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2 novembre 2012

Se Grillo sale, i golpisti dello spread torneranno in azione

di Pino Cabras - da Megachip.


Quasi un anno fa, proprio a novembre, erano giorni trionfali per la sovversione dall’alto in Italia decisa a livello di classi dominanti globali. Era quando il Presidente della Repubblica nominava senatore a vita Mario Monti, fra tutti i tecnocrati disponibili quello più organico all’élite planetaria (essendo Mario Draghi già a capo della BCE). Ed erano i giorni in cui Il Sole 24 Ore titolava a titoli cubitali "FATE PRESTO", per dare il massimo risalto alla paura dello spread e piegare la sovranità di una nazione. Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Ora che i risultati elettorali premiano Beppe Grillo, in vista delle elezioni del 2013 la minaccia descritta dal Sole 24 Ore è di nuovo chiara: lo spread sarà ancora la leva per sottomettere gli italiani, e piegare Grillo. “La sola cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa”, disse Franklin D. Roosevelt nel suo discorso inaugurale nel marzo 1933. Il consiglio del giornale di Confindustria al popolo italiano è, per contro, “Abbiate paura! Sempre!”.  La franchezza che emerge in questo articolo di Vito Lops è brutale. Il pezzo  merita di essere letto per intero, con le nostre sottolineature.
Prima di quella lettura va aggiunta una considerazione. In caso di pericolo di colpo di Stato, normalmente, il nucleo lealista delle istituzioni reprime anche penalmente i golpisti. L'articolo del Sole 24 Ore non nomina i golpisti, e usa perfino l'ironia di chiamarli «i “fantomatici” mercati». Ma non sono fantomatici. Hanno nomi e cognomi, indirizzi, interessi da colpire. Il problema è che il nucleo istituzionale della nostra Repubblica stende tappeti e cuscini davanti a quei nomi e indirizzi, e ne sposa gli interessi. Distratti dai furti dei rubagalline alla Lusi (ancorché galline dalle uova d'oro), ancora in troppi non si accorgono che i furti veri - in nome del debito - sono favoriti dai complici istituzionali dei golpisti. Lusi è andato in galera. Se ci fosse giustizia ci dovrebbe andare anche gente più in alto di lui. I nomi e i cognomi, in questo caso, li fa anche Il Sole 24 Ore.

Grillo non si ferma più e spaventa anche la finanza.
L'esperto: se vince le elezioni lo spread vola oltre 500

di Vito Lops - Il Sole 24 Ore.
Che sia giusto o sbagliato siamo entrati in una fase storica in cui non si può negare che i mercati abbiano un peso notevole nell'influenzare la politica dei governi. Lo ha confermato anche il premier Mario Monti, rispondendo alle domande sull'eventuale "minaccia" all'esecutivo rappresentata dalle recenti esternazioni di Berlusconi che ha ventilato l'ipotesi di staccare la spina al governo. Monti ha detto: «Lo chieda ai mercati».  Del resto, in un certo qual modo, è stato proprio l'impennarsi dello spread fino a 575 punti base l'autunno scorso a spingere il presidente Giorgio Napolitano a nominare d'urgenza Monti senatore a vita, atto necessario prima del passaggio a premier dell'attuale governo semi-tecnico. Quindi, a conti fatti, sono stati propri i mercati a spingere un tecnico come Monti alla guida dell'Italia. Gli stessi mercati che hanno avuto il loro peso nel vanificare il tentativo di referendum anti-euro in Grecia a fine 2011 e hanno spinto Atene a elezioni ripetute sine die fino ad ottenere una maggioranza più solida. E gli esempi in questo senso, quelli della pressione dei mercati sulle scelte politiche, potrebbero essere ampliati.
A questo punto, è forse opportuno porsi un'altra domanda.
Dopo lo straordinario successo che il Movimento 5 stelle ha ottenuto nelle elezioni in Sicilia - difatti il primo partito nell'Isola con il 15% dei voti e con un investimento in campagna elettorale di soli 25mila euro - come potrebbero reagire i "fantomatici" mercati a un eventuale analogo successo di Grillo alle elezioni parlamentari della prossima primavera?
Un successo che, stando ai sondaggi, potrebbe concretizzarsi visto che attualmente il Movimento 5 stelle è intorno al 20% e si proietta al momento come seconda forza politica del Paese, dopo il Pd.
«I mercati cercano politiche che siano coerenti con gli interessi dei detentori del debito: chiunque e in qualunque forma tuteli il rimborso delle obbligazioni detenute dagli investitori globali è sostenuto e non avversato dai flussi di investimento; nel caso contrario - si veda il referendum greco cancellato con un colpo di spread - si innescano quelle vendite che molti identificano con la cosiddetta speculazione», spiega Gabriele Roghi, responsabile gestioni patrimoniali di Invest Banca.
«Il discorso generale è che la politica e la democrazia sono state messe sotto scacco da una finanza che ha ormai da tempo esondato dal proprio alveo naturale, quello del Glass Steagal Act (legge varata nel 1933 negli Stati Uniti per contenere la speculazione finanziaria introducendo il principio della separazione tra attività bancaria tradizionale e attività bancaria di investimento, abrogata nel 1999 dal Gramm-Leach-Bliley Act, ndr) per intenderci, e ormai non è sottomessa al legislatore ma lo guida in un rapporto innaturale che sta causando forti tensioni sociali. Il caso di Obama è eclatante: partito come il messia che ci avrebbe salvato dalla finanza, ha dovuto chinare il capo di fronte a lobby più potenti dello stesso Commander in Chief, che ha potuto solo emanare una legge di oltre 3.000 pagine che non riesce a disporre quello che le 125 pagine del Glass Steagal tanto bene ha definito per 70 anni».
E Grillo piacerebbe ai mercati? «Se dovesse confermarsi come seconda forza politica e addirittura essere cruciale per la formazione di un governo - prosegue Roghi - o se a un certo punto i sondaggi dessero queste indicazioni, credo che i "mercati" farebbero tornare lo spread in area di pericolo, oltre i 500 punti per convincere gli italiani, prima delle elezioni, o i parlamentari dopo il voto, a dirigersi verso un Monti/altro tecnocrate a loro gradito».

twitter.com/vitolops

Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-10-30/grillo-ferma-spaventa-anche-113259.shtml?uuid=AbhOGLyG.

10 luglio 2012

Il Dittatore

di Pino Cabras - da Megachip.

Mario Monti comanda in virtù di un’autorità attribuitagli per “stato di eccezione”. È investito di poteri politici pieni per un tempo sinora dichiarato limitato, ma ormai aperto a un appetito che, si sa, vien mangiando. È un classico dittatore, insomma. Ed essendo tale, ragiona e parla come un autocrate. Ma come, diranno gli illusi, lo statista grigio topo, il sobrio uomo del loden, lui, un dittatore?  Per far suo lo stile di pensiero totalitario di un dittatore non gli occorre mica farsi prestare una giacca sgargiante da Sacha Baron Cohen, né gli serve ammazzare oppositori con risa perfide durante una visita in sala torture. Può bastare la sua voce monocorde e l’immeritata fama di “tecnico”, per zittire il capo di Confindustria in nome di un precetto che non può tollerare dissensi: la regola dello spread.
Nessuna critica al suo governo può essere considerata valida quando si insinua nelle classi dirigenti, perché l’unica realtà che queste devono ormai vedere è il livello dei tassi d’interesse, ossia un perenne stato di eccezione, una minaccia che può travolgere tutto se qualcuno osa alzare la testa mentre viene intaccato selvaggiamente quel che è stato accumulato in generazioni.
Tutte le libertà, tutti i poteri e contropoteri nonché le formazioni sociali intermedie, sono sacrificati a un capestro in mano alle agenzie di rating sull’asse Wall Street-Londra, arbitri del nostro destino. Abbiamo così un dittatore e il suo king maker sul Colle che mettono le nostre vite nelle disponibilità di soggetti che un giorno saranno giudicati con un metro penale estremo, cioè con metri di corda saponata ai quali appenderli, se si avvera la “tempesta perfetta” prevista da Nouriel Roubini.
Sia chiaro. Noi non vogliamo che siano impiccati il dittatore Monti, il peggiorista quirinalizio, i padroni d’oltremare, né gli stolidi e mediocri interlocutori di Berlino. Né vogliamo che siano appesi per il collo i corifei delle gazzette del conservatorismo italiota, La Repubblica e il Corriere della Sera, che pure, per parte loro, poco ci manca che vogliano mandare alla forca chi osa dire la verità: che il governo fa macelleria sociale. Ma dovremo dirlo forte e chiaro, al dittatore, che l’abbiamo capito: lui, fra le libertà costituzionali e le pagelle dei creditori criminali, ha scelto i criminali. Chi si illude del contrario, sbatterà prima o poi contro una realtà solidissima. Noi, che non ci illudiamo, ci dobbiamo attrezzare in tempo per far pagare il prezzo del crimine ai criminali e ai complici dei criminali. Che se ne vadano tutti, alcuni in galera, altri a leccarsi le ferite dopo che ripudieremo il debito ingiusto e smantelleremo le nuove impalcature istituzionali create in suo nome.

5 aprile 2012

Ipotesi di attentato alla Costituzione

di Pino Cabras - da Megachip.

Puntare dritti verso Monti e Napolitano? Metterli di fronte alle responsabilità dello stravolgimento delle istituzioni? Una dentro l’altra, vediamo esplodere la grande crisi sistemica e la crisi acuta dei vecchi equilibri costituzionali. Quest’ultima possiamo chiamarla anche crisi della democrazia. Nella sua versione più facile, la crisi sta già offrendo alla pubblica indignazione più di un bocconcino succulento, Lusi il margherito vorace, Trota il bosso incapace, la casta dei partiti che spiace. Siamo così tutti distratti dalla polpa vera. Ci ha pensato, con un impeto kamikaze, un avvocato di Cagliari, Paola Musu.
Altro che Trota. La Musu punta direttamente a Napolitano e Monti, ma anche a ministri e parlamentari, ipotizzando il reato di attentato alla Costituzione. La denuncia, depositata il 2 aprile 2012, potete leggerla qui:
Il documento sta già facendo il giro del web, e non potrebbe essere altrimenti. Accusa un’intera classe di rappresentanti delle istituzioni di aver consentito - a partire dal trattato di Maastricht, e più ancora con i trattati europei più recenti - uno svuotamento della sovranità popolare in favore di un sistema pienamente oligarchico.

Apparentemente le argomentazioni giuridiche sollevate non hanno chances immediate per essere accolte da un tribunale, poiché sono sovrastate da una costituzione materiale che non si fa disapplicare nelle corti ordinarie.
La decapitazione di un sistema politico non può che essere azione pienamente politica.

E questo è tanto più vero oggi, quando il sistema dei partiti sta cercando di blindarsi, figuriamoci se si farà portatore di un’incriminazione a carico dei vertici dello Stato. Napolitano e Monti condividono la stessa camerata dei partiti. Gli scandaletti in dimensione Trota possono perfino aiutare a castigare i recalcitranti, padani e non.

Tuttavia qualsiasi battaglia politica, pienamente e totalmente politica, non può fare a meno di un quadro giuridico coerente, alternativo alla rivoluzione oligarchica in atto, che ha costruito esattamente il quadro giuridico denunciato. Questa denuncia lo descrive bene, e propone un sentiero preciso, quello della Costituzione italiana. Divulghiamo perciò la denuncia, facciamone magari un terreno di lotta politica.

Se una strada può essere percorsa nei palazzi di giustizia, essa può essere, semmai, a mio modesto avviso, quella penale. Se i contorni del sistema finanziario ombra, con i suoi volumi capaci di piegare i governi e le costituzioni, sono i contorni di una gigantesca “economia della truffa”, coerentemente andrebbero ravvisate le ipotesi di reato. Se fra i tanti danneggiati, e direi che lo siamo tutti, si producessero dossier in grado di muovere tutte le procure d’Italia (e di altri paesi), l’aria per i maneggiatori di derivati e per i raggiratori del rating potrebbe diventare penalmente irrespirabile. E anche per i loro complici istituzionali. Avvocati, se ci siete, battete un colpo.
 
Può essere l'occasione per un audit che sveli l'illegalità del sistema che ha creato il debito. Di rimando sarà un audit per scoprire e smontare le cause di quel sistema.

L'articolo su Megachip: QUI.


 

6 novembre 2009

Martial Law Declared In Ukraine Over Mystery Epidemic

Arrest of objectors ordered as President says “We must change the entire system of government in Ukraine”

Steve Watson - Infowars.net
Thursday, Nov 5, 2009

Ukrainian President Victor Yushchenko has all but declared martial law in the country as he announced yesterday that the National Security and Defense Council will become the supreme ruling authority in the wake of a mystery epidemic sweeping the country.

Yushchenko has made high ranking health ministers members of the NSDC, a government body consisting of the president himself, the chairman of parliament, the prime minister Yulia Tymoshenko (pictured), the head of the Security Service of Ukraine and other high ranking ministers.

Yushchenko told reporters Wednesday night that “the non-fulfillment of its decisions will be prosecuted,” adding “We need to change the system. We need to change the whole system of the state power organization in Ukraine. We have no time for remonstrance no time for waiting”.

The President reiterated his statements in an official address to the Ukrainian people yesterday, in which he states “Failure to comply with [NSDC] orders will immediately result in application to the law enforcement authorities.”

“I instruct the Government and the Ministry of Health to immediately start preventive and promotional work in areas where there is no epidemic, targeting primarily the special risk groups,“ the address reads.

The address also announced orders for the arrest of public health officials who have allowed public gatherings to continue and failed to ban the movement of people, calling it “a display of criminal irresponsibility”.

“I have addressed the Prosecutor General of Ukraine with the request to institute criminal charges of negligence committed by first of all the Chief Sanitary Inspector, Kyiv City Sanitarian and the officials, who, despite having daily information on the epidemic situation in the country, neglected it in pursuit of political dividends and ambition,“ the statement reads.

A further report from Interfax Ukrainia Agency says the Ukrainian Health Minister Wasilij Kniazevicz has asked the country’s top prosecutor to open criminal proceedings against those who are opposed to the implementation of the mass flu vaccination campaign.

Yushchenko’s address also issued a ban on all flu medicines not recognized by the Ukrainian government or by the World Health Organization:

“I demand the Government to immediately cancel the existing order of registration of medical supplies, including vaccines.” the address reads.

The address also implores Ukrainian citizens who have shunned the officially approved vaccinations to reconsider:

“It is generally known that the only way to prevent any infection is vaccination,“ the address reads, “As the President I ask you, dear fellow citizens, to reconsider your attitude to vaccination and do it if necessary, but only, I emphasize it – only after consultation with the doctor.”

” People are dying. The epidemic is killing doctors. This is absolutely unprecedented and inconceivable in the XXI century.” the address continues.

“All the limits have been exceeded – even those under the Constitution that determine my actions as the President.” Yushchenko states.

Yushchenko asserts that there are three types of influenza currently spreading throughout the country, two kinds of seasonal flu and the H1N1 strain.

The President states that this “may lead to the emergence of an even more aggressive new virus”.

However, WHO has said that the H1N1 virus in Ukraine appears “no different there than anywhere else” and that any surge there may be due to a more susceptible population.

Other mainstream reports suggest that British scientists are examining samples of the H1N1 strain from Ukraine to determine whether the virus has mutated.

As we reported earlier this week, conflicting reports suggest that the epidemic in Ukraine is down to an unidentified virus, with some indicating the virus constitutes a pneumonic plague.

According to the write up at Chechen news outlet Kavkaz Center, the Ukrainian News Agency Fraza, has reported “it has been confirmed 100% Pneumonic Plague in Ukraine” and that in order to quell panic only talk of swine flu has been sanctioned by the authorities. However, Kavkaz is a questionable source on this matter, given that Ukraine is a tactical and military ally of Russia.

Other reports have suggested that the epidemic is pure hype being played out as part of a political struggle between opposition politicians in Ukraine.

Prime Minister Tymoshenko has attempted to reverse the panic by announcing that there is no swine flu pandemic in the country at all, and that it is down to “media hysteria” and “politicians’ populist statements” in the run up to January elections.

As this article in The Scotsman highlights, Tymoshenko and Yushchenko, once allies in the so called “Orange Revolution”, are now bitter rivals that are set to fight it out in next year’s elections.

“… there is growing suspicion in the country that the H1N1 virus has also succumbed to a bitter battle for political power that now poisons all aspects of political life and threatens to wreak serious damage on the former Soviet state.” Matthew Day writes.

Around 80 people have died in Ukraine from respiratory related illnesses, it has yet to be confirmed how many were as a result of H1N1 influenza.

Whatever is really going on in Ukraine, the news has sparked a flurry of reports from conspiracy based websites that are citing a warning made in August by a man called Joseph Moshe, who claimed to be a former Mossad microbiologist.

Moshe hit the headlines when he was arrested after a long standoff with police in LA because he had supposedly made threats against the White House.

Shortly after his arrest, hundreds of comments and reports began to circulate stating that Moshe had called into a radio show to warn people about a biological weapon that was being prepared by Baxter International’s Ukraine plant that would be spread via a flu vaccine and would cause a plague upon it’s release.

Moshe’s identity as a microbiologist does seem to be verifiable, and Baxter certainly does have a presence in the Ukraine, as this page with Baxter’s contact information for it’s Ukraine office confirms.

Whether Moshe’s claims have any basis in truth is up for debate, however, it now seems an incredible coincidence that he fingered Ukraine as the location for a specific outbreak.


Source: www.prisonplanet.com.

Further reading: Has Baxter International released a biological weapon?

25 ottobre 2009

Obama e l'influenza A: prove di legge marziale?

di Kurt Nimmo - Prison Planet.com.
Traduzione a cura di Pino Cabras per Megachip [QUI].

Che tipo di "emergenza nazionale" è quella dichiarata da Obama sull'influenza suina? I decreti lasciatigli in eredita dalle precedenti amministrazioni offrono al presidente i mezzi giuridici per una vera e propria legge marziale. L'inquietante analisi di Prison Planet.


Obama ha dichiarato l'influenza suina H1N1 del 2009 un'emergenza nazionale. Non è chiaro se questa dichiarazione rientri tra le fattispecie del National Emergencies Act (50 USC 1601-1651). L'atto non è menzionato fra quanto riportato dai media.

Il National Emergencies Act fu approvato nel 1976. È stato prorogato per sei volte. Nel 2007, la dichiarazione è stata rafforzata con la promulgazione della National Security Presidential Directive 51 (NSPD-51) che ha dato al presidente il potere di fare ciò che ritiene necessario in occasione di una vagamente definita "emergenza catastrofica" che include di tutto, dall'annullamento delle elezioni alla sospensione della Costituzione .

La direttiva presidenziale NSPD-51 (National Security and Homeland Security Presidential Directive) è incostituzionale. È stata emanata il 4 maggio 2007, come una direttiva "presidenziale" (aggirando il Congresso) e firmata da George W. Bush. Essa rivendica il potere di eseguire le procedure per la continuità del governo federale nel caso di una "emergenza catastrofica". Tale emergenza è interpretata come «un qualsiasi incidente, a prescindere dal luogo, che si traduca in livelli straordinari di vittime di massa, danni, o sconvolgimento che incidano pesantemente sulla popolazione degli Stati Uniti, le infrastrutture, l'ambiente, l'economia, o le funzioni di governo.»

In altre parole, si tratta di una direttiva di legge marziale. Il 10 maggio 2007, « The Washington Post» ha definito la NSPD-51 come la direttiva per un "governo ombra".

Il National Defense Authorization Act (NDAA) di John Warner per l'anno fiscale 2007 stabilisce che i militari possano essere utilizzati nel corso di una "emergenza nazionale". Sec 1076 è molto esplicito, osserva Michel Chossudovsky, e «crea praticamente un ambiente in stile Pinochet per l'arresto di massa di dissidenti politici senza processo, l'assalto alle manifestazioni pubbliche, ecc.»

Questa legge menziona specificamente una "epidemia" come un pretesto per dichiarare la legge marziale.

Prima di Warner e della NSPD-51, la legislazione approvata dall'amministrazione Clinton ha permesso ai militari di intervenire nelle attività di controllo giudiziario e del diritto civile. Nel 1996, è stata approvata una normativa che ha permesso ai militari di intervenire nel caso di un'emergenza nazionale. Nel 1999, il Defense Authorization Act (DAA) di Clinton ha esteso i poteri (a norma della legislazione 1996) creando una «eccezione» al Posse Comitatus Act, che consente ai militari di essere coinvolti negli affari civili «indipendentemente dal fatto che ci sia una situazione di emergenza», secondo Chossudovsky.

Nel 2005, un mese dopo l'uragano Rita, una cosiddetta "crisi" dell'influenza aviaria è stata strombazzata da parte del governo e dei grandi media. «Sono preoccupato per l'influenza aviaria. Sono preoccupato per quel che lo scoppio di un'epidemia di influenza aviaria potrebbe significare per gli Stati Uniti e il mondo ... ho riflettuto in merito agli scenari implicati dallo scoppiare di un'epidemia di influenza aviaria» Bush dichiarò al tempo. «Una possibilità è l'uso di un'entità militare che sia in grado di pianificare e di muoversi. Per questa ragione ho messo l'opzione sul tavolo. Penso che sia un dibattito importante che il Congresso debba avere» (il grassetto è mio).

La direttiva di Bush, firmata due anni dopo, non si preoccupò di coinvolgere il Congresso nel “dibattito”.

La dichiarazione di Obama di una emergenza nazionale pone le basi per la vaccinazione forzata e l'internamento di persone che si rifiutino di essere vaccinate.

A gennaio è iniziato al Congresso l'iter della legge che ha istituito i Centri di Emergenza Nazionale (legge HR 645). Essa richiede l'istituzione di sei centri di emergenza nazionale presso le regioni più importanti negli Stati Uniti da localizzarsi presso installazioni militari esistenti da utilizzare per le persone in quarantena nel caso di una emergenza di salute pubblica o di un programma di vaccinazione forzata. La HR 645 rimane in sede di commissione parlamentare.

La "crisi" H1N1 è una crisi costruita ad arte. Come abbiamo già notato oggi, una servizio d'inchiesta della CBS rivela che i casi di influenza H1N1 non sono così diffusi, come ci viene detto da parte del governo, il CDC, la OMS, e i grandi media . La cosiddetta epidemia è falsa.

Milioni di persone si rifiutano di prendere il vaccino H1N1. Nelle prossime settimane - se la dichiarazione di emergenza obamiana rientra nell'ambito delle direttive di cui sopra - si può assistere a un passaggio verso la legge marziale, la vaccinazione forzata, e l'internamento di coloro che rifiutano.

Nella migliore delle ipotesi, la dichiarazione di Obama è una foglia di fico volta a spaventare la gente affinché assuma la vaccinazione tossica a uccisione soft.

Speriamo che si tratti di questo.


Fonte: prisonplanet.com.


8 marzo 2009

I costituzionalisti: i memorandum del terrore di Bush sono “l’essenza autentica della tirannia”

di David Edwards e Muriel Kane - RawStory.com
versione italiana di Milena Finazzi per Megachip.info (qui)


Fonte dell'immagine: http://mbouffant.blogspot.com/2008_12_28_archive.html

Dal momento della pubblicazione, avvenuta lunedì [2 marzo 2009] di nove memorandum legali fino ad allora secretati che sanciscono il diritto del Presidente di ignorare la Costituzione nell’ambito della lotta contro il terrorismo, gli esperti hanno pressoché unanimemente denunciato le loro argomentazioni giuridiche e le loro conclusioni.

«Questi documenti forniscono la definizione stessa della tirannia», ha affermato martedì il prof. Jonathan Turley, docente di diritto costituzionale nel corso di un’intervista a Keith Olbermann della MSNBC. «Questi documenti racchiudono tutto quello che un despota di bassa lega potrebbe desiderare».



Turley ritiene tuttavia che le rivelazioni peggiori debbano ancora arrivare. «Questi memorandum non provengono dal nulla», rileva. «Il punto è scoprire quali sono state le loro conseguenze. Sappiamo, tra le altre cose, che hanno generato un programma di tortura. ... Penso che presto ci renderemo conto che queste sono appena le fondamenta di un edificio assai più grande ancora tutto da scoprire».



Il Dipartimento di Giustizia ha già dichiarato di considerare possibile la pubblicazione di ulteriori pareri legali dell’era Bush.Turley ha inoltre criticato aspramente John Yoo, l’ex avvocato del Dipartimento di Giustizia, responsabile di molte delle più estreme rivendicazioni del potere esecutivo. «Non riesco a ancora credere che possa aver prodotto un lavoro del genere», afferma incredulo Turley. «È veramente pessimo in termini di analisi giuridica. ... È assai esemplificativo, penso, dell’enorme tragedia di un individuo molto brillante che ha lavorato molto, molto intensamente per soddisfare il presidente e per dirgli quello che voleva sentirsi dire».



Turley, tuttavia, potrebbe sottostimare l’influenza di Yoo. Nel 2007, il giornalista Charlie Savage aveva fatto rilevare che l’Office of Legal Counsel [l’Ufficio degli Affari Legali del Dipartimento della Giustizia USA, Ndt] era privo del suo capo durante le cruciali settimane immediatamente successive all’11/9, e che ciò lasciava Yoo libero di dare attuazione alle sue idee.



«Era molto conservatore,» Savage dice di Yoo, «e si è fatto un nome nella comunità accademica scrivendo articoli per riviste giuridiche e presentando relazioni in occasione di eventi durante i quali assumeva provocatoriamente delle posizioni revisioniste circa la sfera di competenza del potere esecutivo. ... Comunque, quando [Yoo] divenne il vice responsabile dell’Uffico degli Affari Legali con delega alla Sicurezza Nazionale e agli Affari Esteri e dopo l’11/9 rimase senza capo, si ritrovò a poter mettere in pratica le sue teorie, stilando pareri consultivi riservati nei quali suoi lavori degli anni Novanta venivano citati come fonti autorevoli.»



Turley conclude riaffermando il suo scetticismo nei confronti del piano promosso dal senatore democratico del Vermont Patrick Leahy volto a creare una “commissione verità” mirante ad indagare sui misfatti dell’era Bush e, rivolgendosi ad Olbermann, afferma: «Spetta al resto di noi dire che, se il Presidente Obama ritiene che nessuno si trovi al di sopra della legge, abbiamo bisogno di un procuratore speciale e di un’inchiesta – non di un’altra commissione».





Articolo originale: David Edwards and Muriel Kane, Turley: Bush terror memos are 'very definition of tyranny', RawStory.com.

Traduzione di Milena Finazzi per Megachip: [QUI]

10 febbraio 2009

Il corpo insaziabile della Terza Repubblica

di Pino Cabras - da Megachip


Il corpo insaziabile di Silvio Berlusconi si muove tanto, in questi giorni. Si sposta fra i palazzi romani, dove ha usato un altro corpo, quello estenuato della povera Eluana Englaro, per scassinare l’equilibrio dei poteri. E fa spola fra Roma e la Sardegna, dove affronta una delle più strane campagne elettorali mai viste in Italia. La navetta di Arcore ha come strascico tutto il governo, in mobilitazione permanente sul caso Englaro e sul caso Sardegna. Ovunque si muove anche una dispendiosa nuvola di aerei di stato e di auto blu.

Mentre Obama, a ragione, dice di non dormire la notte pensando all’economia, ora che la Grande Crisi lievita, laddove Sarkozy presta una parte della sua leadership alla guida dell’Europa, qua invece il capo del governo invade tutto, sia lo spazio del dolore privato sia l’isola lontana. Sembrano temi distanti fra di loro, e sicuramente diversi dalle cose di cui si occupano gli altri governi nazionali. Eppure ingombrano quasi tutta l’agenda del dominus della politica italiana. Perché lo fa?

Nessuna redenzione istituzionale si posa sull’azione di Silvio Berlusconi. Lo potevamo sapere sin dall’inizio della sua presa sul sistema politico, decenni fa. Dovranno saperlo definitivamente anche gli autorevoli illusi che speravano che Berlusconi, dopo la sonante vittoria alle elezioni politiche del 2008, avrebbe infine vestito i panni dello statista, normalizzandosi. Impossibile.

Si è sempre comportato così, nel solco del vecchio “sovversivismo dall’alto” che ha condizionato senza sosta la vita italiana. Ma in questi giorni si affaccia alla soglia di un salto di regime più impellente. Gli interlocutori di Berlusconi sottovalutano regolarmente la sua totale spregiudicatezza. Ora è il momento in cui una sottovalutazione ulteriore ci precipiterebbe in una nuova era politica. Non certo piacevole, non certo democratica.


Il «golpe Eluana» e la Costituzione in bilico

Un tema eticamente controverso – una donna in stato vegetativo persistente da 17 anni, alla cui famiglia la Corte di Cassazione ha consentito di interrompere l'alimentazione e le cure forzate fino all’epilogo che conosciamo – è stato trasformato da Berlusconi in un grimaldello istituzionale per forzare gli esiti di una partita decisiva, quella della sovranità.
È la stessa partita su cui si gioca la sorte di qualsiasi Costituzione.

Carl Schmitt, il più eminente teorico del diritto del Terzo Reich, affermava che «la sovranità significa capacità di dichiarare uno stato d’eccezione». L’organo in grado di emanarlo è l’organo sovrano per eccellenza. La demarcazione della sovranità è tutelata dalla rigidità delle norme che presiedono alla revisione della carta costituzionale. Se un potere dello Stato conquista la legittimazione a decidere come normare l’eccezione che esso stesso proclama, la forza di quel potere può dilagare snaturando tutte le altre norme e schiacciando tutti i bilanciamenti. Il regime hitleriano fu il cuculo che crebbe nel nido della vigente Costituzione di Weimar, resa flessibile dall’articolo 48 sullo stato di emergenza. Nemmeno il regime mussoliniano ebbe necessità di abolire lo Statuto Albertino né emanò leggi che esplicitamente avessero come scopo di emendarlo, ma lo compromise infrangendolo senza modificarlo o abrogarlo. Se una Costituzione è flessibile, oppure se è rigida come una diga ma si crea lo stesso il buco da dove passa tutto il fiume, allora si apre uno spazio pericolosissimo per far dilagare chi domina il dispositivo dello “stato d’eccezione”.

Gustavo Zagrebelsky ha sottolineato qualche mese fa che l’Italia vive «un’esperienza costituzionale in divenire e dall’esito non scontato, che mira a non lasciarsi confondere con quella che l’ha preceduta.»

E ha aggiunto: «La Costituzione del ‘48 non è abolita e, perciò, accredita l’impressione di una certa continuità. Ma è sottoposta a erosioni e svuotamenti di cui nessuno, per ora, può conoscere l’esito. Forze potenti sono all’opera per il suo superamento, ma altre forze possono mobilitarsi per la sua difesa. La Costituzione è in bilico.» Le implicazioni sono enormi. Non si percepisce una legittimità costituzionale accettata da tutti, mentre si confrontano interpretazioni opposte. Quando lo spirito pubblico si divarica, e non c’è un principio di vita pubblica che sia un patrimonio comune, è il momento della “costituzione in bilico”, Non si può stare per sempre in questa incertezza. Sarà una concezione o l’altra a prevalere.

Zagrebelsky osserva: «È il momento del conflitto latente, che non viene dichiarato perché i fautori della rottura costituzionale come quelli della continuità non si sentono abbastanza sicuri di sé e preferiscono allontanare il chiarimento. I primi aspettano il tempo più favorevole; i secondi attendono che passi sempre ancora un giorno di più, ingannando se stessi, non volendo vedere ciò che temono. Tutti attendono, ma i primi per prudenza, i secondi per ignavia.» Significa anche che si moltiplicano i pretesti utilizzabili per dare spallate istituzionali sempre più energiche, e il conflitto non sarà più latente.

Il dramma è che c’è una larga fetta dei facitori di opinioni, degli intellettuali e delle personalità politiche che non vuole vedere, e scambia« per accidentali deviazioni» quei segni «di un mutamento di rotta». La costante e stupida sottovalutazione del sovversivismo dall’alto porta a considerare sopportabili certe piccole modificazioni credute come illegalità provvisorie, mentre quelle precorrono e preparano una diversa e sempre più compatta legittimità. «Così, si resta inerti», avverte Zagrebelsky, e prevede che l’accumulo progressivo «di materiali di costruzione del nuovo regime procede senza ostacoli e, prima o poi, farà massa. Allora, non sarà più possibile non voler vedere, ma sarà troppo tardi.»

Nel 2006 Berlusconi perse il referendum confermativo sulle modifiche alla Costituzione. Nonostante l’ignavia di buona parte del centrosinistra e un certo silenzio mediatico, la maggioranza dei cittadini votò lo stesso, e respinse gli stravolgimenti con una valanga di voti. C’era una coscienza costituzionale ancora forte in sé. Si deve ripartire da lì.

Le pulsioni piduiste però passano ancora per il corpo di Berlusconi, che ha abbastanza meno anni di Napolitano per voler proiettare un qualche suo futuro sul Quirinale e incarnare da lì il corpo della Terza Repubblica eversiva.


Soffocare Soru.

Anche il presidente uscente della Regione Sardegna, Renato Soru, 51 anni, fondatore di Tiscali, di nuovo candidato in vista delle elezioni di metà febbraio, proprio non si capacita del corpo indelicato del vecchio Silvio: «ho un senso di pena per quest’uomo di 73 anni, ormai alle soglie della vecchiaia. Ci si aspetta che una persona a quell’età migliori, che diventi più matura e più saggia. E magari si spera nella 'grazia di Stato', che la renda più adeguata al ruolo che ricopre. Purtroppo con Berlusconi tutto questo non è successo. Nemmeno in vecchiaia, nemmeno come presidente del Consiglio, quest’uomo riesce a essere serio. Lui vuole prevaricare su tutto e su tutti. Perciò mi ricorda Caligola.»

È talmente presente nella campagna elettorale sarda, il novello Caligola, che nei simboli elettorali c’è il suo nome e non quello del candidato ufficiale Ugo Cappellacci, il suo aggraziato cavallo di razza da lui pescato in seno alla “borghesia compradora” cagliaritana.

Sotto i tabelloni dei palchi dominati dalla scritta Berlusconi Presidente, al presunto front-runner Cappellacci sono concessi discorsi di pochi minuti, mentre il Cavaliere comizia dovunque in modo fluviale, di solito con postura da patronaggio: braccio sulla spalla del bravo ragazzo, discorsi interminabili e barzellette grossier.

A suo modo anche Cappellacci fa conto sul corpo. Lo slogan guida della sua campagna è infatti «la Sardegna torna a sorridere». Sembrerebbe uno slogan come tanti. E invece no. È anche un riferimento alla corporeità di Soru, che viceversa sorride di rado, non ammicca mai, non fa il simpatico, e ha una complessione lunga e scostante, che certo lo sottrae a qualche affetto popolare, ma gli conferisce anche un ascendente particolare.

Arrigo Levi nel 1976 quando spiegava ai lettori di «Newsweek» perché il PCI stava per avere un notevole risultato elettorale coniò un riferimento allo stile della leadership di Enrico Berlinguer: «Sardinian uncharismatic charisma». Un carisma non carismatico che attinge a certi tratti caratteriali scabri e sobri di molti sardi.
Credo che il concetto sia risultato incomprensibile agli americani già allora.
Berlusconi vuole prendersi il sicuro con ogni mezzo affinché nulla di quel tipo di carisma si salvi agli occhi del popolo sardo di oggi.
E domani, a quelli del popolo italiano tutto.

Perché Soru, in questi anni, ha dimostrato la scorza del leader che può impensierire su una scala molto maggiore di quella su cui si è misurato finora. Uno di quei leader che raggiungono gli obiettivi anche con una forte dose di autoritarismo, con cocciutaggine, diffidenza, solitudine, forzature. Leader perché riorganizza interessi vasti e ne sacrifica altri a muso duro, con inevitabili errori, ma anche con una capacità di creare fatti nuovi. Ha risanato i conti di una Regione indebitata e pletorica riducendo del 40% i suoi costi, e nel farlo non ha usato nessun gradualismo. Ha segato carriere, rendite, organizzazioni, ha inciso su interessi concreti e personali di migliaia di persone. Nel contempo ha liberato risorse ingenti per investimenti infrastrutturali e per far studiare all’estero migliaia di giovani. Ha contrastato il saccheggio delle coste frustrando anche lì forti interessi. Ha affrontato di petto l’abnorme presenza militare nell’isola ed è riuscito a concordare la chiusura della base USA di La Maddalena, dove quest’anno si svolgerà il G8.

Il modo in cui tutto questo è avvenuto – con lacerazioni reali, strappi repentini, carenza di mediazioni - è al centro delle dispute politiche, tanto forti da aver spaccato anche il Partito democratico. Ma il punto su cui voglio attirare l’attenzione è che al di là delle dispute e delle opposizioni forti che ha suscitato, nessuno può dire che Soru sia uno che galleggi o tiri a campare.

Rispetto ai tempi delle società opulente, la Grande Crisi che incombe seleziona con meno indulgenza i leader. Emergeranno quelli che di fronte a un ostacolo hanno l’approccio dello tsunami. Non è affatto detto che uno come Soru risolva problemi di una tale portata “strutturale”, ma di certo nella sua durezza ha uno dei profili più adatti per la selezione darwiniana della leadership. Come nella boxe, mi sembra di sentire la fatidica frase “fuori i secondi!”.

Allora si capisce la missione berlusconiana. Con la Costituzione in bilico pronta a pencolare da una parte o dall’altra, il fronte della leadership diventa decisivo. L’attempato piduista percepisce Soru come un chiaro pericolo per il passaggio di fase. Non è organico ai vecchi schemi di Gelli. Non è il solito cacicco locale del centrosinistra che intermedia le risorse con una classe dirigente nazionale e aspira alla promozione nella serie A della politica, pronto a stare in posizione subalterna rispetto al padrone del campionato, anche se in apparente opposizione.
No, questo personaggio è di un’altra pasta.
È un politico che gioca già su scala europea, ha rapporti solidi con la prima cerchia del capitalismo mondiale, è ambiziosissimo e ha sempre guidato come se la macchina non avesse la retromarcia.

Soffocare il leader nella culla, questo il disegno che sembra sottostare all’impressionante dispiego di mezzi. Per capirci: sulle elezioni che riguardano l’amministrazione di un milione e mezzo di persone il governo sta mobilitando uno sforzo normalmente usato per le elezioni politiche nazionali di un paese di sessanta milioni di abitanti. Non si era mai visto. Le televisioni locali sono invase da interviste e discorsi di Berlusconi. Videolina e «L’Unione Sarda», rispettivamente tv e quotidiano posseduti dall’immobiliarista Sergio Zuncheddu (azionista de «Il Foglio» assieme alla moglie del presidente del Consiglio) per tutta la legislatura non hanno intervistato Soru una volta che fosse una. L’Unione Sarda evitava di pubblicare le sue foto, anche quando c’erano notizie importanti. Ma oggi c’è una novità. Per queste elezioni regionali Berlusconi ha straripato nei tg e nelle trasmissioni di infontainment delle sue reti nazionali. Intere edizioni assorbite da invettive contro Soru. Quasi un quarto d’ora a Studio Aperto, solo per fare un esempio. E decine e decine di comizi, incontri, gag, promesse mirabolanti, ministri in gran spolvero ripresi come prima notizia su scala nazionale, una sera dopo l’altra. Ha perfino disertato Palazzo Chigi per precipitarsi alla prefettura di Cagliari in una riunione con i sindacati di un’industria sarda in crisi, l’Eurallumina del magnate russo Deripaska. Il corpo insaziabile di Silvio era tutto offerto alle apprensioni dei lavoratori, mentre ostentava le sue telefonate trafelate all’«amicoputin». Risultato: mezza giornata lontano da Roma per riferire ai lavoratori un «vi faremo sapere» di Putin. Generico, ma spendibile in mancanza di meglio nella scompostezza di questa campagna elettorale. Anche Soru ha parlato di «emergenza informazione».

Accade quindi che ogni passaggio critico della crisi della Repubblica, ora collocata nella Grande Crisi mondiale, diventi un “Caso Berlusconi”. La monnezza campana, il caso Englaro, le convulsioni di una classe dirigente predatrice che si vuole sottrarre al vaglio dei magistrati, la voragine di Alitalia, le elezioni sarde. Tutto passa per il suo corpo fisico e per i trucchi del moltiplicatore mediatico del suo corpo insaziabile.

Saranno settimane decisive per le sorti della democrazia italiana. Per una volta, il risultato elettorale sardo darà una prima misura degli anticorpi disponibili contro la Terza Repubblica. E le misure successive seguiranno in una successione rapidissima. Guai a distrarsi.



VIDEO DI PANDORA DAL TERRITORIO:

L'oligopolio mediatico in Sardegna
di Eleonora Cipollina, dur. 42' 33'
Fonte: PANDORA TV

Questo video racconta la diseguale distribuzione delle risorse nel mercato dei media in Sardegna e la conseguente difficoltà per i cittadini dell'isola di esercitare il proprio diritto al pluralismo informativo. In periodo pre-elettorale la disinformazione diventa manipolazione.






LETTERA APERTA A RENATO SORU
di Byoblu




Leggere anche:
Philippe Ridet, Renato Soru, l'anti-Silvio Berlusconi, «Le Monde», 12 febbraio 2009.
Traduzione di Alessandro Mongili [QUI].
Articolo originale: [QUI]

17 novembre 2008

La Rivoluzione Colorata di Obama: nuovo pupo, stessi pupari?

di Pino Cabras - da «Megachip»

Ma allora, la fine dell’Amministrazione Bush e l’ascesa di Obama segnano una fine delle guerre, un ritorno della ragionevolezza sul ponte di comando del pianeta dopo anni di follia ideologica? Obama significa forse pace, speranza, cambiamento, nuovo corso?
A sentire certe parole pacate di Zbignew Brzezinski, sembrerebbe di sì. Brzezinski, eminente politologo, profondo conoscitore di strategia e analisi internazionale, membro di lungo corso del Council on Foreign Relations (CFR) e della Commissione Trilaterale, è uno dei padri della politica del nuovo espansionismo imperiale nordamericano, con ruoli di primo piano ricoperti nell’Amministrazione Carter.


Oggi Brzezinski è un omaggiato consigliere di Barack Obama, il quale pende dalle sue labbra per riconfigurare la leadership mondiale degli USA post-Bush. All’ascoltare Brzezinski, molti si sentono rassicurati per via della sua radicale critica delle politiche neocon, quando rimprovera l’assurdità della Guerra al Terrorismo. E sebbene nessuno colga accenti gandhiani nelle parole di Brzezinski, non sia mai!, quando dice che con la Russia bisogna tornare alla "negotiation" le lancette sembrano di colpo allontanarsi dalla mezzanotte nucleare. Dopo un sonno di otto anni, la ragione sembra risvegliarsi allontanando i mostri. Ma è davvero così? Ascoltiamo l’intervista rilasciata dal vecchio Zbig a David Frost, conduttore di “Frost On The World” su Al Jazeera International, e ci rassicuriamo un po’.

Segnalato anche in un precedente articolo: [QUI]

A sentire un altro politologo statunitense, Webster Griffin Tarpley, sembrerebbe invece di no, che Obama proprio non significa pace, ma guerre più grandi e catastrofiche, e proprio perché subirebbe in toto l’influenza di Brzezinski. Uno scenario terribile che qui cercheremo di comprendere e criticare.
Webster Griffin Tarpley è un giornalista investigativo statunitense. Si occupa da sempre di terrorismo internazionale, dei lati terribili e poco noti della dinastia Bush, del narcotraffico gestito ai piani alti dallo spionaggio statunitense. Ha scritto dei fatti dell’11 settembre 2001 puntando la sua attenzione sulle decine di esercitazioni militari e di sicurezza a ridosso degli attentati. Tarpley a suo tempo aveva seguito da vicino il caso di Aldo Moro, quando nel 1978 coordinò una commissione indipendente d'inchiesta sostenuta dal parlamentare democristiano Giuseppe Zamberletti, con risultati molto diversi dalle inchieste ufficiali.
Tarpley osserva dunque il fenomeno Obama, e lo guarda attraverso la lente di Brzezinski, definito come il puparo della “marionetta” Barack. «Dietro Obama e peggio dei Neocon: il Clan Brzezinski» era il titolo di una conferenza tenuta da Tarpley all’inizio del 2008: tanto per non fare giri di parole, e giusto per puntare senza dubbi su un cavallo vincente. Nelle tecniche elettorali adottate da Obama in USA, Tarpley riconosceva gli stessi metodi spregiudicati, raffinati e “sovversivi” delle “rivoluzioni colorate” attuate in vari paesi post-sovietici. Non che in Hillary Clinton scorgesse chissà che metodi cristallini: in lei vedeva una fazione perdente dell’oligarchia che tentava di vincere le primarie con frodi e voti elettronici taroccati.
In cosa si riscontrava l’impronta delle rivoluzioni colorate? Retorica alata, ideali generici e nebulosi, industrie culturali mobilitate in una gigantesca opera egemonica di “soft power”. Il tutto per occultare lo stesso obiettivo di fondo delle altre rivoluzioni colorate, ossia colpire duramente qualsiasi grande potenza che dovesse emergere nella scacchiera eurasiatica. La Russia prima di tutto. Dietro le tranquillizzanti e piatte utopie di Obama – per Tarpley - c’è la catastrofe di un confronto militare con la Russia. Altro che le “negotiation” prospettate da Brzezinski.
Tarpley osservava che la prima vittoria del senatore Obama nei caucus dello Iowa si era incentrata su quella stessa esasperazione organizzativa delle tecniche di persuasione usate nelle rivoluzioni colorate di marca CIA. Gli ingredienti c’erano tutti: figuranti e truppe cammellate, uso massiccio e integrato dei media, attivisti dotati di mezzi immensi, simboli, slogan, falsi sondaggi, e un oratore sufficientemente demagogo. In Iowa la tempesta di falsi sondaggi portò a un torpore mentale dei media su Obama e a una proclamazione prematura della sua conquista della nomination del partito democratico.
A dispetto dell’enfasi di Obama sulle donazioni popolari alla sua campagna presidenziale, i super-ricchi non gli hanno lesinato finanziamenti. Il «Wall Street Journal» notava che l’altro candidato democratico John Edwards era il più temuto dalla superclasse dei miliardari. A Obama arrivavano viceversa milioni di dollari dalla superbanca Goldman Sachs, dice Tarpley.
Tarpley prova a spiegare la freddezza di Obama sulle questioni dell’Iraq e dell’Iran, che invece appassionavano i guerrafondai neoconservatori e la lobby filoisraeliana fino a Hillary Clinton. Come mai il senatore afroamericano, che pure voleva il ritiro dall’Iraq e non dichiarava indisponibilità a un tavolo negoziale con l’Iran, si dichiarava invece a favore del bombardamento di vaste zone del Pakistan, un alleato di lunga data degli USA, fra lo sconcerto di Hillary e altri candidati? Così come si dichiarava favorevole a un massiccio aumento dell’intervento in Afghanistan.
Tarpley nota che uno dei progetti eurasiatici più importanti studiati dall’intelligence anglo-americana è una sorta di soluzione jugoslava per il Pakistan, da smembrare lungo le molte linee etniche. Un Pakistan spezzettato finirebbe molto più difficilmente in blocco nell’orbita di Pechino, l’avversario strategico di medio periodo di Washington. Un piano alla Brzezinski insomma, affine al metodo da lui usato trent’anni prima per destabilizzare l’Afghanistan e attrarre l’URSS in una trappola fatale.

Si racconta che Winston Churchill, da Ministro delle Colonie, si era vantato di aver inventato la Giordania durante una cena di plenipotenziari. Oggi si potrebbe pianificare la distruzione di uno Stato più popoloso dell’intera Russia, il Pakistan, con altrettanta scioltezza, e con effetti presumibilmente devastanti. Obama ha un’idea di questo tipo? Le sue dichiarazioni non autorizzano questo tipo di speculazione, che si appoggia solo su congetture suggestive ma non documentate.
In ogni caso le riflessioni di Tarpley si sono concentrate su Barack Obama, tanto che nel 2008 ha scritto ben due libri critici sul nuovo presidente degli Stati Uniti: il pamphlet “Obama: The Postmodern Coup” (“Obama: il golpe postmoderno”, NdT) e la prima sua ‘biografia non autorizzata’: “Obama: The Unauthorized Biography”.
Secondo Tarpley, c’è molto fumo e poca investigazione sulle origini di Obama e sul suo ambiente di riferimento. A rinvangare gli anni della formazione di Barack Obama, Tarpley scopre una cosa importante. Obama si è laureato con Zbigniew Brzezinski. La sua tesi di laurea verteva sullo smantellamento dell'arsenale atomico sovietico. Nemmeno nei giorni dell’Obamamania i media più influenti hanno trovato il modo di scavare su questo fatto.
Quel che sappiamo è che Obama aveva speso parole di sentita gratitudine e fiducia verso Brzezinski, con solennità pubblica.




Tarpley prova a scavare sull’argomento, tanto da analizzare le biografie di altre figure vicine a Obama. Da questa rassegna ricava la certezza che Obama sia vincolato alla Commissione Trilaterale (fondata dallo stesso Brzezinski) e a circoli politici ed economici molto elitari. Nel frattempo il "culto" di Obama fa conto su discorsi estremamente generici, caratterizzati da formule vaghe ripetute a oltranza (da “Yes We Can” a “Change”), saturabili da qualsiasi camaleontismo. Intanto che masse di giovani sono confluite nel gregge di questo ispirato pastore, perdureranno le infrastrutture del potere costituzionale deviato predisposte negli anni di Bush, come il Patriot Act. Quanto di quel sistema è disposto a smantellare Obama, a parte la vetrina della vergogna di Guantanamo? Tarpley dà per scontato che Obama non si priverà degli strumenti anticostituzionali e li userà in combinazione con il “soft power” per una sorta di fascismo soffice. Per ora, tuttavia, tutto questo è solo una “soffice congettura” di Tarpley.
La base carismatica del consenso a Obama, insieme alla sua genericità multiuso, nel contesto di una crisi economica di massima portata e di un sistema ormai sempre più portato allo “stato d’eccezione”, può condurre secondo Tarpley a una catastrofe mondiale sotto la guida dei soliti poteri forti.
La funzione della presidenza Obama per Tarpley è stata programmata per dare piena copertura politica a un vasto piano strategico di gittata planetaria:

1) restaurare il “soft power” statunitense, con un’immagine di paese pacifico, di faro democratico, di luogo di accoglienza e tolleranza capace di far dimenticare il disastro Bush;
2) disgregare le potenze emerse (e riemerse) della Cina e della Russia.

A parere di Tarpley, il metodo Brzezinski, in questo caso, porterebbe a ricacciare indietro i cinesi dalla presa che si sono conquistati ultimamente sulle risorse africane, petrolifere e non. Mentre già in Congo, in Sudan e in Zimbabwe, ma non solo, una parte delle gravi tensioni e delle guerre si collega già alla dialettica USA-Cina, la presidenza di Obama l’Africano potrebbe spostare l’ago della bilancia. Una sconfitta della Cina in Africa porterebbe costringere Pechino a cercarsi le risorse in Russia. Ne conseguirebbero tensioni molto forti fra le due potenze eurasiatiche e l’affondamento della Shanghai Cooperation Organization.
Lungi dall’attaccare l’Iran, come avrebbero fatto i neocon e come potrebbe fare ancora Israele, la 'marionetta di Brzezinski', nell’ottica di Tarpley, cercherebbe un accordo con Teheran – magari concedendogli un aumento della sua influenza in una parte dell’Iraq (come già in parte avviene) – fino a ricomprendere l’Iran in un’alleanza antirussa e anticinese.
Sono conclusioni troppo precise per poter essere estrapolate dal rapporto fra Obama e Brzezinski. E le possibili ipotesi si perdono nella complessità imprevedibile degli intrecci geopolitici. Questo è un campo per doppi e tripli giochi. Pensate che il programma nucleare civile iraniano – l’oggetto della disputa più controversa degli ultimi anni – è finanziato per quattro milioni di dollari anche dal Dipartimento dell’energia statunitense, come ha scoperto con raccapriccio la CNN.



La preoccupazione di Tarpley è che un confronto militare con due potenze che il nucleare militare ce l’hanno davvero, la Cina e la Russia (per non parlare dei rischi legati al nucleare del Pakistan), porterebbe a una vera catastrofe. Se Tarpley avesse ragione, tutte le recenti dichiarazioni di quelli che considera i pupari di Obama, i maggiorenti del CFR e della Commissione Trilaterale (da Brzezinski alla Albright, dal vicepresidente eletto Biden a Colin Powell), vanno letti in una luce ancora più minacciosa. Il crescendo di allarmi giornalistici sull’imminenza di grossi eventi terroristici che testerebbero subito l’azione di Obama prefigura uno scenario di guerra.
In realtà non si possono fare processi alle intenzioni. E la realtà - che nel frattempo ha galoppato come non mai, in questo 2008 accelerato - non fa sconti ai grandi progetti imperiali, erosi come sono da problemi materiali ed economici senza precedenti. Possiamo dire ad esempio che il G8 è morto, e che ormai si ragiona in termini di G20. Così come possiamo dire che Cina e Russia hanno basi materiali e sponde diplomatiche abbastanza solide da rafforzare la loro capacità dissuasiva verso nuove avventure imperiali, nel momento in cui si è innescata una crisi colossale degli Stati Uniti. Persino Berlusconi ha fiutato l’aria di una forte preoccupazione europea che vuole impedire la deriva di una nuova corsa al riarmo in una fase così delicata, e ha anticipato un no ai sistemi antimissile americani nell’Est Europa.
Lo Studio Ovale della Casa Bianca è al centro di spinte e intrecci complessi. Molte mani tireranno la giacchetta di Barack Obama per forzarlo a compiere certi atti anziché altri, ad anticipare certi tempi sul calendario dei grandi progetti imperiali. Tuttavia la clessidra si è rotta, è scesa molta sabbia che ormai modella le dune di un nuovo paesaggio cangiante. Quella di Obama sarà un’attraversata nel deserto, fra miraggi, oasi, predoni e terre promesse. Si scriverà la Storia, ma non ha senso scriverla prima che accada, tantomeno sulla base di presentimenti.


Il presente articolo è stato pubblicato anche su «ComeDonChisciotte» [QUI] e su «AriannaEditrice» [QUI].

23 ottobre 2008

Joe Biden: "vi garantisco, arriva una supercrisi"

di Pino Cabras



Certo che suona molto strano il discorso pronunciato lo scorso 19 ottobre a Seattle da Joe Biden, il candidato di Obama alla vicepresidenza USA. Biden profetizza con una certa enfatica disinvoltura che Barack Obama – una volta in carica come presidente - dovrà subito ballare al ritmo di una crisi internazionale di enormi proporzioni. Lo “garantisce”, addirittura. E aggiunge che «non passeranno sei mesi prima che il mondo metta alla prova Barack Obama come fece con John Kennedy». Ricordiamo che JFK dovette subito fronteggiare la crisi dei missili a Cuba, a un passo dal conflitto nucleare con l’URSS di Kruščëv.
Biden tiene a sottolineare davanti al pubblico lì presente: «Ricordate quel che vi ho detto in piedi qui se non ricordate nessun altra cosa che ho detto. Badate, stiamo per avere una crisi internazionale, una crisi provocata, per mettere alla prova la stoffa di quest’uomo».
Una crisi «provocata». In inglese la parola usata da Biden è «generated». Un vocabolo che comunque rimanda a un’idea di produzione consapevole e sofisticata di un fatto.
Biden insiste: «segnatevi le mie parole, segnatevi le mie parole», mentre aggiunge che dovranno essere prese decisioni «dure» e «impopolari» in materia di politica estera. E per chi non avesse percepito ancora la gravità del tono, ricalca: «Io prometto che accadrà». Biden sottolinea: «da studioso di storia e avendo collaborato con sette presidenti, io vi garantisco che sta per succedere».
“Garantire” è un altro concetto di grande peso e grandissime implicazioni, per il ben informato Biden. Se l’esordio della presidenza di George W. Bush fu segnato dagli eventi dell’11/9, cosa dunque è atteso - anzi, “promesso”, “garantito” – che accada nell’esordio della nuova Amministrazione?
Biden appartiene a un’élite in possesso di informazioni privilegiate, una classe di individui che reagisce alle crisi con strumenti concettuali e materiali diversi da quelli propri del senso comune e diversi dal velo banalizzante e bugiardo dei media più importanti. Le prospettive di crisi estrema sono tante, prese da sole o in combinazione. L’élite sa che la crisi finanziaria, ad esempio, è ben lungi dall’essersi conclusa. Così come l’11 settembre 2001 l'élite sapeva già prima degli altri che l’economia era in recessione, così già oggi guarda con sgomento alle prossime bolle della grande finanza (carte di credito e massa dei derivati in primis). Quale evento è pronto a farle precipitare? Altre crisi ci parlano di Iran, di Russia e Ucraina, di Venezuela, di conflitti potenziali che - una volta scatenati – cambierebbero l’agenda mondiale.
È degli stessi giorni una dichiarazione di tenore analogo a quella di Biden, pronunciata da un fresco sostenitore di Obama, l’ex Segretario di Stato repubblicano Colin Powell, che si è spinto a prevedere un grave scenario di crisi per fine gennaio 2009. Un altro membro dell’élite che parla, e fa quasi l’oracolo.
Come un altro ex Segretario di Stato, la democratica Madeleine Albright, la quale a sua volta ritiene molto plausibile lo scenario di emergenza previsto da Biden, un contesto che ai suoi occhi assume le sembianze di un mega-attentato terroristico.
E non è finita. Anche il rivale repubblicano di Obama, John McCain, cerca di decantare la necessità di mettere al comando supremo la propria esperienza proprio perché il nuovo presidente «non avrà tempo di abituarsi alla carica».
Mentre anche ai soldati USA vengono attribuiti compiti di ordine pubblico (è una tendenza planetaria), intanto che la tempesta finanziaria perfetta incombe, l’immensa potenza americana sembra essere condotta verso un profondo mutamento della sua natura. I segnali sono forti in questa direzione.



In tempi non sospetti, nel 2004, nell’osservare l’aumento eccessivo del debito che sormonta di gran lunga la solvibilità del paese, l’economista Robert Freeman si era chiesto quali possibili strategie avrebbe potuto usare l’amministrazione statunitense (“ Come How Will Bush Deal With the Deficits? Connecting the Dots to Iraq”, «CommonDreams.org»).
La prima strategia è aumentare le imposte, specie sui redditi elevati, e pagare i creditori. Non è ciò che fa l’amministrazione Bush.
La seconda è stampare dollari. L’abuso di una tale soluzione porterebbe però a un collasso economico.
Una terza soluzione strategica, secondo il modello imposto dall’FMI ai cosidetti ‘paesi in via di sviluppo’, è la privatizzazione degli asset nazionali e la loro vendita all’estero. Lasciando deprezzare il dollaro, l’Amministrazione USA dà così non solo respiro alle esportazioni: ma consente anche agli investitori diretti esteri di usare i loro capitali per acquistare aziende statunitensi. Alla cinese Lenovo che a suo tempo ha acquistato il ramo hardware di IBM è andata bene. Ai petrolieri cinesi che volevano acquistare la Unocal sono stati opposti invece ostacoli politici persuasivi. Ma la pressione ‘compradora’ dall’estero aumenterà.
Una quarta strategia è una sorta di ‘soluzione bolscevica’ come quando i rivoluzionari che assunsero il potere in Russia rifiutarono di onorare i debiti dello stato zarista. Per Robert Freeman, è una possibilità «molto più vicina di quello che possa immaginare la maggior parte dei cittadini americani». Possiamo sospettare le enormi implicazioni in termini di impoverimento generale e di fine del dollaro.
Ma secondo Freeman è una quinta strategia a essere in campo più di tutte. Freeman chiarisce:

«Come ultima risoluzione, resta il saccheggio. Quando il rimborso del debito di una nazione diviene così imponente che diventa impossibile rassicurare i creditori, questo paese deve cercare una qualche sorgente di ricchezza, non importa quale sia la fonte».

Il castello di carte starà in piedi fino a quando le banche centrali di Cina e Giappone compreranno titoli in dollari. L’alternativa è non pagarli, quei debiti. Sparigliare le carte. Giocare fino in fondo sul terreno che si domina con più mezzi di tutti, quello militare e della propaganda. Controllando prima di tutto lo scacchiere dell’energia (altro fronte in crisi), e muovendo tutte le pedine.
Sui media italiani non c’è quasi traccia delle dichiarazioni di Biden. Il massimo che dicono è che si tratta di un gaffeur. Ma stavolta non sembrava una gaffe. Solo che i media avrebbero dovuto fare qualche sforzo in più per descrivere un contesto complicato. Meglio banalizzare, in attesa della tempesta.

Aggiornamento del 25 ottobre 2008:
Il presente post è stato ripreso anche su «ComeDonChisciotte» [QUI], su «AriannaEditrice» [QUI], su «MercatoLiberoNews» [QUI] e su «Antimafia Duemila» [QUI].

9 ottobre 2008

Wayne Madsen Report: scenari di legge marziale


Articolo originale:
FEMA sources confirm coming martial law
di Wayne Madsen,
WMR - 8 ottobre 2008
Link su «Infowars.com»: [http://www.infowars.com/?p=5165].
Traduzione di Pino Cabras

Il WMR (Wayne Madsen Report) ha appreso da fonti ritenute credibili della FEMA (Federal Emergency Management Agency) che l'amministrazione Bush sta rifinendo gli ultimi ritocchi su un piano che vedrebbe la legge marziale dichiarata negli Stati Uniti con vari scenari previsti quali cause del suo innesco.

Tra questi “inneschi” è ricompreso un collasso economico continuo con massicci disordini sociali, chiusure di banche con conseguenti violenze a danno delle istituzioni finanziarie, e un’altra elezione presidenziale fraudolenta che si tradurrebbe in disordini nelle principali città e campus universitari in tutto il paese.

Inoltre, fonti dell’Army Corps of Engineer riferiscono che il compito della III Divisione di Fanteria della I Brigata Combat Team (BCT) per il Comando del Nord (NorthCom) dell’esercito USA sia quello di sostenere l'applicazione d’interventi della FEMA e della legge federale nell'imposizione di controlli stradali, nel controllo della folla, oltre a coprifuoco, sicurezza rafforzata alle frontiere e nei porti, e pattugliamenti di quartiere in caso sia dichiarata un’emergenza a livello nazionale.
La BCT è stata assegnata a funzioni in Iraq prima di essere assegnata al NorthCom.

Il 3 aprile 2008 il WMR già scriveva in merito a un documento segretissimo che riguardava lo scenario della legge marziale:

«Il WMR ha appreso da fonti ben informate della comunità finanziaria degli Stati Uniti che un allarmante documento segreto a distribuzione limitata sta circolando tra gli alti membri del Congresso e dei loro staff, nel quale si avverte di un futuro fosco per gli Stati Uniti se non riescono a mettere rapidamente ordine nel proprio bilancio. La Speaker della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, è tra coloro che si dice abbiano letto il documento. Il fascicolo è denominato come il documento "C & R", perché si dice che affermi che se gli Stati Uniti diventano inadempienti rispetto ai prestiti e titoli di debito sottoscritti da Cina, Giappone e Russia, che stanno tutti schiacciando finanziariamente il governo USA, e se gli Stati Uniti unilateralmente cancellano i debiti, l'America può attendersi una guerra che avrà risultati disastrosi per gli Stati Uniti e il mondo. La “C” del documento sta per "Conflitto".
L'altro scenario è che il governo federale sarà costretto ad aumentare drasticamente le imposte per pagare i debiti verso i paesi stranieri al punto che il popolo americano reagirà con una rivoluzione popolare contro il governo. La “R” sta per "Rivoluzione".»

Nota
Wayne Madsen, ex analista della National Security Agency (NSA), è ora un giornalista investigativo con molte fonti interne all'intelligence, e impegnato a denunciare le azioni dei neocon in seno all'amministrazione statunitense. Cura il «Wayne Madsen Report».

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Aggiornamento dell'11 ottobre 2008:
Il presente post è stato ripreso da «ComeDonChisciotte» [QUI], da «AltraInformazione» [QUI] e da «Mercato Libero News» [QUI].

3 ottobre 2008

Il parlamentare USA: “Legge Marziale se il 'bailout' non fosse approvato"

di Pino Cabras

Altro che “moral suasion”. Il modo in cui si è arrivati al voto del Congresso USA sul piano di salvataggio proposto dal Segretario al Tesoro va ben oltre.
Normalmente, con il termine “moral suasion” si definisce una “tattica di persuasione” usata da un’autorità per influenzare e esercitare una “pressione” mirante a ottenere un comportamento socialmente responsabile, senza fare uso della forza di leggi o regolamenti.
Tra gli strumenti usati per queste pressioni da parte degli organi forti negli equilibri costituzionali ricordiamo: riunioni a porte chiuse, incontri con i leader di gruppi politici, l'irrigidimento di certi meccanismi di controllo, gli appelli pressanti allo spirito pubblico di comunità, il ricorso a mezzi di pressione mediatica. Negli USA si usa anche il termine di “jawboning”, con sfumature più inclini all'uso di intimidazioni: come a dire che la gravitas presidenziale, a forza di "offerte che non si possono rifiutare", scivola verso la grevitas di don Vito Corleone.
La pressione dell'amministrazione Bush-Cheney sulle prerogative parlamentari è stata sin da subito abnorme. Dopo l'11 settembre 2001 la Camera dei Rappresentanti e il Senato non furono sciolti come in un golpe sudamericano, questo no, ma furono costretti a legiferare sotto fortissimi condizionamenti, come l’emergenza antrace, quando i ceppi di un’arma batteriologica usciti con certezza da laboratori militari statunitensi furono usati in una spregiudicata operazione terroristica. Alcune delle lettere contenenti antrace furono indirizzate ai due senatori più potenti, che in quel momento frenavano ancora l’approvazione della legge poi denominata USA Patriot Act.
Gli Stati Uniti sono immuni, in ragione della forza della loro Costituzione scritta, dal rischio di un radicale mutamento della Costituzione materiale? Con il secondo mandato di George W. Bush, anche il «New York Times» nel 2006 ha dato spazio all’allarme di un’associazione bipartisan di giuristi, la American Bar Association: «In oltre 212 anni, 42 presidenti hanno emanato “dichiarazioni firmate” (signing statements) che ponevano sotto scrutinio circa 600 norme di nuove leggi [approvate dal Congresso, ndr]. George W. Bush lo ha fatto più di 800 volte in appena cinque anni e mezzo, o poco più, della sua permanenza in carica». Il grande quotidiano newyorchese segnala: «Per Bush i “signing statements” sono divenute comunicazioni al Congresso del fatto che egli, semplicemente, non intende seguire la legge, specialmente ogni tentativo di chiamarlo a rispondere dei suoi atti». Esisterebbe dunque una teoria unitaria dell’Esecutivo fortemente sostenuta da alcuni dei più estremisti consiglieri del presidente, incluso il vice presidente Dick Cheney e il suo staff legale. Il «New York Times» la descrive così: «Questa teoria afferma che il Presidente – e non il Congresso o le Corti – ha il potere esclusivo di decidere come egli debba svolgere i suoi compiti».
Il dato sui ‘signing statements’ a suo tempo denunciato sul «New York Times» va aggiornato drammaticamente, e rivela l’eccezionalità costituzionale di questa presidenza. George W. Bush ha sfidato quasi 1200 leggi approvate dal Congresso, contro i 600 casi di veto esercitati da tutti gli altri presidenti degli Stati Uniti. Siamo di fronte al governo più segreto e opaco mai avuto nella democrazia americana.
Non si vede perché la legge approvata dopo ribellioni e riluttanze del Congresso debba fare eccezione.
Il parlamentare democratico della Camera dei Rappresentanti Brad Sherman, californiano, ha denunciato il fatto che anche in occasione delle votazioni sul Piano salva-Wall Street, fortemente voluto dal Segretario del Tesoro spalleggiato da Bush, si è creata un’atmosfera di panico artificiosa. Sherman ha soprattutto denunciato che svariati parlamentari sono stati avvisati, che una bocciatura del provvedimento avrebbe comportato l'instaurarsi della legge marziale.
Sherman rivela di conoscere di persona vari rappresentanti del Congresso che hanno confessato di aver subito la minaccia di assistere alla prospettiva di una legge marziale vera e propria qualora il “bailout” non fosse stato approvato. Per Sherman le minacce passavano attraverso autentici ricatti.
Sherman il 2 ottobre profetizzava: «L’unica maniera in cui possono far approvare questo provvedimento è nel creare e alimentare un’atmosfera di panico. Questa atmosfera non è giustificata».
E aggiungeva: «A molti di noi è stato detto in conversazioni riservate che se lunedì avessimo votato contro il provvedimento il cielo sarebbe crollato, il mercato sarebbe precipitato di duemila o tremila punti il primo giorno, altri duemila il secondo giorno, e ad alcuni membri del Congresso è stato perfino detto che ci sarebbe stata la legge marziale in America se avessimo votato no».
La crisi degli anni trenta fu attraversata da altri input. «La sola cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa», disse Franklin D. Roosevelt nel suo discorso inaugurale nel marzo 1933. L'ammonimento di George W. Bush per contro, e come al solito, è: “abbiate paura! sempre!”.
Ecco, la paura. Sherman accusa: «Questo è ciò che chiamo spargere paura. Ingiustificata. Dimostratasi falsa. Abbiamo una settimana, abbiamo due settimane per scrivere un buon decreto. L’unico modo per far passare un cattivo decreto è mantenere la pressione del panico».


Il discorso di Brad Sherman alla Camera dei Rappresentanti.
Una versione completa dell'intervento è visibile su CSPAN.

Le frasi di Sherman denunciano in definitiva un certo “rumore di sciabole”.
Un rumore amplificato da un articolo apparso su una rivista “ufficiosa” delle forze armate statunitensi, «Army Times».
L'articolo segnala un fatto mai accaduto prima, e destinato a durare, pare: a partire dal primo ottobre del 2008 è stata dispiegata nel suolo USA una brigata di fanteria, il «First Brigade Combat Team». Il fatto è proprio questo: si tratta di una brigata di combattimento attivo, precedentemente usata in Iraq, non dei fantaccini della Guardia Nazionale. Il “combat team” è sottoposto alle direttive del NorthCom, un comando inter-forze creato nel 2002 dal presidente Bush con compiti di «difesa interna» miranti «al sostegno delle autorità civili».
Nonostante una vecchia legge – il Posse Comitatus Act - proibisca un simile uso delle forze armate in ambito interno, i compiti descritti dal ben informato settimanale sembrano andare in altra direzione. Tra i possibili interventi della Brigata quelli relativi a «disordini civili e al controllo delle folle o per far fronte a degli scenari potenzialmente orrendi, quali massicci avvelenamenti e caos in risposta ad attacchi chimici, radiologici, nucleari o di esplosivi ad alta resa».
Questi soldati da scenario di guerra vengono formati per esordire con l’utilizzo dei «primi armamenti di tipo non-letale di cui viene fornito l’esercito». Inquietanti le dichiarazioni del colonnello Roger Cloutier, comandante della Brigata. Cloutier descrive le armi non-letali come «progettate per assoggettare individui rivoltosi e pericolosi» nel quadro del «controllo delle folle e del traffico». Immagino quale tipo di "traffico" può richiedere una simile logistica rinforzata: spostamenti di milioni di individui. Un incrocio fra 1929, 11/9 e Katrina, magari in salsa nucleare. Panico garantito.
Non sappiamo se i membri del Congresso che alla fine hanno approvato il “bailout” pensassero a questo scenario. Per molti l'offerta che non si può rifiutare è consistita in una banale e “mastelliana” pioggia di elargizioni clientelari su cui far leva per essere rieletti. Per altri probabilmente ha funzionato meglio il ricatto o la minaccia.
Da qui alle elezioni di novembre può succedere di tutto. È una crisi nel cuore di un impero.

Altre fonti: [QUI].

Aggiornamenti del 6 ottobre 2008:
Il presente articolo è stato ripreso da «Luococomune» [QUI], da «Megachip» [QUI] e da «Il Bene Comune» [QUI].

Un importante e tardivo aggiornamento è comparso sul sito di
«Army Times». L'autrice dell'articolo Gina Cavallaro precisa che «un pacchetto di armi non letali per il controllo delle folle messo in campo dal "1st Brigade Combat Team, 3rd Infantry Division", descritto nella versione ufficiale di questa storia, s'intende che sia da usare nei dispiegamenti in zona di guerra, non nel suolo USA, come invece veniva affermato».
Possiamo immaginare che non siamo stati gli unici ad allarmarci per l'articolo e che siano pertanto dovuti arrivare a una smentita. Anche se la versione originale dell'articolo non è più on line.

Aggiornamento del 10 ottobre 2008:
Il presente articolo è stato ripreso anche da
«Nexus» [QUI].