Visualizzazione post con etichetta Hersh. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Hersh. Mostra tutti i post

15 gennaio 2012

Interrogativi sulle operazioni coperte contro l'Iran

di Alberto Terenzi – clarissa.it.

Si moltiplicano in queste ore sulla stampa internazionale notizie che danno per certa l'opzione militare israeliana per fermare il programma nucleare iraniano e che evidenziano le difficoltà degli Stati Uniti nel districarsi dagli enormi rischi dello scoppio di un aperto conflitto nell'area.
Ma un interessante reportage di Mark Perry su Foreign Policy dello scorso 13 gennaio dimostra che lo Stato ebraico è già da tempo in guerra aperta con l'Iran, e che, ai più alti livelli politico-militari, gli Usa sono da lungo tempo perfettamente al corrente di quanto sta accadendo, senza volere o senza potervisi opporre. 
Perry infatti ricostruisce con molti particolari, ricavati da fonti bene informate, l'operazione con cui il Mossad israeliano avrebbe di fatto preso il controllo dell'organizzazione islamista Jundallah ("soldati di Dio"), che ha base in Pakistan ma opera soprattutto nella regione iraniana del Belucistan, un'area di religione sunnita e pertanto tradizionalmente ostile al regime sciita di Teheran. Jundallah ha operato una lunga serie di attacchi terroristici in territorio iraniano a partire almeno dal 2005, principalmente con attacchi indiscriminati contro obiettivi religiosi sciiti, oltreché contro quelli politici come lo stesso presidente Ahmadinejad o i miliziani e le guardie di frontiera iraniane. Potrebbero quindi essere uomini di questo tipo, diretti dagli israeliani, anche gli autori degli attentati mirati che hanno provocato l'uccisione di sei scienziati iraniani che si occupavano del programma atomico.
Secondo rapporti riservati statunitensi, gli uomini del Mossad avrebbero svolto le loro attività di reclutamento ed i loro numerosi incontri con rappresentanti di Jundallah soprattutto a Londra, presentandosi però, e questo è un elemento davvero interessante, come esponenti della Cia e della Nato: una circostanza quest'ultima che sarebbe stata confermata a Perry da ben sei alti esponenti dei servizi segreti Usa, che avrebbero operato per evitare che queste informazioni venissero allo scoperto, nonostante esse siano documentate in rapporti distribuiti ad alto livello nella Cia americana, fino a raggiungere il direttore delle operazioni Stephen Kappes, il suo vice Michael Sulick ed il capo del Counter Intelligence Center statunitense.
Le operazioni del Mossad rivolte ad utilizzare "sotto falsa bandiera" i militanti di Jundallah avrebbero avuto luogo durante il periodo della presidenza Bush, creando un acceso dibattito nella comunità dell'intelligence Usa sui rischi che la spregiudicata condotta israeliana poneva per la sicurezza americana: con l'avvento di Obama, le operazioni congiunte israelo-americane contro l'Iran sarebbero state ridimensionate, evitando il ricorso a operazioni militari coperte, nonostante gli americani vengano tuttora ripetutamente invitati a prendervi parte.
In realtà, diversi servizi giornalisti nel 2007 e 2008 (come un reportage di ABC News e un articolo su The New Yorker) hanno mostrato che la condotta Usa è stata probabilmente assai più ambigua, dato che ben quattro milioni di dollari di fondi sarebbero stati messi a disposizione da parte del governo americano, con un ordine presidenziale segreto, per operazioni clandestine in Iran, soprattutto appoggiandosi alle minoranze etnico-religiose. Uno di questi servizi giornalistici, citava le significative affermazioni di un ex specialista in operazioni coperte della Cia, Robert Baer, a proposito proprio di Jundallah: «I Beluci sono fondamentalisti sunniti che odiano il regime di Teheran, ma che possono anche essere descritti come una sorta di Al Qaeda. Sono tipi che tagliano la testa agli infedeli, in questo caso gli sciiti iraniani. L'ironia sta nel fatto che stiamo di nuovo lavorando con i fondamentalisti sunniti, come abbiamo già fatto in Afghanistan negli anni Ottanta e Novanta».
Ora, con il reportage di Perry abbiamo conferme all'ipotesi che sia Israele ad utilizzare, in accordo o meno con gli Usa, formazioni terroristiche islamiste sunnite contro l'Iran, fomentando sia il conflitto religioso con gli sciiti iraniani, sia tendenze secessioniste come quelle del Belucistan.
Del resto è proprio di questi giorni un articolo del quotidiano francese Le Figaro che descrive la storia dei rapporti di collaborazione militare fra l'esercito israeliano ed il movimento indipendentista curdo nelle aree di confine con l'Iran, movimento che godrebbe attualmente di un crescente supporto militare da parte israeliana.
Questa notizia è quindi particolarmente inquietante per molti aspetti: intanto perché conferma la gravità di quanto sta avvenendo in Medio Oriente e di come lo Stato ebraico stia utilizzando, contro uno Stato estero sovrano, lo stesso strumento del terrorismo del quale si è sempre proclamato vittima.
Conferma anche l'evidente tendenza di Israele, Usa e Gran Bretagna, ad acuire con tutti i mezzi il conflitto religioso fra sunniti e sciiti, con l'evidente scopo di "libanizzare" l'intero Medio Oriente. Ma sono altrettanto importanti da un più generale punto di vista storico, poiché confermano l'ipotesi della lunga e frequente strumentalizzazione dei movimenti terroristici sunniti da parte delle potenze occidentali e di Israele, ben documentata qualche anno fa ad esempio da Gaetano Colonna in Medio Oriente senza pace.
Nondimeno, potrebbe esserci un risvolto ancora più inquietante, che costringe una volta di più a tornare ad interrogarci sulla validità di altre, ancora più scottanti, presunte verità storiche. Molti hanno dimenticato infatti che sia Ramzi Yousef, considerato il responsabile dell'attentato del 1993 al World Trade Center, che il famigerato Khalid Sheik Mohammed, considerato uno dei pianificatori dell'attacco dell'11 settembre alle Torri Gemelle di New York, erano entrambi fondamentalisti sunniti Beluci. Alla luce di queste notizie, sorge spontaneo oggi chiedersi: se davvero furono essi ad agire, per conto di chi realmente operavano?

Fonti:
Gaetano Colonna, Medio Oriente senza pace, Edilibri, Milano, 2009.
Seymour M. Hersh, "Preparing of the Battlefield", The New Yorker, 7 luglio 2008.
Mark Perry, "False Flag", Foreign Policy, 13 gennaio 2012.


Ripreso da: www.megachip.info.


5 aprile 2009

Quelli che odiano il giornalismo d’inchiesta

di Pino Cabras - da «Megachip»
con VIDEO di Seymour Hersh in fondo all'articolo

Ai neocon italiani proprio non va giù che il Festival del giornalismo di Perugia, il 4 aprile 2009, abbia celebrato un grande giornalista investigativo americano, Seymour Hersh, vincitore del premio Pulitzer. Nella migliore tradizione dei neocon, hanno deciso di muovergli una guerra preventiva, il 3 aprile, con un articolo di Christian Rocca su «Il Foglio».

L’impresa si presenta subito di un’improbabilità tartarinesca. Il giornalista statunitense viene presentato come un ballista che ha alternato a una vita di bufale un paio di colpi di fortuna che solo per puro accidente sarebbero diventati tra i più importanti scoop della storia del giornalismo. Insomma, un incrocio fra Paperoga e Gastone.

A questo punto, il metodo neocon d’importazione si contamina con le consuetudini domestiche del «Foglio» e ormai del giornalismo italiano tutto: è il potente che mette sotto scrutinio i giornalisti, non viceversa. Il controscoop di Rocca consiste infatti nel raccogliere le geremiadi dei potenti danneggiati dalle inchieste di Hersh e prenderle come oro colato. Se c’è chi si beve un Mangano eroe, si berrà anche un Kissinger cristallino.

Il rovesciamento arriva sino a rimproverare Hersh di essere troppo disinvolto se non bugiardo nel maneggiare le sue fonti coperte. E gli rinfaccia anche di lanciare allarmi ormai da troppi anni su un’imminente guerra all’Iran che puntualmente non accade.

Questo è un punto interessante. Le case di Teheran sono ancora in piedi, ma questo non significa affatto, come vorrebbe far intendere Rocca, che il pericolo non ci sia mai stato e non sia tuttora concreto. Possiamo dire invece che qualcuno, per fortuna di noi tutti, e con mezzi irrituali, sia riuscito a fermare per un po’ la guerra. Quando il 2 dicembre 2007 il NIE (National Intelligence Estimate) - un rapporto d’intelligence ufficiale - assicurava a chiare lettere che «l’Iran ha interrotto il suo programma di armi nucleari dal 2003», un pezzo fondamentale degli apparati USA screditava apertamente le martellanti affermazioni contrarie di Bush, Cheney, dei neocon e del governo israeliano. Segno che si voleva dare uno stop alla voglia di incendiare anche l’Iran. L’ex ambasciatore statunitense all’Onu, John Bolton, si lamentò con un acuto strido di falco, incolpando quel rapporto di affondare gli sforzi fin lì prodotti, per lui già insufficienti. Per Bolton, la comunità d’intelligence, anziché limitarsi all’analisi, «si stava impegnando nella formulazione della direzione politica; e troppi nel Congresso e nei media ne sono felici».

Quel che non vogliono raccontare sul «Foglio» (e nemmeno altrove, se è per questo) è un fatto a suo modo semplice: sussiste un contrasto interno asperrimo fra due forze dell’élite statunitense circa il modo di usare la forza militare. Rocca ad esempio non ha mai raccontato nulla del timore di un «atto terroristico negli Stati Uniti che sarà attribuito all’Iran» manifestato nel febbraio 2007 addirittura da un ideologo imperiale del calibro di Brzezinski durante un’audizione alla Commissione esteri del Senato USA. Non era notizia da far cadere così. Un pezzo grosso dell’establishment denunciava la possibilità di un pretesto creato sotto falsa bandiera per provocare una guerra.

Una parte dei poteri forti statunitensi a un certo punto ne aveva abbastanza delle fosche minacce all’Iran, si è preoccupata delle affermazioni sfuggite a Bush sulla prossimità di una «terza guerra mondiale» e di tanti altri atti e gesti che disturbavano la quiete mondiale mentre facevano divampare ovunque una forte opposizione all’americanismo. Anche nell’Era Obama, nonostante le aperture rispetto alla precedente amministrazione, il potere di condizionamento di chi quella guerra la vuole fare è comunque molto forte, e i segnali sono numerosi. Per chi vuole approfondire, c’è molto da fare, molto da ricercare.

Mentre Rocca taceva, Hersh raccontava, e lasciava tutto a Rocca lo scomodo ruolo di chi prende tragiche cantonate, come ha fatto con il suo libro "Esportare l'America - La rivoluzione democratica dei neoconservatori" (Libri del Foglio, 2003), un pezzo di modernariato che tengo vicino al caminetto, da sfogliare e leggere a voce alta per potenziare il buonumore nelle serate fra amici, quando si vuole ridere della benzina ideologica che ha alimentato le catastrofi dell’Era Bush. Esportare l’America, ragazzi…

Persino il marito dell’editrice del «Foglio», al recente G20, ha deplorato la principale voce export dell’America: la Crisi.

Vorrei tanto provare a prendere sul serio la “livida lectio” di giornalismo che Rocca vorrebbe dedicare a Hersh, ma quando squadro il panorama di rovine su cui si rizzano le sue enfasi, le piccinerie, le manipolazioni, le irrisioni, i rovesciamenti della realtà, ebbene, non ce la faccio proprio. Il paesaggio di macerie dice tutto. Ci vorrebbe uno di quei cameramen che dopo un terremoto inquadrano sempre una bambolina pateticamente integra, derelitta fra i detriti, una di quelle bamboline parlanti. La bambolina Rocca parlerà ancora: «Sono sempre la più bella, Cheney». Zoomata sulla desolazione.

E fin qui niente di nuovo. È da un po’ che la Grande Crisi svela le miserie del potere criminale di questi anni e gli anacronismi di chi lo difende ancora. La novità è che a un certo punto l’articolo conia un neologismo. Rocca dice infatti del giornalismo di Hersh: «Ovviamente si tratta di pura dietrologia, di iperbolica teoria del complotto, di giuliettochiesismo all’ennesima potenza.» Non so cosa voglia dire “giuliettochiesismo” (alla fine suona come un involontario complimento). Di certo per definire il giornalismo di Rocca non userei il termine “christianrocchismo”. “Maggiordomismo”, c’est plus facile. Purché ci figuriamo, di fronte alla disfatta morale dei neocon, dei maggiordomi che stanno ancora al servizio di un nobile losco e crepuscolare, pur sempre prepotente, ma avviato a un’inesorabile decadenza.


Bush. l'attacco alla Costituzione Americana, la complicità dei media
di Seymour Hersh - The New Yorker


Perugia, 4 aprile 2009, Il video del Festival Internazionale del Giornalismo:

15 marzo 2009

Hersh: Cheney comandava una squadra di omicidi politici in stile SS

di Paul Joseph Watson - Prison Planet.com

Traduzione a cura di Paolo Maccioni e Pino Cabras per «Megachip» [QUI] .


Il premiato reporter investigativo Seymour Hersh ha sganciato un'altra delle sue bombe questa settimana, quando ha rivelato che l'ex vice-presidente Dick Cheney disponeva di una sua unità di assassinio politico in stile SS che faceva capo direttamente a lui.

Martedì [10 marzo 2009] Hersh, dinanzi alla platea della University of Minnesota, ha affermato: «Non avevo ancora parlato di ciò dopo l’11/9, ma la CIA era profondamente coinvolta in attività all'interno della nazione contro persone ritenute nemiche dello Stato. Senza averne alcuna autorità giuridica. Non sono stati ancora chiamati a rispondere di questo».

Hersh poi è passato a descrivere in che modo il Comando congiunto delle operazioni speciali (JOSC) è stato un unità di assassinio politico che ha compiuto omicidi politici all'estero. «Si tratta di un braccio speciale della nostra comunità delle operazioni speciali che si muove in modo indipendente», ha spiegato. «Non devono fare rapporto a nessuno, tranne che nel periodo Bush-Cheney, quando riferivano direttamente all'ufficio di Cheney. Il Congresso non ha alcun controllo su di esso.»

La rivelazione che Cheney disponeva di una sua unità privata di assassinio non raffigura un quadro troppo lontano dalla famigerata SA (Sturmabteilung) di Hitler, la tanto temuta ala paramilitare del partito nazista, che fu utilizzata per colpire, torturare e uccidere gli oppositori politici del partito nazista nella Germania degli anni Trenta né dalle Waffen-SS, che successivamente furono utilizzate in guerra per compiere esecuzioni e crimini di guerra.

Le SA furono più avanti prese di mira da Hitler nel corso della Notte dei Lunghi Coltelli, una brutale purga volta a eliminare degli avversari politici sia all’interno che all’esterno del partito nazionalsocialista. Centinaia di persone furono liquidate a sangue freddo dalla Gestapo e dalle SS.

Significativamente, i tribunali e il governo tedeschi rapidamente spazzarono via secoli di leggi che proibivano le esecuzioni stragiudiziali per dimostrare la loro fedeltà a Hitler. Le Waffen-SS furono ritenute non perseguibili, nonostante fossero flagrantemente coinvolte in crimini di guerra patenti e in corso, così come in omicidi a livello interno.

Il Comitato congiunto delle operazioni speciali, l’unità di assassinio in capo a Cheney, è anche descritto come un settore di operazioni 'extra-legali'.

«Si tratta essenzialmente di un circuito esecutivo per gli assassinii, ed è andato avanti a oltranza», ha affermato Hersh. «Sotto l'autorità del Presidente Bush, si sono introdotti in certi paesi senza parlare con l'ambasciatore né con il capo della stazione CIA, e lì hanno rintracciato delle persone prese da un elenco, le hanno uccise e poi se ne sono andati. Questa cosa è continuata, in nome di tutti noi».

Ed è ancora in corso. Nessuno dei capovolgimenti degli ordini esecutivi di Bush da parte di Obama dice nulla circa l'abolizione del Comitato congiunto delle operazioni speciali. Di fatto, l’unità speciale è parte integrante degli ampiamente intensificati bombardamenti di Obama e delle altre incursioni in Pakistan.

Articolo originale: [QUI]