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14 gennaio 2015

Solidali con la stampa libera: altre vignette blasfeme

NOTA PRELIMINARE DI PINO CABRAS 
da Megachip.


Sulla vicenda di Charlie Hebdo consigliamo vivamente la lettura di questo potente e documentato articolo di Glenn Greenwald, il giornalista che ha fatto emergere con forza il caso di Edward Snowden (e tutto il "Datagate" sullo spionaggio totalitario in capo agli USA). Greenwald va dritto alla questione: la libertà di espressione vantata da governi e media occidentali, nonostante il motto "Je suis Charlie", è una costruzione ipocrita, nella quale a lungo si era inserito il pezzo di narrazione della rivista francese. Il grande giornalista americano lo spiega con molti esempi, link, e anche molti disegni. 

Aggiungiamo qui alla sua casistica una vicenda eclatante: proprio oggi la cronaca ci propone il caso del comico francese Dieudonné: da un anno in qua gli viene impedito di lavorare con ogni tipo di vessazione politica, mediatica, legale, amministrativa e fiscale, viene perseguitato e accusato ingiustamente di aver inventato un saluto nazista rovesciato (la famosa "Quenelle", che non ha nulla a che fare con il nazismo), ogni sua battuta viene soggetta a un linciaggio mediatico, travisata, piegata paranoicamente fino a leggervi perfino l'apologia del terrorismo. Il primo ministro Manuel Valls, lo stesso che figurava fra i lugubri potenti che marciavano a Parigi in nome della libertà anche dei pensieri più estremi, dice a proposito di Dieudonné «Il razzismo, l’antisemitismo, il negazionismo e l’apologia di terrorismo non sono opinioni, sono reati» aggiungendo che occorre essere «implacabili» nel battersi «contro il terrorismo, certamente, ma anche contro la parola che uccide, la parola di odio». 
Orwell chiamava questo modo patologico di pensare con la parola "bispensiero". Tutto l'Occidente ne è permeato, come illustra bene l'articolo di Greenwald, e ciò ci dovrebbe far molta più paura di qualsiasi falso spauracchio agitato dai politicanti atlantisti.

Buona lettura.
P.C.

AGGIORNAMENTO DEL 14 GENNAIO 2015, h. 10.00. Dieudonné arrestato
Stamattina Dieudonné è stato arrestato per "apologia del terrorismo". Il livello di pericolo per le libertà civili in Europa è tale da dover accendere tutte le lampadine dell'emergenza democratica.

Solidali con la stampa libera: altre vignette blasfeme 

di Glenn Greenwald.

Difendere il diritto alle libertà di parola e di stampa, che in genere significa difendere il diritto di diffondere proprio le idee che la società trova più ripugnanti, è stata una delle mie principali passioni durante gli ultimi vent’anni, primacome avvocato e ora come giornalista. Ritengo quindi positivo quando un gran numero di persone si appella a gran voce a questo principio, come sta accadendo nelle ultime 48 ore in risposta al terrificante attacco al Charlie Hebdo a Parigi.

Di solito la difesa del diritto alla libertà di parola è molto più di un compito isolato. Il giorno prima degli omicidi di Parigi, per esempio, ho scritto un articolo su parecchi casi in cui dei musulmani sono stati perseguiti e perfino incarcerati da governi occidentali per loro opinioni politiche espresse online: attacchi che hanno provocato proteste relativamente piccole, anche da parte di quei paladini della libertà di parola che si sono tanto fatti sentire questa settimana.

Mi sono già occupato di casi in cui dei musulmani sono stati reclusi per molti anni negli Stati Uniti per cose come traduzione e pubblicazione di video "estremisti" in Internet, l’ho fatto scrivendo dotti articoli in difesa di gruppi palestinesi ed esprimendo dure critiche su Israele, perfino includendo un canale tv di Hezbollah nell’abbonamento via cavo. Tutto questo è ben al di là dei numerosi casi di posti di lavoro persi o delle carriere distrutte per aver espresso critiche a Israele o (fatto molto più pericoloso e raro) all'ebraismo. Spero che la celebrazione dei valori della libertà di parola di questa settimana genererà in occidente una diffusa opposizione a tutte queste annose e crescenti violazioni dei diritti politici fondamentali, non solo ad alcune.

Centrale per l’attivismo in difesa della libertà di parola è sempre stata la distinzione tra la difesa del diritto di divulgare l’Idea X e l’approvare l’Idea X, una cosa che solo i più ingenui fra noi non sono in grado di comprendere: si difende il diritto di esprimere idee ripugnanti pur essendo in grado di condannare l'idea in sé. Non c'è una contraddizione indiretta in questo: l’Unione Americana per le Libertà Civili (ACLU) difende con vigore il diritto dei neonazisti di manifestare davanti a una comunità piena di sopravvissuti all'Olocausto a Skokie, Illinois, ma non si unisce alla manifestazione; essi invece a gran voce disapprovano come grottesche le idee in questione pur difendendo il diritto di esprimerle.
Ma la difesa, questa settimana, del diritto di libertà di parola era così vivace che ha dato origine a un principio nuovo di zecca: difendendo la libertà di parola non solo si difende il diritto di divulgare il pensiero, ma si approva il contenuto del pensiero stesso. Molti scrittori hanno quindi chiesto che per mostrare “solidarietà” con i disegnatori assassinati non si debba semplicemente condannare gli attacchi e difendere il diritto dei disegnatori di pubblicare, ma si debba pubblicare e persino celebrare quelle vignette. «La miglior risposta all’attacco a Charlie Hebdo», ha dichiarato l'editore di Slate, Jacob Weisberg, «è quella di intensificare la satira blasfema».

Alcune delle vignette pubblicate da Charlie Hebdo non erano solo offensive ma faziose, come quella che deride le schiave del sesso africane di Boko Haram mostrandole come regine dei servizi sociali. 

Altre vignette sono andate molto oltre, inventando false violenze da parte di estremisti che agiscono in nome dell'Islam o anche solo raffiguranti Maometto con immagini degradanti, contenendo invece un fiume di scherno nei confronti dei musulmani in generale, che in Francia non sono per niente potenti ma sono principalmente una popolazione di immigrati presi di mira ed emarginati.

Ma non importa. Le loro vignette erano nobili e dovrebbero essere celebrate, non solo per motivi di libertà di parola ma per il loro contenuto. In un articolo di fondo intitolato "La bestemmia di cui abbiamo bisogno”, Ross Douthat del New York Times ha sostenuto che «il diritto di bestemmiare (e altrimenti di offendere) è essenziale per l'ordine liberale» e «quel tipo di blasfemia [che provoca la violenza] è proprio il tipo che ha bisogno di essere difeso perché è ciò che evidentemente serve al bene superiore di una società libera». Jonathan Chait del New York Magazine effettivamente ha dichiarato che «non si può difendere il diritto [di bestemmiare] senza difenderne l’esercizio». Matt Yglesias di Vox ha dato una visione molto più sfumata, ma ha comunque concluso che «bestemmiare il Profeta trasforma la pubblicazione di queste vignette da un atto inutile in uno coraggioso e perfino necessario, mentre l'osservazione secondo cui il mondo se la caverebbe bene senza tali provocazioni diventa una forma di acquiescenza».
Per conformarci a questo nuovo principio, su come ci si mostra solidali con il diritto di libertà di parola e con una energica stampa libera, pubblichiamo alcune vignette blasfeme e diversamente offensive sulla religione e i loro seguaci:








Ed ecco alcune vignette (ristampate con l’autorizzazione) per nulla-blasfeme-o-faziose però molto mordaci e pertinenti di un disegnatore brasiliano acutamente provocatorio, Carlos Latuff:

Trad:
- Religione dell’odio!
- Stop all’immigrazione!


Trad.:
Vignetta sui musulmani… «È libertà di parola!»
Vignetta sugli ebrei… «È antisemitismo!»







È giunto il momento per me di essere celebrato per la mia coraggiosa e nobile difesa del diritto di libertà di parola? Ho inferto un colpo potente a favore della libertà politica e dimostrato solidarietà col libero giornalismo pubblicando vignette blasfeme? Se, come ha detto Salman Rushdie, è fondamentale che tutte le religioni siano sottoposte a «mancanza di rispetto senza paura», ho fatto la mia parte per sostenere i valori occidentali?
Quando ho cominciato a vedere richieste di pubblicare queste vignette anti-islamiche, il cinico in me ha pensato che forse questo significava davvero solo sanzionare alcuni tipi di pensiero offensivo nei confronti di alcune religioni e dei loro seguaci, mentre proteggeva i gruppi più avvantaggiati. In particolare, l'Occidente ha passato anni a bombardare, invadere e occupare paesi islamici uccidendo, torturando e imprigionando senza legge musulmani innocenti, e il pensiero anti-islamico è stato un motore fondamentale per sostenere tali politiche.
Quindi è tutt’altro che sorprendente vedere un gran numero di occidentali celebrare vignette anti-islamiche non per motivi di libertà di parola ma perché ne approvano il contenuto. Difendere la libertà di parola è sempre facile quando ti piace il contenuto delle idee prese di mira o quando non appartieni al gruppo che viene diffamato (o decisamente non ti piace).
Infatti, è evidente che se uno scrittore specializzato in arringhe apertamente contro i neri o antisemitiche venisse ucciso per le proprie idee non ci sarebbero diffusi appelli per ripubblicare questa spazzatura per "solidarietà" con il suo diritto alla libertà di parola. Effettivamente, Douthat, Chait e Yglesias si sono sforzati di affermare in modo chiaro che il loro era un appello solo per la pubblicazione di tali idee offensive nel caso limitato in cui la violenza è minacciata o perpetrata in risposta (in pratica riferendosi, per quanto ne so, al pensiero anti-islamico). Douthat ha anche utilizzato il corsivo per evidenziare quanto fosse limitata la sua difesa della blasfemia: «Questo tipo di blasfemia è proprio quello che ha bisogno di essere difeso».
Si dovrebbe riconoscere una valida considerazione contenuta nella tesi Douthat/Chait/Yglesias: quando i mezzi di comunicazione si astengono dal pubblicare del materiale per paura (piuttosto che per una volontà di evitare la pubblicazione di materiale gratuitamente offensivo), come molti dei principali organi d’informazione occidentali hanno ammesso di fare con queste vignette, questo è veramente preoccupante, una reale minaccia per la stampa libera. Ma in Occidente ci sono tutti i tipi di tabù deleteri che si traducono in autocensura o nella repressione forzata di idee politiche, da azioni penali e incarceramenti alla distruzione di una carriera: perché la più minacciosa è la violenza dei musulmani? (Qui non sto parlando della questione se i media dovrebbero pubblicare le vignette perché fanno notizia, voglio porre l’attenzione sulla richiesta che siano pubblicate decisamente, con approvazione, per "solidarietà").
Quando all’inizio abbiamo discusso la pubblicazione di questo articolo per fare queste considerazioni, la nostra intenzione era quella di incaricare due o tre disegnatori di creare vignette che deridono l'ebraismo e denigrano le figure sacre per gli ebrei come Charlie Hebdo ha fatto con i musulmani. Ma questa idea è stata impedita dal fatto che nessun disegnatore occidentale normale avrebbe osato mettere il proprio nome su una vignetta antiebraica, neanche se fatta con intenti satirici, perché così facendo avrebbe immediatamente e definitivamente distrutto la propria carriera, come minimo. Nei media occidentali i commenti (e le vignette) contro l’Islam e i musulmani non valgono niente; il tabù − che è almeno altrettanto forte, se non di più − sono le immagini e le parole contro gli ebrei. Perché Douthat, Chait, Yglesias e i crociati per la libertà di parola che la pensano come loro non chiedono la pubblicazione di materiale antisemita in solidarietà o come mezzo per tener testa a questa repressione? Sì, è vero che organi di stampa come il New York Times in rari casi pubblicano immagini del genere, ma solo per documentare il fanatismo odioso e condannarlo, non per pubblicarlo per “solidarietà” o perché merita una divulgazione seria e rispettosa .
Con tutto il rispetto per la grande disegnatrice Ann Telnaes, non è vero che quelli di Charlie Hebdo «recavano offesa con parità di trattamento». Così come Bill Maher, Sam Harris e altri con l’ossessione islamofoba, prendere in giro l’ebraismo, gli ebrei e/o Israele è qualcosa che raramente (se non mai) fanno.
Se costretti, possono mostrare rari e isolati casi in cui pronunciano qualche critica al giudaismo o agli ebrei, ma la grande maggioranza dei loro attacchi sono riservati all'Islam e ai musulmani, non all'ebraismo e agli ebrei.
La parodia, la libertà di parola e l’ateismo secolare sono i pretesti; il messaggio anti-islamico è l'obiettivo principale e il risultato finale. E questo messaggio – questa speciale passione per l’offensivo pensiero anti-islamico – casualmente coincide, per alimentarla, con l'agenda e la cultura di politica estera militarista dei propri governi.

Per vedere quanto questo sia vero, si consideri il fatto che Charlie Hebdo − trasgressore secondo “parità di trattamento” e difensore di tutti i tipi di linguaggio offensivo – nel 2009 aveva licenziato uno dei propri autori per avere scritto una frase che qualcuno ha definito antisemita (l’autore era stato accusato di reato d'odio e ha poi avuto una sentenza favorevole contro la rivista per licenziamento senza giusta causa). “Parità di trattamento” vi sembra offensivo?
Non è vero nemmeno che minacciare violenza in risposta a opinioni offensive sia pertinenza esclusiva di estremisti che affermano di agire in nome dell'Islam. Corpus Christi, un’opera teatrale di Terrence McNally del 1998 raffigurante Gesù come gay, è stata ripetutamente annullata dai teatri a causa di minacce di attentati. Larry Flynt fu reso paraplegico da un evangelico fautore della supremazia bianca che si opponeva alla rappresentazione pornografica di coppie interrazziali nella rivista Hustler. Nel 2003, dopo che ebbero pubblicamente criticato George Bush per la guerra in Iraq, le Dixie Chicks furono sommerse da minacce di morte che resero necessaria una protezione massiccia e che alla fine le costrinsero a chiedere scusa per paura. La violenza provocata dal fanatismo ebraico e cristiano è diffusissima, dai medici abortisti assassinati ai locali gay bombardati e ai 45 anni di brutale occupazione della Cisgiordania e di Gaza a causa in parte della convinzione religiosa (che accomuna Stati Uniti e Israele) secondo cui Dio avrebbe sancito che loro sono i proprietari di tutto il territorio.
E questo è del tutto indipendente dalla sistematica violenza di Stato in Occidente sostenuta, almeno in parte, dal settarismo religioso .

David Brooks del New York Times oggi sostiene che il pregiudizio anticristiano è talmente diffuso in America – in cui non è mai stato eletto un presidente non cristiano − che «l’Università dell’Illinois ha licenziato un professore che insegnava la visione cattolica romana sull'omosessualità». Brooks ha dimenticato di dire che lo stesso ateneo ha appena rescisso il contratto di ruolo con il professor Steven Salaita per i tweet che ha pubblicato durante l'attacco israeliano a Gaza, che l'università ha giudicato eccessivamente ingiuriosi verso i leader ebrei, e che al giornalista Chris Hedges è stato appena revocato l’invito a parlare presso l'Università della Pennsylvania per il reato d’opinione di tracciare somiglianze tra Israele e l’ISIS.
Questo è un vero tabù − un'idea repressa − potente e assoluto come nient’altro negli Stati Uniti, tanto che Brooks non riuscirà nemmeno a riconoscerne l’esistenza. Negli Stati Uniti è certamente più un tabù questo che criticare i musulmani e l'Islam, critica che si sente così spesso negli ambienti mainstream − compreso il Congresso − che si nota a malapena di più.

Questo sottolinea il punto chiave: in Occidente ci sono idee e punti di vista di tutti i tipi che vengono repressi. Quando quelli che richiedono la pubblicazione di queste vignette anti-islamiche cominceranno a chiedere anche la pubblicazione favorevole di quelle idee, io crederò alla sincerità dell’applicazione molto selettiva dei loro principi di libertà di parola. Si può difendere la libertà di parola senza dover pubblicare, figurarsi accettarle, le idee offensive prese di mira. Ma se non è così, diamo uguale applicazione a questo nuovo principio.


Foto di Joe Raedle/Getty Images; ulteriori ricerche a cura di Andrew Fishman

Fonte: https://firstlook.org/theintercept/2015/01/09/solidarity-charlie-hebdo-cartoons.
Traduzione per Megachip a cura di Emilio Marco Piano.



Articoli correlati sul caso Dieudonné: 
- Diana Johnstone, Dieudonné, la bestia nera dell'élite francese, 4 gennaio 2014.
- Piotr, Obblighi di piangere e divieti di ridere, 12 gennaio 2014.

8 gennaio 2015

#CharlieHebdo - È l'Impero del Caos che bussa, non l'Islam


di Pino Cabras.
da Megachip. 
 
La prima pagina del quotidiano Libero urla: “Questo è l’Islam!”, e anche il Giornale strilla “Strage islamica” con titolo cubitale. Una comunità variegata di un miliardo di esseri umani viene così ridotta al formato dell’orrenda strage dello Charlie Hebdo. È come se in occasione della strage compiuta il 22 luglio 2011 a Oslo da Anders Behring Breivik, che si proclamava difensore dell’Occidente giudaico-cristiano, si fosse titolato “Questo è il Cristianesimo!”, o “Strage cristiana”. Eppure, persino allora, gli stessi giornali, e anche il Corriere della Sera, osarono esordire con una fantomatica “pista islamica”. Prepariamoci dunque a un’ondata di isteria che non vorrà sentire ragioni.
La Francia è stata uno dei principali perturbatori del Mediterraneo e del Medio Oriente negli ultimi quattro anni, e per i suoi scopi bellici ha usato ogni tipo di commistione con lo jihadismo. Ricopio qui una frase usata nel 2013 da uno dei bersagli principali di Parigi, il presidentesiriano Bashar Al-Assad: «Hanno forse capito che quelle guerre non hanno provocato altro che il caos e l'instabilità in Medio Oriente e in altre regioni? A quei politici vorrei spiegare che il terrorismo non è una carta vincente che si possa estrarre e utilizzare in qualsiasi momento si voglia, per poi riporla in tasca come se niente fosse. Il terrorismo, come uno scorpione, può pungerti inaspettatamente in qualsiasi momento.»
Esiste ormai una sorta di legione di avventurieri addestrati in modo moderno, proiettata su vari fronti geopolitici, in grado di essere utilizzata per scardinare interi Stati, ma con coperture e finanziamenti statali, e la prontezza per ogni tipo di ricatto sulla sicurezza nazionale di interi paesi. Gli jihadisti europei arruolati sono migliaia, una manovalanza multiuso. Lo scorpione pungerà ancora in Europa. I governanti europei, fra i più ricattabili e ricattati in ogni campo, subiranno pressioni enormi contro gli interessi dei propri paesi. È l'Impero del Caos che bussa, non l'Islam.

La quasi totalità dei soggetti implicati in gravi atti di terrorismo di rilevanza internazionale negli ultimi 20 anni avevano da tempo il fiato sul collo degli apparati di sicurezza, delle forze speciali e dei servizi segreti, che in molti casi li foraggiavano e ne indirizzavano le traiettorie criminali. Le principali stragi, dall'11 settembre 2001 statunitense al 7 luglio 2005 londinese, fino alla strage norvegese del 2011, sono avvenute in coincidenza con esercitazioni militari e ‘securitarie’ che ricalcavano esattamente gli eventi terroristici in corso. In altri casi, i sospetti sono morti in tempestivi conflitti a fuoco che li eliminavano dalla scena nei loro presunti covi.
Hanno sempre abbondato sui luoghi dei delitti le carte d'identità e infinite altre tracce ridondanti, utili per sbattere subito qualche mostro in prima pagina.
Non mi aspetto una situazione troppo diversa nemmeno stavolta. Queste sono le prime tracce da seguire.

Provo una pena infinita per le povere vittime di ieri, mi sembra una tragedia atroce. Ma non del tutto inspiegabile. Sappiamo che la satira trova una misura solo in sé stessa ed è capace di tendere fino alla rottura ogni filo che regga una contraddizione. Non si fa carico del resto, ma solo della propria libertà. Dopo la strage di via Fani nel 1978, una foto del prigioniero Aldo Moro diffusa dai brigatisti – quasi una Sindone di umana dignità – venne comunque dissacrata da una famosa copertina del settimanale satirico Il Male, che fece dire a Moro: «Scusate, abitualmente vesto Marzotto». Se la dissacrazione si estende a interi mondi religiosi, mette in tensione fili ed equilibri ancora più delicati, scoperchia contraddizioni ancora più laceranti, alza il prezzo della libertà.
Nel difendere la libertà, i satiri di Charlie Hebdo, loro malgrado, hanno inseguito fantasmi e specchi deformanti, molto più cinici e spietati dei loro specchi colorati e scurrili. Da anni sono stati usati per alimentare una islamofobia di sinistra, e a uno come Bernard-Henry Lévi (un’intellettuale organico dello “Scontro di Civiltà”) non pareva vero di incoraggiarli lanciando petizioni a loro favore, in realtà arruolandoli come bersagli nella sua guerra, coincidente con la guerra dell’Impero.
Su queste pagine, già nel 2012, pubblicammo una riflessione di Paolo Bartolini proprio su Charlie Hebdo, che descriveva con precisione ed equilibrio la posta in gioco nella partita fra Satira e Potere.
Aggiungo che libertà di espressione, come tutte le libertà, funziona quando ci sono regole. Sono le regole che rendono possibile la libertà. Anche quella, fondamentale, del rispetto per gli altri.
Il fatto è che noi, in Occidente, possiamo coprirci di infamia, tra di noi. Possiamo sbertucciarci oltraggiosamente senza freni, e mettere il nostro deretano bene in vista. Ma non possiamo pretendere che la nostra sfrontatezza diventi norma per altri. Non possiamo piallare il pianeta, pretendere che tutto si misuri e si scomponga con la stessa velocità del grande acido solvente rappresentato dal nostro modello di vita. Era Rousseau, se non sbaglio, a criticare i filosofi del suo tempo: «Pensano di parlare dell'Uomo, in realtà parlano di un parigino». Cos’è cambiato nella coscienza occidentale, nel frattempo, anche a Parigi?
Nemmeno i martiri di Charlie Hebdo sono stati immuni – in vita – dall’impatto con le regole. Licenziarono in tronco una loro vecchia firma, il caricaturista Siné, per via di una sua blanda vignetta che alludeva a una conversione all'ebraismo per convenienza da parte del figlio di Sarkozy: violava il codice deontologico della rivista sul razzismo. Raffigurare invece profeti e divinità a culo nudo o mentre subivano trattamenti sessuali estremi, per tutti gli altri casi, non era razzismo. La libertà sceglieva dunque le sue strade nello Scontro di Civiltà. E in certi casi si costringeva a regole e ragionamenti di opportunità.
Occorre un passo indietro per capire meglio. Il giornale che per primo pubblicò le vignette anti-islamiche, come molti sanno, nel 2005, fu il danese Jylladen Posten, diretto dal giornalista Flemming Rose. Quel che pochi ricordano è che Rose è molto legato all’ala più islamofoba dei falchi neoconservatori americani. Sua l’intervista al superfalco Daniel Pipes nel 2004, e suo poi un libro intero di interviste alla crème della crème dei neocon, tra cui Francis Fukuyama, Bill Kristol, Richard Perle, e Bernard Lewis, intitolato Amerikanske stemmer (“Voci Americane”, NdT), nel 2006.
Charlie Hebdo, nel 2006, ripubblicò tutte le caricature e ospitò l’appello contro l’islamismo di Bernard-Henry Lévy.
Nel 2008 l’allora ministro italiano Roberto Calderoli esibì orgogliosamente in TV una maglietta con le vignette. In risposta, a Bengasi, in Libia, assaltarono il consolato italiano. Ci furono 11 morti fra i manifestanti, piccola avanguardia sfortunata del jihadismo più vincente che anni dopo rovesciò Gheddafi con l’aiuto della Francia e della NATO.
Anche chi non crede al diavolo sa che la parola deriva dal greco diabolos, "colui che divide", "calunniatore". A suo modo è stato un lavorio diabolico a tenere acceso tutte queste volte il casus belli, fino a rendere ogni volta più incomunicabili idee politiche e sentimenti di diverse comunità umane.
L’11 settembre 2012, ancora una volta a Bengasi, nuovi disordini hanno portato all’uccisione dell’ambasciatore americano, con il pretesto di una manifestazione contro altre immagini blasfeme. Ulteriore strage. Le torsioni della libertà di espressione si sono insomma intrecciate sanguinosamente per un decennio con le convulsioni della Guerra Infinita.
Infatti, era ed è una guerra. Con tutti gli inganni, i tradimenti, i sacrifici spietati delle guerre, capaci di vampirizzare le ingenuità di chi spendeva pezzi di battaglia giusta dentro una battaglia più grande e assassina di cui non intuiva tutti i contorni.
Daniele Luttazzi ha più volte spiegato che «la satira è un punto di vista e un po' di memoria». Per ricordo delle tante vittime, avremo bisogno di non impoverire i punti di vista, e di avere molta memoria.


Fonte dell'illustrazione: blog.ehrmann.org  



25 marzo 2008

Conversioni e scontro di civiltà

di Pino Cabras



Magdi Allam è un intellettuale organico agli apparati che fomentano uno scontro di civiltà (l'elemento che fa da base culturale per le presenti e le prossime guerre).
Le teorie su questo scontro si irradiano a partire dai think tank neoconservatori.
Il loro rovello è che le nazioni occidentali potrebbero perdere il loro predominio sul mondo, se non saranno in grado di delimitare una natura inconciliabile per le tensioni culturali, soprattutto quella fra Cristianesimo e Islam.

Ecco perché per la battaglia di Allam era necessario che egli si facesse cristiano, anzi: Cristiano.

Cambiare nome e cambiare identità, convertirsi, corazzarsi, sotto l’occhio benevolo dei pensatoi militaristi.

In questi anni - in stretto legame con i fermenti bellici collegati all’11 settembre 2001 - è scoppiata tutta una pubblicistica, che ha tracimato fino al mondo laico, mirante a corazzare un’identità occidentale giudaico-cristiana in opposizione all’Islam nel suo insieme, con una forte identificazione dei destini occidentali con la specialità ormai resa ‘sacra’ e non negoziabile dello Stato di Israele. Grande stampa e premi giornalistici e letterari, con un battage martellante e dovizioso, in Italia e Israele, hanno fomentato ad esempio Oriana Fallaci, Magdi Allam, Fiamma Nirenstein, autori di libri veementemente anti-islamici, scatenati a screditare qualsiasi voce che si discosti da un’agiografia del militarismo israeliano e della funzione ‘democratizzante’ delle guerre angloamericane.
Assieme ai ‘laici devoti’ piazzatisi anche da noi sotto l’ombrello dei neocon e dei teocon americani, hanno spostato tutti gli equilibri esistenti da decenni sulla questione israelo-palestinese nella politica di entrambi gli schieramenti, sui mass media e all’interno della comunità ebraica e del mondo cattolico.

Allam entra dalla fonte battesimale più in vista.
Il giornalista non dà più notizie, si fa notizia.
Non ha tempo per leggere pensatori cattolici che, in merito questione delle sfide identitarie del terzo millennio, sono andati in una direzione molto diversa dalla sua.

Ecco cosa diceva ad esempio Ernesto Balducci (1922-1992):

«Non ci si converte più. Penso che dobbiamo muoverci tutti verso una comprensione più alta della realtà, verso un trascendimento delle identità esistenti. Non ci dobbiamo confrontare l'uno con l'altro per passare l'uno all'identità dell'altro, dato che tutte le identità sono messe sotto questione. Finito il tempo delle conversioni orizzontali, ci sono le conversioni per convergenze.»
(da Il cerchio che si chiude, 1986).

Il XX secolo, tra le altre tante cose, è stato un secolo di antropologi curiosi e intelligenti. Essi hanno contribuito a relativizzare la nostra comprensione del mondo.

L’antropologia si era fondata in origine sull’ontologia della “differenza” (noi e gli altri, popoli di cultura e popoli di natura, civilizzati e primitivi). Le ricerche etnografiche avevano scoperto la possibilità di «diversi modi di essere uomini nel tempo e nello spazio». Rinnegando i propri presupposti originari, l’antropologia riscopriva l’anelito delle peculiari espressioni umane verso una regola universale che accomuna gli uomini, fra loro e alla natura. Questo è il senso degli itinerari culturali dello strutturalismo di Lévi-Strauss, dell’ecologia della mente di Bateson, della grammatica generativa di Chomsky.

Ernesto Balducci fondava il suo discorso su questo anelito verso l’universale. Molte delle sue simbolizzazioni vertevano sulla dialettica fra dimensioni particolari e universali dell’uomo.
«Ciascuno di noi porta in sé [...] il segno di una identità culturale. Anche noi siamo di una tribù che è la nostra, con i linguaggi, i riti, i simboli in cui ci riconosciamo. Per l’altro verso io sono certo che in ogni uomo, in ogni gruppo umano, in ogni nazione, in ogni etnia c’è una tensione verso la realizzazione di possibilità umane che sono rimaste latenti. Ogni realizzazione porta con sé uno sperpero. Se noi siamo quello che siamo non potremo più essere quello che avremmo potuto essere. L’uomo possibile che è dentro di noi porta in sé un ventaglio di possibilità che certamente sono finite come possibilità reali ma rimangono in noi come sogni, come aspettative. All’interno delle diversità umane c’è una unificazione che non è data, attuata, ma potenziale ed è per questo che ci intendiamo fra culture diverse. Se io riesco, come mi consiglia in una bella pagina Ernesto De Martino, a decifrare le culture aliene, altre dalla mia, e scoprire quello che c’è di autenticamente umano in quella alterità, in quel momento si dilata la mia stessa umanità, perché una parte delle mie possibilità è sigillata nella alterità che ho davanti. Se io riuscissi a capire bene un negro che viene dal Ghana diventerei più ricco perché quello che è in lui di autenticamente umano, e non mi appartiene in quanto uomo di cultura, mi appartiene in quanto uomo, rientra nel ventaglio delle possibilità che io ho dovuto in qualche modo mutilare nel mio farmi storicamente determinato. C’è nell’individuo e nei gruppi una dialettica che è importante. Al di là di ogni analisi metafisica della persona umana, rimanendo nell’empirico, io dico che nessun uomo si identifica con la sua cultura, c’è altro in lui, e tuttavia la sua cultura ha realizzato in forma particolare qualcosa che rispondeva alle sue attese. Oggi ci troviamo in una situazione nuova per opera della tribù occidentale [...]. Le ombre degli illuministi sussultano, ma anche noi siamo una tribù come i cannibali, siamo una tribù fra le altre […]. Il problema nostro è quello di domandarci che cosa di questa tribù resta di valido per tutti gli uomini, perché anche il mussulmano che ancora crede nella guerra santa deve domandarsi se quello che noi occidentali abbiamo conquistato con tante guerre sante alle spalle - il concetto dei diritti umani, la necessità di risolvere secondo ragione i conflitti fra gli uomini, la Carta delle Nazioni Unite che è in gran parte un prodotto della nostra tribù anche se firmata da tutte le tribù della terra - non sia qualcosa che è condizione sine qua non per essere autenticamente uomini del 2000. Il mio rispetto per il mussulmano non mi porta ad accettare la bellezza della guerra santa. In ogni cultura c’è il disumano, c’è il tribale aggressivo, c’è il rifiuto dell’altro. La guerra santa è una paurosa sacralizzazione del rifiuto dell’altro. Abbiamo realizzato una condizione planetaria nuova e gli etnologi lo sanno. Se guardo al futuro io dico che l’uomo del futuro non sarà né occidentale, né africano, né... L’uomo del futuro dovrebbe aver realizzato in sé tutte le ricchezze custodite dalle diverse culture, non perché in un uomo esse possano tutte realizzarsi ma perché, attraverso l’ammirazione, in qualche modo io realizzo ciò che ammiro. Quando avrò compreso meglio - come già comincio a fare - il tesoro delle culture africane, in quel momento io sarò un uomo planetario, al modo stesso, come mi è capitato di sottolineare scrivendone la vita, con cui Gandhi ha saputo essere perfettamente indiano e occidentale. I suoi maestri erano i libri Vedici ma erano anche Tolstoj, Rousseau, il Vangelo, il Corano. Egli aveva dilatato la sua coscienza rimanendo fedele alla sua identità. Credo che il nostro futuro andrà in quel senso. È questo l’ideale che ho cercato di esprimere nel mio libro L’uomo planetario.»
(da Le tribù della terra: orizzonte 2000, 1991).

La lunga 'preistoria' delle chiusure fra le isole culturali, in cui la paura del diverso era un riflesso che cementava le tribù, è finita. Anche l'aggressività verso gli altri gruppi aveva avuto senso finché non c'erano le strutture di unificazione del pianeta.
«Ogni tribù tende a demonizzare il diverso, appunto perché il diverso evoca le personalità latenti nella stiva della coscienza, soggiogate a fatica dalla personalità culturalmente determinata: se esse emergessero, ci sarebbe la dissoluzione dell'identità.»
(da Montezuma scopre l'Europa, 1992).

Ma le minacce alla sopravvivenza dell'umanità unificano il destino di tutti. L'umanità passa dalla fase della ominazione alla fase della planetarizzazione.

«L'ipotesi da assumere come principio di discernimento nei rapporti tra le culture è quella di un umanesimo planetario in cui una medesima civiltà si integri in culture diverse. Intendo, a questo punto, per civiltà l'insieme degli strumenti materiali e mentali che, com'è avvenuto nel passato, diventano comuni in virtù della trasmissione e degli scambi; intendo per cultura la modalità antropologica nata da una particolare maniera di percepire e di interpretare le sfide della realtà fisica e storica. La civiltà è l'insieme degli oggetti materiali, istituzionali e mentali prodotti da una cultura che rientrano in certa misura nell'ambito degli strumenti esportabili; la cultura è l'insieme sistemico delle concezioni in cui il gruppo esprime e tutela la propria interiorità. La civiltà si trasmette, la cultura si comunica. »
(da Montezuma scopre l'Europa, 1992).

Il fallimento dell'Occidente moderno è nella pretesa di «trasformare in dominio la propria egemonia di civiltà». Un dominio che ha preteso di identificare l'etica con l'affermazione della propria cultura, mentre ignora o sopprime le culture differenti.
Per Balducci il metro è quello dell'etica planetaria, «per la quale, in ultima istanza, è bene tutto ciò che favorisce la vita, è male tutto ciò che accelera il declino entropico [...]. Se Marx vedeva il male del modo capitalistico di produzione negli effetti alienanti che esso causava nei suoi protagonisti, sia borghesi che proletari, noi siamo in grado non tanto di correggere quanto di portare più a fondo la sua analisi perché abbiamo sotto gli occhi, per dir così, i documenti dell'alienazione della stessa biosfera, dell'accelerazione entropica che quel sistema produce.»

La speranza di pace non è riposta insomma in una qualche improbabile riedizione della Respublica Christiana da scagliare contro gli altri.