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3 febbraio 2016

Nanni Salio (1943-2016), maestro della peace research


di Pino Cabras.
da Megachip.

Conobbi Nanni Salio, uno dei padri italiani di quella che viene definita nel mondo come peace research, vent'anni fa. Ebbi la fortuna di trascorrere assieme a lui molte giornate, mentre partecipavo all'organizzazione delle sue conferenze in Sardegna a cura della Comunità di Sestu, e da subito mi colpì il suo ragionare mite ma robusto, capace di collegare i grandi temi internazionali, le guerre, le questioni dei limiti ecologici della crescita economica. Il collegamento glielo forniva un approccio scientifico rigoroso e appassionato, interamente dedito a costruire una nuova cultura della pace. Fu uno dei migliori esempi di un'intera generazione di fisici che hanno saputo congiungere la loro consapevolezza sui pericoli estremi di quest'epoca, segnata da Hiroshima e Fukushima (due manifestazioni drammatiche della fisica applicata moderna), con un impegno militante molto paziente, costruttivo, fiducioso nella forza della ragione. Una ragione che può unire e dare forza a individui e movimenti.
In un momento come questo, in cui gran parte degli intellettuali sono silenziosi rispetto alle grandi crisi sistemiche del pianeta perché ormai non studiano da decenni e si sono persi in categorie culturali diventate rami secchi, il lascito culturale di Nanni Salio è invece attualissimo, prezioso e vitale.
Nel rileggere dopo anni le pubblicazioni del Centro Studi Sereno Regis da lui fondato, mi rendo conto della potenza delle categorie adoperate, della forza di quelle analisi. Chi oggi si sente spiazzato di fronte alla crisi mediorientale o non sa nulla del potenziale di pace che si trova nel mondo islamico, o vorrebbe davvero collegare riflessione teorica e azione concreta con esempi potenti e ragionati, è da lì che deve ricominciare.
Chi vuole iniziare il suo primo filo della moderna ricerca sui temi della pace, su Wikipedia potrà trovare la voce Giovanni Salio, con una corposa biografia che illumina da tante angolazioni il tema della nonviolenza. In coda a questo articolo potrà trovare i link a decine di suoi pezzi da noi pubblicati nel corso degli anni, sia brevi riflessioni sia veri e propri saggi.
Per chi studierà Nanni Salio sarà possibile riscoprire la duratura attualità politica di Gandhi e Capitini e potrà incontrare un altro grande maestro contemporaneo della peace research, il vecchio e lucidissimo Johan Galtung, grande amico di Nanni Salio. Oggi il mondo arranca a Ginevra per trovare formule di pace raffazzonate per la Siria, ma forse bastava ascoltare già da anni quel che proponeva Galtung con grande lungimiranza e completezza. Quel che voglio dire al lettore è che abbiamo avuto in casa un metodo per comprendere meglio la pace e la guerra, e che dovremo tenercelo caro e farlo fiorire ora che Nanni Salio ci ha lasciati.
E allora voglio ricopiare qui una sua bellissima riflessione sulla vita e sulla morte che scrisse nel 2010 in occasione della scomparsa di alcune personalità a lui care. Nel leggere le parole di Salio dedicate alla morte altrui si scoprirà un emozionante anelito di speranza che ora si può tranquillamente orientare alla sua assenza, che però, come ben ci spiega, sarà una compresenza. Nanni si chiede, nientemeno: «Ma cosa significa morire?». Le risposte sorprenderanno.
Buona lettura.

Pino Cabras



di Nanni Salio, 1 luglio 2010

Di fronte alla morte di persone più o meno note, più o meno care e a me vicine, mi tornano alla mente i versi di una bella poesia di Vivian Lamarque:

A vacanza conclusa dal treno vedere
chi ancora sulla spiaggia gioca si bagna
la loro vacanza non è ancora finita: 
sarà così sarà così lasciare la vita?

Come ricordare Elise Boulding (6 luglio 1920 - 24 giugno 2010), Enzo Tiezzi (4 febbraio 1938 - 25 giugno 2010), Rina Gagliardi (15 novembre 1947 - Roma, 27 giugno 2010),

persone diverse ma accomunate dal profondo impegno sociale per i problemi della pace, dell'ambiente e della giustizia sociale, che ci hanno lasciato nei giorni scorsi? La loro non è stata una semplice vacanza, come recita la poesia i cui versi evocano il senso di smarrimento che ci coglie di fronte alla morte e al venir meno, più o meno improvvisamente, dei nostri progetti di vita ancora incompiuti.

Pochi di noi, forse, conoscono Elise Boulding, particolarmente nota in sede internazionale per il suo pluridecennale impegno nel campo della "ricerca, educazione e azione per la pace".
Ho avuto modo di conoscerla anni fa, seppure di sfuggita, in uno dei convegni dell'IPRA (International Peace Research Association) che si svolgono con cadenza biennale nei più diversi paesi del mondo.

Elise è stata definita la "matriarca degli studi per la pace", anche lei norvegese come Johan Galtung, che invece, di dieci anni più giovane, può essere considerato il "patriarca".
Oltre a quanto si trova sul web (in particolare segnaliamo il breve ricordo in http://www.transnational.org/ e il suo commovente "viaggio con l'Alzheimer", http://www.transnational.org/ ), di lei in italiano non c'è molto, se non il piccolo, ma prezioso libretto "Inventare futuri di pace", pubblicato dall'EGA nel 1998, in una collana diretta da Giuliano Pontara, nel quale Elise sintetizza gli aspetti principali del suo lavoro.

Il giorno successivo alla sua morte, avvenuta nella ricorrenza di san Giovanni, mi è capitato casualmente di vedere una brevissima nota su Enzo Tiezzi.
In seguito, ho cercato invano notizie sui quotidiani, che invece sono presenti solo nel web, come il breve ricordo scritto da Ugo Bardi nel blog di aspoitalia (http://aspoitalia.blogspot.com/2010/06/enzo-tiezzi-1938-2010.html).

Non riesco a rendermi conto come ci si possa scordare del suo intenso lavoro di ricercatore, scienziato, educatore e animatore nel campo delle questioni ecologiche e in particolare della sostenibilità.
E la bella stagione della rivista Arancia blu, che riprendeva l'immagine della Terra vista dallo spazio. Nonché il suo lavoro sulla scia di Howard Odum per introdurre le tecniche di modellizzazione e valutazione dei sistemi ambientali mediante il concetto di emergia (contrazione del termine inglese "embodied", "incorporata, inclusa", ed "energia", ovvero energia incorporata).


E infine, Rina Gagliardi (alla quale, giustamente, i media, a cominciare da Liberazione, il giornale per il quale ha a lungo lavorato, hanno dedicato molta attenzione) che invitammo anni fa per un confronto tra la cultura di cui era portatrice e quella della nonviolenza, conoscendo la sua sensibilità e attenzione anche a questa tematica.
Sono passati anni da allora, non ho più avuto modo di incontrarla, ma quel ricordo è rimasto come speranza perché la cultura della nonviolenza faccia breccia anche tra coloro che spesso l'hanno fraintesa, riducendola a qualcosa che riguarda solo degli ingenui utopisti che non conoscono la durezza della lotta politica reale.

Ma cosa significa morire? Eterno e irrisolto problema, al quale amo rispondere proponendo, tra le tante possibili, due riflessioni.

La prima è quella che suggerì il grande drammaturgo Friedrich Dürrenmatt nel corso di un'intervista con Michael Haller:

Cosa significa per lei la morte? E' uguale al nulla?
Forse. Ma posso anche immaginarmi che si esista sempre. Schopenhauer ha parafrasato questa idea più o meno così: la coscienza dell'umanità è come un mare di cui la coscienza individuale è un'onda. La totalità della coscienza esisterà fino a quando ci sarà l'umanità. E posso pensare che dopo la morte si diventi un'onda nuova, diversa, di questo mare della coscienza.(Friedrich Durrenmatt, Gorbaciov e Havel. Le ragioni della speranza. Due discorsi politici, Il Melangolo, Genova 1991, pp. 54-55)

La seconda si richiama alle belle riflessioni che Aldo Capitini sviluppò intorno al concetto di compresenza, che ripropongo a partire da alcuni brani tratti dalla sua opera più specifica (La compresenza dei morti e dei viventi, Il Saggiatore, Milano 1966):
"Ho sofferto acutamente nel vedere, proprio al centro della mia attenzione, che c'è chi è colpito dalla realtà com'è ora: l'ammalato, l'esaurito, lo stolto, il morto, e mi sono messo in rapporto - attraverso il tu a quell'infelice - con una realtà che non lo escluda e lo tenga unito con altri esseri che sono nati (realtà di tutti), e lo renda uguale e lo compensi sviluppandosi anche lui infinitamente nella cooperazione ai valori, come chi è sano, vigoroso, vivente (Compresenza).
Questa apertura alla compresenza si può chiamare religiosa, se "religione" è vivere un rapporto (che sia fondamentale nel proprio svolgersi) con "altri". E l'apertura religiosa è pratica, perchè la realtà della compresenza non la posso conoscere scientificamente come le parti della realtà attuale, ma la posso vivere mediante impegni in atto nel tu-tutti che le rivolgo"(p. 11).
"Tutti gli esseri che mai furono e che sono, morti e viventi, costituiscono una compresenza che s'accresce dei nati, che è tenuta insieme ed unificata dalla produzione dei valori" (p. 12).
" Tutti' vuoi dire tutti gli esseri singoli che sono nati. Ci sono gli insufficienti relativi, che sono colpiti dal mondo della natura con qualche grave limitazione. ma vivono; ci sono gli insufficienti assoluti che sono i morti, e ci sono anche i viventi attuali, anche i minimi. La compresenza nella sua capacità unitaria (Uno-Tutti) li trascende come singoli, perché come singoli esseri non sarebbero capaci di dare il compenso di uguaglianza agli insufficienti per i colpi del mondo della natura; tuttavia ogni essere vivente fa parte della compresenza, opera in essa. Questo significa che ogni essere vivente non è soltanto forza vitale e potenza, ma in quanto è unito alla compresenza è in quel "di più" capace di compensare le insufficienze del mondo della natura" (p. 18).

La «grande livellatrice», l'«eterna vincitrice», ci ricorda la nostra fragilità e l'impermanenza di tutte le cose, suggerendoci di essere più umili, saggi, distaccati, profondi.
Pur nella continua incertezza esistenziale delle nostre vite, ci è di conforto pensare e percepire, care/i Elise, Enzo, Rina, la vostra presenza nel grande oceano della compresenza capitiniana, dell'inter-essere, delle onde di coscienza individuali nel quale un giorno anche noi confluiremo.



ARTICOLI DI NANNI SALIO PUBBLICATI DA MEGACHIP
A qualcuno piace caldo e ad altri piace fresco!, 28/11/2008 
Complessità, globalità e ignoranza: fondamenti epistemologici della conoscenza ecologica, 05/12/2008 
Leggere Gandhi a Teheran.. e non solo!, 13/01/2009 
Travolti dall'Alta Voracità, 30/04/2010 
Impermanenza, compresenza e fragilità, 01/07/2010 
Il nucleare non è la risposta. Ma qual è il problema?, 22/07/2010 
Prima che sia troppo tardi, 27/08/2010 
Le balene ringraziano Sea Shepherd, 17/02/2011 
Gandhi No-TAV, 01/07/2011 
Caro Gandhi NO TAV, e adesso cosa dobbiamo fare?, 08/07/2011 
Pragmatismo e nonviolenza 2011, 10/07/2011 
Movimento per la pace: un movimento che non c'è. ancora!, 02/09/2011 
Religioni, spiritualità e crisi ecologica, 30/09/2011 
Facciamo da soli, 06/07/2012 
La Siria tra guerra, pace e nonviolenza, 29/08/2013 
I forconi e Gandhi, 13/12/2013




28 maggio 2012

Siria. Cronache dell'orrore e della libanizzazione

di Pino Cabrasda Megachip.

 
Una strage in Siria, venerdì 25 maggio 2012, nella città di Houla, ha superato la soglia cinica che i media usano per dare importanza a una notizia nei casi di conflitti a “bassa intensità”. Cento morti in un giorno sono stati annunciati molte volte, spesso falsamente o senza poterlo verificare.
Stavolta, però, tutte le parti del conflitto siriano concordano: la gamma delle atrocità misurate a Houla si pesa proprio su una scala orrenda e verificabile, quella della carneficina di massa che colpisce gli innocenti. Per metà bambini.
Ecco dunque le prime pagine, che raccontano l’imminente fallimento del piano di pace di Kofi Annan accettato il 27 marzo dal governo siriano. Ma in questi ultimi due mesi le prime pagine poco hanno detto sulle enormi difficoltà e le gravi azioni che hanno indebolito e svuotato sin da subito il piano delle Nazioni Unite. La strage di Houla è solo l’ultimo fatto in ordine di tempo, fra le migliaia di violazioni del piano fin qui registrate, fra bombe stragiste contro i gangli dello stato, azioni di guerriglia, massacri interetnici perpetrati da squadroni della morte, traffici transfrontalieri di armi (con una tensione sempre maggiore in Libano), fino a sottrazioni di controllo del territorio che diventeranno la premessa per “zone cuscinetto” in grado di rendere endemica la guerra civile e l’internazionalizzazione del conflitto.
La parola “libanizzazione”, vecchia di decenni, torna in auge per provare a descrivere quel che può attendere la Siria.
Il coinvolgimento dei carri armati negli scontri di Houla è stato interpretato da un’organizzazione londinese inattendibile, l’Osservatorio siriano per i diritti umani, come l'unica causa del massacro: i morti sarebbero da imputare ai bombardamenti dell’esercito di Assad durante le manifestazioni antiregime di venerdì. Gran parte dei media occidentali e delle petromonarchie arabe accredita questa versione. Un riflesso rimane nel comunicato di condanna scaturito dalla riunione del Consiglio di sicurezza dell'Onu, con la Russia che si è allineata agli altri membri nel menzionare una responsabilità dell'esercito siriano nella violazione del cessate il fuoco. Le agghiaccianti immagini delle vittime che possiamo osservare sollevano però alcuni dubbi. I morti non appaiono colpiti da bombardamenti indiscriminati ma da esecuzioni, compresi i bambini. In un contesto in cui operano squadroni della morte e agenti del caos di diverse tendenze, la vicenda assume una luce diversa (e non meno inquietante).
In questo film dell’orrore non vedrete la testa di una bambina che spunta dalle macerie, come a Gaza nel 2009, ma corpicini di infanti stesi a fianco di un muro intatto e macchiato da uno schizzo di sangue. Nella contabilità dell’orrore cambia poco. Nella comprensione dei fatti cambia prospettiva.
Anche in questa occasione il Centro di informazioni “Vox Clamans” della diocesi greco-cattolica di Homs raccoglie testimonianze che descrivono uno scenario analogo a quello di altri massacri avvenuti negli scorsi mesi: bande sempre meglio armate attaccano sia l’esercito - impegnandolo in una reazione e di fatto bloccandolo dopo avergli causato gravi perdite - sia i civili di diverse etnie.
Emerge una strategia criminale, con famigerati precedenti in Centroamerica e in Iraq, in grado di fare a pezzi il livello minimo di sicurezza che gli stati hanno il compito di garantire nel patto di cittadinanza. È un tipo di pressione che di per sé azzera qualsiasi piano di pace, o qualunque tentativo di ricondurre a un’autorità statale il monopolio legittimo della violenza.
Chi alimenta tutto questo? Ne abbiamo parlato in passato, offrendo una panoramica. Il piano di Annan non piace a chi vuole il cambio di regime costi quel che costi. Non piace agli USA né alle petromonarchie del Golfo. Una delle più patenti violazioni del piano è stata l’escalation del traffico di armamenti e altri equipaggiamenti dall’estero in favore dei settori più inflessibili dell’opposizione siriana. Il piano non piace ai gruppi sempre più organizzati del terrorismo di tipo al-qaedista (che in Libia è stato un soggetto chiave della guerra e da lì alimenta un flusso per la Siria), milizie di assassini fanatici che vogliono condizionare violentemente la loro oggettiva alleanza con Washington e Riyad. E sicuramente non piace ai settori più incredibilmente miopi e retrivi del regime siriano, che sentono minacciate le loro rendite di posizione dalle riforme impostate da Assad sotto la pressione degli eventi.
In una situazione che muta di giorno in giorno sono persino possibili convergenze d’interessi da parte di chi da una transizione pacifica ritiene di avere soltanto da perdere.
Ci sono molti osservatori, anche in Italia, che guardano ai fatti di Siria leggendoli con categorie fuorvianti, fino ad attribuire le migliaia di morti dei disordini a un’unica mano assassina. La realtà si presenta invece molto sfaccettata, e non si presta a essere giudicata con il metro italiano. Perché, se volessimo proprio usare questo metro, in Siria sta succedendo una Nassiriya al giorno e una strage di Bologna alla settimana. Noi non siamo venuti a capo delle nostre tensioni causate da episodi diluiti nei decenni. Dovremo perciò essere molto prudenti nel giudicare cosa sia bene per i siriani quando gli episodi hanno una frequenza e una dimensione immensamente più grave della nostra esperienza storica.
In pochi hanno letto una proposta di Johan Galtung (“Siria: le soluzioni sono possibili invertendo le formule. Ecco come”) per cercare soluzioni al dramma siriano. Andrebbe invece diffusa e dibattuta, fra quanti hanno a cuore il futuro della pace in Medio Oriente e nel mondo.


obamassad-giochi


28 marzo 2012

Siria: le soluzioni sono possibili invertendo le formule. Ecco come


di Johan Galtung – transcend.org.
Tratto da Megachip.

Ci sentiamo tutti disperati nell’assistere alle orribili uccisioni, e nel percepire la sofferenza di chi è privato di tutto, dell’intero popolo.
Ma che fare?
Non potrebbe essere che l’ONU, e i governi in generale, abbiano la tendenza a commettere sempre lo stesso sbaglio, ogni volta di nuovo, cioè mettere il carro davanti ai buoi?
La formula che usano di solito è:
[1] Liberarsi del Numero Uno visto come responsabile chiave, usando sanzioni; ergo:
[2] Cessate-il-fuoco, appellandosi alle parti, o intervenendo e imponendolo;
[3] Negoziato fra tutte le parti legittimate; ergo:
[4] Una soluzione politica quale compromesso fra le diverse posizioni.

Sembra così logico... 

C’è un responsabile chiave, il presidente Assad, che ordina gli ammazzamenti. Dunque via, liberarsi di lui con ogni mezzo!
Quindi la tregua e il cessate-il-fuoco; poi ancora i negoziati, e alla fine la soluzione emerge. 

Logico, va bene; ma forse non molto saggio.

Il Numero Uno: così come viene identificato dallo stesso interessato, dagli stranieri, e dai media appartenenti a una cultura occidentale orientata a individuare sempre il Numero Uno, è indubbiamente rilevante.
Ma proprio perché è così importante, può anche avere in mano qualche chiave per conseguire soluzioni. Potrebbe anche dimettersi o essere mandato via in seguito, ma prima si ascoltino le sue parole.
Il cessate-il-fuoco: ma perché, senza che ci sia una soluzione accettabile in vista? Non sarebbe forse una capitolazione, addirittura verso gli stranieri? Risulta utile come pausa nei combattimenti, come riposo per i belligeranti, e dà loro il tempo per ricollocarsi e riarmarsi; ma non è una condizione né necessaria né sufficiente per una soluzione.
Il negoziato: in presenza di una parte essenziale eliminata, e una capitolazione di fatto monitorata? L’ordine del giorno di chi ne risulterà così favorito?
Una soluzione politica? In effetti sì, ma sottostando a queste tre condizioni il risultato è dato anzitempo.

Guardiamo alla sequenza contraria: [4]-[3]-[2]-[1]. Cominciamo con una soluzione, poi un negoziato sui dettagli; se ha successo o è perfino avvincente, può emergere un armistizio. E allora, forse, il Numero Uno si dimette, avendo fatto la sua parte nel lavoro.
Ma come è possibile, per chiunque, trovare una soluzione, quando il massacro è fuori controllo? Beh, la motivazione è alta. Metti in atto un cessate-il-fuoco, la motivazione si attenua, come abbiamo visto in Sri Lanka. Il turismo si è ripreso, ma la ricerca di soluzioni è precipitata a zero, mentre la tregua veniva usata da entrambe le parti per gli obiettivi sopra menzionati.
Ma come può esserci una soluzione quando gli attori chiave sono armati fino ai denti? Chi ha detto che dovessero farlo? Hanno dei delegati; inoltre, il paese è pieno di gente che ha ragionato sui problemi, non solo su chi sia cattivo e chi sia buono. Gente che non è solo orientata alla vittoria, ma anche alle soluzioni.
La ricerca potrebbe volgersi alle soluzioni, non alla soluzione. Si facciano fiorire mille dialoghi in ogni quartiere, in ogni villaggio, arricchendo la Produzione di Idee Nazionale Lorda, PINL. E che ci siano facilitatori sostenuti dall’ONU, armati di competenze in materia di mediazioni, anziché di mitra e binocoli.
Per far questo si operi affinché le parti, fuori e dentro la Siria, si parlino. Le si lasci dichiarare i propri obiettivi e descrivere la Siria che vorrebbero vedere.

In primo luogo, un quadro degli obiettivi di alcuni contendenti esterni:
  • Israele: vuole una Siria divisa in parti più piccole, distaccate dall’Iran, lo status quo per le alture del Golan, e una nuova mappa per il Medio Oriente;
  • USA: vogliono quel che vuole Israele nonché il controllo su petrolio, gas, oleodotti e gasdotti;
  • Regno Unito: vuole quel che vogliono gli USA;
  • Francia: corresponsabile con il Regno Unito della colonizzazione post-Ottomana nella regione, vuole un’amicizia confermata Francia-Siria;
  • Russia: vuole una base navale nel Mediterraneo, e un “alleato”;
  • Cina: vuole quel che vuole la Russia;
  • UE: vuole sia quel che vogliono Israele e gli USA, sia quel che vuole la Francia;
  • Iran: vuole il potere sciita;
  • Iraq: a maggioranza sciita, vuole quel che vuole l’Iran;
  • Libano: vuol sapere cosa vuole;
  • Arabia saudita: vuole il potere sunnita;
  • Egitto: vuole emergere come gestore di conflitti;
  • Qatar: vuole quel che vogliono l’Arabia saudita e l’Egitto;
  • Stati del Golfo: vogliono quel che vogliono USA e Regno Unito;
  • Lega Araba: vuole che non ci sia alcuna ripetizione della Libia, si cimenta con i diritti umani;
  • Turchia: vuole affermarsi in relazione ai successori (Israele-USA) dei successori (Francia-Regno Unito-Italia) dell’Impero Ottomano, e una zona cuscinetto in Siria.
  • ONU: vuole emergere come il gestore dei conflitti.
Su tutto questo incombe una nuvola oscura: la Siria si trova nella zona posta fra Israele-USA-NATO e la Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO), entrambe in fase di espansione.
Di seguito, un quadro degli obiettivi di alcuni contendenti interni:
  • Alawiti (15%): vogliono rimanere al potere, “per il bene di tutti”;
  • Sciiti in generale: vogliono la stessa cosa;
  • Sunniti: vogliono il governo della maggioranza, il loro governo, la democrazia;
  • Ebrei, Cristiani, minoranze: vogliono sicurezza, mentre temono il governo sunnita;
  • Curdi: vogliono un alto livello d’autonomia, qualche comunità con altri Curdi.
Ciascuna di queste singole affermazioni può essere continuamente messa in discussione.
Ma concediamoci di ipotizzare - per fare un esperimento mentale - che questo quadro con 16 contendenti esterni e 5 interni sia più giusto che sbagliato.
La terribile violenza del “terrorismo” esterno, o di quello interno “di stato”, vanno contro coloro che vogliono la democrazia? Entrambe, ma non serve chiedersi chi sia il principale responsabile in una polveriera: se il nitrato, lo zolfo, il carbonio, o l’esplosione, oppure chi ha costruito la polveriera (la Francia). Piuttosto, c’è forse qualche soluzione in vista?
Non con la violenza. Chiunque vinca sarà profondamente inviso agli altri, in una casa e una regione così profondamente divisa contro se stessa.
Non con sanzioni, indipendentemente da quanto siano profonde e ampie, o con la partecipazione di Russia e Cina. È come punire una persona con i microbi, e il suo sistema immunitario che sta lottando all’interno per via della febbre. Più il paziente è debole, più è contagioso.
Quel che viene in mente è una soluzione svizzera. Una Siria Una, federale, con autonomie locali, perfino a livello di villaggio, con sunniti, sciiti e curdi che abbiano rapporti con i propri omologhi attraverso i confini. Un peacekeeping internazionale, anche per la protezione delle minoranze. E non-allineata, il che esclude basi straniere e flussi di armi, ma non esclude un arbitraggio obbligatorio per le Alture del Golan (e le posizioni sorte nel giugno 1967 in generale), con lo status giuridico di membro dell’ONU messo in questione per Israele.
Napoleone invase la Svizzera per controllarla nel 1798-1806, ma vi rinunciò. I Napoleoni di oggi, Netanyahu-Obama, faranno lo stesso?
Le alternative sono due ulteriori catastrofi: guerra aperta con Arabia saudita-Giordania-Qatar; oppure R2P (Responsabilità di Proteggere) alla libica, con 7.700 bombe e missili. Il vincitore è detestato; e senza alcuna soluzione sostenibile in vista.


Titolo originale: Syria.
Traduzione a cura di Pino Cabras per Megachip.

7 novembre 2008

L’agenda di pace per Obama

Un nuovo inizio?
di Johan Galtung




Un nuovo inizio?
Sì, lo è. La barriera razziale infranta, il referendum sul 43° presidente USA George W. Bush stravinto, ci sarà un cambiamento essenziale nell’immagine USA in tutto il mondo. Alla gente in giro per il mondo piace amare gli USA, verruche comprese. Bush l’ha reso impossibile per quasi tutti, Obama lo rende facile, naturale. La vittoria più massiccia per un candidato democratico dal 1964, una valanga di voti, un Paese con un solo partito; presidenza, senato, camera dei rappresentanti, uniti. La strada è aperta.
Bene, può essere un Nuovo Inizio: può non esserlo. La politica estera di Obama non è anti-imperiale, se lo fosse stata, avrebbe vinto McCain. Ramon Lopez-Reyes (lop-rey.zop-hi@worldnet.att.net), psicoanalista freudiano e junghiano con una profonda comprensione culturale del mondo, nonché tenente-colonnello in pensione con tre anni in Vietnam che deplora vivamente, vede McCain come un’incarnazione dell’archetipo dell’eroe-guerriero, con un disturbo post-traumatico da stress. Un uomo molto pericoloso. L’elezione aveva a che fare con la funzione di amministratore del morente impero USA e, nelle parole di T.S.Eliot “E’ questo il modo in cui finisce il mondo. Non già con un botto ma con un gemito.”. McCain l’avrebbe finito in un botto, forse perfino nucleare.
Obama lo farà in un gemito. Impersona molto di quanto il mondo spererebbe da un presidente mondiale. Il mondo gli regalerà una luna di miele, forse un centinaio di giorni dall’insediamento del prossimo 20 gennaio. Ma se lo vedrà percorrere in sostanza le stesse piste calpestate dal suo predecessore non ci sarà carisma a salvarlo. Ci sarà delusione e sarcasmo da tutte le parti e la sua mancata gestione della caduta accelererà garbatamente il processo. E qui Lopez-Reyes lo vedrebbe come un alchimista che tenta di produrre oro in un laboratorio di cui non ha né comando né comprensione.
Si erge contro le forze dei trattati segreti, le scoperte segrete provenienti dalla comunità dei servizi segreti, i complessi militari-industriali, le grandi aziende USA e – lo spettro oscuro – l’effettiva minaccia di assassinio. John F. Kennedy. Martin Luther King Jr.
Eppure ci sono possibilità, nonostante i suoi consiglieri, la vecchia banda di Buffet, Powell, Summers, Brzezinski. La posizione di Obama sull’Afghanistan assomiglia all’analisi di Brzezinski del grande gioco di scacchi, ispirato alla geopolitica di un secolo fa di McKinder, che considera l’Asia Centrale cruciale per il controllo del mondo – visione che ha affascinato parecchi presidenti USA.
Vedere l’Afghanistan come centro del “terrorismo” è sbagliato; può esserlo per la resistenza musulmana in Cecenia e Kashmir, ma non per i musulmani dei 25 e più paesi calpestati dall’Occidente nell’ultimo secolo. Il comunismo ha potuto cedere alla realtà e implodere, incapace di superare il distacco fra mito e realtà. Ma l’Islam, come il cristianesimo ha un patto con forze divine, messe alla prova non nella realtà sociale ma nelle anime dei devoti. Non ci sarà mai alcuna capitolazione. La guerra è invincibile, non valgono un paio di brigate in più, i paesi europei sono arcistufi di tutta questa faccenda e hanno sempre più l’impressione, come gli svizzeri quando si sono ritirati nel marzo scorso, di essere stati invitati a un mantenimento della pace che è risultato essere un’imposizione della pace, nulla meno che una guerra. Un miliardo supplementare di dollari all’anno in assistenza non-militare a Kabul-Karzai alimenterà la corruzione. E per quanto riguarda il tentativo di dividere i talebani quando sono tutti compatti contro la secolarizzazione, potrà essere possibile solo se gli USA si ritireranno del tutto.
La sua politica sul Medio Oriente congela l’incontenibile. Il sostegno a Georgia e Ucraina come membri NATO rilancia una seconda guerra fredda. E in Medio Oriente: la sicurezza di Israele non è negoziabile, ma passa attraverso una pace equa con tutti i vicini. I quali sono pronti.
Qualche via d’uscita? Sì, ce n’è una: negoziati segreti, dai quali si esce con un accordo già fatto. Obama sembra disposto a parlare senza precondizioni e si avvantaggerebbe mollando i suoi consiglieri a Washington. C’è in Obama qualcosa di nuovo, fresco, quanto mai necessario al mondo. Potrebbe semplicemente capire che per risolvere un conflitto ci deve essere uno scambio di qualcosa (tit for tat), come ritirare missili dalla Turchia in cambio della stessa operazione da parte dell’URSS a Cuba. Esigere che tutti gli altri recedano in cambio di nulla è Impero. E la magia non c’è più.
Vada in Corea del Nord offrendo un trattato di pace, relazioni diplomatiche, una normalizzazione, non limitarsi a toglierli dall’elenco dei “terroristi”, anzi abbandonare quello stupido vocabolario. Il problema nucleare sparirà. Come succederà in Iran, se presenterà le scuse per il colpo di stato della CIA e del M16 [servizio segreto britannico, ndt] del 1953 contro Mossadeq, primo ministro legalmente eletto. Ripari il passato. Riconosca gli errori, in cambio di soluzioni verificabili. Orientamento alle soluzioni, non alla guerra.
Per il Medio Oriente, parli con Hiz-bullāh, Hamas, la Siria. Sono disposti a riconoscere un Israele più modesto con confini fissi prossimi ai limiti del 4 giugno 1967 in cambio della fine dell’occupazione, possibilmente con una zona denuclearizzata in Medio Oriente.
Vada in Russia, rispetti le loro preoccupazioni, concordi una soluzione tipo Andorra per l’Ossetia del Sud e una federazione per l’Ucraina. Cessi l’espansione NATO in cambio dell’assenza militare russa nelle Americhe. Lasci che la Russia sia se stessa.
E mantenga la promessa dei 16 mesi in Iraq, con l’aggiunta di un’offerta generosa per la ricostruzione del paese dopo la sua devastazione, giungendo persino ad ammettendo che l’invasione del 2003 è stata un errore.
In breve, cerchi di cortocircuitare le solite insidie dell’Impero. E gli USA ne guadagneranno enormemente sia a livello globale sia internamente.
Tenga però solo presente: Cambiare, Sì lo possiamo fare! (Change, YES, WE CAN!)

Articolo originale: 4 November: A New Beginning?
http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=366
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis (con piccole revisioni di Megachip)
http://www.cssr-pas.org/portal/2008/11/4-novembre-2008-un-nuovo-inizio-johan-galtung/


* Johan Galtung (Oslo, 1930) sociologo e matematico, ha fondato nel 1959 l'International Peace Research Institute e la rete “Transcend” per la risoluzione dei conflitti. È uno dei padri della “peace research”. Svariate istituzioni internazionali si sono rivolte a lui per consulenze in materia di mediazioni di conflitti. È autore di un centinaio di libri e migliaia di articoli.