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18 settembre 2010

Lo scandalo Sakineh

di Thierry Meyssan*
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.



Il saggista Bernard- Henry Lévy e il Presidente Nicolas Sarkozy hanno mobilitato l'opinione pubblica francese per sottrarre alla lapidazione una donna iraniana accusata di adulterio. Sommersi dall’emozione, i francesi non si sono presi il tempo per verificare l’accusa, fino a che Dieudonné MBala M’Bala non è andato a Teheran. Una volta lì, la vicenda si è rivelata del tutto falsa.
Thierry Meyssan si sofferma su questa spettacolare e azzardata manipolazione.

L’annuncio di un autodafé del Corano da parte di un pastore statunitense in occasione del nono anniversario degli attentati dell'11 settembre ha scosso il mondo musulmano. La notizia ha avuto contraccolpi diversi a seconda delle culture.
Per gli occidentali questa provocazione va relativizzata. Certo, si tratta di un libro che i musulmani reputano sacro, ma alla fine non è altro che carta che brucia.
Al contrario, nel mondo musulmano, si ritiene che nel bruciare il Corano si tenti di separare gli uomini dalla parola “divina” e di negar loro la salvezza.
Ne sono conseguite reazioni emotive incontrollabili che gli occidentali percepiscono come isteria religiosa. Mai una cosa simile potrebbe manifestarsi in Europa, e ancor meno in Francia, paese forgiato da un secolo di combattiva laicità. Eppure ...

Mobilitazione
Di recente il saggista Bernard-Henri Lévy [1] ha messo in guardia l'opinione pubblica sul caso di Sakineh Mohammadi-Ashtiani, una giovane donna che avrebbe dovuto essere condannata alla lapidazione per adulterio. Ha lanciato una petizione su internet per fare pressione sulle autorità iraniane affinché rinunciassero a cotanta barbarie.
In costante contatto telefonico con il figlio della vittima, che vive a Tabriz (Iran), e con il suo avvocato, Javid Houstan Kian, da poco trasferitosi in Francia per sottrarsi al regime, Lévy non è stato avaro di dettagli: la lapidazione, la cui messa in pratica sarebbe stata interrotta da una moratoria, sarebbe ricominciata su impulso del presidente Ahmadinejad. L’esecuzione della signora Mohammadi-Ashtiani, avrebbe potuto avverarsi alla fine del Ramadan. Nel frattempo, il direttore della sua prigione, furioso per via del chiasso mediatico, le avrebbe fatto infliggere 99 frustate.
Il saggista concentra i suoi attacchi sulle modalità dell’esecuzione. Scrive:
«Perché la lapidazione? Non esiste un altro modo di dare la morte, in Iran? Perché è il più abominevole di tutti. Perché questo attentato contro il volto, questa pioggia di pietre su un volto innocente e nudo, questo raffinarsi della crudeltà che arriva persino a codificare le dimensioni delle pietre per assicurarsi che la vittima soffra più a lungo, sono un raro concentrato di disumanità e barbarie. Perché c’è, in questa maniera di distruggere un volto, di farne esplodere la carne e ridurla a un magma sanguinante, perché c’è in questo gesto di bombardare una faccia fino a farne uscire poltiglia, qualcosa di più che il mettere a morte. La lapidazione non è una condanna a morte. La lapidazione è più che una condanna a morte. La lapidazione è la liquidazione di una carne che è stata processata, in un qualche modo retroattivo, proprio questa carne: la carne di una donna giovane e bella, forse amante, forse amata, e che ha forse goduto di questa felicità di essere amata e di amare.»
Il presidente Sarkozy ha confermato le informazioni di Lévy in occasione della conferenza annuale degli ambasciatori di Francia, [2]. Al termine del suo discorso, ha dichiarato che la condannata era ormai «sotto la responsabilità della Francia».
Ben presto, numerose associazioni e personalità hanno aderito a questo movimento e sono state raccolte più di 140.000 firme. Il primo ministro François Fillon è apparso sugli schermi del principale telegiornale della televisione pubblica per esprimere la sua solidarietà a Sakineh, «sorella di noi tutti», mentre l'ex segretario di Stato per i Diritti Umani, Rama Yade, affermava che la Francia faceva ormai di questo caso una « questione personale».

Mistificazione
Benché non ne abbiano coscienza, la reazione emotiva dei francesi rimanda alla parte religiosa del loro inconscio collettivo. Che siano cristiani o meno, sono stati segnati dalla storia di Gesù e dell'adultera.
Ricordiamo il mito [3].
I farisei, un gruppo di ebrei arroganti, tentano di mettere in difficoltà Gesù. Gli portano una donna appena sorpresa in flagrante adulterio. Secondo la Legge di Mosè, dovrebbe essere lapidata, ma questa sanzione crudele è fortunatamente caduta in disuso. Chiedono allora a Gesù cosa convenga fare: se raccomanderà che la si debba lapidare, apparirà come un fanatico, se rifiuta di punirla, sarà messo sotto accusa per avere sfidato la Legge. Tuttavia, Gesù salva la donna rispondendo loro: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra». Ha dunque invertito il dilemma: se i farisei la lapidano, pretendono di essere puri, se non lo fanno, sono loro a violare la Legge. E il testo precisa: «Si ritirarono uno a uno, a partire dai più anziani».
Questo mito nel pensiero occidentale è il fondamento della separazione tra legge religiosa e civile. L'adultera ha peccato davanti a Dio e non deve renderne conto che a lui. Non ha commesso un reato e dunque non può essere giudicata dagli uomini.
La lapidazione annunciata di Sakineh è avvertita dai francesi come una terribile regressione: la Repubblica islamica dell’Iran dev’essere un regime religioso che applica la Legge di Mosè rivista alla luce del Corano, la Shari‘a. I mullah devono essere dei fanatici fallocrati che reprimono gli amori delle donne fuori del matrimonio e le tengono sottomesse agli uomini. Accecati dal loro stesso oscurantismo, arrivano a uccidere e nella maniera peggiore.
Qui si tratta proprio di isteria religiosa collettiva, perché in un caso del genere la reazione normale di chiunque sarebbe dovuta essere quella di verificare i capi d’accusa. Ma per settimane nessuno si è preso la briga di farlo.

Interrogativi
diedonnembalambalaAvendo a sua volta firmato questa petizione, il leader del partito antisionista Dieudonne M'Bala M'Bala, trovandosi a Teheran nel quadro di un progetto cinematografico, ha desiderato intercedere in favore della condannata. Ha chiesto udienza dalle autorità competenti ed è stato ricevuto da Ali Zadeh, vice presidente del Consiglio della Magistratura e portavoce del Ministro della Giustizia.
L'intervista deve essere stata sul genere di una farsa: con Zadeh che si domandava se il suo interlocutore, umorista di professione, non lo stesse per caso prendendo in giro nel dargli conto della sua apprensione. Mentre dal canto suo M'Bala M'Bala si faceva ripetere più volte le risposte alle sue domande, non potendo credere di essere stato manipolato sino a quel punto. La Repubblica islamica, succeduta alla dittatura dello scià Reza Pahlavi, si è innanzitutto preoccupata di porre fine all’arbitrio e di instaurare uno Stato di diritto quanto più possibile rigoroso. Per quanto riguarda i delitti da giudicare in corte d’assise, già da lungo tempo è previsto l’appello. In qualunque stato della causa, La Corte di Cassazione può essere automaticamente interpellata per verificare la legittimità della procedura. Il sistema giudiziario offre garanzie assai superiori rispetto a quelle dei tribunali francesi, e gli errori sono molto meno frequenti.
Tuttavia, le condanne hanno conservato una particolare durezza. Il paese applica in particolare la pena capitale. Piuttosto che ridurre il “quantum” delle pene, la Repubblica islamica ha scelto di limitarne l’applicazione. Il perdono delle vittime, o dei loro familiari, è sufficiente per annullare l'esecuzione delle pene. Proprio per via di questa disposizione e del suo uso massiccio, non esiste l’istituto della grazia presidenziale.
La pena capitale è spesso comminata, ma molto raramente applicata. Il sistema giudiziario prevede una dilazione di circa cinque anni tra la sentenza e la sua esecuzione, nella speranza che la famiglia della vittima conceda il perdono, e il condannato sia perciò graziato e immediatamente liberato. In pratica, le esecuzioni capitali riguardano soprattutto i grossi trafficanti di droga, i terroristi, e gli omicidi di bambini. L'esecuzione è eseguita per pubblica impiccagione.
Possiamo sperare che la rivoluzione islamica continuerà la sua evoluzione e abolisca prossimamente la pena di morte.
Comunque sia, la Costituzione dell’Iran si basa sul principio della separazione dei poteri. La magistratura è un potere indipendente e il presidente Ahmadinejad non può interferire con una qualsivoglia decisione dei tribunali.

Manipolazioni
Nel caso Sakineh, tutte le informazioni diffuse da Bernard-Henry Levy e confermate da Nicolas Sarkozy sono false.
1. Questa signora non è stata processata per adulterio, ma per omicidio. Inoltre, in Iran non è prevista la condanna per adulterio. Anziché abrogare questa incriminazione, la legge ha prescritto delle condizioni, per poter stabilire il fatto, impossibili da mettere insieme: occorre che quattro persone siano state testimoni nello stesso istante. [3]
2. La Repubblica islamica non riconosce lo Shari‘a, bensì esclusivamente la Legge civile votata dai rappresentanti del popolo in seno al Parlamento.
3. La signora Mohammadi – Ashtiani ha drogato il marito e l’ha fatto uccidere nel sonno dal suo amante, Issa Taheri. Lei e il suo complice sono stati giudicati entrambi in primo e secondo grado. Gli «amanti diabolici» sono stati condannati a morte in tutti e due i gradi del giudizio. La Corte non ha fatto distinzioni di sesso nel pronunciare la condanna degli accusati. Va notato che, nell’atto di accusa, la relazione intima tra i due assassini non è menzionata, proprio perché non la si può provare secondo la legge iraniana, quantunque i parenti la dichiarino come un fatto certo.
4. La pena di morte potrà essere eseguita per impiccagione. La lapidazione, che era in vigore sotto il regime dello scià e per qualche anno ancora dopo la sua deposizione, è stata abolita dalla Rivoluzione islamica. Indignato per le asserzioni di Bernard-Henri Lévy e Nicolas Sarkozy, il vicepresidente iraniano del Consiglio della magistratura ha dichiarato a Dieudonne M'Bala M'Bala di voler sfidare le insigni personalità sioniste a trovare un testo di legge iraniana in vigore che preveda la lapidazione.
5. La sentenza è ora all'esame della Corte di Cassazione, che deve verificare la regolarità di ogni dettaglio della procedura. Se questa non è stata scrupolosamente rispettata, la sentenza sarà annullata. Questa procedura di riesame sospende il processo. Poiché questo non è ancora definitivo, l'imputata gode tuttora della presunzione di innocenza e non si è mai posta la questione di giustiziarla alla fine del Ramadan.
6. Javid Houstan Kian, presentato come l’avvocato della Signora Mohammadi-Ashtiani, è un impostore. È legato al figlio dell’accusata, ma non ha ricevuto alcun mandato da questa signora e non ha avuto alcun contatto con lei. E’ membro dei Mujaheddin del popolo, un'organizzazione terroristica protetta da Israele e dai neo conservatori [4].
7. Il figlio della donna vive normalmente a Tabriz. È libero di esprimersi senza impedimenti e telefona spesso a Lévy per criticare il proprio paese, a riprova del carattere libero e democratico del suo governo.
In definitiva: niente, assolutamente niente nella versione Sarkozy-Lévy della vicenda di Sakineh Mohammadi-Ashtiani, è vero. Forse, Bernard- Henry Lévy ha rilanciato in buona fede delle accuse false che servivano alla sua crociata contro l'Iran.
Quanto al presidente Nicolas Sarkozy non può invocare la negligenza. Il servizio diplomatico francese, il più prestigioso al mondo, gli ha certamente indirizzato tutti i rapporti sul caso. Ha dunque deliberatamente mentito all’opinione pubblica francese, probabilmente per giustificare a posteriori le drastiche sanzioni prese contro l'Iran a danno soprattutto dell'economia francese, già duramente deteriorata dalla sua politica.

*Thierry Meyssan, Analista politico francese, presidente-fondatore del Réseau Voltaire.
Fonte: http://www.voltairenet.org
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.

[1] Si veda il dossier Bernard-Henry Lévy, Réseau Voltaire.
[2] Discours à la conférence annuelle des ambassadeurs de France, di Nicolas Sarkozy, Réseau Voltaire, 25 agosto 2010.
[3] Il termine mito deve essere preso qui nel senso più neutro. Che si creda o no ai Vangeli, la storia della donna adultera appartiene alla simbologia occidentale.
[4] Sullo stesso tipo di disinformazione, si legga Pour diaboliser l’Iran, «Rue 89» confond crimes pédophiles et homosexualité, Réseau Voltaire, 13 juillet 2007.
[5] Si veda il dossier Les Mujahedin-e Khalq, Réseau Voltaire.


Nota di Pino Cabras

L’articolo di Thierry Meyssan, al di là di qualche ossequio di troppo alle presunte virtù liberali del governo iraniano, che purtroppo dà invece oltremodo da fare ad Amnesty International, e al di là di alcune imprecisioni, espone nondimeno dei fatti molto importanti, in grado di ridimensionare drasticamente la rappresentazione corrente della vicenda.

Mi rendo conto che il caso Sakineh, come ogni minaccia concreta della violenza di Stato su una vita umana con un nome e un cognome, ha risvolti morali che ci fanno sentire responsabili della difesa di quella vita e proprio quella. Ma nel caso di specie il piccolo vagone del caso giudiziario iraniano è inserito in un lungo treno composto da carrozze cariche di buona fede e soprattutto da una potente locomotiva mediatica che ha altri scopi, anche se li dissimula benissimo.
Personalmente uso un criterio guida che negli ultimi anni mi ha fornito una mappa infallibile nel percorso delle notizie, anche se sembrerà solo una battuta: quando in una causa compare la firma, l'engagement, il supporto battagliero di Bernard-Henry Lévy, dobbiamo sapere che quella causa è irrimediabilmente contaminata da gravissime falsità: è accaduto nella guerra dell'Ossetia del Sud nel 2008, nella strage di Gaza del 2009, e ora sull'Iran.

I fomentatori della campagna su Sakineh sono stati abilissimi.

Si parte da una causa in sé giusta, su cui già si impegna Amnesty International come in mille altri casi che nessuno di norma si fila.

La si deforma stuzzicando il pregiudizio antiislamico e dipingendola come l'oppressione del Regime sulle donne.

La si personalizza nello stile del "reality show" in base all'assunto che se di un individuo conosci il nome automaticamente diventa un tuo "prossimo" e tirarti fuori sarebbe disumano.

Si crea l'evento autopropulsivo e alla moda, con i VIP - compresi quelli davvero perbene - che associano la loro faccia e la loro lacrima con quel nome concreto.

Si lanciano coinvolgenti aggiornamenti che trascinano la stampa progressista e chi ha un approccio vivace, onesto e impegnato alle notizie.

Infine si scarica il tutto sull'immagine demonizzata di Teheran per costruire il consenso preventivo alla prossima guerra contro l'Iran, durante la quale centinaia di migliaia di donne - come in Iraq - saranno lapidate dalle bombe di un Occidente così femminista da non voler disturbare con un ricordo i loro troppi nomi.

L'articolo di Meyssan richiama il fatto che la procedura penale iraniana attuale rende ardua se non impossibile l’esecuzione di una condanna per adulterio, potendo procedersi solo in presenza di quattro testimoni del fatto, una testimonianza che “deve essere basata sull’osservazione e non sulle congetture”. È una di quelle salvifiche ipocrisie formali dettate dal buon senso che rendono il mondo islamico molto più flessibile di quanto ci si aspetti: si omaggia la forma, gli articoli della legge penale ricalcano certi precetti della Shari‘a, per cui si tiene in piedi un vecchio istituto, ma lo si rende inapplicabile. Quattro testimoni che assistono tutti alla consumazione di un adulterio sarebbero un "unicum" statistico perfino a San Francisco.
La vita pratica dei paesi musulmani offre vari esempi. Mi viene in mente l'istituto islamico del "matrimonio temporaneo", che può durare addirittura solo mezz'ora, con tanto di dote matrimoniale conferita dallo "sposo", anche in vile denaro: così quella mezz'ora la sta passando mica con una prostituta, ma con una moglie.
O i musulmani dello Xinjang che mangiano tranquillamente maiale perché a tavola lo chiamano "montone", riproducendo le gesta dei preti nostrani che mangiavano carne nei venerdì di Quaresima con la formula "ego te baptizo piscem".
A qualunque latitudine la giustizia divina si piega al pragmatico convenzionalismo del vivere umano. Si chiama ipocrisia. Ma l’ipocrisia riporta la durezza della Legge al passo delle cose mondane. Nel male, ma anche nel bene.

La controprova dei due pesi e due misure l'abbiamo dal silenzio della stampa mainstream sul caso di Teresa Lewis. Meritava forse meno clamore? In base a quale ragione, peso, qualità di una vita umana?



17 ottobre 2009

I crimini di guerra a Gaza: l'Onu conferma il nostro racconto

di Pino Cabras - Megachip.



Ora lo dice l'Onu:
Crimini di guerra. I terribili bombardamenti di Gaza fra dicembre 2008 e gennaio 2009 da parte delle forze armate di Israele sono stati «una grave violazione del diritto umanitario internazionale». Il Consiglio per i diritti umani dell'Onu ha adottato dunque il rapporto del giudice ebreo sudafricano Richard Goldstone e dei suoi collaboratori, dopo un'indagine dettagliatissima, ricca di testimonianze, foto, documenti inequivocabili.

Nei giorni dell'operazione Piombo Fuso il mondo percepiva che qualcosa di molto grave stava accadendo, ma i media mainstream facevano di tutto per non chiamare le cose con il loro nome. Crimini di guerra. Crimini contro l'umanità.


Noi con i nostri poveri mezzi raccontavamo il sopruso, la crudeltà, il crimine già con i giusti termini, proprio quando venivano usate massicciamente armi terribili. Tenevamo gli occhi bene aperti.

Ora, in ritardo di mesi ci arrivano anche i grandi giornali. I loro Bernard-Henry Lévy e Adriano Sofri, guarda un po', hanno finito l'inchiostro per parlarne ora. Ora tacciono. Ma la verità si è fatta comunque strada. Possiamo dire che il nostro sforzo non è stato inutile.
Perciò vi proponiamo in ordine cronologico i link con gli articoli che avevamo pubblicato sull'operazione Piombo Fuso al tempo giusto. A rileggerli ora c'è l'occasione per capire come funziona la comunicazione, quali tempi si fa dettare dal potere, come invece si può raccontare la verità della guerra.

1. Gaza. È terrorismo. È strage. Si può raccontare il crimine

2. Gaza. It's terrorism. It's slaughter. Crime can be reported

3. Gaza, soluzione finale

4. Gaza: chronicle of a predictable slaughter

5. Perché stiamo perdendo

6. L’immagine coordinata della guerra e il Big Bang dei “non disinformati”

7. Ma di che si lamentano questi palestinesi?

8. Abbiamo perso dieci round. Ne restano milioni

9. La questione morale del nostro tempo

10. La giusta furia di Israele e le sue vittime a Gaza

11. Sul tetto delle macerie

12. Gaza, chi ha violato la tregua?

13. Diritti Umani: l'Onu condanna i raid israeliani e avvia un'indagine

14. Un deputato ebreo denuncia come nazisti i comportamenti israeliani a Gaza

15. L'assedio israeliano a Washington – Obama davanti ai fatti compiuti

16. Da Gaza Israele ipoteca la politica Usa in Medio Oriente

17. Su Gaza, bombe al fosforo bianco

18. E pensare che la pace era pronta...

19. Il balletto dei valori

20. Come farvi amare la guerra

21. La memoria dispari

22. Le infrazioni al cessate il fuoco: uccidere palestinesi non conta

23. L'affronto di Erdogan muta gli equilibri mediorientali

24. Le magliette che mostrano la disposizione mentale che ha portato ai crimini di Guerra a Gaza

25. Medio Oriente e guerra all’informazione

26. Report di Amnesty International sui crimini israeliani

27. Israele, la lobby Usa dei coloni

28. Armi misteriose a Gaza. Natotech per provocare amputazioni

29. Crimini di guerra a Gaza, le nuove ammissioni dei soldati israeliani

30. Come ancora si muore a Gaza

31. Le magliette che mostrano la disposizione mentale che ha portato ai crimini di Guerra a Gaza

8 gennaio 2009

L’immagine coordinata della guerra e il Big Bang dei “non disinformati”

di Pino Cabras - da Megachip



Perché stiamo perdendo? Se lo chiede (ce lo chiede) Giulietto Chiesa nel momento in cui la distruzione piove sulla gente innocente, ora che assistiamo quasi impotenti al racconto falso dei media occidentali, quando la verità è rovesciata e i carnefici sono presentati come vittime. Se non sappiamo rispondere a questa domanda, certe forze dominanti non incontreranno più limiti nel fare una guerra ancora più estesa, molecolare, di scala mondiale, sulla quale, come i sette angeli dell’ira di Dio, verseranno i loro vasi pieni di pestilenza e dolore. Il problema è capire che i guai sono davvero già così grandi, e trovare un qualche rimedio.

In realtà quella di Chiesa, nel titolo, non è una domanda, ma l'annuncio di una spiegazione. Poi, leggendo, accanto all'analisi, gli interrogativi risorgono. .

Facciamo un primo passo, cerchiamo per ora di capire e descrivere un lato della questione.

Perché stiamo perdendo? La mia prima risposta è: hanno imparato in fretta la lezione del Libano.

Nell’estate 2006 l’immagine di Israele era uscita male, quando devastava il vicino settentrionale. La resistenza di Hizbullah era sorprendente ed efficace. Il governo israeliano, che aveva contato su una vittoria liscia, si trovava invece a gestire in affanno tante cose fuori controllo: sul campo di battaglia, di sicuro; ma anche nei suoi media locali, in quelli all’estero, o fra i soldati che scrivevano e-mail e blog sconsolati, in continuo rimbalzo nel ciberspazio, rosi dai dubbi per una guerra insensata e criminale. Certo, Fassino era sempre pavlovianamente pronto a qualche fiaccolata in soccorso dei cacciabombardieri, e Amos Oz già allora saltava su per dare copertura etica alle stragi simulando moderazione, eppure il messaggio andava storto lo stesso.

Oggi niente blog aggiornati, nessuna e-mail per le truppe, perfino i cellulari sono sequestrati ai soldati. Come per una qualsiasi azione di marketing, il tono della comunicazione non ammette sbavature. È l’immagine coordinata. Meglio azzerare il rischio ed estendere l’ombrello della pianificazione militare totale a ogni aspetto della comunicazione.

Oggi Israele ha organizzato in un modo infinitamente più accurato la “guerra della percezione”, un pezzo fondamentale della guerra nel suo insieme, con tremenda coerenza semiotica.

E quindi vince a man bassa.

Le redazioni vengono convogliate su blog inspiegabilmente tutti allineati alla nuova avventura bellica, scritti da mamme di soldati, orgogliose come antiche madri spartane: si ripropone il cliché militarista più trito con il pigolio della novità hi-tech. Ma questo sarebbe il meno.

Una tale prevalenza della menzogna più sfrontata su tutti gli organi d’informazione e comunicazione non è solo frutto della debolezza culturale delle redazioni. È l’effetto di un lavoro durato anni, un’egemonia voluta e cercata per rimodellare ogni luogo importante in cui si producesse comunicazione, come ben ricorda Chiesa: prima ancora delle notizie da dire o non dire, sono state scelte o rimosse le persone in grado di trattarle.

Le redazioni si sono bevute di tutto, dalle menzogne dell’11 settembre americano a quelle del 7 luglio londinese, dalle balle della guerra in Iraq alle lampanti falsità del presidente della Georgia in Ossetia. Figuriamoci se queste redazioni, via via disabituate a qualsiasi critica frontale del potere, non avrebbero abboccato all’attento “planning” coordinato fra Gerusalemme e Washington per l’aggressione a Gaza. Abboccano, eccome.

E non sono soltanto i Tg a esibire gli indecenti pupazzi dei ventriloqui criminali.

Li vedi ovunque, anche nelle trasmissioni di cronaca rosa, una volta tanto distolte dal vippame del demi-monde televisivo per prestare orecchio alle pillole di propaganda, quando la propaganda chiama. A recitarla sentiamo una falange di altri VIP, tutti ingaggiati per giustificare con parole clonate l’azione “difensiva” dei bombardieri israeliani contro una popolazione inerme.

Quel che voglio dire è proprio questo: l’assoluto sbilanciamento delle notizie sulla strage di Gaza deriva sì dalla struttura dei media e delle loro proprietà oligopolistiche – e questo è il dato di fondo con cui dovremo imparare a fare i conti - ma su questa struttura e su questa linea politica è visibile anche l’effetto di un’azione coordinata specifica, un’azione dell’oggi, di questi giorni, voluta da centri di potere che condividono l’idea di “nuovo Medio Oriente” che ha in mente Tzipi Livni, quasi un test per un nuovo ordine politico in sostituzione delle democrazie, erose dalla crisi più devastante mai vista da ottant’anni.

Tante bugie, tanto spazio per esse, tanta somiglianza fra loro e tanta dissomiglianza dalla realtà, non sono un caso. Siamo testimoni di una mostruosa manipolazione ‘ad hoc’ proprio mentre avviene. C’erano già i giornalisti “embedded”. Ora ci sono le notizie precotte.

Una piccola redazione di un piccolo sito come il nostro ha già tutti gli strumenti per conoscere le proporzioni essenziali dei fatti, vedere le immagini censurate dalle TV occidentali, immagini che direbbero la verità al grande pubblico, sfogliare reportage degni di fede sul massacro deliberato dei civili, riscoprire le dichiarazioni di ieri dei criminali di oggi quando anticipavano i loro intenti politici e militari, rileggere la storia di Terrasanta abbastanza da rigettarne i falsi miti. Vediamo molto, e pubblichiamo a più non posso. Piccole gocce nel mare, come altre gocce sparse qua e là nel web.

Immagini e strumenti sono disponibili - su scala incomparabilmente più grande - anche in mano alle grandi redazioni. Anche loro sanno quel che c’è da sapere. Le immagini vere le vedono eccome. Qualcosa emerge anche sulle loro pagine, ma il tono scelto è un altro, e quello prevale: il tono della complicità che va avanti per inerzia, per censura e autocensura (tanto le persone convenienti hanno già sostituito quelle scomode), con in più il valore aggiunto disinformativo disposto per l’occasione, quello da “immagine coordinata”, la campagna politico-mediatica del momento. C’è chi dà ordini e chi obbedisce su un fatto preciso e determinato. L’ordine impartito è in fondo semplice: sottrarre alla vista il fatto che la classe dirigente israeliana – così come l’amministrazione uscente statunitense - sia guidata da un nucleo di pericolosi criminali di guerra sostenuti da molti complici. L’ordine viene eseguito con accuratezza e serialità industriale. Il velo di pedanteria umanistica, l’interfaccia che le macchine non possono dare, lo danno i Riotta e i Pigi Battista, e tanti altri ancora, ma quel velo non riesce a nasconde la standardizzazione pressoché robotica del prodotto, da fabbrica d’armi di qualità.

Se leggete «la Repubblica» e il «Corriere della Sera»del 7 gennaio 2009, in particolare l’articolessa di Adriano Sofri sul primo e il presentat’arm di Bernard-Henry Lévy sul secondo, troverete le frasi misericordiose e le cavillosità adatte a fregare la sinistra inesauribilmente sprovveduta, frasi generiche e sentimentali, abbastanza smaliziate da concedere distinguo a un pubblico più laico ed esigente, da ammansire con la citazione giusta. Il Vecchio Pregiudicato e l’eterno Nouveau Philosophe dimostrano che sanno, certo, che l’Islam è complesso, che gli israeliani fanno anche errori, che i palestinesi, accidenti, soffrono, e poveri anche i bambini. Le frasi mimetiche sono la loro expertise che serve a occultare il cuore vero del loro testo, scandito – dopo le divagazioni - da frasi finalmente secche,come un comando ipnotico a favore della versione che ricalca i pensatoi militaristi.

La velina di Sofri è: «Gli israeliani vogliono davvero ridurre al minimo le vittime civili. Non possono essere così disumani né così imbecilli da mirare a colpire i bambini. […] La gente di Israele e i suoi governanti ha un (provvisorio, minacciato, odiato) vantaggio nelle risorse possibili della forza e della ragione. Hamas bersaglia da anni case, scuole, strade di una popolazione civile israeliana cui è impedita una normale vita quotidiana. Hamas giura la distruzione di ogni cittadino di Israele e di ogni ebreo sulla terra. Hamas addestra ed esalta gli assassini suicidi. Hamas si serve vilmente degli scudi umani, predilige bambini donne e vecchi, tramuta moschee e pareti domestiche in ripari di armi e mine. Ma lo spregevole cinismo di Hamas libera Israele dalla responsabilità verso quelle donne, quei vecchi, quegli uomini, quei bambini?»

E la velina di Lévy? Eccola: «Il fatto che le granate israeliane facciano, al contrario, tante vittime non significa […] che Israele si abbandoni a un “massacro” deliberato, ma che i dirigenti di Gaza hanno scelto l’atteggiamento inverso, di lasciare quindi le loro popolazioni esposte: una vecchia tattica dello “scudo umano” che fa sì che Hamas, come Hezbollah due anni fa, installi i propri centri di comando, i depositi d’armi, i bunker nei sotterranei di abitazioni, ospedali, scuole, moschee. Tattica efficace ma ripugnante.»

Stesso canovaccio e perfino stessa cadenza, lo vedete. Stesse bugie da retrobottega del Pentagono: la vecchia corbelleria degli “scudi umani”. Identica spudoratezza, identiche amnesie selettive: dimenticano (Sofri) o perfino negano (Lévy) che Gaza sia da anni sotto assedio, sotto lo schiaffo di azioni unicamente definibili come “crimini di guerra”. Tali e quali anche le dicotomie: la ragionevolezza di chi lancia le “granate” con cura chirurgica contrapposta allo «spregevole cinismo» della «ripugnante» Hamas.

È lo stesso Sofri che aveva benedetto l’invasione dell’Iraq. È lo stesso Bernard-Henry Lévy che l’estate scorsa è stato sputtanato per le menzogne acclarate di un suo reportage dalla Georgia. Ogni tanto leggi di cronisti licenziati perché inventano notizie, peraltro plausibili, ma inaccettabili per deontologia. Per BHL, invece, la pagina degli editoriali del «Corriere» è sempre aperta. Parla di banali granate, lui, per evitare di menzionare gli ordigni usati davvero: le GBU39 con dardo di penetrazione a uranio impoverito; il fosforo bianco; il DIME (Dense Inert Metal Explosive) in lega di tungsteno, usato la prima volta in Libano nel 2006, che provoca ferite spaventose e fa i corpi a brandelli, lasciando ai sopravvissuti la prospettiva dei tumori.

Tutto questo orrore è ben documentato e documentabile, e sarebbe un inesauribile filone d’inchiesta per incalzare le autorità israeliane, che infatti non vogliono testimoni e reporter a Gaza. Precauzione inutile, con i direttori delle grandi testate nostrane. I quali mettono in fila le seguenti frasi dei loro editorialisti di punta: «Hamas non propugna solo la distruzione di Israele, ma lo sterminio degli ebrei» (Piero Ostellino, 29 dicembre), «Hamas auspica l’eliminazione di tutti gli ebrei dalla faccia della terra» (Ernesto Galli Della Loggia, 3 gennaio), «Hamas giura la distruzione di ogni cittadino di Israele e di ogni ebreo sulla terra» (Sofri, 7 gennaio). Fra tutte le semplificazioni possibili del contenuto d’odio usato da Hamas in una complessa citazione di Maometto, i volonterosi propagandisti della guerra usano solo quella che si brucia i ponti alle spalle. In fotocopia. In quella forma è una leggenda maligna, che serve a nascondere le aperture pragmatiche, le tregue di sei mesi, di dieci anni di cinquant’anni, offerte da leader di Hamas poi eliminati con qualche tempestivo bombardamento. La leggenda dei trombettieri delle nostre gazzette vuole la guerra, non scruta spiragli.

La macchina della propaganda è dunque ben oliata, pervasiva. Occupa con rigore il centro dell’agenda mediatica. Militarizza gli editoriali più importanti. Non si limita a presidiare l’informazione, ma lavora sul sistema della comunicazione.

Giulietto Chiesa ci esorta a non segregarci nell’illusione della controinformazione, galassia interessante, ma dispersa e senza massa critica, fatta di spezzoni orgogliosi d’identità incapaci d’espandersi, intransigenze non portate a conciliarsi, priorità diverse dei vari gruppi e individui, incapacità di comprendere che la partita si gioca nel sistema integrato della comunicazione, il luogo in cui le immagini in movimento interagiscono con i desideri e i sogni manipolati. Grillo dice che la TV è morta e vincerà la rete. In realtà avviene l’integrazione fra i media, con un forte contenuto comunque televisivo, ancorché in totale trasformazione. Vince chi lo capisce e si dota dei mezzi conseguenti. Chi vuole la guerra lo ha capito benissimo.

In realtà, trasmettitori e riceventi presenti nell’agorà comunicativa non sono alla pari. La libertà dei flussi non può celare le differenze di potere fra la concentrazione tecnocratica della merce comunicazione in una ristretta élite di soggetti multinazionali e la passività atomizzata di una fetta ancora enorme di consumatori. Lo slogan ideale per chi magnifica il libero flusso dell’informazione senza uno sguardo critico potrebbe essere "libero lupo in libero ovile".

Da qui colgo anche il rimpianto di Chiesa, che ricorda ancora una volta che il progetto di un nuovo format televisivo, Pandora, non si fa tuttora strada fra chi pure ne trarrebbe vantaggio.

Con il tempo la comprensione e la convergenza di spinte diverse verso un forte network sarebbe un esito naturale. Ma ora non viviamo in tempi normali. La strage di Gaza, il racconto che passa di essa, ne è il segnale evidente. Forze potenti sono in grado di far condensare la Grande Crisi in una Grande Guerra. Quel che normalmente sarebbe un percorso fatto di tappe intermedie, ora richiede accelerazioni.

Un format che tratta immagini e che non si limita a fare documentari, ma interviene in diretta e mostra ciò che il mainstream oggi tace: questo è lo scopo del “servizio” Pandora. Non so che possibilità abbiamo e di che tempi materialmente utilizzabili disponiamo affinché la galassia dei “non disinformati” inneschi un suo Big Bang creativo, ora che intanto che perde terreno nei confronti della propaganda bellica e della riorganizzazione dei grandi poteri di fronte alla crisi.

I tempi sono urgenti ma il problema è vecchio, se pensate a queste parole di Primo Levi: «Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col timore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola» (dal «Corriere della Sera», 8 maggio 1974).

Intanto avviamo almeno un percorso che infittisca lo scambio fra chi ha idee, risorse, reti, disponibilità. Non penserete mica che il dio della guerra si fermi a Gaza, e che il dio della propaganda si fermi al Tg1,tanto per farvi un piacere?