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17 novembre 2008

La Rivoluzione Colorata di Obama: nuovo pupo, stessi pupari?

di Pino Cabras - da «Megachip»

Ma allora, la fine dell’Amministrazione Bush e l’ascesa di Obama segnano una fine delle guerre, un ritorno della ragionevolezza sul ponte di comando del pianeta dopo anni di follia ideologica? Obama significa forse pace, speranza, cambiamento, nuovo corso?
A sentire certe parole pacate di Zbignew Brzezinski, sembrerebbe di sì. Brzezinski, eminente politologo, profondo conoscitore di strategia e analisi internazionale, membro di lungo corso del Council on Foreign Relations (CFR) e della Commissione Trilaterale, è uno dei padri della politica del nuovo espansionismo imperiale nordamericano, con ruoli di primo piano ricoperti nell’Amministrazione Carter.


Oggi Brzezinski è un omaggiato consigliere di Barack Obama, il quale pende dalle sue labbra per riconfigurare la leadership mondiale degli USA post-Bush. All’ascoltare Brzezinski, molti si sentono rassicurati per via della sua radicale critica delle politiche neocon, quando rimprovera l’assurdità della Guerra al Terrorismo. E sebbene nessuno colga accenti gandhiani nelle parole di Brzezinski, non sia mai!, quando dice che con la Russia bisogna tornare alla "negotiation" le lancette sembrano di colpo allontanarsi dalla mezzanotte nucleare. Dopo un sonno di otto anni, la ragione sembra risvegliarsi allontanando i mostri. Ma è davvero così? Ascoltiamo l’intervista rilasciata dal vecchio Zbig a David Frost, conduttore di “Frost On The World” su Al Jazeera International, e ci rassicuriamo un po’.

Segnalato anche in un precedente articolo: [QUI]

A sentire un altro politologo statunitense, Webster Griffin Tarpley, sembrerebbe invece di no, che Obama proprio non significa pace, ma guerre più grandi e catastrofiche, e proprio perché subirebbe in toto l’influenza di Brzezinski. Uno scenario terribile che qui cercheremo di comprendere e criticare.
Webster Griffin Tarpley è un giornalista investigativo statunitense. Si occupa da sempre di terrorismo internazionale, dei lati terribili e poco noti della dinastia Bush, del narcotraffico gestito ai piani alti dallo spionaggio statunitense. Ha scritto dei fatti dell’11 settembre 2001 puntando la sua attenzione sulle decine di esercitazioni militari e di sicurezza a ridosso degli attentati. Tarpley a suo tempo aveva seguito da vicino il caso di Aldo Moro, quando nel 1978 coordinò una commissione indipendente d'inchiesta sostenuta dal parlamentare democristiano Giuseppe Zamberletti, con risultati molto diversi dalle inchieste ufficiali.
Tarpley osserva dunque il fenomeno Obama, e lo guarda attraverso la lente di Brzezinski, definito come il puparo della “marionetta” Barack. «Dietro Obama e peggio dei Neocon: il Clan Brzezinski» era il titolo di una conferenza tenuta da Tarpley all’inizio del 2008: tanto per non fare giri di parole, e giusto per puntare senza dubbi su un cavallo vincente. Nelle tecniche elettorali adottate da Obama in USA, Tarpley riconosceva gli stessi metodi spregiudicati, raffinati e “sovversivi” delle “rivoluzioni colorate” attuate in vari paesi post-sovietici. Non che in Hillary Clinton scorgesse chissà che metodi cristallini: in lei vedeva una fazione perdente dell’oligarchia che tentava di vincere le primarie con frodi e voti elettronici taroccati.
In cosa si riscontrava l’impronta delle rivoluzioni colorate? Retorica alata, ideali generici e nebulosi, industrie culturali mobilitate in una gigantesca opera egemonica di “soft power”. Il tutto per occultare lo stesso obiettivo di fondo delle altre rivoluzioni colorate, ossia colpire duramente qualsiasi grande potenza che dovesse emergere nella scacchiera eurasiatica. La Russia prima di tutto. Dietro le tranquillizzanti e piatte utopie di Obama – per Tarpley - c’è la catastrofe di un confronto militare con la Russia. Altro che le “negotiation” prospettate da Brzezinski.
Tarpley osservava che la prima vittoria del senatore Obama nei caucus dello Iowa si era incentrata su quella stessa esasperazione organizzativa delle tecniche di persuasione usate nelle rivoluzioni colorate di marca CIA. Gli ingredienti c’erano tutti: figuranti e truppe cammellate, uso massiccio e integrato dei media, attivisti dotati di mezzi immensi, simboli, slogan, falsi sondaggi, e un oratore sufficientemente demagogo. In Iowa la tempesta di falsi sondaggi portò a un torpore mentale dei media su Obama e a una proclamazione prematura della sua conquista della nomination del partito democratico.
A dispetto dell’enfasi di Obama sulle donazioni popolari alla sua campagna presidenziale, i super-ricchi non gli hanno lesinato finanziamenti. Il «Wall Street Journal» notava che l’altro candidato democratico John Edwards era il più temuto dalla superclasse dei miliardari. A Obama arrivavano viceversa milioni di dollari dalla superbanca Goldman Sachs, dice Tarpley.
Tarpley prova a spiegare la freddezza di Obama sulle questioni dell’Iraq e dell’Iran, che invece appassionavano i guerrafondai neoconservatori e la lobby filoisraeliana fino a Hillary Clinton. Come mai il senatore afroamericano, che pure voleva il ritiro dall’Iraq e non dichiarava indisponibilità a un tavolo negoziale con l’Iran, si dichiarava invece a favore del bombardamento di vaste zone del Pakistan, un alleato di lunga data degli USA, fra lo sconcerto di Hillary e altri candidati? Così come si dichiarava favorevole a un massiccio aumento dell’intervento in Afghanistan.
Tarpley nota che uno dei progetti eurasiatici più importanti studiati dall’intelligence anglo-americana è una sorta di soluzione jugoslava per il Pakistan, da smembrare lungo le molte linee etniche. Un Pakistan spezzettato finirebbe molto più difficilmente in blocco nell’orbita di Pechino, l’avversario strategico di medio periodo di Washington. Un piano alla Brzezinski insomma, affine al metodo da lui usato trent’anni prima per destabilizzare l’Afghanistan e attrarre l’URSS in una trappola fatale.

Si racconta che Winston Churchill, da Ministro delle Colonie, si era vantato di aver inventato la Giordania durante una cena di plenipotenziari. Oggi si potrebbe pianificare la distruzione di uno Stato più popoloso dell’intera Russia, il Pakistan, con altrettanta scioltezza, e con effetti presumibilmente devastanti. Obama ha un’idea di questo tipo? Le sue dichiarazioni non autorizzano questo tipo di speculazione, che si appoggia solo su congetture suggestive ma non documentate.
In ogni caso le riflessioni di Tarpley si sono concentrate su Barack Obama, tanto che nel 2008 ha scritto ben due libri critici sul nuovo presidente degli Stati Uniti: il pamphlet “Obama: The Postmodern Coup” (“Obama: il golpe postmoderno”, NdT) e la prima sua ‘biografia non autorizzata’: “Obama: The Unauthorized Biography”.
Secondo Tarpley, c’è molto fumo e poca investigazione sulle origini di Obama e sul suo ambiente di riferimento. A rinvangare gli anni della formazione di Barack Obama, Tarpley scopre una cosa importante. Obama si è laureato con Zbigniew Brzezinski. La sua tesi di laurea verteva sullo smantellamento dell'arsenale atomico sovietico. Nemmeno nei giorni dell’Obamamania i media più influenti hanno trovato il modo di scavare su questo fatto.
Quel che sappiamo è che Obama aveva speso parole di sentita gratitudine e fiducia verso Brzezinski, con solennità pubblica.




Tarpley prova a scavare sull’argomento, tanto da analizzare le biografie di altre figure vicine a Obama. Da questa rassegna ricava la certezza che Obama sia vincolato alla Commissione Trilaterale (fondata dallo stesso Brzezinski) e a circoli politici ed economici molto elitari. Nel frattempo il "culto" di Obama fa conto su discorsi estremamente generici, caratterizzati da formule vaghe ripetute a oltranza (da “Yes We Can” a “Change”), saturabili da qualsiasi camaleontismo. Intanto che masse di giovani sono confluite nel gregge di questo ispirato pastore, perdureranno le infrastrutture del potere costituzionale deviato predisposte negli anni di Bush, come il Patriot Act. Quanto di quel sistema è disposto a smantellare Obama, a parte la vetrina della vergogna di Guantanamo? Tarpley dà per scontato che Obama non si priverà degli strumenti anticostituzionali e li userà in combinazione con il “soft power” per una sorta di fascismo soffice. Per ora, tuttavia, tutto questo è solo una “soffice congettura” di Tarpley.
La base carismatica del consenso a Obama, insieme alla sua genericità multiuso, nel contesto di una crisi economica di massima portata e di un sistema ormai sempre più portato allo “stato d’eccezione”, può condurre secondo Tarpley a una catastrofe mondiale sotto la guida dei soliti poteri forti.
La funzione della presidenza Obama per Tarpley è stata programmata per dare piena copertura politica a un vasto piano strategico di gittata planetaria:

1) restaurare il “soft power” statunitense, con un’immagine di paese pacifico, di faro democratico, di luogo di accoglienza e tolleranza capace di far dimenticare il disastro Bush;
2) disgregare le potenze emerse (e riemerse) della Cina e della Russia.

A parere di Tarpley, il metodo Brzezinski, in questo caso, porterebbe a ricacciare indietro i cinesi dalla presa che si sono conquistati ultimamente sulle risorse africane, petrolifere e non. Mentre già in Congo, in Sudan e in Zimbabwe, ma non solo, una parte delle gravi tensioni e delle guerre si collega già alla dialettica USA-Cina, la presidenza di Obama l’Africano potrebbe spostare l’ago della bilancia. Una sconfitta della Cina in Africa porterebbe costringere Pechino a cercarsi le risorse in Russia. Ne conseguirebbero tensioni molto forti fra le due potenze eurasiatiche e l’affondamento della Shanghai Cooperation Organization.
Lungi dall’attaccare l’Iran, come avrebbero fatto i neocon e come potrebbe fare ancora Israele, la 'marionetta di Brzezinski', nell’ottica di Tarpley, cercherebbe un accordo con Teheran – magari concedendogli un aumento della sua influenza in una parte dell’Iraq (come già in parte avviene) – fino a ricomprendere l’Iran in un’alleanza antirussa e anticinese.
Sono conclusioni troppo precise per poter essere estrapolate dal rapporto fra Obama e Brzezinski. E le possibili ipotesi si perdono nella complessità imprevedibile degli intrecci geopolitici. Questo è un campo per doppi e tripli giochi. Pensate che il programma nucleare civile iraniano – l’oggetto della disputa più controversa degli ultimi anni – è finanziato per quattro milioni di dollari anche dal Dipartimento dell’energia statunitense, come ha scoperto con raccapriccio la CNN.



La preoccupazione di Tarpley è che un confronto militare con due potenze che il nucleare militare ce l’hanno davvero, la Cina e la Russia (per non parlare dei rischi legati al nucleare del Pakistan), porterebbe a una vera catastrofe. Se Tarpley avesse ragione, tutte le recenti dichiarazioni di quelli che considera i pupari di Obama, i maggiorenti del CFR e della Commissione Trilaterale (da Brzezinski alla Albright, dal vicepresidente eletto Biden a Colin Powell), vanno letti in una luce ancora più minacciosa. Il crescendo di allarmi giornalistici sull’imminenza di grossi eventi terroristici che testerebbero subito l’azione di Obama prefigura uno scenario di guerra.
In realtà non si possono fare processi alle intenzioni. E la realtà - che nel frattempo ha galoppato come non mai, in questo 2008 accelerato - non fa sconti ai grandi progetti imperiali, erosi come sono da problemi materiali ed economici senza precedenti. Possiamo dire ad esempio che il G8 è morto, e che ormai si ragiona in termini di G20. Così come possiamo dire che Cina e Russia hanno basi materiali e sponde diplomatiche abbastanza solide da rafforzare la loro capacità dissuasiva verso nuove avventure imperiali, nel momento in cui si è innescata una crisi colossale degli Stati Uniti. Persino Berlusconi ha fiutato l’aria di una forte preoccupazione europea che vuole impedire la deriva di una nuova corsa al riarmo in una fase così delicata, e ha anticipato un no ai sistemi antimissile americani nell’Est Europa.
Lo Studio Ovale della Casa Bianca è al centro di spinte e intrecci complessi. Molte mani tireranno la giacchetta di Barack Obama per forzarlo a compiere certi atti anziché altri, ad anticipare certi tempi sul calendario dei grandi progetti imperiali. Tuttavia la clessidra si è rotta, è scesa molta sabbia che ormai modella le dune di un nuovo paesaggio cangiante. Quella di Obama sarà un’attraversata nel deserto, fra miraggi, oasi, predoni e terre promesse. Si scriverà la Storia, ma non ha senso scriverla prima che accada, tantomeno sulla base di presentimenti.


Il presente articolo è stato pubblicato anche su «ComeDonChisciotte» [QUI] e su «AriannaEditrice» [QUI].

7 novembre 2008

L’agenda di pace per Obama

Un nuovo inizio?
di Johan Galtung




Un nuovo inizio?
Sì, lo è. La barriera razziale infranta, il referendum sul 43° presidente USA George W. Bush stravinto, ci sarà un cambiamento essenziale nell’immagine USA in tutto il mondo. Alla gente in giro per il mondo piace amare gli USA, verruche comprese. Bush l’ha reso impossibile per quasi tutti, Obama lo rende facile, naturale. La vittoria più massiccia per un candidato democratico dal 1964, una valanga di voti, un Paese con un solo partito; presidenza, senato, camera dei rappresentanti, uniti. La strada è aperta.
Bene, può essere un Nuovo Inizio: può non esserlo. La politica estera di Obama non è anti-imperiale, se lo fosse stata, avrebbe vinto McCain. Ramon Lopez-Reyes (lop-rey.zop-hi@worldnet.att.net), psicoanalista freudiano e junghiano con una profonda comprensione culturale del mondo, nonché tenente-colonnello in pensione con tre anni in Vietnam che deplora vivamente, vede McCain come un’incarnazione dell’archetipo dell’eroe-guerriero, con un disturbo post-traumatico da stress. Un uomo molto pericoloso. L’elezione aveva a che fare con la funzione di amministratore del morente impero USA e, nelle parole di T.S.Eliot “E’ questo il modo in cui finisce il mondo. Non già con un botto ma con un gemito.”. McCain l’avrebbe finito in un botto, forse perfino nucleare.
Obama lo farà in un gemito. Impersona molto di quanto il mondo spererebbe da un presidente mondiale. Il mondo gli regalerà una luna di miele, forse un centinaio di giorni dall’insediamento del prossimo 20 gennaio. Ma se lo vedrà percorrere in sostanza le stesse piste calpestate dal suo predecessore non ci sarà carisma a salvarlo. Ci sarà delusione e sarcasmo da tutte le parti e la sua mancata gestione della caduta accelererà garbatamente il processo. E qui Lopez-Reyes lo vedrebbe come un alchimista che tenta di produrre oro in un laboratorio di cui non ha né comando né comprensione.
Si erge contro le forze dei trattati segreti, le scoperte segrete provenienti dalla comunità dei servizi segreti, i complessi militari-industriali, le grandi aziende USA e – lo spettro oscuro – l’effettiva minaccia di assassinio. John F. Kennedy. Martin Luther King Jr.
Eppure ci sono possibilità, nonostante i suoi consiglieri, la vecchia banda di Buffet, Powell, Summers, Brzezinski. La posizione di Obama sull’Afghanistan assomiglia all’analisi di Brzezinski del grande gioco di scacchi, ispirato alla geopolitica di un secolo fa di McKinder, che considera l’Asia Centrale cruciale per il controllo del mondo – visione che ha affascinato parecchi presidenti USA.
Vedere l’Afghanistan come centro del “terrorismo” è sbagliato; può esserlo per la resistenza musulmana in Cecenia e Kashmir, ma non per i musulmani dei 25 e più paesi calpestati dall’Occidente nell’ultimo secolo. Il comunismo ha potuto cedere alla realtà e implodere, incapace di superare il distacco fra mito e realtà. Ma l’Islam, come il cristianesimo ha un patto con forze divine, messe alla prova non nella realtà sociale ma nelle anime dei devoti. Non ci sarà mai alcuna capitolazione. La guerra è invincibile, non valgono un paio di brigate in più, i paesi europei sono arcistufi di tutta questa faccenda e hanno sempre più l’impressione, come gli svizzeri quando si sono ritirati nel marzo scorso, di essere stati invitati a un mantenimento della pace che è risultato essere un’imposizione della pace, nulla meno che una guerra. Un miliardo supplementare di dollari all’anno in assistenza non-militare a Kabul-Karzai alimenterà la corruzione. E per quanto riguarda il tentativo di dividere i talebani quando sono tutti compatti contro la secolarizzazione, potrà essere possibile solo se gli USA si ritireranno del tutto.
La sua politica sul Medio Oriente congela l’incontenibile. Il sostegno a Georgia e Ucraina come membri NATO rilancia una seconda guerra fredda. E in Medio Oriente: la sicurezza di Israele non è negoziabile, ma passa attraverso una pace equa con tutti i vicini. I quali sono pronti.
Qualche via d’uscita? Sì, ce n’è una: negoziati segreti, dai quali si esce con un accordo già fatto. Obama sembra disposto a parlare senza precondizioni e si avvantaggerebbe mollando i suoi consiglieri a Washington. C’è in Obama qualcosa di nuovo, fresco, quanto mai necessario al mondo. Potrebbe semplicemente capire che per risolvere un conflitto ci deve essere uno scambio di qualcosa (tit for tat), come ritirare missili dalla Turchia in cambio della stessa operazione da parte dell’URSS a Cuba. Esigere che tutti gli altri recedano in cambio di nulla è Impero. E la magia non c’è più.
Vada in Corea del Nord offrendo un trattato di pace, relazioni diplomatiche, una normalizzazione, non limitarsi a toglierli dall’elenco dei “terroristi”, anzi abbandonare quello stupido vocabolario. Il problema nucleare sparirà. Come succederà in Iran, se presenterà le scuse per il colpo di stato della CIA e del M16 [servizio segreto britannico, ndt] del 1953 contro Mossadeq, primo ministro legalmente eletto. Ripari il passato. Riconosca gli errori, in cambio di soluzioni verificabili. Orientamento alle soluzioni, non alla guerra.
Per il Medio Oriente, parli con Hiz-bullāh, Hamas, la Siria. Sono disposti a riconoscere un Israele più modesto con confini fissi prossimi ai limiti del 4 giugno 1967 in cambio della fine dell’occupazione, possibilmente con una zona denuclearizzata in Medio Oriente.
Vada in Russia, rispetti le loro preoccupazioni, concordi una soluzione tipo Andorra per l’Ossetia del Sud e una federazione per l’Ucraina. Cessi l’espansione NATO in cambio dell’assenza militare russa nelle Americhe. Lasci che la Russia sia se stessa.
E mantenga la promessa dei 16 mesi in Iraq, con l’aggiunta di un’offerta generosa per la ricostruzione del paese dopo la sua devastazione, giungendo persino ad ammettendo che l’invasione del 2003 è stata un errore.
In breve, cerchi di cortocircuitare le solite insidie dell’Impero. E gli USA ne guadagneranno enormemente sia a livello globale sia internamente.
Tenga però solo presente: Cambiare, Sì lo possiamo fare! (Change, YES, WE CAN!)

Articolo originale: 4 November: A New Beginning?
http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=366
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis (con piccole revisioni di Megachip)
http://www.cssr-pas.org/portal/2008/11/4-novembre-2008-un-nuovo-inizio-johan-galtung/


* Johan Galtung (Oslo, 1930) sociologo e matematico, ha fondato nel 1959 l'International Peace Research Institute e la rete “Transcend” per la risoluzione dei conflitti. È uno dei padri della “peace research”. Svariate istituzioni internazionali si sono rivolte a lui per consulenze in materia di mediazioni di conflitti. È autore di un centinaio di libri e migliaia di articoli.

13 ottobre 2008

Brzezinski, quando l'impero dice "Negotiation"

di Pino Cabras





Ho molto apprezzato l'intervista rilasciata da Zbignew Brzezinski a David Frost, conduttore di “Frost On The World” su Al Jazeera International.
Sia chiaro, ho ben presente il ruolo di Zbigniew Brzezinski, noto politologo, esperto di strategia e analista internazionale, membro del Council on Foreign Relations (CFR) e della Commissione Trilaterale, uno dei fondatori della politica del nuovo espansionismo nordamericano, nonché ex consigliere per la sicurezza nazionale ai tempi della presidenza Carter.
Oggi Brzezinski è un importante consigliere di Barack Obama, il quale attinge da molti suoi insegnamenti e visioni nel prefigurare la ricollocazione imperiale degli USA post-Bush.
Ho chiaro il suo ruolo, sì, però...
Il vecchio Zbig è sempre imperiale, ma è lontanissimo da Bush, alla cui amministrazione rimprovera l'insensatezza della Guerra al Terrorismo. E anche se non si corre mai il rischio di confonderlo con Gandhi, quando Brzezinski usa la parola "negotiation" sembra darle una pregnanza che - una volta tanto - ci apre il cuore, in questi tempi cupi.

29 agosto 2008

Il “momento unipolare” degli USA: in Caucaso finisce la grande illusione

di Pino Cabras.




Caucaso 2008: un punto di svolta.La grande stampa non se n'è accorta subito, ma la guerra caucasica dell'agosto 2008 è uno degli eventi più importanti degli ultimi vent'anni. Segna un passaggio molto delicato, per molti spiazzante.
Dopo l'11 settembre 2001 fu recitato il mantra del “nulla sarà come prima”. La formula andrà rispolverata, magari in modo più giudizioso.
Non potranno essere più “come prima” né l'autopercezione dell'Occidente atlantista, né la valutazione che questo mondo dà della Russia putiniana, né si potrà più pensare di prendere decisioni con implicazioni militari nei confronti di Mosca con l'illusione che non abbiano un prezzo salatissimo da pagare, e subito. Si è già consumato tutto il tempo di un colossale abbaglio, ma dobbiamo capirlo al più presto se non vogliamo precipitare nella più grande catastrofe del nostro secolo.
La cosa che più mi ha colpito è lo stupore dei georgiani di fronte alla determinazione della reazione russa alle azioni scellerate del loro governo.
L'inconsapevolezza che regna non dico fra le nostre popolazioni ma anche fra le nostre classi dirigenti è della stessa pasta di quella di Tbilisi.
Su «The Times» del 26 agosto 2008 è stato ricordato che «Lord Salisbury, ministro degli esteri e Primo Ministro ai tempi dell'Impero Britannico, irradiò un potere globale immenso; il che non significa che amasse giocare con questo potere. Di fronte a proposte di scelte politiche britanniche che riteneva in grado di danneggiare profondamente gli interessi di altre grandi potenze, Salisbury avrebbe guardato i suoi colleghi negli occhi chiedendo semplicemente: “siete davvero pronti a combattere? Altrimenti, non imbarcatevi in questa politica”. Se gli eventi delle ultime due settimane hanno dimostrato chiaramente qualcosa, è che la Russia combatterà se percepirà sotto attacco i suoi interessi vitali nell'ex Unione Sovietica, mentre l'Occidente non lo farà, e in effetti non lo potrà, dati i suoi conflitti in Iraq e Afghanistan»
L'autore dell'articolo, Anatol Lieven, ricorda anche che «non c'è stata alcuna trappola russa. Negli ultimi anni Mosca ha reso assolutamente, pubblicamente e ripetutamente chiaro che se la Georgia avesse attaccato l'Ossezia del Sud, la Russia avrebbe combattuto». Eppure i ministri degli esteri continuano ad agire come se la Russia fosse ancora lo Stato esausto degli anni novanta su cui sobbalzava etilicamente Boris Eltsin e sul cui collo gravava il cappio del Fondo Monetario Internazionale.
Perciò è importante aprire gli occhi, capire da cosa nascono le illusioni e dissiparle con una migliore percezione dei tempi di ferro e di fuoco che si preparano.


Il Cremlino che non c'è più

L'egemonia culturale e il momento unipolareLa rimozione del Muro di Berlino e la fine dell'Unione Sovietica, a cavallo degli anni ottanta e novanta del secolo scorso, aveva scatenato negli Stati Uniti una nuova specie di politologi ambiziosi. Erano dei novelli fornitori di ideologia che architettavano una loro spaziosa nicchia nell'ecosistema imperiale nordatlantico, all'interno di un intreccio strettissimo fra fondazioni di pensiero politico, università, industrie editoriali e militari, ruoli di governo, lobby potentissime.
Per un po' di tempo l'interprete più alla moda fu Francis Fukuyama, l'ideologo della “fine della Storia”, secondo cui l'unica evoluzione possibile di società e di Stato non fa che adempiersi nel liberalismo in chiave americana. Ma una delle più durature influenze fu quella di Charles Krauthammer, che elaborò il concetto di “momento unipolare”: la congiuntura storica che chiudeva il XX secolo, con gli USA unica superpotenza ancora in campo – una chance definita precisamente come il «momento unipolare» – delimitava un’occasione eccezionalmente favorevole per instaurare un dominio globale che, si disse poi, è il manifest destiny dell’America.
Fukuyama e Krauthammer sono tra i tanti neoconservatori che hanno fatto parte del PNAC, il pensatoio che ha dettato i principi della rivoluzione neocon durante l'amministrazione Bush, l'apice del loro momento unipolare.
I neocon – così come altri animatori dell'ideologia americanista che pure hanno accenti diversi - sanno nella pratica cosa significa “egemonia culturale”. È un tema affrontato da un intellettuale italiano del secolo scorso, i cui testi ebbero pure una certa fortuna ma che poi furono fatti ingiallire e furono o dimenticati o citati con sterile e cristallizzata nostalgia: Antonio Gramsci. Fra le sue pagine si legge che l'egemonia culturale è un concetto atto a descrivere il dominio culturale di un gruppo o di una classe che «sia in grado di imporre ad altri gruppi, attraverso pratiche quotidiane e credenze condivise, i propri punti di vista fino alla loro interiorizzazione, creando i presupposti per un complesso sistema di controllo». Una definizione perfetta, che spiega per quale motivo certe norme culturali prevalenti non debbano essere viste come "naturali" o "inevitabili", perché dietro di esse c'è il lavoro di apparati che le forgiano.
Ebbene, le instancabili officine delle idee della rivoluzione neoconservatrice e delle ideologie sorelle - ancorché apparentemente contrapposte - dei grandi elemosinieri “democratici” alla Soros hanno modellato un messaggio chiave, al centro di tutto un nuovo sistema di controllo.
Il messaggio egemonico è: il tempo per americanizzare il mondo fino in fondo è ora.
Questo proponimento ha avuto declinazioni diverse, con un arco di sfumature più democratiche o più militariste, ma ferreamente imperiali.
Zbigniew Brzezinski, noto politologo, esperto di strategia e analista internazionale, membro del Council on Foreign Relations (CFR) e della Commissione Trilaterale, capostipite della politica del nuovo espansionismo nordamericano, nonché consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza Carter e grande consigliere, oggi, di Barack Obama, aveva elaborato una grandiosa analisi geopolitica proiettata sul XXI secolo nel libro La Grande Scacchiera (Milano, Longanesi, 1998). L’analisi faceva perno su alcuni capisaldi:

  1. La fine del sistema sovietico lascia agli Stati Uniti il ruolo di unica superpotenza in termini politici, militari, economici e tecnologici, con interessi considerati vitali in ogni parte del mondo.
  2. È fondamentale che nel XXI secolo gli Stati Uniti mantengano la loro supremazia mondiale, estendano la loro area di influenza ed esportino il loro sistema politico e sociale e il proprio sistema di valori.
  3. Per conservare la leadership mondiale occorre controllare lo spazio geopolitico dell’Eurasia. Chi egemonizza l’Eurasia, e ne controlla le risorse, domina il mondo. Questo perché «fin da quando i continenti hanno cominciato ad interagire politicamente, circa cinque secoli fa, l’Eurasia è stata il centro del potere mondiale», e perciò diventa «assolutamente indispensabile che non emerga alcuna potenza capace d’instaurare il proprio dominio sull’Eurasia e di sfidare per ciò stesso l’America». Il continente eurasiatico, in termini geopolitici e geostrategici, ha un’area chiave definita come i «Balcani dell’Eurasia», un’area estesa che include Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Azerbaigian, Armenia, Georgia, Afghanistan e parte dell’Iran e della Turchia.
  4. Bisogna impedire che si affaccino sulla scena mondiale tanto delle potenze globali eurasiatiche, come l’Europa e la Cina, quanto delle potenze «regionali» come l’India e l’Iran, nonché far recedere la Russia dal tentativo di riacquisire lo status di potenza globale sulle orme dell’URSS.
  5. Occorre creare, sul piano interno, fra masse abituate a un certo costume democratico, un’adesione alla politica di potenza, sapendo che «la democrazia è nemica della mobilitazione imperiale».
Si può riconoscere la filigrana di queste linee strategiche in tutte le correnti politiche statunitensi e britanniche che si sono misurate con le questioni internazionali nel corso dell’ultimo decennio. Sebbene i neocon siano stati gli interpreti con più potere a impadronirsi di queste idee (e per più tempo), proprio loro sono stati duramente criticati, e proprio da Brzezinski, per via dell’errore d’impantanarsi nella guerra irachena, troppo in contraddizione rispetto al punto 5 prima elencato.
Meglio uno strumento imperiale più morbido come le “rivoluzioni colorate”, realizzate o tentate a ridosso dei paesi ancora in notevole misura integrati con la Russia, per accerchiarla, in attesa di una rivoluzione sintetica che l'avrebbe disgregata, magari con un Mikhail Khodorkovskij al Cremlino, pronto a svendere ai “valori occidentali” tutta la tavola periodica degli elementi contenuta nel sottosuolo della patria di Mendeleev.
In attesa di mettere le mani sulla cornucopia dei minerali, ecco le rivoluzioni di accerchiamento.
La “rivoluzione delle rose” georgiana è un caso esemplare. In Georgia viene costruito ex nihilo un regime – quello di Mikheil Saakashvili – tuttora alimentato interamente dagli stanziamenti governativi degli Stati Uniti e da quelli privati dei fondi legati a George Soros. Potete contemplare il risultato già percorrendo la via che vi conduce dall'aeroporto di Tbilisi fino al centro della capitale georgiana: forse l'unica strada al mondo a chiamarsi viale George W. Bush. Il regime cerca di soffocare la naturale vocazione geografica del suo paese a integrarsi con l'economia russa. L'energia di cui ha bisogno viene fornita dagli americani. Dopo Israele, la Georgia è il paese che riceve più trasferimenti finanziari diretti dall'amministrazione USA. Come Israele, spende gran parte di questi turbo-dollari in armamenti di matrice statunitense. Non ci sorprende perciò che i ministri chiave del governo di Tbilisi (primo ministro, difesa e gestione delle aree contese) siano retti da cittadini israeliani. Nessun cenno su questo lo avete letto o sentito sui media mainstream, più realisti del re. Lo apprendo invece dai giornali israeliani, che rivelano anche che il primo ministro di Tbilisi, Lado Gurgenidze, pochi minuti prima che iniziasse l'attaco all'Ossezia del Sud, ha chiesto per telefono una benedizione del vecchio rabbino Aharon Leib Steinman, leader del partito più ultraortodosso e razzista di Israele. È in questo contesto che la Georgia decuplica le sue spese militari – soprattutto armamento pesante, quello poi usato nell'attacco all'Ossezia - e diventa il terzo contributore per numero di uomini nella guerra in Iraq. Delle privatizzazioni selvagge, non dissimilmente da quelle realizzate presso il grande vicino ai tempi di Boris Bottiglia Eltsin, beneficiano pochi clan, mentre l'economia tracolla. Ne gode su tutti il clan tribale della madre di Shaakasvili, un sistema di potere al centro della corruzione dilagante. Gli oppositori sono vessati, alcuni spariscono nel nulla. Il regime vieta persino l'uso della lingua russa, offrendo un'inequivocabile conferma alle repubbliche di Abkhazia e Ossezia del sud circa il loro destino una volta che fossero ricomprese nei confini della Repubblica, qualora non bastasse loro l'atroce memoria dei bombardamenti subiti negli anni novanta.
Questo re di Gomorra è dunque il campione dei diritti umani, della “giovane democrazia” e dei valori occidentali difeso a spada tratta contro quel cattivone di Putin sul «Corriere della Sera» del 17 agosto 2008 da Filippo Andreatta, professore di relazioni internazionali a Bologna, consigliere di amministrazione della principale holding italiana di produzioni militari, Finmeccanica, nonché – come Saakashvili – educato in quelle scuole d'élite di emanazione militare che istruiscono gli intellettuali organici dell'atlantismo.
Andreatta – il giovane vecchio allievo dell'Atlantic college - naturalmente non esprime nessuna originalità rispetto alla vergognosa manipolazione dei fatti che ha permeato i media occidentali in questa vicenda. Sebbene ci risparmi l'ormai triviale richiamo all'icona dell'Orso russo, anzi sovietico, ripercorre tutti i luoghi comuni sulla minaccia russa e sulla sua violazione – udite udite - della «santità dei confini». Siamo alla mistica.
Altrettanta devozione riecheggia nei proponimenti di Bernard Kouchner, il ministro degli esteri francese, mentre lancia l'idea di inattuabili sanzioni a difesa della santità dei confini. Sanzioni? A questa superpotenza, alla Russia del 2008? Anche lui, Kouchner, non aveva fatto cenno a confini santi durante i bombardamenti del Libano da parte di Israele né agli esordi dell'invasione dell'Iraq, da lui appoggiata. È ovvio che il suo collega russo Lavrov possa permettersi di soppesare le parole di Kouchner come quelle di un bellimbusto ciarliero e fallace.
La linea che passa nei governi e nei giornali occidentali, interrotta da rare prese di posizione contrarie, è dunque quella di coloro che hanno già appoggiato con catastrofici errori di valutazione gli enormi disastri bellici del mondo post-11 settembre. Vedo un Occidente che per anni ha allargato la NATO e umiliato la Russia, con insistenza mai doma, da “bastona il cane che affoga”. Un'espansione che avveniva intanto che gli USA perdevano prestigio e forza, l'Europa si ingrippava, la Russia emergeva dal gorgo dei debiti e diventava un player energetico globale, un paese in grado di far valere anche militarmente la sua indipendenza, un super-creditore con posizioni di forza.
«Non si capisce per quale arcana ragione un creditore dovrebbe fare sconti ad un debitore che ogni giorno cerca di prenderlo a calci nel sedere», ha ironizzato in tempi non sospetti, nel 2006, il blogger Mark Bernardini.
Se siamo a quel che siamo, nelle classi dirigenti atlantiste c'è stata perlomeno una profonda incapacità di analisi e valutazione. Nei governi emerge avventurismo e irresponsabilità. Nel sistema della comunicazione una colossale inattendibilità.
Mentre le convention dei grandi partiti statunitensi pullulano dei nostri inviati che raccolgono cinguettando anche la più minuta nota di colore di quei riti falsamente spontanei, e in realtà pianificati quanto una coreografia nordcoreana (solo in chiave più jazz), le corrispondenze occidentali da Mosca – dove pure si decide il futuro del mondo proprio in questi giorni - hanno viceversa una staticità da avamposto nel deserto dei tartari, un fumo di mistero e un tocco televisivamente brezneviano. Hic sunt ursi.
In un simile contesto, chiedersi se proprio lì, sulle rive della Moscova, ci sia un trattamento migliore della verità, chiedersi se per caso oggi la disinformacija non abiti qui da noi, può apparire come una grande eresia. Eppure è una domanda utile da farsi. Forse una delle più utili in questo mondo più bugiardo deformatosi nei tempi della Guerra Infinita.

L'11/9 visto da Mosca. Altro che “complottismo”
L'11 settembre 2001 fu il tempo clou per dare adempimento al “momento unipolare”. Nemmeno la Russia, fresca di default e con un Putin agli esordi, poteva dire no al dispiegamento di nuove basi USA che la circondavano in Asia centrale, in luoghi influenzati per secoli da Mosca.
Molti osservatori – anche quelli che non sono venuti giù con l'ultima pioggia - sono colti di sorpresa dalla durezza con cui, diversamente da allora, si manifesta l’indipendenza russa. Eppure, senza aspettare che la copertina del settimanale «Time» consacrasse Putin Persona dell’Anno 2007, c’erano già i segnali che i russi avevano capito benissimo – e da subito – il significato dell’11 settembre, ed erano pronti a riorganizzarsi, come poi hanno fatto.
Il settimanale moscovita «Zavtra», ben addentro alle questioni dell'intelligence russa, ha pubblicato il 14 settembre 2002, appena un anno dopo i mega-attentati, la trascrizione di una tavola rotonda che analizzava la situazione mondiale generata da quel drammatico spartiacque della storia recente. Sebbene Vladimir Putin per alcuni anni abbia ripreso a suo modo la retorica statunitense della ‘guerra al terrorismo internazionale’ (in Cecenia fa comodo) e non abbia mai ufficialmente messo in dubbio le versioni ufficiali dei fatti, molti eminenti figure dei servizi segreti, cioè il suo ambiente di provenienza e la sua principale riserva di public servant, si sono mossi quasi all’unisono per esternare la loro visione della realtà effettuale, molto diversa da quella che si propala da Washington.
È interessante rivedere oggi quanto fu detto in quella occasione. Si possono capire molte consapevolezze della Russia di Putin e di Dmitrij Medvedev.
I partecipanti al panel di «Zavtra» erano il vice editore del periodico, Alexander Nagornij, l’analista strategico Generale Leonid Ivašov (che sino al 2001 era capo di Stato Maggiore), l’esperto finanziario Mikhail Khazin, il noto commentatore televisivo russo Mikhail Leont’ev e l’ex numero 2 del KGB Leonid Šebaršin.
La discussione ci racconta bene come questi osservatori russi - tutti collocati in un punto d’osservazione relativamente privilegiato – valutavano la nuova situazione. Non si dimentichi, era appena il 2002.
Per Ivašov l’11 settembre è stata – né più né meno – un’operazione interna agli Stati Uniti, l’espressione di uno scontro tra due forze operanti negli USA, aventi due concezioni molto diverse sull’uso della forza militare, seppure entrambe miranti all’obiettivo di modellare un impero mondiale. Una di esse – a parere dell’ex capo di Stato Maggiore – è più direttamente collegata ad ambienti militari, la seconda è collegata alle mafie finanziarie mondiali con addentellati inseriti nei vari snodi cruciali del potere americano, a partire dai servizi segreti.
Ivašov non si sorprendeva del fatto che – in parallelo con le indagini in corso sugli attentati – alcune inchieste mirassero alle attività di varie altre organizzazioni.
La pressione proveniente dagli ambienti finanziari spingeva ad anticipare le date del calendario che segnava il rafforzamento del potere imperiale, un po’ in urgente risposta alla spinta minacciosa della crescita cinese, un po’ perché l’occidente arabo si stava consolidando e, infine, perché in tutto il Sud-Est asiatico decollava uno sviluppo potente, in grado di spostare grandi equilibri. La sequenza che Ivašov nel 2002 prevedeva nell’agenda imperiale USA post-11 settembre era la seguente: attaccare prima l’Iraq, poi l’Iran, giungere a rendere stabile il proprio potere di controllo globale per poi piegarsi nuovamente su problemi interni, in previsione di un collasso economico e politico-sociale.
Sulla stessa linea si muoveva l’opinione di Mikhail Khazin, il quale connetteva strettamente la minaccia di guerra e l’inaudita crisi strutturale dell’economia statunitense, vista con larghissimo anticipo rispetto alla nostra stampa mainstream, oggi stupita dalla crisi dei subprime. Il solo modo per sfuggire a un catastrofico collasso economico-finanziario negli USA, sarebbe consistito per Khazin nel pieno controllo delle risorse petrolifere del Medio Oriente, a partire dall'Iraq, e per arrivarvi non sarebbe esclusa l’opzione dell’uso delle armi nucleari tattiche, mostrando al mondo una determinazione inarrestabile in grado di indurre tutti in soggezione.
Per Khazin «la grande debolezza attuale degli USA è il fatto che, nel bel mezzo di una situazione veramente critica, gli uomini al potere sono tutti mentalmente limitati. Questa è esattamente la condizione in cui si trovava l’URSS.»
Nell’analisi della crisi americana, Mikhail Leont’ev la paragonava a quella dell’Unione Sovietica dei primi anni ottanta: l’élite degli Stati Uniti, come prima di essa quella dell’URSS, non dimostrava altre capacità di fuoriuscire dalla crisi che attingendo ai metodi e alle soluzioni che aveva nel suo armamentario. L’11 settembre – rimarcava Leont’ev – è stato fondamentale per passare a metodi nuovi. Emergeva il contrasto, sempre più brutale, tra due gruppi: quello della ‘forza militare’ e quello degli ‘isolazionisti’. A questi ultimi importava di salvare l’economia statunitense e la sua industria e pensavano che il sistema dovesse concentrarsi sui propri problemi mettendo in atto intanto una svalutazione ‘controllata’ del dollaro. Cosa che in parte è poi comunque avvenuta. L’opinione di questo gruppo è che gli Stati Uniti non abbiano necessità di esercitare su tutta la scala della loro potenza militare un dominio mondiale, ma solo di costruire un efficace sistema di gendarmi regionali. Il che spiegherebbe l'ambigua politica nei confronti della Russia, le aperture, l’inserimento in logiche di sicurezza bilaterale, ecc.
Tuttavia Leont’ev constatava la prevalenza e l’egemonia dei propugnatori della ‘forza militare’, i quali intendevano sfruttare a fondo l’unica area in cui registravano per gli USA un vantaggio soverchiante e nessun rivale all’altezza, ossia la sfera politico-militare.
L’analisi di Leont’ev proseguiva a quel punto in un modo che ci appare particolarmente degno di attenzione, perché al tempo di quella tavola rotonda non era ancora partita l’invasione dell’Iraq da parte delle forze anglo-americane e descriveva uno scenario che oggi possiamo considerare straordinariamente esatto e lungimirante. Una cosa – per Leont’ev – erano i massicci bombardamenti aerei dell’Iraq senza gravi perdite per i militari USA, mentre una cosa molto diversa sarebbe stata un’operazione di terra, che sarebbe potuta durare a lungo. In quel caso, la situazione sarebbe peggiorata sempre di più, e la lotta intestina tra i due gruppi all’interno degli USA si sarebbe intensificata costantemente. Leont’ev non fece previsioni di lungo termine. Ciò che a suo avviso contava era che la Russia definisse una risposta chiara, previo un grande cambiamento nella politica interna. Oggi possiamo dire che il comportamento di Putin degli anni a seguire – quando a costruito un'efficacissima nuova “verticale del potere” - ha scommesso con successo su una linea molto affine a queste acute analisi.
Leonid Vladimirovič Šebaršin analizzava invece l’intervento USA in Afghanistan, che in quel momento – senza che fosse ancora in atto la grande ‘distrazione’ di truppe in Iraq – dimostrava tutta la potenza americana, subito dopo aver travolto i Taliban, scelto un Primo Ministro di comodo, creato una qualche stabilità. Altro rilevante successo americano – a parere di Šebaršin – è stato l’uso dell’Afghanistan per prendersi le posizioni dell’ex Unione Sovietica in Asia centrale, con ottime basi in Kirghizistan, in Tagikistan, accordi con l’Uzbekistan, e qualche sollecitazione di un certo effetto sul Kazakhistan. La pressione sulla Russia a quel punto si spingeva verso il massimo, negli stessi anni dell'allargamento a Est dell'Unione europea e della NATO, oltre che della disdetta del trattato ABM da parte di Bush.
Solo con la recente espansione della SCO (Shanghai Cooperation Organization) – l’associazione centroasiatica che sotto l’egida di Mosca e di Pechino si sta velocemente trasformando in una consistente alleanza politico-militare, oltre che in uno spazio di cooperazione economica – assistiamo a una netta inversione di tendenza rispetto al quadro tracciato nel 2002 da Šebaršin.
Le riflessioni di Leonid Šebaršin son riapparse, più aggiornate, nel marzo del 2005. In un’intervista esclusiva con «RIA Novosti», diffusa fuori dalla Russia da «Réseau Voltaire», l'ex numero due del KGB valuta che «soltanto fra dieci-quindici anni i giacimenti del Kazakhstan e del Turkmenistan saranno valorizzati in modo intensivo e occorrerà anche controllare il percorso dei prodotti energetici. La campagna afgana ha permesso agli USA di impiantare basi militari in Uzbekistan e Kirghizistan e adesso va al massimo “la valorizzazione politico-militare” della Georgia e dell’Azerbaigian. La regione caspica è sotto sorveglianza. Essa è un nuovo punto caldo del pianeta.»
Il senso di quanto accade nella regione sta nella creazione di condizioni adatte per un’offensiva degli Stati Uniti nella regione caspica, una ulteriore tappa di confronto con la Cina e la preparazione degli USA a un «inevitabile» scontro con questo Paese. Nell’accaparramento delle materie prime, la Cina tende a divenire il principale competitore degli Stati Uniti. Presto o tardi, lo scontro avverrà. Šebaršin domanda:
«perchè gli Stati Uniti hanno bisogno di una base militare in Kirghizistan? Per i voli sull’Afghanistan? Niente affatto. Peraltro, gli effettivi lì schierati eccedono nettamente il personale incaricato di assicurare il controllo dei voli e continuano a crescere. Gli Stati Uniti cominciano a circondare la Cina di basi militari e non è senza ragione che negoziano con il Vietnam un loro ritorno alla base militare di Cam Rahn.
Il compito della Russia, quale potenza indipendente, risulta dettato da precise condizioni storiche.
Nello stato in cui si trova attualmente, la Russia è particolarmente vulnerabile rispetto a un pericolo esterno inatteso, nato da un cambio della congiuntura mondiale. Oggi il nostro scudo nucleare è il solo garante della nostra indipendenza. Occorre preservarlo, tenercelo stretto. Fintanto che esisterà, nessuno tenterà di attaccare seriamente la Russia. È fuor di dubbio che i nostri partner s’impegneranno a indebolirlo al massimo. Quello è un obiettivo strategico che non abbandoneranno.»
Šebaršin nel 2005 è dunque a dir poco profetico riguardo alla successiva decisione degli USA di impiantare sistemi antimissile in Polonia e nella Repubblica Ceca.
«Per noi – aggiungeva Šebaršin - è prioritario prendere delle misure energiche e meditate in vista della creazione di un’economia che ancora non esiste. Fintanto che il paese non disporrà di un’economia efficace – osservava Šebaršin – esso resterà dipendente dalla congiuntura sul mercato mondiale del petrolio, tutto ciò che potremo dire resterà lettera morta.»
Queste parole di Šebaršin oggi ci colpiscono, perché vediamo che la politica di Putin si è mossa con una profonda cognizione di questi problemi, ottenendo risultati clamorosi dalla congiuntura favorevole per i prezzi degli idrocarburi. Nel 2006 la Russia ha restituito in anticipo di molti anni il debito nei confronti delle istituzioni finanziarie internazionali, e oggi ha un surplus commerciale senza precedenti, disponibile per l’acquisizione di nuovi asset strategici per l’economia russa. L’istituzione di un ‘fondo sovrano’ di diretta emanazione statale, che raccoglie centinaia di miliardi di dollari, fa della Russia un predatore rispetto alle industrie e alle materie prime su scala globale. Avviene lo stesso anche per la Cina.
Sul piano militare, la Shanghai Cooperation Organization, la cui importanza e le cui funzioni si accrescono di continuo, è un formidabile fattore di riequilibrio rispetto alla proiezione imperiale degli Stati Uniti, in un clima di crescente competizione e riarmo, gravido di pericoli. L’aggressività americana sullo scacchiere asiatico, ossia il vero movente che ha covato l’11 settembre, ha generato un blocco d’interessi che vi si oppone con molta determinazione, pienamente consapevole del fatto che si sta preparando una catastrofe bellica su scala planetaria.
La corsa verso un simile cataclisma deve preoccupare qualsiasi persona di buon senso.
Di certo, per capire i veri retroscena dell'11 settembre e di quel che ne è seguito, la nostra opinione pubblica ha avuto armi spuntate, mentre a Mosca sono stati usati strumenti analitici fondamentalmente esatti, sebbene non disinteressati e non immuni da distorsioni nazionalistiche.
Da noi le classi dirigenti hanno creduto alle proprie bugie e danno segno di crederci fino ad accelerare la prossima guerra mondiale. In Russia, d'altro canto, si conta sulla durezza inaggirabile dei fatti.
Lo ricorda bene Giulietto Chiesa:
La crisi energetica, evidente a tutti salvo a chi non vuole vederla, incombe ormai sull'intera economia mondiale e determinerà contraccolpi drammatici in tutto il mondo, mentre la Russia si trova ad essere l'unica grande potenza che ha tutte le risorse al suo interno e non avrà alcun bisogno di andarsele a prendere, con la forza, fuori dai suoi confini. Il cambiamento climatico colpirà ogni area del pianeta, ma tra tutte la più avvantaggiata sarà proprio la Russia, mentre Europa e Stati Uniti dovranno difendersene in tempi relativamente rapidi.
Il nuovo realismo politico deve ridimensionare l'atlantismo
Nel frattempo, la corsa agli armamenti è in atto. Lo segnala l’ultimo rapporto del SIPRI di Stoccolma, uno degli istituti più quotati in materia. Le spese militari su scala planetaria sono ora arrivate all’enorme somma di 1.200 miliardi di dollari (a valori costanti del 2005), la più elevata di tutti i tempi, in costante incremento.
Gli Stati Uniti, orientati secondo le loro dottrine militari ufficiali a non concedere a nessuno la più lontana possibilità d’insidiare la loro supremazia militare, restano di gran lunga in testa per le spese militari, con un bilancio di 547 miliardi di dollari.
Le spese militari della Russia sono di circa 15 volte inferiori (34,7 miliardi di dollari), e sono indirizzate soprattutto a rendere più moderno un apparato militare sì imponente, ma trascurato per anni. La cosa fa riflettere, se si pensa che i media mainstream attaccano la ‘corsa agli armamenti’ del Cremlino, con allarmi gonfiati. Il bilancio del Regno Unito, per dire, è molto più voluminoso (59 miliardi di dollari), così come quello della Francia (53 miliardi), o perfino quello di un paese ben poco proiettato all’esterno dal punto di vista militare, come il Giappone (43,7 miliardi di dollari).
Mentre l'allarme sul presunto “espansionismo” russo è pura fuffa propagandistica, è però vero che – se non vogliamo valutare male la forza e l'esperienza militare russa, pur sempre dotata di un arsenale strategico termonucleare - dovremo sapere che i russi stanno investendo molto ed efficacemente, con tecnologie che solo un irresponsabile come Saakashvili potrebbe sminuire. Per ora la disfatta delle sue forze armate se l'è beccata lui. Sarebbe folle trovarci presto - e senza sapere perché – a rintanarci in inutili rifugi mentre ci sorvolano i Tupolev.
A Mosca non ci sono nuovi Hitler. Ci sono statisti che fanno i loro interessi nazionali, e lo fanno maledettamente bene. Alcuni interessi contrasteranno con i nostri. Ma è normale.
Sono più numerosi però gli interessi comuni. Non potremo passare a un futuro paradigma energetico senza idrocarburi escludendo una transizione di alcuni decenni che utilizzi proprio gli idrocarburi regolati da Mosca. La posta in gioco alternativa è una guerra mondiale, cioè – dati i mezzi distruttivi a disposizione e le dinamiche fra potenze – l’Apocalisse. Con questi mezzi e queste dinamiche una simile guerra è già da tempo fuori dal campo della razionalità politica. Il realismo politico oggi non può che ridimensionare l'atlantismo e prefiggersi un mondo multipolare. È la vera chiave della sicurezza collettiva.


La bomba a implosione russa


Aggiornamento del 17 settembre 2008:
Il presente articolo è stato ripreso anche da «ComeDonChisciotte» [QUI], da «Megachip» [QUI], da «Aginform» [QUI], da «Arianna editrice» [QUI], da «Pressante.com» [QUI], da «ZeroFilm» [QUI] e da «Emigrazione Notizie» [QUI]

25 agosto 2008

Operazione Saakashvili

di Giulietto Chiesa,

Megachip – da Galatea
Fonte: Megachip
Link: QUI



Quei giorni di agosto 2008 resteranno sicuramente nella storia come giorni di una svolta, di un drastico del quadro politico internazionale. La Russia non è più quella che, per 17 anni, l'Occidente aveva immaginato che fosse. È ben vero che, i primi anni dopo il crollo, l'euforia del trionfo dell'Occidente era stata corroborata da una leadership russa di Quisling, capitanati da un ubriacone rozzo e baro, come lo fu Boris Eltsin.
Ma dopo, con la sua dipartita dal potere russo, la musica aveva cominciato a cambiare.
I segnali erano tanti. Ma i vincitori erano convinti che Vladimir Putin facesse il muso duro solo per rabbonire i russi umiliati, mentre, in realtà, proprio lui stava - lentamente, ma con chiara progressione - mettendo le basi per un cambiamento. Solo che, come dice un antico proverbio coltivato sotto ogni latitudine, Dio acceca coloro che vuole perdere.
L'illusione sulla disponibilità dei russi a lasciarsi mettere ormai il piede sul collo in ogni occasione avrebbe dovuto assottigliarsi e dare spazio al realismo.
Da queste colonne ho scritto più volte - i lettori lo ricorderanno - che la Russia aveva smesso di ritirarsi e che sarebbe venuto il momento in cui tutti avremmo dovuto accorgercene.
Al giovane avvocato americano Saakashvili, e ai suoi consiglieri e amici americani e israeliani, agli europei che continuano a tenere bordone, è toccato di sperimentare che la ritirata della Russia è finita. Resta loro ancora da capire che è finita per sempre. Nel senso che, per un periodo di tempo oggi non prevedibile, l'Occidente, o quello che ne resta, dovrà fare i conti con una Russia tornata protagonista mondiale.
E non solo perché la Russia è oggi molto più forte di quello che era nel 1991, ma perché l'Occidente - e in primo luogo gli Stati Uniti d'America - è molto più debole di allora. Sotto tutti i profili. Otto anni di George Bush hanno logorato l'America, il suo prestigio.
Ma non è solo politica. La crisi della finanza internazionale è nata dalla "Grande Truffa" dei mutui facili, costruita da Wall Street. La crisi energetica, evidente a tutti salvo a chi non vuole vederla, incombe ormai sull'intera economia mondiale e determinerà contraccolpi drammatici in tutto il mondo, mentre la Russia si trova ad essere l'unica grande potenza che ha tutte le risorse al suo interno e non avrà alcun bisogno di andarsele a prendere, con la forza, fuori dai suoi confini. Il cambiamento climatico colpirà ogni area del pianeta, ma tra tutte la più avvantaggiata sarà proprio la Russia, mentre Europa e Stati Uniti dovranno difendersene in tempi relativamente rapidi.
L'Europa, in primo luogo, avrà un bisogno imperioso, non eliminabile, dell'energia russa per fronteggiare una transizione a una società che non sarà più quella della crescita dei consumi (che verrà resa impossibile dalle nuove condizioni di scarsezza relativa e assoluta di risorse).
Queste sono considerazioni di elementare realismo, alle quali molti dirigenti europei e entrambi i candidati alla presidenza americana, sembrano essere impermeabili.
La loro visione del mondo ha continuato, in questi diciassette anni, ad essere quella della guerra fredda, dei vincitori. E hanno assunto come bibbia per i loro pensieri il libretto che Zbignew Brzezisnki aveva scritto parecchio tempo prima della caduta dell'Unione Sovietica: obiettivo prossimo venturo, "dopo la liquidazione del comunismo", dovrà essere la liquidazione della Russia, la sua scomposizione, la sua trasformazione in tre repubbliche (Russia Europea, Siberia Occidentale, Estremo Oriente russo) prima "leggermente federate" e poi indipendenti. Con la parte europea assorbibile dall'Europa, la Siberia Occidentale in mano americana, e l'estremo oriente russo messo a disposizione di Giappone e Cina, a sua volta omogeneizzata alla globalizzazione americana.
Come sappiamo le cose sono andate molto diversamente su tutti i fronti.
Ma la pressione sulla Russia è stata mantenuta, continua, asfissiante. Basta guardare oggi alle immagini della manifestazione di Tbilisi, in cui Saakashvili ha cercato di rimettersi in piedi dopo la durissima lezione subita tra il 6 e il 9 agosto, e passare in rassegna i nomi degli "ospiti" alleati morali (l'Ucraina anche alleata materiale) dell'aggressione all'Ossetia del Sud, per avere il quadro dei risultati di quella politica di Washington. Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Ucraina in fila, con i loro presidenti, di fronte alla folla georgiana: vista sulla carta geografica è la rappresentazione dell'accerchiamento, di una nuova, davvero insensata, irrealistica operazione di accerchiamento. Aggiungendo la Georgia ecco completato il semicerchio con cui tutte le frontiere della Russia diventano bastioni di un'offensiva politico-diplomatico-energetica-psicologica antirussa.
Mancavano, tuttavia, la Romania, la Bulgaria, perfino la Repubblica Ceca di quel reazionario con i fiocchi di Vaclav Klaus. Mancavano l'Ungheria la Slovacchia e la Slovenia, forse solo un tantino più prudenti, forse resesi conto che la corda era stata tirata troppo ed è giunto il momento di frenare se non si vogliono maggiori guai.
Mancava perfino l'Italia, figurarsi!
E il giorno dopo Varsavia firmava l'accettazione del nuovo sistema missilistico americano.
Primo atto, presentato come "di ritorsione" dai media occidentali, mentre era in preparazione da almeno due anni. E, a proposito dei media occidentali, resta solo da constatare che l'ondata di menzogne da essi prodotte (con rarissime eccezioni) , se ha dato l'impressione momentanea di un isolamento completo della Russia in tutto l'Occidente, ha rappresentato la classica vittoria di Pirro.
Non solo perché i fatti, gli avvenimenti sul terreno, hanno confermato le versioni che venivano date dalla Russia e dai suoi media, ma perché la falsificazione è stata così imponente, così sfacciata che negli anni a venire verrà ricordata da milioni di russi (e da miliardi di persone in tutto il mondo non occidentale) come la prova definitiva che il mainstream informativo occidentale è ormai diventato un megafono - attivo e passivo - dei centri imperiali del potere. Dunque non più affidabile.
Sono quelle cose che in politica si pagano, magari non subito, magari dopo anni, ma restano nella memoria dei popoli, nella psicologia collettiva.
Questa volta i bugiardi, gli aggressori non sono stati i russi, ma "i nostri". E non hanno mentito, imbarazzati, solo i portavoce. In quelle ore mentivano i numeri uno, sfilando, uno dietro l'altro davanti alle telecamere famose delle maggiori catene disinformative. Bush che annuncia il prossimo assalto a Tbilisi e il rovesciamento del "democratico governo della Georgia", McCain che ripete la giaculatoria, e via tutti gli altri, incluso Obama. Dio ci protegga da questo futuro presidente americano, chiunque sia, nero o bianco, vecchio o giovane, democratico o repubblicano. "La Russia ha occupato Gori"; "colonne di tank russi si dirigono su Tbilisi". Le vie di Tzkhinvali, devastate dall'assalto di un esercito di migliaia di uomini di centinaia di carri armati, di aerei e elicotteri, mostrate al pubblico come fossero le strade di Gori "selvaggiamente bombardate" dagli aerei russi. Notizie di bombardamenti dell'oleodotto Baku-Ceyhan date per certe, ma inventate, offrono spazio a decine di commenti sul nulla.
Ma il vertice dell'ipocrisia avviene quando i media occidentali, resisi conto che la Russia non punta affatto a conquistare Tbilisi e che si è fermata sulle frontiere dell'Ossetia del Sud e dell'Abkhazia, cominciano a stigmatizzare indignati i bombardamenti che la Russia ha effettuato fuori da quelle frontiere. Come se tutti si fossero dimenticati che gli aerei della Nato, nel 1999, andarono a bombardare Belgrado e decine di piccoli e medi centri urbani della Jugoslavia. Semplicemente per punire la popolazione, per democratizzarla, distruggendo ponti, infrastrutture, fabbriche, ospedali. E naturalmente uccidendo centinaia, anzi migliaia di civili. Due pesi e due misure, come al solito. Noi siamo i buoni, loro sono i cattivi. Punto e basta.
Punto e basta lo ha detto ora la Russia di Medvedev e Putin. L'Ossetia del Sud e l'Abkhazia saranno riconosciute formalmente come repubbliche indipendenti dalla Russia. Fino ad ora non era avvenuto. L'avventura sanguinosa di Saakashvili e di Washington lo ha reso inevitabile prima ancora che possibile. Medvedev ha detto, senza la minima ambiguità, che la Russia accetterà le decisioni dei due popoli e le trasformerà in atti politici e diplomatici, "uniformando la propria posizione internazionale a quelle decisioni". E non vi è dubbio quali saranno quelle decisioni. E non vi saranno passi indietro rispetto a quello che ossetini e abkhazi hanno già ripetutamente scelto nei referendum per la sovranità che hanno approvato.
L'"integrità territoriale" della Georgia - questa la formula difesa da diverse risoluzioni del Parlamento Europeo che io non ho mai votato - non sarà più possibile. Saakashvili è politicamente finito. Lo terranno in piedi ancora per qualche tempo, poi dovranno spiegargli che e meglio se torna a fare l'avvocato negli Stati Uniti. La Georgia nella Nato forse entrerà, se l'Occidente insiste nella sua offensiva antirussa. E forse entrerà anche l'Ucraina. Impossibile prevedere lo sviluppo di questi eventi perché le variabili sono troppo numerose per essere calcolate tutte.
Ma gli occidentali dovrebbero sapere che ogni passo che faranno in questa direzione sarà duramente contrastato dalla Russia che, come è evidente, ha smesso di ritirarsi. Georgia e Ucraina in Europa sembrano oggi, viste da Bruxelles, più difficili di prima.
La crisi georgiana ha mostrato che in Europa vi sono forze ragionevoli che non vogliono portarsi in casa una guerra e non vogliono creare una crisi di enormi proporzioni (con l'Ucraina spaccata in due).
L'operazione Saakashvili si è rivelata un vero disastro geopolitico per gli Stati Uniti. Le onde di risucchio andranno lontano. La guerra fredda è ricominciata, e non per colpa della Russia.
L'Europa dovrà decidere da che parte stare.

19 marzo 2008

Come lo "Stato profondo" sopravvive alle alternanze dei partiti

di Thierry Meyssan
Réseau Voltaire
Titolo originale: "La continuité du pouvoir US, derrière la Maison-Blanche"
Fonte: http://www.voltairenet.org/
24 febbraio 2008
Scelto e tradotto per http://www.blogger.com/www.comedonchisciotte.org da Matteo Bovis
Postato il 18 Marzo 2008 (19:00)


Sessanta anni di propaganda atlantista ci hanno convinto che gli Stati Uniti sono una grande democrazia. Eppure, nessun osservatore pensa che Ronald Reagan o George W. Bush abbiano esercitato appieno il potere legato alla loro funzione, e allora chi comanda? O ancora, gli osservatori concordano che una volta ricontate le schede elettorali Al Gore aveva vinto le elezioni del 2000, ma allora perché Bush occupa la Casa Bianca? Tante domande alle quali nessun giornalista desidera rispondere. Thierry Meyssan rompe il tabù.

Nel corso degli ultimi sessanta anni, gli Stati Uniti si sono dotati di quello che è stato chiamato "l’apparato di sicurezza di Stato". E’ stato costituito come uno Stato dentro lo Stato, incaricato di condurre nell’ombra la Guerra Fredda contro l’URSS, poi di occupare lo spazio lasciato vacante dall’Unione Sovietica dopo il suo smantellamento e di condurre la Guerra al terrorismo. Dispone di un governo militare fantasma deputato a rimpiazzare il governo civile se dovesse accadere che questo ultimo venisse decapitato da un attacco nucleare.

Il presidente Eisenhower ha dichiarato nel suo celebre discorso di addio (17 gennaio 1961): "Nel consiglio di governo dobbiamo stare attenti all’acquisizione di una influenza illegittima, voluta o meno, da parte del complesso militar-industriale. Il rischio di uno sviluppo disastroso di un potere usurpato esiste e continuerà. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa unione minacci le nostre libertà o il processo della democrazia."

Ma questo avvertimento sarebbe stato insufficiente. La logica dell’"apparato di sicurezza dello Stato" ha progressivamente sommerso quella delle istituzioni civili che avrebbe dovuto proteggere. Il complesso militar-industriale ha usato il suo potere per modellare a suo vantaggio le istituzioni civili invece di servirle. In definitiva, la lobby della guerra ha falsato il processo elettorale ed è arrivato, ad ogni elezione presidenziale, a scegliere l’uomo che avrebbe occupato la Casa Bianca.

Senza eccezioni, da sessanta anni, il presidente è il candidato che più si è impegnato a realizzare le esigenze dell’"apparato di sicurezza dello Stato", e che ha ottenuto il massiccio finanziamento delle imprese appaltatrici del Pentagono. Beninteso, una volta installato nello Studio Ovale, l’eletto cerca sempre di affrancarsi dai suoi padrini e di avvicinarsi ai reali interessi del suo popolo. Tocca a lui scoprire di quali margini di manovra dispone, a rischio di perdere la sua investitura e di essere eliminato, politicamente, se non addirittura fisicamente. Del resto, il rischio di un presidente che si affranchi dallo "Stato profondo" e si mantenga tuttavia al potere, è limitato dal divieto, stabilito nella stessa epoca, di ambire a candidarsi per più di due mandati consecutivi.

In queste condizioni – come possiamo vedere – l’alternanza tra democratici e repubblicani non è per i cittadini statunitensi un mezzo per cambiare politica, ma un mezzo per "l’apparato di sicurezza dello Stato" di perseguire la stessa politica al di là dell’impopolarità di un presidente logorato. E’ l’applicazione del principio che Giuseppe Tomasi di Lampedusa attribuisce al Gattopardo: "Bisogna che tutto cambi perché niente cambi e che noi si resti i padroni".

Occasionalmente lo "Stato profondo" riaffiora e lascia intravedere la sua forza. Capita a volte nel periodo di transizione tra due presidenti: una semi-vacanza del potere quando il presidente uscente amministra gli affari correnti e il presidente eletto si prepara a governare.

Nel XVIII secolo, questo periodo di transizione di 11 settimane si giustificava con il tempo necessario a stabilire i risultati [elettorali] e a costituire una squadra adeguata rispetto all’immensità del paese e alla lentezza dei mezzi di comunicazione. La prima volta si svolse nel 1797 quando John Adams succedette a George Washington. Per un secolo e mezzo, questo periodo non è stato regolato da alcuna procedura perché i due presidenti (uscente e entrante) non avevano alcun motivo per collaborare l’un l’altro. E’ del tutto diverso adesso, quando questo periodo è messo a frutto dall’"apparato di sicurezza dello Stato" per presentare al nuovo inquilino della Casa Bianca quello che deve sapere dello "Stato profondo". Per comprendere il sistema, torniamo alla storia di queste transizioni.

La Guerra fredda mette la democrazia tra parentesi

Harry Truman (1945-1953) modificò profondamente la natura dello Stato federale creando al suo interno "l’apparato di sicurezza dello Stato" composto dal trittico: Consiglio dei Capi di Stato Maggiore (JCS), Central Intelligence Service (CIA) e Consiglio Nazionale per la Sicurezza (NSC). Questi opachi organismi dispongono di poteri esorbitanti, come ne esistono in tempo di guerra. Perché la loro missione era precisamente di prolungare la mobilitazione della Seconda Guerra mondiale, senza però mantenere la società civile sotto pressione, per condurre una nuova forma di guerra contro l’Unione Sovietica, la Guerra fredda.

Per "contenere" l’influenza sovietica, Truman organizza il ponte aereo verso Berlino, costituisce l’Alleanza Atlantica (NATO) e dichiara guerra alla Corea. Inoltre, estende lo "Stato profondo" USA all’interno degli Stati alleati, attraverso la creazione di reti stay-behind e la loro integrazione in seno alla CIA [1].

"L’apparato di sicurezza dello Stato" considerò che il migliore successore di Truman sarebbe stato il generale Dwight Eisenhower. Era stato il comandante supremo delle forze alleate in Europa durante la Seconda Guerra mondiale, poi della NATO. Era l’uomo adatto per proseguire la guerra di Corea fino alla vittoria. L’opinione pubblica lo adorava e lo considerava un eroe, anche se non aveva mai combattuto personalmente, né si era mai nemmeno avvicinato al fronte.

Eisenhower non era un uomo politico e, non avendo una precisa appartenenza politica, ogni partito cercava di attirarlo verso di sé. Truman lo sollecitò invano in favore dei democratici, alla fine Eisenhower aspirò all’investitura repubblicana. Concluse un accordo con questo partito secondo il quale gli sarebbero state lasciate le mani libere per condurre una politica estera anti-sovietica e "mettercela tutta" in Corea fino alla vittoria. Come contropartita, Eisenhower s’impegnò a condurre una politica conservatrice negli affari interni e in economia. Scelse come compagno di lista Richard Nixon (la cui figlia avrebbe presto sposato suo nipote); un personaggio che si era messo in luce animando la "caccia alle streghe" contro i comunisti.

Dopo che Eisenhower fu eletto, Truman prese contatto con lui per presentargli il dispositivo della sicurezza nazionale la cui esistenza era pubblica, ma il funzionamento segreto.

Eisenhower elaborò la dottrina di difesa che porta il suo nome secondo cui gli Stati Uniti non esiteranno a ricorrere alla forza, ovunque nel mondo, dove l’influenza comunista dovesse minacciare gli interessi occidentali. Inoltre, egli aggiunse al sistema di sicurezza nazionale il principio di continuità del governo. Designò, con un decreto segreto,un governo alternativo, costituito al contempo da militari e da imprenditori scelti tra i suoi amici, incaricato di prendere le redini in caso di annientamento delle istituzioni a causa di un attacco nucleare sovietico. Così, accanto al processo costituzionale relativo alla vacanza del potere, esiste fin dagli anni ’50 una seconda procedura – questa volta militare-amministrativa - che può essere posta in atto in caso di apocalisse nucleare. Nel primo caso, il presidente è sostituito dal vicepresidente, poi se necessario dal presidente pro-tempore del Senato, poi da quello della Camera dei rappresentanti. Nel secondo caso, gli eletti sono corto-circuitati da un governo fantasma – la cui composizione è segreta – che sorge improvvisamente dall’ombra senza disporre di alcuna legittimità elettorale.

Tuttavia, "l’apparato di sicurezza dello Stato" rimproverò Eisenhower di non fare abbastanza, soprattutto in materia di missili, e rifiutò di sostenere il vice-presidente Nixon come successore. Preoccupato per le conseguenze sulla democrazia dal crescente potere del complesso militar-industriale, Eisenhower mise in guardia i suoi concittadini nel suo discorso di addio citato in precedenza. La lobby della guerra volse allora il suo sguardo verso il partito democratico.

E’ cosi che John F. Kennedy ottenne il sostegno dell’industria degli armamenti. Per compiacerli, egli centrò la sua campagna elettorale su un presunto vantaggio che i Sovietici avrebbero acquisito in materia di missili e sulla necessità di colmare questo divario ("gap missilistico"). Inoltre, designò come compagno di lista il bellicoso leader del gruppo parlamentare democratico, Lyndon B. Johnson. In diretto collegamento con il complesso militar-industriale, Kennedy nel corso della campagna elettorale prese l’iniziativa di creare dei gruppi di lavoro per fare un bilancio della situazione e preparare le sue prime decisioni nel caso in cui fosse stato eletto. Piazzò i suoi due principali rivali alla nomination democratica alla testa dei due più importanti gruppi di lavoro, neutralizzando così anche il loro risentimento e beneficiando della loro esperienza. Creò fino a 29 gruppi tematici. Tutti i membri erano volontari. Una volta eletto, Kennedy designò l’avvocato Clark Clifford per coordinare il passaggio dei poteri con Eisenhower, poi nominò almeno un membro di ogni gruppo di lavoro nel suo gabinetto. Clifford non era stato scelto per le sue qualità di avvocato e di negoziatore, ma in quanto era un falco e un rappresentante dello "Stato profondo". Aveva partecipato a fianco a Truman alla creazione dell’"apparato di sicurezza dello Stato" ed era stato nominato da Eisenhower come ministro ombra del governo militare alternativo.

Più tardi Kennedy fece adottare il Presidential Transition Act per permettere ai successivi presidenti di seguire le sue orme beneficiando di un finanziamento federale per pagare i loro gruppi di lavoro.

Kennedy sfidò l’URSS davanti al muro di Berlino, spiegò i missili in Turchia e riuscì a dissuadere i sovietici a replicare installando i loro a Cuba. Soprattutto, lanciò i grandi programmi spaziali. Ma non tardò a rivedere al ribasso i suoi impegni. Certo, autorizzò l’invasione di Cuba, ma per ravvedersi dopo il fiasco della Baia dei Porci. Certo, mise il dito nell’ingranaggio vietnamita, ma cercò subito come impostare un ritiro. Contando sulla legittimità che gli veniva da un vasto sostegno popolare, entrò in conflitto con il suo stato-maggiore e ordinò delle inchieste sulle attività politiche di alcuni generali. In definitiva, fu assassinato a vantaggio del vice-presidente Lyndon B. Johnson – la cui cerimonia di giuramento era stata preparata proprio poco prima che Kennedy venisse ucciso – che approvò senza indugio l’escalation in Vietnam, prendendo peraltro ancora Clark Clifford come Segretario alla Difesa per realizzare questo sporco lavoro.

L’impopolarità di Johnson rendeva impossibile la sua rielezione, per cui rinunciò a ripresentarsi. Poiché il partito democratico era in mano ai pacifisti ribellatisi agli orrori del Vietnam, i falchi avevano bisogno di un’alternanza partitica per mantenersi al potere e perseguire la loro politica. La scelta cadde logicamente sull’ex vice-presidente Richard Nixon, un opportunista che conosceva già tutti i segreti.

Quando i due principali candidati ebbero ricevuta l’investitura dai rispettivi partiti, Johnson li convocò per convenire con loro i dettagli della transizione. Si trattava di una messa in scena puramente formale, ma permise al democratico Johnson di prendere contatto pubblicamente con il candidato repubblicano ancora prima che venisse eletto.

Approfittando del Presidential Transition Act, il repubblicano Nixon seguì le orme del democratico Kennedy creando 30 gruppi di lavoro per definire la sua futura politica in collegamento con lo "Stato profondo".

Nixon condusse una politica di distensione verso l’URSS e negoziò gli accordi per la limitazione della corsa agli armamenti rispettando gli interessi del complesso militar-industriale, sarebbe a dire eliminando alcune armi a favore di altre più sofisticate. Su iniziativa del suo consigliere Henry Kissinger, strinse una sorprendente alleanza con la Cina comunista per isolare Mosca. Tuttavia, rinunciò a vincere in Vietnam e "l’apparato di sicurezza dello Stato" gliela fece pagare organizzando una procedura di destituzione in occasione dello scandalo del Watergate. Il n. 2 dell’FBI in persona, Mark Felt (alias "Gola profonda") diffuse per mesi informazioni devastanti al Washington Post.

Costretto, Nixon preparò in segreto le sue dimissioni e non avvertì che all’antivigilia il vice-presidente Gerald Ford. I due uomini conclusero un accordo: Ford avrebbe occupato lo Studio Ovale in cambio della grazia e della fine di ogni azione giudiziaria. Ford accettò. Aveva già sentito cambiare il vento e aveva radunato attorno a sé una piccola squadra, ma questa fu istantaneamente dissolta. Un importante membro dell’"apparato di sicurezza dello Stato", l’ambasciatore degli Stati Uniti in seno alla NATO, Donald Rumsfeld (avversario di Kissinger), fu richiamato d’urgenza per assicurare la transizione. Aiutò a costituire una nuova squadra dosando vecchi collaboratori di Nixon e uomini nuovi. La cosa era più complicata di quanto sembrasse perché si trattava di sanzionare la politica perdente del Vietnam incarnata da Kissinger, mantenendo tuttavia l’influenza dell’industria degli armamenti incarnata dallo stesso Kissinger (che era stato il segretario generale dell’American Security Council, all’epoca il principale organizzatore del complesso militar-industriale). Ford designò Nelson Rockfeller come nuovo vice-presidente. Non si trattava solo dell’erede della più importante dinastia industriale del paese, ma anche il vecchio padrone delle operazioni segrete dell’"apparato di sicurezza dello Stato" sotto Eisenhower. Rapidamente Ford si rese conto che gli antichi collaboratori di Nixon portavano con sé l’immagine del Watergate e chiese a Rumsfeld di concludere il suo lavoro. Questi divenne quindi il segretario generale della Casa Bianca. Ringraziò brutalmente gli ultimi nixoniani, eccettuato Kissinger, e fece nominare George H. Bush capo della CIA. Con l’aiuto di questo ultimo, Rumsfeld mise in piedi una commissione di valutazione della minaccia sovietica ("la squadra B") che non mancò di gridare "al lupo" e di rilanciare la corsa agli armamenti.

L’immagine di Ford era disastrosa. L’opinione pubblica vedeva in lui un intrallazzatore che aveva graziato Nixon per succedergli, mentre "l’apparato di sicurezza dello Stato" voleva cancellare l’umiliante immagine della caduta di Saigon alla quale [Ford] era associato (anche se non era che la conseguenza della pace voluta da Nixon). Ford non disponeva di sufficiente legittimità per prendere iniziative più ampie. "Lo Stato profondo" aveva quindi bisogno di un nuovo presidente democratico. Questi fu Jimmy Carter, un protetto di David Rockfeller (il fratello del vice-presidente Nelson Rockfeller), capace nel contempo di girare pagina sui crimini precedenti e di tenere testa all’URSS.

Carter scelse come consigliere alla sicurezza nazionale Zbignew Brzezinski [2], il segretario generale della Commissione Trilaterale, il think tank dei Rockfeller. Aveva teorizzato una versione moderna del "contenimento" dell’Unione Sovietica, ridando anche vigore alla dottrina dell’"apparato di sicurezza dello Stato". Su questa base, diminuì l’influenza sull’America del Sud (rinegoziazione dello statuto del canale di Panama e fine delle dittature militari) e la spostò verso l’Asia centrale (guerra d’Afghanistan contro i sovietici). E’ in questa occasione che ingaggiò Osama Bin Laden e sviluppò il sostegno USA alle organizzazioni estremiste sunnite anticomuniste.

Sfortunatamente la credibilità degli Stati Uniti fu subito incrinata dall’affare degli ostaggi all’ambasciata di Teheran. Soprattutto, dopo le rivelazioni delle commissioni parlamentari d’inchiesta, il battista Carter si mise in testa di moralizzare la CIA sulla scia della pulizia seguita al Watergate. Minacciato da questa pretesa, "l’apparato di sicurezza dello Stato" organizzò una campagna mediatica contro di lui, accusandolo di essere affetto da "sindrome vietnamita". Poi, si mise a cercare un repubblicano con cui sostituirlo. In definitiva, lo "Stato profondo" organizzò il ticket Reagan-Bush (questo ultimo ancora a capo della CIA). Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, il vice-presidente era l’uomo forte mentre il presidente non era che un attore di Hollywood che recitava un ruolo d’immagine [3].

Reagan e Bush designarono un triumvirato per organizzare la transizione: Ed Meese doveva preparare le nomine e il programma, l’avvocato William Casey si occupava delle relazioni con "l’apparato di sicurezza dello Stato", mentre il brillante James Baker faceva un po’ di tutto. In realtà, Casey era stato il funzionario incaricato di Reagan quando, anni prima a Hollywood, era diventato il padrino del Comitato internazionale dei rifugiati (International Refugee Committee), una vetrina anticomunista della CIA. E, appena possibile, Reagan nominò Casey direttore dell’Agenzia.

Sopraggiunse presto il triste episodio del tentativo di assassinio contro Ronald Reagan ad opera di un amico dei Bush. L’attentato fallì, ma Reagan capì il messaggio e lasciò i problemi della difesa interamente nelle mani del suo vice-presidente.

E’ durante questo periodo che fu sviluppata la procedura di continuità del governo. Il governo militare di sostituzione, creato da Eisenhower, fino a quel momento si limitava a delle indicazioni. Si decise di dargli corpo. Fu costituita una squadra permanente e costruiti o ristrutturati giganteschi bunkers per metterla al riparo insieme ai dirigenti sopravvissuti: Cheyenne Mountain, Raven Rock (detto "sito R") e Mount Weather. Reagan installò un sistema di sorveglianza del governo civile in maniera da poter seguire in tempo reale tutti gli affari in corso e proseguire l’azione di governo senza un minuto di interruzione in caso di apocalisse nucleare. Due volte all’anno, furono organizzate esercitazioni di simulazione della continuità di governo.

In tutta fiducia, "l’apparato di sicurezza dello Stato" sostenne il vice-presidente Bush nella successione a Reagan. Il collegamento tra lo "Stato profondo" e la squadra della campagna [elettorale] fu assicurata da un membro del Consiglio nazionale di sicurezza, il generale Colin Powell.

Nel 1989-91, i "guerrieri freddi" assistettero alla caduta dell’Unione Sovietica, che avevano sempre desiderato ma che li lasciò spiazzati. "L’apparato di sicurezza dello Stato" aveva compiuto la sua missione. Per 45 anni, uomini sinceri avevano creduto di difendere il loro paese manipolando le istituzioni e mettendo tra parentesi la democrazia. Come aveva previsto Dwight Eisenhower, alcuni avevano troppo assaporato il potere per accettare di allontanarsene. Privato della sua ragion d’essere, lo "Stato profondo" restava in piedi. Ma a quale prezzo?



In mancanza di nemici, "l’apparato di sicurezza dello Stato" entra in guerra con se stesso.

George H. Bush Sr. ebbe il pesante compito di definire gli obiettivi degli Stati Uniti nel mondo post sovietico. Non senza esitazioni, egli immaginò la costruzione di un "nuovo ordine mondiale" favorevole ad una dominazione economica globale degli Stati Uniti. Ordinò una riduzione nelle dimensioni dell’esercito e studiò la possibilità di una riconversione dell’"apparato di sicurezza dello Stato" per lottare contro l’emergenza di nuovi competitori. Davanti a questa minaccia esistenziale, lo "Stato profondo" suscitò un’alternanza tra i partiti.

I giornalisti trotskisti che la CIA aveva un tempo reclutato per lottare all’interno della sinistra contro l’influenza sovietica erano passati al partito repubblicano sotto il nome di "neo-conservatori". Erano diventati i propagandisti della lobby della guerra. Come banderuole che girano al vento, si rivoltarono contro Bush Sr. rimproverandogli di non aver approfittato della fine dell’URSS per rovesciare Saddam Hussein alla fine della Tempesta sul Deserto e esortando a votare l’unico candidato capace di compiere la guerra ventura in Jugoslavia, Bill Clinton.

Perfettamente cosciente dell’occasione che gli si offriva, il governatore Clinton fece la sua campagna sulle nuove minacce e sulla necessità di fare i gendarmi in Jugoslavia. Propose anche di modernizzare l’esercito adattandone la gestione alle evoluzioni sociali, il che significava tra l’altro l’apertura alle donne e agli omosessuali. Bush Sr., che era il presidente degli Stati Uniti più popolare del XX secolo (90% di consensi!) sottostimò la capacità dei "guerrieri freddi" di scalzarlo. Per privarlo di una parte dei suoi voti, essi finanziarono la candidatura indipendente di Ross Perot, un miliardario che era servito da copertura per una operazione di salvataggio delle Forze speciali in Iran. Bush Sr. fu battuto.

Bill Clinton si oppose a togliere l’embargo contro l’Iraq dopo che Saddam Hussein si fu conformato alle risoluzioni ONU, affamando così la popolazione e provocando almeno 500.000 morti. Tuttavia, frenò il riarmo (particolarmente bloccando il progetto dello scudo spaziale) e si rifiutò di lanciare l’operazione in Jugoslavia in vista della quale "l’apparato di sicurezza dello Stato" l’aveva sostenuto. Peggio, nel 1995, in occasione di un’esercitazione, scoprì la composizione del governo ombra che "l’apparato di sicurezza dello Stato" aveva costituito per rimpiazzarlo. Era diretto dall’ex ministro della Difesa Donald Rumsfeld e comprendeva alcuni suoi collaboratori come il capo della CIA, James Woolsey. Per essere pronti al cambio di consegne, queste persone spiavano in continuazione il governo civile di cui intercettavano tutte le comunicazioni e tutti i documenti. Considerando che questo dispositivo della Guerra fredda era obsoleto, Clinton – che rifiutò di essere un presidente usa e getta – ordinò lo scioglimento della struttura. Mal gliene incolse.

Il conflitto apertosi a quell’epoca ha cominciato a rodere gli Stati Uniti dall’interno, con alcuni responsabili dello "Stato profondo" trascinati dall’ebbrezza del potere mentre altri cercavano di arrestare questa deriva infernale. Questa lacerazione spinge inesorabilmente gli Stati Uniti verso la disintegrazione o la dittatura.

Passato in totale clandestinità, in parte replicato in Israele, lo "Stato profondo" USA ordì un complotto contro Bill Clinton. Intrappolato nel 1995 in una scandalo sessuale da una stagista israeliana alla Casa Bianca, Monica Lewinsky, fu sottoposto a una procedura di impeachement nel 1998-99. Ma, a differenza di Nixon che non aveva margini di manovra, Clinton fece marcia indietro. Quando la Camera dei rappresentanti si accingeva a votare la sua destituzione, ristabilì il governo ombra e fu salvato dal Senato. Poi, ordinò il bombardamento della Serbia per opera della NATO.

Comunque sia, dopo questo braccio di ferro, per "l’apparato di sicurezza dello Stato" non era il caso di accettare che il vice-presidente Albert Gore succedesse a Clinton. Ma il sistema così ben rodato della continuità politica si inceppò. Il candidato dell’"apparato di sicurezza dello Stato", il repubblicano John McCain, perse una primaria decisiva, passando la mano a una personalità poco credibile, George W. Bush Jr. Nella più grande precipitazione, fu fatto di tutto per inquadrare questo candidato inaspettato. Formò un ticket con Dick Cheney, il gran sacerdote del partito repubblicano e uno degli uomini dello "Stato profondo". Gli fu dispensata una formazione accelerata da parte di un gruppo di specialisti, i Vulcaniani (dal nome del dio che forgia le armi dell’Olimpo), guidato dall’inossidabile Henry Kissinger e dalla sovietologa Condoleeza Rice. Fu raccolto un mare di dollari per la campagna elettorale. Inutilmente. Bush Jr. fu battuto dal Al Gore. Lo "Stato profondo" fu allora costretto a truccare il risultato dello scrutinio in maniera visibile e poco gloriosa e, non essendo riuscito a farlo eleggere, fece nominare il nuovo presidente dalla Corte Suprema.

La transizione Clinton-Bush Jr. fu una lunga crisi. Durante la contestazione dei risultati, i fondi destinati ai gruppi di lavoro, di cui al Presidential Transition Act, furono congelati e gli immensi locali previsti per accoglierli furono chiusi. L’amministrazione Clinton dovette prendere misure di sicurezza eccezionali per proteggere il vice-presidente Gore. In definitiva, questo ultimo gettò la spugna dopo aver ricevuto serie minacce contro la sua famiglia. Il ticket Bush Jr.-Cheney arrivò alla Casa Bianca. Come all’epoca del ticket Reagan-Bush Sr., il vero potere toccava al vice-presidente. Uscito un’altra volta dall’ombra, Donald Rumsfeld fu nominato segretario alla Difesa mentre Colin Powell prendeva la segreteria di Stato e Condoleeza Rice il Consiglio nazionale di sicurezza. Qualche mese dopo, "l’apparato di sicurezza dello Stato" organizzava gli spettacolari attentati di New York e Washington, rilanciando così il militarismo statunitense, questa volta contro un avversario immaginario: il terrorismo islamico.

Lungi dal render eterno il sistema, le forzature successive del complotto Lewinsky del 1995-99, delle elezioni truccate del 2000 e degli attentati del 2001, hanno accelerato la sua disintegrazione interna post Guerra fredda. L’inadeguatezza delle truppe USA alla colonizzazione dell’Iraq e dell’Afghanistan ha portato a una catastrofe paragonabile a quella del Vietnam. Il progetto del vice-presidente Cheney di prendere l’Iran come preda successiva ha suscitato l’ammutinamento di una parte dello stato-maggiore, preoccupato di questa sovraesposizione [4]. Per la prima volta, "l’apparato di sicurezza dello Stato" è diviso, in guerra contro se stesso. Per succedere a George Bush, le due fazioni hanno ciascuna il proprio candidato. E non si capisce molto bene come i Clinton possano sperare di approfittare di questa divisione per prendere la loro rivincita e spingere Hillary fino allo Studio Ovale. Gli ammutinati sostengono Barak Obama con il progetto di un parziale ritiro dall’Iraq in accordo con l’Iran e dell’attacco al Pakistan; mentre il clan di Cheney sostiene John McCain nella speranza di prolungare l’invasione dell’Iraq e di continuare con il rimodellamento del Medio Oriente.

Nessuno di questi due candidati ha un progetto per riconciliare le opposte fazioni in seno all’"apparato di sicurezza dello Stato". Per questo, chiunque sia il nuovo inquilino della Casa Bianca, non potrà arrestare l’implosione del sistema.

Si può deplorare lo sviluppo dell’"apparato di sicurezza dello Stato", ma bisogna riconoscere che rispondeva ad una logica. Si può capire come la democrazia sia stata messa tra parentesi durante la Seconda Guerra mondiale e il suo prolungamento, la Guerra fredda, ma non esiste alcuna giustificazione alla situazione attuale. In definitiva, le contraddizioni interne del sistema hanno raggiunto il parossismo quando i cantori dell’"apparato di sicurezza dello Stato" hanno avuto la pretesa di democratizzare il mondo con le armi.

Thierry Meyssan. Analista politico, fondatore del Réseau Voltaire


Note:

[1] «Stay-behind : les réseaux d’ingérence américains» [Stay-behind : le reti di ingerenza americane], di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 20 agosto 2001. Vedere soprattutto il testo di riferimento: NATO’s Secret Army : Operation Gladio and Terrorism in Western Europe, del professor Daniele Ganser. Versione francese Les Armées Secrètes de l’OTAN, Edizioni Demi-Lune, 2007. Disponibile per corrispondenza attraveso la Libreria del Réseau Voltaire. Intervista di Silvia Cattori con l’autore : «Le terrorisme non revendiqué de l’OTAN» [Il terrorismo non rivendicato della NATO], Réseau Voltaire, 29 settembre 2006.

[2] «La stratégie anti-russe de Zbigniew Brzezinski» [La strategia anti-russa di Zbigniew Brzezinski] , di Arthur Lepic, Réseau Voltaire, 22 ottobre 2004.

[3] «Ronald Reagan contre l’Empire du Mal» [Ronald Reagan contro l’Impero del Male], Réseau Voltaire, 7 giugno 2004.

[4] «Washington décrète un an de trêve globale» [Washington decreta un anno di tregua globale], di Thierry Meyssan, 3 dicembre 2007.