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13 novembre 2014

Gas sovrano e nuove terre di conquista

di Giandomenico Mele


NOTA PRELIMINARE DI PINO CABRAS
da Megachip.
Sardegna hub del gas su input del Qatar? La cosa fa accapponare la pelle. L'articolo di Giandomenico Mele che qui vi presentiamo descrive uno scenario che va oltre la vicenda locale.
Gli USA stanno facendo ogni pressione possibile per spingere l'Europa ad abbandonare le soluzioni sul gas tecnicamente e geograficamente sensate (che implicano un rapporto sinergico e pacifico con la Russia) per sostituirle entro sei-sette anni con una collezione ardita di approvvigionamenti basati su una rete-monstre di rigassificatori per accogliere le navi gasiere dagli USA (shale-gas) e dal Qatar, nonché su una massiccia campagna di nuove trivellazioni in mezza Europa.

La Sardegna in questo quadro sostituirebbe funzionalmente l'Ucraina quale snodo europeo in uno scenario da Guerra Fredda o peggio. Immaginarsi l'impatto. Il Qatar è quel paese che ha investito - a botte di miliardi di dollari - nella destabilizzazione e nella distruzione degli Stati di mezzo Mediterraneo e dintorni. Per loro, devastare una comunità travolgendola con il denaro è un modo di fare business. In uno scenario di guerra, va aggiunto, ciò che gli ingegneri chiamano costruzione i generali lo chiamano bersaglio. Tìmeo Dànaos et dona ferentes. (p.c.)

Qatar e Sardegna. Costa Smeralda e Mater Olbia. Ora anche Glencore e il futuro di Alcoa. Ma nella prospettiva della rivoluzione energetica dell'Isola, potenzialmente e strategicamente il più grande hub del Mediterraneo, è spuntato anche il Gnl (gas naturale liquefatto). La più grande risorsa del Qatar, la madre di tutti i guadagni, i cui proventi in trilioni di dollari vengono reinvestiti attraverso il Fondo Sovrano (Qatar Investment Authority) in tutto il globo.
Cosa unisce la Sardegna al Qatar sul piano degli investimenti energetici? Un articolo della rivista Internazionale, in un approfondito reportage dei giornalisti Francesco Longo e Gabriele Masini, lo chiarisce. Estrapoliamo un passaggio del servizio da Doha. "Dando le spalle alla vetrata, appoggiata alla scrivania, Chatura Poojari - responsabile di Business planning & controls di RasGas - appunta la parola Sardegna sul suo taccuino".
Un virgolettato della Poojari chiarisce meglio l'interesse per l'Isola. "Entro la fine dell'anno il ministero dello Sviluppo economico dovrebbe mettere a punto un piano strategico per lo sfruttamento del Gnl in Italia e nell'attesa di regole gli operatori si stanno già muovendo - spiega la Poojari -.
In più, la Sardegna, unica regione non metanizzata d'Italia, dopo aver abbandonato il progetto Galsi di costruzione di un gasdotto dall'Algeria, sta cercando di ottenere dal governo centrale il supporto per costruire uno o più terminali di Gnl per alimentare le reti già costruite ma che sono in gran parte inutilizzate".
Ecco il nuovo progetto di business. Dopo il turismo e la sanità, ora si passa al versante energetico.

Il futuro dell'Isola: tra i piani del Qatar sul Gnl e lo shale gas con il progetto Endesa
"Metodi all'avanguardia, come l'acquisto di metano compresso. Pensiamo per esempio al gas americano (shale gas), una novità del settore". Le parole dell'assessore regionale alla Programmazione, Raffaele Paci, svelavano possibili strategie della Sardegna sul fronte energetico. Ma a parte le parole del presidente Pigliaru, di Maria Grazia Piras, assessore all'Industria e dello stesso Paci, c'è la logica a dire che la Regione potrebbe puntare dritta su un rigassificatore. Il Qatar lo sa e sta studiando la situazione.
Sono 29 gli stati al mondo che importano metano liquefatto e 26 di questi comprano dal Qatar. Un terzo di tutto il Gnl scambiato nel mondo viene da qui. Una leadership che dura dal 2006. Il Qatar ha circa 25mila miliardi di metri cubi di riserve di gas, pari a 360 anni di consumi italiani. Il triplo delle riserve degli Stati Uniti, con tutta la loro rivoluzione del gas di scisto (shale gas). Ma il gas naturale liquefatto va stoccato e uno o due impianti in Sardegna sarebbero ideali per le rotte del Gnl del Qatar che raggiungono il Nord Europa, in primo luogo la Norvegia.
Per questo, in attesa del Piano di sfruttamento del Gnl in Italia in fase di predisposizione dal ministero dello Sviluppo economico, il Qatar si prepara a sbarcare nell'Isola anche con il suo business principe: il gas.

Lo shale gas dal Golfo del Messico
Poi c'è lo shale gas. In ballo ci sono i progetti di due impianti, a Gioia Tauro e a Gela. Il primo segue i destini del gruppo Sorgenia (di proprietà della Cir, holding che controlla anche il gruppo Espresso). Il secondo vede in campo l'Enel, che però segue anche altre strade. In ballo c'è un miliardo di metri cubi di shale gas che, tramite la controllata spagnola Endesa, arriverà in Italia a partire dal 2019, spedito a bordo di navi dalle coste del Golfo del Messico. Da lì gli Stati Uniti inviano "l'oro nero" del futuro.
Una fornitura che servirà ad alimentare le centrali dell'Enel ma non solo: il contratto infatti non prevede alcun limite di destinazione, per cui può essere venduto ad altri soggetti acquirenti in relazione alle condizioni di mercato. Ma per fare questo servono nuove infrastrutture. E la Sardegna, chiaramente, per la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo, diventerebbe un hub prezioso.

Shale gas e Gnl, il contratto Endesa e il "take or pay"
Passiamo agli scenari futuri, quelli che hanno portato la Regione a considerare poco conveniente il progetto Galsi. Enel ha recentemente concluso un accordo per la fornitura ventennale (prorogabile per altri dieci anni) di shale gas con la compagnia americana Cheniere Energy.
Il contratto è stato firmato dalla controllata Endesa, che aveva già siglato un accordo simile per portare il gas in Spagna. Il metano potrebbe anticipare lo sbarco in Italia al 2018, quando sarà terminata la costruzione del rigassificatore di Corpus Christi sul Golfo del Messico.
Quali sarebbero i vantaggi di questa operazione rispetto al gasdotto Galsi, con l'ipotesi della costruzione di un rigassificatore di "ingresso" in Sardegna? Il prezzo del gas è più basso rispetto al mercato europeo e ha una clausola di "take or pay" che pesa solo sul 50% della fornitura. Ma gli stessi vantaggi arriverebbero dal Gnl, con la possibilità di avere due impianti in Sardegna e tenendo presente che l'unico gas liquido che arriva in Italia è quello qatarino scaricato a Rovigo, il più economico sulla piazza europea.
Il "take or pay" è una clausola inclusa nei contratti di acquisto di gas naturale, in base alla quale l'acquirente è tenuto a corrispondere comunque, interamente o parzialmente, il prezzo di una quantità minima di gas prevista dal contratto, anche nell'eventualità che non ritiri tale gas. Una clausola evidentemente poco conveniente per la Sardegna, che registra consumi elettrici in picchiata, anche e soprattutto in virtù della chiusura di molte imprese energivore. Ora è chiaro che il peso di una simile clausola solo sulla metà della fornitura sarebbe estremamente vantaggioso rispetto ai contratti stabiliti dal progetto Galsi.

Sardegna unica regione italiana senza metano
Mentre il problema del gap energetico che stritola la competitività dell'Italia a livello europeo e mondiale resta in cima all'agenda del governo Renzi, la Regione quindi studia le alternative al progetto Galsi.
Sempre puntando su un grande impianto di rigassificazione del metano liquefatto (Gnl) trasportato con navi, si intendono sfruttare alcuni elementi progettuali e reti infrastrutturali pensati per il gasdotto italo-algerino, sia nella rete di distribuzione interna che nelle condutture che dovrebbero attraversare l'Isola per creare un bacino di scambio del gas con la Penisola.
D'altronde le alternative scarseggiano e i progetti di potenziamento della produzione elettrica nell'Isola sono fermi al palo. Parliamo dell'idea della conversione a "carbone pulito" delle centrali a olio combustibile di Fiumesanto (E. On) e Ottana (Ottana Energia del gruppo Clivati): quest'ultima avrebbe dovuto sviluppare il progetto di "turbogas" proprio con l'eventuale metanizzazione della Sardegna. Ora sarà un advisor ad indicare alla Regione il percorso da seguire: anche se dal Qatar fino all'America, passando per gli Urali, tutte le strade sembrano portare al rigassificatore.

(12 novembre 2014)
Link articolo


12 maggio 2014

La verità sull'Ucraina, intervista a Pino Cabras

Riporto l'intervista rilasciata a Magazine Donna sulla crisi Ucraina.

Intervista di Valeria Gatopoulos a Pino Cabras.
da MagazineDonna.it.


1. Ucraina: come definirebbe in poche righe quello che sta accadendo?
È la crisi internazionale più pericolosa degli ultimi cinquant’anni, paragonabile per portata alla crisi dei missili di Cuba nel 1962. Il terremoto del sistema politico ucraino avviene lungo una delle “linee di faglia” del confronto strategico planetario, durante un momento in cui gli Stati Uniti – che non accettano un mondo multipolare – vorrebbero spegnere la potenza russa riemersa dopo le sue umiliazioni post-sovietiche.


2. Ci troviamo di fronte ad uno degli estremi atti della Guerra Fredda oppure c’è il rischio effettivo di un nuovo conflitto mondiale?

La Guerra Fredda è durata molti decenni e ha plasmato il modo di ragionare e di agire delle classi dirigenti di tanti paesi, e quella visione del mondo rimane in Occidente nella testa di influenti accademici, generali, editori, giornalisti, nonostante l’Unione Sovietica non ci sia più dal 1991. Possiamo dire che molti pilastri della Guerra Fredda restano ancora in piedi anche in un paesaggio profondamente cambiato, tanto è vero che la NATO non è stata smantellata, bensì estesa. Rispetto ai tempi della prima Guerra Fredda e rispetto al primo decennio post-sovietico, l’Occidente sta compiendo però un grave errore di valutazione, che – se non verrà corretto – potrebbe portare il mondo alla catastrofe. Il mondo atlantista non potrà più prendere decisioni con implicazioni militari nei confronti di Mosca con l’illusione che d’ora in poi non abbiano un prezzo salatissimo da pagare, da subito. Si è già consumato tutto il tempo di un colossale abbaglio, ma dobbiamo capirlo al più presto se non vogliamo precipitare nella più grande catastrofe del nostro secolo. La Russia, dopo l’allargamento della NATO a Est, non ha più terreno da cedere. Per difendere questa posizione metterà in campo tutto il suo potenziale, con la massima determinazione. Dobbiamo sapere che ci siamo ormai affacciati a una finestra da cui si vedono già in volo i bombardieri nucleari.(di seguito il video) Il dramma – anche in Italia – è che non abbiamo ministri che capiscano la posta in gioco. I ministri degli esteri e della difesa nostrani agiscono come figuranti di un paese a sovranità zero.



3. Le sanzioni alla Russia che effetto sortiranno in realtà?

Potrebbero innescare una serie di scambi di colpi reciproci. Non sarebbero indolori per nessuno, perché il mondo è ora più interdipendente e c’è una forte complementarità fra l’economia europea e quella russa, specie per le forniture energetiche. La Russia è la sola entità in grado di fornire per decenni il gas di cui l’Europa ha bisogno per organizzare la sua graduale e auspicabile transizione verso un nuovo sistema energetico. Per contro, la Russia ha interesse a diversificare la sua economia interagendo con le altre potenze industrializzate. Lo schema delle sanzioni, altre volte applicato a piccoli paesi, non potrà funzionare allo stesso modo con la Russia, un territorio sconfinato entro il quale si trovano le più grandi riserve di energia fossile, in tutte le sue componenti, nonché di materie prime dell’intera tavola periodica di Mendeleev, di cui il pianeta sia dotato.
Ma anche quel che a Ovest verrebbe chiamato “capitale umano” in Russia è imponente, con un evidente spessore della sua intelligencija tecnologica. Il sistema sovietico è sì crollato, ma gli è sopravvissuta una cultura media del paese elevatissima, ereditata dal precedente sistema. Il livello delle università russe, dei politecnici, dei centri di ricerca, dell’Accademia delle Scienze, per decenni impegnati in una dura competizione per la parità strategica con gli USA, ha generato un ceto scientifico e tecnologico di straordinario valore. Aggiungo anche un altro fatto: mentre negli anni novanta la Russia annegava nei debiti e si faceva imporre un’austerity criminale dall’FMI, oggi è un super-creditore, un partner finanziario non remissivo. Il contrario della condizione italiana, per dirne una.

4.Quali sono, ad oggi, gli interventi effettivi degli Stati Uniti all’interno del territorio ucraino?
Registriamo sia una presenza di lunga data (costruita con enormi risorse economiche, miliardi di dollari spesi negli ultimi vent’anni), sia una presenza recente legata alla contingenza dell’attuale crisi. La prima presenza è consistita in un lungo lavoro egemonico rivolto dagli USA alle componenti più influenti delle classi dirigenti diffuse (politici, media, militari, professori universitari): persino la più insignificante borsa di studio con fondi americani era l’ingranaggio di un rodato sistema che fidelizzava, atlantizzava, dollarizzava i vari livelli delle classi dirigenti ucraine. Tutto il mondo ha potuto sentire le parole di Victoria Nuland, assistente segretario di stato per gli affari europei e euroasiatici del Dipartimento di Stato USA (nonché moglie di Robert Kagan, uno dei più eminenti neocon di Washington): «abbiamo investito 5 miliardi di dollari per dare all’Ucraina il futuro che merita». La seconda presenza USA in Ucraina, quella dell’oggi, è segnata da tre componenti intrecciate: una massiccia partecipazione della CIA (perfino con frequenti visite del suo capo John Brennan); un intenso lavoro di addestratori militari che guidano la riorganizzazione degli apparati repressivi con un inquadramento delle nelle forze di sicurezza ufficiali delle squadre paramilitari dei partiti di ispirazione nazista, e infine gruppi di mercenari appartenenti a imprese private (contractors), come la Greystone (una ex affiliata alla Xe, ossia la famigerata Blackwater).

Il resto dell'intervista è suddiviso in altre due parti:
- SECONDA PARTE;

- TERZA PARTE.


9 aprile 2014

Mica furbo, 'sto Putin. La Putinomics è fessa



Pubblichiamo una riflessione irriverente e demolitoria sulle scelte economiche del presidente russo Vladimir Putin formulata da Mike Norman, investitore ed economista di scuola MMT (Modern Money Theory). Ai suoi occhi, di più folle rispetto alla politica monetaria ed energetica russa c'è solo la politica energetica degli Stati Uniti, che sull'onda delle nuove tecnologie estrattive (e ambientalmente distruttive) ridiventano esportatori di gas.  Ci riserviamo una nota di commento in coda all'articolo. Intanto, buona lettura.
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di Mike Norman*.


Putin è così furbo come tutti pensano? Quel che sta facendo dimostra di NO!

Gli esperti e i media stanno concedendo ogni sorta di accreditamento a Putin per il fatto che ha fregato l’Occidente e si sta facendo beffe degli “avvertimenti” mentre avanza verso l’Ucraina senza il minimo segnale di esitazione.

Ma non stanno dando troppo credito a Putin? Questo tipo è davvero così astuto?

Primo, sappiamo che ha comprato oro come un pazzo due anni fa quando l’oro era vicino ai massimi di prezzo. La Russia è già uno dei più grandi produttori d’oro al mondo (se non il PIÙ grande), e pertanto perché mai sta facendo incetta d’oro? Da ciò che si sente raccontare, Putin credeva che il programma di acquisto asset finanziari della FED avrebbe indebolito il dollaro, così questo è il motivo dei suoi acquisti d’oro. In altre parole, stava operando sul mercato sulla base della stessa analisi errata di molti altri idioti.

Fesso.

Il prossimo punto è questo: se vuoi dimostrare quanto sei forte e vuoi dare mostra della tua indipendenza dall’Occidente perché agganci la tua valuta al dollaro? Il rublo è (blandamente) agganciato al dollaro (e anche all’euro). Oggi la banca centrale Russa ha aumentato i tassi di interesse per difendere questo ancoraggio. Fesso!

Tu sei Putin, tu ritieni che la Russia sia una grande potenza e che non possa essere comandata a bacchetta e che possa fare ciò che vuole. E di conseguenza tu “àncori” la tua valuta al dollaro? Seriamente???? Voglio dire… andiamo, Vlad.

Infine, il giovanotto crede di dover vendere il suo petrolio e gas per ottenere “entrate” dall’Occidente. La Russia ha un enorme, enorme, ENORME, vantaggio energetico sugli altri paesi. L’energia a buon prezzo è un valore inestimabile di questi tempi. Perché la esporti? È come la mossa idiota degli USA che esportano il proprio gas naturale, che sta solo conducendo a un aumento dei prezzi interni e a un’erosione di quel vantaggio iniziale. Fesso, fesso, fesso.

Se questo tizio volesse per davvero il potere, se capisse un pochino di economia, o avesse qualcuno nel suo team che capisse un poco di economia, lascerebbe fluttuare liberamente il rublo, bloccherebbe l’ancoraggio del rublo al dollaro, all’euro o a qualsiasi cosa e direbbe “vaffanculo” all’Occidente quando si presenta a richiedere esportazioni di petrolio. L’Occidente sarebbe in ginocchio in un battibaleno.

Per fortuna non lo capisce, il che significa che lascia sé stesso in balìa dei “guardiani” dei mercati finanziari e dei propri pensieri negativi.
La mia previsione: le truppe della Russia saranno fuori dall’Ucraina più rapidamente di quanto tempo impiegarono ad abbandonare la Georgia.



*Mike Norman,  è un investitore ed economista MMT

Traduzione a cura di ReteMMT.it.


NOTA di Pino Cabras per Megachip.

I ragionamenti di Mike Norman, sebbene sia un economista preziosamente eccentrico rispetto alle correnti dominanti dei sacerdoti dell'austerity criminale, sono comunque ragionamenti da economista:  in lui prevale lo stupore e quasi lo scandalo (nel suo caso sprezzante e divertito), quando assiste all'intimo e contraddittorio intreccio tra economia e politica.
In certi casi però siamo di fronte a una strategia di potere, non a un modello economico sbagliato. Ai piani alti del potere si prendono decisioni politiche, con strategie che possono raggiungere il risultato voluto a scapito dell'efficienza economicamente più razionale: quando si dice 'costi quel che costi'. Altrimenti non ci sarebbero le guerre, con i loro sacrifici umani e materiali di massa.
A chi cerca una soluzione al disastro non basta contrapporre contromisure tecniche (pur necessarie), di fatto considerando quelle decisioni politiche degli errori di economia politica. Esportare energia a prezzi in cui prevale l'effetto politico sarà economicamente idiota, ma serve a determinati disegni. Gli USA con il fracking e lo shale gas sembrano disposti a infliggere una devastazione ambientale senza precedenti al proprio paese e ai propri vassalli, il tutto per vincere una scommessa che potrà giocarsi solo nei pochissimi anni in cui quelle risorse saranno realmente disponibili, come pedine fondamentali da giocare nella scacchiera della nuova guerra fredda. Obiettivo? Mettere KO la Russia prima che la sua energia di lungo periodo la renda inespugnabile da un'America di nuovo a corto di risorse.
La Russia a sua volta giocherà con altre pedine in una scacchiera che rimane comune.
Lo scenario in cui l’Occidente «sarebbe in ginocchio in un battibaleno», come dice Norman, si chiama Apocalisse. Neanche a Putin conviene. A nessuno conviene. Ciò detto, qualsiasi riforma monetaria, in Russia come ovunque, farà bene a dare un ruolo alla MMT e a qualsiasi fioritura di pensiero economico razionale. La questione si pone ormai come un tema di sopravvivenza per centinaia di milioni di individui, intere nazioni e classi sociali che rischiano di essere travolte dal moltiplicarsi degli shock e degli esperimenti finanziari delle élites.


3 ottobre 2011

Un corso per capire la crisi

di Debora Billi.


Ci volevano i mitici traduttori volontari di Transition Italia ed Indipendenza Energetica, per mettere finalmente a disposizione del pubblico italiano il celebre "Crash Course" di Chris Martenson, che tanto successo ha riscosso in tutto il mondo nell'originale inglese. Il corso dura più di 4 ore, ed è stato suddiviso dagli infaticabili traduttori in una trentina di parti disponibili su YouTube.
Ma non fate come me, che odio i video (preferisco di gran lunga leggere) e ne rimando la visione da tempo: come sostengono gli stessi di Transition, se non ci sbrighiamo l'intero Crash Course potrebbe persino venir superato dagli eventi.

Read MoreDice Chris:
Il Crash Course integra temi diversi ed apparentemente scollegati in una unica storia. Discuteremo di Economia, Energia ed Ambiente, perche' e' dove questi campi si sovrappongono e si intersecano che la storia piu' importante di ogni generazione sara' raccontata.
Dopo aver sentito questa presentazione guarderete e penserete all'economia in una maniera completamente nuova. Vi daro' una struttura che vi permettera' di capire quello che per molte persone e' una materia molto difficile da capire.

Insomma, se amate dissertare (o trollare!) sui blog commentando questioni di catastrofi finanziarie, energetiche, economiche, sistemiche, ecologiche, è necessario che vi prepariate molto bene. Il Corso lo trovate qui.

Fonte: http://crisis.blogosfere.it/2011/10/un-corso-per-capire-la-crisi.html.

15 marzo 2011

Chicco Fukushima Testa e i suoi fratelli

di Pino Cabras – da Megachip.



Ascoltate bene i commenti a caldo di Chicco Fukushima Testa, l’alfiere del ritorno al nucleare in Italia, la sera in cui la catastrofe tsunami iniziava a diventare catastrofe atomica. Sono 102 secondi che potremo proporre agli storici per descrivere con un esempio lampante l’inadeguatezza delle classi dirigenti italiane, la loro piccineria irresponsabile, l’arroganza con cui trattano problemi che non hanno nessuna capacità né intenzione di affrontare: problemi che hanno a che fare con la vita e la salute di milioni di persone. Non finisce mica qui.
Se nel frattempo riuscite a diradare la nube di cesio e plutonio, troverete che non erano malaccio, a risentirli oggi, neanche i commenti di quell’altra madonna pellegrina dell’atomo, Umberto Fukushima Veronesi, quando si sperticava in elogi per l’assoluta sicurezza del nucleare. Forse era inconsapevole di un anagramma di Umberto Veronesi: “tumori: ve ne serbo?”.





Lo so che non c’è due senza tre. Godetevi perciò lo slogan di Pierfukushima Casini: «Ripercorrere la via del nucleare»:




Ed è solo per completezza che vi lascio alle «centrali assolutamente sicure» vantate davanti a Sarkozy da Silvio Beluskushima:



C'è un referendum che ci aspetta. Cerchiamo di vincerlo.


27 dicembre 2010

Un'alternativa al nucleare

di Pino Cabras - da Megachip.


Va smontata, la propaganda nuclearista che vuole violentare la mente di milioni di persone per rifilare la spazzatura atomica: che è poi spazzatura economica, monnezza veterotecnologica di Sarkozy, affarismo per caste di saccheggiatori di pubblico denaro. Va smontata pezzo per pezzo e rovesciata sui poteri che vorrebbero perfino che ci piacesse, che vorrebbero imporci la più smaccata delle manipolazioni di massa. Iniziamo a reagire per vincere. Qui vi proponiamo un controspot, prodotto da MegaChannelZero.


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Potete diffondere il controspot parodistico come il virus della verità, perché la Rete raggiunge milioni di persone. Potete anche produrre voi i controspot, fare i vostri video, studiare anche voi gli spot dei nuclearisti e rovesciare sulle loro teste quel che i nuclearisti hanno prodotto: un vaso da notte pieno di merda ricoperto con foulard di seta. Togliamo il velo e seppelliamo i nuclearisti di risate e di ragionevolezza, prima di non riuscire mai a sepellire le loro scorie radioattive. Pubblicheremo gli spot più belli ed efficaci.
Caricateli su YouTube o altri canali e segnalateceli a redazione@megachip.info.
Oltre a vedere più sopra il nostro videoclip con la parodia audio, qui di seguito potrete leggere un articolo che analizza in dettaglio tutti i trucchi della réclame radioattiva. È un ottimo spunto per costruire le vostre brevi sceneggiature. E poi radioattivare tutto il web.
Ma prima vogliamo ricordare anche che l'alternativa c'è.
Il 21 dicembre 2010 state consegnate alla Camera dei deputati le firme a sostegno della proposta di legge d’iniziativa popolare“Sviluppo dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili per la salvaguardia del clima”. Perfino la stessa Confindustria ritiene che nei prossimi 10 anni le energie pulite genererebbero 1,6 milioni di posti di lavoro contro i 10mila che genererebbe il vaso da notte pieno di merda ricoperto dai foulard di seta di Chicco Testa e Umberto Veronesi.
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Nucleare, spot in TV: le pedine sono i telespettatori ingenui


di Maurizio Maria Corona - da mainfatti.it.
Per accendere di entusiasmo nucleare le tavole degli italiani nei giorni di festa, Chicco Testa e il suo Forum Nucleare Italiano ha pensato bene di irradiare le TV di uno spot che, per gli addetti ai lavori, anche senza audio, sa di propaganda. La propaganda è un'arte sottile e scientifica. L'inventore moderno della propaganda e il suo affinatore e canonizzatore è stato sicuramente Edward Louis Bernays che scrisse il libro omonimo (Propaganda) nel 1928 (un classico da studiare per chiunque voglia occuparsi o decifrare la comunicazione moderna). E' quindi un compito doveroso, da tecnici della comunicazione, riflettere su come in Italia la lobby del nucleare si stia muovendo per convincere la popolazione della necessità di costruire centrali nucleari. Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in diverse occasioni affrontando il tema del nucleare ha detto "che 'oggi le centrali nucleari sono assolutamente sicure', annunciando di volerlo spiegare ai cittadini italiani anche attraverso campagne televisive" (La Stampa). Così, non si sa se collegati alla volontà del Presidente del Consiglio e del Governo, arrivano in TV degli spot che parlano di nucleare. Sembrano "spot di prospezione" per un pubblico che ancora si ricorda di Chernobyl, che accoglie ancora i suoi bambini vittime delle radiazioni (i bambini di Chernobyl, appunto), e che fortunatamente ha ancora paura di questa energia sottoprodotto militare. Il primo spot "nucleare" che va in televisione è quello trasmesso su Rai e Mediaset e che va a "colpire" il telespettatore italiano medio, alle prese con i cenoni di Natale e Capodanno. Lo spot si presenta come "neutrale" ed è molto semplice e allo stesso tempo estremamente studiato fin nei minimi particolari. Nel complesso, nella mente distrattamente conscia del telespettatore, rimarrà una partita a scacchi con due uomini che fanno delle affermazioni sul nucleare e che fermano un orologio (tipico dei tornei di scacchi). L'uomo al termine dello spot si rivela essere "se stesso", ovvero la partita è stata tra le due parti di sé, le parti del "dubbio nucleare", del si o del no. Lo spot si chiude con il quesito (rivolto allo spettatore) "E tu sei a favore o contro l'energia nucleare? O non hai ancora una posizione?" E si vedono poi, mentre la camera "allarga", decine di "partite a scacchi" sul nucleare dove uomini e donne sfidano se stessi (http://www.youtube.com/watch?v=R29l7GkBl64). Lo spot porta la firma di forumnucleare.it, sito di un'associazione il cui presidente è Chicco Testa, alfiere convinto del ritorno al nucleare in italia e forte della sua conversione (prima era un "verde" che ha contribuito a smantellarlo). Ovviamente chi conosce la questione e le parti in campo non può che condividere l'opinione dei senatori Roberto Della Seta e Francesco Ferrante: "Partirà sui canali televisivi, Rai e Mediaset compresi, una campagna pubblicitaria istituzionale del Forum Nucleare italiano che, ammantandosi di neutralità, tenterà di presentare il nucleare come un'alternativa energetica pulita e conveniente. Tenendo presente che del Forum Nucleare fanno parte in qualità di soci fondatori aziende direttamente coinvolte nel business dell'energia atomica quali Westinghouse, Enel, Ansaldo Nucleare, Areva e Edf, è davvero difficle credere che non si tratti di una vera e propria operazione propagandistica". Ma in questo articolo parliamo dello stile di comunicazione dello spot, molto interessante anche per tutti gli studenti di Scienze delle Comunicazioni, che possono divertirsi ad analizzarlo, a prescindere dalle parole e dai dialoghi. Per ora solo alcune osservazioni: Il "contro" usa le pedine nere mentre il "pro" usa le pedine bianche; La voce del sé "contro" l'energia nucleare è cupa mentre quella "pro" è suadente; Il "contro" trascina le pedine e fa mosse "banali" (sembra anche incerto nei movimenti) mentre il "pro" è deciso, fa mosse da "chi sa giocare a scacchi" e poggia con fermezza i pezzi sulla scacchiera; Il "contro" usa sempre e solo l'alfiere nero, mentre il "pro" usa il cavallo (tranne una volta l'alfiere bianco) il pezzo più riconoscibile (che ispira libertà, nobiltà, forza, natura, ecc); Nel fermo immagine il se stesso a sinistra (quello "pro" bianco) e quello a destra (quello "contro" nero) anche se sono "la stessa persona" sono leggermente diversi, difatti quello a sinistra ("pro") è più "bello" che quello a "destra" (con naso a gobba e leggermente più basso del "buono", è un classico). Potremmo continuare per decine e decine di punti ricordando i simbolismi nucleari quali la scacchiera, l'uso strumentale del gioco degli scacchi, l'orologio "atomico" fermato e fatto ripartire, le mosse specifiche, il maglione a collo alto, la sala utilizzata, le finestre, la predominanza del bianco, la postura, la proporzione di uomini e donne, di vecchi e giovani, ecc. Ma preferiamo lasciare il nostro paziente lettore con un video musicale dei Kraftwerk che risponde con liriche ispirate quali "Chernobyl Harrisburg Sellafield Hiroshima. Radioactivity, is in the air for you and me".



(http://www.youtube.com/watch?v=kXD6Gtinvbc)
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NUCLEARE: anche gli industriali sono divisi

da blogeko.it.

Sorpresa: gli industriali sono divisi sull’atomo. Un vicepresidente di Confindustria è il primo firmatario dell’appello al Governo “Invece del nucleare” sottoscritto da (finora) 740 fra imprenditori, manager e professionisti. Dicono in sostanza che la scelta nucleare avvantaggerebbe solo poche imprese, mentre molte ne risulterebbero penalizzate.
Dunque il fervente zelo atomico di Confindustria non è poi così unanime, anche se sta svolgendosi una massiccia campagna pubblicitaria finanziata da grandi gruppi industriali a favore dell’energia nucleare.
L’appello “Invece del nucleare” è stato lanciato dal Kyoto Club. Primo firmatario Pasquale Pistorio, presidente onorario di Kyoto Club ma soprattutto vicepresidente di Confindustria per innovazione e ricerca.
La seconda firma è quella di Catia Bastioli, CEO di Novamont e presidente del Kyoto Club. La terza è di Gianluigi Angelantoni, presidente dell’Associazione Imprenditori della Media Valle del Tevere (Confindustria Perugia) nonchè anch’egli vicepresidente di Kyoto Club.
La costruzione delle centrali nucleari, dice l’appello, interesserebbe “una piccola minoranza di società italiane, mentre larga parte degli investimenti finirebbe all’estero”.
La produzione di energia elettrica avvantaggerebbe “pochi comparti industriali energivori” e “sarebbe lo Stato, attraverso la fiscalità generale, o gli utenti attraverso l’aumento delle bollette, a cofinanziare il nucleare”, che è una fonte di energia molto costosa.
Gli industriali stimano che l’intero programma nucleare del Governo costerebbe almeno 80 miliardi, con conseguente inevitabile sottrazione di risorse “ai più promettenti settori dell’efficienza e delle rinnovabili” che invece possono generare “ricadute economiche e occupazionali immediate”.
Lo dicono gli industriali, non gli ambientalisti: ci siamo limitati ad aggiungere i link. Ecco il testo di “Invece del nucleare” con, in calce, le firme.

21 ottobre 2009

I generali della guerra del gas si preparano alla battaglia più dura

di Giulietto Chiesa - da Megachip

Improvvisamente, quando il “Nord Stream” si trova ormai sulla soglia del superamento degli ultimi ostacoli burocratici e tecnici, ecco riaffiorare, in Europa e negli Stati Uniti, le polemiche, o meglio espliciti tentativi, di fermarne l'esecuzione.

Il Nord Stream, per i non specialisti, è la grande operazione che Mosca ha intrapreso per aggirare - piazzando i tubi sul fondo del Mar Baltico, da Vyborg a Greifswald - l'ostacolo frapposto dall'Ucraina all'afflusso del suo gas agli utilizzatori occidentali. Che si tratti di un ostacolo Mosca l'ha sperimentato negli inverni scorsi, ultimi due inclusi, con due “guerre del gas” alle quali è stata costretta dalle mosse del presidente Viktor Jushenko. “Costretta, dice Putin, molto arrabbiato, perché «noi vogliamo solo vendere il nostro gas, ma Kiev ce lo impedisce».

Non si sa quanto sia costato a Gazprom, fino ad ora, tutto questo contenzioso. Il potente CEO di Gazprom, Aleksei Miller, non lo ha rivelato. Ma qualcuno a Mosca ha fatto i conti: il tappo ucraino ha fatto perdere alle casse russe, nei diciotto anni dalla fine dell'URSS, qualche cosa come 50 miliardi di dollari tra gas trafugato lungo il tragitto, gas non pagato, gas ottenuto a prezzi di gran lunga al di sotto di quelli di mercato.

Il tutto va preso, come si suol dire, con le pinze, perché l'Ucraina fornisce dati del tutto diversi. Ma resta il fatto che Mosca non aveva alternative: i gasdotti e gli oleodotti costruiti durante l'era sovietica passavano su territorio sovietico, e su quello dei paesi amici del Patto di Varsavia. Una volta crollato il sistema chi ricevette in dono dal destino la rendita di posizione costituita da quelle tubature ha potuto giocare le sue carte: o paghi di più o non passi. Ovvero: o mi dai una parte del prodotto a prezzo ridotto o non passi. In ogni caso mi prendo qualche cosa dai tubi. E se protesti io chiudo i rubinetti e ti accuso, di fronte all'Europa, di volerci ricattare per ragioni politiche, di volerci mettere tutti a secco, al freddo e in crisi industriale, di voler imporre la tua sfera d'influenza perduta con la sconfitta nella guerra fredda.

Finché si trattava di paesi amici, controllati o controllabili, Mosca ha abbozzato, improvvisando accordi che reggevano malamente, ma reggevano. Comunque passando di crisi in crisi: circa un centinaio in quindici anni, di varia entità e gravità, variamente ridipinte dalle parti con colori politici, ma con un unico denominatore comune: pagare meno.

Con la Bielorussia di Lukashenko, per esempio , salvo qualche momento difficile, ha funzionato. Anche perchè Lukashenko ha avuto pessimi rapporti con l'Occidente e all'orizzonte resta l'ipotesi di una riunificazione Russia-Bielorussia..

Ma con l'Ucraina di Jushenko (la Julia Timoshenko ha cambiato alleanze e ora pare che stia con Mosca) il discorso è divenuto insostenibile. La “rivoluzione arancione” ha messo Kiev sotto la protezione di Washington e di Bruxelles e in rotta di adesione all'Unione Europea e di ingresso nella Nato. Cioè in rotta di collisione con Mosca. Che senso avrebbe avuto, per Mosca, continuare a fare regali per accattivarsene un'amicizia ormai impossibile?

E anche in Europa non tutti erano e sono disposti a subire il ricatto ucraino. Troppo esplicito e anche pericoloso. Perché Mosca non intende essere perdente. Quindi, se il gas non passa attraverso l'Ucraina , allora i rubinetti li chiude la Russia alla fonte. Con il risultato che non solo Kiev non riceve niente e rimane sola con il suo ricatto, ma anche l'Europa non riceve niente. La Russia ci perde, in termini di minori introiti, ma l'Europa intera rimane senza un quarto dell'energia che le serve. E domani sarà ancora peggio, secondo tutte le previsioni.

Con la prospettiva molto realistica che Mosca trovi – anzi l'ha già trovato – un compratore assetato di energia, e in grado di assorbire tutto il flusso che adesso va a ovest. Si tratta della Cina. E già altri tubi si spingono a est. Ci vorrà qualche anno, ma a questo si giungerà inesorabilmente. La sete cinese è immensa.

Così Putin ha trovato orecchie e tasche sensibili, visto che il “Nord Stream” costa oltre 10 miliardi di euro. In Germania prima di tutto. L'ex cancelliere Gerhard Schroeder in testa, divenuto il CEO del progetto. Ma anche la Merkel ha abbozzato, con dietro le industrie tedesche. E adesso Sarkozy si accoda veloce.

Se poi ci metti il “South Stream”, in alternativa al “Nabucco”, per portare il gas, sotto il Mar Nero, in Bulgaria, nei Balcani, in Grecia, in Italia (e qui Putin ha trovato l'entusiastico appoggio di Berlusconi, cioè dell'Eni, e di nuovo, di Sarkozy, ecco che si delinea una situazione in cui Mosca può fornire il suo gas (e quello che contratterà con le ex repubbliche sorelle dell'Asia Centrale) agli Europei, senza sottostare ad alcun filtro.

Ovvio che questo significherà una vera e propria rivoluzione nei rapporti tra Russia e Europa.

Ma questo non piace a Washington. Ecco perché si è alzata la voce del vecchio Zbignew Brzezinski, ex consigliere per la Sicurezza nazionale di Jimmy Carter: attenzione che Mosca vuole «isolare l'Europa dell'est dall'Europa Occidentale». Segue il coro delle proteste di tutti gli “sventurati” che restano a bocca asciutta.

Urmas Paet, ministro degli esteri estone, lamenta che i paesi baltici saranno “ignorati”. In aprile 23 ex capi di stato e di governo, capeggiati da Vaclav Havel e Lech Walesa, denunciano il tentativo di Mosca di voler ««ristabilire sfere d'influenza». La tesi è una sola: l'operazione è una minaccia rivolta contro l'Europa orientale, che diventerebbe “ricattabile” e resterebbe priva di energia.

Ma è poi vero che Bruxelles non potrebbe redistribuire, secondo criteri di mercato, il gas che comunque arriverà in abbondanza da Mosca? Non si vede come la Russia potrebbe condizionare la distribuzione europea del suo gas, una volta che esso sia giunto nei terminali del “Nord Stream” e del “South Stream”.

Il ministro degli esteri polacco, Radosław Sikorski paragona il “Nord Stream” addirittura al patto Molotov – Ribbentrop.

Questi gasdotti non s'hanno da fare. Al loro posto Washington e il coro dei suoi alleati europei preferiscono il “Nabucco”, che ha il vantaggio di bypassare completamente Mosca per andare a trovare i venditori in Turkmenistan, Kazakhstan, passando ovviamente per la Georgia e la Turchia. Operazione perfetta, se non fosse che Putin e Medvedev hanno già messo a segno la loro contromossa, e hanno alleati molto potenti, per non dire decisivi, in Europa.

Succederà di sicuro qualche cosa di grosso, nei prossimi mesi. Se Putin, Berlusconi e Gerhard Schröder hanno deciso di vedersi en privé a San Pietroburgo, proprio adesso, è perché si preparano a sostenere un'offensiva potente.


13 luglio 2009

L’eolico ad alta quota: arriva l’Abbondanza?

di Ugo Bardi - «The Oil Drum: Europe»
Traduzione a cura di Massimo Spiga per «Megachip» (clicca qui)

Energia eolica raccolta ad alta quota grazie all'uso di aquiloni: questa è l'idea fondamentale della tecnologia Kitegen. In questa configurazione (detta "a stelo"), l'aquilone raggiunge un'altitudine di circa 1000 metri ed esercita una trazione su di un generatore elettrico posto al suolo. L'energia eolica d'alta quota si prospetta come una tecnologia a basso costo e di facile diffusione, capace, in teoria, di produrre quantità di energia paragonabili, o addirittura superiori, alla produzione odierna, basata sui carburanti fossili. (clicca qui per vedere una rappresentazione animata del funzionamento dello stelo).

Come mai l'energia é un problema? Dopotutto, abbonda ovunque intorno a noi. Il Sole proietta sulla superficie terrestre una dose quotidiana di energia che corrisponde a quasi diecimila volte quella da noi prodotta (principalmente con lo sfruttamento dei carburanti fossili). Inoltre, questa stima non include l'energia geotermica né le prospettive possibili dell'energia nucleare, specialmente se si parla di quella ottenuta grazie alla fusione. E' sufficiente un assaggio a questo banchetto energetico che ci circonda per offrirci più di quanto ci serva.

Ma, ovviamente, le cose non sono così semplici. Per soddisfare le nostre necessità dipendiamo ancora dai carburanti fossili in maniera consistente e la conversione a fonti di energia alternative si sta dimostrando un processo molto lento e difficoltoso. La costruzione degli impianti nucleari tradizionali sta diminuendo (WNA 2009) e l'energia prodotta dalla fusione rimane ancora una frontiera lontana. Le fonti di energia rinnovabile tradizionali, come la combustione del legno e l'idroelettricità, hanno possibilità di espansione molto limitate, mentre le "nuove" rinnovabili (principalmente la fotovoltaica e l'eolica) producono solo una minuscola frazione del fabbisogno energetico del pianeta. Per la prima volta nella storia, l'anno scorso, l'energia fornita da fonti rinnovabili ha superato quella degli impianti tradizionali in Europa e negli Stati Uniti (REN21 2009). Le fonti rinnovabili crescono velocemente, ma possono farlo abbastanza rapidamente da compensare il consumo dei carburanti fossili?

E' un problema di costi. Il che può essere inteso come mero costo monetario oppure come redditività energetica dell'energia investita (definito con la sigla EROEI). Come mostrato nei grafici di Charles Hall (2009), l'EROEI delle fonti rinnovabili è, nella maggior parte dei casi, ragionevolmente alto (con l'eccezione dei biocarburanti). Si attesta intorno a 10 per gli impianti fotovoltaici e 20 per quelli eolici: un ritorno simile a quello della tecnologia nucleare. Sono ritorni eccellenti, considerando l'investimento, ma non arrivano al livello che i carburanti fossili raggiunsero nella loro epoca d'oro. Decenni fa, l'EROEI del petrolio raggiungeva la cifra 100, e forse anche di più (Hall 2009). E' stato questo altissimo EROEI a portare i carburanti fossili al predominio che detengono tutt'oggi sul mercato. Incapaci di raggiungere EROEI così elevati, le altre fonti energetiche non avevano alcuna possibilità di competere. Ed, infatti, ancora oggi abbiamo bisogno di energia fossile per costruire impianti che generano energia di tipo non-fossile. Ma, con i carburanti tradizionali in netto declino, sarà molto difficile sostenere la crescita di energie alternative ad un ritmo abbastanza rapido da fornire una transizione dalle fonti convenzionali a quelle nuove senza strappi. Possiamo immaginare un mondo industrializzato che non necessita carburanti fossili, ma pare che non riusciremo ad arrivarci abbastanza in fretta.

Quindi, siamo di fronte alla maledizione di Tantalo: siamo circondati da enormi quantità di energia, ma non riusciamo a sfruttarla. E questo sarà vero finché non svilupperemo una tecnologia che abbia un EROEI molto migliore di quella presente. Con un ritorno energetico molto rapido rispetto agli investimenti, potremmo liberare il sistema energetico mondiale dalla sua dipendenza dai carburanti fossili. E questo, sfortunatamente, è più facile a dirsi che a farsi. Internet è ricca di proclami di presunte rivoluzioni tecnologiche che promettono molto ma spesso risultano essere solo sogni; o, in alcuni casi, addirittura truffe. Però, potrebbe esistere una tecnologia energetica, basata su principi fisici accertati, capace non solo di promettere, ma di fornire un EROEI alto: l'energia eolica d'alta quota.

L'idea fondamentale di questo tipo di energia è che il vento è diventa molto più intenso man mano che ci si sposta verso le fasce alte dell'atmosfera. La velocità media del vento aumenta con l'altezza, in base ad una curva esponenziale (chiamata "esponenziale di Hellman”) pari ad 1/7.

Ma l'energia contenuta in una massa d'aria in movimento aumenta al cubo della sua velocità. Con un semplice calcolo, scopriremo che elevando la turbina ad un'altezza di 800 metri, l'energia fornita aumenta di un fattore di 8 rispetto a quella che otterrebbe a livello del suolo. Sono possibili incrementi maggiori ad altitudini più elevate, in cui i venti hanno anche una maggiore costanza; in questo modo, si evita il problema dell'intermittenza, tipico delle turbine eoliche tradizionali. Ma, ovviamente, è impossibile raggiungere queste altezze con l'attuale tecnologia eolica, che arriva al massimo a 100 metri, a causa del costo e del peso della torre.

Questo concetto è palese da lungo tempo ed ha generato svariate proposte per sfruttare l'energia eolica ad altitudini maggiori. Ci sono due modi possibili per farlo: palloni aerostatici ed ali. Potete seguire un riassunto degli ultimi sviluppi in materia nell'opera di Big Gav (2009) pubblicata da TOD. Come potete vedere, ci sono molte idee in questo campo, molte delle quali si limitano ad essere semplici schemi su un foglio. In molti casi, la fornitura energetica dei sistemi proposti è solo un'ipotesi, mentre in altri casi (come quello dei palloni aerostatici) la necessità di impiegare una risorsa non rinnovabile è un limite considerevole.

Comunque, alcuni sistemi sono stati studiati a fondo ed altri testati con il metodo sperimentale. I sistemi basati sui rotori sono realizzabili ed quelli basati sugli aquiloni, in particolare, sono estremamente promettenti. Saul Griffith della Makani Power ha mostrato alcune immagini di un esperimento in cui ha impiegato un aquilone a tre corde. Anche Wubbo Ockels (della Delft University of Technology) sta svolgendo esperimenti basati sugli aquiloni. In questo campo, il sistema più avanzato pare il Kitegen: un aquilone creato da Massimo Ippolito della Sequoia Automation, un'azienda italiana. I test sui prototipi di questo sistema sono stati conclusi ed il primo impianto energetico di questo tipo è attualmente in costruzione nell'Italia settentrionale.

Il Kitegen è un semplice sistema aerodinamico: usa aquiloni d'ultima generazione che ascendono in modo dinamico, volando a 70-80 metri al secondo, che è anche la massima velocità raggiunta dalle estremità delle pale di una turbina eolica convenzionale. Nella sua configurazione più semplice (chiamata "a stelo"), il sistema impiega un solo aquilone, collegato ad un generatore posto al suolo. L'aquilone si muove come uno yo-yo: quando sale, genera energia che viene trasformata in elettricità dal generatore. Quando raggiunge la sua massima elevazione, viene posto in una configurazione aerodinamica di stabilità, in modo che possa essere tirato giù con un dispendio energetico minimo. Due steli che operano in sinergia potrebbero funzionare come un motore a due cilindri, sebbene la fase in cui si produce energia durerebbe il 90% del tempo, mentre a quella di "ritiro" sarebbe molto più breve. Un solo stelo potrebbe fornire un'energia massima di qualche Megawatt. Impianti più grandi potrebbero essere utilizzati nella configurazione detta "a giostra". In questo caso, gli aquiloni volano ad un'altezza costante, a quota molto più elevata, esercitando una trazione su un generatore che è disposto su un binario circolare. In questo caso, l'energia massima ottenibile raggiunge uno o più Gigawatt.

Considerati gli studi dettagliati sul Kitegen, possiamo usarlo per fare una stima dell'EROEI offerto dai sistemi eolici d'alta quota. Prima di farlo, comunque, è meglio riassumere i dati che conosciamo sull'odierna tecnologia eolica. Nalukowe e i suoi colleghi hanno recentemente condotto una ricerca, per conto della LCA, sulle turbine eoliche convenzionali da 3 Megawatt: secondo le loro stime, l'energia necessaria per costruire e manutenere una turbina per un periodo di 20 anni è di circa 8000 Megawatt orari. Dato che il peso totale della parte della struttura che emerge dal terreno è di 400 tonnellate, possiamo calcolare che abbia un fabbisogno energetico di circa 20 Kilowatt orari per ogni chilo. La turbina produrrà 160,000 Megawatt orari durante la sua esistenza e quindi l'EROEI finale è di circa 20.

Qual'è il risultato di un approccio simile alla tecnologia Kitegen? Secondo Massimo Ippolito (informazioni pubblicate su www.kitegen.com) l'energia necessaria per produrre un Kitegen da 3 Megawatt è di 40 Kilowatt orari per chilo, oppure di 40 Megawatt orari per tonnellata. Questo calcolo prende in considerazione tutti i materiali necessari per la costruzione: l'acciaio che costituisce la struttura, il rame dei cavi elettrici, il neodimio ed il boro necessari per i magneti, il montaggio dei macchinari, il trasporto, la costruzione, et cetera. Questa cifra include anche i costi energetici relativi al lavoro degli operai all'impianto e alla periodica sostituzione dei cavi e degli aquiloni, in un arco temporale di 30 anni.

E' evidente che il Kitegen richiede molta più energia al chilo di una turbina eolica convenzionale; c'era da aspettarselo: dopotutto è una tecnologia molto più complessa. Ma lo stelo è anche più leggero. Un impianto da 3 Megawatt pesa circa 30 tonnellate. Quindi, potremmo stimare che l'investimento energetico totale per la sua costruzione ruota intorno ai 1200 Megawatt (30 tonnellate moltiplicate per 40 Megawatt orari a tonnellata). Se supponiamo che il nuovo impianto funzioni 5mila ore all'anno, a potenza massima, produrrà approssimativamente 15mila Megawatt orari all'anno, o 450mila in 30 anni. Il risultato finale è un'EROEI di 375 (!!). Se supponiamo un'esistenza di soli 20 anni, questa cifra potrebbe ridursi, ma risulterebbe comunque enorme. Impianti Kitegen più grandi, del genere "a giostra", riuscirebbero a raggiungere altitudini maggiori, attingere a venti più forti ed avere un EROEI ancora maggiore. Questo calcolo è valido per il caso specifico del sistema Kitegen, ma anche altri sistemi basati su aquiloni o rotori avrebbero EROEI di questa scala di grandezza.

Ovviamente, questi dati vanno presi con molta cautela, però sono sufficienti per mostrarci l'enorme potenziale dell'energia eolica d'alta quota. Gli EROEI più alti di 100 ci riportano all'epoca d'oro dell'abbondanza e del basso prezzo dei carburanti fossili, senza tutti i problemi e i pericoli annessi a questo tipo di fonte energetica.

Un ulteriore vantaggio degli impianti a energia eolica d'alta quota é l'ubiquità della loro edificabilità; inoltre, possono fornire energia in maniera sostanzialmente continuativa (Archer e Caldeira, 2009). Sebbene l'alto costo dello stoccaggio di energia non possa essere completamente eliminato, ne risulterebbe assai ridotto. Con l'eolico d'alta quota, potremmo sul serio avere quel tipo di energia "troppo economica per tenerne conto" che è stato profetizzato negli ottimistici anni '50. Non solo avremmo energia economica, ma potremmo averla in tempi brevi. Consideriamo una turbina eolica tradizionale, con un EROEI di 20 ed una vita di 20 anni. In questo periodo, l'energia generata potrebbe essere usata per costruire altre 20 turbine; in media, una all'anno. Un Kitegen, con un EROEI maggiore di 200, potrebbe essere il "seme" per centinaia di altri Kitegen, con una media di uno al mese. Con un EROEI di questa dimensione, l'energia eolica d'alta quota non avrebbe bisogno della "stampella" dei carburanti fossili: potrebbe crescere con le sue sole forze, sostituendosi alle fonti fossili molto prima che si consumi l'ultima goccia di petrolio. Potrebbe anche facilitare la lotta al riscaldamento globale, offrendo un rapido taglio ai gas serra prodotti dai carburanti fossili.

Ovviamente, tutto questo è da considerarsi un sogno, finché non sarà testato e verificato. Ma, come minimo, è un sogno dalle solide basi fisiche ed ingegneristiche. Ma, anche se accettiamo in linea teorica il basso costo e l'alto EROEI, dobbiamo tenere a mente che il pianeta Terra è un sistema limitato. Quindi, quali sono i confini ultimi dell'eolico d'alta quota?

Si stima che circa il 2% dell'energia solare che arriva sulla superficie terrestre si trasformi in energia eolica. L'atmosfera non è un motore termico molto efficiente, ma si tratta di una quantità di energia tale che un semplice 2% risulterebbe abbondante rispetto alle nostre necessità. Si stima che il totale dell'energia accumulata in forma eolica corrisponda a circa 2000 Terawatt (Hurley 2009), o forse più, secondo altre stime. Per capire la mole d'energia di cui si sta parlando, potremmo fare in confronto: l'energia primaria totale che l'umanità produce oggigiorno corrisponde ad una media di circa 16 Terawatt. Quindi non c'è dubbio che l'energia eolica sia abbondante: secondo una ricerca del 2005 di Archer e Jacobson, già a 80 metri d'altezza troviamo un livello di energia tale che, con le attuali energie eoliche, sarebbe sufficiente per generare un quantitativo di energia eolica pari al totale della produzione energetica odierna. Ma c'è n'è un quantitativo maggiore ad altitudini più elevate e dovremmo sfruttarne solo una bassa percentuale di esso per riuscire a soddisfare il nostro attuale fabbisogno.

Un problema potrebbe essere costituito dall'effetto dei rotori o degli aquiloni sulla circolazione del vento atmosferico. Questo aspetto è stato esaminato da Archer e Caldeira (2009) grazie all'uso di modelli climatici. I risultati mostrano che attingere a questo tipo di energia potrebbe ridurre le precipitazioni. Tale effetto sarebbe comunque poco significativo (una riduzione delle precipitazioni dello 0,1%) se volessimo raggiungere un quantitativo energetico pari al nostro fabbisogno odierno. Ciononostante, questo effetto collaterale limita la portata della tecnologia eolica d'alta quota. Utilizzarla per produrre un quantitativo di energia pari a dieci volte il nostro fabbisogno odierno potrebbe risultare sconveniente. Si tratta comunque di grandissime quantità di energia gratuita e a bassissimo impatto sugli ecosistemi terrestri. Potrebbe essere anche accresciuta, indirettamente, se impiegassimo l'energia eolica per fabbricare pannelli fotovoltaici o altre tipologie di impianti solari. Non dovremmo essere sorpresi da questo tipo di prospettive. Dopotutto, come abbiamo detto, siamo circondati da alti quantitativi di energia e, se riuscissimo a trovare il modo di sfruttarla, perché non farlo?

Con in mano questi dati eccezionali, potremmo essere tentati dal considerate l'energia eolica d'alta quota una tecnologia energetica quasi senza confini. Ma sarebbe un errore. La produzione dell'energia non è statica: procede congiuntamente all'economia e, se l'economia è alimentata da una fonte di energia economica ed abbondante, tende a crescere esponenzialmente. La crescita esponenziale è pericolosa ed ingannevole: potremmo sbattere la testa sul limite massimo della sfruttabilità dei venti d'alta quota molto prima di quanto ci si aspetterebbe.

Ma esiste un problema ancor più serio: l'energia non è l'unico parametro da cui dipende l'economia. L'abbondanza di un bene non equivale all'abbondanza di tutti gli altri. Un'abbondanza di energia elettrica non si traduce necessariamente in un'abbondanza di alimenti, sebbene è certo che l'elettricità possa essere usata come sostitutivo dei carburanti fossili nei processi agricoli. Che il nostro problema non sia solo relativo all'energia è confermato dai modelli sviluppati per la serie "I limiti della crescita" (Meadows 2004). I modelli in questione possono essere impiegati con scenari che presuppongono alti (o addirittura infiniti) quantitativi di energia disponibile, ma il risultato è che un sistema economico collassa a causa dell'impatto generato da una combinazione di sovrappopolazione ed inquinamento sull'agricoltura e sull'ambiente. Per evitare il collasso, sarebbe necessario bloccare sia l'economia che la popolazione ad un livello stazionario. Ed, anche se ci riuscissimo, il consumo graduale dei minerali ci costringerebbe a produrre quantitativi energetici sempre maggiori per mantenere invariato il flusso attuale dei beni minerali (Diederen 2008, Bardi 2008). Quindi, anche con un livello abbondante di energia, avremmo bisogno di riciclare e riusare i beni prodotti.

Detto questo, anche se il livello di energia è abbondante, è necessario considerare la limitatezza del sistema energetico del pianeta Terra. In ogni caso, l'energia eolica d'alta quota ci offre la speranza di un futuro di relativa abbondanza, e anche di prosperità, se saremo capaci di mantenere stabili l'economia e la popolazione ed evitare di sfruttare in maniera eccessiva le nostre risorse minerali e l'agricoltura.

Riconoscimenti: l’autore ringrazia Massimo Ippolito per i suoi commenti e spunti per questo articolo.

Nota: l’autore non è finanziariamente collegato alla Kitegen Research S.r.l, la società che sta sviluppando il sistema kitegen descritto nel presente articolo. Ha, tuttavia, un piccolo interesse finanziario in "Wind Operations Worldwide" (WOW), formata da un gruppo di piccoli investitori che intendono finanziare lo sviluppo dell’energia eolica ad alta quota, in particolare del sistema kitegen.

References

Archer, C. L., and Jacobson, M.Z., 2005, "Evaluation of global wind power".

Archer, C. L. and Caldeira, K, 2009, ."Global assessment of high altitude wind power".

Bardi, U, 2008, "The universal mining machine" .

Big Gav, 2008, "Alternative Wind Power Experiments - SkySails and Airborne Wind Turbines"

Diederen A., 2008 , "Minerals scarcity: A call for managed austerity and the elements of hope"

Hall, C and Lambert, J. G., 2009 (accessed) "The balloon diagram and your future"

Hurley, B. 2009, "How much wind energy is there?" "How much wind energy is there?"

Meadows, D. Randers, J, and Meadows D., 2004 "The Limits to Growth, the 30 years update", # ISBN 1-931498-58-X,

Nalukowe, B. B., Liu J., Damien, W., Lukawski, T., 2006, "Life Cycle Assessment of a Wind Turbine"

REN21, 2009, , "Renewables: global status report"

WNA (World Nuclear Association) 2009, "World Nuclear News 2009."

Fonte: http://europe.theoildrum.com/node/5538.

Traduzione a cura di Massimo Spiga per Megachip

1 marzo 2009

Il nucleare non è la strada del futuro

PANDORA TV
Il nucleare non è la strada del futuro
Intervista a Serge Latouche

27 febbraio 2009

Altro che nucleare. La “prossima energia” darà un colpo alla crisi

di Pino Cabras – da «Megachip»


Ahmed Zaki Yamani, l’allora potente ministro del petrolio dell'Arabia Saudita, negli anni settanta diceva che come «l'età della pietra non finì per mancanza di pietre, così l'età del petrolio non finirà per mancanza di petrolio».

Possiamo far nostro il senso di questa battuta con un occhio rivolto alle dinamiche reali dell’economia e dei mercati dell’energia. In tempi di illusioni sull’economia atomica, potremmo dire che nemmeno l’età del nucleare finirà per mancanza di uranio, per quanto sia risorsa finitissima.


Quando una risorsa diventa più scarsa e risulta più costoso produrla, emergono forti segnali di prezzo che cambiano l’orientamento della domanda e fanno emergere prodotti e soluzioni nuove.


Non è solo una questione di materie prime, ma anche di grandi tendenze nell’orientamento di governi, imprese e popolazioni. In nome dell’ambiente è cambiata l’agenda dei governi e delle organizzazioni sovranazionali, con ricadute su ogni livello della vita pubblica e civile. Quando esistono obiettivi come quelli di Kyoto o quelli stabiliti a livello di Unione europea per la riduzione dei gas serra, quando i governi lanciano incentivi mai visti prima per le energie rinnovabili, quando infine i governi locali moltiplicano le iniziative nel settore, tutto ciò vuol dire che è in atto una tendenza robusta che crea nuovi mercati per nuove imprese energetiche.

Non sappiamo se si farà in tempo a salvare il pianeta dalla catastrofe, ma il segnale che viene dalla nuova amministrazione USA – se non altro - travolgerà chi si attarda in soccorso della boccheggiante industria nucleare francese.

Chi produce la prossima energia sta già anticipando il prossimo paradigma, il “change over” dal petrolio verso qualcos’altro. A questo punto, chi lavora sull’idrogeno parla di “economia dell’idrogeno”.

Chi punta sul metanolo – come il Nobel George Olah - divulga a sua volta l’“economia al metanolo”.

Chi è forte sul sole decanta un futuro fotovoltaico oppure solare-termodinamico.

Un brasiliano o un farmer del Midwest statunitense mi magnificheranno le biomasse e l’etanolo.

Un sudtirolese, dall’alto di una casa di nuovissima concezione, mi parlerà del paradigma del risparmio come via maestra del futuro.

Da osservatore del mercato del gas, potrei parlarvi di un “lungo” medio periodo in cui la versatilità del metano sarà la “cifra” del nostro sistema energetico, indispensabile per la transizione verso nuovi equilibri.

Il carbone, ancora stivato in immensi depositi ben distribuiti sui vari continenti, con gli attuali segnali di prezzo, e con le nuove tecnologie a emissioni zero, ispira a molti la visione di una nuova età del carbone.


In realtà l’aumento dei prezzi degli idrocarburi – oggi in pausa per la Grande Crisi, ma presto ci sarà una risalita - non porterà alla sostituzione del petrolio con un’unica nuova fonte universale.


Propriamente, alcune delle soluzioni elencate non sono nemmeno “fonti”, ma “vettori” ricavati da una molteplicità di fonti. Questo significa una sola cosa: che non esiste LA soluzione del problema petrolio, ma LE soluzioni, un portafoglio di soluzioni diverse, in corsa contro il tempo.

Ogni tecnologia di successo nel campo dell’energia sarà un tassello di un mosaico energetico completamente nuovo: la prossima energia.


La prossima energia è quindi caratterizzata da una pluralità di fonti e da una pluralità di vettori, con l’auspicata tendenza a divenire neutrali nell’emissione di gas serra. Non solo, ma è un’energia che viene prodotta tanto in grandi quantità quanto in piccole e diffuse quantità. Da un lato si apre lo spazio alla ricerca e all’avventura imprenditoriale di mille soluzioni tecnologiche diverse.


Dall’altro si pone la sfida di una convergenza di nuovi standard nelle reti di distribuzione, che diventeranno un po’ meno “grid” e un po’ più “web”.


Se le nostre classi dirigenti non fossero così deboli e chiuse, l’Italia sarebbe uno dei luoghi più interessanti al mondo per affermare un nuovo paradigma produttivo energetico. Ha significative risorse sottoutilizzate come il vento e il sole, che renderebbero più diretto il passaggio a un sistema energetico con più vettori (idrogeno, elettricità, metanolo, biomasse), ma ha anche infrastrutture di grande livello per trattare il petrolio e ha anche tra le più avanzate sperimentazioni sul carbone, mentre in prospettiva avrà una disponibilità nuova di gas naturale una volta completati i nuovi gasdotti in programma. Gli elementi per una transizione ben guidata ci sarebbero, senza il rinvio costosissimo a una tecnologia già obsoleta come il nucleare di terza generazione.


L’intero sistema economico – a partire dalle piccole e medie imprese – ha bisogno di acquisire una piena consapevolezza di tutte le implicazioni organizzative, economiche, industriali del nuovo regime energetico, anche in raccordo agli altri sistemi energetici (rete elettrica, trasporti, energie rinnovabili) e al sistema della ricerca. C’è molto fervore di iniziative imprenditoriali nuove e diverse.

Basta guardarsi in giro e si possono facilmente incontrare ogni giorno.

Ci pongono una sfida: farle radicare, crescere, farne dei campioni che abbiano qualcosa da proporre a livello locale, ma in taluni casi anche a livello globale.


L’apparente eterogeneità dei vari settori energetici che si stanno proponendo non deve far dimenticare la presenza di forti e innovative interrelazioni dal punto di vista tecnologico e organizzativo, oltre che da quello della creazione di reti energetiche di nuova concezione per la generazione distribuita, uno dei campi più promettenti a livello mondiale.

La sfida è paragonabile a quella dello sviluppo del World Wide Web.


Le carte sono da giocare ora per posizionarsi in testa a questo cambiamento, anziché sprecare tutto in un declino che sarebbe pagato caro per secoli.


Invece di buttare miliardi di euro in una vacua “azione parallela” alla Musil, quale sarebbe questo nucleare in salsa transalpina, molti progetti di nuove imprese energetiche potrebbero essere invece inseriti in un programma di investimenti industriali di tipo nuovo: un programma tutto incentrato sulle infinite applicazioni che producono e risparmiano energia con sistemi innovativi e puliti, realizzando appieno le tecnologie esistenti con acquisizioni e collaborazioni nazionali e internazionali. Ciò farebbe bene alla ricerca, la grande negletta del nostro paese, assieme all’istruzione tutta. E farebbe bene a quei settori che davvero innovano e hanno un qualche futuro.

Mentre il nucleare ora presentato è un trasferimento di denaro alla ricerca già fatta in Francia, le tecnologie energetiche alternative hanno alcune caratteristiche dinamiche in comune:


  • innovano il processo produttivo e il prodotto;

  • hanno un grande potenziale di attrazione di ricerca e fra i ricercatori danno vita a network creativi;

  • si legano fra di loro con un sistema di generazione distribuita dell’energia, che significa meno centrali-monstre da presidiare con i soldati e più capacità diffusa di raggiungere la sicurezza energetica.

Senza il grande equivoco nucleare, i “Grandi progetti” nel settore energetico possono integrarsi e radicarsi con i tanti bellissimi “piccoli progetti”.


Qualche anno fa l’allora Segretario statunitense all’Energia, Spencer Abraham, poteva permettersi di definire con una certa ironia le fonti rinnovabili come «the undiscovered energy sources». Ma poi perfino lui ha investito, e tanto, anche in queste fonti. Obama punta su di esse per evitare che il suo paese precipiti nella grande depressione.

Dove queste sfide sono state affrontate con più tempestività e lungimiranza, come in Germania e in una parte stessa degli Stati Uniti, ciò ha permesso di assumere una leadership mondiale di settore. Il vento e il sole sono cambiati anche qui, la prossima energia non è certo “undiscovered”.

Anche qui è il momento di incoraggiare innovatori con solide basi scientifiche a cui chiedere coraggio imprenditoriale e senso dell’occasione storica.


Purtroppo la classe dirigente è quella che è.

7 novembre 2008

L'agenda di guerra per Obama

Fermare una Teheran nucleare
di Daniel R. Coats e Charles S. Robb *
«The Washington Post»
23 ottobre 2008. Traduzione di Pino Cabras



È probabile che il primo e più urgente problema di sicurezza nazionale che dovrà affrontare il prossimo presidente sia la crescente prospettiva di un Iran con capacità di armamento nucleare. Dopo aver presieduto insieme una task force ad alto livello conclusasi di recente sul tema dello sviluppo del nucleare iraniano, siamo giunti a ritenere che cinque principi devono servire quale fondamento di qualsiasi politica ragionevole, bipartisan e globale sulla questione iraniana.
In primo luogo, una Repubblica islamica dell’Iran con capacità di avere armi nucleari sarebbe strategicamente insostenibile. Minaccerebbe la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, la pace e la stabilità regionale, la sicurezza energetica, l'efficacia del multilateralismo, e l’efficacia del Trattato di non proliferazione (TNP). Mentre un attacco nucleare è lo scenario peggiore ipotizzabile, l'Iran non avrebbe bisogno di usare un arsenale nucleare per minacciare gli interessi USA.
Il semplice ottenimento della capacità di assemblare rapidamente un'arma nucleare doterebbe efficacemente l'Iran di un deterrente nucleare e moltiplicherebbe drasticamente la sua influenza in Iraq e nella regione. Mentre saremmo lieti di cooperare con un Iran democratico, il consentire che il Medio Oriente cada sotto il dominio di un regime clericale radicale che sostiene il terrorismo non dovrebbe essere considerata una valida opzione.
In secondo luogo, riteniamo che l'unica accettabile chiusura dell’argomento sia la completa cessazione delle attività di arricchimento dell'uranio all'interno dell'Iran. Presumiamo che nessuna combinazione di ispezioni internazionali o co-proprietà delle strutture di arricchimento offrirebbe sufficienti garanzie che l'Iran non stia producendo materiale fissile della qualità necessaria a produrre armi.
Di fatto, l'impianto di arricchimento di Natanz è già tecnicamente in grado - una volta che l'Iran disponga di una sufficiente riserva di uranio a basso arricchimento - di produrre abbastanza uranio altamente arricchito per un ordigno nucleare in quattro settimane. Cioè abbastanza velocemente da eluderne l'individuazione da parte degli ispettori internazionali.
Inoltre, il Consiglio di sicurezza dell’ONUin tre occasioni ha chiesto la cessazione dell’arricchimento in Iran, e l'Agenzia internazionale dell'energia atomica ha giudicato che l'Iran non ottemperava al TNP. L'incapacità di far rispettare questi mandati potrebbe essere un colpo mortale per il fragile equilibrio internazionale.
In terzo luogo, mentre una risoluzione diplomatica è ancora possibile, può avere successo solo se negoziamo da una posizione di forza. Ciò richiederà un migliore coordinamento con i nostri partner internazionali e sanzioni molto più severe. I negoziati con l'Iran sarebbero probabilmente inefficaci se i nostri alleati europei non rinunciano alle relazioni commerciali con Teheran.
Oltre a costruire alleanze, sarà importante costuire una leva. Molto si potrebbe fare per rafforzare le sanzioni finanziarie degli Stati Uniti - sia mediante la chiusura delle elusioni o utilizzando strumenti più potenti, come ad esempio la sezione 311 del Patriot Act,per negare alle banche iraniane l'accesso alsistema finanziario USA.
Se una tale strategia riesce a portare l'Iran al tavolo, è importante che gli Stati Uniti ei suoi alleati fissino un calendario per i negoziati. In caso contrario, gli iraniani potrebbero cercare di ritardare fino a quando non raggiungeranno una capacità nucleare militare.
In quarto luogo, in modo che Israele non si senta costretto a intraprendere azioni unilaterali, il prossimo presidente deve convincere Gerusalemme credibilmente che gli Stati Uniti non consentiranno all'Iran di acquisire la capacità di avere armi nucleari.
In quinto luogo, mentre l'azione militare contro l'Iran è fattibile, deve restare un'opzione di ultima istanza. Se tutti gli altri approcci non avranno successo, il nuovo presidente potrebbe dover soppesare i rischi del fallimento delle azioni atte a impedire il programma nucleare iraniano abbastanza in relazione ai rischi di un attacco militare. Le forze armate sono in grado di lanciare un attacco devastante sulle infrastrutture nucleari e militari iraniane e - probabilmente con risultati più decisivo rispetto a quanto sia consapevole la leadership iraniana.
Una prima campagna aerea potrebbe probabilmente durare fino a diverse settimane e richiederebbe una vigilanza per gli anni a venire. L'azione militare sosterrebbe notevoli rischi, compresa la possibilità di perdite degli Stati Uniti e degli alleati, rappresaglie terroristiche su vasta scala contro Israele e altre nazioni, e accresciute tensioni nella regione.

Sia per aumentare la nostra “leva” sull’Iran, sia per prepararsi a un attacco militare, se ve ne fosse bisogno, il prossimo presidente dovrà iniziare a costruire risorse militari nella regione fin dal primo giorno.
Questi principi sono tutti supportati all'unanimità da una task force politicamente composita, messa insieme dal Bipartisan Policy Center (Centro di politica bipartisan, NdT). Il gruppo, che include ex alti funzionari democratici e repubblicani, generali a quattro stelle e ammiragli a riposo, nonché esperti in proliferazione nucleare e mercati dell'energia, offre un chiaro percorso per la costruzione di un consenso duraturo e bipartisan a sostegno di un’efficace politica degli Stati Uniti sull'Iran.
È fondamentale che, immediatamente dopo il giorno delle elezioni, il Congresso e il presidente eletto inizino a lavorare sulla misure politiche estremamente difficili che saranno necessarie se gli Stati Uniti intendono impedire all'Iran di ottenere la capacità di produrre armi nucleari. Il tempo può essere inferiore di quanto molti immaginano, e il fallimento potrebbe comportare un costo catastrofico per l'interesse nazionale.

* R. Daniel Coats, un ex senatore repubblicano dell’Indiana, e Charles S. Robb, un ex senatore democratico della Virginia, sono co-presidenti del Bipartisan Policy Center's, una task force di sicurezza nazionale contro l'Iran.


Articolo originale:
“Stopping a Nuclear Tehran”
http://www.bipartisanpolicy.org/ht/a/GetDocumentAction/i/8866

L'articolo è presente anche su «Megachip» [QUI].