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6 maggio 2014

Come la NATO sta assorbendo progressivamente l'Ucraina

di Rick Rozoff.

Un excursus sulle relazioni NATO-Ucraina spiega i fatti di oggi: dal 1991 Kiev è sotto crescente pressione USA, con unanimità bipartisan dei Bush, Clinton, Obama e McCain.


Con un’estensione di circa 2400 chilometri su terra e sul mare, la frontiera ucraina è la più lunga tra quelle che la Russia condivide con i suoi vicini occidentali, quella che la separa dalla Finlandia arriva solo al secondo posto.
Fino alla fine della guerra fredda, un solo paese membro dell’organizzazione del trattato nordatlantico aveva una frontiera in comune con la Russia: si trattava della Norvegia, una frontiera di soli 217 chilometri (quanto alla Turchia, era confinante con diverse repubbliche sovietiche).
Durante il decennio di espansione della NATO, che è cominciato nel 1999, sono apparsi ai confini del territorio russo quattro nuovi membri del blocco militare dominato dagli Stati Uniti: l’Estonia e la Lettonia, direttamente connessi alla Russia da nordovest, la Polonia e la Lituania indirettamente legati alla Russia con l’enclave di Kaliningrad.
L’assorbimento dell’Ucraina da parte della NATO in quanto membro a se stante, o anche nelle condizioni attuali (cioè in qualità di partner che mette a disposizione il suo territorio, il suo esercito e le infrastrutture militari a disposizione dell’alleanza), avrebbe come conseguenza – con una possibile adesione della Finlandia – l’occupazione di tutto il fronte occidentale della Russia, dell’oceano Artico e del mare di Barents a nord e del mar Nero a sud, non solamente con delle basi aeree della NATO, ma anche con delle installazioni portuali, delle rampe di lancio di missili, dei campi di addestramento, aerodromi militari, installazioni radar, capannoni, centri per la guerra cibernetica, batterie antimissilistiche, veicoli blindati, truppe e armamenti nucleari.
Da decenni l’Ucraina è, in teoria come nei fatti, il perno essenziale nel progetto degli Stati Uniti e della NATO di formare un cordone sanitario che separi la Russia dall’Europa.
Nel 1995, cioè soltanto quattro anni dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’Ucraina è stato il primo stato membro della comunità degli stati ex-sovietici indipendenti ad aderire al sistema NATO in vista dell’inglobamento finale dell’Europa intera e di quello che rimaneva delle vecchie repubbliche sovietiche, non ancora integrate al blocco nordatlantico, nel quadro del programma chiamato “Partenariato per la pace”. Le dodici nazioni d’Europa dell’Est che aderivano alla NATO nel 1999, nel 2004 e nel 2009 erano tutte affiliate a questo programma. (In lista d’attesa si trovano attualmente ventidue altri membri di questo partenariato in pieno processo di transizione verso l’adesione alla NATO: i quattordici paesi d’Europa non ancora membri – eccetto la Russia – le tre ex-repubbliche sovietiche del Caucaso meridionale e le cinque dell’Asia centrale).
Due anni più tardi, l’alleanza militare firmava una Carta per il partenariato specifico tra la NATO e l’Ucraina, frutto dei lavori della Commissione NATO-Ucraina, attiva ancora oggi – in realtà più attiva che mai, dopo il violento colpo di Stato verificatosi in Ucraina nel febbraio 2014. [1]

A dicembre 2008, quattro mesi dopo che il governo georgiano di Mikheil Saakashvili decise di invadere l’Ossezia meridionale – dando inizio così ad una guerra di cinque giorni con la Russia, l’Ucraina e la Georgia – questi due ultimi stati furono i primi ad aderire ai programmi annuali nazionali elaborati dalla NATO. Qualche tempo prima, nello stesso anno, durante il summit della NATO a Bucarest (Romania), fu annunciato che, nonostante queste due ex-repubbliche sovietiche non soddisfacessero ancora l’ultima condizione richiesta per l’ingresso nella NATO – il Piano d’azione per l’adesione – la NATO era decisa ad accettarle al suo interno. Tra le figure pubbliche impegnate in questo piano d’azione per l’adesione, vi era il presidente del parlamento ucraino, Arseni Yatseniuk, attualmente primo ministro designato (e imposto) dagli Stati Uniti e dirigente de facto della giunta al potere. [2]
In realtà, da gennaio a marzo 2008, in previsione del summit della NATO che doveva tenersi in aprile dello stesso anno, l’opposizione parlamentare aveva bloccato le attività della Verkhovna Rada (il parlamento ucraino) per protestare contro l’inclusione del paese nel blocco NATO.
In seno alla nazione, lo sforzo principale per accelerare l’incorporazione dell’Ucraina della NATO era incarnato dalla diarchia, che era emersa dalla cosiddetta “Rivoluzione arancione” del 2004-2005: il presidente Viktor Yushchenko e il primo ministro Yulia Tymoshenko. Ed infatti, questa incorporazione era precisamente l’obiettivo a cui puntavano Washington e i suoi alleati, che sostenevano e dirigevano questa nuova “rivoluzione colorata” (dopo quella portata avanti in Georgia l’anno precedente). [3] [4]
Alla testa del summit di Bucarest, il presidente statunitense George W.Bush. John McCain – altro repubblicano, allora candidato alla nomination del proprio partito per la candidatura all'elezione presidenziale (che otterrà più tardi) – così come i due candidati democratici rivali all’elezione presidenziale nelle file dei democratici, Barack Obama e Hillary Clinton, sostenevano con estremo entusiasmo l’adesione dell’Ucraina e della Georgia alla NATO.
Un anno prima della “rivoluzione arancione”, il predecessore di Yushchenko,  Leonid Kuchma, aveva tentato di placare gli Stati Uniti e la NATO fornendo 1650 uomini alla coalizione militare in Iraq, diretta dalla NATO. Un contingente simbolico di soldati ucraini era stato, ugualmente, assegnato alla Forza Internazionale di Assistenza e Sicurezza in Afghanistan, nel quadro di un’azione integrata che coinvolgeva cinquanta nazioni. Ma Kuchma, insieme ad altri, appresero più tardi che i partner della NATO che siedono a Washington e a Bruxelles non accettano che due cose: obbedienza totale e un’ignobile sottomissione.
Più tardi la Georgia fornì 2000 uomini (era, all’epoca, il contingente più importante dopo quelli degli Stati-Uniti e della Gran Bretagna) che furono rimpatriati nel 2008 dagli aerei dell’esercito statunitense durante la guerra che vedeva opporsi la Georgia e la Russia. In quella occasione, il regime “arancione” di Viktor Yushchenko fu accusato d’aver fatto trasportare clandestinamente delle armi per la stessa via, e d’aver permesso,se non addirittura organizzato, il dispiegamento di forze paramilitari e militari nazionaliste estremiste in Georgia nel corso dei combattimenti.
Appena terminata la guerra in Caucaso, Yushchenko volò per la capitale georgiana per partecipare al grande incontro, al fianco (e a vantaggio) del presidente Saakashvili. Immediatamente dopo, di ritorno da Kiev, firmò un decreto con il quale esigeva che la Russia dichiarasse al suo governo – “dichiarare” nel senso di “richiedere l’autolizzazione” – per il dispiegamento aereo o navale che partisse dalle sue basi nel mar Nero, a Sebastopoli, o che facesse ritorno lì. Di fatto, un tale ordine costituisce un blocco selettivo.
Nel 2006, prima discretamente e più tardi totalmente alla luce del sole, i direttori e i membri ufficiali della Missile Defense Agency del Pentagono fecero dei viaggi a scadenza regolare in Ucraina, per negoziare lì l’installazione di componenti di missili antibalistici, nel quadro del progetto dello scudo antimissilistico terra-aria, sviluppato dall’amministrazione di Barack Obama in seno al programma EPAA (European Phased Adaptive Approach).
Approvato all’unanimità dai 28 paesi membri della NATO, questo scudo fu esteso lungo la frontiera occidentale (e più tardi meridionale) della Russia.
Ogni anno, dopo il 1996, delle esercitazioni militari rispondenti al nome in codice Sea Breeze (Brezza Marina), sono praticate in Ucraina sotto l’egida del Partenariato per la pace della NATO e sotto la sorveglianza statunitense. Queste esercitazioni si svolgono in Crimea, non lontano dal quartiere generale della flotta russa del mar Nero.
Nel 2006, furono temporaneamente annullati in ragione delle proteste locali.
Ugualmente dirette dal comando degli Stati-Uniti in Europa (EuCom), ogni anno si tengono in Ucraina le esercitazioni militari dell’operazione Rapid Trident, con le forze degli Stati-Uniti, della NATO e del Partenariato per la Pace. Secondo i termini dell’esercito statunitense in Europa, si legge nel rapporto delle esercitazioni dell’anno scorso, Rapid Trident “contribuisce a formare i partecipanti per permettere loro di operare con successo in un ambiente associativo, multinazionale e integrato, con il sostegno delle nazioni ospitate. [Le esercitazioni sono] pensate in modo da facilitare l’interoperabilità militare tra le nazioni alleate e partner” e a “portare avanti, da una parte il programma nazionale annuale dell’Ucraina, in vista di una maggiore coordinamento con la NATO e dall’altra parte, gli impegni presi ogni anno con la NATO, attraverso il piano delle operazioni NATO-Ucraina”.
A dicembre 2008 – precisamente il mese in cui la NATO inaugurava il suo programma nazionale annuale con l’Ucraina – Washington pubblicava la sua Carta per un partenariato strategico tra Stati-Uniti e Ucraina, il cui documento fondante afferma e precisa, che tra gli altri obiettivi [5]:
“Approfondire l’integrazione dell’Ucraina con le istituzioni euro-atlantiche è una priorità comune. Il nostro progetto consiste in un programma di miglioramento della cooperazione per la sicurezza al fine di aumentare le capacità difensive dell’Ucraina e di rinforzare i suoi diritti alla candidatura per l’ingresso nella NATO.
“Siamo guidati dai principi enunciati il 3 aprile 2008, al summit di Bucarest, nella dichiarazione del Consiglio della NATO e dalla dichiarazione comune della commissione Nato-Ucraina del 4 aprile 2008, che afferma che l’Ucraina è destinata a diventare membro della NATO.
“Riconoscendo la persistenza delle minacce contro la pace e la stabilità mondiale, gli Stati-Uniti e l’Ucraina hanno come obiettivo l’amplificazione e l’intensificazione del loro programma di cooperazione il proseguimento del sostegno reciproco sulle questioni di difesa e di sicurezza, al fine di eliminare le minacce e di promuovere la pace e la stabilità. Un partenariato tra gli Stati-Uniti e l’Ucraina fondato sulla difesa e la sicurezza non può essere che benefico a queste due nazioni e a questa regione del mondo.
“Il nostro obiettivo, attraverso questo lavoro effettuato in seno alla commissione NATO-Ucraina, è di pervenire ad un accordo su un progetto strutturato, che permetta di attuare l’interoperabilità e il coordinamento delle forze tra la NATO e l’Ucraina, in particolare attraverso un’intensificazione delle esercitazioni e la fornitura dell’equipaggio alle forze armate ucraine”.
Nel 2010, l’Ucraina fu il primo partner della NATO a fornire una nave militare a Active Endeavour, operazione di sorveglianza via mare e neutralizzazione a durata indeterminata, messa in atto in tutto il mediterraneo a seguito dell’attivazione, nel 2001, della clausola di mutuo soccorso militare definita dall’articolo 5 del trattato nordatlantico.
Nel 2013, l’Ucraina completò le disposizioni sopra-menzionate, diventando il primo partner della NATO ad inviare una nave militare a Ocean Shield, altra operazione del blocco della NATO che dura da cinque anni (e che, come la precedente, potrebbe avere una durata indeterminata), che comporta lo spiegamento di forze al largo del corno d’Africa, nel mare d’Arabia e più in là nell’Oceano Indiano.
Prima dell’inizio dei moti della società civile in Ucraina, nel novembre 2013, la NATO vantava già l’Ucraina tra i suoi quattro partner destinati a aderire alle Forze di Risposta della NATO (gli altri tre erano la Georgia, la Finlandia e la Svezia).
Ormai, grazie al regime fantoccio installato a Kiev dagli Stati-Uniti e la NATO, le speranze che nutrivano i dirigenti occidentali di vedere l’Ucraina trasformata in enorme base militare a vantaggio del Pentagono e della NATO – la cui inesorabile avanzata verso l’est dura ormai da una generazione – invasa da consiglieri militari occidentali, agenti dei servizi di sicurezza, aerei da guerra, blindati, soldati e missili, raggiungono un livello di ambizione e irresponsabilità che oltrepassa tutto quello che si è potuto immaginare fino ad oggi.


NOTE:
[1] « Charte de partenariat spécifique entre l’Organisation du Traité de l’Atlantique-nord et l’Ukraine] », Otan, 9 luglio 1997.
[2] « L’Église de Scientologie, Arseni Yatseniouk et Andrej Kiska », Réseau Voltaire, 1° aprile 2014.
[3] « Washington et Moscou se livrent bataille en Ukraine », di Emilia Nazarenko e la redazione; « Ukraine : la rue contre le peuple », Réseau Voltaire, 1° e 29 novembre 2004.
[4] « Les dessous du coup d’État en Géorgie », di Paul Labarique, Réseau Voltaire, 7 gennaio 2004; « Coups de maîtres sur l’échiquier géorgien », Réseau Voltaire, 19 marzo 2004.
[5] “United States-Ukraine Charter on Strategic Partnership”, State Department, 19 December, 2008.



Fonte: http://www.voltairenet.org/article183578.html
Tratto da: http://spondasud.it/2014/05/come-nato-sta-assorbendo-progressivamente-lucraina-951.
Traduzione italiana per Sponda Sud: Carla Melis

15 marzo 2010

A Tblisi va in onda l'Unreality Show

di Pino Cabras - da Megachip.


Tutti scomoderanno "La guerra dei mondi" di Orson Welles per descrivere il terribile “scherzo” consumato da una TV georgiana a danno dei suoi telespettatori, che hanno subito per un'ora l'annuncio e la descrizione di un'invasione russa, senza che nel mentre ci fossero suggerimenti utili a capire che era tutto falso: i carri armati, la morte del presidente, le stragi e tutto il resto.

Lo sceneggiato radiofonico trasmesso il 30 ottobre 1938 – quando gli “invasori” non venivano da Mosca ma da Marte - era finora il caso più clamoroso di una fiction che prima di svelarsi come tale arrivava a provocare panico e putiferio.

Ma per provare a capire le vere ragioni dell'episodio di oggi non occorrerà tornare così indietro nel tempo. Forse basterà tornare a gennaio 2010, quando il presidente georgiano Saakashvili ha affidato la cura dell'immagine del suo governo a una società statunitense, Podesta group, specializzata in azioni di pressione e persuasione a favore di politici e governi.

Il contratto si aggiunge all'incarico affidato dal governo di Tblisi a un'altra società americana, la Gephardt Government Affairs.

Cosa succede con questo particolare tipo di società di pubbliche relazioni?

Le guerre degli ultimi vent'anni offrono molti precedenti. I lobbysti-manipolatori inseriscono nei circuiti delle notizie una massa enorme di informazioni adulterate, spesso totalmente false. Un classico: la figlia dell'ambasciatore del Kuwait che nel 1991 finse di essere un’infermiera, e rifilò fra le lacrime alle TV statunitensi la storia che i soldati iracheni rubavano le incubatrici da un ospedale kuwaitiano, fino a far morire i bambini prematuri sul pavimento. La pietanza mediatica – cucinata nell'agenzia Hill & Knowlton – fu digerita senza obiezioni dai media occidentali in blocco, e alimentò in modo efficacissimo la demonizzazione degli iracheni.

Agenzie di questo tipo sono ricomparse per “vendere” la guerra jugoslava, la “Guerra al Terrorismo”, le rivoluzioni colorate e l'immagine di diversi governi, tra cui quello di Mikheil Saakashvili, che finora aveva puntato su agenzie vicine ai repubblicani USA.

I risultati cominciavano però a essere scarsi. La sconfitta di Saakashvili, dopo che aveva invaso l'Ossetia del Sud nel 2008, unitamente alla perdita dei vecchi referenti alla Casa Bianca, avevano compromesso un'entrata rapida nella NATO. La cosa più urgente era ricostruirsi un'immagine diversa da quella acclarata (lo stupido invasore crudele che scatena la Russia) e avere dei ponti verso l'amministrazione Obama (Podesta e Gephardt sono espressione della classe dirigente del partito democratico).

Sul primo fronte, più che la verità dei fatti conta l'imprinting di un messaggio forte. Il messaggio d'impatto internazionale è quello della “plausibilità” di un'invasione russa, come a dire: vedete, la trasmissione ha funzionato perché un'invasione russa opererebbe davvero così, è credibile. E se una cosa è credibile, è anche probabile. Ergo, la Georgia è davvero in pericolo, va difesa, e chi la può difendere è la NATO.

Il canale televisivo che ha realizzato la trasmissione sulla falsa invasione russa è la Imedi, posseduta da una proprietà abbastanza nebulosa, ma riconducibile alla mafia ebraica georgiana e attualmente vicina al presidente Saakashvili.

La provocazione è stata percepita con ovvia gravità da Mosca. È auspicabile che lo sia anche nelle capitali occidentali, prima di assecondare le ossessioni dello squilibrato che imperversa a Tblisi. I suoi continui tentativi di alimentare una Grande Paura antirussa, tuttavia, dopo questo episodio potrebbero rivoltarsi contro di lui.

Il caso di manipolazione televisiva commentato da Russia Today:

21 settembre 2009

Intrigo internazionale e funghi atomici su Teheran. Alta tensione



di Giulietto Chiesa - da Megachip

E’ possibile che qualche cosa di molto importante sia accaduto e stia accadendo, “sotto il tappeto”, in preparazione e in connessione (forse per anticiparla e impedirla) con la clamorosa decisione di Obama di rinunciare al sistema missilistico in Europa (con radar nella Repubblica Ceca). Non solo decisione cruciale, ma soprattutto devastante per i piani israeliani.

La motivazione usata da Obama, infatti, si basa sulla valutazione congiunta delle agenzie americane, dei servizi segreti, che l’Iran non possiede, né potrà possedere in un futuro prevedibile, né l’arma atomica, né la capacità di costruire vettori capaci di portarla a destinazione negli Stati Uniti.

E’ noto che, al contrario, Israele considera questa eventualità non solo possibile ma ravvicinata e che è intenzionata a stroncarla, a qualunque costo, e in qualunque modo.

La scelta di Obama è dunque, al tempo stesso, una dura presa di distanza dalla leadership di Israele. Una svolta senza precedenti per gli Stati Uniti d’America. Questa è la premessa per inquadrare quanto qui racconterò sulla base delle informazioni disponibili e cercando di ripulirle dagl’inquinamenti di cui sono striate.

E non c’è da stupirsene perché la materia scotta, in tutti i sensi.

Forse c’entra anche, in tutto questo, la misteriosa storia della Arctic Sea, la nave battente bandiera maltese ma con equipaggio russo di 13 persone, sparita il 28 luglio scorso, assaltata da strani “pirati” al largo delle coste portoghesi, nell’Atlantico.

Ma partiamo dagli ultimi avvenimenti e cerchiamo di mettere a posto un difficile mosaico.

Il 14 settembre scorso tutti i media russi e il New York Times danno notizia di un gravissimo incidente nella base militare di Tambov, circa 400 chilometri a sud-est di Mosca. Citando la Reuters, che a sua volta citava l’agenzia Ria-Novosti, che a sua volta citava una fonte di alto livello dei servizi segreti russi, il New York Times informa che “cruciali documenti segreti possono essere stati distrutti dal fuoco” in un incidente in cui hanno perso la vita ben cinque ufficiali di guardia. L’edificio appartiene “ai servizi segreti” e ospitava “documenti segreti di speciale importanza” per la sicurezza nazionale della Russia. “L’incendio – proseguiva il dispaccio della Reuters – ha seriamente colpito la zona segreta dell’edificio”, investendo “circa 400 metri quadri”. Il vice ministro della difesa, colonnello-generale Aleksander Kolmakov, accorre sul posto insieme ad alti ufficiali dei servizi segreti. Il tutto sarebbe accaduto alle 10 del mattino del giorno precedente, domenica 13 settembre.

Qui finiscono le notizie ufficiali e cominciano quelle ufficiose. Ma interessanti anche dopo essere state depurate. C’è un sito sul web , abbastanza noto, che dispone di discreti e provati contatti con fonti russe che vogliono far sapere “altro”. Si chiama

http://www.whatdoesitmean.com/index1275.htm e ospita spesso analisi firmate con nome femminile, Sorcha Faal. Non so chi sia, ma dal contesto e dal contenuto si possono dire due cose: c’è del vero in quello che dice, anche se l’insieme va preso con cautela.

Da questa analisi emergono cose sconcertanti. L’incendio non sarebbe stato un incidente. Si sarebbe trattato di un attacco di commandos contro “i bunker che ospitano la Direzione Generale dell’Intelligence russa”. Quali commandos? Non viene detto, ma si capisce che si tratta di un lavoro di alta specializzazione. Uno o più gruppi armati che , “in meno di 15 minuti” sarebbero stati in grado di “ penetrare nel perimetro di sicurezza, disattivare i sistemi antincendio e attaccare il bunker dei documenti con armi incendiarie”.

Sorgono molte domande. Chi ha inviato i commandos? Erano russi? E, se non erano russi, come potevano essere arrivati nel cuore della Russia, percorrendo – si presume in volo – diverse centinaia di chilometri senza essere rilevati e contrastati? In Russia tutto è possibile, ma neanche in Russia si fanno miracoli.

Esiste un nesso tra questo episodio e altri eventi occorsi nelle ultime settimane? Forse si può tentare di collegarne alcuni. Facciamo un salto indietro di qualche giorno. L’8 settembre il Jerusalem Post scrive che il premier Netanyahu è sparito verso destinazione ignota. Il 9 un altro giornale israeliano precisa una notizia sensazionale: Netanyahu è volato segretamente a Mosca a bordo di un aereo privato. Perché? Come? Il sito sopra citato fornisce importanti dettagli che sembrano derivare da una fonte dei servizi segreti russi. Seguiamo il racconto di Sorcha Faal.

Netanyahu si sarebbe precipitato a Mosca, senza neppure preavvertire il governo russo, per chiedere “l’immediata restituzione” di “tutti i documenti, dell’equipaggiamento e degli agenti del Mossad catturati dai commando russi e americani” che avevano ripreso il controllo della Arctic Sea dopo che un commando composto da israeliani e agenti fuori controllo (“rogue agents”, dice Sorcha Faal) della CIA aveva assaltato la nave, impadronendosene per diverse ore, forse giorni. Qui le domande si affollano. E anche i dubbi.

Ma non è, assai probabilmente, un’invenzione peregrina. La fonte dell’FSB che racconta la vicenda aggiunge particolari straordinariamente interessanti e anche molto precisi. Nella Direzione Generale dell’FSB di Tambov vi sarebbero stati “tutti i files operativi” compilati dall’FSB, il servizio segreto russo, concernenti la famosa Blackwater, la corporation privata cui Bush e Cheney affidarono importanti incarichi di sicurezza in Irak e non soltanto, e cui la Cia (come risulta ora dall’inchiesta aperta negli Stati Uniti), commissionò l’incarico degli assassini mirati per liquidare i leader e i militanti di rilievo di Al Qaeda. Che i servizi segreti russi tenessero e tengano sotto osservazione questa attività è del tutto logico. Sarebbe illogico pensare il contrario. Resta da capire cosa e come possano avere scoperto. Ma cosa c’entra Netanyahu?

Torniamo dunque al suo viaggio segreto a Mosca. Il 10 settembre, nel pomeriggio, insieme agli altri membri del club di discussione Valdai, di cui faccio parte, incontro il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov. Mosca è piena di voci su quel viaggio e la domanda è inevitabile. Lavrov non conferma ma nemmeno smentisce. E ovviamente non dice chi ha incontrato Netanyahu e perché. Ma dichiara che Mosca non ha violato nessuna delle regole internazionali del commercio di armi e che ha fornito all’Iran, in passato, solo “armi rigorosamente difensive”. Nel frattempo fonti israeliane, subito riprese da diversi giornali occidentali e anche russi, diffondono l’informazione secondo cui, a bordo della Arctic Sea ci sarebbe stato non un carico di legnami preziosi, ma un carico di missili S-300 destinati all’Iran. Gli S-300 sono missili anti-missile, cioè arma difensiva.

Notizia strana. La Russia avrebbe mandato in giro, lungo una rotta lunghissima (dall’Oceano Artico, nell’Atlantico, via la Manica, fino alle Canarie, ma per andare dove?), un carico delicatissimo, esponendo la sua merce a ogni rischio (come poi sarebbe avvenuto), senza poterla tenere sotto controllo. Basta guardare le carte geografiche per capire che Mosca può inviare in Iran ciò che vuole attraverso il Mar Caspio, su cui si affacciano i suoi porti e quelli iraniani. Dunque notizia improbabile. Sicuramente il carico della Arctic Sea era molto importante, ma non era quello che dicono gli israeliani. E non era diretto all’Iran ma – ecco la novità di Sorcha Faal -“agli Stati Uniti”.

Ecco perché all’operazione di ricupero della Arctic Sea avrebbero preso parte anche gli Stati Uniti, con uomini e, soprattutto, informazioni sulla localizzazione della nave.

Secondo la ricostruzione citata la Marina Militare russa, con il concorso di unità della marina finlandese e dei servizi americani, avrebbe prelevato tre missili, dotati di testata nucleare, dopo averli recuperati dal relitto del Kursk, il sommergibile nucleare affondato nel 2001 in circostanze misteriose nell’Artico. Tragedia nella quale persero la vita 118 marinai e ufficiali russi. All’epoca i russi avevano incaricato del recupero dei cadaveri del Kursk due compagnie danesi, la Mammoet e la Smit International, ma senza il permesso di toccare i missili. Si trattava di missili nucleari tattici P-700 Granit, in grado di affondare navi di grandi dimensioni, per esempio portaerei.

Secondo fonti della intelligence militare russa, il GRU, i missili sarebbero stati caricati sulla Arctic Sea, e diretti verso gli Stati Uniti per essere affidati alla US Nuclear Security Administration che ne doveva curare lo smantellamento nell’impianto Pantex, in Texas. Il tutto in base agli accordi di disarmo dello START 2.

La Arctic Sea, con un carico ben più importante del legname, viene attaccata da “commandos non identificati” . Ovvio che non si tratta di comuni pirati. Qui ci sono in campo servizi segreti potenti, in grado di mettersi di traverso niente meno che a un’operazione congiunta russo-americana. Mosca reagisce con veemenza inusitata. Il comandante in capo della Marina, Vladimirr Visotskij dichiara pubblicamente che “tutte le navi e i natanti della marina russa nell’Atlantico sono stati inviati alla ricerca della nave sparita”. Il 18 agosto il ministro della difesa russo, Anatolij Serdiukov annuncia che le forze navali russe, “in cooperazione con il Comando Spaziale della Marina USA” hanno “ripreso possesso” della Arctic Sea. Fonti anonime dei servizi russi parlano di “terroristi della CIA con falsi passaporti estoni, lettoni, e russi. C’è un’altra fonte, non anonima, russa, che racconta altre cose. Si tratta di Mikhail Voitenko, direttore di una rivista specializzata in incidenti marittimi, la Sovfracht, il quale fa sapere che la Arctic Sea non era una qualunque nave da trasporto, ma era dotata dei più moderni mezzi di localizzazione e di comunicazione. Per giunta, al momento dell’assalto dei “pirati”, la nave si sarebbe trovata in acque dove “perfino i cellulari funzionavano”. Perché non ci fu allarme subito? Il mistero s’infittisce. Mikhail Voitenko, dopo avere troppo parlato, scappa in Turchia e dichiara di essere sotto grave minaccia di vita.

Qui dobbiamo tornare a Netanyahu perché il sito sopra citato mette direttamente in relazione i servizi segreti israeliani con la vicenda della Arctic Sea. Vediamo come. Fonti questa volta del ministero degli esteri russo rivelano che l’aereo privato su cui viaggiava Netanyahu aveva un piano di volo che prevedeva l’atterraggio a Tbilisi, Georgia ma che (l’episodio deve essere avvenuto tra l’8 e il 9 settembre) all’improvviso, in vicinanza dello spazio aereo russo, il pilota chiede “urgentemente” di poter atterrare a Mosca, specificando che ha a bordo il primo ministro israeliano Netanyahu. Il permesso è accordato e l’aereo atterra nella base militare di Kubinka, non lontano dalla capitale.

Sempre stando al racconto di Sorcha Faal, all’aeroporto di Kubinka arriva in tutta fretta il presidente russo Dmitrij Medvedev, che incontra non solo un Netanyahu furibondo ma un’intera delegazione israeliana, composta dal generale Meir Kalifi, ministro per gli Affari Militari e Uzi Arad, consigliere per la Sicurezza Nazionale d’Israele. La richiesta, perentoria, a Medvedev è “un’immediata restituzione di tutti i documenti, dell’equipaggiamento e degli agenti del Mossad” catturati dai russi e dagli americani a bordo della Arctic Sea. A quanto pare Medvedev, già irritato per il mancato preavviso, per la insolita procedura, e per i toni degli ospiti, replica che “l’investigazione è in corso” e che “la Russia non è pronta a dare alcuna prova a nessuno”. Con ogni probabilità si è parlato anche d’altro e qui il racconto diventa del tutto inverificabile. Uno degli argomenti in questione, per altro probabilmente, sarebbe stata una richiesta di chiarimento circa le armi che la Russia starebbe fornendo all’Iran. Il tutto in connessione con un possibile attacco israeliano sulle installazioni nucleari iraniane. Sorcha Faal mette tra virgolette frasi di Netanyahu di incredibile gravità, del tipo che “la Russia dovrebbe pararsi il sedere” e non essere sorpresa quando “nubi a forma di fungo cominceranno ad apparire sopra Teheran”.

La reazione di Medvedev non viene riferita. Ma sia Medvedev che Putin in quei giorni, anche negl’incontri con i membri del Club Valdai, hanno ripetutamente ribadito l’inaccettabilità di ogni azione di forza contro l’Iran e la necessità di uno sviluppo della via negoziale.

Non sarà inutile qui ricordare chi era uno dei due accompagnatori di Netanyahu a Mosca, Uri Arad. L’attuale Segretario alla Sicurezza Nazionale di Israele è persona non grata negli Stati Uniti. Lo è da quando risultò, nel 2006, che era direttamente implicato nel cosiddetto AIPAC Espionage Scandal (AIPAC sta per American Israeli Public Affair Committee). In quel processo, largamente coperto dalla stampa americana, emerse che importanti documenti della politica americana verso l’Iran venivano passati a Israele, attraverso l’AIPAC e personalmente Uri Arad, da un funzionario del Dipartimento della Difesa, Lawrence Franklin. Questi fu condannato a 13 anni per spionaggio a favore di uno stato straniero; condanna poi tramutata in 10 mesi di arresti domiciliari. Ebbene, viene riferito che Uri Arad fu protagonista di uno scandalo aggiuntivo quando Hillary Clinton incontrò Netanyahu a Gerusalemme. Hillary e i suoi consiglieri furono sconcertati di vedere Arad al fianco di Netanyahu e, per evitare un incidente diplomatico, proposero che all’incontro assistessero solo tre persone per parte. Netanyahu non fece una piega e chiese all’ambasciatore israeliano a Washington, Sallai Meridor, di allontanarsi, e tenne con sé Uri Arad. Meridor si dimise qualche giorno dopo e un portavoce di Netanyahu spiegò in seguito che la presenza di Arad era “indispensabile per la questione iraniana”. Quanto fosse indispensabile lo dimostra la posizione di Arad in materia: “massima deterrenza”, nel senso che Israele “deve minacciare e colpire ogni e qualsiasi cosa abbia importanza in merito”, a cominciare “dai leader” per finire “ai luoghi sacri”.

(Editoriale di Paul Woodward, 18 marzo 2009. http://warincontext.org/2009/03/18/editorial-we-want-the-land-not-the-people).

Cosa ci sia di vero nelle rivelazioni (guidate dai servizi segreti militari russi) secondo cui tra i files distrutti a Tambov c’erano anche quelli che “confermavano” le accuse contro i servizi segreti USA e israeliani, formulate dal generale Mirza Aslam Beg, ex capo di stato maggiore dell’esercito pakistano, secondo cui “mercenari privati” della Blackwater (ora rinominata Xe) sarebbero stati “gli organizzatori degli attentati contro l’ex primo ministro libanese Rafik Hariri e contro Benazir Bhutto”.

In ogni caso, concludendo, si può dire con certezza che il viaggio di Netanyahu a Mosca c’è stato. E che una cosa del genere si fa soltanto se sono in gioco eventi drammatici.

Si capisce che Netanyhau aveva una gran fretta, una settimana prima che Obama annunciasse che l’Iran non costituisce, al momento, una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti. Resta da capire qual’era lo scopo dell’assalto alla Arctic Sea e come mai i servizi segreti israeliani si sono esposti così apertamente in una operazione ostile nei confronti di Stati Uniti e Russia. E resta, ovviamente, da investigare l’assalto (se di assalto si è trattato) alla base segreta russa di Tambov, solo cinque giorni dopo il burrascoso incontro di Kubinka.

Fonte: Megachip, QUI.


29 ottobre 2008

L'Occidente revisiona la Guerra del Caucaso (caso n. 2)

La BBC trova prove di 'crimini di guerra' georgiani

di Pino Cabras - Megachip



Ad agosto – in piena guerra del Caucaso - a Londra si faceva la voce grossa con Mosca. Ora c’è un profondo ripensamento. In prima fila c'è la BBC, ma perfino la galassia delle organizzazioni di George Soros (uno dei grandi benefattori del sistema di potere che fa capo al presidente georgiano Mikhail Saakashvili) non lesina le denunce, come nel caso di Human Rights Watch. E qualche eco lambisce il governo.
Da cosa nasce il ripensamento? La BBC in un suo programma radiofonico riferisce di aver ottenuto prove. E le prove indicano che la Georgia avrebbe commesso veri e propri crimini di guerra durante il suo attacco all’Ossetia del Sud dell’agosto 2008. La grande rete televisiva britannica ha raccolto notizie e verifiche nel corso di una visita in territorio ossetino, la prima non sottoposta a limitazioni dall’inizio del conflitto.
Le accuse sollevano grandi preoccupazioni fra i tifosi occidentali del governo georgiano.
Nel descrivere l’assalto militare georgiano come “sconsiderato”, il ministro degli Esteri britannico David Miliband ha detto di aver sollevato il tema dei 'crimini di guerra' nei suoi contatti con il governo di Tbilisi.
Nel racconto presentato dal quarto canale radiofonico della BBC emergono storie circostanziate.
Georgy Tadtayev, uno studenti di odontoiatria 21enne, è stato uno dei civili ossetini uccisi nel corso del conflitto.
Sua madre, Taya Sitnik, 45 anni, lettrice all’università, ha raccontato alla BBC che Georgy è morto dissanguato fra le sue braccia il 9 agosto mattina dopo che una scheggia di un proiettile sparato da un carro armato georgiano lo aveva ferito alla gola, proprio quando entrambi si erano rifugiati nel sotterraneo del loro edificio per sfuggire al fuoco di artiglieria. Non era un incidente “normale”. Il carro armato cannoneggiava sistematicamente ogni piano del palazzo. Le rovine dell'edificio osservate dalla BBC sono perfettamente compatibili con il racconto, e concordano con le altre descrizioni di attacchi incessanti, mirati e sistematici che avevano come obiettivo i rifugi, ossia gli scantinati bui dove si riparavano i civili. Cannonate e razzi Grad come se piovesse. Armi intrinsecamente indiscriminate, se usate in un'area densamente popolata. Nei rari momenti di tregua si vedevano scorrazzare i soldati georgiani con scandalose uniformi NATO. Un abuso che aveva esempi altolocati: Saakashvili che si faceva ritrarre con la bandiera dell'Unione europea alle sue spalle.
La stima minimale di Human Rights Watch è che 300-400 civili siano stati massacrati così. La BBC chiosa: «Ciò corrisponde a più dell'1% della popolazione di Tskhinvali: l'equivalente di 70mla morti a Londra.» Impensabile commento, ad agosto 2008. Per noi, che già denunciavamo i fatti a tempo debito, sentirlo ora anche sui microfoni della vecchia Zia BBC è una piccola consolazione etica.
Il Presidente della Georgia, Mikhail Saakashvili, ha negato che l'esercito georgiano abbia commesso crimini di guerra durante il suo conflitto di 5 giorni con le forze dell'Ossetia del Sud sostenute dai soldati russi.
Il corrispondente della BBC Tim Whewell ha ribadito che diversi testimoni gli hanno raccontato che i soldati georgiani prendevano di mira – oltre che le case civili sud-ossetine – anche i civili che cercavano di scappare dai combattimenti lungo la strada verso l'Ossetia del Nord
A fine ottobre 2008, i segnali di guerra dal Caucaso sono di nuovo troppo forti e preoccupanti. Saakashvili sembra non aver imparato la lezione della severa sconfitta agostana. I media occidentali sembrano avere tuttavia qualche anticorpo in più contro le menzogne del Principe di Gomorra che domina Tblisi. Temo che ne sentiremo ancora parlare. Sarà importante seguire la vicenda con molta attenzione mediatica. Qualche spiraglio di verità sta bucando anche la corrente principale dei media.

Link al programma radiofonico di BBC on 4:

1) il testo di Tim Whewell:
http://news.bbc.co.uk/2/hi/in_depth/7692751.stm

2) audio (prima parte):
http://www.bbc.co.uk/mediaselector/check/worldservice/meta/dps/2008/10/081028_whewell_southossetia_part2?nbram=1&nbwm=1&bbram=1&bbwm=1&size=au&lang=en-ws&bgc=003399

3) audio (seconda parte):
http://www.bbc.co.uk/mediaselector/check/worldservice/meta/dps/2008/10/081023_georgia_whewell_len?nbram=1&nbwm=1&bbram=1&bbwm=1&size=au&lang=en-ws&bgc=003399

L'Occidente revisiona la Guerra del Caucaso (caso n. 1)

La guerra fredda che non c'era

di Mark Ames


da «Mirumir 2.0»
Link: http://mirumir.altervista.org/


Forse non ve ne siete accorti, ma un paio di settimane fa il New York Times ha pubblicato una storia che contraddiceva completamente la versione perfezionata per due mesi di fila, una versione che stava trascinando l'America in una nuova guerra, una cosiddetta “Nuova Guerra fredda”. L'articolo smascherava l'orribile volto autoritario della cosiddetta democrazia georgiana, dipingendo a fosche tinte un ritratto del regime del Presidente Mikheil Saakashvili che contraddiceva la favola confezionata dal Times e da tutti gli altri grandi media fin dallo scoppio della guerra in Ossezia del Sud, agli inizi di agosto.

La favola era questa: La Russia (cattiva) ha invaso la Georgia (buona) unicamente perché la Georgia era un paese libero. Putin odia la libertà e Saakashvili è il “leader democraticamente eletto” di un “piccolo paese democratico”. Sì, solo un mese fa eravamo così stupidi e folli da pensare che gli Stati Uniti non avessero altra scelta che dichiarare una costosa nuova guerra fredda contro una potenza nucleare, anche se non avevamo ancora chiuso i conti su un paio di mini-guerre contro gli avversari della 3ª divisione e ci trovavamo sull'orlo del fallimento.

Ah, essere beatamente ingenui e assetati di sangue nello stesso tempo!
Non era meraviglioso?
Mentre infuriava la guerra in Ossezia del Sud, nella prima metà di agosto, il Times ha pubblicato un editoriale che etichettava l'invasione georgiana come "Russia's War of Ambition" (La guerra d'ambizione della Russia); ha pubblicato anche una serie di editoriali isterici, come quello di William Kristol che paragonava la Russia alla Germania nazista (il teschio carbonizzato di Hitler si starà rivoltando nella sua teca per come è stato trasformato nel cliché più logoro dell'inventario di quello scribacchino) e quello di Svante E. Cornell dell'Istituto per l'Asia Centrale e il Caucaso della Johns Hopkins, proprio l'istituto con problemi di corruzione che – come ha scoperto ABC News – prendeva soldi dal tiranno del Kazakistan per pubblicare notizie positive sull'autoritario paese ricco di petrolio.
L'articolo di Cornell diceva che la Russia aveva attaccato la Georgia non in reazione all'invasione da parte della Georgia della provincia separatista dell'Ossezia del Sud ma perché la Russia era cattiva, e nello stile dei cattivi di tutto il mondo non aveva altra ragione se non quella di mostrare “le conseguenze che i paesi post-sovietici dovranno subire opponendosi a Mosca, attuando riforme democratiche e perseguendo legami militari ed economici con l'Occidente”.
L'isteria di due mesi fa sembra già così datata e perfino bizzarra, ora che ci troviamo nel mezzo del crollo dell'economia: è come se osservassimo quell'isteria da un'epoca in bianco e nero.
E però, anche se quell'isteria ha lasciato il campo a riflessioni più serie, e quella versione pericolosamente semplicistica dei fatti si è sbriciolata, il Times non ha mai ritrattato né si è corretto, non ha mai nemmeno finto di fare mea culpa come con l'Iraq, ammissione che giunse con anni di ritardo. Invece di ritrattare, il Times ha infilato alla chetichella un articolo in mezzo alle storie sul crollo economico, dicendo ai suoi lettori: “Ah, sì, sulla Georgia abbiamo toppato, speriamo che non ve ne siate accorti, e, insomma, buona giornata a tutti”. Ecco un assaggio, dall'edizione del 7 ottobre 2008 (“News Media Feel Limits to Georgia's Democracy”, “I media intravedono i limiti della democrazia georgiana”, di Dan Bilefsky e Michael Schwirtz):

TBILISI, Georgia – Il 7 novembre le telecamere del principale canale d'opposizione georgiano, Imedi, erano rimaste accese mentre poliziotti mascherati in assetto anti sommossa armati di mitragliatori hanno fatto irruzione negli studi televisivi. Hanno distrutto le attrezzature, ordinato ai dipendenti e agli ospiti di stendersi sul pavimento e sequestrato loro i cellulari. Per tutto il tempo un conduttore è rimasto al suo posto, davanti alle telecamere, a descrivere la baraonda. Poi lo schermo è diventato nero...
Ora, 11 mesi dopo, la credenziali democratiche della Georgia sono messe nuovamente in discussione, e alla prova, mentre il paese si trova in prima linea nello scontro tra la Russia e l'Occidente. La Georgia e i suoi sostenitori americani, compresi i candidati presidenziali repubblicano e democratico, hanno presentato la Georgia come una coraggiosa piccola democrazia in una regione instabile, un paese meritevole di generosi aiuti e di entrare nella NATO. Ma secondo un numero crescente di commentatori americani e stranieri la Georgia è ben lungi dal soddisfare i criteri democratici occidentali, e lo dimostra in modo lampante la mancanza di libertà di stampa.

È interessante che il Times abbia pubblicato questo pezzo esattamente due mesi dopo l'invasione georgiana dell'Ossezia del Sud, una decisione così sproporzionatamente idiota che chiamarla “azzardo” è un insulto a gente come Bill Bennett [il politico neo-conservatore, ex ministro dell'istruzione e “zar” antidroga con un problema di dipendenza dal gioco d'azzardo, N.d.T.].
La vera domanda, dunque, è perché il Times abbia aspettato così tanto per rivedere la propria posizione: perché attendere che la guerra avesse ormai lasciato da tanto tempo le prime pagine per pubblicare un articolo su una cosa che chiunque possieda pochi grammi di curiosità giornalistica già sapeva, e cioè che le Saakashvili era un democratico quanto era un genio militare?
Il tentativo di testate occidentali come il New York Times e il Washington Post di alimentare una nuova guerra fredda si imperniava su due errori principali: (1) che la Russia avesse invaso la Georgia per prima, senza essere stata assolutamente provocata, perché la Georgia è una “democrazia”; e (2), che la Georgia è una “democrazia”.
È come se il Times avesse intenzionalmente dimenticato quello che aveva riferito di Saakashvili lo scorso anno, quando il presidente georgiano ha mandato le sue squadre di sicari a soffocare le proteste dell'opposizione:
“Penso che Misha abbia tendenze autoritarie”, ha detto Scott Horton, un avvocato dei diritti umani statunitense che è stato professore di Saakashvili alla Columbia Law School a metà degli anni Novanta, in seguito l'ha assunto in uno studio legale di New York ed è rimasto in buoni rapporti con lui. “La metterei così: c'è una notevole somiglianza tra Misha e Putin, per quanto riguarda i loro atteggiamenti nei confronti delle prerogative e dell'autorità del presidente”, ha detto Horton. Come Putin, ha aggiunto, Saakashvili ha emarginato il Parlamento e ha preso a minimizzare l'opposizione.
Intuendo forse che la versione di Saakashvili come novello Thomas Jefferson era un po' debole, il Times si è concentrato sull'altro vacillante pilastro di questa favola: che la Russia avesse invaso la Georgia per prima. Solo questo può spiegare la decisione di usare in prima pagina un tono “anche se non ci sono prove, le prove suggeriscono” in un articolo basato su prove così assurdamente deboli che sarebbe stato in grado di innervosire Sean Hannity (dall'edizione del 16 settembre 2008, “Georgia Offers Fresh Evidence on War's Start”, “La Georgia offre nuove prove sull'inizio della guerra”, di C. J. Chivers):

TBILISI, Georgia - Si è aperto un nuovo fronte tra la Georgia e la Russia, su chi sia stato l'aggressore che con le sue operazioni militari all'inizio di questo mese ha scatenato l'asimmetrica guerra dei cinque giorni. Al centro dell'attenzione ci sono nuove informazioni, in sé non conclusive [grassetto mio, N.d.A.], che nondimeno dipingono un quadro più complesso delle ultime critiche ore prima dello scoppio del conflitto....
La Georgia sta tentando di ribattere alle accuse in base alle quali lo scontro, che covava da molto tempo, sulla provincia confinante con la Russia dell'Ossezia del Sud, sarebbe sfociato in una guerra solo dopo l'attacco georgiano di Tskhinvali. La Georgia considera l'enclave proprio territorio sovrano.

Qualcuno qui sta proiettando: nell'ultimo paragrafo si sarebbe dovuto leggere “Il New York Times sta cercando di contrastare le imminenti conseguenze della realtà sulla credibilità già compromessa del giornale”. Ricordate che questo articolo è uscito quando la maggioranza delle dirigenze occidentali aveva ormai da molto tempo convenuto con l'opinione espressa settimane prima dall'ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca, il quale aveva ammesso che i russi, invece di invadere senza essere stati provocati, “avevano reagito ad attacchi contro i peacekeeper russi in Ossezia del Sud, legittimamente”.
Ho chiamato un po' di giornalisti a Mosca che avevo lasciato lì ad agosto per chiedere loro cosa pensassero di questa storia, e la maggior parte di loro ha deriso lo “scoop” del Times.
“Era una versione così chiaramente fabbricata da Saakashvili per pura disperazione”, mi ha detto un giornalista americano. “Non posso credere che il Times sostenga ancora questa versione. Lo sanno tutti il casino che ha combinato [Saakashvili]. Anche se le intercettazioni telefoniche sono vere, sono convinto che i georgiani ascoltavano conversazioni del genere tutte le settimane, se non tutti i giorni. È imbarazzante, sul serio”.
Non è stato l'unico articolo in stile “anche se non ci sono prove, le prove suggeriscono” pubblicato dal Times sulla Georgia. Di tutte le facili favole sui cattivi del Cremlino che sono circolate ultimamente, la migliore è quella della presunta “guerra cibernetica” del Cremlino contro i suoi nemici.
Per ragioni che non riesco a comprendere, i lettori americani inorridiscono profondamente all'idea che un paese possa fare quello che qualsiasi gruppo di secchioni brufolosi già fa: entrare in server e siti internet o mandarli in sovraccarico per oscurarli. Per molti americani oscurare un qualche noioso e mal tradotto sito governativo è più sconvolgente che, mettiamo, bombardare matrimoni. La storia della “guerra cibernetica del Cremlino” è il chupacabra delle favole sulla Malvagità del Cremlino: non ci sono prove che il governo russo abbia condotto una guerra cibernetica, ma fa così paura e fa vendere così tante copie, dunque perché non scriverlo?
I primi a tentare di gabbare l'Occidente con il chupacabra cibernetico sono stati gli estoni, un anno fa, ma le successive indagini hanno rivelato che la cosa era come minimo “indimostrabile”.
Però è una storia che fa notizia.
Così il 13 agosto, con il conflitto tra Russia e Georgia ancora incandescente, il Times, alla disperata ricerca di nuovi lati della malvagità russa, ha pubblicato il suo bel chupacabra sul Cremlino, intitolato “Before the Gunfire, Cyberattacks” (“Prima degli spari, i cyber-attacchi”).


Secondo gli esperti di internet è stata la prima volta che un attacco cibernetico ha coinciso con una vera guerra... Non si sa esattamente chi stia dietro l'attacco cibernetico... Le prove sull'RBN [Russian Business Network, presunto gruppo criminale di San Pietroburgo, N.d.T.] e sul fatto che possa essere controllato dal Cremlino, o agisca in coordinamento con il governo russo non sono chiare. “Saltare alle conclusioni sarebbe prematuro”, ha detto il signor Evron, fondatore della Israeli Computer Emergency Response Team.


Sì, ma saltare alle conclusioni è così divertente, signor Guastafeste! Ma facciamo un altro salto in avanti per arrivare a metà settembre. A questo punto è ormai chiaro che Saakashvili non è né un democratico né una vittima innocente.

Ma il Times e altri mezzi di informazione americani sono ancora impantanati in quella interpretazione, così mentre si danno disperatamente da fare per puntellarla il tedesco Der Spiegel pubblica un articolo investigativo – “Did Saakashvili Lie? The West Begins to Doubt Georgian Leader” (“Saakashvili ha mentito? L'Occidente comincia a dubitare del leader georgiano”) – che istruiva la controparte americana sui rudimenti del giornalismo:

A cinque settimane dalla guerra del Caucaso le opinioni si stanno orientando a sfavore del presidente georgiano Saakashvili. Alcuni rapporti dei servizi segreti occidentali hanno minato la versione di Tbilisi, e adesso da entrambe le sponde dell'Atlantico si chiede un'indagine indipendente.


Questa storia è stata pubblicata lo stesso giorno dello “scoop” del Times sulle intercettazioni telefoniche che a detta dei georgiani dimostravano che la Russia aveva invaso per prima, anche se ormai quella teoria era stata abbandonata da tutti. L'articolo di Der Spiegel è un'inchiesta approfondita che passa in rassegna diversi paesi, punti di vista e organizzazioni. Per il Times “inchiesta” significa prendere delle cassette dalla scrivania di Saakashvili e metterle nelle prime pagine.

Come se questo non fosse già grave, pochi giorni dopo perfino Condi Rice ha incolpato la Georgia di avere iniziato la guerra (anche se in un discorso in cui condannava la reazione eccessiva della Russia).

La scelta dei tempi non avrebbe potuto essere peggiore: il Times, ancora infatuato di Saakashvili, era stato appena colto con le mani nel sacco in un modo che perfino i suoi rivali erano riusciti ad evitare. Presto avrebbe dovuto affrontare un grave problema di credibilità. E io non ne vedevo l'ora. Fin da quando sono andato in Ossezia del Sud per vedere la guerra con i miei occhi ho sviluppato una specie di curiosità morbosa per come il Times e tutti gli altri sarebbero usciti da quel vuoto di credibilità in cui si erano cacciati. Sentivo che il momento sarebbe arrivato, perché Saakashvili non era solo un evidente bugiardo, ma anche un pessimo bugiardo. Mi trovavo nell'Ossezia del Sud alla fine della guerra: ho visto la distruzione causata dai georgiani “amanti della libertà” e i cadaveri gonfi e in decomposizione nelle strade della capitale della provincia, Tskhinvali. Dunque ero particolarmente interessato a vedere quanto a lungo sarebbe durata la squallida storia del bene contro il male, e con quali contorsioni i media sarebbero usciti dal più grande fiasco giornalistico dai tempi della bufala sulle armi di distruzione di massa in Iraq. Il Times avrebbe fatto tirato fuori dalla gabbia il suo ombudsman per delle finte scuse?

“Oops! Chi avrebbe mai pensato che il nostro stimato giornale potesse toppare così alla grande per ben due volte di fila, trascinando l'America in un'altra guerra solo per la nostra incapacità di fare il nostro lavoro di giornalisti?! Sentite, vogliamo dire solo che ci dispiace tanto e passare ad altro, va bene? Dunque, siete passati ad altro, voi? Perché noi sì”.

E qui è intervenuto il dio laico-umanista dei media liberali. Il Times e tutti gli altri che avevano spacciato per vera la versione dei neocon e di Saakashvili sono stati salvati dall'ammettere il loro colossale fallimento da un disastro ancora più grande, il peggiore disastro che abbia colpito questo paese dall'11 settembre: il crollo dell'economia globale. Le preghiere di qualcuno sono state ascoltate. Uno dei segreti più grandi del regno della preghiera è quanto siano comuni questi bisbigli “Spero che venga un disastro a salvarmi”. Per esempio, quando andavo all'università ogni volta che si avvicinavano gli esami finali volevo essere investito da un'auto. Gli esami finali significavano affrontare l'insostenibile vergogna di quattro mesi buttati via. Così mi mettevo le cuffie, mi tuffavo dal marciapiede e saltellavo per le strade trafficate di Berkeley come un setter irlandese, aspettando di finire spiaccicato sul finestrino del furgone Volkswagen di qualche hippy. Se voleva dire passare i prossimi anni attaccato a un respiratore a me sembrava un affare onesto. Ma gli hippy, con il loro folle rispetto per i pedoni, non volevano collaborare. Come l'apocalisse cristiana, quel mega-disastro che mi avrebbe salvato dal mio mini-disastro privato non arrivò mai.In questo senso il Times e tutti i tifosi di Saakashvili sono stati fortunati: il furgone Volksvagen che non mi ha mai tirato sotto durante la settimana degli esami ha azzerato la tranquillità finanziaria del pianeta, risparmiando ai grandi nomi del giornalismo l'imbarazzo di ammettere il loro fallimento. E le inconfondibili prove di questo fallimento continuano ad arrivare: oggi, per esempio, Reporter Senza Frontiere ha messo la Georgia agli ultimi posti del suo indice per la libertà di stampa: ben dopo paesi tristemente noti per il loro dispotismo come il Tagikistan, il Gabon e perfino il cattivissimo Venezuela di Chávez. Dunque, grazie [NOME DI ESSERE ONNISCIENTE] per il crollo finanziario, perché anche se potrà significare il licenziamento di molti dei redattori e dei giornalisti che hanno taroccato la storia della Georgia ho come la sensazione che mentre faranno la fila per un piatto di minestra, tra qualche mese, penseranno comunque con sollievo: “Non avere un tetto sulla testa è una rottura, ma è un piccolo prezzo da pagare per avere evitato la vergogna colossale che stavo per affrontare per la storia della Georgia. Grazie, depressione globale! Hai fatto felice questo giornalista!”


Fonte: The Nation
Originale pubblicato il 22 ottobre 2008
Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.


7 ottobre 2008

I neocon: "Condoleezza, forza! Mai più film sull'11/9!"

di Pino Cabras


La copertina del «Weekly Standard» del 13.10.2008.
McCain e Palin: "possono farcela?"


Abbiamo visto che in Italia nessuna testata giornalistica si è filata la clamorosa trasmissione del film «Zero» che il 12 settembre 2008 ha incollato davanti ai teleschermi decine di milioni di russi, sette anni dopo i mega-attentati dell’11/9. Neanche per stroncarla ferocemente. Niente: nessun mazziere, né un vice-mazziere, un Mario Pirani perennemente orripilato, un Pigi Cerchiobottista pedantemente inesperto di politica estera. Nulla di nulla. Uno dei più indecorosi buchi giornalistici mai visti nelle gazzette e telegazzette italiote.

In America invece il film italiano sarà una questione di Stato.

O, almeno, questo è l’auspicio di un articolo apparso sul «Weekly Standard», l’influente organo dei neoconservatori edito da Murdoch, ossia il settimanale che ha prodotto con ammirevole coerenza la benzina ideologica per tutte le catastrofi dell’amministrazione Bush di questi anni, un magazine così potente che – a dire di Scott McConnell - «se l’intento di Rupert Murdoch era quello di fare in modo che le cose succedano a Washington e nel mondo, non avrebbe potuto ottenerlo meglio con maggior sforzo. Uno potrebbe spendersi dieci volte di più in comitati di azione politica senza ottenere nulla di paragonabile al “Weekly Standard”».

La ‘bibbia’ dei neoconservatori, udite udite, dice proprio che il film «Zero», non importa quanto siano rilevanti le cose che avranno da dirsi Condoleezza Rice e Sergej Lavrov, dovrà - sì, dovrà - essere un argomento del loro prossimo incontro al vertice.

L’articolo porta la firma di Cathy Young, vissuta fino a 17 anni in Russia con il nome di Ekaterina Jung e poi trasferitasi negli Stati Uniti. Di famiglia ebrea moscovita, ha maturato una tale apostasia dell’identità russa da aderire, perfino nel nome, con lo zelo antitetico di tutti gli apostati, alla versione più bigotta – ancorché Young, ossia giovane - di un’altra visione del mondo: la visione neocon del “nuovo secolo americano”, della “fine della Storia” e delle guerre preventive. Una Young America che in questi anni – lo possiamo dire in questi giorni di collasso finanziario, di costosissime guerre perse, di terribile disfatta del liberismo, di statalizzazione galoppante dell’economia, di inizio drammatico della Storia – le ha sbagliate tutte.
È il mondo fondato sull’11 settembre, ancora assorto a dare lezioni di civiltà a chi – in America come altrove – ha già mangiato la foglia.

Vorrei trattare quel che pubblica «Weekly Standard» con una certa deferenza, ma quando guardo al paesaggio di macerie su cui si ergono le sue declamazioni, le piccole e grandi manipolazioni, gli insulti, le minacce, gli stereotipi sul sovietismo che non passa mai, ebbene, non riesco a dargli credito. Il contesto fa tutto.

Potete leggere più avanti la traduzione fedele dell’intero articolo di Cathy Young e giudicare con il vostro metro. Se volete potete saltare questa introduzione, ci mancherebbe.
Però, qualche segnalazione mi sento di farla lo stesso. Partendo proprio dal contesto editoriale.
Di solito si riportano gli articoli della stampa internazionale senza spiegare le cucine redazionali in cui questi brani sono ammanniti.

Che cos’è il «Weekly Standard»?

Sebbene questa rivista sia capace di «perdere più di un milione di dollari all’anno», Rupert Murdoch, il tycoon che possiede anche Fox News e infinite altre testate, ha respinto con forza l’idea di venderla. Quando l’ideologia conta più dei bilanci…

I suoi columnist principi, Bill Kristol e Robert Kagan, sono i co-fondatori del PNAC, il Progetto per il nuovo secolo americano, un apparato ideologico che ha bombardato senza posa i concetti chiave della rivoluzione neoconservatrice. Kristol e Kagan sono stati i più sfacciati propugnatori della guerra in Iraq. Per anni, con interviste, discorsi, e articoli, hanno incessantemente mentito agli americani e al mondo intero, contrabbandando la propaganda di guerra neocon come vere notizie, colossali bugie vendute come fatti.

Il «Weekly Standard» ha scritto sui motivi, le spese, la preparazione e gli effetti della guerra in Iraq un tale mucchio di balle e di stupidaggini che mi è richiesta una fatica inottenibile per considerarlo degno di fede o in buona fede.

Ne ha scritto efficacemente il brillante autore satirico italiano Daniele Luttazzi: «Kristol aderisce alla filosofia neo-fascista (elitismo, elogio del super-uomo, esoterismo, guerra perpetua ) di Leo Strauss, che giustifica l’uso sistematico di bugie in politica per ottenere i propri scopi: invece di informare i cittadini, li imbrogliano, abusando della propria posizione di potere. Kristol ha scritto:- “Uno dei principali insegnamenti di Strauss è che tutte le politiche sono limitate e che nessuna si basa realmente sulla verità. (...) I movimenti politici sono sempre pieni di partigiani combattenti per le proprie opinioni. Ma ciò è assai diverso dalla ‘verità’. Tale ‘verità’ non è sicuramente accessibile se non per un minuto gruppo di iniziati”».

Strauss caldeggiò un tipo particolare di sapiente: il filosofo legislatore. Poiché la verità è oscura e sudicia, essa deve essere riservata alle élites. Tuttavia il filosofo in pubblico deve far finta di credere ai miti e alle illusioni, predisposti ad uso delle moltitudini. Pubblicamente si farà paladino dell’immutabilità della verità, dell’universalità della giustizia, della bontà disinteressata, ma in segreto insegnerà ai suoi iniziati che la verità è un artificio, la giustizia favorevole all’amico e sfavorevole al nemico, e che il solo bene da perseguire è l’appagamento. Tutti i grandi filosofi – per Strauss – sono stati scrittori esoterici, con un doppio messaggio, uno di salvezza per la massa, uno di potere per la minoranza.

Essere discepolo di Strauss predispone all’intrigo e alla menzogna per definizione. E Kristol non è certamente un cane da guardia che attacca il potere. È stato in occasioni importanti colui che scriveva i discorsi di Bush. Il presidente in quelle occasioni riusciva persino a pronunciarli compitamente.

Perciò ogni sfrontatezza concepita dal «Weekly Standard» vola molto più basso di quanto vorrebbe far credere.

Leggo ad esempio nell’articolo il modo in cui viene insolentito Mikhail Leont’ev, un giornalista russo presentato come un fanatico. Se la Young lo avesse letto bene nel 2002, quando Leont’ev profetizzava pacatamente che la guerra in Iraq sarebbe stata il disastro che poi è stata, intanto che il «Weekly Standard» vaticinava una passeggiata, forse si sarebbe risparmiata qualche idiozia successiva. Tacciamo pure le piccolezze su Chiesa e Meyssan, compresa l’esilarante accusa di tener bordone a uno stato corrotto e "statalcapitalista". Cari vecchi luoghi comuni.
Statalcapitalista. Chissà se fischiano le orecchie anche ai padroni delle banche e assicurazioni appese allo statalcapitalismo dei decreti che tentano il salvataggio della Nomenklatura di Wall Steet. Ma ve l’ho detto, i neocon le hanno sbagliate tutte, e a ogni buon conto i pazzi, per loro, sono gli altri.

L’articolo fa anche un esercizio di “bispensiero” orwelliano, mentre dice contemporaneamente che in Russia non c’è in sostanza libertà di parola, ma ammette a denti stretti che il dibattito ha espresso voci molto diverse fra di loro, emerse anche nel resto della stampa. Chi ha visto la trasmissione condotta da Aleksandr Gordon ha assistito a un dibattito educato e pluralista, molto più equilibrato delle sanguinose e sbavanti tonnare che di solito allestiscono i due Bill di Fox News, Kristol e O’Reilly.

Il testo di Young tace selettivamente certe conclusioni serie e argomentate di alcuni partecipanti al dibattito, come il cosmonauta Vladimir Dežurov e l’ingegnere Ašot Tamrazijan, ad esempio. Oppure insiste ossessivamente sullo stigma di “teorici del complotto” e semplifica le tesi esposte, tra accuse trite ritrite di antiamericanismo. Ma siamo abituati.

Sintomatico quando l’articolo accusa la diarchia moscovita di portare il proprio paese «fuori dalla corrente principale delle nazioni civilizzate» (leggi: non accettano una guida unipolare di quest’America in crisi di leadership). È una pervicace insistenza nel non voler guardare in faccia a una realtà drammatica: una Crisi maiuscola, che richiede che si facciano i conti con tutte le sue cause, a partire dalle stragi dell’11 settembre, nel momento in cui ogni visione del mondo sarà messa in discussione al precipitare degli equilibri planetari.

Nel parlare dell’Italia, il drammaturgo Marco Paolini sostiene che è un paese montagnoso che ha di sé un'immagine di pianura. E che dunque soffre un equivoco della sua identità spaesante e distruttivo, pronto a tradursi in una serie tragica di sciagure del territorio, tutte derivanti da una sorta di insensata e ostinata rimozione della natura reale del nostro suolo. Allo stesso modo, più in grande, e più tragicamente, troppo a lungo abbiamo visto rappresentate le dinamiche del mondo con il parametro del «Weekly Standard», nel tentativo di dare al mondo un’identità da pianura del Midwest. Le montagne della realtà effettuale sembrano ora riprendersi il posto virtualmente occupato dalle alture delle menzogne di Young e Kristol, fra i loro strilli.

Intanto, nel nostro paese montagnoso, i media dormono il loro sonno mentre crollano le dighe.

Basta, ecco l’articolo:

I nuovi amici dei “ricercatori della verità”
Il governo russo si riscalda alle teorie del complotto dell’11/9
Cathy Young

Articolo originale:
The Truthers’ New Friends
The Russian government warms up to 9/11 conspiracy theories.
[http://www.weeklystandard.com/Content/Public/Articles/000/000/015/661hwlum.asp?pg=1]
by Cathy Young
10/13/2008, Volume 014, Issue 05



Mentre continua il gelo nelle relazioni USA-Russia nella fase post-Georgia, il governo russo ha più volte dichiarato la sua disponibilità a riprendere la collaborazione amichevole qualora gli Stati Uniti ricambino e abbandonino la loro retorica da Guerra Fredda. Eppure, allo stesso tempo, Mosca ha incoraggiato un’orgia di isteria anti-americana presso i media russi più fedeli. Il 12 settembre, il “dagli all’America” ha toccato un nuovo minimo: uno speciale in prima serata sulla televisione nazionale inteso a spacciare l’idea che gli attentati al World Trade Center e al Pentagono dell’11 settembre 2001 siano stati un lavoro dall’interno perpetrato da guerrafondai americani.

Lo speciale, andato in onda nell’ambito di un programma chiamato “Proiezione privata” sul Primo Canale controllato dal governo e visto con punte di 30 milioni di telespettatori, è stato costruito intorno al documentario «Zero», realizzato dal giornalista ed eurodeputato italiano Giulietto Chiesa. Ignorato nella maggior parte dell’Europa e stroncato dalla stampa italiana, «Zero» è un guazzabuglio delle ben note presunte “verità sull’11 settembre” (le Torri Gemelle sono state abbattute da esplosivi all’interno degli edifici, il Pentagono è stato colpito da un missile, non da un aereo), accompagnati da musiche inquietanti e dalle dritte di “esperti” del calibro del clown Dario Fo, premio Nobel per la letteratura.

Lo stesso Chiesa, un apparatčik del partito comunista italiano di era sovietica e corrispondente da Mosca per il quotidiano comunista «L’Unità» - un uomo che sembra aver traslocato pienamente la sua fedeltà all’URSS fino alla corrotta Russia statalcapitalista di oggi - era a portata di mano per la discussione in studio. Chiesa si è lamentato amaramente di non essere stato capace di trovare distributori in Europa occidentale e negli Stati Uniti; grazie al cielo la Russia consente ancora un forum per la libertà di parola.

Siccome non viviamo in tempi del tutto sovietici, stavolta c’è stata almeno una parvenza di dibattito. Diversi invitati, compreso un esperto di costruzioni e (ironicamente) un analista del KGB a riposo, hanno rigettato la teoria del complotto. Vladimir Sukhoj, un ex corrispondente del Primo Canale che si trovava a Washington il giorno degli attentati e a New York pochi giorni dopo, ha parlato in modo toccante degli orrori cui ha assistito e ha detto che non poteva “tradire” le memorie dando credito alle tesi di Chiesa. Sukhoj ha anche sottolineato di aver personalmente visto i detriti del volo 77 al Pentagono, sebbene il co-autore di Chiesa, il teorico francese del complotto dell’11/9, Thierry Meyssan, assicurasse ardentemente che lui non li aveva visti. Sukhoj ha ascoltato con la paziente, perplessa espressione di qualcuno costretto a sopportare il delirio di un pazzo.

Ma i pazzi, per la maggior parte, scorrazzavano liberamente. Il dibattito è stato fortemente dominato da diversi interlocutori filo-complotto che rifiutavano la “versione ufficiale” dei “19 arabi diretti da Osāma bin Lāden in una grotta”, come cosa evidentemente assurda. (I continui lazzi sui “19 arabi” hanno suscitato un sarcastico interrogativo di una persona fra i dissidenti, l’esperta di Medio Oriente Irina Zvjagelskaja: 25 o 50 sarebbero stati più credibili?) Chiesa, che è fluente in russo, ha obiettato che i video di bin Lāden trasmessi in TV mostrano “ovviamente” diversi interpreti del personaggio bin Lāden.

Il commentatore televisivo fanaticamente anti-americano Mikhail Leont’ev ha proposto come cosa assodata che i leader americani considerino le stragi a danno del proprio popolo come uno strumento perfettamente accettabile per conseguire obiettivi di politica estera, e ha cavalcato la bufala destrorsa sul fatto che Franklin Roosevelt avrebbe «allestito Pearl Harbor». Lo studoso Vitalij Tret’jakov e il presidente del Comitato islamico russo Geidar Jemal disputavano sul fatto se gli attacchi dell’11/9 fossero stati ideati da un sinistro clan di guerrafondai che operavano senza la conoscenza della Casa Bianca (Tret’jakov) o di Bush in persona (Jemal).

Diversi oratori hanno deplorato “la scarsità di informazioni” e la “manipolazione” dei media: i media occidentali, ovviamente, non la televisione russa, con la sua lista nera di figure dell’opposizione e la sua messa in onda di un video contraffatto in modo da far credere che un conduttore di Fox News abbia cercato di far tacere una ragazza osseta con opinioni filorusse. Infatti, la copertura mediatica occidentale della guerra in Georgia è stata prevedibilmente citata come un esempio di dilagante distorsione e disinformazione: i media tesi a ripetere la menzogna dell’aggressione russa così come avrebbero congiurato a coprire i fatti dell’11/9.

Il presentatore, il giornalista e regista russo Aleksandr Gordon, trasudava pie preoccupazioni e tormenti. Ma la sua parzialità è stata evidente fin dall’inizio, quando si è riferito in un certo qual modo causticamente agli ospiti scettici rispetto alla teoria di Chiesa-Meyssan definendoli «quelli completamente soddisfatti dalla versione ufficiale americana». Le dichiarazioni degli scettici sono state ignorate o trattate con malcelata derisione; nell’ultima mezzora le loro voci sono state quasi completamente sommerse. Quando Gordon ha chiesto al pubblico in studio quanti di loro hanno credessero alla “versione ufficiale” dell’11/9, nessuna mano si è alzata.

Quasi alla fine del programma, Meyssan si è lanciato in un appassionata filippica contro l’imperialismo statunitense e le sue malefatte. «Chi può fermare questo enorme predatore dal devastare il pianeta? Ci aspettiamo molto da voi, dalla Russia. Solo voi potete fermare tutto questo!» ha esclamato, tra i fragorosi applausi del pubblico in studio.

“Proiezione privata” è una trasmissione specializzata in temi “controversi”, ma è impensabile che possa avere trasmesso il film senza un’approvazione ufficiale. La trasmissione, come ha osservato nella rivista online indipendente «Grani.ru» il commentatore Boris Sokolov, «dimostra che, almeno alla televisione russa, la guerra fredda è in pieno corso.» Due giorni dopo la messa in onda del programma, mentre appariva in veste di ospite a «Ekho Moskvy», l’unica grande stazione radio politicamente indipendente in Russia, a Gordon è stato chiesto se il programma era collegato alle nuovo raffreddamento delle relazioni USA-Russia. La sua risposta: «Forse lo è. E forse non lo è.»

Ironia della sorte, il giorno che è stato trasmesso «Zero», il presidente russo Dmitrij Medvedev ha detto a una riunione di studiosi occidentali che l’attacco della Georgia all’Ossezia del Sud dell’8 agosto è stato l’11/9 russo: un giorno in cui degli inermi cittadini russi erano stati assassinati. (In realtà, essi erano Sud-Osseti con passaporti russi ha rilasciati negli ultimi anni.) Alla luce della messa in onda di «Zero», questa forzata analogia potrebbe essere vista come un’involontaria confessione che Mosca abbia segretamente architettato lo scontro in Ossezia del Sud.

Ma non molti russi sono inclini a seguire questa linea di pensiero, o di considerare un altro inquietante parallelo: le accuse abbastanza credibili che il FSB, l’erede post-sovietico del KGB, fosse coinvolto negli atti terroristici del 1999 a danno di complessi residenziali, attentati che causarono quasi 300 morti e furono attribuiti ai terroristi ceceni, aiutando a generare il pubblico sostegno per la guerra in Cecenia.

A loro merito, alcuni commentatori, anche nella stampa russa filogovernativa, sono rimasti sconvolti dalla trasmissione di «Zero». L’editorialista delle «Izvestija» Maksim Sokolov (nessuna relazione con Boris) ha scritto che il programma «non solo insulta l’intelligenza di ognuno, ma è estremamente di cattivo gusto». Sokolov ha criticato l’obiettivo di questo calcolato schiaffo inflitto sulla faccia degli Stati Uniti in un momento in cui le relazioni USA-Russia non sono proprio al loro meglio.

Oltre ad alimentare l’antiamericanismo nella popolazione russa, l’intento potrebbe essere stato una ritorsione : voi non vi bevete la nostra versione della guerra in Georgia? Ebbene, noi non ci beviamo la versione dell’11/9. Ma il circo demente del Primo Canale è una questione più grave dell'essere l’equivalente politico di un insulto da cortile d’asilo. A parte l’effetto all’interno della Russia, è probabile che aiuti a diffondere il veleno delle teorie del complotto sull’11/9 in tutto il mondo nel prestare loro una patina di legittimità.

Finora, questo insulto non ha ricevuto alcuna risposta da Washington. Dovrebbe. La prossima volta che il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov s’incontrerà con Condoleezza Rice, non mancheranno certo loro spiacevoli materie su cui discutere , ma ciononostante la trasmissione di «Zero» meriterà una menzione. Oltre ad essere una deliberata provocazione, è un ulteriore indicazione di quanto i padroni della Russia siano andati avanti nel portare il loro paese fuori dalla corrente principale delle nazioni civilizzate.

Cathy Young è collaboratrice della rivista «Reason»
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Aggiornamento dell'8 ottobre 2008:
Il presente articolo è stato ripreso da «Aginform» [QUI] e da «Megachip» [QUI].

13 settembre 2008

Mercenari al tempo dei media

di Pino Cabras


Si sono mosse in ritardo, le grandi testate, ma – seppure a modo loro – ci stanno arrivando.
Ora – pure a denti stretti – lo ammettono pure loro: la guerra nel Caucaso dell'agosto 2008 non è stata un'invasione russa della Georgia. Nulla a che fare con l'invasione della Cecoslovacchia di quarant'anni prima. È stata viceversa un'operazione militare georgiana fallimentare fomentata da una corrente atlantista spregiudicata.
La verità dei fatti era troppo grossa persino per il mainstream che aveva iniziato – non nell'URSS degli anni settanta ma nell'Occidente degli anni duemila – una colossale operazione di disinformacija. Qui e lì si leggono ancora editoriali e reportage menzogneri, o le sfilze di panzane di un qualche Bernard-Henri Lévy, ma fanno figure barbine.
Perciò abbiamo visto sì che durante i primi giorni il TG1 di Gianni Riotta era capace persino di tacere l'aggressione perpetrata da Saakashvili a danno dell'Ossezia del Sud, ma poche settimane dopo lo stesso Riotta si sobbarcava un volo a Mosca per una pettinatissima e lunga intervista al presidente russo Medvedev.
Oppure abbiamo visto i buchi clamorosi della stampa anglosassone, che via via ha dovuto correggere il tiro.
In mezzo c'erano i fatti, la loro verità e la loro inaggirabile durezza. Gli stessi fatti che hanno impedito a Gordon Brown e Bernard Kouchner di esercitare definitivamente il loro mestiere preferito: allontanare l'Europa dai suoi interessi e completare irrevocabilmente la sua subalternità ai progetti atlantisti.
Abbiamo visto inoltre che è sbagliato vedere solo menzogne nel “racconto del mondo” che si fa a Mosca. Questo è per l'Occidente un errore tragico, ideologico, che intacca la capacità d'interpretare razionalmente i grandi fatti: la pace, la guerra, l'economia, l'energia, la notificazione degli interessi in gioco, il loro valore dichiarato, le conseguenti valutazioni.
Buon ultimo nella correzione di rotta è arrivato anche il «Financial Times», che il 6 settembre 2008 ha sostanzialmente confermato le affermazioni di Putin, il quale nell'intervista alla CNN aveva accusato gli USA di aver "orchestrato" la guerra nell'enclave georgiana.
Gli Stati Uniti avevano fornito un ricco addestramento (attraverso l'esercito e grandi società mercenarie) ai reparti speciali della Georgia. Una delle due corporation militari coinvolte risponde a un nome che a Mosca non poteva sfuggire: MPRI (Military Professional Resources Incorporated). Questa colossale e sinistra organizzazione (sotto l'occhio benevolo del Pentagono) aveva addestrato l'esercito della Croazia in occasione del micidiale attacco del 1994 alla regione della Krajina, cui seguì una tragica pulizia etnica che colpì la popolazione serba. I suoi uomini in seguito avevano posato i piedi anche nel piatto della guerra bosniaca e di quella del Kosovo. È lì che si incrementò il know-how dei tagliagole, compresi quelli che poi, mollata la mimetica da soldataglia malrasata, si sono messi la cravatta e il dopobarba Quisling per fare i presidenti di nuovi piccoli Stati atlantisti.
Nei Balcani avevano fatto il loro apprendistato – gomito a gomito con il sottobosco dei servizi segreti - molti jihadisti, compreso l'ampio segmento utilizzato nell’operazione dell'11 settembre 2001. Non c’è mossa strategica di questa accozzaglia terroristica che non abbia avuto sul collo il fiato dei servizi statunitensi e britannici, che ne hanno indirizzato la gittata.
Attraverso la porta girevole dei palazzi di governo di Sarajevo negli anni novanta passavano dunque sia il boss della MPRI, Carl Vuono, ex capo di stato maggiore dell’esercito USA, sia Osāma bin Lāden, che poteva esibire il passaporto diplomatico bosniaco. C’erano dei legami? Nella galassia delle forze “irregolari” che operano con i mezzi della guerra e del terrorismo, siano esse imprese mercenarie o cellule jihadiste, è inutile aspettarsi documenti in carta intestata che leghino direttamente fra di loro le singole costellazioni.
Un servizio segreto istituzionale non lo pizzichi per una sua firma.
La boscaglia di cooperazioni fra queste entità è in gran parte impenetrabile perché un grande impegno viene dedicato a occultare i legami fra segmenti autonomi, singoli individui, mediatori, provocatori, militari “a riposo” in realtà indaffaratissimi, cani sciolti e cani legati con funi lunghissime, impegnati su progetti a termine di cui non rimane traccia, doppi agenti, interessati a sapere solo dell’ingranaggio in cui operano, non della macchina intera. Le responsabilità nelle alte sfere non si scoprono in modo diretto.
Dall'11 settembre 2008 sappiamo, grazie a dei documenti declassificati, che pochi giorni dopo il golpe del Cile del 1973 il presidente Nixon chiedeva a Kissinger: «La nostra mano è rimasta nascosta?». Kissinger lo rassicurava: «Non abbiamo fatto noi il colpo di stato. Li abbiamo aiutati. Abbiamo creato le migliori condizioni.» Ora sappiamo con documenti di prova quel che sapevamo con l'uso del cervello. Ma sono passati trentacinque anni.
Il «Financial Times» - nel riferire del Caucaso di oggi - non va certo a queste profondità, ma rivela particolari comunque interessanti. Possiamo leggerli anche grazie alla puntuale traduzione fornita dal blog «Mirumir»:
«L'addestramento è stato fornito da ufficiali statunitensi e da due compagnie mercenarie. Non ci sono prove che i contractor o il Pentagono che li ha assoldati sapessero della probabilità che i reparti che stavano addestrando potessero essere impiegati nell'aggressione contro l'Ossezia del Sud.».
Non ci sono prove, ma sappiamo che questo addestramento è stato a ridosso degli eventi.
«Un portavoce dell'esercito degli Stati Uniti ha dichiarato che l'obiettivo del programma era di addestrare i commando in vista del loro impiego in Afghanistan, come parte dell'International Security Assistance Force NATO. Il programma, tuttavia, mette in luce le conseguenze spesso involontarie dei programmi train and equip degli Stati Uniti in paesi stranieri.»
Le giustificazioni discolpanti abbondano e ‘puzzano’. Però non possiamo pretendere troppo, date le circostanze e la tribuna. Quel che conta è che si illumini una relazione diretta e pesante fra la preparazione pianificata dalle corporation mercenarie e i fatti di agosto.
«I contractor – MPRI e American Systems, entrambi con sede in Virginia – avevano reclutato una squadra composta da 15 ex-soldati delle forze speciali per addestrare i georgiani alla base di Vashlijvari, nei dintorni di Tbilisi, nell'ambito di un programma del ministero della difesa degli Stati Uniti.».
Putin non le manda a dire, e alla CNN dichiara: «La questione non è semplicemente che gli americani non hanno impedito alla dirigenza georgiana di commettere questo crimine [di intervenire in Ossezia del Sud]. Gli americani hanno in effetti armato e addestrato l'esercito georgiano».
I reparti speciali, fra gennaio e aprile 2008, hanno ricevuto la prima formazione base. Gli istruttori sono poi tornati in Georgia quattro giorni prima dell’inizio delle ostilità.
MPRI e soci non hanno voluto fornire dettagli al «Financial Times». Lasciano la patata bollente ad addestratori più ‘istituzionali’, quelli della Security Assistance Training Management Organisation (Satmo) di Fort Bragg, inserita nella Special Warfare Center School dell'esercito USA. Ma anche da loro, stesso muro del silenzio, come i “privati”.
Le truppe servivano per l’Afghanistan oppure per l’Ossezia e l’Abkhazia? I dubbi sono ineludibili. «Benché il programma non sia secretato, le circostanze che lo riguardano mancano di trasparenza, anche se secondo le fonti dell'esercito statunitense questa mancanza di trasparenza non era intesa a mantenere segreto il programma. Altri programmi di addestramento militare degli Stati Uniti in Georgia dispongono di siti internet e gallerie fotografiche». I casi sono numerosi, fin dal 2003, con grandi investimenti in reparti speciali impegnati a difendere da fantomatici “terroristi ceceni” i grandi trivellatori orientati a sfruttare l’Eldorado petrolifero tra Caucaso e Caspio .
Tra questi contractor ritroviamo la Blackwater, la più potente e inquietante delle corporation mercenarie, un soggetto da solo in grado di non farci considerare paranoiche o veterosovietiche le denunce di Putin.
Per quanto si avverta una correzione di rotta mediatica sui fatti della Georgia, ogni giorno abbiamo tuttavia continue conferme della scadente copertura giornalistica occidentale sulla cruciale vicenda che si gioca al centro dell’Eurasia. Nessun giornale ha parlato ad esempio delle nette dichiarazioni sulla responsabilità della guerra in Caucaso formulate da un parlamentare statunitense, per giunta repubblicano, esperto di politica internazionale. Si tratta di Dana Rohrabacher. Tra le tante cose, si era occupato di Afghanistan dai primi anni ottanta in qualità di assistente speciale del presidente Ronald Reagan. Per leggere le sue dichiarazioni sul Caucaso dobbiamo andare a cercare i dispacci dell’agenzia russa “RIA Novosti".

Rohrabacher, vice presidente della sottocommissione per le organizzazioni internazionali della Camera dei Rappresentanti del Congresso degli Stati Uniti, ha dichiarato che – stando ai dati dello spionaggio USA - la recente guerra in Ossezia del Sud è stata iniziata dalla Georgia.
«Tutte le fonti dell’intelligence con cui ho parlato - e ho parlato con molti di loro durante le vacanze parlamentari - confermano che la recenti azioni di guerra in Georgia e nella sue province separatiste sono state iniziate dalla Georgia», ha detto il parlamentare il 9 settembre in occasione di un’audizione del Congresso USA.
Ad avviso di Rohrabacher, così come citato dalla “RIA Novosti”, «i georgiani, non i russi, avevano rotto l'armistizio, e nessuna ciancia su provocazioni e altre cose può cambiare questo dato di fatto.»
Rohrabacher ha definito una "foglia di fico" tutti i tentativi di attrribuire la colpa sullo scatenamento della guerra a Ossezia del Sud. «Sì, alcune persone useranno questa foglia di fico e diranno che i sud-osseti potrebbero aver provocato azioni militari, lanciato un missile o sparato cannonate», ha detto Dana Rohrabacher, dopo aver ricordato l'incidente del Golfo del Tonchino, che venne utilizzato dagli Stati Uniti per avviare la guerra del Vietnam, e che più tardi si rivelò essere una provocazione. Per Rohrabacher la questione è semplice: «I russi hanno ragione, e noi torto. I georgiani avevano iniziato tutto questo, e i russi vi hanno posto fine», ha detto il vice presidente della sottocommissione parlamentare.
Una dichiarazione clamorosa di Rohrabacher era apparsa anche nel libro di Nafeez Mosaddeq Ahmed Guerra alla libertà (Fazi, 2002). Di fronte alla commissione esteri del Senato USA, nel 1999, Rohrabacher aveva detto: «Sono stato coinvolto a fondo nella politica americana in Afghanistan per circa vent’anni, e mi sono chiesto se questa amministrazione abbia o no messo in atto una politica segreta che ha rafforzato i talebani e consentito al loro feroce movimento di assumere il potere. Anche se il presidente e il segretario di Stato hanno espresso chiaramente il loro disprezzo per le efferatezze compiute dai talebani, e specialmente per la repressione delle donne, nei fatti la politica adottata dagli Stati Uniti ha ripetutamente avuto l’effetto opposto. […] Affermo che questa amministrazione ha messo in atto una politica segreta per offrire sostegno al governo dei talebani affinché assumessero il controllo dell’Afghanistan. […] Questa scelta amorale, o immorale, si basava sull’ipotesi che i talebani avrebbero portato stabilità in Afghanistan e consentito la costruzione di un oleodotto dall’Asia centrale fino al Pakistan attraverso l’Afghanistan […] Credo che l’amministrazione abbia mantenuto segreto questo obiettivo, e tenuto all’oscuro il Congresso sulla sua politica di sostegno ai talebani, il regime più antioccidentale, più antifemminile e avverso ai diritti umani del mondo.»
Prima o poi qualcuno ci informerà di nuovo su queste cose tanto importanti. Di fronte alle operazioni segrete e alle terribili guerre che vi si collegano non potrà bastare una piccola correzione di rotta della corrente delle notizie. Servono nuovi punti di vista.

Aggiornamento del 15 settembre 2008:
Il presente articolo è stato riportato anche su
«ComeDonChisciotte» [QUI], su «Megachip» [QUI] e su «AriannaEditrice» [QUI].