di Michela Murgia.
Un discorso sulla satira che vada oltre Charlie Hebdo ha cercato di
farlo MicroMega nel numero di questo mese. Ci sono interventi di molti
pensatori (e qualche rifiuto d'intervento molto divertente). Ecco il
mio.
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18 febbraio 2015
La satira è (contro)potere
Scusate il ritardo nel rispondere a questo
questionario. È dato dalla difficoltà di aggirare il fastidio per il
modo in cui le domande sono state poste, fastidio che vi manifesto
perché da MicroMega non mi aspettavo che l'apertura di un dibattito così
importante fosse fatta con domande retoriche che presumono o
suggeriscono già le risposte. Tanto meno mi aspetto l'esposizione di
posizioni pregiudiziali di tale inconsistenza razionale che si fa fatica
a prenderle come base di partenza per un ragionamento che voglia
davvero dirsi laico. La laicità non si misura sul grado di astio verso
le religioni, ma su quello di vigilanza sui dogmatismi, che in questo
questionario purtroppo abbondano. Ho quindi risposto con la difficoltà
che mi derivava dall'obbligo di essere intellettualmente onesta.
(1) La scritta “je suis Charlie” è comparsa in
moltissime sedi di giornali in tutto il mondo, oltre che nelle
dichiarazioni di personalità di governo, anche qui di tutto il mondo. Ma
quanti di coloro che fanno proprio lo slogan sono davvero disposti a
prendere sul serio il diritto alla irresponsabilità, che Charlie Hebdo
teorizza orgogliosamente nel suo stesso sottotitolo, e dunque il diritto
alla bestemmia di ogni fede religiosa e di ogni sentimento non
religioso ma ritenuto “sacro”? Quanto c’è di retorica e strumentalismo
nel dire “je suis Charlie” e poi non trarne le conseguenze pratiche sul
piano del diritto e dell’etica?
La domanda è retorica. Nessuno può
permettersi di essere così ingenuo da confondere un gesto di solidarietà
compiuto sull'onda dell'emozione o dell'opportunità politica con la
determinazione a difendere la satira in ogni sua manifestazione, diritto
che non è assoluto in alcuna democrazia. La stessa Francia che
manifesta per Charlie e sbatte in carcere Dieudonné ci dimostra due
cose: la prima è che neanche nella patria della laicità è sempre vero
che in satira tutto è lecito; la seconda è che esistono tabù sociali ben
più forti di quello su Dio.
Il punto di partenza di un
ragionamento in merito è il dato che la nostra idea di democrazia si
regge sull'insanabile contraddizione tra il desiderio di anarchia e il
bisogno del controllo: se infatti è vero che le democrazie sono sistemi
fondati sul conflitto, gli unici in cui il dissenso è un valore difeso
dalla legge, è altrettanto vero che il dissenso è per sua natura
antagonista del potere ed è quindi perfettamente logico che il potere
tenda a difendersene anche nelle democrazie, limitandone gli spazi di
espressione per poter agire in regime di rendicontazione pubblica
minima. Finché esiste l'altra, nessuna delle due forze è o può essere
assoluta nel suo esercizio: la loro coesistenza, per quanto
conflittuale, ci protegge dagli assolutismi. Dobbiamo quindi essere
consapevoli che il potere dal canto suo farà di tutto per produrre leggi
che limitino al massimo la libertà di dissenso e che il dissenso farà a
sua volta di tutto per trovare spazi in cui mettere in discussione il
controllo del potere. È la società civile che deve proteggere
l'esistenza di questa dialettica, ma può farlo solo se è educata alla
coscienza comune dei valori collettivi. In Italia questo è vero in
misura molto inferiore a quello che sarebbe necessario. È anzi
prevedibile che la sensibilità pubblica, che spesso si muove sull'onda
dell'emozione e della paura, davanti a fatti di sangue opportunamente
narrati sia disposta a concedere maggiore legittimità alla forza che tra
le due verrà percepita come meno distruttiva e destabilizzante. Allo
stato attuale delle cose è improbabile che la forza favorita sia la
satira.
(2) Numerosi giornali NON hanno ripubblicato le
vignette su Maometto, e molti del resto non le avevano pubblicate, come
non avevano pubblicato quelle, perfino più numerose, contro la religione
cristiana (Charlie non ha risparmiato neppure l’ebraismo). Negli Usa è
questo addirittura l’atteggiamento della maggior parte dei media. Il
giornale danese all’origine delle vignette su Maometto questa volta ha
deciso di “non offendere” la sensibilità dei credenti. Il Financial
Times ha praticamente scritto che con i loro eccessi se l’erano cercata.
Non è già in atto da tempo una auto-censura che, finito il cordoglio
unanime (in apparenza) per i morti di rue Nicolas Appert 10, subirà un’accelerata esponenziale? Non sta vincendo di nuovo la sindrome “non vale la pena morire per Danzica”?
Voglio sperare che la libertà di
espressione comprenda anche quella di non espressione, senza che questo
comporti automaticamente la presunzione di auto-censura. Ciascuna
redazione fa le sue valutazioni, non ultime quelle di rischio umano, e
le decisioni conseguenti non mi sento di giudicarle, perché in realtà
non mi interessa biasimare chi tace; mi importa molto di più che sia
pacifico che chi invece parla non debba pagare con la vita la sua scelta
di esprimersi. Per questo l'unica posizione che considero realmente
stigmatizzabile tra quelle elencate è il victim blaming del Financial
Times.
(3) Il noto storico e saggista di Oxford Timoty
Garton Ash ha lanciato l’idea di una giornata coordinata in cui tutte le
testate d’Europa pubblichino una selezione delle vignette più
significative di Charlie Hebdo (offensive di tutte le religioni). Pensi
che il giornale che dirigi, cui collabori, che regolarmente leggi,
dovrebbe aderire?
Diffido dei battesimi collettivi:
perché giornali che non avrebbero mai pubblicato prima quelle vignette
dovrebbero pubblicarle adesso? Il ragionamento secondo il quale bisogna
ripubblicare le vignette di Charlie Hebdo per segnare distanza dai
terroristi mi ricorda il periodo in cui tutti in Italia dovevano
comprare Gomorra per dimostrare di non essere camorristi. Trasformare le
vignette di Charlie in un marcatore culturale, cioè in un corpo
contundente con bersaglio diverso da quello che volevano colpire,
ottiene come unico risultato il generare ipocrisie della portata della
sfilata di governanti liberticidi con il cartellino Je suis Charlie.
(4) I difensori della libertà di stampa “con
juicio” sostengono che la libertà di critica è assoluta e intangibile ma
non deve essere confusa con il diritto all’insulto. Ma CHI può decidere
la linea di confine tra critica (la più radicale, visto che si
tratterebbe di un diritto assoluto) e offesa? Per chi vive in modo
intenso una fede, assai facilmente suona offesa ai propri sentimenti e
alla fede stessa ciò che al critico di essa suona solo critica. Charlie
Hebdo pubblicò una vignetta con un “trenino” sodomitico tra Dio Padre,
Gesù Cristo e lo Spirito Santo, certamente offensivo per molti credenti
cristiani, ma forse la più straordinaria sintesi critica dell’assurdità
del dogma trinitario. Del resto l’ateo viene “amorevolmente” descritto
da ogni pulpito come persona esistenzialmente “menomata” (questo è il
giudizio più gentile, ovviamente) poiché priva della dimensione del
trascendente, giudizio già in sé altamente offensivo.
Il limite alla libertà di espressione
non può e non deve essere deciso dalle sensibilità religiose, non fosse
altro perché sono tante, diverse e spesso contraddittorie tra loro, ma
nella domanda che avete posto mi pare che il contrappasso della
reciprocità (“Anche dai pulpiti cattolici si offende l'ateismo!”) sia un
ben fragile argomento su cui fondare la libertà di satira, talmente
pretestuoso che vi porta a leggere male anche quello che è chiarissimo,
come il trenino sodomita di Charlie Hebdo, che non è “la più
straordinaria sintesi critica dell'assurdità del dogma trinitario”, ma
una presa per il culo – letteralmente - all'arcivescovo di Parigi e alle
sue posizioni contro le famiglie omogenitoriali. È dunque una vignetta
prettamente politica, dove l'attacco al simbolo religioso non è fine a
sé stesso, ma perfettamente inserito in una cornice di dissenso
all'ingerenza del potere gerarchico ecclesiale nei processi legislativi
francesi. Per la redazione di Charlie Hebdo la questione della laicità
si sostanziava nell'attacco al potere, non nella vendetta – invero poco
appassionante - degli atei contro i fedeli, tantomeno su un presunto
“diritto di bestemmia”. Se per satira intendiamo un contropotere che castigat ridendo mores, intendiamo
un luogo espressivo tutt'altro che irresponsabile. Quella è per me la
sola linea di discernimento possibile: se colpisce un bersaglio fragile,
non è satira. Se fai vignette contro i rom non fai satira, ma
discriminazione. Se disegni contro le donne, i gay o i negri non fai
satira, a meno che tu non stia castigando singole donne potenti, gay
individualmente influenti o neri la cui negritudine comporti una
posizione di dominio.
(5) Se il limite lo stabilisce la politica vuol
dire che sarà mutevole come le mutevoli maggioranze di governo, e
variabile tra paese e paese diacronicamente e sincronicamente. Ma questo
vuol dire che la libertà di espressione non è un principio fondativo, e
dunque non deve essere scritto nelle Costituzioni, che salvaguardano e
garantiscono alcuni diritti sottraendoli alle mutevoli vicende del
consenso elettorale. La coerenza non esigerebbe semmai l’opposto, che
vengano abrogati definitivamente articoli contraddittori con questo
principio, che configurano come persistente il reato di vilipendio nei
confronti di Persone Dottrine Istituzioni e Cariche, poiché ciò che per
Tizio è vilipendio per Caio è critica?
Sono del tutto favorevole
all'abolizione del reato di vilipendio, ma questo non significa che
considero la libertà di espressione un diritto naturale
sovra-costituzionale, concetto speculare (e altrettanto fastidioso) a
quello di “principio non negoziabile” tanto caro al cattolicesimo
ruiniano. Finché siamo in democrazia tutto è negoziabile e dunque le
quote di libertà che una società può sostenere senza giungere a
conflitti autodistruttivi sono variabili nel tempo e risentono di
condizioni culturali, storiche ed economiche che mutano a loro volta. Il
reato di vilipendio alle istituzioni aveva senso quando il presidente
del consiglio era Alcide De Gasperi; al momento è antistorico, perché i
concetti di rispettabilità e onorabilità non hanno più senso in un paese
con un parlamento dove la concentrazione di condannati supera quella
delle zone gestite dalla criminalità organizzata.
(6) La scelta di coerenza rispetto
alla libertà di critica anche se per qualcuno offensiva, oppure la
rinuncia al principio della libertà di critica come consustanziale alle
libertà democratiche (con le antinomie per la democrazia che ne
conseguono), oggi è resa indilazionabile dalla svolta d’epoca della
strage del Charlie Hebdo, ma in realtà è sul tappeto da oltre un quarto
di secolo, certamente dalla fatwa del 1989 di Khomeini contro Rushdie.
All’epoca su MicroMega fu scritto: “l’Occidente si piega”, citando e
stigmatizzando le “dichiarazioni curiali” di Andreotti sugli studenti
islamici in Italia che impongono con la violenza che Versi satanici non
sia esposto nelle vetrine, “è accaduto a Napoli, Padova, Reggio Emilia”,
o l’Osservatore Romano secondo cui “il romanzo è risultato offensivo
per milioni di credenti. La loro coscienza religiosa e la loro
sensibilità offesa esigono il nostro rispetto. Lo stesso attaccamento
alla nostra fede ci chiede di deplorare quanto di irriverente e di
blasfemo è contenuto nel libro”, o Monsignor Rossano, rettore della
Pontificia università lateranense, secondo cui “quando si toccano Gesù,
la Madonna, non si toccano fatti personali, non si può fare quello che
si vuole … viviamo in mezzo a cattolici, ebrei, musulmani, indù … non si
può irridere, non si può offendere la sensibilità religiosa”, fino a
Hans Küng per il quale “non ci si può richiamare semplicemente alla
libertà religiosa … Bisogna prevedere reazioni corrispondenti, quando si
attacca una persona che per centinaia di milioni di uomini e donne è
tuttora viva e per così dire, quella più in alto sotto Dio” (MicroMega
2/89 pp 20-21). Sarebbe stato necessario farlo allora, non è
improcrastinabile oggi porre fine a queste intollerabili pretese
censorie?
E come gli dovremmo metter fine?
Facciamo una legge che multi chi si indigna? Incarceriamo chi chiede
rispetto della propria appartenenza? La domanda è posta come se la
pretesa censoria e la censura effettiva non fossero due cose diverse,
invece lo sono e non va dimenticato. Non mi pare che le richieste di
ritiro del libro di Rushdie si siano mai tradotte in alcun rogo in
occidente, anzi “I versetti satanici” sono entrati in classifica, hanno
continuato a essere venduti nelle librerie, a essere letti nelle
biblioteche e comprati ovunque. La stessa cosa avvenne per “L'ultima
tentazione di Cristo”. A che cosa dunque dovremmo metter fine?
(7) Si sostiene da più parti che se è possibile
criticare/insultare il Profeta e Allah (ma anche Dio padre, Figlio,
Spirito Santo, Madonna, ecc.) allora deve essere possibile insultare
anche gli ebrei in quanto ebrei. La posizione di MicroMega è sempre
stata che criticare/insultare simboli/valori di una fede è un diritto di
opinione, insultare delle persone in quanto appartenenti a una etnia in
quanto etnia è razzismo. Inoltre: anche il diritto a offendere valori
religiosi non può divenire diritto a considerare tutti gli appartenenti a
una religione corresponsabili di atteggiamenti di altri correligionari
(legittima è però la richiesta di chiedere la dissociazione da
atti/dichiarazioni di autorità della rispettiva religione, altrimenti se
ne diventa partecipi). Vi sembrano distinzioni sufficienti e
condivisibili?
Per niente, ma sono questioni distinte.
- È possibile insultare gli ebrei in
quanto ebrei in nome del diritto di satira? Dipende. Il discrimine
rimane quello dato dalla domanda: “per essere considerata lecita a
dispetto della sua offensività, questa satira che potere sta
attaccando?” Quando Forattini al tempo del sequestro Kassam disegnò sul
Corriere la Sardegna a forma di orecchio mozzato sanguinante,
accomunando i sardi senza distinzioni al reato infame della mutilazione
di un bimbo innocente, che potere stava attaccando? I sardi in sé
rappresentavano un potere? Se la risposta è no, Forattini non esprimeva
un'opinione: faceva razzismo e come tale commetteva un reato. Ritengo
quindi che la satira sugli ebrei vada giudicata con lo stesso criterio,
che evidentemente non è così scontato in un occidente dove anche la
minima critica al sionismo e alle condizioni inumane di Gaza finisce per
essere tacciata di antisemitismo persino da insospettabili fonti
progressiste occidentali. Se lo stato ebraico, che si pretende l'unica
democrazia del medio oriente, ha una costituzione che prevede quote di
cittadinanza suddivise su base etnica, la satira su base etnica contro
gli ebrei che vi abitano non è solo lecita, ma urgente, perché è proprio
il marcatore etnico che in quel caso rappresenta un potere oppressivo.
- La pretesa di dissociazione dalle
posizioni dei propri leader religiosi mi sembra priva di senso:
l'appartenenza a una religione non si fonda su comunicati stampa, ma su
dati teologici irreformabili. Le declinazioni storiche della presenza
religiosa sui singoli territori possono anche discostarsi molto da
questi dati (è certamente il caso di molte dichiarazioni di imam
rispetto al Corano), ma questo non significa che ogni singolo fedele
islamico che vive in Europa deve dissociarsi da ogni singolo delirio
contingente di ogni singolo capo di moschea in ogni singolo titolo di
giornale che se ne fa. Nessuno deve essere messo nella condizione di
scusarsi di continuo per le sciocchezze di qualcun altro. Da cattolica
non mi sono mai sentita minimamente responsabile per gli svarioni
personali di Ratzinger o di Wojtyla.
(8) Negli Usa, dove la maggior parte dei media (e
praticamente tutta la politica) nega il diritto a criticare/offendere le
religioni, è invece costituzionale espressione di libertà di pensiero
qualsiasi opinione fascista, nazista, razzista (Ku Klux Klan compreso)
fino a che non passa alla messa in pratica. L’Europa democratica ha
imboccato la strada opposta, l’apologia di fascismo e razzismo è
sanzionata per legge, e ora che tutti i capi di governo europeo sfilano a
Parigi sotto la scritta “je suis Charlie” se ne deduce che ogni
limitazione al diritto di critica/offesa delle religioni si intenda
abrogato. MicroMega ha sempre sostenuto questa duplice posizione. La
ritieni condivisibile? Ancora difendibile? Da rivedere radicalmente dopo
quanto successo?
Ribadisco che la logica della liceità
della satira è nella sua valenza di contropotere. Attaccare una
religione in quanto tale, anche quando non rappresenta alcun potere
oppressivo o lesivo di diritti altrui, è libertà di espressione, ma non è
satira. Credo sia il motivo per cui satira sul buddismo se ne fa ben
poca. Certo che attaccare un'etnia in quanto tale è un attacco alla
dignità della razza umana nella sua interezza, ma attaccare un'etnia che
ne opprime un'altra in ragione della sua maggiore forza economica,
militare o politica è una difesa della dignità umana nella sua
interezza. Credo che la distinzione sia facilmente ravvisabile da
qualunque giudice, se pure gli intellettuali non dovessero arrivarci.
(9) Le religioni non sono tutte eguali, si dice,
il cristianesimo accetta la laicità, l’islam no. In realtà il
cristianesimo è stato costretto a venire a patti con la laicità, obtorto
collo, e ancora non l’accetta pienamente. Il fondamentalismo
alberga nel suo seno in dosi infinitamente minori di quello islamico,
questo è certo. Troppo facilmente si dimentica, però, che sono stati
cristiani militanti quelli che hanno assassinato negli Usa medici e
infermieri che rispettavano la volontà di abortire di alcune donne.
Donne, medici, infermiere che Wojtyla e Ratzinger hanno bollato più
volte come responsabili del “genocidio del nostro tempo”, nazisti
postmoderni, insomma. Le democrazie hanno il diritto di esigere da tutte
le religioni la “interiorizzazione” della laicità? Cioè: che le
religioni chiedano pure ai fedeli di osservare i precetti per la
salvezza eterna ma rispettino rigorosamente il diritto al peccato
(aborto, eutanasia, blasfemia, omosessualità …) di tutti gli altri e mai
pretendano che lo Stato faccia di un precetto religioso una legge?
Non credo che le democrazie abbiano
diritto di chiedere laicità alle religioni: quelle monoteiste in
particolare sono sistemi di pensiero dogmatici fondati su valori non
negoziabili, quindi anti-laiche per loro stessa natura. Al contrario,
l'essenza stessa della democrazia è fondata sulla negoziazione tra
visioni di mondo differenti, visioni che le religioni influenzano in
molti modi, da secoli e con dinamiche variabili a seconda del tempo e
dei poteri con cui si sono confrontate. Una società democratica è
realmente laica quando riesce a confrontarsi con le religioni anche
quando le religioni resistono ai valori democratici, perché le religioni
non sono devozioni private, ma ideologie nel senso pieno del termine,
cioè rispondono a un'idea precisa di umanità e di mondo. Pretendere che
questa idea non si traduca anche in cultura e in politica è risibile e a
sua volta liberticida, perché se ciascuno ha il diritto di tentare di
influenzare lecitamente l'ambiente in cui vive a partire dalle proprie
convinzioni, non si capisce perché questo diritto dovrebbe essere
precluso a chi parte da convinzioni religiose. Questa pretesa esprime
l'idea che le religioni siano sottoculture prive di dignità di
rappresentazione, il che è falso: le religioni sono stakeholders
identici a tutti gli altri, e la pressione politica esercitata dai
portatori di valori numericamente “parziali” - anche quando li
pretendono eticamente universali - si argina solo rafforzando
culturalmente l'area dei valori “comuni”, cioè quelli continuamente
definiti attraverso i processi democratici. La risposta all'assolutismo
(compreso quello che un po' trasuda da questa domanda) è il pluralismo,
che educa tutti a considerarsi relativi.
(10) Se si rinuncia anche di un pollice al diritto
alla critica/offesa delle fedi religiose (diritto, non dovere: le
vignette di Charlie possono benissimo non piacere ed essere criticate,
ma il diritto alla loro pubblicazione deve essere difeso assolutamente),
non si concede già la vittoria al terrorismo? In tal modo non si
obbedisce alle loro richieste per “servitù volontaria”, senza che
debbano più usare violenza, basta la minaccia e relativa paura, e non è
questo che si propone chi utilizza il terrore? Le tentazioni a imboccare
questa strada non sono sempre più frequenti e pericolose?
Con tutto il rispetto, non prendo sul serio domande dove è previsto un monosillabo come risposta. :)
Fonte: MicroMega, febbraio 2015.
14 gennaio 2015
Solidali con la stampa libera: altre vignette blasfeme
NOTA PRELIMINARE DI PINO CABRAS
da Megachip.
Sulla vicenda di Charlie Hebdo consigliamo vivamente la lettura di questo potente e documentato articolo di Glenn Greenwald, il giornalista che ha fatto emergere con forza il caso di Edward Snowden (e tutto il "Datagate" sullo spionaggio totalitario in capo agli USA). Greenwald va dritto alla questione: la libertà di espressione vantata da governi e media occidentali, nonostante il motto "Je suis Charlie", è una costruzione ipocrita, nella quale a lungo si era inserito il pezzo di narrazione della rivista francese. Il grande giornalista americano lo spiega con molti esempi, link, e anche molti disegni.
Orwell chiamava questo modo patologico di pensare con la parola "bispensiero". Tutto l'Occidente ne è permeato, come illustra bene l'articolo di Greenwald, e ciò ci dovrebbe far molta più paura di qualsiasi falso spauracchio agitato dai politicanti atlantisti.
Buona lettura.
P.C.
AGGIORNAMENTO DEL 14 GENNAIO 2015, h. 10.00. Dieudonné arrestato
Stamattina Dieudonné è stato arrestato per "apologia del terrorismo". Il livello di pericolo per le libertà civili in Europa è tale da dover accendere tutte le lampadine dell'emergenza democratica.
di
Glenn Greenwald.
Difendere
il diritto alle libertà di parola e di stampa, che in genere
significa difendere il diritto di diffondere proprio le idee che la
società trova più ripugnanti, è stata una delle mie principali passioni durante gli ultimi vent’anni, primacome avvocato e ora come giornalista. Ritengo quindi positivo
quando un gran numero di persone si appella a gran voce a questo
principio, come sta accadendo nelle ultime 48 ore in risposta al
terrificante attacco al Charlie
Hebdo
a Parigi.
Di
solito la difesa del diritto alla libertà di parola è molto più di
un compito isolato. Il giorno prima degli omicidi di Parigi, per
esempio, ho
scritto un articolo su parecchi casi in cui dei musulmani sono
stati perseguiti e perfino incarcerati da governi occidentali per
loro opinioni politiche espresse online: attacchi che hanno provocato
proteste relativamente piccole, anche da parte di quei paladini della
libertà di parola che si sono tanto fatti sentire questa settimana.
Mi
sono già occupato di casi in cui dei musulmani sono stati reclusi
per molti anni negli Stati Uniti per cose come traduzione e pubblicazione di video "estremisti" in Internet, l’ho
fatto scrivendo dotti
articoli in difesa di gruppi palestinesi ed esprimendo dure critiche su Israele, perfino includendo un canale tv di Hezbollah nell’abbonamento via cavo. Tutto
questo è ben al di là dei numerosi casi di posti di lavoro persi o delle carriere distrutte per aver espresso
critiche a Israele o (fatto molto più pericoloso e raro)
all'ebraismo. Spero che la celebrazione dei valori della libertà di
parola di questa settimana genererà in occidente una diffusa
opposizione a tutte queste annose e crescenti violazioni dei diritti
politici fondamentali, non solo ad alcune.
Centrale per l’attivismo in difesa della libertà di parola è sempre stata la
distinzione tra la difesa del diritto di divulgare l’Idea X e
l’approvare l’Idea X, una cosa che solo
i più ingenui fra noi non sono in grado di comprendere: si
difende il diritto di esprimere idee ripugnanti pur essendo in grado
di condannare l'idea in sé. Non c'è una contraddizione indiretta in
questo: l’Unione Americana per le Libertà Civili (ACLU) difende con vigore il diritto dei neonazisti di manifestare davanti a una
comunità piena di sopravvissuti all'Olocausto a Skokie, Illinois, ma
non si unisce alla manifestazione; essi invece a gran voce
disapprovano come grottesche le idee in questione pur difendendo il
diritto di esprimerle.
Ma
la difesa, questa settimana, del diritto di libertà di parola era
così vivace che ha dato origine a un principio nuovo di zecca:
difendendo la libertà di parola non solo si difende il diritto di
divulgare il pensiero, ma si approva il contenuto del pensiero
stesso. Molti scrittori hanno quindi chiesto che per mostrare “solidarietà” con i
disegnatori assassinati non si debba semplicemente condannare gli
attacchi e difendere il diritto dei disegnatori di pubblicare, ma si
debba pubblicare e persino celebrare quelle vignette. «La miglior
risposta all’attacco a Charlie Hebdo», ha dichiarato l'editore di Slate,
Jacob Weisberg, «è quella di intensificare la satira blasfema».
Alcune
delle vignette pubblicate da Charlie Hebdo non
erano solo offensive ma faziose, come quella che deride le
schiave del sesso africane di Boko Haram mostrandole come regine dei
servizi sociali.
Altre vignette sono andate molto oltre, inventando
false violenze da parte di estremisti che agiscono in nome dell'Islam
o anche solo raffiguranti Maometto con immagini degradanti,
contenendo invece un fiume di scherno nei confronti dei musulmani in
generale, che in Francia non sono per niente potenti ma sono
principalmente una
popolazione di immigrati presi di mira ed emarginati.
Ma
non importa. Le loro vignette erano nobili e dovrebbero essere
celebrate, non solo per motivi di libertà di parola ma per il loro
contenuto. In un articolo di fondo intitolato "La
bestemmia di cui abbiamo bisogno”, Ross Douthat del New
York Times
ha sostenuto che «il diritto di bestemmiare (e altrimenti di
offendere) è essenziale per l'ordine liberale» e «quel tipo di
blasfemia [che provoca la violenza] è proprio il tipo che ha bisogno
di essere difeso perché è ciò che evidentemente serve al bene
superiore di una società libera». Jonathan Chait del New
York Magazine
effettivamente
ha dichiarato che «non si può difendere il diritto [di
bestemmiare] senza difenderne l’esercizio». Matt Yglesias di Vox
ha dato una visione molto più sfumata, ma ha
comunque concluso che «bestemmiare il Profeta trasforma la
pubblicazione di queste vignette da un atto inutile in uno coraggioso
e perfino necessario, mentre l'osservazione secondo cui il mondo se
la caverebbe bene senza tali provocazioni diventa una forma di
acquiescenza».
Per
conformarci a questo nuovo principio, su come ci si mostra solidali
con il diritto di libertà di parola e con una energica stampa
libera, pubblichiamo alcune vignette blasfeme e diversamente
offensive sulla religione e i loro seguaci:

Ed
ecco alcune vignette (ristampate con l’autorizzazione) per
nulla-blasfeme-o-faziose però molto mordaci e pertinenti di un
disegnatore brasiliano acutamente provocatorio, Carlos Latuff:
-
Religione dell’odio!
-
Stop all’immigrazione!
Vignetta
sui musulmani… «È
libertà di parola!»
Vignetta
sugli ebrei… «È
antisemitismo!»
È
giunto il momento per me di essere celebrato per la mia coraggiosa e
nobile difesa del diritto di libertà di parola? Ho inferto un colpo
potente a favore della libertà politica e dimostrato solidarietà
col libero giornalismo pubblicando vignette blasfeme? Se, come ha
detto Salman Rushdie, è fondamentale che tutte le religioni siano
sottoposte a «mancanza di rispetto senza paura», ho fatto la mia
parte per sostenere i valori occidentali?
Quando
ho cominciato a vedere richieste di pubblicare queste vignette
anti-islamiche, il cinico in me ha pensato che forse questo
significava davvero solo sanzionare alcuni tipi di pensiero offensivo
nei confronti di alcune religioni e dei loro seguaci, mentre
proteggeva i gruppi più avvantaggiati. In particolare, l'Occidente
ha passato anni a bombardare, invadere e occupare paesi islamici
uccidendo, torturando e imprigionando senza legge musulmani
innocenti, e il pensiero anti-islamico è stato un motore
fondamentale per sostenere tali politiche.
Quindi
è tutt’altro che sorprendente vedere un gran numero di occidentali
celebrare vignette anti-islamiche non per motivi di libertà di
parola ma perché ne approvano il contenuto. Difendere la libertà
di parola è sempre facile quando ti piace il contenuto delle idee
prese di mira o quando non appartieni al gruppo che viene diffamato
(o decisamente non ti piace).
Infatti,
è evidente che se uno scrittore specializzato in arringhe
apertamente contro i neri o antisemitiche venisse ucciso per le
proprie idee non ci sarebbero diffusi appelli per ripubblicare questa
spazzatura per "solidarietà" con il suo diritto alla
libertà di parola. Effettivamente, Douthat, Chait e Yglesias si sono
sforzati di affermare in modo chiaro che il loro era un appello solo
per la pubblicazione di tali idee offensive nel caso limitato in cui
la violenza è minacciata o perpetrata in risposta (in pratica
riferendosi, per quanto ne so, al pensiero anti-islamico). Douthat ha
anche utilizzato il corsivo per evidenziare quanto fosse limitata la
sua difesa della blasfemia: «Questo tipo di blasfemia è proprio
quello che ha bisogno di essere difeso».
Si
dovrebbe riconoscere una valida considerazione contenuta nella tesi
Douthat/Chait/Yglesias: quando i mezzi di comunicazione si astengono
dal pubblicare del materiale per paura (piuttosto che per una volontà
di evitare la pubblicazione di materiale gratuitamente offensivo),
come molti
dei principali
organi d’informazione occidentali hanno ammesso di fare con
queste vignette, questo è veramente preoccupante, una reale minaccia
per la stampa libera. Ma in Occidente ci sono tutti i tipi di tabù
deleteri che si traducono in autocensura o nella repressione forzata
di idee politiche, da azioni penali e incarceramenti alla distruzione
di una carriera: perché la più minacciosa è la violenza dei
musulmani? (Qui non sto parlando della questione se i media
dovrebbero pubblicare le vignette perché fanno notizia, voglio porre
l’attenzione sulla richiesta che siano pubblicate decisamente, con
approvazione, per "solidarietà").
Quando
all’inizio abbiamo discusso la pubblicazione di questo articolo per
fare queste considerazioni, la nostra intenzione era quella di
incaricare
due o tre disegnatori di creare vignette che deridono l'ebraismo e
denigrano le figure sacre per gli ebrei come
Charlie
Hebdo
ha fatto con i musulmani. Ma questa
idea è stata impedita dal fatto che nessun disegnatore occidentale
normale avrebbe osato mettere il proprio nome su una vignetta
antiebraica, neanche se fatta con intenti satirici,
perché così facendo avrebbe immediatamente
e definitivamente distrutto la propria carriera,
come minimo. Nei media occidentali i commenti (e le vignette) contro
l’Islam e i musulmani non valgono niente; il tabù − che è
almeno altrettanto forte, se non di più − sono le immagini e le
parole contro gli ebrei. Perché Douthat, Chait, Yglesias e i
crociati per la libertà di parola che la pensano come loro non
chiedono la pubblicazione di materiale antisemita in solidarietà o
come mezzo per tener testa a questa repressione? Sì, è vero che
organi di stampa come il New
York Times
in
rari casi pubblicano immagini del genere, ma solo per documentare
il fanatismo odioso e condannarlo, non per pubblicarlo per
“solidarietà” o perché merita una divulgazione seria e
rispettosa .
Con
tutto il rispetto per la
grande disegnatrice Ann Telnaes, non è vero che quelli di
Charlie
Hebdo
«recavano offesa con parità di trattamento». Così come Bill
Maher, Sam Harris e altri con l’ossessione islamofoba, prendere in
giro l’ebraismo, gli ebrei e/o Israele è qualcosa che raramente
(se
non mai) fanno.
Se
costretti, possono mostrare rari e isolati casi in cui pronunciano
qualche critica al giudaismo o agli ebrei, ma la grande maggioranza
dei loro attacchi sono riservati all'Islam e ai musulmani, non
all'ebraismo e agli ebrei.
La
parodia, la libertà di parola e l’ateismo secolare sono i
pretesti;
il
messaggio anti-islamico è l'obiettivo principale e il risultato
finale.
E
questo messaggio – questa speciale passione per l’offensivo
pensiero anti-islamico – casualmente coincide, per alimentarla, con
l'agenda e la cultura di politica estera militarista dei propri
governi.
Per
vedere quanto questo sia vero, si consideri il fatto che Charlie
Hebdo
− trasgressore secondo “parità di trattamento” e difensore di
tutti i tipi di linguaggio offensivo – nel 2009 aveva licenziato
uno dei propri autori per avere scritto una frase che qualcuno ha
definito antisemita (l’autore era stato accusato di reato d'odio e
ha
poi avuto una sentenza favorevole contro la rivista per
licenziamento senza giusta causa). “Parità di trattamento” vi
sembra offensivo?
Non
è vero nemmeno che minacciare violenza in risposta a opinioni
offensive sia pertinenza esclusiva di estremisti che affermano di
agire in nome dell'Islam. Corpus
Christi,
un’opera teatrale di Terrence McNally del 1998 raffigurante Gesù
come gay, è stata ripetutamente
annullata dai teatri a causa di minacce di attentati. Larry Flynt
fu reso
paraplegico da un evangelico fautore della supremazia bianca che
si opponeva alla rappresentazione pornografica di coppie
interrazziali nella rivista Hustler.
Nel 2003, dopo che ebbero pubblicamente criticato George Bush per la
guerra in Iraq, le Dixie Chicks furono sommerse
da minacce di morte che resero necessaria una protezione
massiccia e che alla fine le
costrinsero a chiedere scusa per paura. La violenza provocata dal
fanatismo ebraico e cristiano è diffusissima, dai medici abortisti
assassinati ai locali gay bombardati e ai 45 anni di brutale
occupazione della Cisgiordania e di Gaza a causa in parte della
convinzione religiosa (che accomuna Stati Uniti e Israele) secondo
cui Dio avrebbe sancito che loro sono i proprietari di tutto il
territorio.
E
questo è del tutto indipendente dalla sistematica violenza di Stato
in Occidente sostenuta, almeno in parte, dal settarismo
religioso .
David
Brooks del New
York Times
oggi
sostiene che il pregiudizio anticristiano è talmente diffuso in
America – in cui non è mai stato eletto un presidente non
cristiano − che «l’Università dell’Illinois ha licenziato un
professore che insegnava la visione cattolica romana
sull'omosessualità». Brooks ha dimenticato di dire che lo stesso
ateneo ha appena rescisso
il contratto di ruolo con il professor Steven Salaita per i tweet
che ha pubblicato durante l'attacco israeliano a Gaza, che
l'università ha giudicato eccessivamente ingiuriosi verso i leader
ebrei, e che al giornalista Chris Hedges è
stato appena revocato l’invito a parlare presso l'Università
della Pennsylvania per il reato d’opinione di tracciare somiglianze
tra Israele e l’ISIS.
Questo
è un vero tabù − un'idea repressa − potente e assoluto come
nient’altro negli Stati Uniti, tanto che Brooks non riuscirà
nemmeno a riconoscerne l’esistenza. Negli Stati Uniti è certamente
più un tabù questo che criticare i musulmani e l'Islam, critica che
si
sente così spesso negli ambienti
mainstream
− compreso
il Congresso − che si nota a malapena di più.
Questo
sottolinea il punto chiave: in Occidente ci sono idee e punti di
vista di tutti i tipi che vengono repressi. Quando quelli che
richiedono la pubblicazione di queste vignette anti-islamiche
cominceranno a chiedere anche la pubblicazione favorevole di quelle
idee, io crederò alla sincerità dell’applicazione molto selettiva
dei loro principi di libertà di parola. Si può difendere la libertà
di parola senza dover pubblicare, figurarsi accettarle, le idee
offensive prese di mira. Ma se non è così, diamo uguale
applicazione a questo nuovo principio.
Foto
di Joe Raedle/Getty Images; ulteriori ricerche a cura di Andrew
Fishman
Fonte:
https://firstlook.org/theintercept/2015/01/09/solidarity-charlie-hebdo-cartoons.
Traduzione per Megachip a cura di Emilio Marco Piano.
Traduzione per Megachip a cura di Emilio Marco Piano.
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the author: glenn.greenwald@theintercept.com
Articoli correlati sul caso Dieudonné:
- Diana Johnstone, Dieudonné, la bestia nera dell'élite francese, 4 gennaio 2014.
- Piotr, Obblighi di piangere e divieti di ridere, 12 gennaio 2014.
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8 gennaio 2015
#CharlieHebdo - È l'Impero del Caos che bussa, non l'Islam
La prima pagina del quotidiano Libero urla: “Questo è l’Islam!”, e
anche il Giornale strilla “Strage
islamica” con titolo cubitale. Una comunità variegata di un miliardo di esseri
umani viene così ridotta al formato dell’orrenda strage dello Charlie Hebdo. È come se in occasione
della strage compiuta il 22 luglio 2011 a Oslo da Anders Behring Breivik, che
si proclamava difensore dell’Occidente giudaico-cristiano, si fosse titolato
“Questo è il Cristianesimo!”, o “Strage cristiana”. Eppure, persino allora, gli
stessi giornali, e anche il Corriere della Sera, osarono
esordire con una fantomatica “pista islamica”. Prepariamoci dunque a un’ondata
di isteria che non vorrà sentire ragioni.
La Francia è stata uno dei principali
perturbatori del Mediterraneo e del Medio Oriente negli ultimi quattro anni, e
per i suoi scopi bellici ha usato ogni tipo di commistione con lo jihadismo.
Ricopio qui una frase usata nel 2013 da uno dei bersagli principali di Parigi, il presidentesiriano Bashar Al-Assad: «Hanno
forse capito che quelle guerre non hanno provocato altro che il caos e
l'instabilità in Medio Oriente e in altre regioni? A quei politici vorrei
spiegare che il terrorismo non è una carta vincente che si possa estrarre e
utilizzare in qualsiasi momento si voglia, per poi riporla in tasca come se
niente fosse. Il terrorismo, come uno scorpione, può pungerti inaspettatamente
in qualsiasi momento.»
Esiste ormai una sorta di legione di
avventurieri addestrati in modo moderno, proiettata su vari fronti geopolitici,
in grado di essere utilizzata per scardinare interi Stati, ma con coperture e
finanziamenti statali, e la prontezza per ogni tipo di ricatto sulla sicurezza
nazionale di interi paesi. Gli jihadisti europei arruolati sono migliaia, una manovalanza multiuso. Lo
scorpione pungerà ancora in Europa. I governanti europei, fra i più ricattabili
e ricattati in ogni campo, subiranno pressioni enormi contro gli interessi dei
propri paesi. È l'Impero del Caos che bussa, non l'Islam.
La quasi totalità dei soggetti implicati in
gravi atti di terrorismo di rilevanza internazionale negli ultimi 20 anni
avevano da tempo il fiato sul collo degli apparati di sicurezza, delle forze
speciali e dei servizi segreti, che in molti casi li foraggiavano e ne indirizzavano le traiettorie
criminali. Le principali stragi, dall'11 settembre 2001 statunitense al 7 luglio 2005
londinese, fino alla strage norvegese del 2011, sono avvenute in coincidenza con esercitazioni militari e ‘securitarie’ che
ricalcavano esattamente gli eventi terroristici in corso. In altri casi, i
sospetti sono morti in tempestivi conflitti a fuoco che li eliminavano dalla
scena nei loro presunti covi.
Hanno sempre abbondato sui luoghi dei
delitti le carte d'identità e infinite altre tracce ridondanti, utili per
sbattere subito qualche mostro in prima pagina.
Non mi aspetto una situazione troppo
diversa nemmeno stavolta. Queste sono le prime tracce da seguire.
Provo una pena infinita per le povere
vittime di ieri, mi sembra una tragedia atroce. Ma non del tutto inspiegabile.
Sappiamo che la satira trova una misura solo in sé stessa ed è capace di
tendere fino alla rottura ogni filo che regga una contraddizione. Non si fa
carico del resto, ma solo della propria libertà. Dopo la strage di via Fani nel
1978, una foto del prigioniero Aldo Moro diffusa dai brigatisti – quasi una Sindone di umana dignità – venne comunque
dissacrata da una famosa copertina del settimanale satirico Il Male, che fece dire a Moro: «Scusate,
abitualmente vesto Marzotto». Se la dissacrazione si estende a interi mondi
religiosi, mette in tensione fili ed equilibri ancora più delicati, scoperchia
contraddizioni ancora più laceranti, alza il prezzo della libertà.
Nel difendere la libertà, i satiri di Charlie Hebdo, loro malgrado, hanno
inseguito fantasmi e specchi deformanti, molto più cinici e spietati dei loro
specchi colorati e scurrili. Da anni sono stati usati per alimentare una islamofobia di sinistra, e a uno come Bernard-Henry Lévi (un’intellettuale
organico dello “Scontro di Civiltà”) non pareva vero di incoraggiarli lanciando
petizioni a loro favore, in realtà arruolandoli come bersagli nella sua guerra,
coincidente con la guerra dell’Impero.
Su queste pagine, già nel 2012, pubblicammo
una riflessione di Paolo Bartolini proprio su Charlie Hebdo, che descriveva con precisione ed equilibrio la posta
in gioco nella partita fra Satira
e Potere.
Aggiungo che libertà di espressione, come
tutte le libertà, funziona quando ci sono regole. Sono le regole che rendono
possibile la libertà. Anche quella, fondamentale, del rispetto per gli altri.
Il fatto è che noi, in Occidente, possiamo
coprirci di infamia, tra di noi. Possiamo sbertucciarci oltraggiosamente senza
freni, e mettere il nostro deretano bene in vista. Ma non possiamo pretendere
che la nostra sfrontatezza diventi norma per altri. Non possiamo piallare il
pianeta, pretendere che tutto si misuri e si scomponga con la stessa velocità del
grande acido solvente rappresentato dal nostro modello di vita. Era Rousseau,
se non sbaglio, a criticare i filosofi del suo tempo: «Pensano di parlare dell'Uomo,
in realtà parlano di un parigino». Cos’è cambiato nella coscienza occidentale,
nel frattempo, anche a Parigi?
Nemmeno i martiri di Charlie Hebdo sono stati immuni – in vita – dall’impatto con le
regole. Licenziarono in tronco una loro vecchia firma, il caricaturista Siné,
per via di una sua blanda vignetta che alludeva a una conversione all'ebraismo
per convenienza da parte del figlio di Sarkozy: violava il codice deontologico
della rivista sul razzismo. Raffigurare invece profeti e divinità a culo nudo o
mentre subivano trattamenti sessuali estremi, per tutti gli altri casi, non era
razzismo. La libertà sceglieva dunque le sue strade nello Scontro di Civiltà. E
in certi casi si costringeva a regole e ragionamenti di opportunità.
Occorre un passo indietro per capire
meglio. Il giornale che per primo pubblicò le vignette anti-islamiche, come
molti sanno, nel 2005, fu il danese Jylladen
Posten, diretto dal giornalista Flemming Rose. Quel che pochi ricordano è
che Rose è molto legato all’ala più islamofoba dei falchi neoconservatori
americani. Sua l’intervista al superfalco Daniel Pipes nel 2004, e suo poi un libro intero
di interviste alla crème della crème
dei neocon, tra cui Francis Fukuyama, Bill Kristol, Richard Perle, e Bernard
Lewis, intitolato Amerikanske stemmer (“Voci
Americane”, NdT), nel 2006.
Charlie
Hebdo, nel 2006, ripubblicò tutte le caricature e ospitò
l’appello contro l’islamismo di Bernard-Henry Lévy.
Nel 2008 l’allora ministro italiano Roberto
Calderoli esibì orgogliosamente in TV una maglietta con le vignette. In
risposta, a Bengasi, in Libia, assaltarono il consolato italiano. Ci furono 11
morti fra i manifestanti, piccola avanguardia sfortunata del jihadismo più
vincente che anni dopo rovesciò Gheddafi con l’aiuto della Francia e della
NATO.
Anche chi non crede al diavolo sa che la
parola deriva dal greco diabolos, "colui
che divide", "calunniatore". A suo modo è stato un lavorio
diabolico a tenere acceso tutte queste volte il casus belli, fino a rendere ogni volta più incomunicabili idee
politiche e sentimenti di diverse comunità umane.
L’11 settembre 2012, ancora una volta a
Bengasi, nuovi disordini hanno portato all’uccisione dell’ambasciatore
americano, con il pretesto di una manifestazione contro altre immagini
blasfeme. Ulteriore strage. Le torsioni della libertà di espressione si sono insomma
intrecciate sanguinosamente per un decennio con le convulsioni della Guerra
Infinita.
Infatti, era ed è una guerra. Con tutti gli
inganni, i tradimenti, i sacrifici spietati delle guerre, capaci di
vampirizzare le ingenuità di chi spendeva pezzi di battaglia giusta dentro una
battaglia più grande e assassina di cui non intuiva tutti i contorni.
Daniele Luttazzi ha più volte spiegato che «la
satira è un punto di vista e un po' di memoria». Per ricordo delle tante
vittime, avremo bisogno di non impoverire i punti di vista, e di avere molta
memoria.
Fonte dell'illustrazione: blog.ehrmann.org
Fonte dell'illustrazione: blog.ehrmann.org
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