volte detto sul nostro sito, ma non temiamo di ripeterlo finché disinformatori, coscienti o strumentalizzati, continueranno a martellare con le loro approssimazioni e menzogne. Obama è “inorridito” da ciò che succede ad Hama? Allora, secondo logica, dovrebbe essere più che sconvolto per quanto le sue truppe hanno fatto in Iraq negli ultimi otto anni, nonché per quanto i suoi indefettibili alleati israeliani compiono da tanto tempo a Gaza, a Gerusalemme Est, in Cisgiordania e nel sud del Libano, fatti e abusi che, al contrario delle “uccisioni” di Hama, sono stati pienamente dimostrati.»
Prima di precipitare in infinito botta e risposta in cui si finisca per tirare fuori tutti gli scheletri dei rispettivi armadi, la prima bonifica concettuale da operare è questa: non si può ragionare della cruciale crisi siriana senza analizzare la realtà sul campo in tutta la sua complessità, in base agli interessi in gioco, alle caratteristiche reali delle forze che si combattono, ai margini di composizione pacifica delle questioni irrisolte, che sono ampiamente inesplorati. Tutte le guerre degli ultimi vent’anni – per non andare più indietro – sono state condizionate da un’iniezione propagandistica di “buoni intenti” impastati con menzogne mediatiche sempre più intrusive e manipolatrici. I progetti imperiali sono stati insaporiti da demonizzazioni senza ritorno. Cosa succede se al Sarkozy che bombarda la Costa d’Avorio non si negano gli ossequi dei media e dei salotti buoni? Cosa accade se nel frattempo contro l’Assad che spinge l’esercito contro le sedizioni si riservano invece solo destini da Hitler? Succede che si assiste all’asfissia degli sbocchi giuridici e degli spazi di trattativa. Accettare passivamente i classici due pesi e due misure significa conformarsi ai parametri della guerra totale. Ossia una logica unidirezionale e prepotente che non vorrà né potrà trovare soluzioni. Sulla Libia l’ONU si è fatta torcere il braccio ed è stata scortata, in ceppi, fino a sconfessare se stessa e il suo statuto, che non ammette l’approvazione da parte della comunità internazionale di qualsivoglia azione militare contro uno Stato sovrano che non stia turbando la pace e la sicurezza internazionale. Per il momento alla Siria e all’ONU è stata risparmiata una riedizione della Risoluzione n.1973, per l’opposizione di Russia e Cina.
Molte frodi mediatiche sono state smascherate nel corso degli anni, ma l’area pacifista non ne ha fatto tesoro, e anzi ha sempre più ceduto all’idea che si debba dare credito alle “ingerenze umanitarie”, in un progressivo cumulo di disastri che pure sta davanti a tutti. Fare sbagli è parte dell’umana natura. Ma questo non può essere un modo per giustificare la ripetizione degli errori, quanto semmai un modo per apprendere dall'esperienza.
La diabolica perseveranza nell’errore non riesce a farsi una ragione dell’allargarsi delle aree del pianeta in cui sino a pochi anni fa i bambini andavano regolarmente a scuola e gli indici di sviluppo umano erano decenti, mentre ora – dopo l’intervento degli “esportatori di democrazia” - l’unica presenza ordinatrice rimasta ha il rombo sinistro dei fuoristrada civili equipaggiati in maniera artigianale con armi pesanti, intanto che sul cielo sfrecciano aerei senza pilota che perlustrano e bombardano. Li teleguida dall’Ohio o dal Nebraska qualche bravo padre di famiglia ai comandi di una remota consolle. Lui serve la sua giornata come un qualsiasi impiegato davanti a uno schermo, e poi la sera aiuterà i figli a fare i compiti. Non sentirà la responsabilità delle stragi consumate a ottomila chilometri di distanza quando lui ha fatto clic. A tutti coloro che abboccano alle indignazioni a comando – magari per l’impulso di “fare qualcosa” - propongo di riflettere su questo realistico scenario, per valutare dove avvenga la vera deresponsabilizzazione, dove stiano i rischi umanitari, in un tempo in cui nemmeno il dio del deficit riesce a calmare il dio della guerra, che intanto si camuffa nella routine democratica.

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Il nuovo libro di Giulietto Chiesa e Pino Cabras, Barack Obush (Ponte alle Grazie, 2011).

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La liquidazione di Osama, l'intervento in Libia, la manipolazione delle rivolte arabe, la guerra all'Europa e alla Cina: colpi di coda di un impero in declino.
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18 settembre 2010

Lo scandalo Sakineh

di Thierry Meyssan*
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.



Il saggista Bernard- Henry Lévy e il Presidente Nicolas Sarkozy hanno mobilitato l'opinione pubblica francese per sottrarre alla lapidazione una donna iraniana accusata di adulterio. Sommersi dall’emozione, i francesi non si sono presi il tempo per verificare l’accusa, fino a che Dieudonné MBala M’Bala non è andato a Teheran. Una volta lì, la vicenda si è rivelata del tutto falsa.
Thierry Meyssan si sofferma su questa spettacolare e azzardata manipolazione.

L’annuncio di un autodafé del Corano da parte di un pastore statunitense in occasione del nono anniversario degli attentati dell'11 settembre ha scosso il mondo musulmano. La notizia ha avuto contraccolpi diversi a seconda delle culture.
Per gli occidentali questa provocazione va relativizzata. Certo, si tratta di un libro che i musulmani reputano sacro, ma alla fine non è altro che carta che brucia.
Al contrario, nel mondo musulmano, si ritiene che nel bruciare il Corano si tenti di separare gli uomini dalla parola “divina” e di negar loro la salvezza.
Ne sono conseguite reazioni emotive incontrollabili che gli occidentali percepiscono come isteria religiosa. Mai una cosa simile potrebbe manifestarsi in Europa, e ancor meno in Francia, paese forgiato da un secolo di combattiva laicità. Eppure ...

Mobilitazione
Di recente il saggista Bernard-Henri Lévy [1] ha messo in guardia l'opinione pubblica sul caso di Sakineh Mohammadi-Ashtiani, una giovane donna che avrebbe dovuto essere condannata alla lapidazione per adulterio. Ha lanciato una petizione su internet per fare pressione sulle autorità iraniane affinché rinunciassero a cotanta barbarie.
In costante contatto telefonico con il figlio della vittima, che vive a Tabriz (Iran), e con il suo avvocato, Javid Houstan Kian, da poco trasferitosi in Francia per sottrarsi al regime, Lévy non è stato avaro di dettagli: la lapidazione, la cui messa in pratica sarebbe stata interrotta da una moratoria, sarebbe ricominciata su impulso del presidente Ahmadinejad. L’esecuzione della signora Mohammadi-Ashtiani, avrebbe potuto avverarsi alla fine del Ramadan. Nel frattempo, il direttore della sua prigione, furioso per via del chiasso mediatico, le avrebbe fatto infliggere 99 frustate.
Il saggista concentra i suoi attacchi sulle modalità dell’esecuzione. Scrive:
«Perché la lapidazione? Non esiste un altro modo di dare la morte, in Iran? Perché è il più abominevole di tutti. Perché questo attentato contro il volto, questa pioggia di pietre su un volto innocente e nudo, questo raffinarsi della crudeltà che arriva persino a codificare le dimensioni delle pietre per assicurarsi che la vittima soffra più a lungo, sono un raro concentrato di disumanità e barbarie. Perché c’è, in questa maniera di distruggere un volto, di farne esplodere la carne e ridurla a un magma sanguinante, perché c’è in questo gesto di bombardare una faccia fino a farne uscire poltiglia, qualcosa di più che il mettere a morte. La lapidazione non è una condanna a morte. La lapidazione è più che una condanna a morte. La lapidazione è la liquidazione di una carne che è stata processata, in un qualche modo retroattivo, proprio questa carne: la carne di una donna giovane e bella, forse amante, forse amata, e che ha forse goduto di questa felicità di essere amata e di amare.»
Il presidente Sarkozy ha confermato le informazioni di Lévy in occasione della conferenza annuale degli ambasciatori di Francia, [2]. Al termine del suo discorso, ha dichiarato che la condannata era ormai «sotto la responsabilità della Francia».
Ben presto, numerose associazioni e personalità hanno aderito a questo movimento e sono state raccolte più di 140.000 firme. Il primo ministro François Fillon è apparso sugli schermi del principale telegiornale della televisione pubblica per esprimere la sua solidarietà a Sakineh, «sorella di noi tutti», mentre l'ex segretario di Stato per i Diritti Umani, Rama Yade, affermava che la Francia faceva ormai di questo caso una « questione personale».

Mistificazione
Benché non ne abbiano coscienza, la reazione emotiva dei francesi rimanda alla parte religiosa del loro inconscio collettivo. Che siano cristiani o meno, sono stati segnati dalla storia di Gesù e dell'adultera.
Ricordiamo il mito [3].
I farisei, un gruppo di ebrei arroganti, tentano di mettere in difficoltà Gesù. Gli portano una donna appena sorpresa in flagrante adulterio. Secondo la Legge di Mosè, dovrebbe essere lapidata, ma questa sanzione crudele è fortunatamente caduta in disuso. Chiedono allora a Gesù cosa convenga fare: se raccomanderà che la si debba lapidare, apparirà come un fanatico, se rifiuta di punirla, sarà messo sotto accusa per avere sfidato la Legge. Tuttavia, Gesù salva la donna rispondendo loro: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra». Ha dunque invertito il dilemma: se i farisei la lapidano, pretendono di essere puri, se non lo fanno, sono loro a violare la Legge. E il testo precisa: «Si ritirarono uno a uno, a partire dai più anziani».
Questo mito nel pensiero occidentale è il fondamento della separazione tra legge religiosa e civile. L'adultera ha peccato davanti a Dio e non deve renderne conto che a lui. Non ha commesso un reato e dunque non può essere giudicata dagli uomini.
La lapidazione annunciata di Sakineh è avvertita dai francesi come una terribile regressione: la Repubblica islamica dell’Iran dev’essere un regime religioso che applica la Legge di Mosè rivista alla luce del Corano, la Shari‘a. I mullah devono essere dei fanatici fallocrati che reprimono gli amori delle donne fuori del matrimonio e le tengono sottomesse agli uomini. Accecati dal loro stesso oscurantismo, arrivano a uccidere e nella maniera peggiore.
Qui si tratta proprio di isteria religiosa collettiva, perché in un caso del genere la reazione normale di chiunque sarebbe dovuta essere quella di verificare i capi d’accusa. Ma per settimane nessuno si è preso la briga di farlo.

Interrogativi
diedonnembalambalaAvendo a sua volta firmato questa petizione, il leader del partito antisionista Dieudonne M'Bala M'Bala, trovandosi a Teheran nel quadro di un progetto cinematografico, ha desiderato intercedere in favore della condannata. Ha chiesto udienza dalle autorità competenti ed è stato ricevuto da Ali Zadeh, vice presidente del Consiglio della Magistratura e portavoce del Ministro della Giustizia.
L'intervista deve essere stata sul genere di una farsa: con Zadeh che si domandava se il suo interlocutore, umorista di professione, non lo stesse per caso prendendo in giro nel dargli conto della sua apprensione. Mentre dal canto suo M'Bala M'Bala si faceva ripetere più volte le risposte alle sue domande, non potendo credere di essere stato manipolato sino a quel punto. La Repubblica islamica, succeduta alla dittatura dello scià Reza Pahlavi, si è innanzitutto preoccupata di porre fine all’arbitrio e di instaurare uno Stato di diritto quanto più possibile rigoroso. Per quanto riguarda i delitti da giudicare in corte d’assise, già da lungo tempo è previsto l’appello. In qualunque stato della causa, La Corte di Cassazione può essere automaticamente interpellata per verificare la legittimità della procedura. Il sistema giudiziario offre garanzie assai superiori rispetto a quelle dei tribunali francesi, e gli errori sono molto meno frequenti.
Tuttavia, le condanne hanno conservato una particolare durezza. Il paese applica in particolare la pena capitale. Piuttosto che ridurre il “quantum” delle pene, la Repubblica islamica ha scelto di limitarne l’applicazione. Il perdono delle vittime, o dei loro familiari, è sufficiente per annullare l'esecuzione delle pene. Proprio per via di questa disposizione e del suo uso massiccio, non esiste l’istituto della grazia presidenziale.
La pena capitale è spesso comminata, ma molto raramente applicata. Il sistema giudiziario prevede una dilazione di circa cinque anni tra la sentenza e la sua esecuzione, nella speranza che la famiglia della vittima conceda il perdono, e il condannato sia perciò graziato e immediatamente liberato. In pratica, le esecuzioni capitali riguardano soprattutto i grossi trafficanti di droga, i terroristi, e gli omicidi di bambini. L'esecuzione è eseguita per pubblica impiccagione.
Possiamo sperare che la rivoluzione islamica continuerà la sua evoluzione e abolisca prossimamente la pena di morte.
Comunque sia, la Costituzione dell’Iran si basa sul principio della separazione dei poteri. La magistratura è un potere indipendente e il presidente Ahmadinejad non può interferire con una qualsivoglia decisione dei tribunali.

Manipolazioni
Nel caso Sakineh, tutte le informazioni diffuse da Bernard-Henry Levy e confermate da Nicolas Sarkozy sono false.
1. Questa signora non è stata processata per adulterio, ma per omicidio. Inoltre, in Iran non è prevista la condanna per adulterio. Anziché abrogare questa incriminazione, la legge ha prescritto delle condizioni, per poter stabilire il fatto, impossibili da mettere insieme: occorre che quattro persone siano state testimoni nello stesso istante. [3]
2. La Repubblica islamica non riconosce lo Shari‘a, bensì esclusivamente la Legge civile votata dai rappresentanti del popolo in seno al Parlamento.
3. La signora Mohammadi – Ashtiani ha drogato il marito e l’ha fatto uccidere nel sonno dal suo amante, Issa Taheri. Lei e il suo complice sono stati giudicati entrambi in primo e secondo grado. Gli «amanti diabolici» sono stati condannati a morte in tutti e due i gradi del giudizio. La Corte non ha fatto distinzioni di sesso nel pronunciare la condanna degli accusati. Va notato che, nell’atto di accusa, la relazione intima tra i due assassini non è menzionata, proprio perché non la si può provare secondo la legge iraniana, quantunque i parenti la dichiarino come un fatto certo.
4. La pena di morte potrà essere eseguita per impiccagione. La lapidazione, che era in vigore sotto il regime dello scià e per qualche anno ancora dopo la sua deposizione, è stata abolita dalla Rivoluzione islamica. Indignato per le asserzioni di Bernard-Henri Lévy e Nicolas Sarkozy, il vicepresidente iraniano del Consiglio della magistratura ha dichiarato a Dieudonne M'Bala M'Bala di voler sfidare le insigni personalità sioniste a trovare un testo di legge iraniana in vigore che preveda la lapidazione.
5. La sentenza è ora all'esame della Corte di Cassazione, che deve verificare la regolarità di ogni dettaglio della procedura. Se questa non è stata scrupolosamente rispettata, la sentenza sarà annullata. Questa procedura di riesame sospende il processo. Poiché questo non è ancora definitivo, l'imputata gode tuttora della presunzione di innocenza e non si è mai posta la questione di giustiziarla alla fine del Ramadan.
6. Javid Houstan Kian, presentato come l’avvocato della Signora Mohammadi-Ashtiani, è un impostore. È legato al figlio dell’accusata, ma non ha ricevuto alcun mandato da questa signora e non ha avuto alcun contatto con lei. E’ membro dei Mujaheddin del popolo, un'organizzazione terroristica protetta da Israele e dai neo conservatori [4].
7. Il figlio della donna vive normalmente a Tabriz. È libero di esprimersi senza impedimenti e telefona spesso a Lévy per criticare il proprio paese, a riprova del carattere libero e democratico del suo governo.
In definitiva: niente, assolutamente niente nella versione Sarkozy-Lévy della vicenda di Sakineh Mohammadi-Ashtiani, è vero. Forse, Bernard- Henry Lévy ha rilanciato in buona fede delle accuse false che servivano alla sua crociata contro l'Iran.
Quanto al presidente Nicolas Sarkozy non può invocare la negligenza. Il servizio diplomatico francese, il più prestigioso al mondo, gli ha certamente indirizzato tutti i rapporti sul caso. Ha dunque deliberatamente mentito all’opinione pubblica francese, probabilmente per giustificare a posteriori le drastiche sanzioni prese contro l'Iran a danno soprattutto dell'economia francese, già duramente deteriorata dalla sua politica.

*Thierry Meyssan, Analista politico francese, presidente-fondatore del Réseau Voltaire.
Fonte: http://www.voltairenet.org
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.

[1] Si veda il dossier Bernard-Henry Lévy, Réseau Voltaire.
[2] Discours à la conférence annuelle des ambassadeurs de France, di Nicolas Sarkozy, Réseau Voltaire, 25 agosto 2010.
[3] Il termine mito deve essere preso qui nel senso più neutro. Che si creda o no ai Vangeli, la storia della donna adultera appartiene alla simbologia occidentale.
[4] Sullo stesso tipo di disinformazione, si legga Pour diaboliser l’Iran, «Rue 89» confond crimes pédophiles et homosexualité, Réseau Voltaire, 13 juillet 2007.
[5] Si veda il dossier Les Mujahedin-e Khalq, Réseau Voltaire.


Nota di Pino Cabras

L’articolo di Thierry Meyssan, al di là di qualche ossequio di troppo alle presunte virtù liberali del governo iraniano, che purtroppo dà invece oltremodo da fare ad Amnesty International, e al di là di alcune imprecisioni, espone nondimeno dei fatti molto importanti, in grado di ridimensionare drasticamente la rappresentazione corrente della vicenda.

Mi rendo conto che il caso Sakineh, come ogni minaccia concreta della violenza di Stato su una vita umana con un nome e un cognome, ha risvolti morali che ci fanno sentire responsabili della difesa di quella vita e proprio quella. Ma nel caso di specie il piccolo vagone del caso giudiziario iraniano è inserito in un lungo treno composto da carrozze cariche di buona fede e soprattutto da una potente locomotiva mediatica che ha altri scopi, anche se li dissimula benissimo.
Personalmente uso un criterio guida che negli ultimi anni mi ha fornito una mappa infallibile nel percorso delle notizie, anche se sembrerà solo una battuta: quando in una causa compare la firma, l'engagement, il supporto battagliero di Bernard-Henry Lévy, dobbiamo sapere che quella causa è irrimediabilmente contaminata da gravissime falsità: è accaduto nella guerra dell'Ossetia del Sud nel 2008, nella strage di Gaza del 2009, e ora sull'Iran.

I fomentatori della campagna su Sakineh sono stati abilissimi.

Si parte da una causa in sé giusta, su cui già si impegna Amnesty International come in mille altri casi che nessuno di norma si fila.

La si deforma stuzzicando il pregiudizio antiislamico e dipingendola come l'oppressione del Regime sulle donne.

La si personalizza nello stile del "reality show" in base all'assunto che se di un individuo conosci il nome automaticamente diventa un tuo "prossimo" e tirarti fuori sarebbe disumano.

Si crea l'evento autopropulsivo e alla moda, con i VIP - compresi quelli davvero perbene - che associano la loro faccia e la loro lacrima con quel nome concreto.

Si lanciano coinvolgenti aggiornamenti che trascinano la stampa progressista e chi ha un approccio vivace, onesto e impegnato alle notizie.

Infine si scarica il tutto sull'immagine demonizzata di Teheran per costruire il consenso preventivo alla prossima guerra contro l'Iran, durante la quale centinaia di migliaia di donne - come in Iraq - saranno lapidate dalle bombe di un Occidente così femminista da non voler disturbare con un ricordo i loro troppi nomi.

L'articolo di Meyssan richiama il fatto che la procedura penale iraniana attuale rende ardua se non impossibile l’esecuzione di una condanna per adulterio, potendo procedersi solo in presenza di quattro testimoni del fatto, una testimonianza che “deve essere basata sull’osservazione e non sulle congetture”. È una di quelle salvifiche ipocrisie formali dettate dal buon senso che rendono il mondo islamico molto più flessibile di quanto ci si aspetti: si omaggia la forma, gli articoli della legge penale ricalcano certi precetti della Shari‘a, per cui si tiene in piedi un vecchio istituto, ma lo si rende inapplicabile. Quattro testimoni che assistono tutti alla consumazione di un adulterio sarebbero un "unicum" statistico perfino a San Francisco.
La vita pratica dei paesi musulmani offre vari esempi. Mi viene in mente l'istituto islamico del "matrimonio temporaneo", che può durare addirittura solo mezz'ora, con tanto di dote matrimoniale conferita dallo "sposo", anche in vile denaro: così quella mezz'ora la sta passando mica con una prostituta, ma con una moglie.
O i musulmani dello Xinjang che mangiano tranquillamente maiale perché a tavola lo chiamano "montone", riproducendo le gesta dei preti nostrani che mangiavano carne nei venerdì di Quaresima con la formula "ego te baptizo piscem".
A qualunque latitudine la giustizia divina si piega al pragmatico convenzionalismo del vivere umano. Si chiama ipocrisia. Ma l’ipocrisia riporta la durezza della Legge al passo delle cose mondane. Nel male, ma anche nel bene.

La controprova dei due pesi e due misure l'abbiamo dal silenzio della stampa mainstream sul caso di Teresa Lewis. Meritava forse meno clamore? In base a quale ragione, peso, qualità di una vita umana?



7 novembre 2009

Gli Arcana Mundi dell’Ocse

di Mario Seminerio - libertiamo.it.


Altro aggiornamento del superindice Ocse, altro tripudio di pacche sulle spalle ed autocongratulazioni. Siamo fatti così, insuperabili nel dar corpo alle ombre, nel bene e nel male. Dunque, vediamo il dato di settembre: “gli indicatori mostrano chiaramente una crescita in Italia, Francia, Regno Unito e Cina, mentre in Canada e Germania si vedono dei segni di espansione potenziale”. Bene, c’è in atto una ripresa, lo sapevamo da tempo. Quello che molti nostri politici non riescono a cogliere è che un leading indicator esprime una previsione di quello che potrebbe accadere tra sei-nove mesi. Non è assolutamente detto che la previsione si realizzi, ed anzi alcune recenti ricerche segnalano che il grado di correlazione del CLI (Composite Leading Indicator) dell’Ocse con la crescita effettivamente conseguita nei due-tre trimestri successivi si è ridotto, nell’era della globalizzazione.

Ma c’è dell’altro, ed è un caveat metodologico piuttosto serio. Scrive l’Ocse:

«Sebbene i segni di espansione siano evidenti in diversi Paesi, devono essere interpretati con cautela. In effetti il miglioramento atteso dell’attività economica, in rapporto al suo livello potenziale di lungo termine, può essere parzialmente attribuito a un decremento di questo stesso livello potenziale di lungo termine stimato e non soltanto al miglioramento dell’attività economica in sé»

Che tradotto vuol dire: attenzione, perché queste variazioni così vistose del CLI possono derivare dal fatto che ci troviamo in un “nuovo mondo”, dove il potenziale di crescita di lungo periodo si è abbassato. Che, detto in altri termini, suggerisce che ad un boom del CLI può corrispondere, dopo due-tre trimestri, una variazione del Pil piuttosto esigua, e come tale insufficiente a riassorbire la disoccupazione.

Le reazioni politiche di maggioranza al dato sono comprensibili: siamo in una congiuntura mai sperimentata prima, in cui le categorizzazioni a cui eravamo abituati sono venute meno, e dove le correlazioni tra fenomeni si sono in generale indebolite. Si pensi al concetto di benchmark, l’indice di riferimento, nei fondi comuni di investimento. Se in un anno l’indice di borsa perde il 20 per cento ed il mio fondo comune, che su quella borsa investe, perde “solo” il 10 per cento, il gestore verrà a dirmi che “ha battuto il benchmark”, e nella sua ottica è un grande risultato, quasi sempre sufficiente a fargli intascare un robusto bonus. Il risparmiatore viene convinto che, “date le condizioni dei mercati”, possiede un fondo di eccellenza. E’ forse è anche vero ma, come dicono i cinici, “tu non mangi la performance relativa”. Sei comunque più povero che a inizio anno.

A questo concetto corrisponde, nella comunicazione politica di oggi, la nozione di “posti di lavoro salvati”, che appare surreale al senso comune ma serve per rivendicare la giustezza del proprio operato, e che è stata adottata un po’ ovunque, dall’America di Obama alla Francia di Sarkozy. L’obiettivo, dopo un trattamento intensivo fatto di messaggi come questi, è quello di avere un elettorato “confuso e felice”, cioè meno incline al pessimismo, almeno fin quando non viene direttamente colpito da eventi traumatici quali la disoccupazione.

Appuntamento al dato di Pil del primo trimestre 2010, cioè quello maggiormente correlato con la variazione del superindice Ocse di settembre 2009, pubblicata oggi. Ma non trattenete il respiro: sarà una notizia priva di rilievo, un po’ come le smentite date in due righe nelle pagine interne. Difficile che qualcuno dei nostri pensosi editorialisti torni sulla correlazione tra CLI e Pil. E certamente per quell’epoca avremo altri temi su cui dibattere.

Ah, e per quanti preferiscono tenere i piedi per terra, ed al futuribile dei leading indicators preferiscono gli indicatori coincidenti, basati su hard data, ecco il mercato del lavoro americano di ottobre. E non ha per nulla una bella faccia. Ma che c’importa, tanto noi abbiamo “agganciato la ripresa”, come direbbe qualche zelante portavoce.

Fonte: libertiamo.it.
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Aggiornamento: su nFA Sandro Brusco demistifica ulteriormente il battage sulla "ripresa". Per il resto l'informazione rimane spiazzata al solito.

21 ottobre 2009

I generali della guerra del gas si preparano alla battaglia più dura

di Giulietto Chiesa - da Megachip

Improvvisamente, quando il “Nord Stream” si trova ormai sulla soglia del superamento degli ultimi ostacoli burocratici e tecnici, ecco riaffiorare, in Europa e negli Stati Uniti, le polemiche, o meglio espliciti tentativi, di fermarne l'esecuzione.

Il Nord Stream, per i non specialisti, è la grande operazione che Mosca ha intrapreso per aggirare - piazzando i tubi sul fondo del Mar Baltico, da Vyborg a Greifswald - l'ostacolo frapposto dall'Ucraina all'afflusso del suo gas agli utilizzatori occidentali. Che si tratti di un ostacolo Mosca l'ha sperimentato negli inverni scorsi, ultimi due inclusi, con due “guerre del gas” alle quali è stata costretta dalle mosse del presidente Viktor Jushenko. “Costretta, dice Putin, molto arrabbiato, perché «noi vogliamo solo vendere il nostro gas, ma Kiev ce lo impedisce».

Non si sa quanto sia costato a Gazprom, fino ad ora, tutto questo contenzioso. Il potente CEO di Gazprom, Aleksei Miller, non lo ha rivelato. Ma qualcuno a Mosca ha fatto i conti: il tappo ucraino ha fatto perdere alle casse russe, nei diciotto anni dalla fine dell'URSS, qualche cosa come 50 miliardi di dollari tra gas trafugato lungo il tragitto, gas non pagato, gas ottenuto a prezzi di gran lunga al di sotto di quelli di mercato.

Il tutto va preso, come si suol dire, con le pinze, perché l'Ucraina fornisce dati del tutto diversi. Ma resta il fatto che Mosca non aveva alternative: i gasdotti e gli oleodotti costruiti durante l'era sovietica passavano su territorio sovietico, e su quello dei paesi amici del Patto di Varsavia. Una volta crollato il sistema chi ricevette in dono dal destino la rendita di posizione costituita da quelle tubature ha potuto giocare le sue carte: o paghi di più o non passi. Ovvero: o mi dai una parte del prodotto a prezzo ridotto o non passi. In ogni caso mi prendo qualche cosa dai tubi. E se protesti io chiudo i rubinetti e ti accuso, di fronte all'Europa, di volerci ricattare per ragioni politiche, di volerci mettere tutti a secco, al freddo e in crisi industriale, di voler imporre la tua sfera d'influenza perduta con la sconfitta nella guerra fredda.

Finché si trattava di paesi amici, controllati o controllabili, Mosca ha abbozzato, improvvisando accordi che reggevano malamente, ma reggevano. Comunque passando di crisi in crisi: circa un centinaio in quindici anni, di varia entità e gravità, variamente ridipinte dalle parti con colori politici, ma con un unico denominatore comune: pagare meno.

Con la Bielorussia di Lukashenko, per esempio , salvo qualche momento difficile, ha funzionato. Anche perchè Lukashenko ha avuto pessimi rapporti con l'Occidente e all'orizzonte resta l'ipotesi di una riunificazione Russia-Bielorussia..

Ma con l'Ucraina di Jushenko (la Julia Timoshenko ha cambiato alleanze e ora pare che stia con Mosca) il discorso è divenuto insostenibile. La “rivoluzione arancione” ha messo Kiev sotto la protezione di Washington e di Bruxelles e in rotta di adesione all'Unione Europea e di ingresso nella Nato. Cioè in rotta di collisione con Mosca. Che senso avrebbe avuto, per Mosca, continuare a fare regali per accattivarsene un'amicizia ormai impossibile?

E anche in Europa non tutti erano e sono disposti a subire il ricatto ucraino. Troppo esplicito e anche pericoloso. Perché Mosca non intende essere perdente. Quindi, se il gas non passa attraverso l'Ucraina , allora i rubinetti li chiude la Russia alla fonte. Con il risultato che non solo Kiev non riceve niente e rimane sola con il suo ricatto, ma anche l'Europa non riceve niente. La Russia ci perde, in termini di minori introiti, ma l'Europa intera rimane senza un quarto dell'energia che le serve. E domani sarà ancora peggio, secondo tutte le previsioni.

Con la prospettiva molto realistica che Mosca trovi – anzi l'ha già trovato – un compratore assetato di energia, e in grado di assorbire tutto il flusso che adesso va a ovest. Si tratta della Cina. E già altri tubi si spingono a est. Ci vorrà qualche anno, ma a questo si giungerà inesorabilmente. La sete cinese è immensa.

Così Putin ha trovato orecchie e tasche sensibili, visto che il “Nord Stream” costa oltre 10 miliardi di euro. In Germania prima di tutto. L'ex cancelliere Gerhard Schroeder in testa, divenuto il CEO del progetto. Ma anche la Merkel ha abbozzato, con dietro le industrie tedesche. E adesso Sarkozy si accoda veloce.

Se poi ci metti il “South Stream”, in alternativa al “Nabucco”, per portare il gas, sotto il Mar Nero, in Bulgaria, nei Balcani, in Grecia, in Italia (e qui Putin ha trovato l'entusiastico appoggio di Berlusconi, cioè dell'Eni, e di nuovo, di Sarkozy, ecco che si delinea una situazione in cui Mosca può fornire il suo gas (e quello che contratterà con le ex repubbliche sorelle dell'Asia Centrale) agli Europei, senza sottostare ad alcun filtro.

Ovvio che questo significherà una vera e propria rivoluzione nei rapporti tra Russia e Europa.

Ma questo non piace a Washington. Ecco perché si è alzata la voce del vecchio Zbignew Brzezinski, ex consigliere per la Sicurezza nazionale di Jimmy Carter: attenzione che Mosca vuole «isolare l'Europa dell'est dall'Europa Occidentale». Segue il coro delle proteste di tutti gli “sventurati” che restano a bocca asciutta.

Urmas Paet, ministro degli esteri estone, lamenta che i paesi baltici saranno “ignorati”. In aprile 23 ex capi di stato e di governo, capeggiati da Vaclav Havel e Lech Walesa, denunciano il tentativo di Mosca di voler ««ristabilire sfere d'influenza». La tesi è una sola: l'operazione è una minaccia rivolta contro l'Europa orientale, che diventerebbe “ricattabile” e resterebbe priva di energia.

Ma è poi vero che Bruxelles non potrebbe redistribuire, secondo criteri di mercato, il gas che comunque arriverà in abbondanza da Mosca? Non si vede come la Russia potrebbe condizionare la distribuzione europea del suo gas, una volta che esso sia giunto nei terminali del “Nord Stream” e del “South Stream”.

Il ministro degli esteri polacco, Radosław Sikorski paragona il “Nord Stream” addirittura al patto Molotov – Ribbentrop.

Questi gasdotti non s'hanno da fare. Al loro posto Washington e il coro dei suoi alleati europei preferiscono il “Nabucco”, che ha il vantaggio di bypassare completamente Mosca per andare a trovare i venditori in Turkmenistan, Kazakhstan, passando ovviamente per la Georgia e la Turchia. Operazione perfetta, se non fosse che Putin e Medvedev hanno già messo a segno la loro contromossa, e hanno alleati molto potenti, per non dire decisivi, in Europa.

Succederà di sicuro qualche cosa di grosso, nei prossimi mesi. Se Putin, Berlusconi e Gerhard Schröder hanno deciso di vedersi en privé a San Pietroburgo, proprio adesso, è perché si preparano a sostenere un'offensiva potente.


8 giugno 2009

Elezioni Europee, dopo il Novecento

di Pino Cabras - da «Megachip»


Il voto europeo del 2009 è stato segnato dalle pesanti sconfitte subite dai partiti che hanno ereditato gli insediamenti della sinistra del Novecento. Lo smottamento elettorale è avvenuto nel pieno di una grande crisi economica e finanziaria che pure coincide con il tracollo del neoliberismo. Il punto forse è proprio questo. La sinistra “novecentesca” europea a un certo punto è stata cooptata come interprete terminale del neoliberismo.

Succede così. Quando Margareth Thatcher si ripresenta con il sorriso di Tony Blair. Quando la Spd dà colpi al “modello renano”. Quando l’Ulivo fa del riformismo debole. Quando l’allargamento europeo vede tanta sinistra che vuol fare l’americana. Quando Zapatero si affida a una bolla speculativa. Quando molta sinistra francese slitta verso Sarkozy.

Poi al Blair delle vacche grasse subentra il Brown delle vacche magre, a Schröder succede una sinistra subalterna, il riformismo debole ulivista viene rimpiazzato dall’afasia del PD, l’Europa dell’Est crolla economicamente, la bolla spagnola scoppia in pochi mesi.

Quel che rimane della sinistra del Novecento non ha più le parole per interpretare i fatti, né gli insediamenti sociali di un tempo, né i luoghi per riflettere, pensare, comunicare un progetto. Risultato: i conservatori sfruttano un “riflesso d’ordine” sufficiente a ricompattarli. I partiti novecenteschi della sinistra o le loro evoluzioni sono al minimo storico. Qui e lì esplodono forme di creatività politica in forte crescita ma fortemente minoritarie e disperse, ben lontane da un qualche consolidamento (come interpretare il 16% dei verdi francesi?). Qui e lì esplodono anche i movimenti che vogliono una società più cattiva, un’Europa chiusa e xenofoba, altrettante riserve di spietatezza che vuol farsi istituzione per quando la grande crisi morderà ancora di più. Cos’è la sparuta retorica operaia della nostra sinistra-sinistra senza quorum di fronte all’ondata di voti operai nel Nord italiano per la Lega partito di massa?

Berlusconi non sfonda, titola «la Repubblica». È vero, forse il suo risultato non è stato tale da accelerare le condizioni di una dittatura senza ostacoli. Tuttavia emerge la continuità ancora inscalfibile di un blocco politico e sociale che non ha avversari organizzati né progetti alternativi.

Serviranno alleanze nuove e capacità di interpretare la crisi, occorrerà la voglia di ritessere una fitta trama di rapporti sociali, servirà un’agenda politica che sia davvero alternativa e aperta, senza nostalgie per i simboli del XX secolo. E servirà una cura particolare per il sistema della comunicazione nel quale si rinsaldano i valori guida. Le prove da affrontare saranno presto tremende.

elezioni-europee-2009

10 febbraio 2009

Il corpo insaziabile della Terza Repubblica

di Pino Cabras - da Megachip


Il corpo insaziabile di Silvio Berlusconi si muove tanto, in questi giorni. Si sposta fra i palazzi romani, dove ha usato un altro corpo, quello estenuato della povera Eluana Englaro, per scassinare l’equilibrio dei poteri. E fa spola fra Roma e la Sardegna, dove affronta una delle più strane campagne elettorali mai viste in Italia. La navetta di Arcore ha come strascico tutto il governo, in mobilitazione permanente sul caso Englaro e sul caso Sardegna. Ovunque si muove anche una dispendiosa nuvola di aerei di stato e di auto blu.

Mentre Obama, a ragione, dice di non dormire la notte pensando all’economia, ora che la Grande Crisi lievita, laddove Sarkozy presta una parte della sua leadership alla guida dell’Europa, qua invece il capo del governo invade tutto, sia lo spazio del dolore privato sia l’isola lontana. Sembrano temi distanti fra di loro, e sicuramente diversi dalle cose di cui si occupano gli altri governi nazionali. Eppure ingombrano quasi tutta l’agenda del dominus della politica italiana. Perché lo fa?

Nessuna redenzione istituzionale si posa sull’azione di Silvio Berlusconi. Lo potevamo sapere sin dall’inizio della sua presa sul sistema politico, decenni fa. Dovranno saperlo definitivamente anche gli autorevoli illusi che speravano che Berlusconi, dopo la sonante vittoria alle elezioni politiche del 2008, avrebbe infine vestito i panni dello statista, normalizzandosi. Impossibile.

Si è sempre comportato così, nel solco del vecchio “sovversivismo dall’alto” che ha condizionato senza sosta la vita italiana. Ma in questi giorni si affaccia alla soglia di un salto di regime più impellente. Gli interlocutori di Berlusconi sottovalutano regolarmente la sua totale spregiudicatezza. Ora è il momento in cui una sottovalutazione ulteriore ci precipiterebbe in una nuova era politica. Non certo piacevole, non certo democratica.


Il «golpe Eluana» e la Costituzione in bilico

Un tema eticamente controverso – una donna in stato vegetativo persistente da 17 anni, alla cui famiglia la Corte di Cassazione ha consentito di interrompere l'alimentazione e le cure forzate fino all’epilogo che conosciamo – è stato trasformato da Berlusconi in un grimaldello istituzionale per forzare gli esiti di una partita decisiva, quella della sovranità.
È la stessa partita su cui si gioca la sorte di qualsiasi Costituzione.

Carl Schmitt, il più eminente teorico del diritto del Terzo Reich, affermava che «la sovranità significa capacità di dichiarare uno stato d’eccezione». L’organo in grado di emanarlo è l’organo sovrano per eccellenza. La demarcazione della sovranità è tutelata dalla rigidità delle norme che presiedono alla revisione della carta costituzionale. Se un potere dello Stato conquista la legittimazione a decidere come normare l’eccezione che esso stesso proclama, la forza di quel potere può dilagare snaturando tutte le altre norme e schiacciando tutti i bilanciamenti. Il regime hitleriano fu il cuculo che crebbe nel nido della vigente Costituzione di Weimar, resa flessibile dall’articolo 48 sullo stato di emergenza. Nemmeno il regime mussoliniano ebbe necessità di abolire lo Statuto Albertino né emanò leggi che esplicitamente avessero come scopo di emendarlo, ma lo compromise infrangendolo senza modificarlo o abrogarlo. Se una Costituzione è flessibile, oppure se è rigida come una diga ma si crea lo stesso il buco da dove passa tutto il fiume, allora si apre uno spazio pericolosissimo per far dilagare chi domina il dispositivo dello “stato d’eccezione”.

Gustavo Zagrebelsky ha sottolineato qualche mese fa che l’Italia vive «un’esperienza costituzionale in divenire e dall’esito non scontato, che mira a non lasciarsi confondere con quella che l’ha preceduta.»

E ha aggiunto: «La Costituzione del ‘48 non è abolita e, perciò, accredita l’impressione di una certa continuità. Ma è sottoposta a erosioni e svuotamenti di cui nessuno, per ora, può conoscere l’esito. Forze potenti sono all’opera per il suo superamento, ma altre forze possono mobilitarsi per la sua difesa. La Costituzione è in bilico.» Le implicazioni sono enormi. Non si percepisce una legittimità costituzionale accettata da tutti, mentre si confrontano interpretazioni opposte. Quando lo spirito pubblico si divarica, e non c’è un principio di vita pubblica che sia un patrimonio comune, è il momento della “costituzione in bilico”, Non si può stare per sempre in questa incertezza. Sarà una concezione o l’altra a prevalere.

Zagrebelsky osserva: «È il momento del conflitto latente, che non viene dichiarato perché i fautori della rottura costituzionale come quelli della continuità non si sentono abbastanza sicuri di sé e preferiscono allontanare il chiarimento. I primi aspettano il tempo più favorevole; i secondi attendono che passi sempre ancora un giorno di più, ingannando se stessi, non volendo vedere ciò che temono. Tutti attendono, ma i primi per prudenza, i secondi per ignavia.» Significa anche che si moltiplicano i pretesti utilizzabili per dare spallate istituzionali sempre più energiche, e il conflitto non sarà più latente.

Il dramma è che c’è una larga fetta dei facitori di opinioni, degli intellettuali e delle personalità politiche che non vuole vedere, e scambia« per accidentali deviazioni» quei segni «di un mutamento di rotta». La costante e stupida sottovalutazione del sovversivismo dall’alto porta a considerare sopportabili certe piccole modificazioni credute come illegalità provvisorie, mentre quelle precorrono e preparano una diversa e sempre più compatta legittimità. «Così, si resta inerti», avverte Zagrebelsky, e prevede che l’accumulo progressivo «di materiali di costruzione del nuovo regime procede senza ostacoli e, prima o poi, farà massa. Allora, non sarà più possibile non voler vedere, ma sarà troppo tardi.»

Nel 2006 Berlusconi perse il referendum confermativo sulle modifiche alla Costituzione. Nonostante l’ignavia di buona parte del centrosinistra e un certo silenzio mediatico, la maggioranza dei cittadini votò lo stesso, e respinse gli stravolgimenti con una valanga di voti. C’era una coscienza costituzionale ancora forte in sé. Si deve ripartire da lì.

Le pulsioni piduiste però passano ancora per il corpo di Berlusconi, che ha abbastanza meno anni di Napolitano per voler proiettare un qualche suo futuro sul Quirinale e incarnare da lì il corpo della Terza Repubblica eversiva.


Soffocare Soru.

Anche il presidente uscente della Regione Sardegna, Renato Soru, 51 anni, fondatore di Tiscali, di nuovo candidato in vista delle elezioni di metà febbraio, proprio non si capacita del corpo indelicato del vecchio Silvio: «ho un senso di pena per quest’uomo di 73 anni, ormai alle soglie della vecchiaia. Ci si aspetta che una persona a quell’età migliori, che diventi più matura e più saggia. E magari si spera nella 'grazia di Stato', che la renda più adeguata al ruolo che ricopre. Purtroppo con Berlusconi tutto questo non è successo. Nemmeno in vecchiaia, nemmeno come presidente del Consiglio, quest’uomo riesce a essere serio. Lui vuole prevaricare su tutto e su tutti. Perciò mi ricorda Caligola.»

È talmente presente nella campagna elettorale sarda, il novello Caligola, che nei simboli elettorali c’è il suo nome e non quello del candidato ufficiale Ugo Cappellacci, il suo aggraziato cavallo di razza da lui pescato in seno alla “borghesia compradora” cagliaritana.

Sotto i tabelloni dei palchi dominati dalla scritta Berlusconi Presidente, al presunto front-runner Cappellacci sono concessi discorsi di pochi minuti, mentre il Cavaliere comizia dovunque in modo fluviale, di solito con postura da patronaggio: braccio sulla spalla del bravo ragazzo, discorsi interminabili e barzellette grossier.

A suo modo anche Cappellacci fa conto sul corpo. Lo slogan guida della sua campagna è infatti «la Sardegna torna a sorridere». Sembrerebbe uno slogan come tanti. E invece no. È anche un riferimento alla corporeità di Soru, che viceversa sorride di rado, non ammicca mai, non fa il simpatico, e ha una complessione lunga e scostante, che certo lo sottrae a qualche affetto popolare, ma gli conferisce anche un ascendente particolare.

Arrigo Levi nel 1976 quando spiegava ai lettori di «Newsweek» perché il PCI stava per avere un notevole risultato elettorale coniò un riferimento allo stile della leadership di Enrico Berlinguer: «Sardinian uncharismatic charisma». Un carisma non carismatico che attinge a certi tratti caratteriali scabri e sobri di molti sardi.
Credo che il concetto sia risultato incomprensibile agli americani già allora.
Berlusconi vuole prendersi il sicuro con ogni mezzo affinché nulla di quel tipo di carisma si salvi agli occhi del popolo sardo di oggi.
E domani, a quelli del popolo italiano tutto.

Perché Soru, in questi anni, ha dimostrato la scorza del leader che può impensierire su una scala molto maggiore di quella su cui si è misurato finora. Uno di quei leader che raggiungono gli obiettivi anche con una forte dose di autoritarismo, con cocciutaggine, diffidenza, solitudine, forzature. Leader perché riorganizza interessi vasti e ne sacrifica altri a muso duro, con inevitabili errori, ma anche con una capacità di creare fatti nuovi. Ha risanato i conti di una Regione indebitata e pletorica riducendo del 40% i suoi costi, e nel farlo non ha usato nessun gradualismo. Ha segato carriere, rendite, organizzazioni, ha inciso su interessi concreti e personali di migliaia di persone. Nel contempo ha liberato risorse ingenti per investimenti infrastrutturali e per far studiare all’estero migliaia di giovani. Ha contrastato il saccheggio delle coste frustrando anche lì forti interessi. Ha affrontato di petto l’abnorme presenza militare nell’isola ed è riuscito a concordare la chiusura della base USA di La Maddalena, dove quest’anno si svolgerà il G8.

Il modo in cui tutto questo è avvenuto – con lacerazioni reali, strappi repentini, carenza di mediazioni - è al centro delle dispute politiche, tanto forti da aver spaccato anche il Partito democratico. Ma il punto su cui voglio attirare l’attenzione è che al di là delle dispute e delle opposizioni forti che ha suscitato, nessuno può dire che Soru sia uno che galleggi o tiri a campare.

Rispetto ai tempi delle società opulente, la Grande Crisi che incombe seleziona con meno indulgenza i leader. Emergeranno quelli che di fronte a un ostacolo hanno l’approccio dello tsunami. Non è affatto detto che uno come Soru risolva problemi di una tale portata “strutturale”, ma di certo nella sua durezza ha uno dei profili più adatti per la selezione darwiniana della leadership. Come nella boxe, mi sembra di sentire la fatidica frase “fuori i secondi!”.

Allora si capisce la missione berlusconiana. Con la Costituzione in bilico pronta a pencolare da una parte o dall’altra, il fronte della leadership diventa decisivo. L’attempato piduista percepisce Soru come un chiaro pericolo per il passaggio di fase. Non è organico ai vecchi schemi di Gelli. Non è il solito cacicco locale del centrosinistra che intermedia le risorse con una classe dirigente nazionale e aspira alla promozione nella serie A della politica, pronto a stare in posizione subalterna rispetto al padrone del campionato, anche se in apparente opposizione.
No, questo personaggio è di un’altra pasta.
È un politico che gioca già su scala europea, ha rapporti solidi con la prima cerchia del capitalismo mondiale, è ambiziosissimo e ha sempre guidato come se la macchina non avesse la retromarcia.

Soffocare il leader nella culla, questo il disegno che sembra sottostare all’impressionante dispiego di mezzi. Per capirci: sulle elezioni che riguardano l’amministrazione di un milione e mezzo di persone il governo sta mobilitando uno sforzo normalmente usato per le elezioni politiche nazionali di un paese di sessanta milioni di abitanti. Non si era mai visto. Le televisioni locali sono invase da interviste e discorsi di Berlusconi. Videolina e «L’Unione Sarda», rispettivamente tv e quotidiano posseduti dall’immobiliarista Sergio Zuncheddu (azionista de «Il Foglio» assieme alla moglie del presidente del Consiglio) per tutta la legislatura non hanno intervistato Soru una volta che fosse una. L’Unione Sarda evitava di pubblicare le sue foto, anche quando c’erano notizie importanti. Ma oggi c’è una novità. Per queste elezioni regionali Berlusconi ha straripato nei tg e nelle trasmissioni di infontainment delle sue reti nazionali. Intere edizioni assorbite da invettive contro Soru. Quasi un quarto d’ora a Studio Aperto, solo per fare un esempio. E decine e decine di comizi, incontri, gag, promesse mirabolanti, ministri in gran spolvero ripresi come prima notizia su scala nazionale, una sera dopo l’altra. Ha perfino disertato Palazzo Chigi per precipitarsi alla prefettura di Cagliari in una riunione con i sindacati di un’industria sarda in crisi, l’Eurallumina del magnate russo Deripaska. Il corpo insaziabile di Silvio era tutto offerto alle apprensioni dei lavoratori, mentre ostentava le sue telefonate trafelate all’«amicoputin». Risultato: mezza giornata lontano da Roma per riferire ai lavoratori un «vi faremo sapere» di Putin. Generico, ma spendibile in mancanza di meglio nella scompostezza di questa campagna elettorale. Anche Soru ha parlato di «emergenza informazione».

Accade quindi che ogni passaggio critico della crisi della Repubblica, ora collocata nella Grande Crisi mondiale, diventi un “Caso Berlusconi”. La monnezza campana, il caso Englaro, le convulsioni di una classe dirigente predatrice che si vuole sottrarre al vaglio dei magistrati, la voragine di Alitalia, le elezioni sarde. Tutto passa per il suo corpo fisico e per i trucchi del moltiplicatore mediatico del suo corpo insaziabile.

Saranno settimane decisive per le sorti della democrazia italiana. Per una volta, il risultato elettorale sardo darà una prima misura degli anticorpi disponibili contro la Terza Repubblica. E le misure successive seguiranno in una successione rapidissima. Guai a distrarsi.



VIDEO DI PANDORA DAL TERRITORIO:

L'oligopolio mediatico in Sardegna
di Eleonora Cipollina, dur. 42' 33'
Fonte: PANDORA TV

Questo video racconta la diseguale distribuzione delle risorse nel mercato dei media in Sardegna e la conseguente difficoltà per i cittadini dell'isola di esercitare il proprio diritto al pluralismo informativo. In periodo pre-elettorale la disinformazione diventa manipolazione.






LETTERA APERTA A RENATO SORU
di Byoblu




Leggere anche:
Philippe Ridet, Renato Soru, l'anti-Silvio Berlusconi, «Le Monde», 12 febbraio 2009.
Traduzione di Alessandro Mongili [QUI].
Articolo originale: [QUI]

14 ottobre 2008

Meyssan: inquietanti rivelazioni di un dissidente



Articolo originale:
Thierry Meyssan: «Si j’avais plié, je n’aurais pas eu à partir»
(“Se mi fossi piegato, non sarei dovuto partire”)
13 ottobre 2008
Link: http://www.voltairenet.org/article158181.html
Da Beirut (Libano).

Traduzione di Pino Cabras.


La chiusura degli uffici francesi del Réseau Voltaire (“Rete Voltaire”, NdT) e l’esilio del suo presidente sollevano molti interrogativi. Alcuni commentatori vi hanno visto la fine di un avventura, altri, al contrario, nell’osservare che queste decisioni non hanno ridotto la combattività del Réseau, hanno cercato di scoprire quali fossero le motivazioni. Thierry Meyssan lo spiega qui. Meyssan descrive una Francia sottoposta al controllo dei servizi statunitensi, con un’opinione pubblica anestetizzata che non ha consapevolezza del controllo politico. Ai suoi occhi, c’era un pericolo immediato e la minaccia che lo ha costretto ad andarsene non tarderà a ricadere su altri.


Lei ha lasciato la Francia un anno fa, nel settembre 2007. Non è un espatriato qualsiasi: è famoso in tutto il mondo come l’iniziatore del movimento che contesta la versione governativa degli attentati dell’11 settembre, il leader di un movimento anti-imperialista, e in alcuni paesi si è presentato come il principale dissidente occidentale. Perché è stato costretto all’esilio?

Thierry Meyssan: Nel dicembre 2002, il Segretario della Difesa USA Donald Rumsfeld ha firmato la direttiva 3.600.1, volta a screditare o eliminare le personalità francesi che si opponevano alla guerra globale al terrorismo [1]. L’elenco includeva in primo luogo Jacques Chirac, poi dei grandi esponenti industriali, e in più vi figuravo io a causa del mio lavoro sull’11/9.
Erano tre mesi prima della invasione dell’Iraq. Era l’epoca dell’isteria antifrancese a Washington. I servizi segreti francesi sono stati informati del fatto che gli omicidi erano stati subappaltati dal Pentagono al Mossad e mi misero in guardia. I miei amici ed io abbiamo cercato di metterci in contatto con gli altri bersagli. Uno degli amministratori del Réseau Voltaire era un vecchio amico di una di queste personalità. Abbiamo preso un appuntamento con questo personaggio ai primi di marzo, ma morì pochi giorni prima dell’incontro, in circostanze che sono state descritte come altamente sospette da parte degli investigatori.
Lo Stato ha quindi reagito. Il presidente Chirac ha contattato per telefono il primo ministro israeliano e lo ha ammonito sul fatto che qualsiasi azione intrapresa non solo sul territorio francese, ma in tutta l’Unione europea, sarebbe stata considerata un atto ostile contro la Francia. In ognuno dei miei viaggi fuori dall’Unione europea, i servizi francesi contattavano i loro omologhi locali chiedendo loro di garantire la mia protezione.
Sapevo chi è Nicolas Sarkozy [2] e sospettavo che le cose sarebbero cambiate con la sua elezione. Quando sono tornato da un viaggio per votare, il 6 maggio 2007, sono stato arrestato davanti agli altri passeggeri all’uscita dall’aereo a Orly. Dopo avermi fatto attendere a lungo in compagnia di immigrati clandestini e di trafficanti di ogni genere, un funzionario della DST (l’ex servizio segreto interno, NdT) mi ha fatto uscire dicendo: «Benvenuto in patria, signor Meyssan, un paese che presto cambierà, moltissimo». Quella sera Sarkozy fu eletto. Pochi giorni dopo era all’Eliseo e iniziava la purga.
Durante l’estate, Nicolas Sarkozy ha visitato la famiglia negli Stati Uniti. Era accompagnato da molti collaboratori che hanno seguito il suo aereo di linea da un aereo ufficiale. Hanno discusso con l’amministrazione Bush su una serie di temi, importanti o frivoli. Mi è stato comunicato che gli statunitensi avevano chiesto che venissero prese delle misure per neutralizzarmi in base ai decreti presidenziali US 13438 e 13441 [3]. Ho pensato all’inizio che questi decreti si fondassero sul Patriot Act e non vedevo come avrebbero potuto essere attuati nel quadro del diritto francese. Mi dicevo che gli atlantisti avrebbero finito per inventare uno strumento giuridico e che dovevo meditare di prendere il largo, ma credevo di avere molto tempo davanti a me. Si è scoperto che questi decreti si fondavano sul Trading with the Enemy Act del 1917 e successivi sviluppi. In altre parole, ero ormai considerato una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti. Il Pentagono, che chiama in causa la clausola 5 del trattato NATO a partire dagli attentati del 2001, ha chiesto l’assistenza automatica dei suoi alleati. In breve, a tutti i servizi segreti degli Stati membri dell’Alleanza atlantica poteva essere chiesto di neutralizzarmi. Mi fu comunicato che si tramava qualcosa contro di me. Ho fatto le mie valigie e ho lasciato la Francia due giorni dopo.
Per di più, il pericolo non è limitato ai paesi della NATO. Un’operazione fu organizzata contro di me nel dicembre 2007 a Caracas, sventata dalla polizia venezuelana. Nel mese di agosto 2008 ho dovuto annullare la mia partecipazione a una conferenza internazionale in Austria, dopo essere stato informato da uno Stato amico che era stata preparata un’operazione contro di me.
Oltre a ciò, delle pressioni sono esercitate contro i miei compagni di lotta nel Medio Oriente, America Latina e in altri Stati europei. Non posso fare l’elenco senza complicare i problemi. Jürgen Cain Kulbel è stato brevemente arrestato in Germania e potrebbe esserlo di nuovo. Tecnicamente, il solo fatto usato contro di lui da parte del tribunale è il link che aveva installato sul suo sito web che rimandava a quello del Réseau Voltaire [4].

Ha qualche prova del fatto che lei sia davvero in pericolo - come lei dice - in Francia e nei paesi della NATO?

Thierry Meyssan: No, le liste USA sono segrete, tranne le attività finanziarie bloccate negli Stati Uniti, ma non ne ho. Ma ho delle testimonianze da parte di diversi contatti.

La Francia è una democrazia ed è considerata la patria dei diritti umani. Questo non è il Cile sotto la dittatura di Pinochet. Che abbia dovuto lasciare il paese non è semplicemente incomprensibile, soprattutto per i cittadini francesi?

Thierry Meyssan: Queste situazioni non sono comparabili. In Cile gli Stati Uniti avevano instaurato una dittatura militare. In Francia dispongono solo di agenti al vertice dello Stato e alla testa dei vari servizi di sicurezza. I miei concittadini dovrebbero essere più attenti alla repressione attuale che colpisce sia politici di primo piano, sia alti funzionari che giornalisti. La squadra di Nicolas Sarkozy si basa su alcuni magistrati deviati per paralizzare i suoi avversari politici e abusa del suo potere e la sua influenza per sbarazzarsi dei giornalisti che rifiutano di piegarsi.
Guardate innanzitutto la presa di controllo dei media. Sarkozy ha messo i suoi fedelissimi alla testa dei media privati mentre purga i media di proprietà pubblica. Un anno fa, i sindacati dei giornalisti hanno fatto appello all’intervento dell’opinione pubblica [5]. Dicevano che era diventato impossibile indagare su Nicolas Sarkozy e raccontare le critiche popolari di cui è oggetto. Si preoccupavano di perdere la libertà di esprimersi nell’essere nella tenaglia tra i giudici che violavano il segreto istruttorio e, dall’altro lato, i padroni della stampa direttamente legati all’Eliseo. Nessuno gli ha creduto e ora è troppo tardi. Tutto è bloccato.
Qualche esempio? La squadra del Presidente si è istallata a TF1 e una delle sue ex amanti vi presenta il Tg [6]. I mass media stranieri si fanno beffe di questa vicenda, ma i media francesi che l’hanno evocata sono stati condannati per “violazione della privacy”. Si tratta di un incredibile abuso della legge del 1881 sulla stampa. Ora, la corruzione e il nepotismo, che riguardano la squadra di Sarkozy, sono argomenti tabù. Il solo accostarvi ad essi, vi porta direttamente al rinvio a giudizio.
Sarkozy ha corrotto pubblicamente una decina di editorialisti offrendo loro delle prebende [7]. Alcuni sono stati arruolati in comitati ministeriali, ossia all’Eliseo, altri sono stati nominati in commissioni bidone, dove, ridotti al rango di cortigiani, godono dei fasti della Repubblica. Luigi XIV teneva occupata la nobiltà a Versailles, Sarkozy distrae le grandi firme editoriali che dovrebbero scrutinare la sua politica occupandole con delle attività mondane e facendo scrivere loro delle relazioni che lui non legge.
Nel frattempo, i coniugi Kouchner-Ockrent licenziano su RFI e France24 tutti coloro che resistono all’influenza degli Stati Uniti. Dopo Richard Labévière [8], un redattore capo stimato che aveva il difetto di dare la parola agli anti-atlantisti, l’ultimo in ordine di tempo è Gregoire Deniau per aver organizzato un dibattito sull’11 settembre cui aveva invitato in primo luogo Issa El-Ayoubi, vice presidente di Réseau Voltaire, e in secondo luogo Atmoh, portavoce di ReOpen911.
Il problema non sono i giornalisti. Ce n’è di notevoli, in Francia. Sono i media. Sono già sotto controllo e la funzione di contropotere non è più garantita.
Inoltre, quando il pubblico sente di un procedimento penale che coinvolge una personalità, non vi vede altro che un caso particolare. Ma se uno mette in prospettiva tutti questi casi, è chiaro che si traducono in una strategia.
Su denuncia personale di Nicolas Sarkozy, alcuni giudici istruttori hanno proibito di viaggiare all’ex primo ministro Dominique de Villepin, e l’hanno costretto a pagare una cauzione smisurata e umiliante. Pur non avendo prove concrete a suo carico, il pubblico ministero lo ha rinviato a giudizio. Il caso Clearstream offre certamente a Sarkozy un modo per eliminare un rivale politico, ma non lo ha organizzato lui. Si tratta di un complotto orchestrato dal suo patrigno, l’ambasciatore Frank Wisner, attraverso uno dei suoi covi londinesi, la Hakluyt & Co [9]. L’obiettivo è quello di mandare in prigione Villepin in modo che tutti sappiano che non si può sfidare impunemente il Segretario di Stato USA al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Alcuni magistrati hanno perquisito la casa dell’ex direttore dei servizi d’informazione generali (“Renseignements Généraux, RG”, NdT), Yves Bertrand, per estorcergli i segreti degli uomini di Chirac. E in questi giorni, i documenti sequestrati sono miracolosamente arrivati alle redazioni parigine. I settimanali vicini al potere ne hanno pubblicato alcuni stralci. Sembra che si cerchi di far passare delle bozze, dove si enunciavano delle ipotesi, per relazioni finali che presentano conclusioni definitive. E che si cerchi di far credere che i servizi perseguitino i soli socialisti. C’è della pura e semplice manipolazione. Ogni volta che si è all’opposizione, tocca proteggersi da questa polizia politica, e ogni volta che si è al potere, si fa di tutto per procacciarsi qualche copia delle sue note. Il potere sta esercitando una pressione incredibile su questo ufficiale per farlo crollare. È davvero una cosa ipocrita. Perché allo stesso tempo, invece di essere sciolti, gli RG sono stati riorganizzati e sono stati aumentati i loro mezzi basandoli su una gestione ancora più opaca.
Fino al capitano Paul Barril, che hanno messo in prigione per i segreti di Mitterrand. Lo hanno accusato di essere un sicario e lo hanno maltrattato così tanto da dover essere ricoverato in ospedale, prima di essere rilasciato su cauzione. A questo proposito, permettetemi di divagare sul genocidio ruandese. Barril si è difeso dagli attacchi contro di lui su questo tema mettendo in causa il Presidente Kagame. Questi ha quindi commissionato una relazione sulla partecipazione francese in questo dramma storico. Al leggerlo, si capisce che gli alti funzionari francesi, François Mitterrand e tutto il suo gabinetto nonché il governo di coabitazione nel suo complesso sarebbero responsabili del genocidio ... tranne, ovviamente, l’allora ministro del bilancio nonché portavoce del Governo, San Nicolas Sarkozy. Ciò è stupido. Ci sono state chiare responsabilità francesi, ma certamente non colpe collettive. E del resto, è impossibile capire e giudicare questo crimine, che ha fatto più di 800mila morti, senza metterlo nel suo contesto e giudicare anche le guerre nella regione dei Grandi Laghi che hanno causati in totale di più di 6 milioni di morti, e i cui responsabili non sono da cercare a Parigi, ma a Washington e Tel Aviv.
Nel frattempo, gli atlantisti montano un caso contro Jacques Chirac, che accusano di aver organizzato, dieci anni fa, l’assassinio di un giornalista che avrebbe messo il naso nei suoi conti bancari all’estero. Il potere ha schierato mezzi stravaganti per costruire questa nuova macchinazione. Così, un magistrato ha proceduto a una perquisizione dello studio dell’avvocato di Chirac in condizioni più che discutibili. Ma a Washington, non si è perdonato a Chirac d’essersi opposto all’invasione dell’Iraq e s’inventerà di tutto per buttarlo giù.
Io non dico che tutte queste persone siano degli angeli, ma ciò di cui sono accusate è grottesco e ricorre esclusivamente alla persecuzione politica. Non sto dicendo affatto che la Giustizia sia marcia, ma che questi casi sono stati assegnati a giudici e pubblici ministeri che prendono ordini.
Ma coloro che gli atlantisti non possono coinvolgere in pseudo cause penali, vengono spiati. Nel giugno-luglio-agosto 2007, la sede del Réseau Voltaire a Parigi è stata posta sotto sorveglianza. Qualsiasi persona in entrata o in uscita è stata fotografata, e sono state condotte schedature che richiedono molto personale per identificare sia le une che le altre. Questo trattamento è generalizzato. Anche la casa di Ségolène Royal è stata “visitata” a più riprese dai servizi segreti, cioè illegalmente perquisita.
Dal 1° luglio 2008, la nuova Direzione Centrale dei servizi d’informazione interni (DCRI) mette in campo in emergenza il file classificatorio EDVIGE, in violazione dei trattati internazionali, tra cui la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti civili e politici. Esso scheda l’origine razziale o etnica, le opinioni politiche, religiose o filosofiche, l’appartenenza sindacale, la salute e le pratiche sessuali di tutti i francesi. Il DCRI non se ne sta con le mani in mano, utilizza le più recenti tecniche USA sullo studio delle “reti sociali” per mappare le vostre relazioni amichevoli, professionali e politiche.
Non si tratta più semplicemente di singoli individui, ma dell’ambiente in cui vivono, i gruppi cui partecipano. Un ricorso è stato presentato al Consiglio di Stato da parte di SM, LDH, SAF, associazioni gay e sindacati, che possono portare forse alla cancellazione del decreto nel mese di dicembre. Nicolas Sarkozy ha sopito l’opinione pubblica dichiarando egli stesso la necessità di rivedere il decreto, ma non lo ha abrogato.
Intanto, nel corso di questi sei mesi, si raccolgono e informatizzano dei dati. Un caso avvenuto nella regione del Rodano ha rivelato che, nonostante le dichiarazioni lenitive del Presidente, la polizia del Rodano schedava la religione dei funzionari territoriali. È un errore che rivela la portata del lavoro di intelligence in corso. È improbabile che questi dati verranno mai distrutti, anche se il giudice amministrativo lo richiedesse. Saranno semplicemente integrati nello schedario CRISTINA e classificati ‘Segreto della Difesa’. In ultima analisi, saranno utilizzati i mezzi degli ex Renseignements généraux per costruire uno schedario a vantaggio della ex DST, che è ragionevole non si occupi che di controspionaggio. Poi, nel quadro della cosiddetta cooperazione anti-terrorismo, questi dati politici saranno trasmessi ai servizi statunitensi, perché CRISTINA è stato progettato per essere compatibile con gli schedari USA.
Ciò vi sorprende? Ma già molti dati individuali sono trasmessi agli Stati Uniti, in violazione del diritto francese e delle convenzioni europee. Ciò vale per tutto ciò che riguarda i vostri trasferimenti bancari internazionali [10] o i vostri spostamenti in aereo [11].
La Francia è già precipitata in una forma di Stato autoritario sotto tutela statunitense. Si dice che una rana immersa in acqua tiepida portata lentamente a bollire, non reagisce al graduale cambiamento della temperatura, così che si stordisce e muore. I francesi si stanno comportando allo stesso modo. Tollerano la progressiva distruzione delle loro libertà. Hanno già superato di gran lunga la soglia del tollerabile e non reagiscono, non reagiscono più.

Sotto l’egida degli Stati Uniti, le dittature in America Latina avevano messo in campo negli anni settanta un sistema di persecuzione degli oppositori politici denominato Plan Condor. Lei ha scritto che il sistema è stato riattivato ed esteso in tutto il mondo attraverso la NATO. Il raffronto non è esagerato?

Thierry Meyssan: Questo non è un raffronto. È una constatazione [12]. È stato confermato da relazioni ufficiali al Parlamento e al Consiglio d’Europa [13]. Gli Stati Uniti hanno esteso verso l’Europa occidentale i metodi che avevano usato quaranta anni fa in America Latina [14]. Un’internazionale della repressione è già all’opera [15]. Centinaia di persone sono state rapite nel territorio dell’Unione europea, portate altrove e torturate. Jacques Chirac ha protetto il nostro paese da questi crimini, oggi non è più così. Il primo caso è stato identificato come quello di Mohammad As-Siddik, scomparso nel centro di Parigi il 13 marzo scorso quando la Francia doveva presentarlo a un tribunale delle Nazioni Unite [16], ma devono essercene già molti altri.
Più di 80mila persone sono transitate nel corso degli ultimi sette anni nelle prigioni segrete della CIA e della US Navy. 26mila sono attualmente i sequestrati [17].

Ci sono molti esempi di persone su cui incombeva la minaccia di un omicidio e che sono state trovate morte in un altro modo: suicidio, crisi cardiaca, incidente... Ha intenzione di suicidarsi? Ha problemi di salute? Rischia nei suoi spostamenti?

Thierry Meyssan: Non sono depresso e non ho alcuna inclinazione suicida. Ho fatto degli esami medici e non ho alcuna malattia che possa causare una morte improvvisa. Faccio attenzione nei miei spostamenti e non mi muovo mai da solo.

Quando le minacce hanno cominciato a diventare concrete, ha avuto sostegno in Francia? Ci sono organizzazioni politiche che l’hanno aiutata? Gli altri giornalisti l’hanno difesa?

Thierry Meyssan: Nessuna organizzazione mi ha aiutato. La maggior parte dei miei “confratelli” giornalisti sono fuggiti davanti alle difficoltà. Negando la tradizione volterriana della stampa, con la scusa di non volersi pronunciare sulle polemiche a mio carico per non vedere cosa stava accadendo. È la classica scusa dei vigliacchi ogni qual volta sia in questione la libertà. Alcuni, tuttavia, mi hanno aiutato e non vado a svelarne i nomi. Parecchi tra i politici e i militari.
Non solo coloro che avrebbero dovuto difendermi non l’hanno fatto, ma certe persone qualunque che non hanno nulla a che fare con tutto ciò hanno collaborato a una sorveglianza illegale. La banca utilizzata dal Réseau Voltaire (nella fattispecie l’agenzia Gare de l’Est del Crédit Coopératif) ci convocò per chiederci di rivelare il nome dei nostri principali donatori, cosa che ovviamente abbiamo rifiutato di fare. Abbiamo chiuso il nostro conto e aperto un’altra struttura al di fuori della zona NATO. Ma questa procedura illegale è stata estesa alla mia famiglia e ai miei compagni di lotta. Quando uno di loro incassa sul suo conto un pagamento in contanti o un trasferimento di più di 500 euro, è raggiunto dal suo banchiere, che gli chiede di giustificarne la provenienza. Per qualcuno è soffocante, per un commerciante o un lavoratore autonomo è una molestia.

Ha lasciato la Francia mentre si evolve - lei afferma – verso un regime repressivo. Ha abbandonato il suo paese? Ha abbandonato la lotta politica?

Thierry Meyssan: Certamente no. Al contrario. Ho lasciato la Francia per continuare la mia lotta. Gli Stati Uniti hanno tentato diversi approcci nei miei confronti: prima screditarmi e distruggermi, poi corrompermi, infine eliminarmi. Se mi fossi piegato, non sarei dovuto partire via. È perché amo la Francia e l’ideale che porta che sono partito.
La mia situazione sembra eccezionale. Sbagliato. Sono semplicemente il primo cui questo accade. Ce ne saranno altri.

Il suo paese le manca? Vuole tornarci?

Thierry Meyssan: Qui sono circondato da amici, ma la Francia è la mia patria. Vi ho lasciato le mie cose. Come volete che non mi manchi?

Intervista rilasciata a Beirut.
Note aggiunte in rilettura.


[1] «Rumsfeld cible la France et l’Allemagne», Réseau Voltaire, 2 gennaio 2003.
[2] «
Operazione Sarkozy : come la CIA ha piazzato uno dei suoi agenti alla presidenza della Repubblica francese», Réseau Voltaire, 21 agosto 2008.
[3] Presidential Executive Order 13438: Blocking Property of Certain Persons Who Threaten Stabilization Efforts in Iraq, firmato da George W. Bush il 17 luglio 2007, e Presidential Executive Order 13441: Blocking Property of Persons Undermining the Sovereignty of Lebanon or Its Democratic Processes and Institutions, firmato il 1° agosto 2007.
[4] «
Un collaborateur du Réseau Voltaire incarcéré à Berlin», Réseau Voltaire, 10 giugno 2008.
[5] «
Nicolas Sarkozy étouffe les journalistes français», Réseau Voltaire, 24 settembre 2007.
[6] «
La sarkozysation de l’audiovisuel français», Réseau Voltaire, 10 giugno 2008.
[7] «
Nicolas Sarkozy corrompt publiquement de grands éditorialistes», Réseau Voltaire, 4 ottobre 2007.
[8] «
Pourquoi les époux Kouchner veulent-ils la tête de Richard Labévière?», Réseau Voltaire, 29 agosto 2008
[9] «
Operazione Sarkozy : come la CIA ha piazzato uno dei suoi agenti alla presidenza della Repubblica francese», Ibid.
[10] «
Les transactions financières internationales sous contrôle états-unien», di Jean-Claude Paye, Réseau Voltaire, 28 aprile 2008.
[11] «
L’espace aérien sous contrôle impérial», di Jean-Claude Paye, Réseau Voltaire, 13 ottobre 2007.
[12] «
L’OTAN: du Gladio aux vols secrets de la CIA», di Ossama Lotfy, Réseau Voltaire, 24 aprile 2007.
[13] Allégations de détentions secrètes et de transferts illégaux de détenus concernant des États membres du Conseil de l’Europe? Rapporto di Dick Marty al Consiglio d’Europa, 12 giugno 2006.
[14] «
Faut-il combattre la tyrannie avec les instruments des tyrans?», di Dick Marty, Réseau Voltaire, 22 marzo 2007.
[15] «
Les lois anti-terroristes. Un Acte constitutif de l’Empire» e «Les populations sous surveillance», interviste di Jean-Claude Paye con Silvia Cattori, Réseau Voltaire, 12 settembre 2007 e 15 febbraio 2008.
[16] «
Kouchner a “perdu” le témoin-clé de l’enquête Hariri», di Jürgen Cain Külbel, Réseau Voltaire, 21 aprile 2008.
[17] «
17 prisons secrètes ont déjà remplacé Guantanamo», Réseau Voltaire, 3 giugno 2008.


Aggiornamento del 16 ottobre 2008:
Il presente articolo è stato ripreso dai seguenti siti:
«Megachip» [QUI], «Luogocomune» [QUI], «ZeroFilm» [QUI], «ilbenecomune» [QUI], «ComeDonChisciotte» [QUI], «AriannaEditrice» [QUI], nonché sulle pagine in lingua italiana di «Réseau Voltaire» [QUI],