18 settembre 2010

Lo scandalo Sakineh

di Thierry Meyssan*
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.



Il saggista Bernard- Henry Lévy e il Presidente Nicolas Sarkozy hanno mobilitato l'opinione pubblica francese per sottrarre alla lapidazione una donna iraniana accusata di adulterio. Sommersi dall’emozione, i francesi non si sono presi il tempo per verificare l’accusa, fino a che Dieudonné MBala M’Bala non è andato a Teheran. Una volta lì, la vicenda si è rivelata del tutto falsa.
Thierry Meyssan si sofferma su questa spettacolare e azzardata manipolazione.

L’annuncio di un autodafé del Corano da parte di un pastore statunitense in occasione del nono anniversario degli attentati dell'11 settembre ha scosso il mondo musulmano. La notizia ha avuto contraccolpi diversi a seconda delle culture.
Per gli occidentali questa provocazione va relativizzata. Certo, si tratta di un libro che i musulmani reputano sacro, ma alla fine non è altro che carta che brucia.
Al contrario, nel mondo musulmano, si ritiene che nel bruciare il Corano si tenti di separare gli uomini dalla parola “divina” e di negar loro la salvezza.
Ne sono conseguite reazioni emotive incontrollabili che gli occidentali percepiscono come isteria religiosa. Mai una cosa simile potrebbe manifestarsi in Europa, e ancor meno in Francia, paese forgiato da un secolo di combattiva laicità. Eppure ...

Mobilitazione
Di recente il saggista Bernard-Henri Lévy [1] ha messo in guardia l'opinione pubblica sul caso di Sakineh Mohammadi-Ashtiani, una giovane donna che avrebbe dovuto essere condannata alla lapidazione per adulterio. Ha lanciato una petizione su internet per fare pressione sulle autorità iraniane affinché rinunciassero a cotanta barbarie.
In costante contatto telefonico con il figlio della vittima, che vive a Tabriz (Iran), e con il suo avvocato, Javid Houstan Kian, da poco trasferitosi in Francia per sottrarsi al regime, Lévy non è stato avaro di dettagli: la lapidazione, la cui messa in pratica sarebbe stata interrotta da una moratoria, sarebbe ricominciata su impulso del presidente Ahmadinejad. L’esecuzione della signora Mohammadi-Ashtiani, avrebbe potuto avverarsi alla fine del Ramadan. Nel frattempo, il direttore della sua prigione, furioso per via del chiasso mediatico, le avrebbe fatto infliggere 99 frustate.
Il saggista concentra i suoi attacchi sulle modalità dell’esecuzione. Scrive:
«Perché la lapidazione? Non esiste un altro modo di dare la morte, in Iran? Perché è il più abominevole di tutti. Perché questo attentato contro il volto, questa pioggia di pietre su un volto innocente e nudo, questo raffinarsi della crudeltà che arriva persino a codificare le dimensioni delle pietre per assicurarsi che la vittima soffra più a lungo, sono un raro concentrato di disumanità e barbarie. Perché c’è, in questa maniera di distruggere un volto, di farne esplodere la carne e ridurla a un magma sanguinante, perché c’è in questo gesto di bombardare una faccia fino a farne uscire poltiglia, qualcosa di più che il mettere a morte. La lapidazione non è una condanna a morte. La lapidazione è più che una condanna a morte. La lapidazione è la liquidazione di una carne che è stata processata, in un qualche modo retroattivo, proprio questa carne: la carne di una donna giovane e bella, forse amante, forse amata, e che ha forse goduto di questa felicità di essere amata e di amare.»
Il presidente Sarkozy ha confermato le informazioni di Lévy in occasione della conferenza annuale degli ambasciatori di Francia, [2]. Al termine del suo discorso, ha dichiarato che la condannata era ormai «sotto la responsabilità della Francia».
Ben presto, numerose associazioni e personalità hanno aderito a questo movimento e sono state raccolte più di 140.000 firme. Il primo ministro François Fillon è apparso sugli schermi del principale telegiornale della televisione pubblica per esprimere la sua solidarietà a Sakineh, «sorella di noi tutti», mentre l'ex segretario di Stato per i Diritti Umani, Rama Yade, affermava che la Francia faceva ormai di questo caso una « questione personale».

Mistificazione
Benché non ne abbiano coscienza, la reazione emotiva dei francesi rimanda alla parte religiosa del loro inconscio collettivo. Che siano cristiani o meno, sono stati segnati dalla storia di Gesù e dell'adultera.
Ricordiamo il mito [3].
I farisei, un gruppo di ebrei arroganti, tentano di mettere in difficoltà Gesù. Gli portano una donna appena sorpresa in flagrante adulterio. Secondo la Legge di Mosè, dovrebbe essere lapidata, ma questa sanzione crudele è fortunatamente caduta in disuso. Chiedono allora a Gesù cosa convenga fare: se raccomanderà che la si debba lapidare, apparirà come un fanatico, se rifiuta di punirla, sarà messo sotto accusa per avere sfidato la Legge. Tuttavia, Gesù salva la donna rispondendo loro: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra». Ha dunque invertito il dilemma: se i farisei la lapidano, pretendono di essere puri, se non lo fanno, sono loro a violare la Legge. E il testo precisa: «Si ritirarono uno a uno, a partire dai più anziani».
Questo mito nel pensiero occidentale è il fondamento della separazione tra legge religiosa e civile. L'adultera ha peccato davanti a Dio e non deve renderne conto che a lui. Non ha commesso un reato e dunque non può essere giudicata dagli uomini.
La lapidazione annunciata di Sakineh è avvertita dai francesi come una terribile regressione: la Repubblica islamica dell’Iran dev’essere un regime religioso che applica la Legge di Mosè rivista alla luce del Corano, la Shari‘a. I mullah devono essere dei fanatici fallocrati che reprimono gli amori delle donne fuori del matrimonio e le tengono sottomesse agli uomini. Accecati dal loro stesso oscurantismo, arrivano a uccidere e nella maniera peggiore.
Qui si tratta proprio di isteria religiosa collettiva, perché in un caso del genere la reazione normale di chiunque sarebbe dovuta essere quella di verificare i capi d’accusa. Ma per settimane nessuno si è preso la briga di farlo.

Interrogativi
diedonnembalambalaAvendo a sua volta firmato questa petizione, il leader del partito antisionista Dieudonne M'Bala M'Bala, trovandosi a Teheran nel quadro di un progetto cinematografico, ha desiderato intercedere in favore della condannata. Ha chiesto udienza dalle autorità competenti ed è stato ricevuto da Ali Zadeh, vice presidente del Consiglio della Magistratura e portavoce del Ministro della Giustizia.
L'intervista deve essere stata sul genere di una farsa: con Zadeh che si domandava se il suo interlocutore, umorista di professione, non lo stesse per caso prendendo in giro nel dargli conto della sua apprensione. Mentre dal canto suo M'Bala M'Bala si faceva ripetere più volte le risposte alle sue domande, non potendo credere di essere stato manipolato sino a quel punto. La Repubblica islamica, succeduta alla dittatura dello scià Reza Pahlavi, si è innanzitutto preoccupata di porre fine all’arbitrio e di instaurare uno Stato di diritto quanto più possibile rigoroso. Per quanto riguarda i delitti da giudicare in corte d’assise, già da lungo tempo è previsto l’appello. In qualunque stato della causa, La Corte di Cassazione può essere automaticamente interpellata per verificare la legittimità della procedura. Il sistema giudiziario offre garanzie assai superiori rispetto a quelle dei tribunali francesi, e gli errori sono molto meno frequenti.
Tuttavia, le condanne hanno conservato una particolare durezza. Il paese applica in particolare la pena capitale. Piuttosto che ridurre il “quantum” delle pene, la Repubblica islamica ha scelto di limitarne l’applicazione. Il perdono delle vittime, o dei loro familiari, è sufficiente per annullare l'esecuzione delle pene. Proprio per via di questa disposizione e del suo uso massiccio, non esiste l’istituto della grazia presidenziale.
La pena capitale è spesso comminata, ma molto raramente applicata. Il sistema giudiziario prevede una dilazione di circa cinque anni tra la sentenza e la sua esecuzione, nella speranza che la famiglia della vittima conceda il perdono, e il condannato sia perciò graziato e immediatamente liberato. In pratica, le esecuzioni capitali riguardano soprattutto i grossi trafficanti di droga, i terroristi, e gli omicidi di bambini. L'esecuzione è eseguita per pubblica impiccagione.
Possiamo sperare che la rivoluzione islamica continuerà la sua evoluzione e abolisca prossimamente la pena di morte.
Comunque sia, la Costituzione dell’Iran si basa sul principio della separazione dei poteri. La magistratura è un potere indipendente e il presidente Ahmadinejad non può interferire con una qualsivoglia decisione dei tribunali.

Manipolazioni
Nel caso Sakineh, tutte le informazioni diffuse da Bernard-Henry Levy e confermate da Nicolas Sarkozy sono false.
1. Questa signora non è stata processata per adulterio, ma per omicidio. Inoltre, in Iran non è prevista la condanna per adulterio. Anziché abrogare questa incriminazione, la legge ha prescritto delle condizioni, per poter stabilire il fatto, impossibili da mettere insieme: occorre che quattro persone siano state testimoni nello stesso istante. [3]
2. La Repubblica islamica non riconosce lo Shari‘a, bensì esclusivamente la Legge civile votata dai rappresentanti del popolo in seno al Parlamento.
3. La signora Mohammadi – Ashtiani ha drogato il marito e l’ha fatto uccidere nel sonno dal suo amante, Issa Taheri. Lei e il suo complice sono stati giudicati entrambi in primo e secondo grado. Gli «amanti diabolici» sono stati condannati a morte in tutti e due i gradi del giudizio. La Corte non ha fatto distinzioni di sesso nel pronunciare la condanna degli accusati. Va notato che, nell’atto di accusa, la relazione intima tra i due assassini non è menzionata, proprio perché non la si può provare secondo la legge iraniana, quantunque i parenti la dichiarino come un fatto certo.
4. La pena di morte potrà essere eseguita per impiccagione. La lapidazione, che era in vigore sotto il regime dello scià e per qualche anno ancora dopo la sua deposizione, è stata abolita dalla Rivoluzione islamica. Indignato per le asserzioni di Bernard-Henri Lévy e Nicolas Sarkozy, il vicepresidente iraniano del Consiglio della magistratura ha dichiarato a Dieudonne M'Bala M'Bala di voler sfidare le insigni personalità sioniste a trovare un testo di legge iraniana in vigore che preveda la lapidazione.
5. La sentenza è ora all'esame della Corte di Cassazione, che deve verificare la regolarità di ogni dettaglio della procedura. Se questa non è stata scrupolosamente rispettata, la sentenza sarà annullata. Questa procedura di riesame sospende il processo. Poiché questo non è ancora definitivo, l'imputata gode tuttora della presunzione di innocenza e non si è mai posta la questione di giustiziarla alla fine del Ramadan.
6. Javid Houstan Kian, presentato come l’avvocato della Signora Mohammadi-Ashtiani, è un impostore. È legato al figlio dell’accusata, ma non ha ricevuto alcun mandato da questa signora e non ha avuto alcun contatto con lei. E’ membro dei Mujaheddin del popolo, un'organizzazione terroristica protetta da Israele e dai neo conservatori [4].
7. Il figlio della donna vive normalmente a Tabriz. È libero di esprimersi senza impedimenti e telefona spesso a Lévy per criticare il proprio paese, a riprova del carattere libero e democratico del suo governo.
In definitiva: niente, assolutamente niente nella versione Sarkozy-Lévy della vicenda di Sakineh Mohammadi-Ashtiani, è vero. Forse, Bernard- Henry Lévy ha rilanciato in buona fede delle accuse false che servivano alla sua crociata contro l'Iran.
Quanto al presidente Nicolas Sarkozy non può invocare la negligenza. Il servizio diplomatico francese, il più prestigioso al mondo, gli ha certamente indirizzato tutti i rapporti sul caso. Ha dunque deliberatamente mentito all’opinione pubblica francese, probabilmente per giustificare a posteriori le drastiche sanzioni prese contro l'Iran a danno soprattutto dell'economia francese, già duramente deteriorata dalla sua politica.

*Thierry Meyssan, Analista politico francese, presidente-fondatore del Réseau Voltaire.
Fonte: http://www.voltairenet.org
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.

[1] Si veda il dossier Bernard-Henry Lévy, Réseau Voltaire.
[2] Discours à la conférence annuelle des ambassadeurs de France, di Nicolas Sarkozy, Réseau Voltaire, 25 agosto 2010.
[3] Il termine mito deve essere preso qui nel senso più neutro. Che si creda o no ai Vangeli, la storia della donna adultera appartiene alla simbologia occidentale.
[4] Sullo stesso tipo di disinformazione, si legga Pour diaboliser l’Iran, «Rue 89» confond crimes pédophiles et homosexualité, Réseau Voltaire, 13 juillet 2007.
[5] Si veda il dossier Les Mujahedin-e Khalq, Réseau Voltaire.


Nota di Pino Cabras

L’articolo di Thierry Meyssan, al di là di qualche ossequio di troppo alle presunte virtù liberali del governo iraniano, che purtroppo dà invece oltremodo da fare ad Amnesty International, e al di là di alcune imprecisioni, espone nondimeno dei fatti molto importanti, in grado di ridimensionare drasticamente la rappresentazione corrente della vicenda.

Mi rendo conto che il caso Sakineh, come ogni minaccia concreta della violenza di Stato su una vita umana con un nome e un cognome, ha risvolti morali che ci fanno sentire responsabili della difesa di quella vita e proprio quella. Ma nel caso di specie il piccolo vagone del caso giudiziario iraniano è inserito in un lungo treno composto da carrozze cariche di buona fede e soprattutto da una potente locomotiva mediatica che ha altri scopi, anche se li dissimula benissimo.
Personalmente uso un criterio guida che negli ultimi anni mi ha fornito una mappa infallibile nel percorso delle notizie, anche se sembrerà solo una battuta: quando in una causa compare la firma, l'engagement, il supporto battagliero di Bernard-Henry Lévy, dobbiamo sapere che quella causa è irrimediabilmente contaminata da gravissime falsità: è accaduto nella guerra dell'Ossetia del Sud nel 2008, nella strage di Gaza del 2009, e ora sull'Iran.

I fomentatori della campagna su Sakineh sono stati abilissimi.

Si parte da una causa in sé giusta, su cui già si impegna Amnesty International come in mille altri casi che nessuno di norma si fila.

La si deforma stuzzicando il pregiudizio antiislamico e dipingendola come l'oppressione del Regime sulle donne.

La si personalizza nello stile del "reality show" in base all'assunto che se di un individuo conosci il nome automaticamente diventa un tuo "prossimo" e tirarti fuori sarebbe disumano.

Si crea l'evento autopropulsivo e alla moda, con i VIP - compresi quelli davvero perbene - che associano la loro faccia e la loro lacrima con quel nome concreto.

Si lanciano coinvolgenti aggiornamenti che trascinano la stampa progressista e chi ha un approccio vivace, onesto e impegnato alle notizie.

Infine si scarica il tutto sull'immagine demonizzata di Teheran per costruire il consenso preventivo alla prossima guerra contro l'Iran, durante la quale centinaia di migliaia di donne - come in Iraq - saranno lapidate dalle bombe di un Occidente così femminista da non voler disturbare con un ricordo i loro troppi nomi.

L'articolo di Meyssan richiama il fatto che la procedura penale iraniana attuale rende ardua se non impossibile l’esecuzione di una condanna per adulterio, potendo procedersi solo in presenza di quattro testimoni del fatto, una testimonianza che “deve essere basata sull’osservazione e non sulle congetture”. È una di quelle salvifiche ipocrisie formali dettate dal buon senso che rendono il mondo islamico molto più flessibile di quanto ci si aspetti: si omaggia la forma, gli articoli della legge penale ricalcano certi precetti della Shari‘a, per cui si tiene in piedi un vecchio istituto, ma lo si rende inapplicabile. Quattro testimoni che assistono tutti alla consumazione di un adulterio sarebbero un "unicum" statistico perfino a San Francisco.
La vita pratica dei paesi musulmani offre vari esempi. Mi viene in mente l'istituto islamico del "matrimonio temporaneo", che può durare addirittura solo mezz'ora, con tanto di dote matrimoniale conferita dallo "sposo", anche in vile denaro: così quella mezz'ora la sta passando mica con una prostituta, ma con una moglie.
O i musulmani dello Xinjang che mangiano tranquillamente maiale perché a tavola lo chiamano "montone", riproducendo le gesta dei preti nostrani che mangiavano carne nei venerdì di Quaresima con la formula "ego te baptizo piscem".
A qualunque latitudine la giustizia divina si piega al pragmatico convenzionalismo del vivere umano. Si chiama ipocrisia. Ma l’ipocrisia riporta la durezza della Legge al passo delle cose mondane. Nel male, ma anche nel bene.

La controprova dei due pesi e due misure l'abbiamo dal silenzio della stampa mainstream sul caso di Teresa Lewis. Meritava forse meno clamore? In base a quale ragione, peso, qualità di una vita umana?



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