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22 gennaio 2014

Elezioni sarde, l'alternativa c'è

di Pino Cabras.
La Sardegna - anche se non tutti se ne sono accorti - è già diventata un laboratorio politico. È un destino che tocca a chi sopporta una crisi economica e sociale molto grave. Prendete la Grecia e l'Italia: sono massacrate da un'Europa che funziona come un regime, e sono i paesi in cui gli elettori stanno cambiando di più il loro voto. Ridimensionano i vecchi partiti e premiano i nuovi.
I partiti che fanno da guardia al vecchio ordine resistono ovunque arroccandosi: coltivano le residue clientele, sperimentano "larghe intese", accolgono chiunque abbia qualcosa da scambiare con chi si arrocca. Fuori dalla loro piazzaforte, nascono nuovi soggetti politici con un consenso di massa, anche molto diversi fra di loro. In Grecia troviamo sia la speranza di Syriza sia l'incubo nazista di Alba Dorata, in Italia c'è l'indignazione civica a cinque stelle. Ma siamo solo all'inizio.
La crisi della Sardegna ha il suo laboratorio, in vista delle elezioni del 16 febbraio. Anche qui ci sono i potentati che si arroccano. Anche qui, fuori dalla cittadella del ceto politico dominante, emergono le alternative, con buona pace di chi vive nell'illusione che le scelte siano ancora quelle due di sempre.
Sardegna Possibile è la più forte alternativa in campo, e Michela Murgia - che l'ha saputa costruire - è una personalità politica in grado di poter segnare la storia della Sardegna dei prossimi dieci anni. La criticano perché non corrisponde all'identikit dei tecnocrati presunti competenti. Normale: i partiti della crisi hanno abboccato a Monti e a Fornero, e hanno creduto a ogni portatore insano di superstizioni economiche distruttive. Da troppo tempo non hanno in casa politici di razza che abbiano visioni coraggiose, e quando fuori ne vedono uno, anzi una, non sanno riconoscerla. Si riparano sotto le care certezze degli assessorati gestiti come feudi, e dietro i passi felpati dei baroni. Chiamano competenza il volare rasoterra. Sono conservatori, e non sanno nemmeno di esserlo, come accade ormai da tempo. Non è un caso che abbiano perso per strada la maggioranza dei militanti e degli elettori.
In tutte le coalizioni sono presenti partiti indipendentisti. Nella coalizione di Michela Murgia la componente che auspica l'indipendenza della Sardegna è più forte, con un impianto ideologico anti-nazionalista e anti-etnicista. Segno dei tempi: siamo nel 2014, l'anno che propone i pacifici referendum sull'indipendenza della Scozia e della Catalogna.
Il campo del centrodestra cosa presenta? Cappellacci. E quello del centrosinistra? Capi e lacci. Ossia capibastone (direbbe Barracciu) e trappole paralizzanti. Tra Cappellacci e capi e lacci, la Sardegna è inceppata.
Ugo Cappellacci va giudicato per i suoi risultati. Oggi dice di non avere padrini e di odiare lo Stato patrigno. Cinque anni fa il Caimandrillo lo aveva pescato dalla "borghesia compradora" dell'isola, per lanciarlo con tutta la potenza di fuoco delle sue tv. Sotto i tabelloni dei palchi dominati dalla scritta Berlusconi Presidente, al ragionier Ugo venivano concessi discorsi di pochi minuti, mentre Re Bunga Bunga comiziava dovunque in modo fluviale, proprio con la postura del padrino: braccio sulla spalla del bravo ragazzo, discorsi interminabili e barzellette grasse. Lo slogan era «la Sardegna torna a sorridere». Quello slogan è il boomerang più triste della storia. Cosa abbiamo da sorridere oggi, a Cappellaccilandia? Stiamo forse meglio di cinque anni fa? Abbiamo il lavoro promesso, o ne abbiamo perso tanto? È stato trattenuto chi fuggiva a cercare speranza? Si è sanato un centimetro di territorio danneggiato? Sono diminuite le servitù militari? Si viaggia meglio? Niente di tutto ciò. Il bilancio è interamente negativo. La classe dirigente che accompagnava il disastro aveva i valori di Sisinnio Peppa Pig, gli orizzonti di Wedding Planner Sanjust, lo slancio "riformatorio" di Mario Montblanc Diana. Con un simile bilancio una classe politica va semplicemente mandata a casa, senza appello.
Anche il centrosinistra dei capi e lacci ha un bilancio in perdita. Tenta di usare un fazzoletto di seta, scelto in affanno, Francesco Pigliaru, per ricoprire un vecchio vaso sbeccato, ricolmo di oggetti alla rinfusa: renziani liberisti, comunisti senza operai, vetero-indipendentisti, notabili e sotto-boss, neo-sovranisti, gente in buona fede e profumata, politicanti incalliti meno profumati, indagati attaccati alla poltrona, innovatori così timidi da essere ormai conservatori. Tutti costoro non amano Cappellacci, certo, e pretendono il voto da chi, come loro, non lo ama. Ma non osano fare nulla di nuovo per sfidare Ugo & friends. Così formano un fronte di arroccati, ancora fiduciosi che Pigliaru, il professore renziano, possa mettere ordine, tanto poi gli imporranno gli assessori con un bigliettino e scomporranno i suoi progetti nel puzzle delle sottocorrenti politiche. Al palco in cui si presenta Pigliaru, lo scenario è in stile Renzi. Ma quando la telecamera zooma sulla prima fila del suo pubblico, inquadra le facce di sempre, sono tutti lì: il Rottamatore non rottama nemmeno gli indagati. E questi celebrano il fazzoletto di seta che li copre.
Mentre infuria la crisi, una classe dirigente siffatta non ha soluzioni, non immagina un futuro, è perfino pericolosa perché si allea con chi vuole fare carne di porco della democrazia rappresentativa. L'incontro di Renzi con Berlusconi per varare una legge elettorale incostituzionale è il bollo finale di questa marea, oggi conservatrice e domani reazionaria. Questi comandano, e per loro la Sardegna è un incidente, un niente che schiacceranno in nome di interessi "superiori".
Aggiungo una considerazione su Pigliaru. Essendomi laureato nella facoltà in cui ha insegnato, ho visto da vicino che ha formato una scuola di allievi rigorosi, che danno del tu alla matematica e alla statistica, e hanno passione per le scienze sociali. Ma vedo anche i limiti suoi e della sua scuola. Sono limiti ideologici. Pigliaru non mette in discussione l'attuale regime europeo, e quando la Banca Centrale Europea scrive i suoi diktat assurdi, lui le dà ragione. Come buona parte dei dirigenti partoriti dalla sinistra italiana negli ultimi anni, accetta in tutto le regole dell'austerity della trojka che demoliscono la civiltà europea. A lui e al suo mondo rimane il ruolo della pomata che si stende sulle ferite, causate da un'arma che non vogliono condannare né fermare. Pigliaru e Renzi sono conservatori compassionevoli sotto il ritratto di Che Guevara. Predicano la parità dei diritti, ma la grande finanza non si tocca. Raccomandano la centralità della scuola, ma accettano le regole dei licantropi che si annidano nei corridoi brussellesi, francofortini e romani, che sono la vera causa delle mancate manutenzioni sui tetti dei licei e dell'umiliazione degli insegnanti. Amministrano il poco promettendo che sarà molto, ma accettano tutto ciò che lo renderà più scarso ancora: pareggio di bilancio in Costituzione, Fiscal Compact, precariato. Sul lavoro promettono leggi danesi per preparare salari cinesi. Per cominciare, secondo Pigliaru, la Sardegna dovrà essere la prima cavia su cui inoculare il Job Act di Renzi.

Abbiamo già visto in Grecia come va a finire. Non risolleveranno un bel niente. Meno potere avranno, meglio sarà.
Se governa ancora questa classe politica, fra cinque anni a vincere le elezioni sarà chi prometterà di riconquistare il diritto perduto di tutti a mangiare tre pasti al giorno.
Ecco perché Sardegna Possibile, prima ancora di tante altre competenze e infrastrutture, rivendica la competenza numero uno di un popolo, la sua infrastruttura fondamentale: ossia la volontà di liberarsi dalle dipendenze politiche in ogni campo della vita sociale e nel territorio. Perciò non si fanno accordi elettorali con una classe dirigente che ha fallito. Semplice.
Il laboratorio sardo rinnova i suoi alambicchi, trova energie nuove, costruisce l'alternativa. Ecco perché partecipo e mi candido nella lista Comunidades, sostenuto anche dal laboratorio politico Alternativa.
Gli elettori sardi hanno in mano per la prima volta da anni un progetto che non si appiattisce sul presente. La valanga di voti al MoVimento Cinque Stelle di Grillo, un anno fa, ha dimostrato che la volontà dell'elettorato può raggiungere numeri travolgenti. Oggi c'è una proposta di governo che non chiede di delegare ogni cinque anni, ma di partecipare ogni giorno, correggendo anche gli errori, che certo ci saranno. Il progetto di Michela Murgia mi piace perché non perde tempo con il solito miraggio della crescita del PIL, ma crede a una riconversione ecologica e sociale delle produzioni, e punta a salvare i beni comuni, ad aiutare le imprese virtuose e sociali. Nel mondo si può fare. E anche qui. Una volta liberata dai feudi, la macchina della Regione potrà essere riorganizzata, senza doppioni e sprechi, con meno assessorati e più progetti, e premierà chi la farà funzionare meglio. Il baricentro sarà il servizio alle comunità della Sardegna. L'orizzonte un Mediterraneo di pace, e un ruolo diverso in Europa.

Pino Cabras è candidato alle elezioni regionali nella lista Comunidades, per la coalizione Sardegna Possibile di Michela Murgia.
 
 

18 aprile 2013

Una pallottola spuntata 8 e ½

di Pino Cabras - da Megachip.


Il decollo della candidatura di Stefano Rodotà alla Presidenza della Repubblica rivela gli aspetti più profondi del risultato elettorale di fine febbraio e scopre l’inettitudine di gran parte delle classi dirigenti italiane, che continuano a sottovalutare la portata storica di queste elezioni perché non sanno più leggere nulla, perché pensano che siano una parentesi, tanto poi si farà come e più di prima. Gli dei accecano coloro che vogliono portare alla rovina. Stavolta gli dei si sono accaniti oltre ogni misura con gli occhi politici di quel povero cocciuto di Pierluigi Bersani, che si è presentato ai grandi elettori quirinalizi del suo partito annunciando, dopo i suoi incontri con il Caimandrillo, la sua carta segreta meravigliosa: niente meno che Franco Marini, presentato come «un uomo che conosce le sofferenze dei lavoratori e in questi tempi di crisi rappresenterebbe un segnale di apertura della politica». E noi, con un groppo in gola, sognamo la scena in milioni di case italiane. Ansiosi per il lavoro? Animo! C’è Marini! Ah, sollievo!
Questo è il mondo di Bersani. La cosa tragica è che il suo non è stato il classico ballon d’essai, né una machiavellica manovra per bruciare Marini e preparare il terreno ad altri. No, Bersani si è proprio giocato tutta la sua faccia, senza affatto intuire la forza del putiferio che avrebbe fatalmente scatenato, non solo fra la gran massa dei suoi elettori, ma fin dentro i suoi gruppi parlamentari.
Nichi Vendola non ha atteso un minuto per sganciare i voti di SEL da quelli di Berlusconi. Matteo Renzi, che un’idea di dove giri il fumo ce l’ha, non ha aspettato nemmeno lui.
E aggiungiamo che la rete - leggi milioni di elettori del PD e non solo - travolgerà questo assurdo tentativo in poche ore: per noi è una facile profezia, per i fautori del «segnale di apertura della politica» è una cosa incomprensibile, come sempre. Eppure, per capire che la cosa non poteva funzionare, a questi strateghi bastava ricordarsi due fatti: che il 40% degli operai ha votato le liste di Beppe Grillo, e che Marini è stato allegramente trombato dagli elettori abruzzesi. Le «sofferenze dei lavoratori» avevano trovato le aperture.
Bersani ascolta ancora quel volpone di Massimo D’Alema, un re Mida all’incontrario che da anni in politica sbaglia sempre tutto, mosse, previsioni, alleanze: un perdente di razza, ancora miracolosamente sorretto da una pertica di spocchia che dal calcagno lo innalza fino al Palazzo.
È presto per capire se e come avremo un governo, ora che dobbiamo aspettare anche l’assestarsi della battaglia per il Quirinale. Ma è già certo che non ci sono margini di consenso né di sufficiente legittimazione per un “governissimo”.
L’effetto dirompente della candidatura di Rodotà dovrebbe far prendere coscienza ai Cinquestelle dei loro mezzi reali, quando si accorgono che tattica non è affatto sinonimo di tatticismo. Se i parlamentari del M5S prendono l’iniziativa e si ricordano di avere un peso, come hanno fatto adesso, allora cambia tutto lo scenario. E questo può accadere persino per un governo. I saggi che piacciono agli elettori, quegli elettori che vogliono rinnovare la nostra Repubblica, vanno indicati con nomi e cognomi. E intanto, ora, ci vuole un Rodotà.

26 febbraio 2013

Grillo, i movimenti, e i palazzi papali

 di Pino Cabras - da Megachip.


Due ottuagenari potenti e fiacchi si aggirano in queste ore in due sontuose regge di Roma, entrambe a lungo abitate dai papi. Uno è proprio il Papa, benché solo per poche ore ancora. L’altro è il Presidente della Repubblica, con qualche ora di carica in più. Sono svigoriti, perché quel che volevano tenere fuori dalle loro stanze sfarzose rientra invece con ancora più energia, e travolge le loro inutili e senili prudenze conservatrici. Joseph Ratzinger fin da ora ha preso atto della sproporzione di forze con la Storia: esce già di scena, ci pensino altri, e via il mal di testa. Giorgio Napolitano invece l’emicrania se la deve tenere tutta: un parlamento ingovernabile, un sistema politico formato da partiti troppo forti per permettere agli altri di governare, e troppo deboli per governare da soli, mentre il primo partito gli è alieno. È stato lui a portare dentro la reggia uno dei minori economisti della storia, per poi nominarlo senatore a vita, per fargli quindi governare malissimo una nazione, e per vederlo infine sconfitto miserevolmente, dopo una campagna elettorale disastrosa: Mario Monti, l’uomo che per mostrarsi empatico agli elettori affittava un cagnolino da esibire in favore di telecamera. Eccoli sconfitti, il robot e il cane. Gli sconfitti d’altronde non si contano, in queste elezioni, dentro e fuori il perimetro del Quirinale.
Pierluigi Bersani, ad esempio, non aveva proprio speranza. Solo il codazzo di incapaci che ancora si agita nel sottobosco mediatico intorno al PD poteva pensare che vincesse con una certa larghezza. Basta leggere i loro pronostici dell’altro ieri, quando vedevano Bersani inerpicarsi al 37 per cento, con i Cinquestelle fermi al 18. Per questi geni della politica la campana suona e suona ancora, ma non la sentono mai: già il voto europeo del 2009 fu segnato in mezza Europa dalle disfatte subite dai partiti che ereditavano gli insediamenti della sinistra del Novecento. La loro frana elettorale avvenne nel pieno di una vasta crisi economica e finanziaria coincidente con il fallimento del neoliberismo. Era già chiaro allora: la sinistra “novecentesca” europea era stata cooptata come interprete terminale del neoliberismo, un mero supporto delle oligarchie, quando doveva semmai combatterle. La ricetta di Bersani è stata invece: non tocchiamo nulla di quanto ha fatto il neoliberista più ottuso che si potesse trovare sulla piazza.
Sconfitto è Nichi Vendola, che ha dilapidato anche il fragile equivoco che gli aveva fatto imbarcare tanta gente: quella che ancora crede che si possa fare l’ala sinistra di un centrosinistra che fa l’ala di un centro neoliberista. Roba da mal di testa al cubo. Gli elettori non se lo sono fatto venire.
Sconfitto è Antonio Ingroia, persona perbene e segnata dalle più preziose discriminanti etiche, quelle di chi mette il proprio corpo contro la mafia, ma che si è fatto ingabbiare in una coalizione che – anch’essa - non sentiva la campana suonare per le sinistre novecentesche. Quanta ingenuità e quante illusioni, quando non chiudeva mai davvero la porta a Bersani!
Sconfitto è Gianfranco Fini. La lista che recava il nome del presidente uscente della Camera, uno dei politici più potenti della Seconda Repubblica, è stata umiliata con uno 0,4% dei voti. Sic transit gloria mundi.
Oscar Giannino, poi, è uno di quelli che si capottano in parcheggio, e non vale la pena parlarne.
Vince invece il potere d’interdizione che premia Silvio Berlusconi, ancora una volta resuscitato dalla fu sinistra. Peserà ancora, il Caimandrillo. La destra, in Italia, si aggrega intorno a un blocco sociale ben presente, quello che c’è, non quello degli affitta-cagnolini alla Rigor Montis.
Ma vince soprattutto il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. Da tempo avevamo intuito il suo successo in quanto punto di coagulo dell’opposizione, e previsto i tremendi compiti che gli si sarebbero parati di fronte alla vigilia della Terza Repubblica. Forse volevamo cambiare questa forza politica con più velocità del consentito. Forse Grillo non ha voluto essere così forte da dover governare ora, quando la sua forza politica è fatta di gente attenta alle dimensioni locali, ma non pronta per il nucleo del potere statale. Ma la questione si ripresenterà. Quale? La trasformazione di un movimento in una forza dirigente adatta a governare un paese di sessanta milioni di abitanti. Il problema è nelle cose, e si proporrà prima del previsto. Di certo l’opposizione da oggi avrà questa sponda parlamentare, e i Cinquestelle saranno un interlocutore ineludibile per tutti i movimenti che vogliano rivoluzionare questa parte del mondo.
Colpisce in proposito il risultato siciliano, perché offre un esempio di cosa possa significare portare l’opposizione dentro le istituzioni. Alle elezioni regionali dello scorso ottobre il M5S ebbe circa il 15 per cento dei voti. Oggi la percentuale è doppia. Cosa è successo nel frattempo? L’incremento non è dovuto solo alla spettacolarità delle indennità autoridotte dei deputati siciliani: il gruppo parlamentare regionale dei Cinquestelle in questi mesi ha fatto sua la lotta popolare contro la base americana MUOS, un tema che nella campagna elettorale regionale non era nemmeno contemplato, al punto da riuscire a condizionare in modo forte l’azione del governo regionale. Questo è un modello di battaglia istituzionale molto chiaro: quello di una lotta che appoggiamo da tempo e che se non avesse voce nelle istituzioni non avrebbe altrettanta forza.
Ecco, servirà altrettanto per tante altre lotte su tutto il territorio della Repubblica Italiana. A partire dalla lotta contro i dittatori del debito e dello spread: una lotta che non ha più da tempo riferimenti fra forze politiche organizzate con una proiezione politica e sociale a tutto campo.
Ora tutto questo si potrà costruire. L’ottuagenario che si aggira come in trappola nel fastoso palazzo non potrà farci nulla. 


10 dicembre 2012

Il Grillo, il Principe e la Terza Repubblica


Alcuni consigli a Beppe sui candidati, sul governo e sul nuovo Capo dello Stato

«… li buoni consigli, da qualunque venghino, conviene naschino dalla prudenzia del principe, e non la prudenzia del principe da' buoni consigli.» (Niccolò Machiavelli, Il Principe, cap. XXIII)

«…quindi dateci una mano piuttosto che martellarci, a me e a Casaleggio, di darci delle martellate in testa, dateci consigli, una mano, abbiamo bisogno tutti uno dell’altro. Grazie.» (Beppe Grillo, Comunicato n. 53, beppegrillo.it)

di Pino Cabras – da Megachip.

Quando Niccolò Machiavelli compilò quasi tutti i capitoli della sua opera più famosa, Il Principe, era il 1513. Mezzo millennio fa. L’autore osservava un’Italia debilitata, soggetta a mani barbare che la spossessavano. Machiavelli scrisse il Principe per trovare soluzioni politiche pratiche e per immaginare un soggetto forte che le mettesse in atto. Pensava che nella crisi di allora ci fosse comunque un’opportunità.
Esattamente cinque secoli dopo, l’Italia – in condizioni storiche certo assai diverse - è di nuovo la preda di poteri che la percorrono, la derubano, la dividono.
Anche nella crisi di oggi sorgono opportunità e pericoli affrontati da nuovi interpreti. Cambieranno presto molti di questi interpreti, muteranno i partiti politici, e in mezzo a questo tramutare in molti già ora vogliono dire la loro, esserci, sfiorare i panni che il Principe potrà vestire. Da qui i consigli, le adulazioni, le demonizzazioni.
Da qui anche il mio divertimento nell’accostare la frase di Machiavelli e quella di Beppe Grillo, ossia il soggetto politico che turba il sonno dei Principi decaduti riparatisi dietro Rigor Montis. Che Principe avremo nel 2013? Monti? Berlusconi? Bersani? O proprio Grillo? Andiamo con ordine.

Spero che tutti abbiano ben presente che le elezioni politiche, ormai vicinissime, non decideranno solo la sorte di un parlamento e di un governo. Cambieranno per prima cosa il Principe che abita al Quirinale. Il quale Principe conta parecchio. Abbiamo visto quanto egli sia stato decisivo per imporci il governo di tecnocrati neoliberisti, scelti fra i minori economisti della nostra epoca, e quanto abbia trafficato per mettere in mani lontane la già poca sovranità che avevamo. La combinazione fra nuovo Presidente della Repubblica, nuovo parlamento e nuovo governo avrà un effetto durevole. Se non fosse ancora chiaro, lo ribadisco: sarà in questi mesi che si deciderà l’impronta della Terza Repubblica.
In Italia ricorrono i cicli ventennali, e durano così tanto perché chi li guida vince all’inizio. Monti e Napolitano hanno preparato il terreno per un nuovo ciclo ventennale, anche se non lo amministreranno certo tutto loro, bensì Bersani, Vendola e gli altri vassalli dell’Impero. Il Fiscal Compact, il patto di bilancio europeo, è appunto un vincolo ventennale, che loro hanno già accettato. È un incubo lunghissimo, al termine del quale, rispetto a mezzo millennio fa, mancheranno solo i lanzichenecchi. E non è nemmeno detto che ce li faranno mancare.
Chi si oppone a questo incubo?
Si oppongono forse i partiti che hanno ereditato l’elettorato di sinistra? No di certo. Hanno consegnato milioni di elettori, docili come agnellini, agli strateghi di scuola Goldman Sachs e Bilderberg, da Prodi a Draghi a Monti. Altri milioni di elettori, che a un certo punto hanno capito l’andazzo, hanno iniziato a non votare. Altri ancora, specie gli intellettuali, hanno giocato troppo a fare l’ala sinistra del centrosinistra. Fanno errori infiniti, ripetono sempre le stesse mosse e imparano dagli errori troppo lentamente rispetto all’accelerarsi della Storia. Hanno pure bei programmi, ma caos organizzativo totale.
I partiti di destra che hanno orbitato intorno a Berlusconi – nel frattempo - sono nel marasma. Ci provano pure a sottintendere un mondo senza Monti, senza questa Europa dittatoriale, senza Fiscal Compact. Ma si vede da lontano che non hanno uno straccio di idea, fino a subire il ritorno della mummia di Arcore.
Poi c’è Grillo. Che non è un fungo spuntato dal nulla. L’attore genovese ha guadagnato il suo primo sostrato di popolarità dalla sua originaria caratura di personaggio televisivo, ben oltre vent’anni fa, e ha integrato questo patrimonio con lo specifico del teatro, infine lo ha riportato sul terreno di internet e poi nelle urne elettorali. È stato un lavoro lungo. Lo ha rivendicato lui stesso: «Io ho cominciato vent’anni fa girando il mondo, visitando laboratori, intervistando ingegneri, economisti, ricercatori, premi Nobel. Ho rubato conoscenze ai grandi. Mi sono informato, mi son fatto un culo così, anche se molti mi prendono per un cialtrone improvvisatore. E ora questi pensano di metter su movimenti in quattro e quattr’otto.» Non posso dargli torto.
C’è stato dunque un lavoro organizzativo e ideologico, in cui Grillo ha costruito una narrazione, affidandosi saldamente a un pilastro patrimoniale, la sua azienda, a suo agio con i meccanismi della società dello spettacolo. Da un certo punto in poi Grillo non ha più mosso un solo passo senza il suo socio di ferro, Gianroberto Casaleggio, anch’egli fermissimo nel costruire un partito-azienda. Mentre il partito-azienda di Berlusconi voleva far durare eternamente gli anni ottanta del XX secolo, il partito-azienda di Grillo e Casaleggio ha voluto promettere in anticipo gli anni ottanta del XXI secolo. Due narrazioni opposte, ma entrambe lontane dalle forme di attività politica del partito-massa novecentesco, ed entrambe consapevoli che siamo dentro un grande show. Grillo ha via via rafforzato il suo efficiente modello imprenditoriale in cui c’è sinergia fra il suo blog, gli spettacoli, un certo networking su temi politici, sociali e ambientali che esalta protagonismi giovanili e buone pratiche amministrative, fino a portarlo in politica nel Movimento Cinque Stelle.
Per i temi che propone, e per il fatto che si oppone frontalmente e senza compromessi a un ceto politico terribilmente screditato, il Cinquestelle è diventato il punto di coagulo dell’opposizione, l’unico attualmente in grado di portare in Parlamento rappresentanti non organici al "Pensiero Unico". La creatura ha raggiunto elettoralmente e mediaticamente una massa tale da affascinare nuovi votanti disposti a sospingerla in alto. In questo modo, Grillo e Casaleggio si trovano buone carte in mano da giocare per la partita della Terza Repubblica. Finora hanno scelto di non cambiare il loro gioco. Poiché la partita si disputa adesso, le contraddizioni in seno ai Cinquestelle si notano di più. Ad esempio la retorica «uno vale uno» e la «democrazia diretta» cedono il passo al «comunicato 53» del 29 ottobre 2012, nel quale Grillo dichiara: «io devo essere il capo politico di un movimento», laddove impone una regola inderogabile per decidere chi si può candidare: «chiunque sia stato iscritto a una lista comunale o regionale», e nessun altro.
Poi si scopre invece che sono state concesse eccome delle deroghe, e si sono posizionati bene nelle liste anche candidati che non avevano mai fatto parte di liste locali, mentre altri in analoghe situazioni o perfino ex candidati non potevano partecipare, stoppati dallo staff dei capi. Misteri del Casaleggium. Come si spiegano? Quale questione di fondo sollevano? C’è solo da capire, non da gettare la croce su qualcuno.
La questione è semplice. Nemmeno i Cinquestelle si sono finora sottratti alla «legge ferrea dell’oligarchia» dei partiti, enunciata nel 1911 da Robert Michels, un politologo tedesco. Cosa dice, in sostanza, questa regola secolare? A dispetto di una struttura democratica aperta alla base, nel partito tende sempre a formarsi una struttura comandata da un numero ristretto di dirigenti che godono di risorse informative, finanziarie e organizzative asimmetriche. Le gerarchie possono essere esplicite o implicite, palesi o in ombra, ma pesano comunque in modo decisivo. Questo vale per grandi partiti massa, ma diventa stridente in una formazione che rivendica di avere un “non-statuto” e si rimette solo alle regole del codice civile sulla proprietà dei marchi, proprio mentre spende ogni parola possibile in favore della “democrazia diretta”. Tutto ciò può funzionare in un’azienda, può procedere bene in una piccola comunità. Ma quando la dimensione dell’azione politica si estende a un paese di sessanta milioni di abitanti, la democrazia rappresentativa è l’unica cosa che può reggere. 
Lo stesso Grillo lo ammette: «Fosse dipeso da me, ci saremmo fermati ai comuni e alle regioni, il movimento è nato dimensionato sulle realtà locali. Il Parlamento è fatto su misura dei partiti. Ma ora come fai a deludere le aspettative di tanta gente? Ci costringono a presentarci alle politiche.»
L’ideologia dell’«uno vale uno» su questa scala non funziona dunque più, amen.
Certo, Grillo ribadisce che non vuole portare in parlamento chi ha «il Dna corrotto dall’organizzazione-partito. E poi ci inventiamo un meccanismo di democrazia partecipativa per far governare i cittadini». Ma in attesa di tutto questo, nella realtà effettuale il capo è lui. E lui decide chi c’è e chi non c’è. La decisione avviene all’interno di un bacino ristretto di candidati, determinato con regole dichiarate rigidissime e nondimeno occasionalmente aggirate con il consenso del vertice. Le «parlamentarie», con il voto di alcune decine di migliaia di italiani, ratificano.
Spettacolare contraddizione: un partito che esalta la democrazia diretta contro la democrazia rappresentativa accondiscende pragmaticamente a meccanismi di selezione fra pochi cittadini strettamente vigilati da un’élite circoscritta.
Militanti e elettori del M5S farebbero bene a trarre una prima lezione: a questi livelli, la rappresentanza non consiste nel fare di un parlamentare un “dipendente” che agisce solo da portavoce. I padri costituenti c’erano già arrivati senza sbatterci il muso. Ora, Grillo ha fatto un pantheon dei “santi laici”, includendo tra gli altri Aldo Moro. Benissimo. Ma Moro e gli altri costituenti scrissero non a caso l’articolo 67 della Costituzione: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Il terreno di azione costituzionale possibile oggi è questo e non altro.
Perciò il meccanismo di selezione della rappresentanza scelto da Grillo e Casaleggio - e ratificato tra i mugugni dagli attivisti cinquestelle – insiste narrativamente a dire “democrazia diretta”, ma non la può attuare davvero, con il risultato di produrre delle liste terribilmente modeste. E allora mi chiedo: come potrebbe l’Italia, pur stufatasi di Monti e disgustata da Berlusconi, affidarsi a queste liste? Le recenti elezioni regionali siciliane ad esempio, hanno sì dimostrato che Grillo è in boom, ma non intercetta gran parte dell’astensione. Col risultato che governano altri.
Stanti così le cose, non ci dovremmo attendere un risultato diverso su scala nazionale.
Ecco il punto: voglio credere ancora che Grillo non si accontenti di un risultato modesto e colga invece l’occasione storica, per quanto essa faccia tremare i polsi. Prendo spunto dal suo appello, quando chiede: «dateci consigli, una mano, abbiamo bisogno tutti l’uno dell’altro». Spero che si tratti della «prudenzia del principe» che fa sorgere i «buoni consigli».

Il consiglio è semplice, caro Grillo: non limitarti a dire «sono il capo politico di un movimento», cioè l’ennesimo (ancorché originale) capopartito, alla guida di un ennesimo (seppur eccentrico) partito.
Prova invece a esercitare una leadership più vasta e più utile al sogno che hai dichiarato. Ricordi la domanda di Travaglio: «Come te lo immagini, il prossimo Parlamento?» E tu: «Me lo sogno pieno di rappresentanti di tante liste civiche, movimenti di gente perbene. Ragazzi, professori, esperti. I nostri di Cinquestelle, i No-Tav, quelli dell’acqua pubblica, dei beni comuni, gli altri referendari.»
Bello, ma finora hai invece determinato la formazione di liste dalle dinamiche molto partitiche, troppo lontane da quel sogno.
Perché è accaduto? I recenti successi elettorali hanno attirato frotte di “soccorritori del vincitore”: gente incontrollabile, in grado di corrompere irrimediabilmente la forza politica plasmata finora dal fondatore. La decisione dal vertice dell’azienda – chiudersi - è stata una decisione d’emergenza, «sennò ti entra Toto u curtu e poi ce lo hai tutta la vita dentro, Toto u curtu», dice Grillo.
La cosa si comprende perfettamente. Un leader che ha costruito una sua reputazione nell’arco di decenni agisce d’imperio per preservarla, perché è la risorsa chiave che alimenta il motore: quella reputazione gli consente di avere l’autorevolezza e il consenso per decidere in qualità di dirigente, di garante, di tessitore, di iniziatore. Una classica democrazia del «carisma», più che una futuribile democrazia di «cliccattivisti».
E allora, mi chiedo, perché non usarla più largamente e meno ipocritamente - e meno patrimonialmente - questa autorevolezza? Cos’ha in mente Grillo, ora? Forse non il governo. Forse vuole limitarsi alla testimonianza, con poche decine di parlamentari, in attesa di tempi migliori. Ma quali tempi migliori? Se la Terza Repubblica nascerà come lo zombie dell’attuale sistema, il Paese andrà a fondo in poco tempo. Serve una forza di governo, o almeno un’opposizione forte e non marginalizzata.
E qui vengo a sviluppare meglio il mio personalissimo consiglio.
Il riferimento va a un esempio storico di alcuni decenni fa, che ci può ispirare senza dimenticarci che viviamo in tempi molto diversi da allora, con altri partiti, altri scopi, altre idee, ecc. È solo un utile esempio funzionale per vedere come può operare la rappresentanza.
Ebbene, chi era il punto di coagulo dell’opposizione negli anni settanta? Era il PCI, uno strano partito che pur essendo di massa, a un certo punto decise che non poteva bastare a se stesso, e perciò alle elezioni presentava candidati indipendenti. Naturalmente questi condividevano molte idee di quel partito, non andavano certo in campo avversario, ma avevano biografie autenticamente svincolate ed erano in grado di rappresentare interessi che il PCI non raggiungeva con le sue sole forze. La cosiddetta Sinistra Indipendente formava perfino un suo gruppo parlamentare autonomo, che portò alle Camere voci autorevoli, competenti, oneste, rappresentative, perfettamente in grado – una volta concluso il mandato – di non impigliarsi per sempre al “mestiere” politico. Questi parlamentari contribuirono tra l’altro a scrivere ottime leggi, cosa niente affatto secondaria.
Ebbene, il Movimento Cinque Stelle, lo ripeto, è di fatto il punto di coagulo dell’opposizione dell’oggi e dell’immediato domani, e ha una straordinaria responsabilità storica, che anche in bocca a Beppe Grillo suona con queste esatte parole: «Ma ora come fai a deludere le aspettative di tanta gente?»
Se la sua preoccupazione è questa, allora diventa cruciale, nel brevissimo tempo che rimane da qui alle elezioni, presentare liste migliori di quelle varate con la consultazione infra-partitica delle «parlamentarie». Non c’è tempo per fare una grande selezione di massa. C’è tempo invece per guardarsi intorno fra «rappresentanti di tante liste civiche, movimenti di gente perbene. Ragazzi, professori, esperti» (riuso le parole di Beppe). I Cinquestelle li conoscono già: «I No-Tav, quelli dell’acqua pubblica, dei beni comuni, gli altri referendari.» Scelga Grillo alcune decine di «saggi» indipendenti da presentare in vista delle elezioni in aggiunta al quadro delle liste attuali: alcuni da candidare come parlamentari, altri come possibili ministri, altri come autorevoli garanti. L’esposizione di Grillo sarebbe calibrata e cesserebbe di essere una sovraesposizione. La presenza di parlamentari indipendenti e non trasformisti sarebbe il seme di una nuova democrazia. Diventerebbe il punto di confluenza di una forza popolare in grado di dirigere e riformare profondamente la Repubblica. Troverebbe un’Italia disposta a una reale alternativa. Darebbe una prospettiva a milioni di elettori altrimenti portati ad astenersi.
Il programma? Con pochi punti ben scritti e ben difesi ci ritroveremmo a milioni. E sarebbe un programma opposto agli attuali partiti. Disegnerebbe una Terza Repubblica lontana anni luce dallo sfascio odierno.
Accennavo al fatto che nel 2013 si eleggerà il nuovo Capo dello Stato. Pur non essendo l’Italia una Repubblica presidenziale, il collegio elettorale che deciderà chi va al Quirinale si formerà adesso, a partire dalle cabine elettorali. Alla più alta magistratura perché mai proporre un Di Pietro, così consumato dai difetti partitocratici?

Non sarebbe forse più adatta una figura come quella del magistrato Roberto Scarpinato? A proposito dei machiavellismi delle classi dirigenti italiane, Scarpinato – oltre ad avere la migliore biografia professionale per il primato della legge – è l’autore de «Il ritorno del Principe», un ritratto spietato di queste classi dirigenti da cambiare. Io lo proporrei, con forza, Scapinato, per far capire quanto si vuole cambiare il Paese, in antitesi con i presidenti che insabbiano le inchieste sulla criminalità politico-mafiosa. Sarebbe una direzione chiara, e coerente con la storia della migliore opposizione allo sfascio di questi anni. Divulgherebbe ancora meglio la buona novella: con noi si cambia davvero, e lo si fa con il volto migliore della legge.
Questo per il Presidente della Repubblica. E per il Presidente del Consiglio, invece? Grillo non vuole fare il candidato premier. Ma il ruolo di mero garante gli sta strettino assai. Nel momento in cui facesse la grande operazione di apertura agli indipendenti, anche questa questione si potrebbe rapidamente discutere e risolvere. Si vedrà.

Come si sarà ben capito, nel dare questi consigli molto personali barcollo, perché ho ben chiare le speranze suscitate in questi anni da chi, come Grillo e altri, si è battuto per una rivoluzione politica e culturale, ma ho altrettanto chiare le difficoltà e i vicoli ciechi della dura realtà, così come il succedersi di speranze a buon mercato. Oscillo insomma fra passione politica, volontà di cambiare, e ragionevole diffidenza. È colpa del Minestrone. No, non la pietanza. È un film che ho visto tempo fa e di cui racconto - anche se non si dovrebbe – il finale. Fu girato nel 1981 da Sergio Citti con una strana ispirazione pasoliniana, e un cast che comprendeva anche Roberto Benigni e Giorgio Gaber. Quest’ultimo nel film interpreta il ruolo di un santone molto ieratico che fa sperare la gente in una “Terra Promessa”. Molto prima di Forrest Gump, Gaber inizia a muoversi per le strade, seguito da una folla crescente. Mamme speranzose gli fanno baciare i loro pupi e lo seguono anch’esse, assieme a tanti affamati in viaggio per "qualcosa di meglio" che non c'é. Il viaggio a piedi porta il profeta e la processione di seguaci fino a un assurdo ghiacciaio alpino, che apre l’orizzonte ma chiude drammaticamente la strada. A quel punto gli chiedono: «Ma dove ci hai portati?» E Gaber: «E che cazzo ne so?». Inizia a ridere follemente. Finisce il film



Perciò mi consola che nell’intervista che qui ho tanto citato Beppe Grillo dica: «Se falliamo, ci appendono per i piedi: almeno quelli che si ostinano a pensare che l’Italia la salva l’uomo della Provvidenza che mette le cose a posto mentre loro delegano e si disinteressano. Ma dai, ragazzi, basta coi leader e i guru, diventiamo adulti». Beppe chiama tutti alla responsabilità. Mi spaventa solo quando dice: «io getto le basi, faccio il rompighiaccio», perché rivedo il ghiacciaio del film. Ma è solo un’assonanza.  


Fonte: http://www.megachip.info/tematiche/beni-comuni/9440-il-grillo-il-principe-e-la-terza-repubblica.html.

9 dicembre 2011

Il Rigor Montis non è la soluzione



Per il debito ci sono alternative, e servono subito! Alcuni esempi.



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10 novembre 2011

Monti, siamo pronti

di Pino Cabras – da Megachip.


Il vero potere ha gettato la maschera e le ultime vestigia della semi-sovranità italiana sono state demolite, nell’annus horribilis della nostra Repubblica, dopo che anche la guerra di Libia aveva svelato la disfatta di ogni autonomia nazionale. Nessuna urgenza economica al mondo può giustificare un peggioramento così repentino degli interessi del debito - oltre la soglia del non ritorno, oltre le convenzioni del default tecnico - come quello del 9 novembre 2011.
Solo un concorso di volontà decise a imprimere una svolta rivoluzionaria poteva scatenare un attacco di questa portata, micidiale quanto un colpo di stato.
A suggello di un giorno trionfale per la sovversione dall’alto decisa a livello di classi dominanti globali, il Presidente della Repubblica ha nominato senatore a vita Mario Monti, il tecnocrate italiano più organico all’élite planetaria, un vero cardinale del pensiero unico economico, uno dei padri nobili del feroce disastro sociale di questi anni, il babbo insensibile di tutti i precari, il fratello coltello di tutti i pensionati. L’uomo di Rockefeller e della Goldman Sachs, della Commissione Trilaterale e del Gruppo Bilderberg.
Queste sue affiliazioni sono fuori dai radar dei grandi media, persino ora che viene visto come Presidente del Consiglio in pectore, eppure sono il tratto vero del personaggio, in tutta la sua caratura internazionale. Il centrosinistra italiano ovviamente non ne parlerà, perché sulle questioni internazionali non decide, si fa decidere. Politica estera e politica monetaria, per loro, sono una sorta di entità data, che si riceve e non si discute. Fra i 100 punti del "Wiki-PD" di Matteo Renzi, per esempio, solo due o tre parlano di questioni internazionali, e solo vaghissimamente, mentre nessuno parla di moneta. Renzi è in buona compagnia. Tutte le classi dirigenti italiane sono inserite in un gioco di potere sub-dominante nel quale accettano un ruolo declinante dell’Italia: decidano altri. Il nucleo cesaristico della sovranità ha il baricentro in altre capitali, e lo avrà sempre di più: aiuterà a spolpare meglio e in pochi anni ricchezze costruite in generazioni.
Il Caimandrillo fu una volta definito dal suo medico “tecnicamente immortale”. Possiamo dire, politicamente, che è “tecnicamente morto”. Morendo politicamente lui, muore la cosiddetta Seconda Repubblica. La Terza Repubblica è già qui, e vuole scongelare tutto quello che è stato assurdamente paralizzato dalla lunghissima gelata berlusconiana. Monti sarà sostenuto da una squadra di curatori fallimentari del Sistema Italia che passeranno la ruspa sul tenore di vita di milioni di persone. Italia avrà il volto di Equitalia.
Così come nessuno, pur sapendosi mortale, crede fino in fondo e “davvero” alla propria inevitabile dipartita, allo stesso modo milioni di italiani, pur presi da certi inequivocabili presagi, non pensano che accadrà “davvero” anche da noi un’altra Grecia, così come fra chi sorseggiava un caffè turco nei locali di Sarajevo, nell’aprile 1992, nessuno accettava che i suoni di cannone che si udivano nelle vicinanze potessero “davvero” portare alla guerra, che invece puntualmente arrivò.
Non sono solo metafore. Sto parlando, per ognuno dei casi citati, della sottovalutazione esiziale degli effetti indotti da un crollo di sovranità, che si accentua in presenza di classi dirigenti inette e asservite a interessi lontani. Nessuna illusione su Giorgio Napolitano (anche se tanti agnelli sacrificali ne coltivano ancora). Niente illusioni su Mario Monti (anche se vorranno vendercele). Esattamente due anni fa in un articolo che – a rileggerlo – suona ancora tremendamente attuale, cercai di avvertire che la fine del Caimandrillo avrebbe palesato dolorosamente l’inservibilità di un’intera classe dirigente, tanto più davanti a una crisi economica sistemica come quella che si annunciava.
Dobbiamo costruire una classe dirigente alternativa. Dapprima in forma di un fronte sociale che difenda accanitamente ogni bene dalla rapina della tecnofinanza e rimetta in discussione l’attuale debito. Poi in forma di progetto politico consapevole di vivere in tempi rivoluzionari e inteso a conquistare sovranità in capo al popolo italiano. Siamo pronti o siamo Monti? Siamo pronti o siamo tonti? Stiamo pronti, o siamo morti. Stiamo pronti, che siamo molti.

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30 maggio 2011

E ora i referendum, per una fase nuova

di Pino Cabras - da Megachip.

La Seconda Repubblica finisce da dove era cominciata: nei Comuni, con un sommovimento di quelli che annunciano la disfatta di un sistema di potere e si aprono a tante soluzioni possibili. La straordinaria diversificazione politica e umana dei sindaci che hanno trionfato in queste elezioni rivela le molte direzioni da cui il sistema berlusconiano può ormai essere eroso: sia da un centrosinistra alla Fassino, perfettamente incastonato in un blocco di potere, sia da una spinta inattesa alla De Magistris, che va con forza contro il blocco di Napoli, passando per i casi intermedi di Pisapia e Zedda.
Sullo sfondo avanzano le nubi dell’Europa che oggi schiaccia la Grecia e presto vuole schiacciare l’Italia sotto manovre finanziarie da decine di miliardi l’anno, intanto che il Paese non ha sussulti di sovranità. Il compito dei neosindaci sarà molto difficile, difensivo, a guardia di sistemi di Welfare sempre più residuali e soggetti alle perduranti pressioni della Casta che non vorrà perdere privilegi. Un segnale importante che i cittadini potranno dare, anche per prevenire i difetti dei gattopardi che non vorranno cambiare l’essenziale, consiste nei referendum del 12 e 13 giugno, che possono disegnare un principio di programma nuovo: difesa del territorio e dei beni comuni, uguaglianza davanti alla legge, energie pulite. Le consapevolezze e le “indignazioni” ci sono, e sono diffuse nonostante l’altrettanto diffusa immaturità rispetto alla situazione internazionale e rispetto alla crisi dello sviluppo. Il fatto che la minoranza berlusconiana oggi non possa più fingere di essere maggioranza, come ha fatto per quasi vent’anni con tanti complici fra gli oppositori, toglie tutti gli alibi e apre una fase nuova. Gli aspetti positivi sono tutti da coltivare.






2SIACQUA

20 marzo 2011

La fine della sovranità italiana

di Pino Cabras, da Megachip.info.


Trovarsi in guerra senza nemmeno sapere perché. Questo ormai tocca in sorte a milioni di persone, milioni di telespettatori che prima assistevano ai salamelecchi pro Gheddafi e ora vedono le immagini dell’attacco militare occidentale, poi vedranno una guerra ancora più grande e catastrofica. Era un’altra musica nell’ottobre 2008, quando Giulio Andreotti, Nicola Latorre, Vittorio Sgarbi e Beppe Pisanu erano al cospetto del Colonnello con la loro brava fascia verde e il cappello bipartisan in mano, grati per il fresco impegno libico che salvava la banca Unicredit dal disastro innescato dagli scricchiolii finanziari dell’Impero in crisi. La spola di politici italiani per Tripoli era continuata per anni, sotto l’occhio benevolo di Re Bunga Bunga. Ma ora hanno tutti votato per la guerra. Perché?

Escludiamo i motivi umanitari. Nicolas Sarkozy solo pochi mesi fa offriva aiuti militari a Ben Alì per soffocare nel sangue l’inizio della rivolta tunisina. David Cameron e Barack Obama non hanno mica bombardato i carri armati del re del Barhein, che invece continua a sparare sulla gente che protesta, mentre l’Onu dorme. Zapatero e Berlusconi non hanno offerto le loro basi per imporre un’urgente No Fly Zone sopra il cielo di Gaza mentre Israele bruciava la popolazione civile con il fosforo bianco e le bombe Dime. Piero Fassino, responsabile esteri del Pd, durante la strage di Gaza, esprimeva solidarietà a Israele. Nessuno convoca il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per ordinare lo stop ai droni di Obama che un giorno sì e l’altro pure fanno strage fra i civili in Pakistan. Gli esempi diventerebbero decine, a cercarli, ma la facciamo breve: le guerre non sono mai mosse da motivi umanitari. Le guerre “umanitarie” sono così umanitarie che bombardano gli ospedali, sempre. Stavolta persino dal primo giorno. I moventi, se non siamo gazzettieri a rimorchio delle bugie del potere, li dobbiamo cercare altrove. Suggerisco in proposito l’interessante lettura geopolitica offerta da Piero Pagliani, che racconta bene il ruolo cruciale della strategia africana degli Usa.

Perché l’Italia ha dunque scelto la guerra?

La Storia a volte si presenta con il volto dell’ironia e del paradosso delle date. Proprio appena passata la festa del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, ossia un giorno che dovrebbe esaltare la sovranità nazionale, abbiamo fatto vedere al mondo che viceversa siamo definitivamente un paese senza sovranità, senza più i distinguo del passato, né le navigazioni ambigue democristiane, le fiammate di autonomia di certe nostre aziende, le impuntature di certi nostri apparati. Senza più la guardinga sottomissione atlantica di un tempo, quando si battevano lo stesso anche le strade sgradite a Washington, Londra e Parigi, in nome di interessi da non liquidare: in nome cioè di una sovranità limitata ma non azzerata. L’attacco alla sovranità della Libia coincide con la fine della sovranità italiana. Due piccioni con una fava, con la desolante complicità del sistema politico, dal Quirinale ai peones di Montecitorio, fino alle redazioni, con qualche spaesata eccezione.

Quali pressioni sono intervenute per spingere questa classe dirigente a non far più valere un trattato di fresca firma come quello fra Italia e Libia? Si tratta di pressioni enormi, in tutta evidenza. L’Italia ha rinunciato di colpo a ogni sua politica autonoma nel Mediterraneo, l’unico suo spazio agibile, e in campi cruciali: l’energia, l’immigrazione, l’influenza geopolitica. Prosegue (anzi, precipita) la linea di ritirata della nostra sovranità economica, lungo quello stesso tracciato che negli anni Novanta ha portato alle privatizzazioni selvagge e al vistoso declino della posizione italiana nella divisione internazionale del lavoro. Per entrare in Libia dovremo chiedere permesso ad altri soggetti.

Nel 1998, quando cadde il primo governo Prodi, il governo D’Alema si formò grazie a massicci via vai di deputati e senatori (da Cossiga a Cossutta), che spaccavano e ricomponevano i gruppi parlamentari: insieme garantirono agli Usa la stabilità di governo indispensabile per usare in tutta tranquillità le basi militari da cui partivano gli aerei anche italiani che pochi mesi dopo bombardarono la Jugoslavia. È un precedente che ci permette di leggere quanto è avvenuto recentissimamente. Non credo che il rientro sfacciato e perfino precipitoso nel Pdl da parte di decine di parlamentari che lo avevano abbandonato per il nuovo partito di Gianfranco Fini sia stato tutto frutto di una compravendita. È più probabile che molti siano stati soggetti a un contrordine, qualcosa che – superata la stoffa dei loro cappucci – dev’essere suonata più o meno così: “Non è più il momento di far cadere il governo, stiamo per fare una guerra in Libia; Silvio, che pure manderemo via, ora ci serve, e sarà ben contento di tirare a campare ancora, non è mica uomo di principio; fate la vostra parte”. E quelli hanno ottemperato alle loro Obbedienze. È gente con molto pelo sullo stomaco: al Caimandrillo concedono le acrobazie giudiziarie più indecenti; lui, in cambio, concede loro la guerra che piace colà dove si puote ciò che si vuole.

E mentre nel 1999 Cossutta faceva sì che in piazza non si facessero troppe manifestazioni contro la guerra, oggi non c’è più nemmeno bisogno di pompieri. La capacità di comprensione della situazione internazionale dell’elettorato di opposizione è stata nel frattempo desertificata. I partiti che ancora prendono i voti di questa opposizione sono invece seduti alla tavola di chi si è mangiato persino le vestigia della sovranità nazionale. Un Paese così decapitato sarà più esposto alle tragedie di una transizione geopolitica che si presentava già difficilissima.


7 febbraio 2011

Berlusconi Mubarak Porno Horror

di Pino Cabras – da Megachip.

Orrore in Egitto. Non è il titolo di un film splatter su qualche mummia antica, ma il primo commento che mi viene da fare ora che guardo le immagini riprese dai videofonini dei manifestanti, tragiche sequenze che documentano l’Egitto odierno. Vedo camion e camionette correre in mezzo alla folla, travolgere i manifestanti e proseguire la corsa incuranti dei corpi falciati. Ma la pornomummia di Arcore dice che Mubarak è un uomo saggio, anzi, il più saggio di tutto il Medio Oriente.
Mi chiedo dove stia la saggezza in grado di «assicurare una transizione ordinata», dopo una repressione così crudele, odiosa e documentata. Vedendo queste immagini, noi sappiamo che non ci può essere in capo a Mubarak nessuna credibilità, nessuna legittimazione che non sia quella del terrore. Mubarak e Berlusconi sono andati al potere quando le videoriprese erano prerogativa professionale di poche organizzazioni a loro vicine. Oggi gli apparecchi sono ovunque. Mentre l’uno scatena la sua hybris poliziesca e l’altro la sua libido decrepita, non si accorgono dei telefonini che li mostrano come re nudi, ognuno nudo a suo modo.


IL VIDEO DELLA REPRESSIONE (ATTENZIONE, IMMAGINI CHE POSSONO DISTURBARE):
http://tv.repubblica.it/dossier/egitto-caos/le-camionette-travolgono-i-manifestanti/61373?video.

venerdì 4 febbraio 2011, ore 16: 59 egiziane. Al Jazeera infierisce: "Mubarak non ha più alcun sostegno diplomatico, a parte il bizzarro presidente del governo italiano"

4 agosto 2010

Quando finì la crescita

di Pino Cabras – da Megachip.



Molte analisi si accontentano di guardare ai tempi recenti, per capire dove stiamo andando, intendere cosa sia accaduto al capitalismo e – scrutando con più interesse il luogo in cui viviamo – intuire perché si sia inceppata l’Italia. Tuttavia non dobbiamo limitarci a vedere le ragioni dello sfacelo nei comportamenti attuali dell’associazione a delinquere raccolta intorno al Piccolo Cesare, né nell’insipienza delle caste concorrenti.

Di recente un arco di riflessioni molto profonde è stato a più riprese pubblicato da Marino Badiale e Massimo Bontempelli. È uno dei tentativi più interessanti di costruire un pensiero politico all’altezza della grande crisi in corso. Un percorso di lettura utilissimo.
In effetti occorre uscire dalle riflessioni contingenti, e spaziare lungo una vicenda storica più estesa. Da dove viene questa crisi? In quale momento certe svolte sono diventate irreversibili?
Possiamo dire prima di tutto che la vera faccia del capitalismo, non solo italiano, si palesava completamente già nell’arco di tempo ricompreso fra la metà degli anni settanta e la seconda metà degli anni novanta.
Perché quel periodo è così importante? Dal punto di vista economico e sociale è proprio in quella fase che si è chiuso il ciclo aperto dalla seconda guerra mondiale. Poi è venuta la fase post 11/9, le crisi convergenti, l’emergere multipolare di altre potenze, ecc. Ma è la fase che precede questi sviluppi a interessarci per via di una sua compiutezza, che qui voglio rievocare.
Quella fase era il compimento del piano Marshall, lo strumento dell’affermazione egemonica del capitalismo anglosassone, dominato da un’élite transnazionale che tendeva a distinguersi dalle «nazioni» e che non calcava l’appartenenza a una comunità nazionale (per quanto teorizzasse comunque la ‘Leadership Americana’). Era questa élite a promuove senza sosta l’apertura dei mercati dei beni, dei servizi, delle persone e dei capitali.
L’egemonia anglosassone subiva e riassorbiva anche gli effetti di disegni concorrenti, quelli che hanno portato poi all’Euro o alla crescita della Cina come “fabbrica del mondo”, dentro un inesorabile progetto di riproduzione allargata del capitale su una scala che coinvolgeva e sconvolgeva l’intero globo.
La “globalizzazione” era il livello superiore verso cui convergeva l’accumulazione estesa del capitale nel sottosistema della manifattura e della diffusione dei beni. Per qualche decennio il motore dell’accumulazione permetteva che si allargasse la socializzazione e l’acquisizione dei saperi e delle capacità degli individui, cosa che facilitava alla crema del capitale l’appropriazione del plusvalore. Scuole, formazione, crescita diffusa di nuovi desideri per nuovi consumi: erano tutti elementi ben funzionali a una tale riproduzione. Fino a un certo punto la classe media era fondamentale per l’espansione.
Il punto di svolta, con tutte le sue importanti conseguenze, fu superato già negli anni settanta. Come ricorda Richard K. Moore in un suo saggio interessante e visionario, da lì in poi, «il capitale non ha cercato la crescita attraverso un aumento della produzione quanto piuttosto estraendo maggiori rendimenti da livelli di produzione relativamente piatti. Da qui la globalizzazione, che ha spostato la produzione verso aree a bassi salari, fornendo maggior margini di profitto. Da qui la privatizzazione che trasferisce i flussi di entrate a investitori che prima si rivolgevano nazionalmente al Tesoro. Da qui, i derivati e i mercati valutari che creano l’illusione elettronica della crescita economica, senza effettivamente produrre nulla nel mondo reale.»
Il processo trasformava la struttura demografica e la società, determinando costi che allora non erano percepiti interamente. Erano già presenti i presagi di quanto sarebbe stato conosciuto più avanti in pieno nei paesi ricchi: la de-industrializzazione, l’alba della crisi sociale delle classi medie, le nuove povertà in Europa e negli Stati Uniti. Il boom del Pacifico preannunciava l’emergere di un capitalismo neo-industriale e finanziario destinato a cambiare il pianeta. Qualcuno più sensibile e attento, come un altro Moore, il Michael Moore di Roger and Me, intuiva la portata devastante della nuova pelle di cui si rivestiva il capitalismo. Ma nel 1989 Michael Moore era uno sconosciuto.
Enormi fette di popolazione un tempo assoggettate a lavori servili in agricoltura, a ridosso dei livelli di sussistenza e sotto il tallone di poteri oligarchici molto chiusi, erano state definitivamente “liberate”, fino a entrare nei meccanismi sociali moderni dominati dal capitalismo. Quote mai viste della popolazione avevano praticamente perso la percezione della millenaria fatica agricola. Il tutto era avvenuto con una rapidità che concentrava non solo i tempi, ma anche i costi della “modernizzazione senza sviluppo”.
I circoli virtuosi della crescita erano giunti però al capolinea, proprio nel momento in cui sembravano interminabili. Anche in Europa non si sapeva ancora quanto moriva dei decenni precedenti, né cosa davvero si affacciava, in vista dei decenni successivi.
Finivano i protezionismi continentali e nazionali. A dispetto delle aperture di mercato sub-sistemiche, che avvenivano in dosi crescenti verso la dimensione globale, resistevano ancora le strutture portanti della ricostruzione regolata dei mercati iniziata alla fine della seconda guerra mondiale, quando si erano impennati tassi di crescita del PIL mai visti prima di allora né mai dopo.
L’economia postbellica era cresciuta in fretta. Quella crescita appariva il modo di essere normale dell’economia. Le tecnologie erano meno facilmente trasferibili. Il mercato del lavoro aveva perimetri nazionali. Le elevate capacità di saper fare erano merce diffusa, trasferibile solo scontando gravose asimmetrie. C’erano meno concorrenti. Le imprese si concentravano radunando e inquadrando vere e proprie “popolazioni organizzate”. Non c’era la polverizzazione sociale che abbiamo visto dopo. Funzionavano le barriere all’entrata nei confronti di nuovi concorrenti. Il capitale aveva bisogno di nuovi sbocchi.
In seguito il progetto capitalista si proiettava verso i punti più avanzati della sua agenda. Era la marcia trionfale della globalizzazione macro-regionale e della globalizzazione planetaria.
Parliamo del cuore del progetto sospinto dalle forze contrarie all’isolazionismo del colosso nordamericano: veri poteri forti che puntavano all’estensione massima del mercato globale, al fine di assicurare la riproduzione dilatata e intensiva del capitalismo. Era l’unico modo per non far crollare i livelli dei consumi in Nord America, senza i quali sarebbe stato messo in discussione lo stesso ordine sociale, intanto che si ampliavano le differenze fra il superclan al vertice della piramide sociale e l’enorme base sociale del ceto medio che considerava invece acquisito il suo pur minacciato tenore di vita.
La svolta liberista estesa su tutto il pianeta aveva la sua “window opportunity”: non c’era più – a un certo punto - il contrappeso sovietico a frenare la sua carica egemonica. E questa nuova egemonia era da rilanciare con una nuova potente fase di crescita - ancora crescita - costasse quel che costasse, stavolta senza vincoli e macroregole, tranne quelle che potevano facilitarle il compito. Nessuna prudenza sociale, nessun vincolo al “consumo di futuro”, da nascondere semmai nelle pieghe dell’indebitamento crescente.
La globalizzazione nella sua dimensione “macro-regionale” in Europa venne attuata con la scorciatoia monetarista. Non c’è stata un’unificazione “virtuosa” dei mercati: quelli delle merci, dei capitali, dei servizi e delle forze di lavoro.
Ha prevalso l’impostazione germanica: una moneta forte, l’obiettivo dell’alta produttività, l’innovazione nei servizi, nei processi e nei prodotti.
Dove sarebbe il problema, direte? Il problema è che questi erano solo obiettivi retorici per la maggior parte delle classi dirigenti dei vari stati. Per perseguire simili politiche sarebbero occorse consistenze statuali e nazionali molto forti, in grado di adattarsi con forza alle regole eurocratiche senza devastare la propria sovranità e le basi della propria legittimità, partendo proprio dall’economia.
La via tedesca alla globalizzazione europea poteva reggere solo per due protagonisti europei: uno era il suo interprete più autentico e già egemone, cioè proprio la Germania, l’altro era il soggetto egemone nel campo cruciale e “atlantico” dei mercati finanziari che guidavano la deregulation planetaria: la Gran Bretagna, che peraltro si teneva fuori dall’Eurozona.
È proprio in quel momento che da noi è finito per sempre il matrimonio fra crescita e occupazione, cioè fra la crescita e le condizioni basilari che creano consenso e prassi per lo sviluppo.
Le classi dirigenti nazionali che nei decenni scorsi non capivano questo punto di svolta della storia hanno avuto un limite culturale e politico macroscopico, con la scusante di vivere certi fenomeni con la sorpresa della prima volta. Le classi dirigenti che non lo capiscono oggi rivelano invece una colpa gravissima e una condotta scellerata, che apre altre praterie alle scorrerie dei poteri occulti dell'élite globalizzatrice.
Questo quadro storico, politico ed economico ricco di interconnessioni offre il contesto giusto per riflettere anche sull’origine delle questioni domestiche attuali della Repubblica Italiana.
Il primo crollo delle potenzialità industriali fu quello della siderurgia e dell’industria di base di mano pubblica, sotto i colpi esogeni della concorrenza internazionale e quelli endogeni del deterioramento dello stato amministrativo, degradatosi nello stato dei partiti.
Oggi giustamente si lamenta il disastro dei conti Telecom per come la compagnia è stata spolpata e indebitata nel suo processo di privatizzazione, ma va anche ricordata la condizione di profondo degrado della holding pubblica Iri, nel cui seno stavano le uniche realtà “salvabili”, ossia proprio il monopolista telefonico e le industrie a produzione militare. Il disastro della Telecom privata di oggi non è insomma l’opposto di una presunta Età dell’Oro pubblica, ma è figlio di un altro disastro che si era consumato chiudendo per sempre un intero ciclo del capitalismo italiano.
Altro discorso riguarda l’Eni, per ragioni storiche e specifiche del settore. La sua missione è sopravvissuta ad assalti e parassitismi di ogni tipo che pure a più riprese le sono entrati in casa. Ma di certo è finita da decenni la sua funzione propulsiva per l’industrializzazione di base all’interno dei territori italiani. Ne è seguito un lungo ripiegamento che ha accompagnato la deindustrializzazione di vaste aree, che non hanno visto sostituirsi qualcosa di paragonabile.
Così come da decenni avremmo già dovuto constatare il decesso della capacità di dar vita a diversi poli industriali del sistema oligopolistico chimico-meccanico-tessile-informatico. Esemplari i meccanismi ciclici di salvataggi-privatizzazioni-pubblicizzazioni-salvataggi, sempre con denaro pubblico, associati al settore meccanico-automobilistico, cioè alla Fiat. Intanto che il quondam Gianni Agnelli, come ora viene rivelato grazie alle beghe ereditarie, su conti cifrati esteri faceva riparare valori dell’ordine dei miliardi di euro sottratti al fisco, la Fiat diveniva quel che è tuttora, dapprima in scala nazionale, poi su scala globale: un’impresa zombi specializzata nel succhiare risorse pubbliche, impegnata non più a segnare il passo della crescita, bensì l’esatto opposto: una ritirata industriale contrattata e costosissima, con il corollario della fine delle vecchie “popolazioni organizzative”.
Nella fase che stiamo rievocando si esauriva anche qualsiasi capacità espansiva del settore chimico, un perfetto esempio del nostro capitalismo senza capitali, incapace di reagire al restringersi del suo piccolo giro monopolistico-finanziario. Molti sistemi di ricatti politici fra protagonisti della vita economica e politica degli anni successivi, con scie proiettatesi sino a oggi, hanno avuto origine nelle “guerre chimiche” di fine anni ottanta.
Un altro ciclo esauritosi negli anni novanta era quello del sistema oligopolistico-bancario. Il sistema delle caste politiche lo aveva avviluppato con un reticolo di mostri giuridici e fondazioni che cercavano di accedere alle risorse finanziarie in modi diversi dai più rozzi ladrocini precedenti. Le privatizzazioni che sono seguite non hanno intaccato il meccanismo. Hanno comportato razionalizzazioni verticali e concentrazioni che hanno trasferito interamente nel Nord del paese il cuore del sistema bancario. Ma l’insieme è tutto tranne che un motore di crescita. Anche qui un inceppamento con effetti permanenti.
Fino agli anni novanta si credé nell’ultimo grande ciclo ritenuto irreversibile e innovatore, autopropulsivo e all’altezza della globalizzazione: l’interminabile ciclo della piccola e media impresa, dei distretti industriali della Terza Italia, fucine di occupazione e di nicchie di mercato aperte al mondo. Quanti politici cercarono di cavalcare l’illusione che i distretti sarebbero entrati in sistema, portando un nuovo capitalismo al centro del mondo? I capannoni vuoti - nel Nordest italiano e non solo - oggi ci raccontano quell’abbaglio. La scala gerarchica chiusa del nostro mercato dei capitali non si è mai schiodata dall’affidare alle sole seconde e terze linee della liquidità la gestione finanziaria delle imprese sottocapitalizzate dei distretti, negli stessi anni in cui le manifatture cinesi interagivano invece con risorse coordinate, programmi di vasta portata, proiezioni decennali e investimenti nel sapere.
Niente di meglio che osservare la faccia di Pierluigi Bersani in visita a un’industria decotta per vedere che c’è sempre chi non capisce quando un’epoca è finita senza rimedio.
Poteva compiere quel salto – da distretto a sistema - solo una società in cui fossero diffuse le competenze e le capacità. Solo che negli anni novanta non l’ultima delle regioni, ma l’opulenta Lombardia aveva tassi di scolarizzazione inferiori alla media europea. E da allora la Lombardia ha regalato al sistema scolastico – via Calabria – la ministra Gelmini, per dire. Potete capire quale “crescita” potrà venire da un ordinamento che taglia le risorse dell’istruzione di un quarto in un anno. Potevamo già saperlo registrando il deficitario standard nell’epoca in cui si chiudevano i cicli del capitalismo italiano. Oggi basta vedere l’unanimità di sguardi attoniti di coloro che hanno ancora memoria di cosa debba essere l’istruzione, quando contemplano il paesaggio di macerie di scuole e atenei, intanto che Cina e India sfornano ciascuna più di mezzo milione di ingegneri all’anno.
Abbiamo tralasciato un altro importantissimo ciclo sullo sfondo. Anch’esso è un ciclo che ha trovato una sua chiusura tra gli anni settanta e gli anni novanta: l’industria dei media di massa. Berlusconi ebbe la funzione di accentrare e blindare in un kombinat politico-televisivo-editoriale dominante tutti i meccanismi di remunerazione dei media, in modo da rendere preponderante la risorsa pubblicità. L’80% del gettito pubblicitario proveniva dal cartello mondiale delle agenzie di pubblicità che investiva per conto dei propri utenti-inserzionisti, in notevole misura società multinazionali, che ridisegnavano con enorme forza di penetrazione i meccanismi della vendita dei beni e servizi secondo i loro interessi, e facevano evaporare un flusso senza precedenti di fatturati che finivano all’estero e restringevano il bacino di riferimento industriale nazionale per i nuovi consumatori “rieducati”.
I meccanismi residuali di remunerazione dei media lasciati dal moloch pubblicitario dominato da Berlusconi erano due: i ricavi da vendite dirette o indirette, e i contributi di istituzioni e amministrazioni pubbliche. I primi favorivano e favoriscono tuttora soltanto i prodotti importati. I secondi erano in ruolo ancillare rispetto al kombinat berlusconiano e sono stati via via ridotti (si legga Glauco Benigni, Le tre risorse per i media). Nel complesso il ciclo in questo settore si è congelato intorno all’uomo di Arcore. Contrariamente a una delle leggende più tenaci diffuse da Berlusconi, ossia che il sistema di raccolta pubblicitaria da lui realizzato con Dell’Utri abbia fornito sbocchi prima preclusi al Made in Italy, si creò invece un gigantesco spostamento di potere verso il bi-polo produzione/consumo a tutto svantaggio dell’industria italiana, dei suoi insediamenti precedenti, di tutte le dinamiche del lavoro e delle loro rappresentanze. Il sigillo politico ha chiuso questo equilibrio politico ed economico, rendendogli culturalmente satellite anche gran parte dei presunti oppositori.
Questa asfissia dei vecchi cicli economici ha reso l’Italia un ambiente chiuso, provinciale, con classi dirigenti incapaci di ripensare la missione del Paese. Nulla ha sostituito le protezioni finite all’epoca in cui terminavano questi cicli economici e politici assistiti da un sistema daziario e da una qualche autarchia.
Il blocco patrimoniale del vecchio controllo familistico sulle grandi imprese ha operato da quel punto in poi rifuggendo l’innovazione imprenditoriale, per specializzarsi ulteriormente nel sistema di pubbliche relazioni che gli assicurava nicchie, rendite di posizione monopolistiche mascherate da privatizzazioni, con pedaggi e contributi sicuri. C’è una inclinazione ormai totalmente parassitaria del capitalismo mondiale che ci è testimoniata dalle vicende della grande crisi finanziaria globale. In Italia questa fase si è saldata con la selezione di una classe dirigente alla fine dei cicli anzidetti, fino ad esprimere quel tratto cialtrone delle nostre “cricche” incistate nella “casta”. La compagnia di giro dei profittatori all’inseguimento delle Grandi Opere in Italia ha ormai palesemente l’intento di non concluderle. Il sistema non si è mosso dal neopatrimonialismo fondato sul debito statale, un sistema di gruppi affaristici e clan politici che saccheggiava la spesa pubblica e il territorio, né ha abbandonato i tratti dell’economia politico-collusiva. Il paradosso è che – si tratti di Alta Velocità, di Expo, di Piani Casa, di ricostruzioni post-sisma – ogni depredazione che vada a erodere le basi già compromesse dalla fine dei grandi cicli economici si presenta in modo bipartisan come una promessa di “crescita”, impossibile da mantenere.
La crescita a debito degli anni ottanta alla fine si risolse nell’aumento delle sclerosi corporative della società italiana, gestite da un potere oligarchico e oligopolistico fra i più avidi del pianeta. Nulla fa pensare che una pur improbabile «crescita» oggi potrebbe essere gestita virtuosamente, anzi. Sarebbe iattura novella aggiunta a ventennale iattura. Di cosa parlano allora i politici che auspicano un “Patto per la crescita”, oggi come negli anni novanta?
La crisi nel nostro Paese va al cuore del processo che tiene insieme la nazione, come accade sempre in Italia per le crisi serie. La disgregazione degli anni quaranta o la crisi del 1992-1993 si accompagnarono a spinte che mettevano in discussione la tenuta dell’Italia in quanto stato unitario. Se oggi appare di nuovo attuale la possibilità di una disintegrazione del Paese, significa che c’è stata come una lunga «gelata» che lo ha mantenuto nelle stesse condizioni dei primi anni novanta. La lunga egemonia di Berlusconi ha sin qui congelato il problema.
Sempre più appare chiaro alle potenze della finanza e degli Stati che hanno guidato la globalizzazione, e che a suo tempo avevano puntato su Berlusconi per americanizzare l’Italia e renderla un paese compiutamente consumista e in via di deindustrializzazione, come ora egli non appaia in grado di reggere l’urto del declino della repubblica. Come in altre occasioni puntano su tanti e disparati cavalli, altrettanto incapaci di un alternativa al declino: ad esempio Gianfranco Fini, ma perfino Nichi Vendola, come decantano certe centrali massoniche. E finanche il depotenziato e filobritannico Beppe Grillo potrebbe far loro gioco. Nel frattempo magari un governo tecnico toglierà qualche castagna dal fuoco e venderà un po’ di argenteria per poter narrare ancora per qualche anno la favoletta della futura ripresa. Il racconto della crescita è stato il punto cardine degli interventi sulle crisi: non sarà dismesso facilmente, se perfino i sei punti in meno di PIL sono spesso pazzescamente definiti «crescita negativa».
L’obiettivo cardine della crescita è stato una forzatura, una chimera che ha fatto perdere importanti occasioni, quando forse si poteva rimettere ordine nella “missione” della nostra strana nazione. Anche nel fatidico 1992.
Allora, gli industriali esportatori da una parte, la Comunità europea dall’altra, spinsero a svalutare la lira dell’8%. L’azione coordinata di pochi speculatori trascinò i mercati internazionali a un tasso di svalutazione cinque volte maggiore, superiore al 40%. Nel 1988 si scambiava un marco tedesco con 800 lire, ma nel 1992 non ne bastavano 1200. Era diventata insostenibile la classica crescita con la droga della svalutazione.
Il ponte di comando del capitalismo finanziario internazionale mise i piedi nel piatto e sostituì definitivamente il potere del capitalismo industriale e bancario su basi nazionali fino a prescrivere ai governanti italiani una diversa “promessa” di crescita. Sempre lei.
La nuova regolazione si presentava con un precedente che aveva funzionato: in fondo, il boom degli anni cinquanta e sessanta era partito con bassi livelli di consumi, salari non in espansione, apertura internazionale, forti controlli alla spesa pubblica, bassi tassi d’inflazione.
L’unica differenza, enorme, era la crescita delle imposte a servizio del mostruoso debito pubblico accumulato negli anni ottanta, più un vasto programma di privatizzazioni.
La caduta dei consumi del 1993, in mezzo a una tempesta di sacrifici che fecero dimagrire le classi medie e lavoratrici, si accompagnò a un calo dei tassi d’interesse e dell’inflazione, nonché a una lira che si rafforzava nei confronti del marco, fino a un rapporto di cambio di 1000 a 1.
Ma la disoccupazione si portò al 12%, che significava tendere al 30% nel Sud, cifra ulteriormente scomponibile per età fino a fotografare intere coorti di nuove generazioni che nel Mezzogiorno non trovavano lavoro. La svalutazione aveva ampliato gli squilibri storici fra Settentrione e Meridione. Al Nord si esportava e si conservavano posti di lavoro. Il Sud sperimentava la fine dell’industrializzazione dall’alto e il termine dell’espansione del blocco clientelare d’intermediazione della spesa pubblica.
Il debito accennava a un lieve calo nel paese che però già sborsava meno di tutti nella comunità europea in favore della spesa sociale, per la sanità, per la scuola: un paese che aveva per giunta un sistema pensionistico squilibrato a discapito delle nuove generazioni, e che subiva un’altissima evasione fiscale.
Gli accordi sindacali del 1993 pattuirono una ritirata dei lavoratori in nome del difficilissimo equilibrio di un sistema che non intaccava i suoi difetti di fondo. I sindacati dei lavoratori accettavano un arretramento in nome di una futura crescita del PIL.
Nulla cambiava invece per il magmatico blocco sociale che si estendeva dalle classi dominanti assistite fino a un vasto ceto medio improduttivo. Da quelle parti, il mito della crescita era più irresponsabile ancora, più sperperatore, più prono all’illegalità di massa. Negli anni successivi quel mito ha consumato ulteriori porzioni di futuro, e ha selezionato intere generazioni di individui e dirigenti del tutto impreparati ad affrontare una crisi di proporzioni epocali.
Si è selezionata cioè una nazione che non sa dirsi la verità, con giornali e politici che non la sanno e non la saprebbero raccontare.
Perché così tanti hanno creduto al mito, anche quando scricchiolava, perfino oggi che sopravvive ormai di decenni alle sue reali basi materiali?
Il nesso fra la corruzione e il capitalismo delle collusioni e delle rendite di posizione poteva nascondersi dietro la crescita della Milano da bere e a rimorchio di tutte le baldorie degli anni ottanta.
Le statistiche Istat sui consumi delle famiglie – registrate negli anni cruciali della trasformazione e del compimento dei cicli economici - a rileggerle, fanno impressione: dal 1973 al 1985 i consumi in alimentari e bevande quintuplicavano, mentre i consumi non alimentari crescevano di oltre sei volte. E questo avveniva in modo omogeneo dal punto di vista geografico e sociale. In termini di riproduzione capitalistica era una forte polarizzazione verso i consumi che si accompagnava a una depolarizzazione sociale. Era una mutazione antropologica già in atto, alla quale l’apparato berlusconiano poi mise un motore che la sovralimentava.
Il debito appariva sostenibile in base alle aspettative di crescita. E la crescita, in base al modello dominante occidentale degli ultimi decenni -soprattutto in Nord America e in Gran Bretagna - era pressoché totalmente affidata al consumo. L’esperimento italiano ha teso verso quel modello, ma non ha più cartucce da sparare.

Oggi i debiti sono tutti da pagare. La generazione dei babyboomers, dei consumatori-massa irresponsabilmente edonisti, riparati dalle certezze previdenziali a lungo capaci di adempiersi ma ora non più, specie quando evaporano in borsa, ebbene, quella generazione non ha più nessun margine. Invecchierà più povera di quanto si aspettasse. E alla generazione che segue decrescono le risorse mentre le certezze previdenziali si azzerano.
È significativo che si torni a un livello di tensioni economiche, finanziarie e politiche ancora fermo al momento che ho tentato di descrivere, quello della fine dei cicli di crescita nei decenni scorsi. La differenza rispetto ad allora è che si è perso tempo, si son consumate nel precariato dequalificante le prospettive di intere generazioni, e nulla ha sostituito il paradigma bloccato della crescita-che-non-potrà-mai-più-tornare. Il processo di ricollocazione della “missione Italia” partirà da questi duri fatti, in grado da soli di sconvolgere i vecchi modi di schierarsi.
Il livello travolgente e inusitato dell’astensione nelle recenti tornate elettorali descrive bene un’offerta politica – quella esistente - incapace di affrontare la crisi e il baratro di impoverimento che si apre. Qualcuno riempirà questo vuoto.